Archive pour la catégorie 'BIBLICA: COMMENTI ALL’ANTICO TESTAMENTO'

4 SETTEMBRE: SAN MOSÈ PROFETA

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SAN MOSÈ PROFETA

4 SETTEMBRE

Etimologia: Mosè = salvato dalle acque, dall’ebraico

Martirologio Romano: Commemorazione di san Mosè, profeta, che fu scelto da Dio per liberare il popolo oppresso in Egitto e condurlo nella terra promessa; a lui si rivelò pure sul monte Sinai dicendo: «Io sono colui che sono», e diede la Legge che doveva guidare la vita del popolo eletto. Carico di giorni, morì questo servo di Dio sul monte Nebo nella terra di Moab davanti alla terra promessa.

Su questa grande figura di profeta e legislatore del popolo ebraico, si possono scrivere interi volumi riguardanti la sua storia personale e quella degli ebrei; come pure per tutta la sua opera di condottiero, profeta, guida e legislatore del suo popolo.
Bisogna per forza, dato lo spazio ristretto, citare solo i passi salienti della sua vita. Egli è prima di tutto l’autore e legislatore del ‘Pentateuco’, nome greco dei primi 5 libri della Bibbia, denominati globalmente dagli ebrei “la Legge”, perché costituiscono la fase storica, religiosa e giuridica del popolo della salvezza.
Quasi tutta l’opera è dedicata al personaggio e all’opera di Mosè, per mezzo del quale Dio fondò il suo popolo; i “libri di Mosè” sono: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, essi vanno dalla creazione del mondo alla morte di Mosè.
Visse 120 anni, nel XIV-XIII secolo a. C. e gli ultimi 40 anni della sua vita li dedicò interamente al servizio di Iahweh e di Israele; fu la più elevata figura del Vecchio Testamento e uno dei più grandi geni religiosi di tutti i secoli.
Dio lo preparò a tale compito nei primi 80 anni di vita; nacque durante il periodo più tormentato della persecuzione egiziana contro gli israeliti, sotto il faraone Thutmose III, quando ‘ogni neonato ebreo, doveva essere gettato nel Nilo’, Mosè terzogenito dopo Maria ed Aronne, appartenente alla tribù di Levi, dopo averlo tenuto nascosto per tre mesi, fu posto in un cesto di papiro, spalmato di pece e deposto fra i giunchi della sponda del fiume, mentre la sorella da lontano, controllava.
La figlia del faraone, scese al fiume per bagnarsi e notò il bambino, intenerita lo raccolse e a questo punto la sorella Maria, esce allo scoperto chiedendo se avevano bisogno di una nutrice per allattarlo e propose Iochabed sua madre, la principessa accettò e quindi il bambino, fu ridato senza saperlo alla madre naturale che lo allattò, portandolo poi alla corte alla figlia del Faraone, che lo allevò come un figlio dandogli il nome di Mosé (in egiziano: ragazzo, figlio).
Il ragazzo ebreo ricevé alla corte un’educazione culturale perfetta, più unica che rara, che solo la corte egiziana a quell’epoca poteva dare, che andava dalla letteratura egiziana, alla legislazione babilonese alle leggi e costumi degli Ittiti.
Verso i 40 anni poté vedere la desolazione in cui vivevano i suoi fratelli ebrei, arrivando ad uccidere un egiziano che percuoteva selvaggiamente uno schiavo israelita; purtroppo per lui, un ebreo collaboratore degli egiziani, svelò l’accaduto e il faraone condannò Mosè, egli dovette fuggire nel deserto del Sinai.
Qui incontrò nel suo esilio, una tribù nomade, il cui capo Ietro gli dette in moglie la figlia Sefòra, accogliendolo fra loro; nel silenzio della steppa, alla guida del gregge di pecore di Ietro, Mosè ha l’opportunità di meditare, di percepire la presenza di Dio, senza le distrazioni delle magnificenze della corte egiziana e nella solitudine del deserto, avverte la sua pochezza davanti al creato.
E nel deserto Dio si rivela, ai piedi del Sinai, dove un rovo è in fiamme senza spegnersi, Mosè accostatasi sente chiamarsi e la voce gli dice di togliersi i sandali perché quel luogo è sacro. Il Dio dei patriarchi gli ordina di andare dal Faraone per liberare il suo popolo oppresso e condurlo in Canaan, formandone una Nazione e per essere creduto sia dagli egiziani, che dagli ebrei, Iahweh gli dà il potere di compiere miracoli, consegnandogli un bastone con cui operarli.
Mosè tornato in Egitto insieme al fratello Aronne si reca dal successore del faraone Thutmose III, il figlio Amenophis II (1450-1423 a. C.) e chiede la liberazione del popolo ebraico in schiavitù e il permesso di allontanarsi nel deserto per la loro strada. All’ostinato rifiuto del faraone, seguono le celebri “dieci piaghe” che colpiscono l’Egitto per ordine di Mosè; le prime nove sono legate a fenomeni naturali ma che accadono in forma straordinaria, come l’invasione d’insetti dannosi ad ondate, invasione di rane, ecc. l’ultima invece più terribile è la morte dei primogeniti che avviene in una notte, compreso il figlio del faraone.
A questo punto il faraone, concede, anzi ordina, che gli ebrei vadano via e in quello stesso giorno inizia l’Esodo nella direzione del Mar Rosso. Qui avviene il grande miracolo dell’attraversamento del mare, che si apre davanti agli ebrei, permettendo loro di fuggire dalla cavalleria egiziana, che il Faraone pentito aveva inviato al loro inseguimento; il mare poi si richiuderà sui cavalieri egiziani annegandoli tutti.
Questo prodigio è stato magistralmente rappresentato nel celebre film “I dieci Comandamenti” del regista Cecil B. De Mille. È sempre Mosè l’intermediario fra Dio e il suo popolo, che ormai migrando nel deserto, si nutre con i prodigi di Iahweh, operati da Mosè; acqua che sgorga dalle rupi, la caduta della manna, la cattura delle quaglie, ecc.
Dopo tre mesi arrivano alle falde del Sinai, dove Mosè salito sul monte riceve le Tavole dell’Alleanza, l’avvenimento più importante e decisivo della storia d’Israele; esse sono la costituzione e la sanzione dell’alleanza fra Iahweh e la nazione d’Israele. Mosè vi appare in una grandezza sovrumana, in intima familiarità con Dio; quando Aronne e i suoi lo rivedono scendere dal monte con il Decalogo, il suo volto irraggia l’eterna luce, riflesso dello splendore divino e hanno addirittura timore di avvicinarlo.
Ma mentre Mosè era sul monte, il suo popolo, nell’attesa prolungata, cedette alla tendenza idolatrica, costruendo un vitello d’oro e abbandonandosi a festini, ubriachezze e immoralità. Dio manifesta a Mosè che dopo tale tradimento vuole distruggere gli ebrei e costituirlo capostipite di una nuova stirpe. Ma Mosè rifiuta, intercedendo per loro e ottenendo il perdono dalla sua infinita misericordia.
Un anno dopo, gli ebrei già dimentichi del perdono ricevuto, minacciano Mosè di lapidarlo, perché gli esploratori ritornati dalla terra di Canaan, avevano parlato di enormi difficoltà di vita, quindi alla loro guida rimproveravano di averli portati a morire nel deserto, era meglio ritornare in Egitto. Ancora una volta Dio vuole punire questo popolo ingrato e Mosè intercede di nuovo, ma Dio, stabilirà che la generazione dell’esodo non entrerà nella Terra promessa, tutti moriranno nel deserto, dove vagheranno per 38 anni.
E con questo popolo recalcitrante e indocile, Mosè convive cercando di portarlo al monoteismo, formulando nell’oasi di Cadesh, sotto la tenda-santuario, tutta una legislazione, da dare come guida ad un popolo in formazione. Passati 40 anni si riprese la migrazione nel deserto e la nuova generazione non sembrava meno ostile della precedente, ribellandosi per quel cammino senza fine, ma anche senza la loro fede.
Dio, a Mosè ed Aronne prostrati che invocano il suo aiuto, dice di percuotere con il bastone una roccia e Mosè radunato il popolo per rincuorarli, percuote due volte la roccia e l’acqua sgorga in abbondanza. Il percuotere due volte, sembra un momento d’incertezza e dubbio da parte di Mosè ed Aronne, per cui Dio dice che giacché non avevano avuto piena fede in Lui, non avrebbero avuto il compito di introdurre il popolo nella terra promessa.
Infatti, dopo aver conquistato la Transgiordania e ripartito il territorio alle varie tribù, Mosè trasmette la sua autorità a Giosuè, quindi sul monte Nebo, contempla da lontano la ‘terra promessa’ e con tale visione muore.
Mosè fu dunque l’eletto del Signore e il segno della scelta divina fu sempre su di lui, fin dall’infanzia, protagonista di una straordinaria vicenda umana; primo vero tramite fra Dio e il suo popolo e in senso lato fra Dio e gli uomini.

Autore: Antonio Borrelli

UN VASO ADATTO AL SERVIZIO DEL MAESTRO

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(predicatori del passato, credo della Chiesa dellea Riforma)

UN VASO ADATTO AL SERVIZIO DEL MAESTRO

DI CHARLES E. GREENAWAY

« La parola che fu rivolta a Geremia da parte dell’Eterno, in questi termini: « Levati, scendi in casa del vasaio, e quivi ti farò udire le mie parole ». Allora io scesi in casa del vasaio, ed ecco egli stava lavorando alla ruota; e il vaso che faceva si guastò, come succede all’argilla in man del vasaio, ed egli da capo ne fece un altro vaso come a lui parve bene di farlo. E la parola dell’Eterno mi fu rivolta in questi termini: O casa d’Israele, non posso io far di voi quello che fa questo vasaio?, dice l’Eterno. Ecco, quel che l’argilla è in mano al vasaio, voi lo siete in mano mia, o casa d’Israele! » (Geremia 18:1-6).

L’uomo è stato creato dalla polvere della terra. Ho osservato il lavoro dei vasai e per me è stato motivo di grande insegnamento. L’argilla non può far nulla e non ha alcun valore.
Siamo soltanto argilla e non possiamo nulla da noi stessi. Soltanto il Vasaio può fare di noi ciò che dobbiamo essere; soltanto Gesù può salvare la tua vita per farti ciò che a Lui è maggiormente gradito. Quell’argilla deve essere estratta e trasportata nella casa del vasaio; se il vasaio vuole lavorarla, deve prima procurarsela. L’argilla è informe, non ha nulla di attraente… senza Gesù siamo privi di qualsiasi bellezza! Egli però scava; nell’argilla si possono trovare anche sassi o altri elementi che fanno parte del terreno, come radici di piante, ecc., ed è proprio per questa ragione che il vasaio la porta a casa. Vi sono tanti cristiani che non vogliono raggiungere la casa del vasaio, preferiscono restare argilla e basta: « Non scavare in me, non togliermi quelle pietre », ma Dio ha un progetto per l’argilla. Perciò la porta in casa e la prima cosa che fa la lava: noi credenti non siamo purificati finché non veniamo lavati con il sangue di Gesù. Non puoi soltanto desiderare di diventare un bel vaso, ma potrai esserlo prima di tutto perché sei stato lavato con il sangue di Gesù. Dopo averla lavata, il vasaio prende l’argilla, la solleva e la scaglia a terra ripetutamente. Così dice il Signore a Geremia: « Guarda come fa il vasaio, fammi fare lo stesso con te! » Perché il vasaio si comporta così? Perché getta l’argilla a terra? In questo modo si disperde tutta l’aria, perché se c’è dell’aria nell’argilla, ovvero nei credenti tutto ciò che non ha valore ed è nocivo, non si potrà mai trarne un vaso. Infatti, una volta posto nel forno, tutti questi vuoti d’aria esplodono e il vaso va in frantumi. Perciò, deve uscire tutto da noi, tutto ciò che appartiene al nostro « io ». Dobbiamo fare molta attenzione agli inutili vuoti d’aria.
Ricordo di aver visto un meraviglioso elefante scolpito nel granito. Un giorno ho incontrato un uomo che aveva conosciuto l’autore di quell’opera stupenda e mi ha raccontato che una volta un visitatore entrò nello studio dello scultore per ringraziarlo di aver fatto un’opera così bella. In quella occasione gli chiese: « Come è possibile ricavare una figura così perfetta da un blocco di granito? ». Lo scultore gli rispose: « Prendi lo scalpello e il martello, vieni qui, vicino a questo blocco di pietra e ti mostrerò come si scolpisce un elefante ». Il visitatore prese il martello con lo scalpello e si avvicinò al marmo e disse: « Cosa debbo fare ora? » , e lo scultore gli rispose: « Togli da quel pezzo di granito tutto quello che non sembra un elefante! ». Finche non abbandoniamo tutto quello che non assomiglia a Gesù non saremo mai un vaso adatto per l’uso del Maestro. Signore aiutaci, spezzaci, modificaci, formaci, fa tutto ciò che vuoi con ciascuno di noi, ma usaci! Vogliamo essere vasi adatti al servizio del Maestro, ma se vogliamo esserlo dobbiamo permettere al Vasaio di lavorarci.

Il vaso sulla ruota
Dopo averla lavata e liberata da tutta l’aria, allora il vasaio mette l’argilla sulla ruota, che comincia a girare, perché l’argilla non può essere assolutamente lavorata se la ruota non gira. Questo è il nostro problema! Non ci piace stare sulla ruota, ci fa male. Qualche volta il vaso si frantuma e il vasaio lo mette di nuovo sulla ruota perché è determinato a farne un’opera adatta per l’uso a cui è destinata. Molti desiderano essere usati da Dio, ma non vogliono rimanere sulla ruota, non vogliono essere formati e non possono diventare ciò che Dio vuole finché non sono disposti a restare sulla ruota.. Oggi c’ è la tendenza ad andare in chiesa per cantare, per pregare, ma non per restare sulla ruota. Se non si rimane sulla ruota il canto svanirà, il desiderio di pregare verrà meno e dobbiamo fare molta attenzione che non ci rechiamo in chiesa soltanto per abitudine. Ogni volta che frequentiamo la riunione di culto e lo Spirito Santo interviene siamo sulla ruota, perché vuole renderci dei vasi migliori, perché ci ama! Non è facile restare sulla ruota, fa male, « fa girare la testa ». Quando scendiamo dalla ruota pensiamo: « Adesso finalmente tutto è passato! ». Quando si diventa più anziani si pensa di conoscere tutte le soluzioni. Ho i capelli bianchi, ho predicato per tanti anni, ho viaggiato su tutte le strade, son passato per la giungla, ho attraversato i deserti, ho scalato montagne e penso che ormai tutto sia concluso. Ma non è così! Negli ultimi due anni, mia moglie ed io, abbiamo affrontato la tempesta, la più grave della nostra vita. Siamo stati grandemente provati: non arriva mai il momento in cui si può scendere dalla ruota! Quel pochino di fede è stata affinata: non si scende mai dalla ruota del Signore perché dobbiamo essere adatti per l’uso del Maestro!

Il vaso nel forno
Quando il vaso è tolto dalla ruota, è messo poi nel forno, nella fornace, in mezzo al fuoco, e quando il vasaio li mette nel forno, i vasi non si possono toccare l’uno con l’altro, debbono restare separati. Dio non vuole che ci disintegriamo nel fuoco. Purtroppo, sovente vedo qualcuno che si frantuma perché non comprende che nel fuoco bisogna rimanere soli.
Mia madre aveva ventinove anni e rimase vedova con sei bambini durante il periodo della grande depressione americana. Non aveva nessuno che l’aiutasse, era una vedova senza speranza, praticamente sul lastrico, e per anni attese « sulle sue ginocchia », in silenziosa preghiera. Tornavamo a casa alle due del mattino, non eravamo ancora convertiti al Signore, pian piano salivamo i gradini e arrivavamo vicino alla sua stanza sperando che stesse dormendo, ma ogni volta la sentivamo pregare: « O Dio, abbi misericordia dei miei figli, falli dei vasi adatti per l’uso del Maestro! ». Andavamo a letto e ci sentivamo come Giuda Iscariota. Ma mia madre continuò a pregare per i suoi figli. Ricordo la sera che il Signore mi salvò, perfino quella sera non volevo, ma lei continuava a pregare: mia madre era rimasta sulla ruota! Non ha mai potuto disporre di un anello con brillante, non ha mai indossato un vestito di seta, se voleva accarezzarci doveva tirar fuori dall’acqua le sue mani da lavandaia; lavorava giorno e notte, ma era un vaso adatto per l’uso del Maestro! Rimase sulla ruota, da sola passò attraverso il fuoco, ma visse per vedere i suoi figli andare a piantare « la croce di Cristo » lontano nel mondo!
Rimanete sulla ruota, siate disposti a passare anche attraverso il fuoco, ma alla fine siate un vaso adatto per l’uso del Maestro! Mia madre visse fino a tardissima età, l’ho seppellita due anni fa (1988). Gli ultimi tre anni non mi riconosceva più, entravo e mi chiedeva: « Chi sei? ». « Sono Carlo ». « Carlo è morto », rispondeva. Io piangevo, per tre anni sono andato a visitarla per starle vicino e dirle soltanto: « Ti amo mamma », mi guardava per un po’ e mi diceva: « Anch’io ti amo… ma ti chi sei? ». E questo mi avviliva. Quando morì, una delle inquiline della casa dove abitava mi disse: « Signor Greenaway, sua madre era una donna eccezionale, quando si arriva ad essere anziani come lei si dicono cose incomprensibili, si fanno cose inspiegabili, ma sua madre non era così. La Bibbia era sempre lì, sul suo comodino, accanto a lei, nei momenti di lucidità, che duravano forse venti minuti, afferrava la Bibbia e cominciava a leggere e a parlare delle cose di Dio, e tutte le ricoverate anziane si accomodavano attorno a lei e dopo venti minuti si guardava intorno e si domandava cosa facesse tutta quella gente. Signor Greenaway, sono certa che almeno cinque donne sono in cielo col Signore perché sua madre le ha condotte a Cristo in quei momenti di lucidità » Dio è fedele!
Mio fratello è cresciuto in chiesa, suonava la tromba nell’orchestra. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale fu chiamato alle armi, affrontò la guerra ma una volta finita non è mai più entrato in chiesa. Quello che cerco di dirvi è che la ruota è sempre lì, attuale com’è attuale il fuoco del forno, ma il Maestro, il sommo Vasaio dice ancora: « Cosa posso fare con te, non posso forse fare quello che il vasaio fa a questo vaso? ». Abbiamo pregato per mio fratello. Intanto si è sposato, ha avuto quattro figli che non hanno mai varcato la soglia di una chiesa. Chiamavo mia madre e le domandavo: « Che ne pensi di Melvin? », ella rispondeva: « Mio figlio tornerà al Signore ». « Come lo sai mamma? ». « Dio è fedele », era la risposta. Non ho mai smesso di credere che basta essere un vaso nelle mani di Dio! Soltanto Dio può farci il vaso che vuole che siamo.
Puoi andare a scuola, essere brillante, intraprendere una promettente carriera, ma non sarai mai un vaso ad onore finche non sarai disposto a lasciarti formare dalle Sue stesse mani. Sommo vasaio cosa vuoi fare di me? Mettimi sulla ruota, spezzami, piegami, formami, ma fa che io sia un vaso adatto per il Tuo servizio. Passarono diciassette anni e mio fratello non era ancora tornato al Signore, mia madre diceva: « Ce la farà ». Ricordo che un giorno, mentre lasciavo l’ufficio, mi dissero che c’era una telefonata per me. All’altro capo del filo una voce mi comunicò: « Tuo fratello è morto stamattina ». Piansi ma non per me, non piangevo neanche per lui, era troppo tardi, ma piangevo per mia madre, uno dei vasi di Dio che aveva creduto che quel ragazzo sarebbe tornato al Signore ed ora invece era morto. Dovevo partire per l’Europa la sera stessa, ma desideravo vedere mio fratello. Presi l’aereo e mi recai a Boston; noleggiai un’automobile e mi diressi verso la camera mortuaria; entrai, lo baciai piangendo. Poi sentii che qualcuno mi si era avvicinato, era sua moglie che mi disse: « Carlo, vieni, siediti accanto a me, voglio raccontarti qualcosa, forse ti consolerà. Non capisco nulla di queste cose, ma ieri sera quando stava per coricarsi, Melvin ha baciato i bambini poi è entrato in camera. Si è messo in ginocchio, vicino al letto, e ha cominciato a fare qualcosa che non sapevo facesse: ha alzato le mani verso il cielo iniziando a pregare mentre le lagrime scorrevano sul suo viso. La cosa strana è che tuo fratello ha cominciato a pregare in una lingua che non conoscevo ».
Quel ragazzo era tornato al « calvario », era tornato all’ »alto solaio ». Alcune ore dopo aveva preso l’automobile, l’aveva messa in moto e in un istante aveva reclinato il capo sul volante. Dio è fedele! Rimani sulla ruota! Passa pure attraverso il fuoco, lascia che Egli ti formi e ti renda un vaso che possa essere usato da Lui!
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Tratto da: Scebna e l’uso delle chiavi. Sermoni di Charles E. Greenaway. Adi-Media, Roma 1994

OMELIA PRIMA LETTURA SU GEREMIA (2007)

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/10419.html

OMELIA  PRIMA LETTURA SU GEREMIA (2007)

UOMO DI CONTRASTO

don Marco Pratesi

La prima lettura ci presenta un momento drammatico del difficile ministero di Geremia. Gerusalemme è assediata dalle truppe di Nabucodonosor, re di Babilonia. In città scarseggiano i beni di prima necessità, si tenta di resistere a oltranza, sperando magari in un intervento divino, come altre volte è avvenuto. In questa situazione Geremia, già detenuto a motivo dei suoi annunzi di rovina, continua a proclamare: « Dice il Signore: ‘Chi rimane in questa città morirà di spada, di fame e di peste, mentre chi passerà ai Caldei [i babilonesi] vivrà’ » (Ger 38,2).
È annunzio fondamentale nel ministero di Geremia, anche se non unico, sia prima che dopo la caduta di Gerusalemme: Babilonia è strumento dell’ira di Dio contro Israele; è quindi opportuno non resistere ad ogni costo, cosa che avrebbe il solo effetto di peggiorare la situazione.
Geremia è posto come profeta in Israele nel momento in cui i suoi nemici devono prevalere, per testimoniare che, anche in quel momento, la storia è condotta da Dio. Altrimenti, di fronte alla sconfitta, Israele avrebbe dovuto necessariamente concludere che Dio lo aveva abbandonato, oppure che egli era stato vinto dagli dèi di Babilonia. Geremia sta lì a mostrare che invece quanto accade è volontà di Dio.
Compito quanto mai ingrato, e l’episodio della cisterna ne è chiara illustrazione. I capi d’Israele che vanno dal re Sedecia a chiedere la morte del profeta sono ben convinti di conoscere quale sia « il benessere (shalom) del popolo ». Non si pongono nemmeno il problema di quale possa essere il piano di Dio, lo sanno già in partenza: resistere, continuare a lottare fino all’ultimo. Così, in nome delle proprie visuali acriticamente assunte, resistono al piano di Dio, causando ulteriore rovina a sé e al popolo. Per essi, fiduciosi nell’incrollabilità della dinastia davidica e del tempio, è facilissimo vedere nelle parole di Geremia un’offesa alla nazione e alla parola stessa di Dio. Così il profeta si trova posto al centro della lotta, tanto da potersi definire « uomo di contesa per tutto il paese », e aggiunge: « Non ho preso prestiti, non ho prestato a nessuno, eppure tutti mi maledicono » (Ger 15,10).
Assistiamo al paradosso che sarà anche di Gesù: la parola di Dio suscita contrasto. « Non sono venuto a portare la pace sulla terra, ma la divisione » (Vangelo). Tema scottante oggi, quando le religioni, e specialmente i monoteismi, sono accusati di fomentare divisioni e guerre. Si dovrebbe perciò accantonare le religioni, o almeno ridurle a elemento funzionale a pace e tolleranza universali, eliminando in esse tutto ciò che potrebbe indurre conflitti.
Per il cristiano questa strada non è percorribile. Se i profeti, compreso il più grande tra loro che è Gesù di Nazaret, hanno suscitato divisione, un cristiano che realizzi una « pace universale » è soltanto sale che ha perso sapore. Una tale impresa sarebbe possibile solo espellendo dalla storia la presenza attiva di Dio, e costruendo una religione funzionale alle varie ed effimere visuali del « benessere » umano. Tanti vogliono insegnarci qual è il vero bene dell’umanità: per non creare tensioni, dovremmo negare proprio a Dio la possibilità di dire una parola in merito.
Certo, il conflitto non deve significare guerra, violenza. L’umanità – credente o meno – deve imparare a vivere il conflitto evitando di risolverlo sia con la violenza (di ogni tipo), sia con la rimozione forzata del conflitto (che è di nuovo violenza: il conflitto non deve esistere). Gesù, come Geremia, subisce la violenza, non la fa: sua unica arma è la spada affilata della Parola.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

ISAIA 66,10-14 – COMMENTO

http://www.nicodemo.net/NN/ms_pop_vedi1.asp?ID_festa=235

ISAIA 66,10-14

10 Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate. Sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto. 11 Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni; succhierete con delizia all’abbondanza del suo seno.
12 Poiché così dice il Signore: « Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati.
13 Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati. 14 Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca. La mano del Signore si farà manifesta ai suoi servi ».

COMMENTO
Isaia 66,10-14c

La maternità di Dio

Il brano liturgico è ricavato dalla terza parte del libro di Isaia, chiamato Terzo Isaia (Is 56-66), che consiste in una raccolta di oracoli composti dopo il ritorno dei giudei dall’esilio babilonese. Esso si trova al termine della quarta e ultima parte della raccolta (Is 63-66), che si apre con un brano apocalittico (63,1-6), cui fa seguito una lunga meditazione sulla storia di Israele (63,7 – 64,11). Dopo una polemica nei confronti dell’idolatria di Israele (65,1-7) e un testo in cui si contrappone la salvezza dei giusti alla rovina dei malvagi (65,8-16), è affrontato poi il tema apocalittico della nuova creazione (65,17 – 66,24).

In questa sezione viene riportato anzitutto un oracolo in cui il profeta preannunzia l’inizio di un’era di pace, in cui tutti avranno lunga vita e abbondanza di beni materiali, unitamente al favore divino; persino gli animali selvaggi si riconcilieranno con quelli domestici e non faranno più male a nessuno (65,20-25). Il brano successivo inizia con questa domanda: «Quale casa mi potreste costruire?» (Is 66,1-2). Non certo un tempio dove «uno sacrifica un giovenco e poi uccide un uomo, … uno brucia incenso e poi venera l’iniquità» (66,3). Il vero tempio, che Dio vuole, è una comunità nuova, una società di uomini onesti e responsabili. Ma nessuno, all’infuori di Dio, può far nascere questa comunità nuova. Perciò si annunzia che, senza i dolori del parto, viene alla luce un maschio (v. 7). È una nascita che suscita meraviglia e sorpresa: essa è simbolo di qualcosa ancora più incredibile, cioè la nascita simultanea di un popolo intero. Ebbene qui si tratta appunto della nascita di un popolo: la madre Sion ha partorito i suoi figli (v. 8). È un miracolo inatteso e imprevisto, è l’opera stupenda di Dio. Infatti Dio, che «apre» il grembo materno, cioè che ha creato la donna perché partorisca, può dare la fecondità e far generare figli (v. 9).

Inizia qui il brano liturgico, che è un inno di gioia per la rinascita di Gerusalemme. Anzitutto il profeta invita coloro che amano la città santa a rallegrarsi con lei. Essi, che prima erano in lutto, adesso sono invitati a sfavillare di gioia (v. 10). Coloro ai quali è rivolto l’invito sono tutti gli abitanti di Gerusalemme, soprattutto quelli che erano desolati e depressi per la situazione di rovina in cui era caduta la città. Ora tutto è cambiato, la città è risorta, ed essi devono rallegrarsi.

La gioia che esplode nella città santa deriva dalla ricchezza dei beni di cui essa è arricchita, segno della benevolenza divina. Gerusalemme è immaginata come una madre che allatta i suoi figli, li riempie di consolazione e li inonda della sua gloria (v. 11). L’abbondanza di cui gode la città non è frutto del lavoro dei suoi abitanti, ma il segno di una benevolenza divina che raggiunge abbondantemente tutti i suoi abitanti. Infatti essa deriva direttamente da Dio, il quale farà scorrere verso di essa, come un fiume ricco d’acqua, la pace, e con questa la gloria delle genti (v. 12a). Viene qui ripreso un tema tipico del Terzo Isaia che descrive il futuro radioso di Gerusalemme come l’arrivo dei gentili che, in pellegrinaggio, si recano al tempio per adorare il Dio di Israele portando con sé in dono tutti i loro beni (cfr. Is 60,1-22). Ritorna poi nuovamente l’immagine della madre che allatta i suoi figli, li porta in braccio, li fa sedere sulle sue ginocchia e li accarezza (v. 12b). Questa volta però l’uso del passivo significa che il soggetto non è più direttamente la città, ma Dio stesso che ha profuso in essa i suoi doni.

L’immagine della madre viene poi ripresa nel versetto successivo (v. 13). Nei confronti degli abitanti di Gerusalemme, Dio è come una madre che consola il suo figlio, e lo fa proprio nella città in cui vivono. Infine Dio dà una solenne conferma di quanto ha promesso, assicurando che essi, cioè gli abitanti di Gerusalemme, lo vedranno, il loro cuore gioirà e le loro ossa saranno rigogliose come l’erba (v. 14a). La liturgia omette la seconda parte del v. 14 in cui si dice che «la mano del Signore», cioè la sua potenza, sarà causa di causa di benessere per i suoi servi, ma motivo di collera per i suoi nemici. A questo tema sono riservati i successivi vv. 15-18, mentre nel brano successivo, con in quale si chiude il libro di Isaia (Is 66,22-24), si riprende il tema della nuova creazione.

Linee interpretative

In un momento nel quale in primo piano si trova la preoccupazione per la ricostruzione del tempio, questo brano va veramente contro corrente. In esso l’accento viene posto non sull’edificio materiale, ma sulla nascita di un popolo fedele a Dio. Senza di esso il tempio non ha ragione di esistere. Non si tratta però dell’effetto di un’iniziativa umana, ma di un’opera compiuta direttamente da Dio. Solo Dio infatti può dare vita a un popolo. Si tratta quindi di un dono straordinario, di fronte al quale non c’è altro da fare che rallegrarsi con grande riconoscenza. Che nasca una comunità giusta e santa, prospera e pacifica, è un vero miracolo di Dio. La nascita di una tale comunità è una cosa meravigliosa e inattesa. È questa la speranza che il Terzo Isaia coltiva e mantiene viva tra i giudei rimpatriati a Gerusalemme.

La rinascita di cui si parla nel brano non è un evento di carattere puramente spirituale. Esso infatti è accompagnato da un’abbondanza di beni materiali, che non sono riservati solo a qualcuno ma sono equamente distribuiti fra tutti i membri del popolo. Là dove nasce l’autentica comunità del popolo di Dio, non verranno a mancare i beni di questo mondo. In questo testo lo sviluppo materiale viene visto come un dono di Dio, perché viene raggiunto mediante gli sforzi congiunti di tutto un popolo che nella fede ha trovato l’unità dei cuori e delle menti. Il vero sviluppo non dipende solo dalla tecnologia ma anche e soprattutto dalla solidarietà e dalla ricerca della giustizia. Perciò all’origine di tutti i benefici divini viene messa la pace, che è l’ambito in cui tutti gli altri doni trovano significato ed efficacia.

DOVE SEI?

http://camcris.altervista.org/moodyds.html

DOVE SEI?

DI D. L. MOODY

(Dwight Lyman Moody (5 febbraio 1837 – 22 dicembre 1899) è stato un evangelista ed editore statunitense, fondatore della Chiesa Moody, della Northfield School e della Mount Hermon School nel Massachusetts (ora Northfield Mount Hermon School), del Moody Bible Institute e della Moody Press.)

La primissima cosa che accadde quando fu giunta in cielo la notizia della caduta dell’uomo, fu che Dio discese alla ricerca del perduto. Mentre Egli cammina attraverso il giardino nella brezza del giorno lo sentiamo chiamare: « Adamo! Adamo! Dove sei? ». Era la voce della grazia, della misericordia, e dell’amore. Dal momento che era Adamo il trasgressore, avrebbe dovuto essere lui a cercare Dio. Essendo caduto, avrebbe dovuto cercare in tutto Eden gridando: « Dio mio! Dio mio! Dove sei? ». Ma invece fu Dio a lasciare i cieli per cercare nell’oscurità del mondo il ribelle che era caduto – non per cancellarlo dalla faccia della terra, ma per trovare per lui un modo di sottrarlo alla miseria del suo peccato. E infine lo trova – dove? Tra i cespugli del giardino, mentre cerca di nascondersi dal suo Creatore.
Nel momento in cui si interrompe la comunione tra l’uomo e Dio, anche se l’uomo in questione dichiara di essere un figlio di Dio, egli cerca di nascondersi da Lui. Quando Dio lasciò Adamo nel giardino, questi era in comunione col suo Creatore, e Dio parlava con lui; ma in seguito alla sua caduta, Adamo non desiderava vedere il suo Creatore, avendo perso la comunione con Lui. Non può sopportare di vedere Dio, e neppure di pensare a Lui, e così scappa via per nascondersi da Dio. Ma il suo Creatore cerca l’uomo, diretto al suo nascondiglio. « Dove sei, Adamo? Dove sei? ».
Sono passati 6.000 anni e questo testo è giunto di era in era fino a noi. Dubito che tra gli uomini, figli di Adamo, ci sia qualcuno che non ha mai sentito in qualche periodo della sua vita – talvolta nell’ora più buia – « Dove mi trovo? Chi sono? Dove sto andando? E quale sarà la fine di tutto questo? ». Penso sia una buona cosa per l’uomo fermarsi e porsi questa domanda. Vorrei che ve lo chiedeste voi tutti, tanto i piccoli quanto gli anziani. Non vi dico di chiedervi dove vi trovate rispetto al vostro prossimo; non vi chiedo dove vi trovate rispetto ai vostri amici, o rispetto alla comunità dove vivete. Ha ben poca importanza sapere dove siamo agli occhi degli altri, o sapere cosa essi pensano di noi; ma è di grandissima importanza conoscere cosa Dio pensa di noi – sapere dove ci troviamo agli occhi di Dio; è questa la domanda che dobbiamo porci adesso. Sono io in comunione col mio Creatore, o sono al di fuori di questa comunione? Se non sono in comunione con Lui, non ho pace, né gioia, né felicità durevole. Nessun uomo sulla faccia della terra, che non sia in comunione col suo Creatore, può aver mai conosciuto cosa siano la pace, e la gioia, e la felicità, e il vero conforto. Egli è del tutto estraneo a queste cose. Ma quando siamo in comunione con Dio, la Sua luce illumina il sentiero della nostra vita. Ponetevi dunque questa domanda. Non pensiate che io stia predicando ai vostri vicini, ma ricordate che sto cercando di parlare proprio a voi, a ciascuno di voi singolarmente. Fu la prima domanda posta all’uomo dopo la sua caduta, e Dio aveva un auditorio tutt’altro che vasto – solo Adamo e sua moglie. Ma era Dio a predicare; e sebbene essi cercassero di nascondersi, le parole li raggiunsero ugualmente. Lasciate che raggiungano anche voi. Potete pensare che la vostra vita sia nascosta, che Dio non sappia nulla di voi. Ma Egli conosce le nostre vite molto meglio di quando noi crediamo di conoscerle; e i Suoi occhi sono sopra di noi fin dalla nostra più tenera infanzia e fino ad oggi.
« Dove sei? ». Preferisco distinguere coloro che mi stanno ascoltando in tre categorie: i Cristiani professanti, i cristiani caduti, e gli empi.
Prima di tutto, vorrei porre una domanda ai Cristiani professanti, o meglio, lasciare che sia Dio a porgliela: Dove siete?
Qual è la vostra condotta nella chiesa, e tra i vostri conoscenti? I vostri amici riconoscono che appartenete completamente al Signore? Potete essere Cristiani professanti da venti, forse trenta, o anche quarant’anni. Bene, ma dove siete stasera? State procedendo in avanti verso il cielo? E potete rendere conto della speranza che è in voi? Supponete che io ora chieda ai Cristiani professanti presenti in questo luogo di alzarsi in piedi; vi vergognereste di alzarvi? Supponete che io chieda a ognuno che qui si professa figlio di Dio, « Se la morte tagliasse il filo della tua vita adesso, hai buone ragioni di credere che saresti salvato? ». Riusciresti a stare in piedi davanti a Dio e agli uomini, e a dire che hai un buon motivo di credere che sei passato dalla morte alla vita? O ti vergogneresti? Ritorna con la mente agli anni passati: sarebbe coerente che tu dicessi « Sono un Cristiano »? La tua vita coincide con la tua professione di fede? Non si tratta tanto di quello che diciamo, ma di come viviamo. Le azioni parlano più chiaramente delle parole. I tuoi colleghi sanno che sei un Cristiano? La tua famiglia lo sa? Sanno che ti sei dato completamente al Signore? Ogni Cristiano che si professa tale si chieda, « Dove mi trovo agli occhi di Dio? Il mio cuore è fedele al Re del cielo? La mia vita di tutti i giorni è coerente con quella che vivo nella chiesa del Signore? Sono una luce in questo mondo di tenebre? ». Cristo dice, « Voi siete Miei testimoni ». Egli era la Luce del mondo, e il mondo non ha voluto ricevere la vera Luce; il mondo si è ribellato contro di essa, e ora Cristo dice, « Vi lascio in questo mondo perché testimoniate di Me; vi lascio qui perché mi siate testimoni ». Questo si intende quando si dice che i Cristiani devono essere epistole viventi, conosciute e lette da tutti gli uomini. Allora, la mia vita testimonia di Cristo come dovrebbe in questo mondo di tenebre? Se un uomo è per Dio, abbandoni le cose del mondo e si metta a servizio del Signore; e se invece è per il mondo, rimanga nel mondo. Questo servire Dio e il mondo allo stesso tempo – questo stare da entrambe le parti contemporaneamente – è la maledizione della Cristianità presente. Essa ritarda più di qualunque altra cosa il progresso del Cristianesimo. « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua ».
Ho sentito di tante persone che pensano che far parte della chiesa, e aver fatto una professione di fede, basti per il resto dei loro giorni. Ma c’è una croce che tutti noi dobbiamo portare ogni giorno. Oh, figli di Dio, dove vi trovate? Se Dio vi apparisse stanotte nella vostra camera da letto e vi facesse questa domanda, cosa rispondereste? Credete di poter dire con sincerità: « Signore, ti sto servendo con tutto il mio cuore e con tutta la mia forza; sto facendo fruttare i talenti che mi hai dato e mi sto preparando per il Tuo Regno che sta per venire »? Quando mi trovavo in Inghilterra nel 1867, a Londra, c’era un mercante che veniva da Dublino, e stava parlando con un uomo d’affari; quando mi avvicinai, questi mi presentò al mercante. Alludendo a me, quest’ultimo disse al primo: « Questo giovane si è dato completamente a Cristo? » Queste parole bruciarono nella mia anima. Significa molto darsi del tutto a Cristo; ma è quello che dovrebbero fare tutti i Cristiani, e se lo facessero la loro influenza ben presto si sentirebbe nel mondo; se, cioè, i credenti non si nascondessero e facessero sentire la loro voce in ogni occasione. Come ho detto prima, ci sono molti nelle chiese che fanno una dichiarazione di fede, e quella è l’ultima cosa che senti di loro; e quando muoiono devi andare a leggere in qualche vecchio e polveroso registro di chiesa per sapere se erano Cristiani o no. Credo che quando Daniele morì, tutti gli uomini di Babilonia sapessero chi egli avesse servito durante la sua vita. Non avevano bisogno di informarsi leggendo registri. La sua vita testimoniava con i fatti la professione di fede che aveva fatto. Ciò di cui abbiamo bisogno sono credenti che abbiano un po’ di coraggio per difendere la causa di Cristo. Quando la Cristianità si sveglia, e ogni credente che appartiene al Signore è disposto a prendere posizione per Lui, è disposto a lavorare per Lui, e, se fosse necessario, è disposto a morire per Lui, solo allora la Cristianità avanzerà, e vedremo prosperare l’opera del Signore. C’è una cosa che temo più di ogni altra, ed è vedere quel freddo formalismo nella chiesa di Dio. Tra tutte le cattive abitudini, non c’è niente di tanto pericoloso per la chiesa quanto un morto, freddo formalismo, che è giunto fin dentro il cuore della chiesa. Ci sono così tanti fra noi che dormono e sonnecchiano mentre le anime intorno a noi e in ogni parte del mondo stanno morendo! Onestamente, credo che noi Cristiani professanti, spiritualmente parlando, siamo tutti mezzi assonnati. Alcuni di noi stanno iniziando a strofinarsi gli occhi per riuscire a tenerli mezzi aperti, ma nell’insieme stiamo dormendo.
C’era una breve storia sulla stampa americana che mi è rimasta molto impressa come genitore. Una domenica, un padre portò il suo figlioletto nei campi, e, essendo una giornata calda, si stese sotto un bellissimo albero ombroso. Il figlioletto correva avanti e indietro raccogliendo fiori di campo e piccoli steli d’erba, e tornando da suo padre diceva: « Bello! Bello! ». Dopo un po’, il padre si addormentò, e mentre dormiva il bambino si allontanò. Quando l’uomo si fu svegliato, il suo primo pensiero fu: « Dov’è mio figlio? ». Guardò ovunque, ma non lo vide. Lo chiamò gridando con tutta la voce che aveva, ma poté sentire solo l’eco della sua voce. Corse sulla sommità di una collinetta, si guardò intorno e gridò ancora. Nessuna risposta! Allora si diresse verso un precipizio poco distante, guardò giù, e lì, tra le rocce e i fiori selvatici, vide il corpo lacerato del suo amato figlioletto. L’uomo corse in fretta sul posto, prese quel corpicino senza vita e lo strinse a sé, accusando se stesso della morte del suo bambino. Mentre lui dormiva, il piccolo era caduto dal precipizio. Nell’apprendere questa storia, pensai a quanto essa assomigli alla condizione della chiesa di Dio!
Quanti padri e madri, quanti Cristiani, stanno dormendo ora, mentre i loro figli vagano verso il terribile precipizio delle profondità infernali! Padri, dove sono i vostri figli stasera? Forse saranno solo in qualche luogo di ritrovo pubblico, oppure per strada, o si stanno incamminando verso la tomba ubriacandosi. Madri, dove sono i vostri figli? Forse in un locale dove stanno distruggendo la loro anima – gettando via tutto ciò che c’è di caro e sacro per loro? Sapete dove si trova vostro figlio adesso? Padre, puoi essere stato un Cristiano professante per quarant’anni; dove sono i tuoi figli stasera? Hai vissuto in modo tanto devoto, tanto simile a Cristo, da poter dire « Seguite me come io ho seguito Cristo »? Quei figli stanno camminando nella luce, verso la gloria del Signore? Sono stati raccolti nel gregge di Cristo, e i loro nomi sono stati scritti nel Libro della Vita dell’Agnello? Quanti padri e quante madri oggi sono in grado di rispondere? Vi siete mai fermati a pensare che la colpa possa essere vostra, e che non siete stati fedeli verso i vostri figli? Potete essere certi che fintanto che la chiesa continuerà a vivere come il mondo, non potremo aspettarci di vedere i nostri figli darsi a Cristo. Vieni, O Signore, e sveglia ogni madre, e possa ognuno di noi genitori sentire il valore delle anime dei figli che Dio ci ha donati. Possano essi nella loro vecchiaia non dover temere la morte, ma siano piuttosto una benedizione per la chiesa e per il mondo.
Non molto tempo fa la sola figlia di un mio amico agiato si è ammalata ed è morta. Il padre e la madre rimasero al suo capezzale mentre ella moriva. L’uomo aveva passato tutta la vita ad accumulare beni per lei; le aveva fatto conoscere il fior fiore della società; ma non le aveva insegnato nulla di Cristo. Quando la ragazza giunse a un passo dalla morte, disse: « Aiutatemi; è molto buio, e sento un gelo terribile ». I genitori si strinsero le mani angosciati, ma non potevano fare nulla per lei; e la povera ragazza morì nell’oscurità e nella disperazione. Cosa potevano fare per loro i beni e le ricchezze? E voi, madri e padri, state facendo la stessa cosa oggi, ignorando l’opera che Dio vi ha dato da compiere. Vi supplico, dunque, ciascuno di voi inizi a lavorare adesso per le anime dei vostri figli!
Qualche tempo fa, c’era un giovane, morente, e sua madre pensava che egli fosse Cristiano. Un giorno, passando accanto alla sua stanza, lo sentì dire: « Perduto! Perduto! Perduto! ». La madre corse nella stanza e gridò: « Figlio mio, è possibile che tu abbia perso la tua speranza in Cristo, ora che stai morendo? » « No, madre, non è questo; so che c’è una vita dopo la morte, ma io ho perso la mia vita. Ho vissuto ventiquattro anni, e non ho fatto nulla per il Figlio di Dio, e ora sto morendo. Ho vissuto la mia vita per me stesso; ho vissuto per questo mondo, e solo ora che sto morendo, mi sono dato a Cristo; ma la mia vita è perduta ». Non si potrebbe dire di molti di noi, che se dovessimo essere chiamati a partire da questo mondo, le nostre vite sono state quasi un fallimento – forse un intero fallimento se consideriamo il nostro compito di far conoscere Cristo agli altri uomini del mondo? Giovani donne! State lavorando per il Figlio di Dio? State cercando di portare a lui le anime di qualche peccatore? Avete cercato di convincere qualche amico o compagno affinché i loro nomi siano scritti nel Libro della Vita del Signore? O preferite dire, « Perduto! Perduto! Molti anni sono passati da quando sono diventato un figlio di Dio, e non ho mai avuto il privilegio di portare anime a Cristo »? Se c’è qualcuno che si professa figlio di Dio che non ha mai avuto la gioia di portare anche solo un’anima nel regno di Dio, oh! Che ricominci daccapo. Non esiste un privilegio maggiore sulla terra. E io credo, amici miei, che non ci sia stato un periodo, almeno ai nostri giorni, in cui l’opera per Cristo sia più necessaria di adesso. Non credo che ci sia mai stato nei vostri o nei miei giorni un momento in cui lo Spirito di Dio sia stato sparso maggiormente sul mondo. Non c’è parte della Cristianità dove il lavoro non viene portato avanti; e sembra che nuove notizie liete stiano arrivando da ogni parte del mondo. Non è dunque il momento per la chiesa di Dio di svegliarsi e venire tutti insieme come un uomo solo ad aiutare il Signore, e sforzarci per scacciare quelle orde infernali di morte che vagano per le nostre strade e che portano sul loro petto quanto di più nobile e di meglio abbiamo? Oh, possa Dio svegliare la chiesa dei credenti! Abbandoniamo i piaceri del mondo, e andiamo avanti e lavoriamo per il Regno del Suo Figliuolo.
Ora, come seconda cosa, voglio parlare a coloro che sono tornati nel mondo – ai credenti caduti. Forse qualche anno fa eri un Cristiano professante, e ti sei trasferito in una nuova grande città. Sei diventato membro di una chiesa, e magari insegnante della scuola domenicale; ma vedendo persone che non conoscevi hai pensato di prendertela un po’ più comoda – magari andando al culto una volta si e una volta no. Così hai smesso di insegnare alla scuola domenicale; hai abbandonato l’opera per Cristo. Nella tua nuova chiesa non hai ricevuto l’attenzione e il caloroso benvenuto che ti aspettavi. E hai preso l’abitudine di starne lontano. Ora sei giunto tanto lontano che ti si può trovare nei teatri o nei locali mondani, o addirittura in compagnia di persone che bestemmiano o che si ubriacano. Forse sto parlando a qualcuno che è stato lontano dalla casa di suo padre per molti anni. Torna, ora, figlio prodigo; dimmi, sei felice? Sei mai stato felice anche un’ora sola da quando hai lasciato Cristo? Ti soddisfa il mondo, o quelle cose senza valore che hai trovato lontano da casa? Ho viaggiato molto, ma non ho mai trovato una persona che sia tornato a seguire le cose del mondo e che possa dire con sincerità di essere felice. Conoscevo un uomo che era davvero nato da Dio, che non riuscì mai a trovare alcuna soddisfazione nel mondo. Credete che il figlio prodigo fosse soddisfatto del paese straniero dove andò a vivere? Chiedete ai prodighi in questa città se sono davvero felici. « Non c’è pace per gli empi, dice il mio Dio ». Non c’è pace per l’uomo che si ribella contro il suo Creatore. Supponendo che egli sia stato fatto partecipe del dono celeste, e che sia stato in comunione con Dio, e che abbia avuto la dolce compagnia del Re del Cielo, e che abbia passato felici ore di servizio per il Maestro, ma che ora sia caduto, può quella persona essere felice? Se lo è, è un chiaro segno del fatto che non si è mai davvero convertito. Se un uomo è nato di nuovo, e ha ricevuto la natura divina, questo mondo non potrà mai soddisfare i desideri della sua nuova natura. Oh, caduti, ho pietà di voi! Ma voglio dirvi che il Signore Gesù ha molta più compassione di quanta ne possa avere chiunque altro. Egli sa quanto sia amara la vita; Egli sa quanto sia buia la tua vita; Egli desidera che tu torni a casa. Oh, credente caduto, torna a casa stasera! Ho un messaggio d’amore da tuo Padre. Il Signore ti vuole, e ti invita a tornare a casa stasera. « Torna a casa, figlio smarrito; torna dalle buie montagne del peccato ». Ritorna, e tuo Padre ti accoglierà con amore. So che il diavolo ti ha detto che Dio non vuole avere più niente a che fare con te, perché ti sei allontanato. Se questo fosse vero, ci sarebbero pochissimi uomini in cielo. Davide cadde; Abramo e Giacobbe si allontanarono da Dio; non credo che esista un santo in cielo che in qualche momento della sua vita non si sia allontanato da Dio nel suo cuore. Forse non nella sua vita, ma nel suo cuore. Il figlio prodigo aveva raggiunto la città lontana col suo cuore prima ancora di esserci arrivato fisicamente. Prodigo! Torna a casa stasera. Tuo Padre non vuole che tu rimanga lontano. Pensi forse che il padre del prodigo non fosse ansioso per lui affinché tornasse a casa dopo tutti quei lunghi anni che era stato lontano? Ogni anno il padre aspettava e desiderava che lui tornasse a casa. Allo stesso modo Dio vuole che tu torni a casa da lui. Non importa quanto lontano tu sia andato; il grande Pastore ti riceverà nuovamente tra i suoi figli stasera. Hai mai saputo di un credente che si era allontanato da Dio e che poi, tornato da Lui, sia stato rifiutato dal Signore? Ho sentito di padri e madri terreni che non hanno voluto ricevere i loro figli quando sono tornati; ma sfido ogni uomo ad affermare di conoscere qualche credente che era caduto ma che, con cuore realmente sincero, sia poi tornato a casa e il Signore non abbia voluto riprenderlo con sé.
Diversi anni fa, prima che fosse costruita alcuna ferrovia a Chicago, il grano veniva portato dalle praterie dell’ovest con dei carri per centinaia di miglia, per poi essere spedito. C’era un padre che aveva una grande fattoria da quelle parti, e che era solito predicare il vangelo oltre che a lavorare nei suoi campi. Un giorno che il lavoro per la chiesa richiedeva più tempo del solito, mandò suo figlio a portare il grano a Chicago. Attese a lungo che suo figlio tornasse a casa, ma non fece più ritorno. Alla fine, non potendo più aspettare, l’uomo sellò il cavallo e si diresse verso il luogo dove suo figlio avrebbe dovuto vendere il grano. Seppe che era stato lì e che aveva ottenuto i soldi della vendita del grano; allora cominciò a temere che il figlio potesse essere stato ucciso e derubato. Alla fine, con l’aiuto di un investigatore, lo trovò in una bisca, dove scoprì che aveva perso tutti soldi giocando d’azzardo. Sperando di riguadagnare il denaro, aveva venduto il carro, e aveva giocato di nuovo con quei soldi, perdendo anche quelli. Era così finito tra i ladri, e come l’uomo della parabola che andava a Gerico, lo avevano spogliato di tutti i suoi beni e lo avevano abbandonato a se stesso. Cosa poteva fare? Si vergognava di tornare a casa e di incontrare suo padre, così scappò. Il padre capì cosa provava il giovane. Sapeva che il figlio pensava che egli fosse molto adirato con lui. L’uomo era ferito dal fatto che il ragazzo potesse pensare questo di lui. È proprio quello che accade con il peccatore. Egli pensa che, dal momento che ha peccato, Dio non vorrà mai più vederlo. Ma cosa fece quel padre? Disse forse, « Che se ne vada per la sua strada »? No, anzi lo seguì. Sistemò le sue cose e iniziò a cercare suo figlio. Quell’uomo andò di paese in paese, di città in città. Chiese ai ministri delle chiese di quelle città di lasciarlo predicare e, infine, chiedeva all’auditorio se avessero visto suo figlio. Lo descriveva e chiedeva loro di scrivergli se lo avessero trovato. Alla fine, scoprì che era scappato in California, a migliaia di miglia da casa. Pensate che il padre abbia detto « Se ne vada pure »? No; andò fin laggiù a cercare suo figlio. Andò fino a San Francisco, e fece scrivere sui giornali locali che avrebbe predicato in una chiesa del posto in un certo giorno. Arrivò quel giorno, e quando l’uomo ebbe finito di predicare raccontò ai presenti la sua storia, nella speranza che il figlio potesse aver letto l’annuncio ed essere venuto in chiesa. Quando ebbe terminato il racconto, lontano in fondo alla stanza c’era un giovane che aspettava che le persone fossero uscite tutte; poi si diresse verso il pulpito. Il padre guardò, e riconobbe il ragazzo, e gli corse incontro e lo strinse a sé. Il ragazzo voleva confessare quello che aveva fatto, ma il padre non volle sentire una parola. Lo perdonò senza recriminare, e lo riportò di nuovo a casa sua.

Oh, prodigo, forse ora stai vagando tra le oscure montagne del peccato, ma Dio vuole che tu torni a casa. Il diavolo ti ha raccontato bugie su Dio; credi che non ti vorrà più vedere. Ma ti dico che Egli ti accoglierà in questo stesso istante se tu torni. Dici: « Mi leverò e andrò da mio Padre ». Che Dio ti aiuti a prendere questa decisione. Non c’è nessuno che Gesù non abbia più di quanto abbia fatto quel padre. Non c’è stato giorno da quando Lo hai lasciato che Egli non ti abbia seguito. Non importa quale è stato il tuo passato, o quanto nera sia stata la tua vita, Egli ti riceverà di nuovo. Rialzati dunque, credente caduto, e ritorna ancora una volta a casa di tuo Padre.
Non molto tempo fa, a Edinburgo, una signora che era una Cristiana fervente, trovò una giovane donna la cui vita era stata guidata dall’inferno a una vita di prostituzione. La signora implorò la ragazza di tornare a casa sua, ma ella rispose di no, perché i suoi genitori non l’avrebbero mai voluta dopo quello che era stata. Questa donna Cristiana conosceva il cuore di una madre, così scrisse una lettera alla madre della ragazza, per farle sapere che l’aveva incontrata, che era pentita e che voleva tornare da lei. Giunse la lettera di risposta, e sulla busta era scritto: « Immediatamente – Immediatamente! ». Quello era il cuore di una madre. Aprirono la lettera. Si, la ragazza era perdonata. I genitori volevano che tornasse, e le mandarono dei soldi perché potesse tornare al più presto. Peccatore, ascolta quella dichiarazione: « Torna immediatamente ». È quello che il grande e amorevole Dio sta dicendo a ogni peccatore che sta vagando in questo mondo – immediatamente. Si, figlio traviato, torna a casa stasera. Egli ti darà un caloroso abbraccio, e ci sarà gioia nei cieli per il tuo ritorno. Torna adesso, poiché tutto è pronto.
Un po’ di tempo fa, un mio amico mi disse: Hai mai notato che cosa ha perduto il figlio prodigo andando in quel paese lontano? Ha perso il suo cibo. È proprio quello che perdono i poveri credenti traviati. Non hanno più la manna dal cielo. La Bibbia, il nostro cibo spirituale, è un libro chiuso per essi; non trovano più bellezza o gioia nella Parola di Dio.
Poi il prodigo perse il lavoro. Era un ebreo, ma in quel paese lontano gli facevano pasturare dei porci; si trattava di una perdita per un ebreo. Così pure ogni credente caduto perde il suo lavoro. Non può fare niente per Dio; non può lavorare per il Suo regno. È una pietra d’inciampo per il mondo. Amici miei, non lasciate che il mondo inciampi a causa vostra nell’inferno.
Il prodigo perse anche la sua testimonianza. Chi poteva credere in lui? Immaginate questa scena: alcuni uomini nativi di quel paese vedono quel povero prodigo vestito di stracci, scalzo e senza copricapo. Lo vedono in mezzo ai porci e uno dice all’altro: « Guarda quel povero infelice ». « Cosa? », interviene il giovane, « mi avete chiamato povero infelice? Mio padre è un uomo ricco; ha più vestiti nel suo guardaroba di quanti ne possiate vedere in tutta la vostra vita. Mio padre è un uomo di grande ricchezza e prestigio ». Pensate che quegli uomini gli avrebbero creduto? « Quell’uomo misero… figlio di un uomo benestante! ». Nessuno gli avrebbe creduto. « Se avesse davvero un padre tanto ricco, andrebbe da lui ». Questo vale anche per i credenti traviati; il mondo non crede che siete figli di un Re. Essi dicono, « Perché non vanno a Lui, se c’è tanto cibo alla Sua mensa? Perché non sono a casa del loro Padre? ».
E poi, un’altra cosa che il prodigo perse fu la sua casa. Non aveva un posto dove abitare in quel paese straniero. Fintanto che aveva del denaro, era stato piuttosto popolare nei luoghi di ritrovo pubblici e tra i suoi conoscenti; aveva tante persone attorno che si professavano suoi amici, ma non appena i suoi beni furono finiti, dov’erano andati a finire tutti quei suoi amici? È questa la condizione di ogni povero credente caduto.
Ma ora immagino che qualcuno dica: « Sarebbe inutile che io tornassi. Dopo qualche giorno tornerei un’altra volta dov’ero. Mi piacerebbe molto ritornare a casa di mio Padre, ma temo che non ci rimarrei a lungo ». Allora immaginate questa scena: il povero prodigo è tornato a casa, e il padre ha ammazzato il vitello ingrassato, e sono tutti lì, seduti a tavola, e mangiano. Immagino che quelli fossero i bocconi più dolci che il giovane abbia mai mangiato – forse la cena più bella che abbia mai fatto in vita sua. Suo padre è seduto all’altro capo del tavolo; è ricolmo di gioia, e il suo cuore si commuove dentro di lui. Improvvisamente vede il ragazzo piangere. « Figlio mio, perché stai piangendo? Non sei felice di essere tornato a casa? » « Oh, si, padre; non sono mai stato tanto felice quanto lo sono oggi: ma ho tanta paura di poter andare di nuovo in quel paese straniero! ». Come, trovate difficile immaginare una scena simile? Se tornate a casa del vostro Padre e cenate con Lui, non sarete mai inclini ad allontanarvi di nuovo.
Ora desidero parlare alla terza categoria. La Scrittura dice: « Se il giusto è salvato a stento, dove finiranno l’empio e il peccatore? ». Peccatore, che ne sarà di te? Come scamperai? « Dove sei? ». È vero che stai vivendo nel mondo senza Dio e senza speranza? Ti sei mai fermato a pensare che ne sarà della tua anima se una malattia improvvisa dovesse colpirti e tu ne morissi? Dove vivresti per l’eternità? Da quello che leggo, il peccatore è senza Dio, senza speranza, e senza scuse. Se non sei salvato, che scusa hai? Non puoi dire che è colpa di Dio. Egli è fin troppo ansioso di salvarti. Voglio dirti stasera che tu puoi essere salvato se lo vuoi. Se davvero vuoi passare dalla morte alla vita, se vuoi diventare un erede della vita eterna, se vuoi diventare un figlio di Dio, impegnati stasera a cercare il Regno di Dio. Ti dico, per l’autorità della Sua Parola, che se cerchi il Regno di Dio tu lo troverai. Nessun uomo ha mai cercato Cristo con tutto il cuore e non l’ha trovato. In quest’ultimo anno ho provato una sensazione solenne. Sono in quelli che chiamano il fiore degli anni, nel mezzo della vita. Guardo la vita come un uomo che ha raggiunto la sommità di una collina, e inizia a scendere dall’altro lato. Ho raggiunto la cima della collina – ammesso che io raggiunga i settant’anni – e ho appena incominciato a discendere dall’altra parte. Sto parlando a molti che si trovano come me in cima a quella collina, e vi chiedo, se non siete Cristiani, fermatevi un paio di minuti, e chiedetevi dove vi trovate. Guardiamo di nuovo alla collina che stiamo salendo. Cosa vedete? Quella laggiù è la culla. Non è lontana. Quanto è breve la vita! Sembra come se fosse ieri. Guardate sulla collina: è una tomba; forse quella di una madre tanto amata. Quando ella è morta, non avete promesso a Dio che lo avreste servito? Non avete detto che il Dio di vostra madre sarebbe diventato il vostro Dio? E non avete preso la mano di vostra madre in quell’ora triste e interminabile, dicendo, « Si, mamma, ci incontreremo in cielo! » State mantenendo quella promessa? Ci state provando? Sono passati dieci anni, quindici – ma siete più vicini a Dio? La promessa ha prodotto qualche frutto di ravvedimento in voi? No, il vostro cuore sta diventando sempre più duro: la notte diventa più buia; giorno dopo giorno si avvicina l’ora in cui la morte vi coprirà con le sue tenebre. Amico mio, dove sei? Guarda ancora. Un po’ più sopra la collina c’è un’altra tomba. È quella di un fanciullo. Forse una bellissima bambina, oppure un bambino; e quando quel bambino vi è stato portato via, non avete promesso a Dio, e a vostro figlio, che vi sareste incontrati di nuovo in cielo? State mantenendo la promessa? Pensateci! O state ancora combattendo contro Dio? State ancora indurendo il vostro cuore? I sermoni che fino a cinque anni fa toccavano il vostro cuore, ora non riescono più a scuotervi?
Guardiamo ancora una volta giù dalla collina. Lì c’è una tomba; non sapete quanti giorni, settimane, o anni, vi separano da essa, ma è lì che, come ogni uomo, vi state dirigendo. Anche se doveste vivere tutti gli anni di vita concessi a un uomo, amici miei, non è da pazzi rifiutare la salvezza così a lungo? Può darsi che tra le persone a cui sto parlando ci sia qualcuno che tra una settimana sarà nell’eternità. In un auditorio vasto come questo, fino alla prossima settimana la morte potrebbe reclamare qualcuno tra noi; forse io che vi parlo, o forse qualcuno che mi sta ascoltando. Perché lasciare trascorrere un altro giorno senza rispondere? Perché stasera per l’ennesima volta dici al Signore Gesù: « Lasciami stare per questa volta; quando lo riterrò opportuno e ne avrò voglia, Ti chiamerò »? Perché non Lo lasci entrare stasera? Perché non apri il tuo cuore, e dici, « Entra, Re di Gloria »?
Ci sarà mai un’occasione migliore? Non hai promessi dieci, quindici, venti, trent’anni fa che avresti servito Dio? Alcuni di voi hanno detto che l’avrebbero fatto una volta spostati e sistemati; altri hanno detto che l’avrebbero servito quando sareste riusciti a mettere a posto la vostra vita. Lo avete fatto?
Sapete che ci sono tre passi per raggiungere la perdizione; permettetevi di elencarvi i loro nomi. Il primo è la noncuranza. Basta che un uomo si ostini a rifiutare la salvezza, per essere perduto per l’eternità. Alcune persone dicono: « Che cosa ho fatto! ». Se rifiuti la salvezza, sarai perduto. La nostra vita è come un fiume che corre veloce verso una grande cascata. Raggiungerla significa morire. Perché ciò avvenga non è necessario capovolgere la barca; basta anche solo lasciare i remi e incrociare le braccia e non curarsi di niente. Così è per gli uomini che incrociano le braccia nella vita rifiutando la salvezza.
Il secondo passo è il rifiuto. Se vi incontrassi alla porta e vi facessi questa domanda, mi direste: « Non stanotte, signor Moody, non stanotte »; e se io vi ripetessi: « Insisto perché accettiate di entrare nel Regno di Dio ed essere salvati », potreste educatamente rifiutare: « Non diventerò un Cristiano stanotte, grazie; so che dovrei, ma non stanotte ».
L’ultimo passo è il disprezzo. Alcuni tra voi sono già giunti su questo che è il gradino più basso della scala. Disprezzate Cristo. Lo odiate, odiate la Cristianità; detestate le persone più care di questo mondo, gli amici più cari che potreste mai avere; e se vi offrissi una Bibbia, la gettereste via. Oh, voi che disprezzate! Presto sarete in un altro mondo. Ravvedetevi ora e volgetevi a Dio. Ora, dove ti trovi amico: forse stai trascurando, rifiutando, o disprezzando? Fai attenzione: sono molti quelli che sono perduti per sempre già al primo passo; muoiono nella noncuranza. E molti sono coloro che non hanno accettato il Signore, ma lo rifiutano. E infine, molti sono quelli che disprezzano la salvezza.
Solo pochi anni fa la trascuravano, poi l’hanno rifiutata; e ora disprezzano la Cristianità e Cristo. Odiano il suono delle campane delle chiese; odiano la Bibbia e i Cristiani; maledicono il suolo stesso sul quale camminano. Ma solo un passo ancora e scompaiono per sempre nelle tenebre. Oh voi che disprezzate, vi è posta davanti la vita e la morte; quale scegliete? Quando Pilato aveva Cristo in suo potere, disse: « Che volete dunque che faccia di lui? » e la folla gridò: « Via, via, crocifiggilo! » Giovani, è questo il vostro linguaggio stasera? Direte: « Basta con questo vangelo! Basta con la Cristianità! Basta con le vostre preghiere, i vostri sermoni, gli inni! Non voglio Cristo »? O sarete saggi e direte: « Signore Gesù, voglio Te, ho bisogno di Te, desidero Te »? Oh, possa Dio spingervi a una tale decisione!

GIOVANNI PAOLO II: L’UNITÀ ORIGINARIA DELL’UOMO E DELLA DONNA NELL’UMANITÀ (1979)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1979/documents/hf_jp-ii_aud_19791107_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

L’UNITÀ ORIGINARIA DELL’UOMO E DELLA DONNA NELL’UMANITÀ

Mercoledì, 7 Novembre 1979

1. Le parole del libro della Genesi, “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18), sono quasi un preludio al racconto della creazione della donna. Insieme a questo racconto, il senso della solitudine originaria entra a far parte del significato dell’originaria unità, il cui punto chiave sembrano essere proprio le parole di Genesi 2,24, alle quali si richiama Cristo nel suo colloquio con i farisei: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola” (Mt 19,5). Se Cristo, riferendosi al “principio”, cita queste parole, ci conviene precisare il significato di quella originaria unità, che affonda le radici nel fatto della creazione dell’uomo come maschio e femmina.
Il racconto del capitolo primo della Genesi non conosce il problema della solitudine originaria dell’uomo: l’uomo infatti sin dall’inizio è “maschio e femmina”. Il testo jahvista del capitolo secondo, invece, ci autorizza, in certo modo, a pensare prima solamente all’uomo in quanto, mediante il corpo, appartiene al mondo visibile, però oltrepassandolo; poi, ci fa pensare allo stesso uomo, ma attraverso la duplicità del sesso. La corporeità e la sessualità non s’identificano completamente. Sebbene il corpo umano, nella sua normale costituzione, porti in sé i segni del sesso e sia, per sua natura, maschile o femminile, tuttavia il fatto che l’uomo sia “corpo” appartiene alla struttura del soggetto personale più profondamente del fatto che egli sia nella sua costituzione somatica anche maschio o femmina. Perciò il significato della solitudine originaria, che può essere riferito semplicemente all’“uomo”, è sostanzialmente anteriore al significato dell’unità originaria; quest’ultima infatti si basa sulla mascolinità e sulla femminilità, quasi come su due differenti “incarnazioni”, cioè su due modi di “essere corpo” dello stesso essere umano, creato “a immagine di Dio” (Gen 1,27).
2. Seguendo il testo jahvista, nel quale la creazione della donna è stata descritta separatamente (Gen 2,21-22), dobbiamo avere davanti agli occhi, nello stesso tempo, quell’“immagine di Dio” del primo racconto della creazione. Il secondo racconto conserva, nel linguaggio e nello stile, tutte le caratteristiche del testo jahvista. Il modo di narrare concorda col modo di pensare e di esprimersi dell’epoca alla quale il testo appartiene. Si può dire, seguendo la filosofia contemporanea della religione e quella del linguaggio, che si tratta di un linguaggio mitico. In questo caso, infatti, il termine “mito” non designa un contenuto fabuloso, ma semplicemente un modo arcaico di esprimere un contenuto più profondo. Senza alcuna difficoltà, sotto lo strato dell’antica narrazione, scopriamo quel contenuto, veramente mirabile per quanto riguarda le qualità e la condensazione delle verità che vi sono racchiuse. Aggiungiamo che il secondo racconto della creazione dell’uomo conserva, fino ad un certo punto, una forma di dialogo tra l’uomo e Dio-Creatore, e ciò si manifesta soprattutto in quella tappa nella quale l’uomo (“‘adam”) viene definitivamente creato quale maschio e femmina (“‘is-issah”) (Il termine ebraico “‘adam” esprime il concetto collettivo della specie umana, cioè l’“uomo” che rappresenta l’umanità; [la Bibbia definisce l’individuo usando l’espressione: “figlio dell’uomo”, “ben-’adam”]. La contrapposizione: “‘iš-’iššah” sottolinea la diversità sessuale [come in greco “aner-gyne”] Dopo la creazione della donna, il testo biblico continua a chiamare il primo uomo “‘adam” [con l’articolo definito], esprimendo così la sua “corporate personality”, in quanto è diventato “padre dell’umanità”, suo progenitore e rappresentante, come poi Abramo è stato riconosciuto quale “padre dei credenti” e Giacobbe è stato identificato con Israele-Popolo Eletto.). La creazione si attua quasi contemporaneamente in due dimensioni; l’azione di Dio-Jahvè che crea si svolge in correlazione al processo della coscienza umana.
3. Così dunque Dio-Jahvè dice: “Non è bene che l’uomo sia solo; gli voglio dare un aiuto che gli sia simile” (Gen 2,18). E nello stesso tempo l’uomo conferma la propria solitudine (Gen 2,20). In seguito leggiamo: “Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola che aveva tolta all’uomo una donna” (Gen 2,21-22). Prendendo in considerazione la specificità del linguaggio bisogna prima di tutto riconoscere che ci fa molto pensare quel torpore genesiaco, nel quale, per opera di Dio-Jahvè, l’uomo s’immerge in preparazione del nuovo atto creatore. Sullo sfondo della mentalità contemporanea, abituata – per via delle analisi del subcosciente – a legare al mondo del sonno dei contenuti sessuali, quel torpore può suscitare un’associazione particolare (Il torpore di Adamo [in ebraico “tardemah”] è un profondo sonno [latino: “sopor”; inglese: “sleep”], in cui l’uomo cade senza conoscenza o sogni [la Bibbia ha un altro termine per definire il sogno: “halom”]; cf. Gen 15,12; 1 Sam 26,12. Freud esamina, invece, il contenuto dei “sogni” [latino: “somnium”; inglese: “dream”], i quali formandosi con elementi psichici “respinti nel subconscio”, permettono, secondo lui, di farne emergere i contenuti inconsci, che sarebbero, in ultima analisi, sempre sessuali. Questa idea è naturalmente del tutto estranea all’autore biblico. Nella teologia dell’autore jahvista, il torpore nel quale Dio fece cadere il primo uomo sottolinea l’“esclusività dell’azione di Dio” nell’opera della creazione della donna; l’uomo non aveva in essa alcuna partecipazione cosciente. Dio si serve della sua costola soltanto per accentuare la comune natura dell’uomo e della donna.). Tuttavia il racconto biblico sembra andare oltre la dimensione del subconscio umano. Se si ammette poi una significativa diversità di vocabolario, si può concludere che l’uomo (“‘adam”) cade in quel “torpore” per risvegliarsi “maschio” e “femmina”. Infatti per la prima volta in Genesi 2,23 ci imbattiamo nella distinzione “‘is-issah”. Forse quindi l’analogia del sonno indica qui non tanto un passare dalla coscienza alla subcoscienza, quanto uno specifico ritorno al non-essere (il sonno ha in sé una componente di annientamento dell’esistenza cosciente dell’uomo) ossia al momento antecedente alla creazione, affinché da esso, per iniziativa creatrice di Dio, l’“uomo” solitario possa riemergere nella sua duplice unità di maschio e femmina (“Torpore” [“tardemah”] è il termine che appare nella Sacra Scrittura, quando durante il sonno o direttamente dopo di esso debbono accadere degli avvenimenti straordinari [cf. Gen 15,12; 1 Sam 26,12; Is 29,10; Gb 4,13; 33,15]. I Settanta traducono “tardemah” con “éktasis” [un’estasi]. Nel Pentateuco “tardemah” appare ancora una volta in un contesto misterioso: Abram, su comando di Dio, ha preparato un sacrificio di animali, scacciando da essi gli uccelli rapaci: “Mentre il sole stava per tramontare, “un torpore” cadde su Abram, ed ecco “un oscuro terrore” lo assalì… ” [Gen 15,12]. Proprio allora Dio comincia a parlare e conclude con lui un’alleanza, che è “il vertice della rivelazione” fatta ad Abram. Questa scena somiglia in certo modo a quella del giardino di Getsemani: Gesù “cominciò a sentire paura e angoscia… ” [Mc 14,33] e trovò gli Apostoli “che “dormivano per la tristezza”” [Lc 22,45]. L’autore biblico ammette nel primo uomo un certo senso di carenza e di solitudine [“non è bene che l’uomo sia solo”; “non trovò un aiuto che gli fosse simile”], anche se non di paura. Forse questo stato provoca “un sonno causato dalla tristezza”, o forse, come in Abramo “da un oscuro terrore” di non-essere; come alla soglia dell’opera della creazione: “la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso” [Gen 1,2]. In ogni caso, secondo tutti e due i testi, in cui il Pentateuco o piuttosto il Libro della Genesi parla del sonno profondo [tardemah], ha luogo una speciale azione divina, cioè un’“alleanza” carica di conseguenze per tutta la storia della salvezza: Adamo dà inizio al genere umano, Abramo al Popolo Eletto.).
In ogni caso alla luce del conteto di Genesi 2,18-20 non vi è alcun dubbio che l’uomo cada in quel “torpore” col desiderio di trovare un essere simile a sé. Se possiamo, per analogia col sonno, parlare qui anche di sogno, dobbiamo dire che quel biblico archetipo ci consente di ammettere come contenuto di quel sogno un “secondo io”, anch’esso personale e ugualmente rapportato alla situazione di solitudine originaria, cioè a tutto quel processo di stabilizzazione dell’identità umana in relazione all’insieme degli esseri viventi (“animalia”), in quanto è processo di “differenziazione” dell’uomo da tale ambiente. In questo modo, il cerchio della solitudine dell’uomo-persona si rompe, perché il primo “uomo” si risveglia dal suo sonno come “maschio e femmina”.
4. La donna è plasmata “con la costola” che Dio-Jahvè aveva tolto all’uomo. Considerando il modo arcaico, metaforico e immaginoso di esprimere il pensiero, possiamo stabilire che si tratta qui di omogeneità di tutto l’essere di entrambi; tale omogeneità riguarda soprattutto il corpo, la struttura somatica, ed è confermata anche dalle prime parole dell’uomo alla donna creata: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa” (Gen 2,23. È interessante notare che per gli antichi Suméri il segno cuneiforme per indicare il sostantivo “costola” coincideva con quello usato per indicare la parola “vita”. Quanto poi al racconto jahvista, secondo una certa interpretazione di Genesi 2,21, Dio piuttosto ricopre la costola di carne [invece di rinchiudere la carne al suo posto] e in questo modo “forma” la donna, che trae origine dalla “carne e dalle ossa” del primo uomo [maschio]. Nel linguaggio biblico questa è una definizione di consanguineità o appartenenza alla stessa discendenza [ad es. cf. Gen 29,14]: la donna appartiene alla stessa specie dell’uomo, distinguendosi dagli altri esseri viventi prima creati. Nell’antropologia biblica le “ossa” esprimono una componente importantissima del corpo; dato che per gli Ebrei non vi era una precisa distinzione tra “corpo” e “anima” [il corpo veniva considerato come manifestazione esteriore della personalità], le “ossa” significavano semplicemente, per sineddoche, l’“essere” umano [cf. ad es. Sal 139,15: “Non ti erano nascoste le mie ossa”]. Si può quindi intendere “osso dalle ossa”, in senso relazionale, come l’“essere dall’essere”; “carne dalla carne” significa che, pur avendo diverse caratteristiche fisiche, la donna possiede la stessa personalità che possiede l’uomo. Nel “canto nuziale” del primo uomo, l’espressione “osso dalle ossa, carne dalla carne” è una forma di superlativo, sottolineato inoltre dalla triplice ripetizione: “questa”, “essa”, “la”.). E nondimeno le parole citate si riferiscono pure all’umanità dell’uomo-maschio. Esse vanno lette nel contesto delle affermazioni fatte prima della creazione della donna, nelle quali, pur non esistendo ancora l’“incarnazione” dell’uomo, essa viene definita come “aiuto simile a lui” (cf. Gen 2,18 e 20. È difficile tradurre esattamente l’espressione ebraica “cezer kenegdô”, che viene tradotta in vario modo nelle lingue europee, ad esempio: latino: “adiutorium ei conveniens sicut oportebat iuxta eum”; tedesco: “eine Hilfe…, die ihm entspricht”; francese: “égal vis-á-vis de lui”; italiano: “un aiuto che gli sia simile”; spagnolo: “como él que le ayude”; inglese: “a helper fit for him”; polacco: “odopowicdnia alla niego pomoc”. Poiché il termine “aiuto” sembra suggerire il concetto di “complementarità” o meglio di “corrispondenza esatta”, il termine “simile” si collega piuttosto con quello di “similarità”, ma in senso diverso dalla somiglianza dell’uomo con Dio.). Così, dunque, la donna viene creata, in certo senso, sulla base della medesima umanità.
L’omogeneità somatica, nonostante la diversità della costituzione legata alla differenza sessuale, è così evidente che l’uomo (maschio), svegliatosi dal sonno genetico, la esprime subito, quando dice: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta” (Gen 2,23). In questo modo l’uomo (maschio) manifesta per la prima volta gioia e perfino esaltazione, di cui prima non aveva motivo, a causa della mancanza di un essere simile a lui. La gioia per l’altro essere umano, per il secondo “io”, domina nelle parole dell’uomo (maschio) pronunziate alla vista della donna (femmina). Tutto ciò aiuta a stabilire il pieno significato dell’originaria unità. Poche sono qui le parole, ma ognuna è di grande peso. Dobbiamo quindi tener conto – e lo faremo anche di seguito – del fatto che quella prima donna, “plasmata con la costola tolta… all’uomo” (maschio), viene subito accettata come aiuto adeguato a lui.
A questo stesso tema, cioè al significato dell’unità originaria dell’uomo e della donna nell’umanità, torneremo ancora nella prossima meditazione.

OSEA: L’ESILIO NELLA TERRA PROMESSA.

http://www.dossetti.com/attivita/meditazioni/med.osea.html#01

OSEA: L’ESILIO NELLA TERRA PROMESSA.

MEDITAZIONE DI PINO STANCARI

capitoli | L’esilio nell’esilio | L’esilio nella Terra Promessa | Finalmente nella Terra Promessa | L’esilio dei Patriarchi | Osea: la storia, la vicenda personale, la profezia | È in corso una lite | Una terra di idolatria | Il ritorno in Egitto | Nel grembo della gravidanza

L’esilio nell’esilio
Abbiamo concentrato l’attenzione sugli avvenimenti che si svolgono a Kades, l’oasi in cui si compiono eventi drammatici di cui ci parla il libro dei Numeri. C’è già un esilio che si presenta a noi come impreparazione all’ingresso, un esilio antecedente allo stesso ingresso. Ci rendiamo conto che l’ingresso nella terra non sia affatto scontato o non è semplice conseguenza delle promesse con cui il Signore si è manifestato ai patriarchi. Coloro che sono sul punto di entrare sono impreparati all’incontro con il dono che per loro è stato gratuitamente preparato e che ora viene loro gratuitamente concesso. Sono impreparati ad entrare, sono già in esilio. E quel lungo itinerario che dovrà essere compiuto secondo il racconto biblico nel corso di 40 anni, tempo di una generazione, è già da comprendere nel senso di una teologia dell’esilio. Una generazione in realtà rappresentativa di ogni altra generazione. Siamo sempre, generazione dopo generazione, noi popolo di Dio in procinto di entrare, bisognosi di essere sottratti a quello stato di impreparazione che ancora ci impedisce di entrare, perché non siamo predisposti a immergerci nella esperienza del dono che gratuitamente ci è stato promesso e che finalmente gratuitamente ci viene consegnato. torna su

L’esilio nella Terra Promessa
Vorrei prendere contatto con una fase ulteriore della storia della salvezza, quando oramai da alcuni secoli il popolo si è insediato nella terra promessa, non più promessa, perché ormai è terra ereditata, conquistata, abitata. L’alleanza tra Dio e il suo popolo raggiunge la sua realizzazione più completa, perché quella relazione di amore, che è stata istituita una volta per tutte, si può collocare adesso nell’ambiente preciso, la terra di Israele. Sono passati alcuni secoli. Non bisogna mai dimenticare che l’incontro con quella terra è da intendere nella prospettiva del giardino, del ritorno alla vita, dell’ingresso nella vita, perché gli uomini che sono esuli dalla vita debbono essere rieducati. Per questo il Signore si è rivelato come guida che apre la strada verso la terra e la terra è sacramento anticipativo di quel giardino: si entra nella terra per entrare nella vita, per essere ricondotti dopo la lunga e dolorosa esperienza dell’esilio alla pienezza della vita.
L’esilio rimane l’elemento che concorre a definire dall’interno la vicenda di un popolo che, quando ancora sta per entrare in quella terra già l’ha perduta, e, quando finalmente sarà entrato in quella terra, già sta sperimentando gli effetti di una corruzione drammatica, per cui il rapporto con quella terra ormai abitata si traduce in un rapporto tristemente, amaramente conflittuale. torna su

Finalmente nella Terra Promessa
Quella terra, finalmente abitata, è divenuta in modo irreparabile la terra del grande fallimento. Siamo di nuovo al tema dell’esilio.

Sondiamo alcune pagine del libro di Osea.
Nei secoli che seguono all’ingresso della terra la situazione è ancora oscura ed informe. Le tribù sono insediate ma sono ancora in una fase di precarietà molto evidente. Intorno all’anno 1000 a.C. si giunge alla fondazione del regno. Con la istituzione monarchica l’insediamento nella terra assume una forma oggettiva, istituzionale. Tant’è vero che gli storici tenderebbero a raccontare la storia del popolo di Israele da Davide in poi, dall’anno 1000 in poi. Tutto quello che riguarda le fasi storiche antecedenti è frutto di una ricostruzione da Davide in poi. Questo popolo abita quella terra e non è più separabile la storia di quel popolo dalla storia di quella terra. Le promesse si compiono, dunque il Signore che ha fatto alleanza con il suo popolo lo ha introdotto nella terra e adesso l’insediamento in essa è esplicitato mediante la fondazione del regno. In quella terra emerge in modo sempre più vistoso, e in modo sempre più commovente, la presenza della città, Gerusalemme.
Tutto questo sempre in vista del giardino, per ritornare alla vita perduta. Dall’esilio gli uomini debbono essere tirati fuori per essere rieducati alla vita. Per questo la terra e quindi la città. Appaiono molti elementi di incertezza e di ambiguità di cui noi siamo consapevoli. Esiste una realtà oggettiva per cui il popolo è ormai identificato in relazione a quella terra e non esiste un popolo indipendentemente da quella terra, non esiste una relazione fra il Signore e il suo popolo indipendentemente da quella terra. L’alleanza è confermata dal momento che il popolo abita nella terra. Questa dimora assume oramai la forma di una monarchia organizzata con tanto di capitale a cui ci si volge carichi di affetti intensissimi: Gerusalemme.
Sullo sfondo la ricostruzione del passato. E’ proprio nel corso di questi secoli che vengono ricostruite le vicende dei patriarchi, di Abramo, Giacobbe, ecc. Reminiscenze che vengono man mano convogliate all’interno di composizioni narrative che unificano, sistemano, ricostruiscono la storia dell’antefatto rispetto alla situazione contemporanea: quella di chi abita quella terra. La storia dell’antefatto è la storia di coloro che hanno ricevuto le promesse in vista della terra. Se noi oggi abitiamo in questa terra è perché siamo il punto di arrivo di una storia cominciata allora, quando i progenitori accolsero e custodirono le promesse: la storia dei patriarchi. torna su

L’esilio dei Patriarchi
Nell’ambito della storia patriarcale che noi leggiamo in Gen 12-50, ci sono due casi veramente esemplari di esilio. Il primo è quello di Giacobbe, esule dalla terra di Canaan. Egli vive per un lungo periodo nelle regioni dell’alta Mesopotamia perché deve allontanarsi dalla terra di Canaan, minacciato a morte da suo fratello Esaù. Giacobbe ha carpito da Esaù la benedizione che gli era dovuta. Si è sostituito ad Esaù per prendere su di sé la benedizione del primogenito. Primo caso di esilio: Giacobbe.

Secondo caso di esilio, anch’esso clamoroso: Giuseppe che discende in Egitto.
Il lungo percorso compiuto da Giacobbe diventa esemplare per quanto riguarda una intensa e radicale esperienza di conversione. Giacobbe in esilio è coinvolto in una grandiosa avventura che mette in movimento le realtà più profonde dell’animo umano e fa di lui, Giacobbe, l’esemplare dell’uomo convertito. Attraverso l’esilio si impone l’intensità, l’autenticità, la radicalità di un cammino di conversione.
Questa storia del passato viene ripensata, richiamata, ricostruita da coloro che oramai sono insediati nella terra. Nel corso di quei secoli il contatto con la terra acquista un significato sempre più provocatorio, sempre più destabilizzante. Quel che dovrebbe essere un modo di dimorare in un contesto definito e rasserenante diventa invece esperienza di una ebollizione incessante e crocifiggente. La relazione con la terra non è una relazione facile, acquista anzi aspetti sempre più dolorosi, sempre più amari, sempre più strazianti, fino al momento in cui la terra sarà perduta. Nel frattempo il popolo si spezza, ci sono due regni, uno scisma, complicazioni di vario genere, rapporti con altri popoli. torna su

Osea: la storia, la vicenda personale, la profezia
Siamo alla metà dell’VIII sec. a. C., nel regno del nord, il regno d’Israele. Osea è un personaggio che appartiene a una categoria sociale piuttosto qualificata, probabilmente un aristocratico. E’ un momento ancora di benessere, per quanto riguarda la vita della gente che abita nel regno settentrionale, che peraltro è la componente più prosperosa di quello che era stato il regno di Davide e di Salomone, anche la popolazione è più numerosa, le tribù del nord hanno un loro prestigio. E’ vero che il regno di Giuda, più piccolo, più modesto, vanta il prestigio della capitale Gerusalemme, là dove Davide ha trasportato l’arca e là dove Salomone ha costruito il tempio. E a Gerusalemme continuano a regnare i discendenti di Davide, mentre per quanto riguarda il regno d’Israele la situazione politica è più indeterminata, più dipendente dalle situazioni di forza, così come man mano si impongono. Dinastie diverse si avvicendano nel corso di quei secoli. Nel secolo in cui vive Osea c’è ancora una sostanziale stabilità, ma passeranno pochi anni e il crollo sarà inevitabile.
Nell’anno 742 a.C. il gran re di Assiria impone al regno d’Israele una imposta di mille talenti d’argento. E’ l’inizio della fine. Passeranno una decina d’anni e già le tribù dell’estremo nord saranno inglobate nel territorio dell’impero. Passerà un’altra decina d’anni, 721, Samaria, la capitale del regno d’Israele, sarà distrutta e il regno d’Israele cancellato. L’impero Assiro non scherza: preme, dilaga in modo da non ammettere repliche, non accettare rinvii o adattamenti. Il regno di Giuda sopravvive ancora per precipitare in un altro vortice catastrofico.
Osea è coinvolto nella vicenda del suo popolo in modo tale da divenire testimone di un conflitto di cui la gran parte dei suoi contemporanei non si rende ancora minimamente conto. Passeranno pochi decenni e i fatti si imporranno da sé, ma Osea ha una percezione acutissima e dolorosissima del conflitto che compromette la relazione tra il Signore e il suo popolo. Là dove questa relazione è compromessa, là dove l’alleanza tra Dio e il suo popolo è svuotata di contenuti, là è in questione la terra.
Osea è testimone di un esilio mentre ancora abita nella terra. Situazione paradossale, eppure è una situazione che si riproporrà nella storia della salvezza con altre caratteristiche, con altre testimonianze, altri linguaggi.
Osea è coinvolto in questa grande vicenda del suo popolo in forza di una sua vicenda personale che compromette la stabilità della sua famiglia. Egli ha sposato una donna che lo ha tradito, una donna che generato figli di adulterio, figli di prostituzione. Una storia di amore, che assume forme amarissime, dolorosissime. E’ la storia di un amore tradito, negato, corrotto.
Attraverso quel suo vissuto personale e familiare, Osea è chiamato a accogliere una vocazione profetica. Non è soltanto un suo vissuto personale e familiare, Osea è profeta, ossia testimone di una vicenda che riguarda la relazione tra il Signore e il suo popolo, la storia dell’alleanza, la storia di un amore tradito. torna su

E’ in corso una lite
Ed ecco. E’ in corso una lite. In ebraico si dice: rib. Il Signore rivendica quello che è suo, perché il Signore si è impegnato in una relazione di amore che è stata rifiutata. E’ in corso una lite.
I contemporanei di Osea non se ne rendono conto. Siamo in uno stato di generale corruzione, la terra è divenuta l’ambiente in cui l’idolatria prospera in maniera sfacciata, spudorata.
I contemporanei di Osea non se ne rendono conto, ma Osea è profeta. Osea coglie in questa vicenda l’urgenza, la tensione, il fremito, l’ebollizione di una lite. Egli è in grado di interpretare la vicenda della sua generazione come una esperienza di esilio, quando ancora l’esilio nei fatti non ha avuto luogo. Ma quello stato di lite che mette in discussione il valore radicale di un rapporto di amore, che è stato compromesso, quello stato di lite già si impone come esperienza di esilio. E’ l’antico esilio dalla vita che è ancora l’esilio di oggi, in cui i fatti considerati nella loro apparenza esteriore ci inviterebbero di essere a nostro agio ben insediati nella terra che ci è stata donata. In realtà quell’esilio dalla vita è proprio il dato che emerge dal di dentro delle contraddizioni a cui non possiamo più sfuggire e mentre ancora siamo dimoranti in questa terra, già l’abbiamo perduta, perché abbiamo tradito un impegno di amore per il quale il Signore onnipotente si era manifestato a noi e per il quale noi ci eravamo offerti.

Capitolo 1, versetto 2:
«Quando il Signore cominciò a parlare a Osea, gli disse: « Và, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore »».
E’ in questione la terra. Nella relazione tra il Signore e il suo popolo c’è di mezzo la terra. L’alleanza di amore tra il Signore e il suo popolo passa attraverso quella terra che è stata promessa e che è stata donata. Quel rapporto di amore che è stato trasformato in un tradimento di amore, la terra è intrensicamente corrotta, è una dimora contaminata, infetta, è una dimora che si sta sfilacciando dall’interno, si trasforma in uno sconquasso terribile in un crollo insopportabile.
«Ascoltate la parola del Signore, o Israeliti, poiché il Signore ha un processo (rib) con gli abitanti del paese».
Il Signore ha deciso di litigare con voi. La dimora è vuota, ha già tutte le caratteristiche di un vero e proprio esilio, anzi di un esilio quanto mai esasperato poiché sono coinvolte le fibre più nascoste dell’animo umano: compromessi i sentimenti, inquinati gli affetti. Il Signore ha una lite, sta perseguendo una sua intenzione giudiziaria contro gli abitanti del paese. E prosegue:
«Non c’è infatti sincerità né amore del prossimo, né conoscenza di Dio nel paese».
I capi di imputazione vengono elencati in modo lineare e martellante: non c’è sincerità, non c’è amore del prossimo, non c’è conoscenza di Dio nel paese. Si aggiunge una sequenza di 7 delitti: «Si giura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio, si fa strage e si versa sangue su sangue». 3+7 una specie di decalogo alla rovescia, un decalogo ribaltato.

«Per questo è in lutto il paese».
E’ in questione la terra: la terra è contaminata, ha assorbito un contagio che viene riproposto con una progressione travolgente. «Per questo è in lutto il paese e chiunque vi abita langue insieme con gli animali della terra e con gli uccelli del cielo; perfino i pesci del mare periranno».
Un languore generale di tutti i viventi, una spossatezza della vita. Abitando nella terra abbiamo disimparato a vivere. Di fatto abitiamo nella terra, come no! Anzi i dati oggettivi per il momento danno un risalto glorioso a questa realtà. Eppure abitare in questa terra si traduce in una esperienza di languore, di stanchezza, di amarezza, di avvilimento. Cosa c’è da considerare? Quel che i contemporanei non considerano, ma che invece Osea mette subito in evidenza, è che questa è la storia di un amore tradito. Lo sa bene lui, proprio per quel che gli è capitato nel suo vissuto personale. torna su

Una terra di idolatria
cap. 5, vv. 1-7: «Ascoltate questo, o sacerdoti, state attenti, gente d’Israele, o casa del re, porgete l’orecchio».
Questa sentenza viene indirizzata a tutto il popolo con le autorità religiose e civili.
«Poiché contro di voi si fa il giudizio. Voi foste infatti un laccio in Mizpà, una rete tesa sul Tabor e una fossa profonda a Sittìm; ma io sarò una frusta per tutti costoro».
Episodi della storia passata di cui viene sommariamente rievocato qualche particolare che ci sfugge. Si tratta di episodi che già esprimevano delle ambiguità. Adesso la perversione a cui alludevano quegli eventi trascorsi esplode in modo incontenibile: io sarò una frusta per tutti costoro. E prosegue: «Io conosco Efraim». Efraim è tribù che svolge un ruolo dominante nel regno d’Israele. Efraim e Manasse sono figli di Giuseppe. La casa di Giuseppe è il nucleo centrale delle tribù che compongono il regno d’Israele. Efraim è dire lo stesso regno di Israele, ma dire Efraim è dire proprio le classi dominanti, gli uomini di governo, l’anima del paese divenuto regno e costituito da un pezzo oramai come realtà civile e politica su molti fronti.
«Io conosco Efraim e non mi è ignoto Israele. Ti sei prostituito, Efraim! Si è contaminato Israele».
Questo è il punto: ti sei svenduto per un altro amore. Questa prostituzione è già l’esilio. Questo stato di prostituzione compromette il rapporto con la terra, fa di questa dimora nella terra, una disgrazia, una maledizione:
«ti sei prostituito, Efraim, si è contaminato Israele. Non dispongono le loro opere per far ritorno al loro Dio»
Attenzione al verbo ritornare. Là dove di generazione in generazione la strada della conversione, la strada del ritorno era costantemente indicata, quella strada è rimasta deserta.
«Non dispongono le loro opere per far ritorno al loro Dio, poiché uno spirito di prostituzione è fra loro e non conoscono il Signore».
Non c’è ritorno. Il Signore conosce Efraim, il Signore è perfettamente consapevole di questo mancato appuntamento. Là dove ti è stata indicata la strada per tornare al Signore tuo Dio, tu non ti sei fatto vivo. Non ti sei presentato, assente, latitante, imboscato. E insiste:
«L’arroganza d’Israele testimonia contro di lui, Israele ed Efraim cadranno per le loro colpe e Giuda soccomberà con loro. Con i loro greggi e i loro armenti andranno in cerca del Signore, ma non lo troveranno».
Ci sono ancora tentativi di approfittare delle ricchezze a disposizione: greggi ed armenti per impostare un certo culto religioso, a suo modo generosissimo, ma inconcludente. Anzi abusivo.
«Con i loro greggi e i loro armenti andranno in cerca del Signore, ma non lo troveranno: egli si è allontanato da loro».
Qui è usato un verbo interessante, è il verbo che si usa per indicare il gesto di togliere il sandalo. In Deuteronomio si parla di quel che dev’essere il comportamento del parente stretto nel caso che qualcuno muoia senza lasciare figli. La vedova dev’essere sposata perché nasca un figlio che porti il nome del defunto. E se quel tale non si assume il compito che la legge gli assegna, gli viene tolto il sandalo, è un segno di disonore, è lo scalzato. E’ questo stesso verbo. Ma in questo caso è proprio il Signore onnipotente, proprio lui, che si è allontanato da loro, si è per così dire tolto il sandalo, si rifiuta di subentrare come sposo di una ipotetica vedova. Si è allontanato da loro:
«Sono stati sleali verso il Signore, generando figli bastardi: un conquistatore li divorerà insieme con i loro campi».
Invece dell’interlocutore che si assume la responsabilità di accogliere coloro che sono sbandati, appare sulla scena in modo così clamoroso e devastante l’ombra di un intruso, di un seduttore, di un divoratore. torna su

Il ritorno in Egitto
cap. 8. Il popolo non torna, non si converte. Osea, quanto più prende in considerazione gli eventi e li interpreta dal di dentro del suo stesso vissuto personale così potentemente crocefisso negli affetti, che cosa scopre? Scopre che mentre è vero che il popolo non si converte al Signore, il popolo ritorna in Egitto. Un primo oracolo fino al v. 6, e un secondo oracolo fino al v. 14.
«Dá  fiato alla tromba! Come un’aquila sulla casa del Signore… perché hanno trasgredito la mia alleanza e rigettato la mia legge. Essi gridano verso di me: « Noi ti riconosciamo Dio d’Israele! »». E’ tutta una menzogna. Il popolo vanta un atteggiamento di fedeltà, di appartenenza, che è del tutto fallace. Israele ha rigettato il bene. E’ la storia di un amore tradito, già lo sappiamo.
«Hanno creato dei re che io non ho designati».
Il popolo si è aggrappato alle proprie presunzioni di autonomia politica:
«hanno scelto capi a mia insaputa. Con il loro argento e il loro oro si sono fatti idoli ma per loro rovina. Ripudio il tuo vitello, o Samaria!».
I templi di Betel e Dan, uno meridionale e l’altro settentrionale, furono fatti costruire appositamente da Geroboamo I, perchè la popolazione evitasse il riferimento al tempio di Gerusalemme. Essi sono qui riproposti come esempio di ricaduta nell’idolatria. L’immagine del vitello d’oro.
«La mia ira divampa contro di loro; fino a quando non si potranno purificare i figli di Israele? Esso è opera di un artigiano, esso non è un dio: sarà ridotto in frantumi il vitello di Samaria».
Un mucchio di cocci, solo questo ne rimarrà. A che cosa servono questi cocci? C’è di mezzo non soltanto una devozione deviata, c’è di mezzo una coscienza politica che è intrensicamente idolatrica. E allora il secondo oracolo:
«E poiché hanno seminato vento raccoglieranno tempesta. Il loro grano sarà senza spiga, se germoglia non darà farina, e se ne produce, la divoreranno gli stranieri. Israele è stato inghiottito: si trova ora in mezzo alle nazioni come un vaso spregevole. Essi sono saliti fino ad Assur, asino selvaggio, che si aggira solitario; Efraim si è acquistato degli amanti. Se ne acquistino pure fra le nazioni, io li metterò insieme e fra poco cesseranno di eleggersi re e governanti».
La sparizione è prossima, il regno oramai si è consumato, è una storia svuotata, è una storia che svapora, e per di più provocando degli effetti di asfissia, di soffocamento devastanti. Qui si muore, qui si svuota tutto. E aggiunge:
«Efraim ha moltiplicato gli altari, ma gli altari sono diventati per lui un’occasione di peccato».
E’ un popolo religiosissimo: ma gli altari sono diventati per lui un’occasione di peccato. Gli atti religiosi si moltiplicano, ma per ottenere nessun altro risultato che l’evidenza di una estraneità crescente nel rapporto con il Signore.
«Ho scritto numerose leggi per lui, ma esse sono considerate come una cosa straniera».
Ecco, questo è il punto: e più si dedicano alle loro devozioni religiose, più siamo estranei, dice il Signore.
«Essi offrono sacrifici e ne mangiano le carni, ma il Signore non li gradisce; si ricorderà della loro iniquità e punirà i loro peccati: dovranno tornare in Egitto». torna su

Nel grembo della gravidanza
Ci siamo, non c’è conversione? C’è conversione all’Egitto: dovranno tornare in Egitto. Quando Osea dichiara questa sentenza, certamente sta rievocando l’immagine dell’Egitto come il luogo del supremo castigo, il luogo della schiavitù e dell’impurità. Ritornare in Egitto significa sprofondare nell’abisso dell’infamia. Ma è anche vero che l’Egitto è stato grembo nel quale si è compiuta una gravidanza. Questo ritorno all’Egitto, che certamente ha tutte le caratteristiche di un disastro straziante, si configura come il ritorno ad un grembo che è fecondo per una nuova nascita. Non c’è alternativa a questa regressione, anche se è proprio questo ritorno all’Egitto la premonizione di un nuovo inizio. Non c’è altra conversione praticabile.
«Israele ha dimenticato il suo creatore, si è costruito palazzi; Giuda ha moltiplicato le sue fortezze. Ma io manderò il fuoco sulle loro città e divorerà le loro cittadelle».
Questo esilio è già in atto, questo è quello che sta avvenendo, noi stiamo tornando in Egitto. Noi che non ci convertiamo, stiamo tornando in Egitto. In realtà stiamo ancora qui, Samaria è ancora in piedi, il regno funziona, anzi a metà dell’VIII secolo a.C. ha avuto un momento di espansione di potenza, di benessere, ma noi siamo già in Egitto. Noi stiamo precipitando nell’abisso infernale che si chiama Egitto. Ci siamo dentro. Per questo in realtà siamo in conflitto, sempre e dappertutto, siamo così contorti e così malconci, siamo così sospirosi e così angosciati, siamo così amareggiati e avviliti, così intimamente consapevoli di essere dentro una storia sbagliata, perché storia di un amore tradito. Siamo in lite, stiamo in Egitto, siamo già in esilio.

L’Egitto: è il grembo di una nuova nascita.
Capitolo 9,1-9.
«Non darti alla gioia, Israele, non far festa con gli altri popoli, perché hai praticato la prostituzione, abbandonando il tuo Dio, hai amato il prezzo della prostituzione su tutte le aie da grano». Segno di benessere, l’aia, che contiene il raccolto.
«L’aia e il tino non li nutriranno e il vino nuovo verrà loro a mancare».
Insieme con tanta abbondanza una carestia. Paradossale contraddizione. Insieme con quel sensazionale benessere, un malessere inguaribile.
«Non potranno restare nella terra del Signore, ma Efraim ritornerà in Egitto e in Assiria mangeranno cibi immondi».

Di nuovo, siamo già in esilio, in Egitto.
«Non faranno più libazioni di vino al Signore, i loro sacrifici non gli saranno graditi. Pane di lutto sarà il loro pane, coloro che ne mangiano diventano immondi. Il loro pane sarà tutto per loro, ma non entrerà nella casa del Signore. Che farete nei giorni delle solennità, nei giorni della festa del Signore? Ecco sono sfuggiti alla rovina, l’Egitto li accoglierà, Menfi sarà la loro tomba. I loro tesori d’argento passeranno alle ortiche e nelle loro tende cresceranno i pruni».
Ci troviamo qui alle prese con una situazione che oramai è disgustosa, insopportabile: la terra è contaminata, il popolo è immondo, un tuffo nella morte. E ancora:
«Sono venuti i giorni del castigo, sono giunti i giorni del rendiconto, Israele lo sappia: un pazzo è il profeta, l’uomo ispirato vaneggia a causa delle tue molte iniquità, per la gravità del tuo affronto».
Anche i profeti fanno un pessimo servizio, perché sono profeti che vagheggiano situazioni positive a poco prezzo e di pronto impiego e invece sono degli imbroglioni. Israele lo sappia: un pazzo è il profeta.

«Sentinella di Efraim è il profeta con il suo Dio».
Ecco il profeta sentinella: Osea. A Osea è capitato questo: di essere sentinella. Gli è capitato questo non perché gli è caduta la famosa tegola sulla testa, ma perché attraverso la sua vicenda personale così drammatica, il Signore lo ha educato nel discernimento della storia contemporanea.
«Sentinella di Efraim è il profeta con il suo Dio; ma un laccio gli è teso su tutti i sentieri, – tutti gli sono ostili – ostilità fin nella casa del suo Dio. Sono corrotti fino in fondo, come ai giorni di Gàbaa (un episodio del libro dei Giudici): ma egli si ricorderà della loro iniquità, farà il conto dei loro peccati».
In 9,1-9 il ritorno all’Egitto si configura come sprofondamento in uno stato di infernale corruzione, che ha tutte le caratteristiche di una condanna, di un castigo a cui non si può sfuggire.

«Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato».
Qui vengono rievocati i fatti di un tempo, quando Israele è stato tirato fuori dall’Egitto. Questo è dunque l’altro versante del ritorno all’Egitto, di cui Osea ci sta parlando. Perché ritornare in Egitto significa sprofondare nell’abisso infernale? Ritornare in Egitto significa ritornare nel grembo da cui siamo stati partoriti.
«Quando Israele era giovinetto». Non è stata una storia facile e lineare. Qui viene ricostruita tappa per tappa.
«dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Questo versetto viene citato nel vangelo dell’infanzia secondo Matteo.
«Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me; immolavano vittime ai Baal, agli idoli bruciavano incensi».
Una ritrosia crescente, benché insistente, calorosa, inesauribile la chiamata con cui il Signore si è rivolto a quel ragazzino che era ancora prigioniero dell’Egitto: più li chamavo, più si allontanavano da me.

E insiste:
«Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro».

Una pedagogia che si è sviluppata lentamente, con gesti sempre più delicati, sempre più premurosi, eppure crescente l’insofferenza di quell’adolescente che voleva ritirare la mano, che rifiutava le cure ricevute.
«Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. Ritornerà al paese d’Egitto». Questa è la conversione. La conversione per Israele che ripiomba nell’inferno egiziano:
«Assur sarà il suo re, perché non hanno voluto convertirsi». Ritorneranno perché non hanno voluto ritornare, si convertiranno all’Egitto, una conversione alla rovescia, ma già noi sappiamo che questo sprofondare all’indietro, in realtà è un precipitare nel grembo del Dio vivente, precipitare nelle viscere della misericordia. E’ la testimonianza di Osea che adesso nei versetti seguenti raggiunge la sua pienezza definitiva, la sua maturità più autorevole.
«La spada farà strage nelle loro città, sterminerà i loro figli, demolirà le loro fortezze. Il mio popolo è duro a convertirsi». Non ci sono vincoli di amore che riescano a convincerlo. E’ ribelle, recalcitra, non vuole saperne, non si converte, non ritorna, non cede, non si arrende:
«chiamato a guardare in alto nessuno sa sollevare lo sguardo. Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele?».
Certo non guardi in alto, precipiti in basso. Precipita nelle viscere del Dio vivente.
«Come potrei trattarti al pari di Admà, ridurti allo stato di Zeboìm?» che è come dire Sodoma e Gomorra. «Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione».
Più il Signore ha a che fare con questa storia sbagliata, più il Signore porta in sé l’esperienza dolorosa di questo rifiuto, più si dilata lo spazio della sua intimità.
«Il mio cuore si commuove dentro di me il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim».
Ritorni in Egitto e ritorni in Egitto per scoprire che io non ritorno per distruggere Efraim:
«perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira».
Tu che ritorni in Egitto, tu sprofondi nella santità della mia passione di amore. Una passione più forte del furore.
«Seguiranno il Signore ed egli ruggirà come un leone: quando ruggirà, accorreranno i suoi figli dall’occidente, accorreranno come uccelli dall’Egitto, come colombe dall’Assiria e li farò abitare nelle loro case. Oracolo del Signore».
Un ruggito che, mentre fa tremare, produce attrazione. Ma intanto l’esilio è già in corso. L’esilio è questa vicenda di un amore rifiutato, è storia di una lite che determina l’effetto di uno sgretolamento, di uno sfascio, di un crollo, di una sconfitta. E’ il ritorno all’Egitto; è il tempo dell’esilio, il tempo nel quale, mentre stiamo scivolando nell’inferno dell’Egitto di ieri, che è poi l’Egitto di oggi, e che sempre ci accompagna come minaccia angosciosissima, scopriamo di essere caduti nelle viscere della misericordia senza limiti del Dio vivente. Siamo immersi nella rivelazione della sua santità.

SALMO 66 – COMMENTO DI PADRE LINO PEDRON

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SALMO 66  – COMMENTO DI PADRE LINO PEDRON

66 (65) Ringraziamento pubblico
1 Al maestro del coro. Canto. Salmo.
Acclamate a Dio da tutta la terra,
2 cantate alla gloria del suo nome,
date a lui splendida lode.
3 Dite a Dio: «Stupende sono le tue opere!
Per la grandezza della tua potenza
a te si piegano i tuoi nemici.
4 A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
5 Venite e vedete le opere di Dio,
mirabile nel suo agire sugli uomini.
6 Egli cambiò il mare in terra ferma,
passarono a piedi il fiume;
per questo in lui esultiamo di gioia.
7 Con la sua forza domina in eterno,
il suo occhio scruta le nazioni;
i ribelli non rialzino la fronte.
8 Benedite, popoli, il nostro Dio,
fate risuonare la sua lode;
9 è lui che salvò la nostra vita
e non lasciò vacillare i nostri passi.
10 Dio, tu ci hai messi alla prova;
ci hai passati al crogiuolo, come l’argento.
11 Ci hai fatti cadere in un agguato,
hai messo un peso ai nostri fianchi.
12 Hai fatto cavalcare uomini sulle nostre teste;
ci hai fatto passare per il fuoco e l’acqua,
ma poi ci hai dato sollievo.
13 Entrerò nella tua casa con olocausti,
a te scioglierò i miei voti,
14 i voti pronunziati dalle mie labbra,
promessi nel momento dell’angoscia.
15 Ti offrirò pingui olocausti
con fragranza di montoni,
immolerò a te buoi e capri.
16 Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
17 A lui ho rivolto il mio grido,
la mia lingua cantò la sua lode.
18 Se nel mio cuore avessi cercato il male,
il Signore non mi avrebbe ascoltato.
19 Ma Dio ha ascoltato,
si è fatto attento alla voce della mia preghiera.
20 Sia benedetto Dio che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.
Il salmo si apre con l’acclamazione liturgica che si leva a Dio dall’intera assemblea dei fedeli. Scriveva s. Agostino a Proba: « Davanti a Dio sta il nostro desiderio di inebriarci della ricchezza della sua casa e di bere al torrente della sua delizia; poiché presso di lui è la sorgente della vita e alla sua luce vedremo la luce, quando il nostro desiderio sarà saziato di quei beni e non vi sarà più nulla da cercare fra i gemiti, ma solo da possedere nella gioia ».
Il salmo si muove a livello spirituale tra queste due oscillazioni: il desiderio e la sazietà, la speranza e la certezza.
Scrive S. Kierkegaard: « Padre celeste! Tu, nelle tue mani, tieni tutti i buoni doni. La tua abbondanza è più ricca di quel che l’umana mente non comprenda. Tu sei disposto a dare e la tua bontà è più grande di quel che il cuore umano possa capire: perché tu esaudisci ogni preghiera e concedi ciò che ti si domanda… Dona, però, anche la certezza che tutto viene da te, che la gioia non ci separa da te nell’oblio del piacere, che nessun dolore pone una barriera fra noi e te; ma che nella gioia possiamo andare in cerca di te e nel dolore rimanere presso di te. Così che quando i nostri giorni saranno contati e l’uomo esteriore cadrà in rovina, la morte non ci raggiunga col suo nome freddo e terribile, ma venga mite e amica, col saluto e l’annunzio, con la testimonianza di te, nostro Padre che sei nei cieli! Amen ».
Commento dei padri della Chiesa
vv. 1-2 «La risurrezione è offerta a tutti. E alla chiesa delle genti il Signore dice: « Alzati, vieni sorella mia » (Ct 2,10). L’acclamazione è un grido di vittoria. Il vincitore è Dio» (Origene).
« L’acclamazione è l’ovazione militare: il Cristo è il vincitore. Questa acclamazione gioiosa si fa mediante la preghiera, la conoscenza di Dio, il sacerdozio spirituale che si esercita nel rendimento di grazie e nella celebrazione dei misteri della nuova alleanza » (Eusebio).
« Canto di risurrezione. Annuncio della chiamata delle genti e della loro risurrezione spirituale » (Cirillo di Alessandria).
« Annuncio della vocazione universale e della risurrezione. L’acclamazione è il canto di vittoria che esplode dopo l’annientamento del nemico. Tutte le genti sono invitate a cantare la vittoria del Cristo sui principi di questo mondo » (Atanasio).
« Canto di risurrezione. Tutte le genti gioiscano d’essere restaurate nel loro capo. L’acclamazione è una gioia del cuore tanto grande che non si può esprimere » (Cassiodoro).
« La vostra luce brilli davanti agli uomini perché glorifichino Dio » (Ilario).
v. 3 « L’ ammirazione per Dio si accompagna a un timore rispettoso. È un timore affettuoso e filiale, dolce, senza amarezza, che genera speranza e non sfiducia » (Cassiodoro).
« La tua potenza è grande, anche se i tuoi nemici vogliono chiudere gli occhi davanti alla tua luce e rifiutano di guardare colui che li aiuterebbe a credere. Nonostante i morti risuscitati, i giudei hanno negato la sua risurrezione e l’hanno combattuto dando del danaro alle guardie del sepolcro » (Cirillo di Alessandria).
« Davanti alla grandezza delle tue opere ci saranno ugualmente degli empi che non vorranno credere » (Teodoreto).
v. 4 « I giudei possono rinnegarti, ma tutta la terra ti adorerà, soprattutto le genti » (Cirillo di Alessandria).
« Non insultate quanti sono fuori dalla chiesa: Dio può farli entrare » (Agostino).
v. 5 « Tutto ciò che l’uomo potrà dire non assomiglia ai pensieri di Dio: questi lo riempiono di stupore » (Origene).
v. 6 « Il Dio che è venuto nella carne è lo stesso che, in passato, ha prosciugato il mare Rosso » (Atanasio).
« In passato il Signore camminò innanzi e il popolo passò dietro di lui (cfr. Gs 3); allo stesso modo, lavàti dal battesimo, camminando dietro a colui nel quale siamo rinati, entriamo nella terra dei viventi » (Girolamo).
« Quando il popolo ebreo passò il mare, annunciava il battesimo che il Cristo avrebbe dato. È in lui la sorgente della nostra gioia e il principio della nostra salvezza » (Cassiodoro).
« Non stupirti quando ti si racconta la storia del primitivo popolo di Dio. A te, cristiano, che hai passato i flutti del Giordano col sacramento del battesimo, la parola di Dio promette beni più grandi e più alti. E non credere che questa storia non ti riguardi: tutto si realizza in te, in modo spirituale. Quando arriverai alle fonti spirituali del battesimo e sarai stato iniziato ai misteri sublimi, allora avrai attraversato il Giordano ed entrerai nella terra promessa » (Origene).
« Verrà un tempo in cui gioiremo nel fiume della rigenerazione: è il Giordano ove Giovanni predicherà la remissione dei peccati e ove il Signore stesso verrà per farne il lavacro della nuova nascita » (Eusebio).
« Più grande del Giordano è il battesimo: le sue acque, mescolate all’olio, lavano i peccati di tutti » (Efrem).
« Gioiremo nel Cristo. Lui, che fu umiliato quaggiù, è Signore per l’eternità; anche la nostra gioia, che ci conforma a lui, sarà eterna » (Girolamo).
v. 7 « »Con la sua forza domina in eterno ». Queste parole contrastano con la situazione dei re della terra che non regnano né in virtù di un potere che proviene da loro né per sempre »» (Cassiodoro).
« Lo sguardo di Dio è una promessa di riconciliazione: guarda le genti con uno sguardo propizio. Il Signore volge il suo sguardo sulle genti; i raggi di luce che escono dai suoi occhi rendono le anime capaci di Dio e le mostrano tali » (Eusebio).
« Il Signore illumina quelli che guarda e che ha deciso di visitare per salvarli » (Cassiodoro).
« I ribelli sono quanti rifiutano il vangelo » (Eusebio)
« Un castigo attende gli increduli che si vantano della loro incredulità » (Teodoreto).
« I ribelli sono i giudei che contano troppo sulla discendenza da Abramo » (Girolamo).
« Quanti provocano la collera di Dio sogliono esaltarsi in se stessi: ciò fa parte delle infermità della nostra natura » (Cassiodoro).
v. 8 « Il nostro Dio è il Dio d’Israele. Sulla terra ora si possono vedere tutte le genti lodare non gli dèi dei loro padri, ma l’unico Dio » (Eusebio).
v. 9 « Dio non si è occupato solo degli antichi, ma si occupa di me, di ciascuno. Non ha lasciato vacillare i passi degli evangelizzatori. La predicazione del vangelo, che avrebbe dovuto naufragare mille volte, trionfa ovunque » (Eusebio).
« Dio fa passare da morte a vita » (Atanasio).
« Dio ha fatto entrare nella vita l’anima dei martiri, e questi non sono venuti meno nei tormenti » (Ilario).
vv. 10-12 « Lo Spirito profetizza le afflizioni degli apostoli » (Cirillo di Alessandria).
« È attraverso molte tribolazione che si entra nel regno di Dio (cfr. At 14,21) » (Origene).
« Ci hai fatto passare attraverso il fuoco e l’acqua per mezzo del battesimo » (Atanasio).
« Sei tu che ci hai guidati, sei tu che hai fatto tutto; noi non avremmo potuto sopportare questo né venirne fuori » (Eusebio).
« Dopo aver perdonato i nostri peccati ci hai condotti al luogo del sollievo » (Atanasio).
« Il sollievo è la risurrezione e la beatitudine » (Ilario).
« Il sollievo è il Cristo, al quale giungono i martiri » (Girolamo).
vv. 13-14 « La tua casa è la dimora celeste. Olocausti è un modo di dire per esprimere la totale consacrazione a Dio » (Atanasio).
« È l’olocausto di se stessi che i martiri hanno offerto a Dio » (Ilario).
« Purificàti da tutte le colpe descritte nelle righe precedenti, entreremo nella Gerusalemme celeste » (Atanasio).
« Osserverò ciò che ho promesso nel battesimo » (Atanasio).
v. 15 « Offrirò tutto me stesso, con la mia preghiera e le mie opere » (Atanasio).
« È un simbolo per esprimere che dobbiamo dare a Dio il meglio di noi stessi » (Teodoreto).
v. 16 « Voglio che tutti voi, che servite Dio, sappiate quali grandi benefici ho ricevuto da lui » (Teodoreto).
« Quanto ha fatto per me: mi ha messo in comunicazione con la Vita e mi ha condotto al riposo eterno » (Ilario).
v. 17 « Il grido interiore generato da un cuore ardente d’amore » (Cirillo di Alessandria).
v. 18 « Ha coscienza della sua innocenza. Meravigliosa fiducia dei santi! » (Cirillo di Alessandria).
v. 19 « La preghiera pura del cuore puro non è respinta e la misericordia non è lontana dalla preghiera » (Cirillo d’Alessandria).

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