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LA SCOMMESSA GIUSTA (Mons. Bruno Forte sull’incontro delle famiglie)

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LA SCOMMESSA GIUSTA

Una riflessione di mons. Bruno Forte sul VII Incontro Mondiale delle Famiglie

ROMA, lunedì, 4 giugno 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il fondo sul messaggio del VII Incontro Mondiale delle Famiglie che monsignor Bruno Forte, arcivescovo della diocesi di Chieti-Vasto (in Abruzzo), ha pubblicato ieri sul quotidiano Il Sole 24 Ore. Il presule ha partecipato al raduno milanese con una folta delegazione.
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Benedetto XVI concluderà oggi a Milano il VII Incontro Mondiale delle Famiglie sul tema “La famiglia, il lavoro, la festa” (30 Maggio – 3 Giugno 2012). È un evento dal messaggio forte e quanto mai attuale. Per coglierlo, parto da alcune frasi della lettera con cui il Santo Padre lo aveva convocato: “Ai nostri giorni l’organizzazione del lavoro, pensata e attuata in funzione della concorrenza di mercato e del massimo profitto, e la concezione della festa come occasione di evasione e di consumo, contribuiscono a disgregare la famiglia e la comunità e a diffondere uno stile di vita individualistico.
Occorre perciò promuovere una riflessione e un impegno rivolti a conciliare le esigenze e i tempi del lavoro con quelli della famiglia e a ricuperare il senso vero della festa, specialmente della domenica, giorno del Signore e giorno dell’uomo, giorno della famiglia, della comunità e della solidarietà”. Queste parole sottendono una visione alta del valore e del ruolo della famiglia: gli sposi uniti nel sacramento del matrimonio sono immagine della Trinità divina, del Dio, cioè, che è amore e perciò relazione e unità del Padre, che eternamente ama, del Figlio, eternamente amato, e dello Spirito, vincolo dell’amore eterno. In questa profondissima unità ciascuno è se stesso, mentre accoglie totalmente l’altro. Alla luce di questo modello, la vocazione matrimoniale è vista come unità piena e fedele dei due, comunione responsabile e feconda di persone libere, aperte alla grazia e al dono della vita agli altri.
Grembo del futuro, la famiglia è scuola di vita e di fede, nella quale i bambini, i ragazzi e i giovani possono imparare ad amare Dio e il prossimo, e gli anziani, preziosa radice, possono a loro volta sentirsi amati. La famiglia è, così, soggetto attivo nel cammino della comunità cristiana e della società civile, non solo destinataria di iniziative, ma protagonista del bene comune in ciascuno dei suoi componenti.
Perché questo avvenga, il patto coniugale, che è alla base della famiglia, va vissuto secondo alcune regole fondamentali: il rispetto della persona dell’altro; lo sforzo di capirne sempre le ragioni; il saper prendere l’iniziativa di chiedere e offrire perdono; la trasparenza reciproca; il rispetto dei figli come persone libere e la capacità di offrire loro ragioni di vita e di speranza; il lasciarsi mettere in discussione dalle loro attese, sapendole ascoltare e discutendone con loro; la preghiera, con cui chiedere ogni giorno a Dio un amore più grande, cercando di essere l’uno per l’altro e insieme per i figli dono e testimonianza di Lui.
Un simile stile di vita non è né facile, né scontato, e spesso le condizioni concrete dell’esistenza tendono a minarlo: si pensi alla fragilità psicologica e affettiva possibile nelle relazioni fra i due e in famiglia; all’impoverimento della qualità dei rapporti che può convivere con “ménages” all’apparenza stabili e normali; allo stress originato dalle abitudini e dai ritmi imposti dall’organizzazione sociale, dai tempi di lavoro, dalle esigenze della mobilità; alla cultura di massa veicolata dai media che influenza e corrode le relazioni familiari, invadendo la vita della famiglia con messaggi che banalizzano il rapporto coniugale.
Senza un continuo, reciproco accogliersi dei due, aprendosi al dono dall’alto, non ci potrà essere fedeltà duratura né gioia piena: “Il fiore del primo amore appassisce, se non supera la prova della fedeltà” (Søren Kierkegaard). Diventa allora più che mai vitale coniugare l’impegno quotidiano in famiglia a condizioni che lo sostengano nell’ambito del lavoro e nell’esperienza della festa.
Ogni lavoro – manuale, professionale e domestico – ha piena dignità: perciò è giusto e doveroso rispettare ognuna di queste forme, anche nelle scelte di vita che gli sposi sono chiamati a fare per il bene della famiglia e in particolare dei figli. Contribuisce al bene della famiglia tanto chi lavora in casa, quanto chi lavora fuori! Certo, il lavoro presenta spesso aspetti di fatica, che – secondo la fede cristiana – il Figlio di Dio ha voluto far propri per redimerli e sostenerli dal di dentro, come ricorda in una pagina bellissima il Concilio Vaticano II: egli “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo” (Gaudium et Spes, 22).
Ispirandosi al Vangelo, è possibile, allora, formarsi come uomini e donne capaci di fare del proprio lavoro una via di crescita per sé e per gli altri, nonostante ogni sfida contraria. Ciò richiede di vivere il lavoro da una parte con piena responsabilità verso la costruzione della casa comune (lavorare bene, con coscienza e dedizione, quale che sia il compito che si ha); dall’altra, in spirito di solidarietà verso i più deboli, per tutelare e promuovere la dignità di ciascuno. In questa luce, si comprende pienamente come la mancanza di lavoro sia una ferita grave alla persona, alla famiglia e al bene comune, e perché la sicurezza e la qualità delle relazioni umane sul lavoro siano esigenza morale da rispettare e promuovere da parte di ognuno, a cominciare dalle istituzioni e dalle imprese.
A proposito della festa, infine, va evidenziato quanto essa aiuti la crescita della comunione familiare: nascendo dal riconoscimento dei doni ricevuti, che abbracciano i beni della vita terrena, le meraviglie della grazia accolta dall’alto e il continuo rinnovarsi dell’amore reciproco, la festa educa il cuore alla gratitudine e alla gratuità. Dove non c’è festa, non c’è gratitudine, e dove non c’è gratitudine, il dono è perduto! Occorre imparare, allora, a rispettare e celebrare la festa anzitutto come tempo del perdono ricevuto e donato, della vita resa nuova dalla meraviglia grata, fino a divenire capaci di vivere i giorni feriali col cuore della festa.
Questo è possibile, se si comincia dall’attenzione alle feste che scandiscono il “lessico familiare” (compleanni, onomastici, anniversari…), fino a celebrare fedelmente come famiglia l’incontro con Dio la domenica, giorno del Signore, incontro di grazia capace di produrre frutti profondi e sorprendenti. Chi vive la festa, è stimolato a esercitare la gratuità, sperimentando come sia vero che c’è più gioia nel dare che nel ricevere! La festa ci insegna come amare sia vivere il dono di sé tanto nelle scelte di fondo dell’esistenza, quanto negli umili gesti della vita quotidiana, imparando a dire parole d’amore e a compiere gesti corrispondenti, che sgorghino da un cuore grato e gioioso.
La negazione della festa, in particolare della domenica, è perciò un attentato al bene prezioso dell’armonia e della fedeltà coniugale e familiare: ed è significativo che questo messaggio risuoni da Milano, capitale vitale e laboriosa dell’economia e della produzione del Paese. Scommettere sulla famiglia fondata sul matrimonio e aperta al dono dei figli e impegnarsi a promuovere le condizioni di lavoro e di rispetto per la festa, che ne aiutano la serenità e la crescita, è contribuire al bene di tutti, liberandosi da logiche spesso riduttive e confuse riguardo al suo valore di cellula decisiva della società e del suo domani. È il messaggio che da Milano parte oggi per l’Italia e il mondo intero!

Publié dans:Bruno Forte |on 5 juin, 2012 |Pas de commentaires »

« MARIA DI NAZARET: VERGINE, MADRE E SPOSA » – Messaggio quaresimale di mons. Bruno Forte,

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« MARIA DI NAZARET: VERGINE, MADRE E SPOSA »

Messaggio quaresimale di mons. Bruno Forte, vescovo di Chieti-Vasto

ROMA, martedì, 20 marzo 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il testo del messaggio per la Quaresima 2012 firmato da monsignor Bruno Forte, arcivescovo metropolita della diocesi di Chieti-Vasto (regione Abruzzo).
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Carissimi, per prepararci all’Anno della Fede indetto da Papa Benedetto XVI a partire dall’11 Ottobre prossimo, ho scelto di riprendere in questa Quaresima 2012 la riflessione su Maria, vergine, madre, sposa. Il Suo esempio di credente, la Sua unicità di Madre del Figlio di Dio venuto nella carne, la Sua intercessione presso il Signore, aiutino tutti noi a ravvivare la nostra fede, a crescere in essa e a testimoniarla agli altri, specialmente a chi non ha il dono di credere. Maria, poi, realizza perfettamente ciò che l’Autore della Lettera agli Ebrei ci esorta a vivere e su cui il Santo Padre ci ha invitato a riflettere in questa Quaresima: “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone” (Ebrei 10,24). L’intercessione di Maria ci ottenga di vivere una carità sempre più grande! Accompagnandovi con la preghiera fedele, auguro a tutti un cammino quaresimale ricco di frutti di conversione e di grazia!
Chi è Maria nel suo profilo di donna, di credente, di testimone del Messia Gesù? Che cosa dicono ai discepoli di Lui la vita, le opere e la fede di Lei? Come ha vissuto il suo rapporto con Dio e le sue relazioni umane e come può esserci così di esempio e di aiuto? Proverò a rispondere a queste domande seguendo i passi della Madre del Signore secondo quanto la discrezione dei Vangeli ci consente di farlo, dischiudendo allo sguardo della fede gli abissi del mistero.
1. Una donna ebrea dalla fede profonda. Il nome Maria viene dall’ebraico “Myriam” o “maryam”. Fra le possibili etimologie c’è “mara”, “signora”, o “mi-ram”, dalla radice “rym”, attestata in testi ugaritici col significato di “alta, eccelsa, desiderata”. Già nel nome della giovane madre di Gesù si riconosce come ella sia stata l’oggetto dell’attesa dei suoi genitori, desiderata e amata. Quando concepisce il Figlio, Maria è una almah, termine usato da Isaia 7,14 (“la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”), la cui traduzione corretta è “giovane donna”, una donna cioè di poco più di 14 anni. Poiché la nascita di Gesù va fissata intorno al 6 a.C. – almeno due anni prima della morte di Erode, che aveva ordinato la strage dei bambini dai due anni in giù – la nascita di Maria può essere collocata fra il 22 e il 20 a.C. Al tempo degli eventi pasquali del Figlio Myriam aveva dunque fra i cinquanta e i cinquantacinque anni. La versione greca della Bibbia, detta dei Settanta e considerata ispirata dall’ebraismo della diaspora, tradusse l’ebraico almah con la parola greca parthénos, cioè “vergine”, aprendo così la strada alla lettura del testo come profezia della nascita verginale di Gesù (cf. Mt 1,23). Maria è una giovane ebrea credente, familiare al linguaggio delle Scritture, come dimostra il fatto che nel racconto dell’annunciazione le risultano immediatamente comprensibili i riferimenti ai Profeti (Isaia 7,14 in Luca 1,31, o a Sofonia 3,14-17 e Zaccaria 9,9 in 1,28: “chàire, esulta, piena di grazia…”),. È una credente che osserva scrupolosamente la Torah, mostra ad esempio nella sua andata al Tempio per celebrare la purificazione rituale dopo il parto (cf. Luca 2,22-24). La spiritualità di Myriam è quella dello “Shemà”, cioè dell’“ascolto” obbediente del Dio unico, perché parli quando e come vorrà alla sua serva e compia in Lei le sue opere: in questo Maria si colloca al vertice della spiritualità biblica dell’attesa e dell’accoglienza della Parola divina. Lo si coglie nella scena dell’adorazione dei pastori, dove Maria è la protagonista, silenziosa e raccolta, che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Luca 2,19). L’espressione richiama un atteggiamento caro alla tradizione ebraica: il ricordare associando fra loro gli eventi, in cui si manifestano i misteriosi disegni dell’Altissimo. In ciò consiste propriamente lo studio della Torah e il greco “symballousa” – “meditando”, ben richiama quest’atteggiamento di confronto, intelligenza, giudizio, decisione. Si tratta di un’attitudine costante in Maria (cf. 2,51), che proprio così si lascia condurre docilmente dall’Altissimo. Maria è la donna credente e riflessiva, che si abbandona all’Eterno con serietà pensosa. È questo peraltro il modello di femminilità nella tradizione ebraica: la donna sa tenersi in prossimità dell’invisibile Voce e questo la colma della gioia di sapersi amata dall’Altissimo. Maria è la donna della gioia, che testimonia cantando il Magnificat: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”(Luca 2,46-48). Il suo atteggiamento interiore è ben espresso da questo canto, che richiama i Salmi degli “anawim”, i “poveri” che confidano solamente in Dio, e il cantico di Anna (1 Samuele 2,1-10), che si apre con docilità alla sorpresa di Dio, ma non di meno rivela la profonda fede di questa donna ebrea, capace di consegnarsi totalmente all’Eterno. Alla scuola di Maria impariamo il primato della dimensione contemplativa della vita, quel continuo accogliere l’iniziativa del Signore, che consiste nel lasciarci amare e condurre docilmente da Lui. Ci chiediamo: è veramente Dio il signore della mia vita, come lo fu per Maria? Sono docile alla Sua azione, alla Sua Parola, al Suo silenzio? Mi lascio guidare da Lui, meditando quanto mi dà di vivere alla luce delle Scritture, per discernere la Sua volontà e realizzare con Lui il Suo disegno d’amore per me e per quanti mi affida anche di fronte a momenti difficili, come ad esempio quelli che la nostra società sta vivendo?
2. Lo stile di vita di Maria. La scena della visitazione mostra quali siano le caratteristiche dell’agire della giovane Myriam: ella è capace di un amore attento, concreto, gioioso e tenero. Il suo amore è attento: Maria non ha bisogno di richieste per capire il bisogno della cugina Elisabetta, di età matura e in attesa di un figlio. Intuisce la necessità e le corre in aiuto: il suo sguardo, nutrito d’amore, ha capito il da farsi al di là di ogni comunicazione verbale. “Ubi amor, ibi oculus”: dove c’è l’amore, l’occhio vede ciò che uno sguardo privo d’amore non vedrà mai. All’attenzione Maria unisce la concretezza: non indulge a sogni di bene, agisce. L’espressione “in fretta” (v. 39) dice la sollecitudine e la premura con cui concretizza la decisione di andare in aiuto alla Madre di Giovanni. Commenta Sant’Ambrogio: “La grazia dello Spirito Santo non tollera indugi” (Expositio in Evangelium secundum Lucam, 2,19)! L’agire di Maria, poi, è pervaso di gioia: non vive i suoi atti come il compimento di un dovere o in ottemperanza a un obbligo impostole dalle circostanze. In lei tutto è gratuità, bene diffusivo di sé, generosità vissuta senza calcolo o forzature. Gioia è sentirsi amati così profondamente da avvertire l’incontenibile bisogno di amare, per corrispondere all’amore ricevuto al di là di ogni misura con l’amore donato senza condizioni. Proprio così tutto in Maria si mostra nel segno della tenerezza, propria dell’amore che non crea distanze, che avvicina, anzi, i lontani, facendoli sentire accolti e li riempie dello stupore e della bellezza di scoprirsi oggetto di puro dono. “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo” (vv. 43s). La tenerezza è dare con gioia suscitando gioia nell’amato: chi non ama con tenerezza, crea dipendenze o mantiene distanze in cui è impossibile far sprigionare la gioia. In tutto questo, Maria è un modello per tutti, specialmente nei rapporti familiari. Ci chiediamo allora: qual è il mio stile di vita? Sono come Maria attento agli altri, all’altro, ai bisogni espressi o inespressi di chi mi sta davanti, di chi Dio mi chiama ad amare e servire? So essere concreto nel mio modo di amare, agendo con la tenerezza che coniuga il rispetto e l’attenzione all’amore che rende liberi e genera la pace del cuore? Cerco di avere attenzione e solidarietà verso chi soffre, ad esempio verso chi sta vivendo le conseguenze dell’attuale crisi specialmente per la mancanza o la precarietà del lavoro?
3. Il rapporto col Figlio. Nella vita di Gesù la Madre ha avuto un ruolo decisivo. Per l’ebraismo è la donna che trasmette l’appartenenza al popolo eletto (è ebreo chi nasce da madre ebrea), generando il proprio figlio alla coscienza dell’alleanza con Dio, anzitutto attraverso la vita familiare. Il contesto domestico è considerato un “piccolo tempio”, nel quale la tavola costituisce “l’altare”: e la donna è la responsabile della liturgia domestica e dell’osservanza delle norme di purità che regolano la vita quotidiana. La tradizione rabbinica sottolinea che la Torah rivelata al Sinai fu data prima alle donne, poiché senza di esse la vita ebraica non sarebbe stata possibile, e invita perciò i mariti ad “ascoltare” le proprie mogli, poiché è per loro merito che le benedizioni raggiungono la famiglia. La famiglia diventa così il nucleo più importante dell’ebraismo, al cui interno decisivo è il ruolo della donna. Secondo i maestri ebrei è compito degli uomini insegnare il contenuto della rivelazione, la Torà e il Talmud, mentre quello della donna è di trasmettere l’esperienza della rivelazione, il senso del mistero, senza il quale i contenuti non avrebbero valore e il loro studio sarebbe puro esercizio intellettuale. Perciò è sempre la donna ad accendere e benedire le luci del sabato, simbolo del dono della vita. Maria ha assolto pienamente questo ruolo, come mostrano le due visite al tempio per la circoncisione di Gesù e per il suo “bar mitzvah”, la festa dei dodici anni, ovvero della maggiore età per un bambino ebreo. In esse Maria mostra tutto il suo rispetto per la tradizione dei Padri: è la madre ebrea che educa il figlio, che le è sottomesso (cf. 2,51), secondo la Legge del Signore. Madre attenta e tenera, vive le attese, i silenzi, le gioie e le prove che ogni mamma è chiamata ad attraversare: è significativo che non sempre comprenda tutto di lui (così in Luca 2,50, dopo il ritrovamento di Gesù e la sua risposta). Avanza, però, fidandosi di Dio, amando e proteggendo a modo suo quel Figlio, così piccolo e così grande, con una mescolanza di prossimità e di dolorosi distacchi, che la rendono modello di maternità: i figli vengono generati nel dolore e nell’amore per tutta la vita! Così Maria è esempio di madre, capace di un’azione educativa fatta di condivisione del tesoro del cuore, di pazienza e di fermezza, di progressività e di fiducia nell’Altissimo. Ci chiediamo allora: nella nostra responsabilità di testimoni e generatori della vita che viene dall’alto ci sforziamo di essere come Maria nel suo rapporto con Gesù, vicini con tenerezza a chi ci è affidato e rispettosi della sua libertà e del suo mistero? Siamo pronti ad affidare tutto a Dio senza sottrarci ad alcuna delle nostre responsabilità? Siamo capaci di ascolto verso tutti, senza venir meno al dovere di testimoniare la verità che solo libera e salva?
4. Il servizio di Maria e il nostro. Maria accompagna Gesù nella vita pubblica, a partire dall’episodio, che può considerarsi il compendio di tutto ciò che verrà, le nozze di Cana, dove Gesù si manifesta come lo Sposo divino, che conclude con il popolo l’alleanza nuova e definitiva. Si è alla svolta decisiva della storia della salvezza e la Madre ha in essa un ruolo, che l’Evangelista ha voluto evidenziare. È lei a notare il bisogno cui è necessario provvedere: “Non hanno più vino” (Giovanni 2,3). Si manifesta qui ancora una volta l’attenzione di Maria. Nel vino, poi, nominato cinque volte nel racconto (vv. 3.9.10), è possibile riconoscere un segno dei tempi messianici (cf. ad esempio Amos 9,13: “dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù per le colline”), che caratterizzerà il banchetto escatologico (cf. Isaia 25,6) e sarà offerto con gratuità. Il vino nuovo allieterà il giorno delle nozze eterne fra il Signore e il suo popolo (cf. Osea 2,21-24). In questa luce, il banchetto nuziale di Cana appare come l’ora dell’intervento definitivo di Dio, che viene a compiere in maniera sovrabbondante l’attesa e trasforma l’acqua della purificazione dei Giudei (acqua della preparazione e del desiderio: cf. v. 6) nel vino nuovo del Regno. La risposta apparentemente tagliente di Gesù: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora” (v. 4) indica la novità sorprendente di questo passaggio che si compirà a pieno nella Pasqua. Quanto la Madre dice ai servi è di grande importanza: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (v. 5). Come il popolo dell’antico patto risponde alla rivelazione al Sinai assentendo nella fede – “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo” (Esodo 19,8; 24,3.7) -, così Maria manifesta la sua fiducia incondizionata nel Figlio, che ha evocato il mistero della sua “ora”. L’invito, poi, che rivolge ai “servi” mostra il ruolo di modello e madre nella fede che avrà nella comunità dell’alleanza: in Maria l’antico patto passa nel nuovo, Israele nella Chiesa, la Legge nel Vangelo. Nella Chiesa nata dalla Pasqua di Gesù, la Vergine Madre è colei che presenta al Figlio i bisogni dell’attesa e conduce alla fede in Lui, condizione necessaria perché il vino nuovo riempia le giare dell’antico patto. Il servizio di Maria è di orientarci a Gesù e di portarci a compiere la Sua volontà. Siamo pronti a rispondere all’invito della Madre, per metterci a nostra volta al servizio degli altri nella maniera più vera e feconda, che è quella di introdurli alla fede con la fede vissuta e testimoniata? Sappiamo dire con le labbra e con la vita le parole che indicano a ciascuno la strada della libertà e della realizzazione più piena di sé, “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”?
5. Maria sotto la Croce. Quanto a Cana è prefigurato, viene a compiersi nell’ora della Croce. Gesù morente si rivolge a sua Madre e al discepolo che egli ama (Giovanni 19,25-27): la chiama con l’appellativo “donna” (v. 26), applicato dalla Bibbia a Gerusalemme e al popolo eletto, quasi a indicare in Maria il popolo eletto della prima alleanza e il popolo radunato dal suo sacrificio pasquale. Accanto alla Madre c’è il discepolo amato (cf. v. 26), simbolo di ogni altro discepolo. A partire dall’“ora” della croce (cf. v. 27) il discepolo accoglie la Madre “fra quanto gli è proprio” (“eis tà ídia”: v. 27): non si tratta soltanto dell’accoglienza “in casa sua”. L’espressione va riferita al mondo vitale, all’ambiente esistenziale (così, ad esempio, in 1,11, detto di Israele in riferimento al Verbo, o in 10,4, detto dei discepoli in riferimento a Gesù): essa sta a dire che la Madre entra nel più profondo della vita del discepolo, ne fa ormai parte come bene irrinunciabile. Il rapporto che il Crocifisso stabilisce fra la Madre e il discepolo appare allora intensissimo: in quanto la “donna” è figura dell’antico Israele e il discepolo della Chiesa credente, il messaggio è che l’antico Israele entra a far parte in modo vitale del nuovo. La Chiesa riconosce in Israele l’antica madre che porta al centro del suo cuore. In quanto la “donna” rappresenta il popolo dell’era messianica e il discepolo è il tipo di ogni singolo credente, la loro reciproca appartenenza sta a dire la reciproca appartenenza fra la Chiesa – madre e i figli della Chiesa: al discepolo la Chiesa sta a cuore come madre amata, bene prezioso affidatogli dal Redentore crocifisso. Infine, in quanto la madre è la singola donna concreta, la madre di Gesù, il testo sembra evidenziare un rapporto privilegiato fra lei e ogni singolo credente, oltre che fra lei e l’intera famiglia dei figli di Dio: Maria fa parte della Chiesa e della vita di fede del discepolo come bene prezioso, valore vitale. Insieme, in lei la Chiesa e i singoli credenti potranno riconoscere la Madre, a loro affidata e a cui sono affidati. In questa luce, Giovanni 19,25-27 testimonia il significato che la Chiesa sin dalle origini attribuisce alla Madre del Signore per la sua vita presente e futura, specialmente nello stare sotto la Croce del Messia, lasciandosi sempre di nuovo generare dal “sangue” e dall’“acqua” scaturiti dal suo costato lacerato. Mi relaziono così a Maria? Riconosco in Lei la Madre cui Gesù mi ha affidato e che mi aiuta a riconoscere Lui nei fratelli e gli altri come fratelli in Lui? Lascio che l’amore a Maria nutra in me l’amore alla Chiesa e alla fede dei Patriarchi e dei Profeti?
6. Perseverante nella notte della fede. Alla morte del Figlio, abbandonato sulla Croce, segue un tempo oscuro, il sabato santo della prostrazione e dell’attesa, in cui la tradizione cristiana ha riconosciuto un ruolo unico a Maria, la Vergine Madre di Gesù, come attesta il titolo di “Sancta Maria in Sabbato”. Mentre il Figlio giace morto nel sepolcro, la Madre custodisce la fede, abbandonata nelle mani del Dio fedele che compirà le Sue promesse. È perciò antico uso liturgico consacrare il sabato alla Vergine, quale memoria di quel “grande sabato”, nel quale in Lei si raccolse tutta la fede della Chiesa e dell’umanità, nell’attesa trepida della risurrezione. Il sabato santo di Maria parla in modo eloquente a noi, pellegrini nel grande sabato del tempo, che sfocerà nella domenica senza tramonto, quando Dio sarà tutto in tutti e il mondo intero sarà la patria di Dio. Nel tempo del silenzio di Dio, nello stupore dolente davanti al Dio crocifisso e abbandonato, viene allora da chiederci sull’esempio e con l’intercessione di Maria: credo veramente in Dio? Mi pongo in ascolto docile e perseverante del Suo progetto d’amore su di me? vivo la gioia del sapermi amato con Cristo e in Lui dal Padre, anche nel tempo della prova e del silenzio di Dio? irradio questa gioia? cerco di piacere sempre e solo a Dio nell’eloquenza dei gesti, senza inseguire l’immagine o crearmi maschere di difesa o di evasione? Possa la Vergine Madre aiutarci a rispondere con verità a questi interrogativi e a vivere, come lei l’ha vissuto, il primato dell’amore e della fede nel lungo sabato del tempo, di cui il sabato santo è figura e profezia, finché venga la domenica senza tramonto, nella quale Maria è già entrata, anticipando il destino di quanti avranno creduto nel suo Figlio, amando e sperando con l’aiuto della Sua grazia.
7. Aperti con Maria alle sorprese del Signore. Chiediamo insieme a Maria di intercedere per noi e di ottenerci una fede irradiante, una speranza viva e una carità operosa: Prega per noi, Maria, Figlia di Sion, donna dell’ottavo giorno, in cui l’Eterno compì le meraviglie della nostra salvezza! In Te, Vergine accogliente, rifulse l’Amore umile che aveva reso possibile il primo mattino degli esseri. In Te, Vergine dell’ascolto, la fede di Abramo toccò il vertice puro fra quanti credettero nell’impossibile possibilità di Dio. Per il Tuo sì ospitale la promessa divina si realizzò in Gesù, l’atteso delle genti: la notte del Tuo grembo verginale fece spazio alla Luce della vita. La notte del Tuo amore materno accompagnò i Suoi passi fino all’estremo abbandono. La notte della Tua fede umile condivise l’ora delle tenebre, quando la spada ti trapassò l’anima come i chiodi il corpo del Tuo Figlio. Il Tuo cuore trafitto custodì nella fede l’attesa innamorata dell’aurora. Tu sei la Madre dell’amore abbandonato, la Sposa dell’amore vittorioso, la Regina della notte del Messia! In Te, al compimento di quella notte, si offrì la luce dell’aurora: Tu primizia degli amati nel cuore dell’Amato, con Lui nascosta in Dio nella Tua carne di donna, meraviglioso pegno dell’umanità nuova, riconciliata per sempre nell’amore. Prega per noi, Maria, Vergine e Madre, Sposa e Regina, e ottienici dal Figlio Tuo e Redentore nostro una fede sempre più viva e innamorata, una speranza ardente, una carità umile e operosa, capaci di attrarre a Lui ogni cuore aperto alla verità che libera e salva. Amen. Alleluia.
+ Bruno
Padre Arcivescovo

La croce un appello alla sequela (Mons. Bruno Forte)

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La croce un appello alla sequela

di Mons. Bruno Forte

I cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cammino. Sanno anche che nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze.
La croce è il luogo in cui Dio parla nel silenzio: quel silenzio della finitudine uma­na, che è diventata per amore la sua finitudine. Il mistero ­nascosto nelle tenebre della croce è il mistero del dolore di Dio e del suo amore per gli uomini. L’un aspetto esige l’altro: il Dio cristiano soffre perché ama e ama in quanto soffre. Egli è il Dio che patisce con noi e per noi, che si dona fino al punto di uscire totalmente da sé nell’alienazione della mor­te, per accoglierci pienamente in sé nel dono della vita.
Nella morte di croce il Figlio è entrato nella ‘’fine” dell’uomo, nell’abisso della sua povertà, del suo dolore, della sua solitudine, della sua oscurità. E soltanto lì, bevendo l’amaro calice, ha fatto fino in fondo l’esperienza della nostra condizione uma­na: sulla via del dolore è diventato uomo fino alla possibilità estrema. Ma proprio così anche il Padre ha conosciuto il dolore: nell’ora della croce, men­tre il Figlio si offriva in incondizionata obbedienza a lui e in solidarietà con i peccatori, anche il Pa­dre ha fatto storia! Egli ha sofferto per l’Innocente consegnato ingiustamente alla morte: e tuttavia ha scelto di offrirlo, perché nell’umiltà e nell’ignominia della croce si rivelasse agli uomini l’amore trinita­rio di Dio per loro e la possibilità di divenirne partecipi. E lo Spirito, consegnato da Gesù morente al Padre suo, non è stato meno presente nel nascon­dimento di quell’ora: Spirito dell’estremo silenzio, egli è stato lo spazio divino della lacerazione dolo­rosa e amante, che si è consumata fra il Signore del cielo e della terra e colui che si è fatto peccato per noi, in modo che un varco si aprisse nell’abisso e ai poveri si schiudesse la via del Povero verso la pienezza della vita.

È sulla via della croce che troveremo Dio
 Questa morte in Dio non significa in alcun modo la morte di Dio che “l’uomo folle” di Nietzsche va gridando sulle piazze del mondo: non esiste né mai esisterà un tempio dove si possa cantare nel­la verità il “Requiem aeternam Deo”! L’amore che lega l’Abbandonante all’Abbandonato, e in questi al mondo, vincerà la morte, nonostante l’apparen­te trionfo di questa. La sorprendente identità del Crocifisso e del Risorto mostra apertamente quan­to sulla croce è rivelato “sub contrario” e garantisce che quella fine è un nuovo inizio: il calice del­la passione di Dio si è colmato di una bevanda di vita, che sgorga e zampilla in eterno (cf. Gv 7,37-­39). Il frutto dell’albero amaro della croce è la gioiosa notizia di Pasqua: il Consolatore del Crocifisso viene effuso su ogni carne per essere il Conso­latore di tutti i crocefissi della storia e per rivelare nell’umiltà e nell’ignominia della croce, di tutte le croci della storia, la presenza corroborante e trasformante del Dio cristiano. In questo senso, la sofferenza divina rivelata sulla croce è veramente la buona novella: «Se gli uomini sapessero… – scrive Jacques Maritain – che Dio “soffre” con noi e molto più di noi di tutto il male che devasta la ter­ra, molte cose cambierebbero senza dubbio, e molte anime sarebbero liberate».
La “parola della croce” (1 Cor 1,18) chiama co­sì in maniera sorprendente il discepolo alla sequela: è sulla via della croce – nella povertà, nella de­bolezza, nel dolore e nella riprovazione del mondo – che troveremo Dio. Non gli splendori delle perfezioni terrene, ma precisamente il loro contrario, la piccolezza e l’ignominia, sono il luogo privilegiato della sua presenza fra noi, il deserto fiorito dove egli parla al nostro cuore. La perfezione del Dio cristiano si manifesta proprio nelle sofferenze, che per amore nostro egli assume: la finitudine del patire, la lacerazione del morire, la debolezza della povertà, la fatica e l’oscurità del domani, sono al­trettanti luoghi, dove egli mostra il suo amore, per­fetto fino alla consumazione totale. Nella vita di ogni creatura umana può ormai essere riconosciu­ta la croce del Dio vivo: nel soffrire diventa possibile aprirsi al Dio presente, che si offre con noi e per noi, e trasformare il dolore in amore, il soffrire in offrire.

Egli vive con noi e in noi le agonie della vita
Lo Spirito del Crocifisso opera il miracolo di questa rivelazione salvifica: egli è il Consolatore della passione del mondo, colui che proclama la verità della storia dei vinti, confondendo la storia dei vincitori. Egli vive con noi e in noi le agonie del­la vita, facendo presente nel nostro patire il patire del Figlio, e perciò aprendovi un’aurora di vita, rivelazione e dono del mistero di Dio. La “kènosi” dello Spirito nelle tenebre del tempo degli uomini non è che il frutto della “kènosi” del Verbo nella storia della passione e morte di Gesù di Nazaret, l’estrema conseguenza del più grande amore, che ha vinto e vincerà la morte.
La Chiesa e i singoli discepoli del Dio trinitario, che soffre per amore nostro, vengono allora a con­figu­rarsi come il popolo della “sequela crucis”, la comunità e il singolo sotto la croce: preceduti da Cristo nell’abisso della prova, attraverso cui si apre la via della vita, i cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cam­mino. Nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze: «La cristianità stabilita dove tutti sono cristiani, ma in interiorità segreta, non somiglia alla Chiesa militante più che il silenzio della morte all’eloquenza della passione» (Kier­kegaard). La Chiesa sotto la croce è il popolo di coloro che, con Cristo e nel suo Spirito, si sforzano di uscire da sé e di entrare nella via dolorosa dell’amore: una comunità di discepoli del Dio Crocifisso al servizio dei poveri, capace di confutare con la vita i falsi sapienti e potenti di questa terra. Una Chiesa sotto la croce dice anche una comunità feconda nel dolore dei suoi membri: la sequela del Nazareno, fonte di vita che vince la morte, esige di percorrere con lui l’oscuro cammino della passione: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38 e Lc 14,27).
Il discepolo dovrà dunque “completare nella sua carne quello che manca ai patimenti del Cristo” (Col 1,24): lo farà se riuscirà a portare la più pesante di tutte le croci, la croce del presente a cui il Padre lo chiama, credendo anche senza vedere, lottando e sperando, anche senza avvertire la germinazione dei frutti, nella solidarietà con tutti colo­ro che soffrono (cf. 1 Cor 15,26), nella comunione a Cristo, compagno e sostegno del patire umano, e nell’oblazione al Padre, che valorizza ogni nostro dolore. Questa croce del presente è il travaglio della fedeltà e insieme l’esperienza della persecuzione messa in atto dai “nemici della croce di Cristo” (Fil 3,18). La “via crucis” della fedeltà è fatta dalla lotta interiore e dalle agonie silenziose dei momenti di prova, di solitudine e di dubbio, ed è sostenuta dalla preghiera perseverante e tenace di una povertà che aspetta la misericordia del Padre: la stessa “via crucis” della fedeltà di Gesù, con la differenza che egli fu solo a percorrerla, mentre noi siamo preceduti e accompagnati da lui. Questa prossimità del Signore crocifisso ai sofferenti specialmente a quelli che si trovano nella fragilità della malattia è la buona novella che come discepoli siamo chiamati ad annunciare a tutti e sempre. La croce della persecuzione è invece la conseguenza dell’amore per la giustizia e della relativizzazione di ogni presunto assoluto mondano da parte dei discepoli del Crocifisso: la loro spe­ranza nel Regno che viene, li fa inquietanti verso le miopie di tutti i vincitori e i dominatori della storia. “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi…E sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mc 10,16.22; cf. 16ss).

Il Crocifisso si identifica con i crocifissi della storia
La Chiesa sotto la croce diventa così, per la sua stessa fame e sete del mondo nuovo di Dio e per la grazia di cui è strumento, il popolo che aiuta a portare la croce e che combatte le cause ini­que delle croci di tutti gli oppressi: essa si confron­ta con le prigionie di ogni sorta di legge e con le schiavitù di ogni sorta di potere, e, come il suo Si­gnore, si pone in alternativa umile e coraggiosa nei loro confronti. Il Crocifisso non esita a identificarsi con tutti i crocefissi della storia, fino al punto di poter riconoscere nell’altro bisognoso d’amore e di cura il sacramento di lui, il “sacramento del fratello”.
Chi ama il Crocifisso e lo segue, non può non sentirsi chiamato a lenire le croci di tutti coloro che sof­frono e ad abbatterne le cause inique con la parola e con la vita. La croce della liberazione dal peccato e dalla morte esige la liberazione da tutte le croci frutto di morte e di peccato: l’ imitatio Christi crucifixi non potrà mai essere accettazione passiva del male presente! Essa si consumerà, al contrario, nell’attiva dedizione alla causa del Regno che viene, che è anche impegno operoso e vigilante per fare del Calvario della terra un luogo di risurrezione, di giustizia e di vita piena. La compassione verso il Crocifisso si traduce nella compassione operosa verso le membra del suo corpo nel­la storia: per una Chiesa, che si dibatte nel proble­ma del rapporto fra la sua identità e la sua rilevanza, fra la fedeltà e la creatività audace, questo significa il riconoscimento della possibilità risolutrice. La Chiesa si ritroverà perdendosi, porrà la sua identità esattamente nel metterla al servizio degli altri, per ritrovarla all’unico livello degno dei segua­ci del Crocifisso: l’amore.
Essere cristiani, allora, non vorrà dire soltanto andare da Dio perché lui ci faccia compagnia nel­la nostra solitudine, cercando in lui consolazione e pace: il cristiano va dal Dio sofferente anche per fargli compagnia nel suo dolore. È quello che hanno insegnato i mistici.
Al discepolo, cha fa compagnia al suo Signore schiacciato sotto il peso della cro­ce, è rivolta però la parola della promessa, dischiusa nella risurrezione, contraddizione di tutte le croci della storia: parola di consolazione e di impegno, che ha sostenuto già la vita, il dolore e la morte di tutti quanti ci hanno preceduto nel combatti­mento della fede. “Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione” (2 Cor 1,5). “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; persegui­tati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si ma­nifesti nel nostro corpo” (2 Cor 4,8-10). In colui che si sforza di vivere così, la Croce di Cristo non è stata resa vana (cf. 1 Cor 1,17): in lui si manifesterà anche la vittoria dell’Umile, che ha vinto il mondo (cf. Gv 16,33), quella vittoria promessa dal Vangelo della sofferenza di Dio, sorgente di forza cui si appella e potrà sempre appellarsi l’invocazione della fede pellegrina nel tempo.

(Teologo Borèl) Marzo 2008 – autore: mons. Bruno Forte

Publié dans:Bruno Forte |on 27 février, 2012 |Pas de commentaires »

CHI SALVA L’ANIMA? (Bruno Forte)

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CHI SALVA L’ANIMA?

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 2 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il commento dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, al libro di Vito Mancuso intitolato L’anima e il suo destino (Milano 2007), apparso su “L’Osservatore Romano” (2 febbraio 2008).

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« Salvarsi l’anima ». Questa espressione antica ha nel linguaggio della fede un senso che appare messo radicalmente in questione dal libro di Vito Mancuso, L’anima e il suo destino (Milano 2007). Il volume ha suscitato un dibattito vivace, aperto dalla stessa lettera del cardinale Carlo Maria Martini, pubblicata in apertura, che – pur con grande tatto – parla con chiarezza di « parecchie discordanze (…) su diversi punti ». L’autore si era fatto conoscere e apprezzare sin dalla sua opera prima, dal titolo suggestivo ed emblematico: Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del « Principe di questo mondo » (Casale Monferrato, Piemme, 1996). Libro significativo, questo, attraversato da una lucida critica al monismo hegeliano dello Spirito e da una drammaticità, che contra Hegel ribadisce l’inesorabile sfida del male che devasta la terra, precisamente nel suo volto diabolico e insondabile. Anche altri saggi di Mancuso mantengono viva questa tensione, che si condensa in pagine profonde lì dove egli tocca il mistero del dolore innocente o scandaglia le profondità sananti dell’amore. Anche a motivo di queste premesse, il libro sull’anima ha suscitato in me un senso di profondo disagio e alcune forti obiezioni, che avanzo nello spirito di quel servizio alla Verità, cui tutti siamo chiamati.
La prima obiezione riguarda la potenza del male e del peccato: Mancuso non esita ad affermare che il peccato originale sarebbe « un’offesa alla creazione, un insulto alla vita, uno sfregio all’innocenza e alla bontà della natura, alla sua origine divina » (167). È vero che l’intento dichiarato dall’autore non è di « distruggere la tradizione », ma di « rifondarla » (168), cercando di tenere insieme « la bontà della creazione e la necessità della redenzione »: in quest’ottica, il peccato originale non sarebbe altro che « la condizione umana, che vive di una libertà necessitata, imperfetta, corrotta, e che per questo ha bisogno di essere disciplinata, educata, salvata, perché se non viene disciplinata questa nostra libertà può avere un’oscura forza distruttiva e farci precipitare nei vortici del nulla » (170).
La spiegazione non convince: dove va a finire in essa il dramma del male, la potenza del peccato? Kant ha affermato con ben altro rigore la serietà del male radicale: « La lotta che in questa vita ogni uomo moralmente predisposto al bene deve sostenere, sotto la guida del principio buono, contro gli assalti del principio cattivo, non può procurargli, per quanto si sforzi, un vantaggio maggiore della liberazione dal dominio del principio cattivo. Il guadagno più alto che egli può raggiungere è quello di diventare libero, « di essere liberato dalla schiavitù del peccato per vivere nella giustizia » (Romani, 6, 17-18). Nondimeno, l’uomo resta pur sempre esposto agli attacchi del principio cattivo, e per conservare la propria libertà, costantemente minacciata, è necessario che egli resti sempre armato e pronto alla lotta » (Immanuel Kant, La religione entro i limiti della semplice ragione, Milano 2001, 111). Come ha osservato Karl Barth, « quello che meraviglia non è che il filosofo prenda in generale in seria considerazione il male (…) bensì il fatto che egli parli di un principio malvagio, e dunque di una origine del male nella ragione e in questo senso di un male radicale » (La teologia protestante nel XIX secolo, Milano 1979, 338). Vanificare il peccato originale e la sua forza attiva nella creatura vuol dire banalizzare la stessa condizione umana e la lotta col Principe di questo mondo, che proprio Mancuso aveva rivendicato contro l’ottimismo idealistico di Hegel.
La conseguenza di queste premesse è la dissoluzione della soteriologia cristiana: se non si dà il male radicale, e dunque il peccato originale e la sua forza devastante, su cui appoggia la sua azione il grande Avversario, la salvezza si risolve in un tranquillo esercizio di vita morale, che non vive più di alcuna tensione agonica e non ha bisogno di alcun soccorso dall’alto: « salvarsi l’anima » non sarebbe né più né meno che una sorta di autoredenzione. « La salvezza dell’anima dipende dalla riproduzione a livello interiore della logica ordinatrice che è il principio divino del mondo » – « La salvezza dell’anima non dipende dall’adesione della mente a un evento storico esteriore, sia esso pure la morte di croce di Cristo, né tanto meno dipende da una misteriosa grazia che discende dal cielo » (311).
La risurrezione di Cristo risulterebbe così del tutto superflua: essa, per Mancuso, « non ha alcuna conseguenza soteriologica, né soggettivamente, nel senso che salverebbe chi vi aderisce nella fede visto che la salvezza dipende unicamente dalla vita buona e giusta; né oggettivamente, nel senso che a partire da essa qualcosa nel rapporto tra Dio e il genere umano verrebbe a mutare » (312). Mi chiedo come siano conciliabili queste affermazioni con quanto dice Paolo: « Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede » (Prima Corinzi, 15, 14). La confessione della morte e risurrezione del Figlio di Dio fatto uomo è l’articulum stantis aut cadentis fidei Christianae! Vanificata la soteriologia, ne consegue anche lo svuotamento del dramma della libertà e la negazione della possibilità stessa della condanna eterna: l’Inferno sarebbe un « concetto (…) teologicamente indegno, logicamente inconsistente, moralmente deprecabile » (312). Convinzione della fede cattolica è al contrario che senza l’Inferno l’amore stesso di Dio risulterebbe inconsistente, perché non si darebbe alcuna possibilità di una libera risposta della creatura. « Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te »: il giudizio di Agostino richiama la responsabilità di ciascuno di fronte al suo destino eterno.
L’insieme di queste tesi si rifà a un’opzione profonda, che emerge da molte delle pagine del libro: quella che non esiterei a definire una « gnosi » di ritorno, presentata nella forma di un linguaggio rassicurante e consolatorio, da cui molti oggi si sentono attratti. « Io penso – afferma l’autore – che l’esercizio della ragione sia l’unica condizione perché il discorso su Dio oggi possa sussistere legittimamente come discorso sulla verità » (315). Il problema è di quale ragione si parla: quella totalizzante della modernità, che ha prodotto tanta violenza nelle sue espressioni ideologiche? O quella che il Logos creatore ha impresso come immagine divina nella creatura capax Dei? E se di questa si tratta, come si può assolutizzarla fino al punto da ritenere superfluo ogni intervento dall’alto, quasi che il lumen rationis escluda il bisogno del lumen fidei? Cristo sarebbe venuto invano? E la fragilità del pensare e dell’agire umano sarebbe inganno, perché nessuna debolezza originaria degli eredi del primo Adamo si opporrebbe alla potenza di una ragione ordinatamente applicata? Ben altro dice la testimonianza di Paolo, alla quale non può non attenersi una teologia, che voglia dirsi cristiana, preferendola a ogni illusoria apoteosi della ragione prigioniera di sé: « Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Non annullo dunque la grazia di Dio; infatti se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano » (Galati, 2, 20-22).
Dalla legge, da qualunque legge di autoredenzione, la salvezza non viene. Senza il dono dall’alto, nessuna salvezza è veramente possibile. Sta qui la verità della fede, il suo scandalo: proprio così, la sua potenza di liberazione, la sua offerta della via unica e vera per « salvarsi l’anima ». Pensare diversamente, non è teologia cristiana: è « gnosi », pretesa di salvarsi da sé.

Publié dans:Bruno Forte, STUDI |on 18 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

SULLA VIA DI EMMAUS. L’EDUCAZIONE E LA BELLEZZA DI DIO (Bruno Forte)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28078?l=italian

SULLA VIA DI EMMAUS. L’EDUCAZIONE E LA BELLEZZA DI DIO

ROMA, sabato, 24 settembre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la Lettera pastorale per l’anno 2011-2012 di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, dedicata al tema dell’educazione.

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1. Perché l’educazione? Ho scelto l’educazione come tema di questa lettera pastorale perché la sfida della trasmissione ai nostri ragazzi di quanto per noi veramente conta nella vita appare oggi più che mai ardua. È come se la distanza fra le generazioni si fosse improvvisamente accresciuta, sia per l’accelerazione dei cambiamenti in atto, sia per la novità dei linguaggi che il mondo del computer e della rete ci va imponendo. I “nativi digitali” – coloro cioè che sono nati nell’era di “internet” e che vi accedono con strabiliante naturalezza – fanno fatica a intendersi con gli abitanti del vecchio pianeta terra, solcato da confini e lontananze, che risultavano spesso difficilmente valicabili. Quanto viene proposto dall’opera di genitori e educatori desiderosi di far bene, rischia di essere volatilizzato dal mondo della “rete” in cui i nostri ragazzi navigano alla grande, spesso senza adeguata cautela e discernimento. Mentre il “villaggio globale” dei giovani è sempre più omologato su modelli planetari, le identità tradizionali, radicate in storia, usi e costumi, appaiono relativizzarsi e perdere di interesse ai loro occhi. Anche nell’azione pastorale ci sembra a volte di rispondere a domande che nessuno pone o di porre domande che non interessano più nessuno! La realtà di un mondo senza Dio, in cui non di rado ci pare di trovarci, è forse solo il frutto di questo “Dio senza mondo”, che tale risulta a molti cui vorremmo proporlo, che parlano ormai linguaggi totalmente diversi dai nostri. Come affrontare la sfida educativa che ne consegue? Come dire ai nostri ragazzi ciò che veramente ci sta a cuore, vita della nostra vita, senso delle nostre fatiche e speranza dei nostri giorni? È a domande come queste che più volte ci ha invitato a rispondere Papa Benedetto XVI, che all’educazione alla fede ha dedicato tutta la sua vita di teologo e di pastore. È a tali domande che i Vescovi italiani hanno scelto di prestare la loro attenzione prioritaria in questi anni dieci del terzo millennio. È su di esse che vorrei anch’io riflettere con voi con questi pensieri brevi ed essenziali. Scelgo, perciò, di parlarvi della sfida educativa e lo faccio a partire da un’icona biblica, quella dei discepoli di Emmaus, cui si affianca sulla via un viandante dapprima non riconosciuto, Gesù, che li introduce progressivamente alla realtà tutta intera del suo mistero (Luca 24, 13-35). Mi sembra che il modello del Figlio di Dio, che si fa educatore dei due discepoli tanto simili a noi e ai nostri ragazzi, come noi “stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti”, possa aiutarci a capire come rispondere alla sfida tanto urgente e decisiva dell’educazione.
2. In cammino sulla via di Emmaus: la posta in gioco. Ciò che il racconto di Emmaus ci fa anzitutto capire è che l’educazione è un cammino: essa non avviene nel chiuso di una relazione esclusiva e rassicurante, decisa una volta per sempre, ma si pone nel rischio e nella complessità del divenire della persona, teso fra nostalgie e speranze, di cui è appunto figura il cammino da Gerusalemme a Emmaus percorso dai due discepoli e dal misterioso Viandante. Siamo tutti usciti dalla città di Dio, in quanto opera delle Sue mani, e andiamo pellegrini verso il domani nell’avanzare della sera, bisognosi di qualcuno che ci stia vicino, sulla cui presenza affidabile poter contare: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto” (v. 29). Tutti siamo incamminati verso l’ultimo silenzio dell’esistenza che muore! Proprio nel confronto con l’enigma della morte, però, si affacciano alla mente e al cuore due radicali e opposte possibilità: ritenersi “gettati verso la morte” (come pensa il filosofo Martin Heidegger, riflettendo sulla condizione umana) o considerarsi “mendicanti del cielo” (come sostiene per esempio il pensatore cattolico Jacques Maritain), destinati alla vita vittoriosa sulla morte della Gerusalemme celeste. Se l’uomo è solo in questo mondo, l’ultima parola sul suo destino non potrà che essere quella del finale silenzio in cui la sua esistenza si spegnerà. Se invece c’è un Dio d’amore, ogni essere personale è un “tu” unico e singolare cui quest’amore è rivolto, e che come tale vive e vivrà per sempre grazie all’eterna fedeltà dell’interlocutore divino. La tristezza dei due discepoli all’inizio del racconto di Emmaus è quella di chi teme che la morte l’abbia vinta sulla vita; l’entusiasmo con cui ripartono nella notte per andare ad annunciare a tutti di aver incontrato il Risorto è quello di chi sa che la vita ha vinto e vincerà la morte. Fra le due opzioni la scelta è decisiva e va fatta ogni giorno: ecco perché siamo tutti, sempre, in cammino sulla via dell’educazione, per scegliere sempre di nuovo ciò su cui sta o cade il senso ultimo della nostra vita. Ed ecco perché l’annuncio della vita vittoriosa sulla morte deve risuonare ogni giorno, in un’incessante testimonianza vissuta nella condivisione del cammino e nella proposta umile e coraggiosa della buona novella dell’amore: è questa la “nuova evangelizzazione” di cui ogni generazione ha bisogno. Non va mai dato per scontato l’annuncio del senso e della bellezza della vita vista nell’orizzonte di Dio e del Suo eterno amore. Ci sarà sempre bisogno di educatori, che siano persone dal cuore nuovo, capaci di cantare il cantico nuovo della speranza e della fede lungo le vie, talvolta tortuose e scoscese, che i pellegrini del tempo sono chiamati a percorrere. Chi educa non dovrà mai dimenticare che la posta in gioco nell’educazione è la scelta decisiva della persona, l’opzione fondamentale che qualificherà il suo stile di vita e le singole decisioni settoriali. La meta di un’educazione piena e realizzante non può che essere la scelta libera e fedele del bene, la sola che consenta alla persona di entrare nell’obbedienza al disegno di Dio su di lei, dov’è la sua vera pace, come afferma Dante: “E in la sua volontade è nostra pace / ell’è quel mar al qual tutto si move / ciò ch’ella cria e che natura face” (Paradiso, Canto III, 85).
3. Le condizioni del cammino educativo. Il racconto di Emmaus ci fa anche comprendere quali sono le condizioni fondamentali di una relazione educativa. La prima riguarda la dimensione del tempo: occorre aver tempo per l’altro e dargli tempo, accompagnandolo nella durata con fedeltà, vivendo con perseveranza la gratuità del dono del proprio tempo. Oggi si parla di “banca del tempo” per dire quanto è prezioso il mettere a disposizione degli altri gratuitamente anche solo qualche ora della nostra settimana: l’impegno educativo esige un’immensa disponibilità a spendere le risorse di questa banca. Chi ha fretta o non è pronto ad ascoltare e accompagnare pazientemente il cammino altrui, non sarà mai un educatore. Tutt’al più potrà pretendere di proporsi come un modello lontano, alla fine poco significativo e coinvolgente per la vita degli altri. Gesù sulla via di Emmaus avrebbe potuto svelare subito il suo mistero: se non lo ha fatto, è perché sapeva che i due discepoli avevano bisogno di tempo per capire quanto avrebbe loro rivelato, e forse – come dice Sant’Ireneo agli albori della riflessione cristiana – perché anche Dio ha bisogno di tempo per imparare a farsi vicino alla sua creatura così fragile e incostante. Come in ogni rapporto basato sull’amore, anche nel rapporto educativo il dono del tempo è il segno più credibile del proprio coinvolgimento al servizio del bene dell’altro. Comprendiamo così una seconda condizione necessaria a stabilire una vera relazione educativa, del tutto evidente nel racconto di Emmaus: occorre camminare insieme.Prima che essere per l’altro, chi educa deve stare con l’altro. L’educazione avviene attraverso la condivisione, la comprensione e ildialogo: l’essere genitori nella relazione ai figli, l’insegnamento vissuto nel porsi accanto e di fronte a chi apprende, la testimonianza resa a chi vorremmo condurre all’incontro con Cristo, esigono compagnia della vita e della parola… Il fallimento di un’educazione solo autoritaria, che neghi il valore del dialogo e dell’ascolto dell’altro, si dimostra da sé. Sarebbe parimenti sbagliato, però, pensare che l’educazione possa realizzarsi solo fra pari: l’egualitarismo educativo ha combinato disastri. Il dialogo non significa appiattimento delle differenze: non si amano gli altri se non si è se stessi, accettando anche l’inevitabile diversità da loro. “Se mi ami, dimmi di no” è un valido progetto educativo, se inserito in una rete di attenzione e di amore, che non escluda le differenze, ma le porti all’incontro reciprocamente arricchente. Anche in campo educativo è urgente realizzare la “convivialità delle differenze” (don Tonino Bello)!
4. La compagnia di Gesù. Il comportamento del misterioso Viandante sulla via di Emmaus risulta dunque anzitutto quello di chi si fa prossimo all’altro: egli fa compagnia al cammino dei due. “Gesù in persona si accostò e camminava con loro” (v. 15). Accompagnarsi, porre domande, ascoltare le risposte, leggere il cuore dell’altro e farlo ardere con l’annuncio della parola di vita, accendere il desiderio e corrispondervi coi gesti della condivisione: questo è la compagnia della vita, lo spezzare insieme il pane dei giorni (compagnia viene da “cum – pane”, pane condiviso), stando in cammino con l’altro per comprendere e parlare al suo cuore e trasformarlo. Non si tratta insomma tanto di insegnare dall’alto di una cattedra, ma di contagiare la vita con l’eloquenza della vita stessa: “Il mondo di oggi – diceva Paolo VI – ascolta più volentieri i testimoni che i maestri; e, quando ascolta i maestri, lo fa perché sono anche testimoni”. Chi educa deve insomma farsi prossimo: la luce della vita si trasmette nella reciprocità fra i due; nell’attenzione all’altro; nella pazienza di accettare i suoi tempi e di stimolarne le scelte. Come amava ripetere John Henry Newman, “cor ad cor loquitur”, è il cuore che parla al cuore. Accompagnare vuol dire prevenire e accogliere l’altro nell’amore: “Nulla maior est ad amorem invitatio quam praevenire amando”, scrive Sant’Agostino all’amico che gli chiedeva come educare i difficili ragazzi dei suoi tempi (De catechizandis rudibus, 4) – “Non c’è invito più grande all’amore che prevenire amando”. Chi educa deve amare per primo e senza stancarsi, o non educa affatto. Per essere buoni educatori bisogna dare amore ricordandosi sempre dell’amore ricevuto e accettando di lasciarsi continuamente educare dall’amore. Chi sa accogliere, sa anche donare! Per accompagnare fedelmente l’altro, l’educatore deve dimostrargli di apprezzarlo, deve valorizzarlo, perché chi va educato ha bisogno anzitutto di fiducia, di quel sentirsi amato che gli consentirà anche di lasciarsi correggere e ammonire. L’incoraggiamento e l’elogio sono spesso più utili del rimprovero, perché danno la forza di impegnarsi a migliorare. Il rigorismo stanca e deprime. Solo l’amore eleva e incoraggia ed è vita che genera alla vita…
5. La memoria di quanto veramente conta per noi. Gesù non si limita ad accompagnare i due discepoli: egli li stimola, li ammonisce con amore e soprattutto schiude loro il senso della storia della salvezza, per introdurvi il loro cuore inquieto e aprirlo allo stupore davanti al dono dell’amore divino: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (v. 27). Facendo memoria delle meraviglie compiute da Dio per il suo popolo, il misterioso Viandante introduce i due nella realtà totale del suo mondo vitale, apre il tesoro del suo cuore e fa loro comprendere ciò che tutti abbiamo ricevuto dal Padre celeste e di cui viviamo veramente. Il “rischio educativo” consiste nell’inserire la persona nella pienezza del reale, e dunque nella tradizione viva della fede e dell’amore che nutrono la vita e ci trasmettono la luce che viene dal passato della salvezza, aprendoci alla novità del futuro della promessa: ci viene da pensare a tutti quelli che ci hanno trasmesso il dono della fede, dai genitori, ai nonni, ai sacerdoti, ai consacrati, agli educatori che hanno segnato la nostra vita. Veramente, l’educazione è opera totale, “cattolica”, nel senso etimologico del termine (“kath’òlou” = in pienezza): formando al grande abbraccio della realtà, grazie all’opera educativa perseverante e integrale, la vita suscita e contagia la vita, il dono ricevuto si fa amore donato, la verità accolta e trasmessa libera e salva. È necessario però che la memoria sia come quella evocata da Gesù, viva, pericolosa, non asettica e inerte: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (v. 32). Solo la parola convinta e la testimonianza credibile di ciò di cui abbiamo fatto esperienza sono in grado di accendere la vita. La memoria va insomma partecipata all’altro con amore, come avviene in Gesù, che al culmine del cammino condiviso si rivela nel gesto dello spezzare il pane benedetto, di offrire e condividere il dono di Dio nel dono di sé. Il Maestro non comunica solo con la parola, ma lo fa anche col gesto: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (vv. 30 e 31). Il gesto benedicente si unisce al segno della condivisione del pane, della vita, del cuore. La comunione è forza educativa, rete relazionale attraverso cui è possibile introdurre l’altro alla pienezza della vita: solo in una relazione di amore fedele, di comunione generosa e piena, passa la vita che illumina la vita, tanto fra genitori e figli, quanto in generale fra insegnanti e alunni, fra educatori e discepoli, fra pastori e popolo loro affidato, fra catechisti e catechizzandi…
6. La profezia della vita nuova e piena. Gesù infine schiude ai due discepoli un nuovo futuro, aprendo il loro cuore a una speranza affidabile: egli accende la profezia, contagiando loro il coraggio e la gioia. È scopo dell’educazione schiudere orizzonti, raccogliere le sfide e accendere la passione per la causa di Dio tra gli uomini, che è la causa della verità, della giustizia e dell’amore. Gesù procede per tappe: si fa vicino, spiega le Scritture, alimenta il desiderio, si fa riconoscere e offre ai due l’annuncio di sé, della sua vittoria sulla morte: “Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro… E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (vv. 15 e 27). “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista” (vv. 30-31). Si accende nei cuori dei due una “grande gioia” (v. 41). È da questa gioia che scaturisce l’urgenza di partire subito per portare agli altri la buona novella di cui sono ormai testimoni: “E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (vv. 33-34). L’incontro vissuto esige di essere testimoniato: non puoi fermarti a ciò che hai avuto in dono. Devi a tua volta donarlo, camminando sulle tue gambe e facendo le scelte della tua libertà. L’educazione o genera testimoni liberi e convinti di ciò per cui vivono, o fallisce il suo scopo. Chi educa non deve creare dipendenze, ma suscitare cammini di libertà, in cui ciascuno viva la propria avventura al servizio della luce che gli ha illuminato il cuore. “Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (v. 35). L’educazione ha raggiunto il suo fine quando chi l’ha ricevuta è capace di irradiare il dono che lo ha raggiunto e cambiato: “Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia – affermava il Card. Ratzinger pochi giorni prima della sua elezione a Successore di Pietro, parlando a Subiaco il 1 Aprile 2005 – sono uomini che, attraverso una fede illuminata, rendano Dio credibile in questo mondo… Uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando di lì la vera umanità, uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore… Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini”. Educare, insomma, non è clonare, ma accendere la vita col dono della vita, suscitando i cammini di libertà di un’esistenza significativa e piena, spesa al servizio della verità che sola rende e renderà liberi.
7. Contagiati dal Risorto, educare come lui. L’icona biblica di Emmaus ci consente così una definizione sintetica dell’azione educativa: educare è accompagnare l’altro dalla tristezza del non senso alla gioia della vita piena di significato, introducendolo nel tesoro del proprio cuore e del cuore della Chiesa, rendendolo partecipe di esso per la forza diffusiva dell’amore. Chi vuol essere educatore deve poter ripetere con l’apostolo Paolo queste parole, che sono un autentico progetto educativo: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2 Corinzi 1,24). Sullo stile educativo di Gesù, quale emerge dal suo rapporto con i discepoli di Emmaus, dobbiamo esaminarci tutti, chiedendoci se e fino a che punto il nostro impegno al servizio dell’educazione sia fatto analogamente di compagnia, memoria e profezia. Facilmente il bilancio ci sembrerà perdente: ci conforta tuttavia il fatto di non essere soli. Dio – che ha educato il suo popolo nella storia della salvezza – continua a educarci e a educare: “Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Giovanni 14,26). Non rinunciamo dunque a raccogliere la sfida educativa, qualunque sia il livello di responsabilità che ci è dato di vivere. Affidiamoci a Maria, che come Madre è stata anche singolare educatrice del Figlio di Dio fatto uomo, nella quotidianità della vita della Santa Famiglia di Nazaret. E confidiamo nel divino Maestro, dicendogli con semplicità e fiducia: “Signore Gesù, Tu ti sei fatto compagno di strada dei discepoli dal cuore triste, incamminati dalla città di Dio verso il buio della sera. Hai fatto ardere il loro cuore, aprendolo alla realtà totale del Tuo mistero. Hai accettato di fermarti con loro alla locanda, per spezzare il pane alla loro tavola e permettere ai loro occhi di aprirsi e di riconoscerti. Poi sei scomparso, perché essi – toccati ormai da te – andassero per le vie del mondo a portare a tutti l’annuncio liberante della gioia che avevi loro dato. Concedi anche a noi di riconoscerti presente al nostro fianco, viandante con noi sui nostri cammini. Illuminaci e donaci di illuminare a nostra volta gli altri, a cominciare da quelli che specialmente ci affidi, per farci anche noi compagni della loro strada, come tu hai fatto con noi, per far memoria con loro delle meraviglie della salvezza e far ardere il loro cuore, come tu hai fatto ardere il nostro, per seguirti nella libertà e nella gioia e portare a tutti l’annuncio della tua bellezza, col dono del tuo amore che vince e vincerà la morte. Amen. Alleluia”.

Publié dans:Arcivecovi e Vescovi, Bruno Forte |on 24 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

Beati i cercatori di Dio (intervista a Mons Bruno Forte)

dal sito:

http://www.stpauls.it/jesus/0908je/0908je94.htm

INTERVISTA – MONSIGNOR BRUNO FORTE

Beati i cercatori di Dio

di Vittoria Prisciandaro 

È rivolta a «tutti coloro che hanno a cuore la domanda di felicità» l’originale Lettera ai cercatori di Dio scritta di recente dai vescovi italiani. Un documento che invita a riflettere sulla « questione del senso » e che intende parlare a tutti, credenti e non credenti. Ce ne spiega il perché il presidente della Commissione della Cei che l’ha stilata.
Un gesto di amicizia. Così i vescovi italiani chiedono di interpretare la Lettera ai cercatori di Dio che reca la data del 12 aprile, giorno di Pasqua, ed è stata presentata all’assemblea della Cei nel maggio scorso. Il testo è rivolto a «tutti coloro che hanno a cuore la domanda di felicità», spiega monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi. «I cercatori di Dio non sono soltanto quelli che cercano Dio non conoscendolo, ma anche i credenti, che restano sempre degli assetati dell’amore assoluto e della felicità che esso dona, e crescono nella conoscenza della fede a partire da domande sempre nuove. Cercatori di Dio possono considerarsi perfino gli indifferenti, quelli che sembrano lontani o distratti, e che però non possono non sentire nel cuore il desiderio di una vita piena e felice».
Il testo è diviso in tre parti: nella prima il lettore è invitato a riflettere sulle domande di senso che uniscono tutti, presentate attraverso vari temi, dalla ricerca di felicità alla giustizia, dalla fragilità al rispetto dell’ambiente; nella seconda parte si testimonia il cuore dell’annuncio cristiano e si presenta la comunità dei credenti riuniti nella Chiesa; nella terza si fa una proposta di incontro con Gesù Cristo nella preghiera, nella Parola, nei sacramenti, nel servizio della carità e nel desiderio della vita eterna. Stampato in edizioni diverse, a costi diversi e comunque accessibili a tutti, il volumetto può essere variamente utilizzato: per la meditazione personale, ma anche per la catechesi per giovani e adulti, o per incontri a tema. «Testimoniare la bellezza dell’avventura cristiana è oggi quanto di più necessario ci sia di fronte alle insicurezze, alle solitudini, alle inquietudini e ai naufragi della nostra post-modernità», aggiunge Forte.
A proposito dei cercatori di Dio, si parla di «atei per amore». A chi si riferisce la Lettera?
«L’ateismo può essere pensato in due modi: c’è l’ateismo superficiale di chi dice con sicurezza « Dio non c’è », non si sa se per comodo o per evadere la domanda, e costui è già definito « stolto » dalla Bibbia. E poi c’è un ateismo tragico, di coloro che soffrono l’assenza di Dio e non riescono a credere. Questo ateismo pensoso, inquieto, è certamente di singolare nobiltà. Ma proprio questo tipo di ateo è vicino al credente, se è vero che del credente si può dare questa definizione: « Un ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere ». È questo il punto di incontro fra credenti e non credenti, che siano non negligenti nel porsi le domande vere: la ricerca di Dio, la lotta con Lui, il percepire Dio non semplicemente come la proiezione di un desiderio e di un’attesa, ma come l’Altro che viene a me e sovverte e inquieta anche la mia attesa, e proprio così mi rende vivo e libero. È proprio questa ricerca che si offre come un vero punto di incontro tra credenti e non credenti, un cammino di dialogo che anche la Lettera ai cercatori di Dio vorrebbe favorire».
In un altro passaggio del testo si afferma che la differenza, più che tra credenti e non credenti, è tra pensanti e non pensanti. Cosa si vuole sottolineare marcando questa differenza?
«Come vescovi vogliamo dire un grande « no » alla negligenza del pensiero, dell’inquietudine, della ricerca. Il « sì », invece, è alla continua, appassionata ricerca del volto di Dio, che deve caratterizzare il credente, perché è inesauribile la profondità dell’Amato, del Signore da conoscere; e il non credente, serio e pensoso, perché nessuno può appagarsi con la risposta facile « Dio non c’è ». In realtà il mistero di Dio intriga tutti, la ricerca di Dio qualifica la vita di tutti. Un ebreo tedesco che ebbi occasione di conoscere anni fa, un artista sopravvissuto alla Shoah, mi diceva: « Vivere è cercare Dio, vivere veramente è trovare Dio ». Credo che questo sia profondamente vero. Ecco perché tutti dobbiamo essere cercatori. La preghiera e l’auspicio di questa Lettera è che possa aiutare a cercare Dio, ma anche a farne esperienza nella sua Chiesa».
«Lo scontro tra amore e tradimento ci mette in una condizione di inquietudine che scopriamo sempre presente e nuova»: quanto, nell’esperienza pastorale, si fa i conti con questa dimensione e quanto incide sulla fede delle persone?
«Enormemente. Chi ha esperienza di pastore si rende conto di come il cuore dell’uomo sia uno straordinario incrocio di tensioni e contraddizioni, e come anche nella vita delle persone più luminose e vicine all’esperienza di Dio esistano tanti momenti di buio, di angoscia, di paura, di contraddizione possibile. E, viceversa, anche in chi sembra del tutto lontano da Dio ci sono a volte dei barlumi di Vangelo straordinariamente eloquenti. Ecco perché è sempre necessario accompagnare l’uomo con amicizia e rispetto: abbiamo bisogno sempre di più di una Chiesa nello spirito della Gaudium et Spes, non dirimpettaia del mondo, ma amica, vicina, che si mescola con la gente, ne assume le domande, le attese, le sofferenze e proprio così annuncia con coraggio, con fedeltà e in maniera credibile il Vangelo di Gesù».
La sfida della fragilità e il significato della vulnerabilità sono temi ricorrenti nelle prime pagine della Lettera. Seguendo le vicende della cronaca recente viene in mente un’icona dei nostri giorni, Michael Jackson, uomo ricco, carriera leggendaria, eppure morto in solitudine…
«Credo sia importante distinguere le oggettive capacità, da credenti diremmo « i doni di Dio », che Michael Jackson ha ricevuto nella sua vita professionale, come la capacità di lanciare uno stile di arte musicale che ha parlato al cuore di tanti, da quella che invece è la vicenda personale dell’uomo, che nel caso specifico mi sembra segnata da tanta fragilità e da tanti punti oscuri tutt’altro che esemplari. Occorre certo comprensione e affidamento alla misericordia di Dio, ma è anche chiaro che sarebbe profondamente sbagliato proporre questi aspetti più negativi e oscuri come modello ai nostri giovani. Una cosa è l’arte, la musica, la bellezza che egli è riuscito a inventare; altra cosa la vicenda di fragilità, dolore, oscurità morale e culturale sul piano personale. I giovani vanno aiutati a tener presente questa distinzione per evitare di confondere un idolo, un modello, una rockstar, con una vicenda umana che proprio di fronte al dramma della sua morte in solitudine si rivela piena di contraddizioni e fragilità».
Nella Lettera c’è un passaggio sulla dignità del lavoro in cui si sottolinea l’importanza del riposo. Visto che ormai le dinamiche del lavoro sono sempre meno governabili dal singolo e sembra perduta la battaglia per il riposo domenicale, come recuperare il valore della festa?
«Recuperando anzitutto il valore della dignità della persona umana. Il lavoro è certamente un’espressione fondamentale dell’uomo, ma guai a farlo diventare un assoluto che schiacci la dignità della persona. Non c’è dubbio che, dove si perde il senso della festa, dove si vive per lavorare invece di lavorare per vivere, lì è anche la dignità e la qualità della vita dell’uomo che viene compromessa. Dicendo che lavoro e festa devono essere coniugati e che è necessario rispettare le festa per dare piena dignità all’uomo e al suo lavoro, la Lettera non fa altro che mettersi dalla parte dell’uomo, della sua dignità, che si perde nella schiavitù del lavoro, dove manca il senso della festa e della libertà. Dignità che viene invece ritrovata se si ha un riferimento ultimo, che per il credente è il Dio da celebrare nella festa della domenica, nella gioia di un cuore che loda».
La Lettera parla del bisogno di avere profeti disarmati. Chi lo è oggi? Chi lo è stato nel passato prossimo?
«I profeti disarmati sono coloro che annunciano con coraggio e fedeltà il Vangelo di Gesù e non contano sui mezzi umani per imporlo agli uomini, ma unicamente sull’irradiazione della sua forza e della sua bellezza. In questo senso i profeti disarmati sono i santi, che sono spesso ben più numerosi di quelli che la Chiesa può o riesce a canonizzare. Sono sparsi tra la folla, quasi inevidenti, perché la loro testimonianza si consuma nella fedeltà di ogni giorno: penso a numerosi lavoratori, uomini e donne; ai genitori che danno la vita per i loro figli nel quotidiano di una testimonianza umile, silenziosa e fedele. Ma penso anche a tanti atti di generosità che si compiono quotidianamente nei nostri ospedali, nelle nostre carceri, dove ci sono persone anziane bisognose di affetto… I nomi di queste persone sono scritti nei cieli e questo è l’esempio più eloquente che si possa dare dei profeti disarmati. Ma se vogliamo proprio indicare dei nomi a noi vicinissimi nel tempo pensiamo a figure come madre Teresa di Calcutta, come Giovanni Paolo II, Chiara Lubich, soltanto per citare qualcuno che è già ora alla presenza di Dio, ma ha inciso e segnato profondamente con la sua opera i giorni in cui viviamo. Il Signore non è mai stanco di suscitare nella Chiesa questi profeti, ed essi continuano ad annunciare la forza liberante del Vangelo».
Uno dei temi affrontati è l’ambiente. Ritiene che la salvaguardia del creato sia sempre più un impegno ecumenico da condividere con i fratelli delle altre Chiese?
«Direi proprio di sì, e di questo è segno evidente la Giornata per il creato, che è stata inaugurata nel 2006, il primo settembre, giorno di inizio dell’anno liturgico ortodosso: un appuntamento che unisce ora i cristiani nel richiamare come la fede in Dio e la spiritualità si collochino anche nel rispetto del creato e dell’ambiente che Dio ha voluto per l’uomo. Credo che la coscienza per questa sensibilità e spiritualità ecologica vada crescendo e sia qualcosa da stimolare ed educare perché possiamo preparare per chi verrà dopo di noi una terra abitabile e accogliente secondo il disegno di Dio. Il grande rischio, con gli strumenti che l’uomo oggi possiede sul piano tecnico, è che se non cresce questa sensibilità si possa distruggere il mondo in cui il Creatore ci ha posto come custodi del giardino e non come despoti».
Nella seconda parte la Lettera sintetizza in breve il cuore del messaggio cristiano e parla poi della Chiesa e dell’esercizio dell’autorità, temi su cui il dialogo è più complesso…
«La seconda parte della Lettera parla prima di tutto di Gesù Cristo e della Trinità. Si parla dell’annuncio, il kérygma, la buona notizia: non siamo soli in questo mondo, Dio ci ama e ci ha mandato suo Figlio, il quale ci ha aperto la via alla vita eterna, alla salvezza dal male e alla possibilità di imparare ad amare e a camminare uniti nell’amore verso la patria di Dio. Questo primato del primo annuncio mi sembra la cosa più importante e bella della seconda parte. Alla luce di questo primato della buona novella, la Chiesa si offre come serva, strumento per portare gli uomini a Dio e Dio agli uomini. E anche l’autorità della Chiesa non è vista come autoritarismo dispotico, ma come strumento per garantire e testimoniare nella fedeltà il Vangelo di Gesù affidato agli Apostoli e ai loro successori. Anche se in vasi di creta, è il tesoro di Dio affidato alla Chiesa».
La Lettera insiste molto sull’importanza del dialogo. Il dialogo ai tempi di Facebook e Twitter diventa chance o perdita?
«La Rete è una grande sfida e può rappresentare le due cose. Può essere la caduta in un reale anonimato, dove si finge che il virtuale sia reale, cioè che le relazioni virtuali siano relazioni umane piene; ma può essere anche una straordinaria possibilità di contatto e conoscenza, di incontri veri e profondi, sia con strumenti del sapere, che con persone in ricerca. Ecco perché è importante l’educazione all’uso della Rete e il non diventarne schiavi e prigionieri. Ricordo spesso che il linguaggio della Rete, che di fatto si usa soprattutto in inglese, è fortemente teologico: to save, salvare; to convert, convertire; to justify, giustificare… Sono termini che – seppure inconsapevolmente – rivelano come, al di là della fugacità e della volatilità del contatto virtuale, ci sia un bisogno di permanenza, di stabilità, di profondità. Direi perfino un bisogno di conversione, che può essere valorizzato se l’uso della Rete è equilibrato e al servizio della crescita spirituale e umana della persona».
La Lettera ha uno stile dialogante, un modo di proporsi in positivo. Un tono diverso da altri documenti. Una scelta precisa?
«Il dialogo è non soltanto proporsi all’altro con tutta la verità di sé stessi, ma anche essere disposti ad accoglierlo nel nostro cuore, sforzandoci di discernere il bene e la verità che ci vengono da lui / lei, ma anche con la sincerità di dire quelli che ci sembrano i limiti o i punti non condivisibili. Il dialogo non è mai irenismo, ma è crescita comune nella verità e nell’amore».
Quali contributi anche delle scienze umane sono confluiti nella stesura del testo? A parte gli autori citati, mi pare si colga l’influenza di alcuni pastori: don Tonino Bello, ma anche il magistero del cardinale Martini…
«Certamente i vescovi che hanno lavorato a questa Lettera, quelli della Commissione della fede, dell’annuncio e della catechesi che presiedo, ma anche tutti gli esperti che sono stati convocati in diversi seminari nazionali – esperti di scienze umane, di comunicazione, di Bibbia, di teologia, di pastorale, di filosofia… – hanno contribuito a fare di questo testo una sorta di punto di incontro di sensibilità varie, di anime plurali della Chiesa italiana. Insieme ai testimoni citati, ce ne sono altri. Tutto questo ci serve a capire che non è la lettera di un singolo protagonista, ma la voce di pastori che si sono a loro volta messi in discussione e in ascolto di tutti, per poter comunicare ai cuori inquieti la gioia e il tesoro di Dio, con un linguaggio accessibile e non tecnico. Lo dimostra tra l’altro il fatto che la Lettera sia stata approvata all’unanimità dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana».
Agosto è il mese delle vacanze per eccellenza. Un tempo propizio per riprendere la Lettera come lettura spirituale e stimolo alla riflessione?
«Lo proporrei di sicuro, perché mi sembra che la vera vacanza non sia mai lo stordimento, la fuga dalla ricerca della verità. La vacanza vera è anche dedicare più tempo allo spirito, alle possibilità interiori, è nutrimento intellettuale, spirituale, non solo attraverso la bellezza dei luoghi, il riposo fisico, ma anche attraverso stimoli che vengono dalla lettura, dall’incontro con persone significative, dall’apertura a segnali dell’opera dell’uomo nella storia, come l’arte. In questo senso la Lettera può essere un canovaccio per vivere i giorni di vacanza con uno stimolo semplice e profondo alla riflessione e alla ricerca della felicità, che in ultima analisi è la ricerca del Dio, che ama infinitamente tutti e ciascuno di noi: precisamente il Dio di Gesù Cristo, che la Lettera intende proporre a chiunque sia in ricerca di luce, di amore, di felicità».

Vittoria Prisciandaro

Publié dans:Bruno Forte |on 29 juillet, 2011 |Pas de commentaires »

PUÒ DIO SOFFRIRE? (Bruno Forte)

dal sito:

http://www.dimensionesperanza.it/aree/formazione-religiosa/teologia/item/3949-puo-dio-soffrire-bruno-forte-.html?tmpl=component&print=1

PUÒ DIO SOFFRIRE?

di Bruno Forte *

Vorrei aiutare la contemplazione del volto del Dio sofferente – il Padre/Madre dell’amore della tradizione biblica -, ponendomi in ascolto della Sua rivelazione in tre tappe, tese a scrutare rispettivamente il volto del Dio d’Israele, il volto del Dio di Gesù e quello del Dio della Chiesa.
a) Il Dio d’Israele. In ebraico c’è una metafora pregnante per dire l’amore di Dio: “rachamim”, termine che letteralmente significa “viscere materne”. Il Dio dei “rachamim” è il Dio visceralmente innamorato dell’uomo («per viscera misericordia Dei nostri», dice la trasposizione latina): Colui che è il Padre della “hesed”, l’amore forte e fedele, è anche il Padre/Madre della tenerezza, il Dio dell’infinita misericordia. Dice Isaia 49,14-16: “Sion ha detto: il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io non mi dimenticherò mai di te. Ecco ti ho disegnato sul palmo delle mie mani”. Questo è il Dio d’Israele: un Dio materno, che conosce tenerezza e usa misericordia, che ci tiene sempre sotto gli occhi, perché ci ha disegnato sul palmo delle sue mani.
Questo Dio non ha esitato a farsi piccolo perché noi possiamo esistere davanti a Lui: è quanto esprime la dottrina, cara alla mistica ebraica, dello “zim-zum”, del divino “contrarsi”, chiave del mistero della creazione. Un frammento anonimo medioevale afferma: “Come fece uscire e creò il mondo? Come un uomo che raccolga il respiro e si concentri in sé, affinché il piccolo contenga il grande, così Egli concentrò la sua luce… e il mondo fu nella tenebra. In questa tenebra Egli incise le rocce e intagliò le pietre, in modo da trarne le meraviglie della sapienza”. Dio si limita in se stesso per creare spazio alle sue creature, come fa una madre quando concepisce un figlio; Dio si fa piccolo perché vuole davanti a sé donne e uomini liberi. Il Suo amore giunge al punto da accettare il rischio della nostra libertà, anche della libertà di rifiutarlo. Perciò il Dio della tradizione biblica è il Dio umile: nessuno può esserlo come Lui, perché Lui solo può farsi piccolo, Lui solo può veramente “contrarsi”! Voce di una profonda esperienza mistica, Meister Eckhart dirà: “La virtù che ha nome umiltà è radicata nel fondo della deità”. E prima di lui Francesco – nelle Lodi del Dio Altissimo -si rivolge al Dio amato, verità e bellezza infinite, dicendoGli: “Tu sei umiltà!”.
Questo Dio umile si è destinato a tal punto alla Sua creatura per amore, da seguire il cammino dei suoi figli con trepidante partecipazione: è quanto esprime la dottrina della “shekinah”, la “dimora” di Dio nella storia del suo popolo. Si tratta di una presenza così profonda e vicina da divenire condivisione del dolore e della gioia. Dice un commovente “midrash” della fine del IV secolo: “In qualunque luogo furono esiliati gli ebrei la Shekinah andò con loro. Andarono in esilio in Egitto e là andò la Shekinah… andarono esuli in Babilonia, ed essa andò con loro… furono in Edom ed essa era con loro… ma quando torneranno, la Shekinah farà ritorno insieme a loro”. Il Padre d’Israele è, dunque, tutt’altro che il Dio lontano che schiaccia l’uomo: è anzi il Dio che ha tratti di compassione e di tenerezza anche quando giudica. Il suo è il giudizio di verità e di amore di chi ti conosce e ti ama fino al punto da soffrire per te: perciò il giudizio divino è il solo che può rivelarti veramente a te stesso.
Questo Dio di luce e di misericordia chiede all’uomo una sola risposta, la “teshuvà”. SHV è la parola che noi traduciamo con convertirsi e che in ebraico significa “ritornare a casa”. Dio desidera che noi torniamo nella sua casa. Colui che ci ha creati liberi per amore, nell’amore aspetta il nostro ritorno: la Sua non è un’attesa indifferente, ma vive dell’ansia e della sofferenza dell’amore, come rivela la gioia espressa nella festa del ritorno. Qui si intravedono i tratti del Padre presentato nella parabola di Gesù in Luca 15, sintesi della rivelazione del Dio biblico come Dio della tenerezza e della misericordia. Osea 11,7-8 afferma in questa stessa direzione: “Il mio popolo è duro a convertirsi; chiamato a guardare in alto nessuno solleva lo sguardo. Come potrei abbandonarti Efraim, come consegnarti ad altri Israele? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione”. Padre/Madre della tenerezza e dell’amore, della misericordia e dell’umiltà, questo Dio ci rende liberi di esistere a testa alta davanti a Lui e di aderire o meno al Suo patto, anche se incessantemente ci chiama a tornare al suo cuore divino e aspetta il nostro ritorno, per vivere con Lui la festa dell’amore ritrovato.
b) Il Dio di Gesù. Il Dio d’Israele è anche il Dio di Gesù. Ebreo fedele, il Nazareno ha però introdotto una novità assoluta rispetto alla tradizione d’Israele: egli ha chiamato Dio col nome di “abbà”, parola della tenerezza con cui i bambini amavano rivolgersi al padre e che anche gli adulti usavano per esprimere la confidenza filiale. Gesù è stato il primo Ebreo che si è rivolto a Dio così: “abbà”, segno di confidenza infinita e di tenerezza filiale, è l’invocazione che sgorga dal cuore del Figlio incarnato nell’ora suprema del dolore, quando tutto sembra crollare e la solitudine è totale, perché anche i discepoli non sono stati capaci di vegliare un’ora sola con Lui. “Abbà, Padre, tutto è possibile a te, allontana da me questo calice: però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mc 15,36). Siamo qui di fronte alla più alta rivelazione del Padre, nelle cui mani Gesù affida il suo spirito. Il Padre di Gesù è il Dio che accetta di soffrire per amore della sua creatura: non soltanto il Dio umile, il Dio della compassione e della tenerezza, ma il Dio che paga il prezzo supremo dell’amore.
Questo prezzo è espresso con un termine che ricorre di continuo nei racconti della passione: “paradìdomi”, “consegnare”. Il verbo è usato anche nella traduzione greca della Bibbia ebraica, detta dei Settanta, ad esempio in Genesi 22 nel racconto del sacrificio di Isacco, per indicare la consegna del figlio amato da parte del padre. Come Abramo consegna Isacco per amore di Dio, così il Padre di Gesù consegna l’Isacco della nuova ed eterna alleanza per amore degli uomini. Commenta Origene: “Dio gareggia magnificamente in generosità con gli uomini: Abramo ha offerto a Dio un figlio mortale senza che questi morisse; Dio ha consegnato alla morte il Figlio immortale per gli uomini” (Homilia in Genesim, 8). In questo mistero della “consegna” si rivela la Trinità di Dio nell’unità dell’eterno amore: all’autoconsegna del Figlio, “che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20), come dice Paolo, corrisponde la libera, dolorosa consegna d’amore del Padre, che “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rom 8,32). Nella relazione del loro amore sofferente, rivelata sulla Croce, agisce lo Spirito, vincolo e dono dell’amore dei Due: “Chinato il capo consegnò lo Spirito” (Gv 19,30).
Si comprende allora come il Dio di Gesù sia capace di soffrire per amore, perché è amore: lo ha evidenziato con parole intense Giovanni Paolo II nella Dominum et vivificantem: “Il Libro sacro sembra intravvedere un dolore, inconcepibile e inesprimibile nelle ‘profondità di Dio’ e, in un certo senso, nel cuore stesso dell’ineffabile Trinità… Nelle ‘profondità di Dio’ c’è un amore di Padre che, dinanzi al peccato dell’uomo, secondo il linguaggio biblico, reagisce fino al punto di dire: ‘Sono pentito di aver fatto l’uomo’… Si ha così un paradossale mistero d’amore: in Cristo soffre un Dio rifiutato dalla propria creatura… ma, nello stesso tempo, dal profondo di questa sofferenza lo Spirito trae una nuova misura del dono fatto all’uomo e alla creazione fin dall’inizio. Nel profondo del mistero della Croce agisce l’amore” (nn. 39 e 41). È il dolore dell’amore divino che faceva osare ai Concili della Chiesa antica di pronunciare le parole: “Deus passus est” – “Dio ha sofferto”. È la rivelazione dell’abisso della divinità che faceva dire ad Agostino: “Deus crucifixus” – “il Dio crocefisso”. Sta qui il fondamento di quanto affermava ancora Origene: “Neppure il Padre è impassibile! Dio piange persino per Nabucodonosor!”.
La sofferenza di Dio è dunque il segno del suo amore umile, non della sua debolezza o del suo limite: non si tratta di una sofferenza passiva, che si subisca in quanto non è possibile farne a meno. È invece la sofferenza attiva, liberamente scelta ed accolta per amore verso la persona amata. Diversamente dall’opinione diffusa nella tradizione greco – occidentale, secondo cui non c’è altra sofferenza che quella subita, segno di imperfezione e tale perciò da far postulare a molti l’impassibilità di Dio, il Dio cristiano rivela un dolore attivo, liberamente accettato, perfetto della perfezione dell’amore: «Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Il Dio di Gesù, in quanto è “agàpe”, gratuito e liberissimo amore, non si chiama fuori della sofferenza del mondo, quasi spettatore impassibile di essa: egli la assume e la redime, vivendola dal di dentro come dono e offerta per noi, da cui sgorghi la vita nuova del mondo. La rivelazione del cuore di Dio sta tutta qui: Egli è colui che soffre perché ci ama, perché ci ha creati liberi e dunque si è esposto al rischio della nostra libertà ed è pronto per noi a pagare il prezzo dell’amore, attendendo con ansia e speranza il nostro ritorno, come il Padre della parabola che soffre per la lontananza del figlio amato e perduto.
La conseguenza di questa vulnerabilità divina nell’amore è dunque che il peccato dell’uomo non è indifferente per il cuore divino. Dio soffre per ciascuna delle colpe dei suoi figli: in quanto questa sofferenza è attiva e non passiva, è cioè una sofferenza che Dio accetta liberamente per noi, allora l’altro nome di essa è “agape”, carità. “Deus caritas est”: Dio, il Padre, è amore. Sta qui il centro e il cuore del Vangelo, come ci ha ricordato Benedetto XVI nell’Enciclica “Deus caritas est”: il Dio di Gesù è Colui al quale possiamo rivolgerci dicendo con tenerezza di figli: “Padre nostro…”. L’accoglienza con cui Egli ci risponde è l’amore sofferente e ospitale, l’amore fedele e speranzoso di chi attende sempre il nostro ritorno, quell’amore rivelato nel Dio fatto uomo per noi, Gesù, l’amore incarnato. Dal Venerdì Santo del Figlio crocifisso per noi sappiamo che la storia delle sofferenze umane è anche storia del Dio con noi: Egli vi è presente, a soffrire con l’uomo e a contagiargli il valore immenso della sofferenza offerta per amore.
La «patria» dell’Amore è entrata, dunque, nell’«esilio» del peccato, del dolore e della morte, per farlo suo e riconciliare la storia con sé: Dio ha fatto sua la morte, perché il mondo facesse sua la vita. «Qui sta la differenza decisiva rispetto a qualsiasi religione. La religiosità umana rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio nel mondo, Dio è il deus ex machina. La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare. In questo senso si può dire che l’evoluzione verso la maggiore età del mondo, con la quale si fa piazza pulita di una falsa immagine di Dio, apre lo sguardo verso il Dio della Bibbia, che ottiene potenza e spazio nel mondo grazie alla sua impotenza» (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, a cura di A. Gallas, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1988,440: lettera del 16 luglio 1944). Il Dio biblico non è l’occulta controparte contro cui lanciare le bestemmie del dolore umano, ma è in un senso più profondo «il Dio umano, che grida nel sofferente e con lui e interviene a suo favore con la sua croce quando egli nei suoi tormenti ammutolisce» (J. Moltmann).
Questo Dio sofferente per amore, libero della libertà dell’amore e vulnerabile nel dolore d’amore, è il Dio che può dare senso alla sofferenza del mondo, perché l’ha fatta propria e redenta: questo senso è l’amore. La morte della Croce è la morte della morte, perché sull’albero della vergogna il Figlio di Dio si è consegnato alla morte per darci la vita e renderci capaci di trasformare con Lui il dolore in amore, la fine in nuovo, sorprendente inizio. Nel silenzio del Sabato Santo Gesù abbandonato ha raggiunto le profondità della vittoria della morte e le ha inghiottite: la sua «discesa agli inferi» è «annunzio di salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione» (1Pt 3,19), garanzia che Egli ha riconciliato col Padre l’universo intero, e perciò anche i protagonisti della storia precedente alla sua venuta, in quanto aperti e disposti nella speranza all’alleanza con Dio. La possibilità di salvezza offerta a tutti è il Vangelo liberante della Croce e del Sabato Santo: la sofferenza di Dio è l’altro nome del Suo amore salvifico, aperto a tutti, possibile per ciascuno oltre ogni misura di stanchezza, nonostante e al di là di ogni incapacità o umana impossibilità di amare .
c) Il Dio della Chiesa. Dal dono di questo possibile, impossibile amore, offerto dal Figlio sulla Croce, nasce la Chiesa, la comunità dei figli resi tali dal Figlio, l’Amato. Che la Chiesa sia la Chiesa dell’amore non è un’affermazione retorica, ma ha un fondamento reale, come mostra una parola usata nel Nuovo Testamento soprattutto in Giovanni: “kathòs”, “come”. “Amatevi come io ho amato voi” (Gv 15,12; cf. 13,34). “Che essi siano uno, come noi siamo uno” (Gv 17,21. 22), sono frasi in cui si evidenzia il triplice senso di questo “kathòs” – “come”: la Chiesa viene dalla Trinità, dall’amore che lega il Padre e il Figlio nello Spirito; è immagine della Trinità; e tende verso la Trinità. Il “kathòs” sta a dire che i discepoli vivono nello Spirito uniti al Figlio crocifisso e risorto alla presenza del Padre. Il cristiano non è che il discepolo partecipe dell’amore sofferente di Dio: «Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo»!( D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, o. c., 441: lettera del 18 luglio 1944). L’“agape” è la legge fondamentale della comunità di quanti credono nella rivelazione dell’amore sofferente del Padre avvenuta in Gesù.
La grande differenza fra l’atteggiamento religioso, semplicemente pagano, e il cristianesimo si misura precisamente su questa partecipazione alla sofferenza di Dio: lo ha espresso in modo mirabile in una poesia del tempo della prigionia Dietrich Bonhoeffer: «Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione / piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, / salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte. / Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani. / Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione, / lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, / lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte. / I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza» (Cristiani e pagani. Poesia, in Resistenza e resa, o. c., 427). Il “kathòs” ci fa dunque comprendere che la Chiesa vive della legge fondamentale dell’accoglienza e del dono: lasciarsi amare dal Padre per Cristo nello Spirito sulla Croce, per amare poi il Padre per Cristo nello Spirito amandoci gli uni gli altri. Fare compagnia al dolore di Dio per l’altro: è questo il senso dell’amore rivelato e donato da Gesù. Perciò, “allelon – allelous” – “gli uni – gli altri” è la formula che nel Vangelo di Giovanni corrisponde al “kathòs”: se il “come” dice il rapporto tra noi e la Trinità, “allelon-allelous” dice il rapporto della reciprocità fra di noi. È la carità di Dio a fondare la carità fraterna!
L’interrogativo essenziale, allora, diventa quello di entrare nel cuore del Padre perché il frutto di riconciliazione e di vita nuova che sgorga dal suo amore sofferente si esprima nella nostra esistenza e nella storia e il possibile, impossibile amore ci abiti. La grande tradizione della fede ha una risposta tanto netta, quanto ininterrotta a questo interrogativo, proclamata come un “canto fermo” con la testimonianza vissuta dei santi, prima che con i concetti e con le parole: il luogo dell’incontro, la porta che introduce nel cuore paterno e fa fare esperienza della sofferenza misericordiosa di Dio, è la preghiera e in particolare il suo vertice e la sua fonte, la liturgia. È questa la grande scuola dell’amore, dove il Padre accoglie i Suoi figli e la Sua misericordia li rende creature nuove, libere e liberanti nella storia. Nella liturgia il cristiano non sta davanti a Dio come uno straniero, ma entra nelle profondità di Dio, prega “in Dio”, lasciandosi avvolgere dal mistero della Trinità, facendo compagnia alla sofferenza di Dio e partecipando alla Sua vittoria sulla morte e sul male.
Celebrare, pregare, perciò, non significa tanto amare Dio, quanto lasciarsi amare da Lui: in tal senso, la preghiera ci introduce nel cuore del Padre rendendoci capaci anzitutto di ricevere, di attendere il dono dall’alto nella pazienza e nella perseveranza piene dello stupore dell’amore. La preghiera cristiana, personale e liturgica, è perciò esperienza notturna più che solare di Dio: il Padre non lo vedi, né lo catturi; ti lasci piuttosto contemplare da Lui. Celebrare è lasciarsi amare da Dio, è “passio” prima che “actio”, accoglienza del mistero, prima e più che impresa umana: “pati divina”. Ed è alla scuola della liturgia – “memoria passionis et resurrectionis Domini” – che si comprende come la condivisione dell’umanità del Dio sofferente non ha nulla del dolorismo pessimista, è anzi affermazione decisa della potenza della resurrezione: «La vittoria sul morire rientra nell’ambito delle possibilità umane, la vittoria sulla morte si chiama resurrezione. Non è dall’ars moriendi, ma è dalla resurrezione di Cristo che può spirare nel mondo presente un nuovo vento purificatore… Vivere partendo dalla resurrezione: questo significa Pasqua» (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, o.c., 314: lettera del 27 marzo 1944)).
Chi sta davanti al mistero del Padre nel grembo della Trinità Santa, nascosto con Cristo in Dio (cf. Col 3,3), dimora anche nel seno della storia: è così che nella liturgia la Trinità e la storia giungono ad incontrarsi. La preghiera, personale e liturgica, è il terreno d’avvento della Trinità nella storia, il luogo di alleanza fra la storia eterna di Dio e la storia degli uomini, il pegno della speranza che fa pregustare il giorno in cui il mondo intero sarà la patria di Dio e Dio sarà tutto in tutti. È nella preghiera, personale e liturgica, che la sofferenza del mondo incontra la sofferenza divina e ne viene redenta: è in essa che ciascuno può aprire la porta all’Agnello che bussa (cf. Ap 3,20) e gustare con Lui la Cena delle nozze. Esprime questo incontro dell’amore divino con la passione del mondo e della passione di Dio con la ricerca del cuore umano inquieto, il poeta mistico per eccellenza, San Giovanni della Croce (Cántico espiritual, Strofa 15), con parole che – nel succedersi degli ossimori – evidenziano il paradosso del Dio che viene (Mi Amado…), il paradosso della finitudine e del dolore umani (“la noche… la música callada, la soledad sonora”) e il loro abbraccio nell’amore “compassionato”, donato dall’alto e accolto dalla fede nella cena che ricrea ed innamora:

«Mi Amado…
la noche sosegada
en par de los levantes de la aurora,
la música callada,
la soledad sonora,
la cena que recrea y enamora»

«Il mio Amato…
placida la notte
prossima al levarsi dell’aurora,
la musica taciuta,
la solitudine sonora,
la cena che ricrea e innamora».* Arcivescovo di Chieti-Vasto

Publié dans:Bruno Forte |on 27 mars, 2011 |Pas de commentaires »

NELLA NOTTE DEL MONDO, L’UOMO SENTE NOSTALGIA DI DIO (Bruno Forte)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-25955?l=italian

NELLA NOTTE DEL MONDO, L’UOMO SENTE NOSTALGIA DI DIO

Primo dei “Dialoghi in cattedrale” con mons. Bruno Forte e Pietro Barcellona

di Chiara Santomiero

ROMA, martedì, 15 marzo 2011 (ZENIT.org).- “L’uomo cerca Dio, sente nostalgia della sua presenza”: questa constatazione, suffragata dagli studi sociologici degli ultimi anni, ha dato vita al primo appuntamento di “Dialoghi in cattedrale”, rassegna di tre incontri proposti dalla diocesi di Roma nella basilica di S. Giovanni in Laterano con esponenti della cultura.
Sulla nostalgia di Dio nella cultura contemporanea si sono confrontati lo scorso 10 marzo mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e Pietro Barcellona, dell’Università degli studi di Catania.
“L’uomo contemporaneo – ha affermato il cardinale vicario di Roma Agostino Vallini introducendo l’incontro – pur nella drammaticità delle situazioni esistenziali, attende di conoscere e incontrare non un dio generico ma il Dio dei viventi”. La sua nostalgia “nasce dalla delusione degli dei ma anche dalle proposte culturali insoddisfacenti del nostro tempo”. Nel suo cuore, infatti “c’è ancora l’attesa viva di essere amato e di essere interlocutore per costruire una storia che si svolge nel tempo e prosegue oltre il tempo”.
La notte del mondo
“Il tramonto delle ideologie – ha affermato mons. Forte – ha lasciato il posto al ‘tempo della notte del mondo’, un tempo così povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza”. La “morte di Dio” celebrata da Nietzsche si è scoperto non aver generato “un uomo più felice ma più solo e più violento come dimostrano le guerre e i massacri compiuti dai totalitarismi di destra e di sinistra del Novecento”.
La povertà che segue “alla crisi dei grandi racconti ideologici”, allora “non è tanto la percezione dell’assenza di Dio quanto che gli uomini non soffrano più di questa mancanza”. E’ venuto meno “il senso dell’appartenenza”. “Ed ecco che – sottolinea Forte – le coscienze più vigili avvertono il bisogno di un ritorno del sacro, riconoscendo i più diversi segnali di attesa, ad esempio nel canto dei poeti”. Compito del poeta è “suscitare la nostalgia di Dio, cantarne l’assenza”.
“Certo – avverte Forte – dalla notte non si esce facilmente”. Infatti “nel suo rifiuto critico dei mondi ideologici, la post-modernità spesso non è che una forma rovesciata di essi” così che “la sete di totalità della ragione emancipante può convertirsi in una nuova totalità, quella del negativo che abbraccia tutte le cose”.
“Viene tuttavia a delinearsi nell’inquietudine post-moderna – ha proseguito – una sorta di ricerca dell’Altro, dell’ospite desiderato e al tempo stesso inquietante”. Si percepisce che “sfuggire alle presunzioni totalizzanti della ragione moderna esige di confessare un’alterità che spezzi il dominio del soggetto e si offra come origine e fine”. “L’esito del moderno e del post-moderno – ha affermato Forte – è fame e sete di senso, dichiarata o inconfessata” cioè “la necessità di dare un senso a una vita così fragile”.
Un Dio affidabile
Qual è allora il Dio “di cui sento di poter parlare agli uomini e alle donne del nostro tempo?”. “Un Dio affidabile – ha sottolineato l’arcivescovo di Chieti-Vasto – che non ci fa violenza perché vuole per sé solo uomini liberi”. Il cristianesimo, infatti “è la religione della libertà differendo radicalmente in questo, tra l’altro, con l’Islam dove tutto è destinato”.
“Nella domanda che ognuno porta nel profondo di sé sull’ineludibilità della morte – ha affermato Forte – va profilandosi l’immagine di un padre-madre nell’amore, qualcuno cui affidarsi senza riserve, quasi un approdo dove far riposare la nostra stanchezza e il nostro dolore, sicuri di non essere rigettati nell’abisso del nulla”. Perché, allora, “se questo bisogno è così forte, sorge in tanti un rifiuto perfino viscerale della figura del padre?”. Essenzialmente per “la paura di dover dipendere da Lui”.
La scelta decisiva è accettare “un padre-madre che ci ami rendendoci liberi”. “Scegliere da che parte stare”: questo è, per Forte, “il rischio della fede”. “Non siamo stati noi ad amare Dio per primi ma Lui”.
“La nostalgia di Dio nel mondo contemporaneo – ha concluso l’arcivescovo – non è diretta verso un giudice ma verso il Crocifisso”. L’uomo della Sindone attrae “perché in quella debolezza si rivela l’infinito amore di Dio”. Qual è allora il passo da compiere? “Consegnarsi a questo amore che non è debolezza ma ‘buona novella’”. “I cristiani che ne hanno fatto esperienza, come il ministro pachistano Shahbaz Bhatti sanno che è l’unica ragione per cui valga la pena di vivere e morire”.
Sconfiggere la morte
Non diverse le conclusioni di Pietro Barcellona, docente di Filosofia del diritto nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania, ex membro del Consiglio superiore della magistratura e già deputato del Partito comunista italiano.
“La nostalgia – ha affermato Barcellona – nasce dal senso di una perdita”. Il nostro è un tempo caratterizzato dalla “perdita della dimensione interiore e della memoria e persino del contatto con il mondo reale”. L’offerta, infatti è “la ‘Second life’, una vita virtuale”.
“L’illuminismo tecnologico – ha affermato Barcellona – è l’ultimo tentativo dell’arroganza dell’uomo di far fronte all’incontenibile angoscia di morte che lo pervade sin dai primi momenti della sua venuta la mondo”.
Nella realtà virtuale, infatti “non entrano più in campo in alcun modo né l’esperienza dolorosa dell’esistere come esseri mortali né l’esperienza dell’immaginazione come capacità di pensare un altro modo possibile di stare al mondo”. Le più avanzate tecnologie funzionano come “un grande dispositivo anestetico” in quanto “gli uomini non amano pensare perché ciò li porta a contatto con le proprie contraddizioni”.
“Nell’epoca dell’attuale miseria – si è interrogato Barcellona – in cui il nichilismo sembra averla vinta su ogni tentativo di riaprire l’animo alla speranza, di quale Dio si può avere nostalgia?”. Il Dio di cui si sente “l’attrazione irresistibile”, secondo Barcellona, è “il Figlio di Dio che si è fatto uomo e che assumendo la carne e il sangue degli esseri mortali ne ha condiviso fino alle estreme conseguenze il dolore e la miseria, scegliendo di farsi crocifiggere come l’ultimo dei delinquenti”.
“Solo un Dio che accetta di farsi sconfiggere dalla morte – ha concluso Barcellona – è in grado di comunicare ancora con gli esseri umani”.

Publié dans:Bruno Forte |on 16 mars, 2011 |Pas de commentaires »

Il giusto che salvò la sua città (Bruno Forte)

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-25422?l=italian

 http://www.zenit.org/article-25422?l=italian

Il giusto che salvò la sua città

(Bruno Forte)

La storia di monsignor Venturi che da vescovo di Chieti si oppose ai nazisti

ROMA, martedì, 1 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’articolo di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, apparso il 30 gennaio su “Il Sole 24 Ore”.

* * *

La “giornata della memoria” – celebrata ricordando quel 27 gennaio 1945 in cui l’armata sovietica in marcia verso Ovest liberò i pochi sopravvisuti del campo di sterminio di Auschwitz – è un impegno a non dimenticare, affinché l’orrore incommensurabile del genocidio nazista contro il popolo ebraico e di tutte le barbarie perpetrate contro il genere umano non si ripeta mai più. La memoria, però, è veramente fruttuosa se – insieme alla grande storia – si sforza di “salvare” le innumerevoli storie che la compongono: ecco perché anche una storia “minore” può essere di aiuto a non dimenticare, portando con sé l’incisività che solo il concreto sa offrire. Una storia che mi sembra di grande attualità anche oggi, in cui c’è tanto bisogno di uomini liberi e coraggiosi, capaci di dire la verità e di pagare il prezzo di persona per averla detta, specialmente di fronte al quadro a volte devastante offertoci dalla scena pubblica. È la storia di uno dei miei predecessori, Mons. Giuseppe Venturi, Arcivescovo di Chieti dal 1931 al 1947, anno della sua morte. Uomo esile nel corpo, ma di singolare forza spirituale, Venturi fu una delle pochissime voci in Italia a condannare apertamente le leggi razziali imposte dal regime fascista. Nella lettera pastorale per la Quaresima 1942, censurata da parte del Ministero dell’Interno, Mons. Venturi scriveva tra l’altro: «Tutti siamo fratelli; e quel sacro vincolo, che unisce e cementa gli uomini tutti, rinsaldato dalla stessa natura, non può essere rotto o allentato giammai da niuna diversità di origine, di sangue, di razza, di coltura, di fede, ma solo dalla malizia umana e dall’abbrutimento, a cui l’uomo spesso si abbandona. E come Dio nella distribuzione delle sue grazie non fa distinzione alcuna tra giusto e ingiusto, tra giudeo o greco, tra sapiente e ignorante, ma le versa su tutti, come fa su tutti risplendere il sole, così deve fare anche il cristiano. Oggetto cioè del suo amore devono essere gli uomini tutti, siano amici, siano nemici; del proprio o di diverso sangue; appartenenti alla stessa o ad altra lingua» (Amore del prossimo, p. 17).
L’agire dell’Arcivescovo Venturi fu conseguente a queste parole: quanti ebrei e partigiani furono salvati grazie al suo intervento! Come mi è stato raccontato da testimoni diretti, riuscì a strapparne alla morte alcuni anche “in extremis”. Molti ebrei li nascose perfino nella Cripta della Cattedrale, correndo rischi gravissimi. Altri li fece fuggire, con l’aiuto di alcuni preti restati nelle campagne. C’è però un momento in cui la sua statura morale si leva a difesa dell’intera città: l’oppositore delle barbare leggi razziali si rivela come il difensore di tutti, senza distinzione di condizione sociale, di cultura o di fede. È il 9 Settembre 1943: Vittorio Emanuele III passa per Chieti in fuga verso il Sud. Pochi giorni dopo, viene issata in città la bandiera tedesca. A fine ottobre gli Alleati si attestano sulla linea del Sangro. I Tedeschi oppongono una dura resistenza, distruggendo sistematicamente i centri dell’area occupata dopo averne evacuata la popolazione con metodi spietati. Chieti è invasa dagli sfollati. In poco tempo, quadruplica il numero degli abitanti. L’Arcivescovo è l’infaticabile organizzatore della solidarietà, l’autorità morale che parla con fermezza anche agli occupanti tedeschi. L’8 Dicembre scrive al Card. Maglione, Segretario di Stato di Pio XII: “Più di centomila persone sono sfollate… Abbiamo messo a loro disposizione seminari, case religiose, chiese. In tanta desolazione vorrei chiedere alla Santa Sede che mi aiutasse a far dichiarare Chieti città ospedaliera”. L’omelia del Natale successivo è uno struggente grido di dolore e di fede: “Spariscono sotto i nostri occhi città e paesi, che facevano bella corona alla nostra cara Chieti, pur essa oggi seriamente minacciata, anche perché esposta, per la sua posizione, ad ogni benché minima offesa …”. Quando gli giunge l’ordine del comando tedesco di lasciare la città, non esita a rispondere: “Io non mi muovo di qui, perché qui mi ha mandato il Papa e senza il suo ordine non mi muoverò. Piazzate pure i vostri cannoni: mi porterete fuori di città morto, ma vivo giammai”. Davanti a tanta fermezza, lo stesso Comandante tedesco suggerisce a Venturi di tentare una carta estrema: chiedere – con l’appoggio della Santa Sede – un incontro col Generale Kesserling, comandante in capo delle truppe di occupazione, nel quartier generale vicino a Roma. Venturi parte avventurosamente per la Città eterna, dove, sostenuto da Pio XII, con la mediazione di un religioso tedesco riesce ad ottenere l’incontro sperato. Nelle sue memorie, lo stesso Kesserling ricorderà di essere rimasto ammirato dall’audacia di questo vecchio Pastore. Quando un mese dopo gli giunge l’assenso tedesco a dichiarare Chieti città aperta, a condizione che gli Alleati facciano altrettanto, l’Arcivescovo si prodiga mediante la Santa Sede per ottenere il loro consenso. Finalmente, domenica 26 marzo 1944 può convocare la cittadinanza in Cattedrale per il “Te Deum” di ringraziamento: Chieti, dichiarata “città aperta”, è salva. All’immensa folla dice: “Risparmiati, favoriti: gli unici in Italia… Perché? Non è possibile trovare la ragione in noi. Dobbiamo cercarla fuori di noi, in Dio, nella Sua infinita bontà, nella Sua misericordia”. In quei giorni drammatici, come dopo l’arrivo degli Alleati, Venturi continuerà a spendersi senza risparmio per tutti, senza distinzione alcuna. “Il pastore – aveva detto più volte – non abbandona mai le sue pecorelle, specialmente nel pericolo; le assiste, le difende, le conforta, e, se necessario, dà la vita per esse”. Il suo segreto? È lui stesso a confidarlo ai suoi collaboratori, che ben sapevano come trascorresse quotidianamente lunghe ore in preghiera: “Tutti i giorni ho necessità di ricaricarmi di fede per essere in grado di assolvere ai miei doveri. Senza la preghiera sarei come un motore senza carburante”. Salvatore del suo popolo, libero e forte perché uomo di Dio, interessato a piacere a Lui solo: tale fu Mons. Venturi. Il suo messaggio resta vivo e attuale per tutti, in particolare nel profondo disagio che tanti avvertiamo dinanzi alle tristi vicende che investono la politica e le istituzioni nel nostro presente. Sapremo farne tesoro?


 

(Bruno Forte)

La storia di monsignor Venturi che da vescovo di Chieti si oppose ai nazisti

ROMA, martedì, 1 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’articolo di mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, apparso il 30 gennaio su “Il Sole 24 Ore”.

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La “giornata della memoria” – celebrata ricordando quel 27 gennaio 1945 in cui l’armata sovietica in marcia verso Ovest liberò i pochi sopravvisuti del campo di sterminio di Auschwitz – è un impegno a non dimenticare, affinché l’orrore incommensurabile del genocidio nazista contro il popolo ebraico e di tutte le barbarie perpetrate contro il genere umano non si ripeta mai più. La memoria, però, è veramente fruttuosa se – insieme alla grande storia – si sforza di “salvare” le innumerevoli storie che la compongono: ecco perché anche una storia “minore” può essere di aiuto a non dimenticare, portando con sé l’incisività che solo il concreto sa offrire. Una storia che mi sembra di grande attualità anche oggi, in cui c’è tanto bisogno di uomini liberi e coraggiosi, capaci di dire la verità e di pagare il prezzo di persona per averla detta, specialmente di fronte al quadro a volte devastante offertoci dalla scena pubblica. È la storia di uno dei miei predecessori, Mons. Giuseppe Venturi, Arcivescovo di Chieti dal 1931 al 1947, anno della sua morte. Uomo esile nel corpo, ma di singolare forza spirituale, Venturi fu una delle pochissime voci in Italia a condannare apertamente le leggi razziali imposte dal regime fascista. Nella lettera pastorale per la Quaresima 1942, censurata da parte del Ministero dell’Interno, Mons. Venturi scriveva tra l’altro: «Tutti siamo fratelli; e quel sacro vincolo, che unisce e cementa gli uomini tutti, rinsaldato dalla stessa natura, non può essere rotto o allentato giammai da niuna diversità di origine, di sangue, di razza, di coltura, di fede, ma solo dalla malizia umana e dall’abbrutimento, a cui l’uomo spesso si abbandona. E come Dio nella distribuzione delle sue grazie non fa distinzione alcuna tra giusto e ingiusto, tra giudeo o greco, tra sapiente e ignorante, ma le versa su tutti, come fa su tutti risplendere il sole, così deve fare anche il cristiano. Oggetto cioè del suo amore devono essere gli uomini tutti, siano amici, siano nemici; del proprio o di diverso sangue; appartenenti alla stessa o ad altra lingua» (Amore del prossimo, p. 17).
L’agire dell’Arcivescovo Venturi fu conseguente a queste parole: quanti ebrei e partigiani furono salvati grazie al suo intervento! Come mi è stato raccontato da testimoni diretti, riuscì a strapparne alla morte alcuni anche “in extremis”. Molti ebrei li nascose perfino nella Cripta della Cattedrale, correndo rischi gravissimi. Altri li fece fuggire, con l’aiuto di alcuni preti restati nelle campagne. C’è però un momento in cui la sua statura morale si leva a difesa dell’intera città: l’oppositore delle barbare leggi razziali si rivela come il difensore di tutti, senza distinzione di condizione sociale, di cultura o di fede. È il 9 Settembre 1943: Vittorio Emanuele III passa per Chieti in fuga verso il Sud. Pochi giorni dopo, viene issata in città la bandiera tedesca. A fine ottobre gli Alleati si attestano sulla linea del Sangro. I Tedeschi oppongono una dura resistenza, distruggendo sistematicamente i centri dell’area occupata dopo averne evacuata la popolazione con metodi spietati. Chieti è invasa dagli sfollati. In poco tempo, quadruplica il numero degli abitanti. L’Arcivescovo è l’infaticabile organizzatore della solidarietà, l’autorità morale che parla con fermezza anche agli occupanti tedeschi. L’8 Dicembre scrive al Card. Maglione, Segretario di Stato di Pio XII: “Più di centomila persone sono sfollate… Abbiamo messo a loro disposizione seminari, case religiose, chiese. In tanta desolazione vorrei chiedere alla Santa Sede che mi aiutasse a far dichiarare Chieti città ospedaliera”. L’omelia del Natale successivo è uno struggente grido di dolore e di fede: “Spariscono sotto i nostri occhi città e paesi, che facevano bella corona alla nostra cara Chieti, pur essa oggi seriamente minacciata, anche perché esposta, per la sua posizione, ad ogni benché minima offesa …”. Quando gli giunge l’ordine del comando tedesco di lasciare la città, non esita a rispondere: “Io non mi muovo di qui, perché qui mi ha mandato il Papa e senza il suo ordine non mi muoverò. Piazzate pure i vostri cannoni: mi porterete fuori di città morto, ma vivo giammai”. Davanti a tanta fermezza, lo stesso Comandante tedesco suggerisce a Venturi di tentare una carta estrema: chiedere – con l’appoggio della Santa Sede – un incontro col Generale Kesserling, comandante in capo delle truppe di occupazione, nel quartier generale vicino a Roma. Venturi parte avventurosamente per la Città eterna, dove, sostenuto da Pio XII, con la mediazione di un religioso tedesco riesce ad ottenere l’incontro sperato. Nelle sue memorie, lo stesso Kesserling ricorderà di essere rimasto ammirato dall’audacia di questo vecchio Pastore. Quando un mese dopo gli giunge l’assenso tedesco a dichiarare Chieti città aperta, a condizione che gli Alleati facciano altrettanto, l’Arcivescovo si prodiga mediante la Santa Sede per ottenere il loro consenso. Finalmente, domenica 26 marzo 1944 può convocare la cittadinanza in Cattedrale per il “Te Deum” di ringraziamento: Chieti, dichiarata “città aperta”, è salva. All’immensa folla dice: “Risparmiati, favoriti: gli unici in Italia… Perché? Non è possibile trovare la ragione in noi. Dobbiamo cercarla fuori di noi, in Dio, nella Sua infinita bontà, nella Sua misericordia”. In quei giorni drammatici, come dopo l’arrivo degli Alleati, Venturi continuerà a spendersi senza risparmio per tutti, senza distinzione alcuna. “Il pastore – aveva detto più volte – non abbandona mai le sue pecorelle, specialmente nel pericolo; le assiste, le difende, le conforta, e, se necessario, dà la vita per esse”. Il suo segreto? È lui stesso a confidarlo ai suoi collaboratori, che ben sapevano come trascorresse quotidianamente lunghe ore in preghiera: “Tutti i giorni ho necessità di ricaricarmi di fede per essere in grado di assolvere ai miei doveri. Senza la preghiera sarei come un motore senza carburante”. Salvatore del suo popolo, libero e forte perché uomo di Dio, interessato a piacere a Lui solo: tale fu Mons. Venturi. Il suo messaggio resta vivo e attuale per tutti, in particolare nel profondo disagio che tanti avvertiamo dinanzi alle tristi vicende che investono la politica e le istituzioni nel nostro presente. Sapremo farne tesoro?

Publié dans:Bruno Forte |on 2 février, 2011 |Pas de commentaires »

Può Dio ridere ? (Bruno Forte)

dal sito:

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=2295

Può Dio ridere ?

di Bruno Forte

Sul riso e il sorriso di Dio. «Anche il cristianesimo, fedele alla sua radice ebraica, è religione del riso e del sorriso… Chi è libero da sé, e fa di quanto ha dono e servizio, sa ridere e far ridere con gioiosa scioltezza. E questo ci porta alla vera radice del ridere e del sorridere…».
L’ebraismo è anche la religione del riso: Scholem Aleichem, scrittore ebreo autore di deliziosi racconti dove il pianto sa mescolarsi delicatamente al riso e al sorriso (basti ricordare Cantico dei Cantici. Un amore di gioventù in quattro parti, Adelphi, Milano 2004), non esita a dire: “L’identità ebraica è uno scoppio di risa”. Non a caso il primo ebreo per nascita ha per nome Isacco, Yizhaq, che vuol dire “colui cui Dio sorride” o “possa Dio sorridere”, dove il riferimento è al riso di Sara di fronte alla notizia che da lei bella, ma ormai non più giovane, nascerà un figlio, ma è non di meno al sorriso di Dio, che scompiglia i calcoli umani e si diverte a sfidare Abramo a credere nell’impossibile possibilità del Suo amore. Una delle feste più care alla coscienza collettiva d’Israele è quella di “purim”, festa della gioia per il dono della salvezza ricevuta da Dio per mano di una donna, Ester, festa dello scampato pericolo e del rivolgimento delle sorti, dove il cattivo Aman muore sul palo cui voleva appendere il giusto Mardocheo, e perciò festa dello scambio dei destini, rappresentato mediante le maschere in cui ciascuno deve rappresentarsi nel segno del suo contrario (con fine auto-ironia il professore serioso si vestirà da pagliaccio, il ricco avaro da generoso mendicante, il poveraccio da gran signore, da donna giovane e bella chi obiettivamente non sembra più esserlo…). L’ebreo che ride di Moni Ovadia (Einaudi, Torino 1998) è una gustosissima raccolta di esempi di questa sapienza del riso e del sorriso, che sa dare consigli anche all’Altissimo: come quando il povero Ebreo, cui è capitato veramente tutto il negativo possibile, sussurra timidamente all’Eterno queste parole: “Noi Ti ringraziamo, Signore del cielo e della terra, d’averci scelto e prediletto fra tutti i popoli. Ma un’altra volta, non potresti scegliere qualcun altro?”
 Anche il cristianesimo, fedele alla sua radice ebraica, è religione del riso e del sorriso: basti a mostrarlo una figura come quella di San Francesco, “il giullare di Dio”, o una tradizione, diffusa nel Medio Evo europeo, quale quella del “risus paschalis”, che prevedeva il racconto del maggior numero possibile di barzellette durante la notte di Pasqua (non tutte proprio edificanti…) perché dappertutto esplodesse la gioia, solo sentimento consono alla vittoria pasquale della vita. Forse anche per questo San Filippo Neri, detto “Pippo il buono”, non riusciva a vedere altra via per l’annuncio e la sequela di Gesù che quella di un amore lieto, capace di vivere e dare gioia, di ridere e di sorridere davanti al mondo e alla vita. San Tommaso Moro, a sua volta, Lord Cancelliere d’Inghilterra morto sul patibolo per non aver voluto cedere ai compromessi morali, alle sopraffazioni e alle lusinghe del Sovrano, non esita a pregare così: “Signore, donami una buona digestione e anche qualcosa da mangiare. Donami la salute del corpo e il buon umore necessario per mantenerla. Donami un’anima semplice che sappia far tesoro di tutto ciò che è buono e non si spaventi alla vista del male, ma piuttosto trovi sempre modo di rimetter le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo ingombrante che si chiama ‘Io’. Dammi, Signore, il senso del buon umore, concedimi la grazia di scoprire un po’ di gioia e di farne partecipi gli altri”.
Se ci si chiede perché ebraismo e cristianesimo sono religioni del riso e del sorriso, la risposta può forse essere trovata nel fatto che riso e sorriso possono nascere solo nello spazio che sta tra la prossimità e la lontananza. Se vivi solo la prossimità, ne resti schiacciato, non riuscendo a respirare e a guardare oltre le sfide e i problemi. Se vivi solo la lontananza, rischi di costruirti un mondo ideale, evadendo dalla realtà. Se vuoi aprirti alla verità della vita, devi stare a metà tra prossimità e lontananza: e allora sorriderai. È la condizione del popolo ebraico, totalmente radicato tra gli altri popoli, e tuttavia popolo eletto. È lo scandalo del Cristo, Uomo tra gli uomini, appeso alla Croce e tuttavia Figlio di Dio. Questi paradossi creano lo spazio del riso e del sorriso. Il ridere può essere salvifico, come quello dell’Eterno che agisce con misericordia di fronte all’ottusa incapacità di accogliere il nuovo dimostrata da Sara e da Abramo; o conoscitivo e liberatorio, come quello di Abramo e Sara che finalmente cominciano a capire qualcosa davanti alla fantasia dell’Eterno.
In realtà, ad aver paura del riso non è la fede, che per sua natura deve essere umile e aperta all’Eterno, terrena nella sua povertà e celeste nei suoi orizzonti e nella grazia che la pervade, ma il potere di questo mondo, che – proprio perché umano, troppo umano – teme di esser colto in contraddizione nello scontro fra le sue pretese e la sua obiettiva limitatezza. Chi è libero da sé, e fa di quanto ha dono e servizio, sa ridere e far ridere con gioiosa scioltezza. E questo ci porta alla vera radice del ridere e del sorridere, nel gioco sempre vivo tra la prossimità e la lontananza: questa radice, linfa profonda che unisce ebraismo e cristianesimo, è il comandamento dell’amore. Amare vuol dire fare spazio all’altro, fare dei due uno: ovvero, restare lontani nella massima vicinanza e vicini nella lontananza più grande. Qui c’è spazio per il riso, perché si guarda all’altro con la lontananza del rispetto e la prossimità della tenerezza che è propria degli occhi dell’amore. Perciò, i paradossi dell’amore sono quelli del sorriso: l’amore incapace di gioia non può esistere; i suoi eccessi e le sue tristezze sono gli stessi del sorriso e del pianto, dell’amarezza e del riso. E qui si coglie forse una differenza non di poco conto tra la tradizione ebraico-cristiana e l’Islàm, religione che insiste sul dualismo fra il mondo e Dio, piuttosto che sul gioco amoroso della lontananza e della prossimità: il Corano stesso è un testo scritto in cielo, sceso attraverso il profeta Maometto, proprio per questo estraneo a qualsivoglia spazio intermedio tra prossimità e lontananza. Ecco perché nell’Islàm più radicale il sorriso rischia di essere escluso. Certo, c’è l’eccezione dei “sufi”, i mistici che cercano nella parola “amore” una via per superare l’assenza del riso. Ma dove non c’è sorriso in questo mondo, può esserci anche più facilmente una deriva fondamentalista, che giunge fino alla follia di aspettarsi di ridere fra breve in cielo mentre ci si fa saltare in aria con un mucchio di innocenti condannati a morire per niente…
È il sorriso sugli altri e il riso su noi stessi che ci aiuta, infine, ad essere umili: ce lo fa capire una curiosa leggenda rabbinica. Essa narra della lettera “aleph’ – la più eterea e volatile dell’alfabeto ebraico, la più modesta – che unica fra tutte si astenne da ogni pretesa ad essere scelta per iniziare il racconto della creazione, quando l’Eterno domandò all’intera schiera dell’alfabeto quale fra le lettere volesse essere la prima nell’opera del creato. Fra le pretendenti fu scelta la “beth” – tanto che la prima parola della Torah è ‘berešit’, ‘in principio’ – perché con essa comincia ogni benedizione del Santo (Aberakah’) e perché essa è come un quadrato aperto sul lato sinistro, nella direzione cioè in cui in ebraico prosegue la scrittura, quasi a dire che l’inizio non è compimento, ma domanda ed attesa. Il racconto narra che l’Eterno volle ricompensare la Aaleph’ per la sua umiltà, e lo fece dandole il primo posto nel Decalogo: AIo sono il Signore Dio tuo’ – la parola dell’eterno fondamento invisibile, che viene ad affacciarsi nel tempo grazie alla rivelazione ed a stabilire l’alleanza fra il Dio vivente e il Suo popolo -  comincia infatti con ‘io’, ‘anochì’, la cui iniziale è ‘‘leph’ (cf. L. Ginzberg, Le leggende degli Ebrei – I: Dalla creazione al diluvio, a cura di E. Loewenthal, Adelphi, Milano 1995, 27s).
Se dunque la storia dell’uomo e del mondo inizia con la ‘beth’ ed è perciò sempre aperta in direzione del suo sviluppo e approfondimento, la verità di Dio ci viene offerta pienamente solo a partire da quell’‘aleph’, con cui inizia l’‘Io’ della Sua sovrana autocomunicazione. Il racconto viene a dirci allora che se l’avventura di ogni conoscenza inizia dall’abisso del cuore umano in ricerca, essa si compie veramente soltanto quando è raggiunta dall’offerta umile della verità, custodita nel mistero di Dio. L’‘aleph’ viene dopo, ma illumina la ‘beth’ che la precede: scherzi dell’Onnipotente che si rivela nella debolezza, dell’Eterno che entra nel tempo, dell’Infinito che nasce Bambino in una povera grotta. Scherzi da Dio, verrebbe da dire. Risi e sorrisi dell’Altissimo che sembrano voler contagiare la creatura per renderla ilare e lieta, proprio così libera e salva. Non è forse questo ciò che avvenne ad Elia? Quando lui, il profeta del fuoco, il testimone di Dio nel tempo dell’apparente sconfitta di Dio, giunge finalmente al monte santo dove vivrà l’esperienza di Dio, che cosa l’attende? L’Eterno non è dove l’avresti cercato, nel vento, nel terremoto o nel fuoco. Non è neanche in una “brezza leggera” come amano ripetere – sbagliando – le traduzioni dall’ebraico. Se leggiamo l’originale scopriamo che la via del suo passaggio è “voce del silenzio”. Elia cerca una rassicurazione, una parola, Dio sovverte tutti gli schemi e si fa silenzio. Nella prossimità si mostra come lontananza. Nella lontananza, come prossimità. È quello peraltro che fa in tutta la Bibbia, il libro della Parola, che è però anche inseparabilmente – e forse più ancora – il libro del divino silenzio. Dio, che quando dovrebbe parlare tace, e quando dovrebbe tacere parla, è sovversivo, spiazzante. In un mondo come il nostro, in cui c’è sciupìo di parole – come dimostra la retorica dei signori della guerra e dei loro partners, accecati dal fondamentalismo terrorista – c’è bisogno di ascoltare il silenzio: il silenzio eloquente di un sorriso… o il sottile rumore di un riso… o forse anche il silenzio di un’ironia carica di dolore e di amore. Come quella del saggio ebreo che scultoreamente afferma: “L’uomo pensa, Dio ride”. E di noi stessi, che dopo tutte queste serissime considerazioni, non possiamo non pensare a quante risate Egli si sarà fatto per la fatica della nostra mente intorno a un Suo riso, a un Suo sorriso…

(Teologo Borèl) Aprile 2006 – autore: mons. Bruno Forte

Publié dans:Bruno Forte, meditazioni |on 3 décembre, 2010 |Pas de commentaires »
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