Archive pour la catégorie 'BIBLICA: COMMENTI ALL’ANTICO TESTAMENTO'

SIRACIDE 24,1-4.8-12

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Siracide%2024,1-4.8-12

(commento ad Efesini: http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=30726 )

SIRACIDE 24,1-4.8-12

1La sapienza loda se stessa, si esalta in mezzo al suo popolo. 2Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, si glorifica davanti alla sua potenza: 3 «Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e ho ricoperto come nube la terra. 4Ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi.
8 Il creatore dell’universo mi diede un ordine, il mio creatore mi fece piantare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele. 9 Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi creò; per tutta l’eternità non verrò meno. 10 Ho officiato nella tenda santa davanti a lui, e così mi sono stabilita in Sion.
11 Nella città amata mi ha fatto abitare; in Gerusalemme è il mio potere. 12 Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua eredità».

COMMENTO

Siracide 24,1-4.8-12

Sapienza e legge

Il poema contenuto in Sir 24,1-22 rappresenta il centro e il culmine di tutto l’insegnamento contenuto nel libro che prende nome da Ben Sira (Siracide). Dopo aver espresso il frutto delle sue ricerche e riflessioni, l’autore presenta qui la sapienza che scende in campo e pronuncia essa stessa il proprio elogio. Il genere letterario adottato in questa composizione è quello dell’encomio o elogio sapienziale. Questa composizione si distingue dagli analoghi poemi (Gb 28; Pr 1,20-33; 8,1-36; 9,1-6) in quanto al termine la sapienza viene espressamente identificata con la legge; in questa intuizione il Siracide trova un parallelo solo in Bar 3,9 – 4,4. Dopo l’introduzione (vv. 1-2) il brano si divide in quattro parti: origine e ruolo cosmico della sapienza (vv. 3-6); sua venuta sulla terra (vv. 7-12); la sua bellezza e la sua azione benefica (vv. 13-17); le sue prerogative come cibo e bevanda di coloro che la desiderano (vv. 18-21); il brano termina con una conclusione dell’autore che identifica la sapienza è la legge (v. 22). La liturgia riprende solo alcuni versetti, omettendo la parte finale in cui la sapienza viene identificata con la legge mosaica.
L’autore introduce la sapienza (vv. 1-2) presentandola come un’entità personale che loda se stessa e si vanta in mezzo al suo popolo, e al tempo stesso prende la parola nell’«assemblea» (ekklêsia, comunità) dell’Altissimo e si glorifica davanti alla sua potenza (dynamis). Il popolo a cui la sapienza appartiene e al quale si presenta è la comunità di Israele, come apparirà più chiaramente dal seguito del poema; ma all’interno di questo popolo essa sta alla presenza di Dio, che abita nel suo tempio, in Gerusalemme.
Dopo questa presentazione la sapienza stessa prende la parola e pronunzia il suo poema. Anzitutto descrive (in un excursus omesso dalla liturgia) la propria origine e il ruolo cosmico che le è stato assegnato (vv. 3-7). Essa è uscita dalla bocca dell’Altissimo come la parola, mediante la quale Dio ha creato l’universo (Gn 1), e forse come lo spirito di Dio che aleggia sul caos primordiale (Gn 1,2): sapienza, parola e Spirito nel linguaggio biblico si identificano. Essa ha ricoperto «come nube» la terra: la nube è una nota immagine biblica di Dio. La sapienza ha preso dimora (kata-skênoô, porre la tenda; cfr. Es 40,34; Gv 1,14) nei cieli più alti, abitazione di Dio; ciò non le ha impedito di percorre i cieli e gli abissi, prendendo possesso sia del cosmo che dell’umanità che lo abita: essa ha svolto dunque un ruolo determinante come mediatrice di Dio nella creazione e continua a svolgerlo nel governo di tutte le cose.
La sapienza narra poi, nella seconda parte utilizzata dalla liturgia, la sua venuta sulla terra (vv. 8-12). Sebbene fosse già presente in tutto l’universo e in ogni nazione, la sapienza ha cercato un luogo di riposo (anapausin), un possedimento speciale (klêronomia, eredità) in cui stabilirsi; allora il creatore dell’universo, che è anche suo creatore, le ha comandato di fissare la tenda (di nuovo kata-skênoô, porre la tenda) in Giacobbe e di prendere in eredità (klêronomeô al passivo) Israele (v. 8). Dopo aver nuovamente sottolineato di essere stata creata da Dio prima dei secoli, fin da principio, la sapienza specifica il luogo della sua dimora: essa si è stabilita «nella tenda santa» (en skenêi agiâi), che si trova in Sion, dove svolge un servizio cultuale (leitourgeô); essa ha posto così il suo potere (exousia, autorità) in Gerusalemme, la città amata da Dio, in mezzo a un popolo glorioso, porzione ed eredità (klêronomia) del Signore. Si noti l’insistenza sui termini «ereditare» «eredità» che richiamano il linguaggio usato dal Deuteronomio per indicare Israele come popolo di Dio (cfr. Dt 4,20).
Il seguito del brano è omesso dalla liturgia. In esso la sapienza descrive la sua bellezza e la sua azione benefica con una lunga serie di paragoni (vv. 13-17): essa cresce e si sviluppa in Israele a somiglianza di sei specie di alberi o arbusti tra i più belli della regione palestinese; la sua opera è gradevole come quella delle sostanze usate per la preparazione del balsamo e dell’incenso, ed è paragonabile all’incenso che riempie il santuario; la sua presenza è gratificante come quella di un terebinto che distende nel deserto i suoi ampi rami o di una vite che produce graziosi germogli.
Stando nella santa dimora la sapienza si offre come cibo e bevanda a coloro che la desiderano (vv. 18-21). Non si limita quindi a imbandire la mensa (come in Pr 9,1-6; cfr. Sir 15,3), ma diventa essa stessa un cibo così gratificante da attrarre continuamente a sé coloro che l’hanno provato anche una sola volta; fuori metafora, il mangiare la sapienza significare obbedire alle sue direttive, stabilendo così quell’intimo rapporto con Dio che i profeti avevano preannunziato con l’immagine del banchetto escatologico (cfr. Is 25,6-10; 55,1-3).
Dopo aver riportato l’elogio della sapienza l’autore riprende la parola per spiegare che la sapienza, la quale ha appena concluso il suo discorso, non è altro che il «libro dell’alleanza», cioè la legge data da Mosè, eredità (klêronomia) delle assemblee (synagogai) di Giacobbe (v. 22). È dunque chiaro che si tratta del Pentateuco, che il Siracide presenta come espressione suprema della sapienza che ha creato e governa tutto il cosmo. Giunge così a termine il processo, già iniziato con Pr 1-9, che porta a identificare la sapienza con la legge mosaica in quanto dono salvifico per eccellenza. Perciò l’autore prosegue spiegando che la legge è piena di sapienza in modo talmente abbondante da ricordare i fiumi dell’Eden, o addirittura il grande oceano (vv. 23-27). Infine conclude presentando se stesso come un canale che attinge il suo insegnamento dal grande fiume della legge/sapienza e lo porta in territori lontani e lo trasmette, come «profezia», alle generazioni future (vv. 28-32). L’autore appare qui consapevole del carattere ispirato della sua opera. Il sapiente ha ormai preso il posto del profeta e il suo insegnamento, pur attingendo da una realtà particolare come la legge mosaica, assume una dimensione universale.

Linee interpretative
In questo testo viene alla luce un procedimento tipico della riflessione sapienziale. Quella sapienza che era il punto di arrivo di una lunga ricerca basata sull’esperienza e condensata nelle massime dei saggi, ora assume un carattere divino e trascendente. Essa risiede in Dio, l’unico sapiente, dal quale deriva l’armonia di tutte le cose, fino al punto di diventare essa stessa (come l’angelo di jhwh, lo Spirito, la gloria) una figura di Dio, un intermediario mediante il quale il Dio trascendente si rende presente in questo mondo. Proprio perché rappresenta l’ordine presente nel cosmo, la sapienza diventa così la metafora privilegiata per rappresentare l’opera creatrice di Dio, lo strumento per eccellenza mediante il quale il Dio trascendente si immerge nella realtà contingente di questo mondo. Ma in questa funzione la sapienza diventa spontaneamente anche lo strumento mediante il quale Dio chiama l’uomo, sua creatura prediletta, a entrare liberamente in comunione con sé e inserirsi armonicamente nell’ordine di questo universo, raggiungendo così la sua salvezza.
In questo ruolo di mediatrice della salvezza la sapienza entra nel campo già occupato dalla «parola di Dio» che trova la sua massima condensazione nella legge mosaica. È quindi inevitabile l’incontro tra queste due realtà mediante le quali Dio chiama l’uomo alla comunione con sé. Sapienza e legge diventano allora un’unica cosa. L’identificazione con la legge mosaica riempie la sapienza di un significato nuovo in quanto ne fa la portatrice della profonda esperienza religiosa propria del popolo di Israele. Ma anche la legge si arricchisce in quanto diventa espressione di una realtà preesistente, scelta da Dio non solo per attuare la sua opera creatrice, ma anche per entrare in comunione con l’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi. La legge mosaica, intesa come sapienza di vita (decalogo) diventa così la luce non solo di Israele ma anche di tutta l’umanità, portando con sé tutti i beni salvifici.

BENEDETTO XVI – COMMENTO AL SALMO 23

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20111005_it.html

BENEDETTO XVI – COMMENTO AL SALMO 23

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 5 ottobre 2011

SALMO 23

Cari fratelli e sorelle,

rivolgersi al Signore nella preghiera implica un radicale atto di fiducia, nella consapevolezza di affidarsi a Dio che è buono, «misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6-7; Sal 86,15; cfr Gl 2,13; Gn 4,2; Sal 103,8; 145,8; Ne 9,17). Per questo oggi vorrei riflettere con voi su un Salmo tutto pervaso di fiducia, in cui il Salmista esprime la sua serena certezza di essere guidato e protetto, messo al sicuro da ogni pericolo, perché il Signore è il suo pastore. Si tratta del Salmo 23 – secondo la datazione greco latina 22 – un testo familiare a tutti e amato da tutti.
«Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla»: così inizia questa bella preghiera, evocando l’ambiente nomade della pastorizia e l’esperienza di conoscenza reciproca che si stabilisce tra il pastore e le pecore che compongono il suo piccolo gregge. L’immagine richiama un’atmosfera di confidenza, intimità, tenerezza: il pastore conosce le sue pecorelle una per una, le chiama per nome ed esse lo seguono perché lo riconoscono e si fidano di lui (cfr Gv 10,2-4). Egli si prende cura di loro, le custodisce come beni preziosi, pronto a difenderle, a garantirne il benessere, a farle vivere in tranquillità. Nulla può mancare se il pastore è con loro. A questa esperienza fa riferimento il Salmista, chiamando Dio suo pastore, e lasciandosi guidare da Lui verso pascoli sicuri:

«Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia,
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome» (vv. 2-3).

La visione che si apre ai nostri occhi è quella di prati verdi e fonti di acqua limpida, oasi di pace verso cui il pastore accompagna il gregge, simboli dei luoghi di vita verso cui il Signore conduce il Salmista, il quale si sente come le pecore sdraiate sull’erba accanto ad una sorgente, in situazione di riposo, non in tensione o in stato di allarme, ma fiduciose e tranquille, perché il posto è sicuro, l’acqua è fresca, e il pastore veglia su di loro. E non dimentichiamo qui che la scena evocata dal Salmo è ambientata in una terra in larga parte desertica, battuta dal sole cocente, dove il pastore seminomade mediorientale vive con il suo gregge nelle steppe riarse che si estendono intorno ai villaggi. Ma il pastore sa dove trovare erba e acqua fresca, essenziali per la vita, sa portare all’oasi in cui l’anima “si rinfranca” ed è possibile riprendere le forze e nuove energie per rimettersi in cammino.
Come dice il Salmista, Dio lo guida verso «pascoli erbosi» e «acque tranquille», dove tutto è sovrabbondante, tutto è donato copiosamente. Se il Signore è il pastore, anche nel deserto, luogo di assenza e di morte, non viene meno la certezza di una radicale presenza di vita, tanto da poter dire: «non manco di nulla». Il pastore, infatti, ha a cuore il bene del suo gregge, adegua i propri ritmi e le proprie esigenze a quelli delle sue pecore, cammina e vive con loro, guidandole per sentieri “giusti”, cioè adatti a loro, con attenzione alle loro necessità e non alle proprie. La sicurezza del suo gregge è la sua priorità e a questa obbedisce nel guidarlo.
Cari fratelli e sorelle, anche noi, come il Salmista, se camminiamo dietro al “Pastore buono”, per quanto difficili, tortuosi o lunghi possano apparire i percorsi della nostra vita, spesso anche in zone desertiche spiritualmente, senza acqua e con un sole di razionalismo cocente, sotto la guida del pastore buono, Cristo, siamo certi di andare sulle strade “giuste” e che il Signore ci guida e ci è sempre vicino e non ci mancherà nulla.
Per questo il Salmista può dichiarare una tranquillità e una sicurezza senza incertezze né timori:

«Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza» (v. 4).

Chi va col Signore anche nelle vali oscure della sofferenza, dell’incertezza e di tutti i problemi umani, si sente sicuro. Tu sei con me: questa è la nostra certezza, quella che ci sostiene. Il buio della notte fa paura, con le sue ombre mutevoli, la difficoltà a distinguere i pericoli, il suo silenzio riempito di rumori indecifrabili. Se il gregge si muove dopo il calar del sole, quando la visibilità si fa incerta, è normale che le pecore siano inquiete, c’è il rischio di inciampare oppure di allontanarsi e di perdersi, e c’è ancora il timore di possibili aggressori che si nascondano nell’oscurità. Per parlare della valle “oscura”, il Salmista usa un’espressione ebraica che evoca le tenebre della morte, per cui la valle da attraversare è un luogo di angoscia, di minacce terribili, di pericolo di morte. Eppure, l’orante procede sicuro, senza paura, perché sa che il Signore è con lui. Quel «tu sei con me» è una proclamazione di fiducia incrollabile, e sintetizza l’esperienza di fede radicale; la vicinanza di Dio trasforma la realtà, la valle oscura perde ogni pericolosità, si svuota di ogni minaccia. Il gregge ora può camminare tranquillo, accompagnato dal rumore familiare del bastone che batte sul terreno e segnala la presenza rassicurante del pastore.
Questa immagine confortante chiude la prima parte del Salmo, e lascia il posto ad una scena diversa. Siamo ancora nel deserto, dove il pastore vive con il suo gregge, ma adesso siamo trasportati sotto la sua tenda, che si apre per dare ospitalità:

«Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca» (v. 5).

Ora il Signore è presentato come Colui che accoglie l’orante, con i segni di una ospitalità generosa e piena di attenzioni. L’ospite divino prepara il cibo sulla “mensa”, un termine che in ebraico indica, nel suo senso primitivo, la pelle di animale che veniva stesa per terra e su cui si mettevano le vivande per il pasto in comune. È un gesto di condivisione non solo del cibo, ma anche della vita, in un’offerta di comunione e di amicizia che crea legami ed esprime solidarietà. E poi c’è il dono munifico dell’olio profumato sul capo, che dà sollievo dall’arsura del sole del deserto, rinfresca e lenisce la pelle e allieta lo spirito con la sua fragranza. Infine, il calice ricolmo aggiunge una nota di festa, con il suo vino squisito, condiviso con generosità sovrabbondante. Cibo, olio, vino: sono i doni che fanno vivere e danno gioia perché vanno al di là di ciò che è strettamente necessario ed esprimono la gratuità e l’abbondanza dell’amore. Proclama il Salmo 104, celebrando la bontà provvidente del Signore: «Tu fai crescere l’erba per il bestiame e le piante che l’uomo coltiva per trarre cibo dalla terra, vino che allieta il cuore dell’uomo, olio che fa brillare il suo volto e pane che sostiene il suo cuore» (vv. 14-15). Il Salmista è fatto oggetto di tante attenzioni, per cui si vede come un viandante che trova riparo in una tenda ospitale, mentre i suoi nemici devono fermarsi a guardare, senza poter intervenire, perché colui che consideravano loro preda è stato messo al sicuro, è diventato ospite sacro, intoccabile. E il Salmista siamo noi se siamo realmente credenti in comunione con Cristo. Quando Dio apre la sua tenda per accoglierci, nulla può farci del male.
Quando poi il viandante riparte, la protezione divina si prolunga e lo accompagna nel suo viaggio:

«Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni» (v. 6).

La bontà e la fedeltà di Dio sono la scorta che accompagna il Salmista che esce dalla tenda e si rimette in cammino. Ma è un cammino che acquista un nuovo senso, e diventa pellegrinaggio verso il Tempio del Signore, il luogo santo in cui l’orante vuole “abitare” per sempre e a cui anche vuole “ritornare”. Il verbo ebraico qui utilizzato ha il senso di “tornare”, ma, con una piccola modifica vocalica, può essere inteso come “abitare”, e così è reso dalle antiche versioni e dalla maggior parte delle traduzioni moderne. Ambedue i sensi possono essere mantenuti: tornare al Tempio e abitarvi è il desiderio di ogni Israelita, e abitare vicino a Dio nella sua vicinanza e bontà è l’anelito e la nostalgia di ogni credente: poter abitare realmente dove è Dio, vicino a Dio. La sequela del Pastore porta alla sua casa, è quella la meta di ogni cammino, oasi desiderata nel deserto, tenda di rifugio nella fuga dai nemici, luogo di pace dove sperimentare la bontà e l’amore fedele di Dio, giorno dopo giorno, nella gioia serena di un tempo senza fine.
Le immagini di questo Salmo, con la loro ricchezza e profondità, hanno accompagnato tutta la storia e l’esperienza religiosa del popolo di Israele e accompagnano i cristiani. La figura del pastore, in particolare, evoca il tempo originario dell’Esodo, il lungo cammino nel deserto, come un gregge sotto la guida del Pastore divino (cfr Is 63,11-14; Sal 77,20-21; 78,52-54). E nella Terra Promessa era il re ad avere il compito di pascere il gregge del Signore, come Davide, pastore scelto da Dio e figura del Messia (cfr 2Sam 5,1-2; 7,8; Sal 78,70-72). Poi, dopo l’esilio di Babilonia, quasi in un nuovo Esodo (cfr Is 40,3-5.9-11; 43,16-21), Israele è riportato in patria come pecora dispersa e ritrovata, ricondotta da Dio a rigogliosi pascoli e luoghi di riposo (cfr Ez 34,11-16.23-31). Ma è nel Signore Gesù che tutta la forza evocativa del nostro Salmo giunge a completezza, trova la sua pienezza di significato: Gesù è il “Buon Pastore” che va in cerca della pecora smarrita, che conosce le sue pecore e dà la vita per loro (cfr Mt 18,12-14; Lc 15,4-7; Gv 10,2-4.11-18), Egli è la via, il giusto cammino che ci porta alla vita (cfr Gv 14,6), la luce che illumina la valle oscura e vince ogni nostra paura (cfr Gv 1,9; 8,12; 9,5; 12,46). È Lui l’ospite generoso che ci accoglie e ci mette in salvo dai nemici preparandoci la mensa del suo corpo e del suo sangue (cfr Mt 26,26-29; Mc 14,22-25; Lc 22,19-20) e quella definitiva del banchetto messianico nel Cielo (cfr Lc 14,15ss; Ap 3,20; 19,9). È Lui il Pastore regale, re nella mitezza e nel perdono, intronizzato sul legno glorioso della croce (cfr Gv 3,13-15; 12,32; 17,4-5).
Cari fratelli e sorelle, il Salmo 23 ci invita a rinnovare la nostra fiducia in Dio, abbandonandoci totalmente nelle sue mani. Chiediamo dunque con fede che il Signore ci conceda, anche nelle strade difficili del nostro tempo, di camminare sempre sui suoi sentieri come gregge docile e obbediente, ci accolga nella sua casa, alla sua mensa, e ci conduca ad «acque tranquille», perché, nell’accoglienza del dono del suo Spirito, possiamo abbeverarci alle sue sorgenti, fonti di quell’acqua viva «che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14; cfr 7,37-39). Grazie.

 

LE STRANE VIE DI DIO – ISAIA 55,8

http://www.korazym.org/16356/strane-vie-dio/#more-16356

LE STRANE VIE DI DIO

27 luglio 2014 Bussole per la fede

di Don Giuseppe Liberto

I MIEI PENSIERI NON SONO I VOSTRI PENSIERI, LE VOSTRE VIE NON SONO LE MIE VIE (IS 55,8).

Non basta credere in Dio. Credere è accogliere l’arcano metodo di Dio che esce dai nostri schemi, rompe le nostre opportunità, le nostre attese e le nostre pretese. C’è sempre la tentazione di ridurre Dio alle nostre categorie convenienti, di fissargli le strade e determinargli gli appuntamenti.
Il credente, invece, si sforza di mettere la propria esistenza dalla prospettiva di Dio per essere sempre disponibile al compimento del suo piano che lo trascende.
Lo “strano comportamento” di Dio è narrato nella parabola del Regno dei cieli, attraverso le vicende di una giornata lavorativa nella vigna di un padrone. Al chiudersi della giornata, qualunque sia stato il tempo trascorsovi e la fatica sopportata, tutti i lavoratori ricevono un denaro: il prezzo già pattuito. Alla protesta per un’apparente ingiustizia di un torto subito, bisogna evidenziare la liberalità e la gratuità del padrone che non deve rendere conto a nessuno del suo modo di agire. Questo è lo stile e il modo di operare di Dio. Egli concepisce e opera al di là di qualsiasi misura che è la sovrabbondanza, gesto che fa saltare i limiti del debito per sostituirlo con la stragrande generosità.
Il Padrone della vigna è Dio Padre: ogni chiamata sgorga dal suo cuore. La vigna è la Chiesa: ogni chiamata è per un servizio di lavoro all’interno della stessa Chiesa. La vite è Cristo: solo Lui dona vita e fecondità ai tralci. Rimanere innestati in Lui è condizione necessaria e indispensabile per portare frutto. In rapporto al dono dei talenti, tutti siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore nell’ora in cui Egli vuole. Tutti, con sofferta riflessione, con fremiti d’entusiasmo, con piena e responsabile decisione, abbiamo accolto l’invito divino offerto come dono di grazia e d’amore.

I miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie (Is 55,8).

Una pagina drammatica della Santa Scrittura la leggiamo in Geremia 38,4,10. Il brano ci racconta uno dei momenti più terribili del popolo d’Israele, nel tempo in cui era vicina la distruzione totale di Gerusalemme e la deportazione. Il re Nabucodonosor, dieci anni prima, aveva assediato la città e distrutto il tempio. Il profeta Geremia si trovava già in carcere e continuava ad annunziare la parola del Signore che invitava il re, i capi e i sacerdoti ad arrendersi e a lasciarsi deportare in Babilonia per iniziare una nuova vita. Il volere di Dio annunziato dal Profeta non è né capito né accolto. Non credono a Geremia, anzi, lo accusano dicendo: Si metta a morte quest’uomo, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male (v. 4). Geremia nega e risponde che, al di là di questa sconfitta, c’è la speranza di una vita nuova. Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna di Malchia, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel fango (v. 6). Il brano racconta tutta una serie di azioni drammatiche contro il Profeta. Mentre è tenuto prigioniero, gli aguzzini lo prendono, lo violentano, lo afferrano e lo gettano, come se fosse un oggetto da cui liberarsi, nella cisterna ricolma di fango. Sono i gesti diabolici fatti ai profeti, uomini scomodi da allontanare e da annullare. Essi, però, rimangono sempre nelle mani di Dio che completa, dopo le varie prove della sofferenza, il misterioso itinerario di liberazione.
Nel nome “Geremia”, c’è già inciso l’itinerario della sua vocazione e della sua missione. Il nome ha una doppia radice verbale: o ramah che significa “gettare”, rom che indica il significato inverso, “innalzare”. Geremia è dunque il profeta che Jahwe sceglie per innalzarlo a se e per scagliarlo in mezzo a un popolo ribelle che non lo ascolta, anzi, lo rifiuta e lo elimina.
Intanto Geremia è gettato nella fogna fangosa della solitudine, ma proprio da questo momento prende orientamento la svolta della sua vita. Il fatto richiama anche la drammatica e affascinante esperienza di Giuseppe che, dopo essere stato buttato nella cisterna in mezzo al deserto e in seguito nella solitudine sotterranea del carcere, poi, in un itinerario di grazia, dal buio rinasce alla luce della vita nuova (cf Gen 37,20. 40, 15).
E’ interessante notare che in ebraico, la radice verbale di “cisterna” esprime il significato di esplorare, sperimentare, verificare; e, nella radice aramaica, l’esplorazione avviene attraverso l’odorato. Nella logorante situazione della fossa profonda del dolore, il sofferente non vede, non sente, non tocca e non parla, l’odorato è l’unica via di comunicazione col Signore della vita che si avvicina, riconosce e chiama per nome (Gen 27, 27).
Geremia, anche se vive il suo dramma personale nella reggia, di fatto è in prigione, nel luogo più misero in cui, nella sofferenza più disperante, innalza il suo grido di dolore acuto e profondo verso Dio. Gettato via e sprofondato nel fango, la presenza divina, odora di amorevole paternità e la sofferenza diventa luce di vita nuova. Ed ecco apparire il segno di questa presenza: un servo del re, Ebed-Melek, l’Etiope, un eunuco, persona umile, amabile e forte, viene a portare al Profeta sostegno e speranza. Va incontro al re e con decisa determinazione gli dice: O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremia, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città (v. 9). Nessuna prova può cancellare il bene che Dio traccia, con segni indelebili, sulla persona martoriata. Il servo-re Ebed-Melek annuncia, attraverso il segno del pane legato alla fame, alla carestia e alla morte, che il Signore è l’unico liberatore dei nostri mali, infatti: Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto (Sal 145,14). Il re, all’eunuco che lo prega, dà questo ordine: Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremia dalla cisterna prima che muoia (v. 10). Geremia è tirato fuori dalla prigione di umiliazione, di sofferenza e di morte. Quel fango in cui era sprofondato, al soffio dell’amore divino, diventa argilla di vita; quel buio di solitudine, di smarrimento e di paura si trasforma in luce di parola che consola e orienta verso la realizzazione della vocazione cui Dio lo ha chiamato.
Geremia è figura di Cristo, il Servo-Re, Il Pane che nutre e divinizza, il Salvatore che scende negli inferi della notte per liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Immersi nelle acque battesimali, Cristo ci “tira fuori” ridonandoci il profumo della vita.
Quando i tuoi fratelli, ti buttano giù nel pozzo dell’allontanamento e della dimenticanza, non perdere mai il coraggio di difendere la tua libertà di coscienza e la dignità dell’essere figlio di Dio creato a sua immagine e somiglianza e ricreato a nuova vita dallo Spirito di Gesù. Il Padre tuo che vede nel segreto ti sta sempre vicino e ti consola con la sua squisita e costante paternità. Se i tuoi fratelli, con i gesti della non umanità, ti “buttano giù” nel pozzo della dimenticanza e della sofferenza, il Padre tuo, che vede nel segreto, ti “tira su” con i gesti della tenerezza misericordiosa. La Parola di Dio ci insegna che i pensieri e le vie del Signore non sono quelli dell’umano orgoglio che semina vittime di morte ma itinerari di luce che danno risurrezione e vita.

 

COLTIVARE E CUSTODIRE… LA VITA

http://www.orsolinescm.it/pagina.asp?quale=766

COLTIVARE E CUSTODIRE… LA VITA

« Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perchè lo coltivasse (avad) e lo custodisse (shamar)” (Gn 2,15).

‘Prendere’ l’uomo e ‘stabilirlo’ sono termini che evocano l’uscita dall’Egitto e l’introduzione nella terra promessa. Sono termini che rimandano all’origine di un popolo libero e non più schiavo, un popolo in grado di riconoscere il proprio Dio, come colui che rimane accanto e, nello stesso tempo, di accogliere da Lui un dono e un compito.
Il verbo ‘coltivare’ significa ‘servire’, ‘lavorare’, indica la fatica che dissoda il terreno, il lavoro che sa trasformare e produrre frutto; mentre il verbo ‘custodire’ è l’azione che accoglie il dono e fedelmente lo conserva; significa anche ‘osservare’ ed è riferito spesso alla sentinella che vigila, ma anche, e soprattutto, all’osservare e custodire la Parola di Dio. Dice la cura che deve essere presente nelle varie attività degli esseri umani; una cura che è consapevole dell’avere tra le mani un dono prezioso che non appartiene a se stessi, ma che è di Dio.
Vuol dire, inoltre, ri-cordare, rimettere nel cuore, quella Parola che sola può aiutare a comprendere quello che magari non si capisce. Viene in mente ciò che si dice di Maria nel Nuovo Testamento: « custodiva tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2,50). Faceva, cioè, ‘tesoro’ di tutto ciò che avveniva, serbandolo nel profondo, custodendo e meditando ogni cosa nel proprio cuore. In mezzo agli avvenimenti a volte ‘oscuri’, custodire può aiutare a scoprire il ‘movimento’ dello Spirito per comprendere almeno quel poco che serve per proseguire il cammino.
Compito dell’uomo è quindi quello di ‘coltivare e custodire’ il creato, ma anche la propria vita, entrambi doni di Dio, riconoscendo in essi la Sua opera. È un’indicazione data da Dio all’adam, il ‘terrestre’, prima ancora della differenziazione sessuale, all’inizio della storia, ma anche in ogni tempo e a ciascuno: chiede di far crescere il mondo con responsabilità, ‘trasformandolo’ con il nostro lavoro e la nostra vigilanza perchè ridiventi giardino, luogo abitabile per tutti. Coltivare e custodire sono attività che rendono l’essere umano ‘simile’ a Dio, al suo Creatore. Dio si ‘ritira’ lasciando spazio all’uomo, affinchè agisca sulle opere delle sue mani.
Nel primo capitolo della Genesi, pur scritto in epoca più tarda, il maschio e la femmina creati a ‘immagine di Dio’ ricevono un comando analogo: « Siate fecondi…” (Gn 1,22), donate vita. Non dobbiamo dimenticare, per cogliere l’importanza di questo passo biblico, che il testo è nato in un ambiente di ‘morte’ perchè Israele era in esilio a Babilonia dopo la deportazione. I regni erano stati conquistati da un popolo invasore, il tempio e le case distrutte, le famiglie smembrate, i più giovani e forti, in grado di lavorare, sradicati dalla loro terra per essere condotti in terra straniera.
È un’esperienza di morte molto forte e reale, causata non solo dalla sofferenza fisica, dalla pesantezza dell’oppressione, ma anche dal non capire più cosa stava succedendo e soprattutto dal non sentire più Dio vicino. Dov’era il loro Dio in mezzo a quella desolazione? In questo contesto viene scritto il primo capitolo, a confermare che Dio c’è e ha creato cose belle e buone, e allora si può anche attraversare la morte perchè ‘oltre’ c’è la vita, sempre. Per questo è possibile dare il comando « Siate fecondi…dominate la terra”: è un diritto dovere che appartiene ad ogni essere umano, perchè ogni uomo e ogni donna sono ‘a immagine di Dio’ e spetta a tutti -e non solo ad alcuni- la responsabilità del mondo, condividendo lo sguardo ammirato di Dio su ogni cosa: « E Dio vide che ciò era buono”.
Rappresentanze dei popoli indigeni a Piazza S. Pietro all’udienza generaleCustode del creato, l’uomo è anche custode dell’altro, di tutti i fratelli e le sorelle in umanità: l’essere stati creati dall’unico Dio ci rende fin dall’origine uniti in questo vincolo che ci chiama ad essere ‘custodi’ l’uno dell’altro/a. Il volto degli altri ci guarda e ci testimonia che il nostro ‘io’ non è tutto, che ciascuno si deve misurare con i bisogni degli altri, con l’esigenza che ciascuno, in fondo, porta nel profondo, di amare e di essere amati.
Custodi del creato e dell’altro, ognuno di noi è chiamato anche ad essere ‘custode’ di Dio. In tempi non sempre facili e comprensibili, dove spesso il rifiuto e la chiusura dominano le relazioni, è necessario ‘coltivare’ la presenza di Dio in noi, come annotava Etty Hillesum: « Ti aiuterò Dio, a non spezzarti in me…l’unica cosa che in questo periodo possiamo salvare, ed è l’unica cosa, questa, che davvero importi: un pezzo di te in noi stessi Dio…la tua abitazione in noi, dove davvero vivi, noi dobbiamo difenderla fino all’ultimo:” (Diario, 12 luglio 1942)
C’è un passo nel Vangelo che può diventare modello interpretativo di ciò che Gesù intenda con il compito di ‘coltivare e custodire’ ed è la ‘parabola del fico’ raccontata in Luca 13,6-9.
Abbi pazienza ancora per un anno…Nella parabola, il padrone di un campo che aveva piantato nella sua vigna un albero di fichi, non trovando da tre anni frutti su quella pianta, ordinò al vignaiolo di tagliarla perchè sfruttava inutilmente il terreno. La replica del vignaiolo è uno stupendo esempio della misericordiosa pazienza di Dio che non si arrende e lascia aperto il tempo del cambiamento, della conversione: « Padrone, lascialo ancora quest’anno, finchè gli avrò zappato intorno e gli avrò messo il concime”.
I fichi e la vigna hanno sempre avuto per gli Israeliti un significato tutto particolare perchè erano segno dell’insediamento nella terra promessa, oltre a ricordare il ‘paradiso perduto’, l’Eden.
La storia del fico è, in fondo, anche la nostra storia, storia di aspettative e delusioni, di attese e aridità, di ‘raccolti’ mancati; ma ci mostra soprattutto la ‘giustizia’ di Dio, che non si riduce a estirpare il ‘male’, eliminando ciò che all’apparenza è inutile. Giovanni il Battista aveva presentato un’altra immagine di Dio: « Razza di vipere che vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? …già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Lc 3,7.9). Le parole del vignaiolo e del padrone della vigna, sembrano invece un dialogo tra la giustizia e la misericordia: « lascialo ancora per un anno…”. La storia va avanti nell’attesa che la nostra esperienza porti frutto. Il tempo non ci appartiene, è il tempo della pazienza di Dio e nostra, dell’azione di Dio e nostra. Deve essere però un’attesa operosa: bisogna rompere la terra intorno, una terra diventata dura nel tempo e che necessita di essere mossa, ammorbidita, per far penetrare il concime, per ‘nutrire’. E la condizione essenziale per poter ‘dare frutto’ è rimanere in Cristo: « Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto” (Gv 15,5).
Tempo e amore rendono possibile il progetto di Dio e ‘il coltivare’ di ciascuno di noi, lasciando che il Vangelo invada a poco, a poco, tutto lo spazio disponibile affinchè la misericordia abbia sempre la meglio sul giudizio e ciascuno possa, con speranza, dire ogni giorno: « Oggi posso ripartire a ‘coltivare’ il mio rapporto con Dio, la mia vita, le mie relazioni, l’ambiente in cui vivo. Oggi posso ricominciare”. 

LECTIO LIBRO DEI PROVERBI : “IL CONVITO DELLA SAPIENZA” – 9,1-6. 10-12

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LECTIO DIVINA 28 – LIBRO DEI PROVERBI

“IL CONVITO DELLA SAPIENZA” – 9,1-6. 10-12

Introductio.

Lodiamo Dio nostro Padre che ci ha chiamato ad ascoltare la sua Parola. Preghiamo Maria Vergine Madre perché ci assista nel ricevere lo Spirito Santo.
Vieni, Santo Spirito, nei nostri cuori e accendi
In essi il fuoco del tuo amore. Vieni, Spirito Santo,
e donaci per intercessione di Maria che ha saputo
contemplare, raccogliere gli eventi della vita di
Cristo e farne memoria operosa, la grazia di
Leggere e rileggere le Scritture per farne anche
In noi memoria viva e operosa.
Donaci, Spirito Santo, di lasciarci nutrire da questi
Eventi e di riesprimerli nella nostra vita.
E donaci, Ti preghiamo, una grazia ancora più
Grande: quella di cogliere l’opera di Dio nella
Chiesa visibile e operante nel mondo. Amen.

Lectio.
Come si è formato il Libro? In linea generale si può ricostruire la storia in questi termini: partendo da un materiale popolare di detti e sentenze in genere brevi, incisivi e figurati. Al tempo di Salomone si raccolsero assieme i primi scritti, sotto l’influsso della civiltà egiziana con cui il figlio ed erede di David ebbe rapporti molto stretti (1 Re 4,3).
Il lavoro di raccolta ed elaborazione della sentenza, che in ebraico si chiama “masal”, perdura per tutta la monarchia e risente delle civiltà con cui Israele ha relazione.
Se leggiamo con attenzione il Testo, ne ricaviamo un quadro e un’idea della sapienza abbastanza particolare. Si tratta, infatti, di conoscenza della vita, di abilità tecnica, di comportamento sociale in cui non entra alcun elemento religioso specifico. Se vogliamo, è una sapienza laica, accessibile anche all’uomo assennato, retto ed esperto fuori della rivelazione (capp. 10-29).
Probabilmente questa parte del testo fu completata prima dell’esilio di Babilonia (587 a.C.). Il Libro, nella sua forma attuale fu invece completato un secolo dopo, in pratica ad esilio ultimato, per definire l’aspetto morale della nuova comunità. Fu allora che fu aggiunta la prima parte, capp. 1-9, nella quale è descritta la radice e la natura della Sapienza, o meglio, la Sapienza nel suo fondamento teologico, dove troviamo i versetti che preghiamo oggi.
Il popolo deve avvertire che non esiste per lui una morale, per così dire, laica, ma solo una risposta di fedeltà alle proposte di Dio che si rendono note attraverso la Sapienza. In altre parole, la sapienza umana sta nell’accogliere e nel rispondere alla Sapienza divina, ed alla radice il timore del Signore. Questa idea cardine del prologo intende, infatti, mostrare in che cosa il sapiente d’Israele è diverso dai sapienti degli altri popoli, benché si regoli sulle stesse massime. Di fatto, non sono queste che lo definiscono savio, bensì il temere Dio e l’aderire alla Sapienza (=Signore Sapienza o Signore Follia: dipende dalle scelte): poste queste condizioni, i criteri degli altri popoli possono valere per lui, non prima.
Se è importante leggerli sapendo che rappresentano un certo grado di maturazione della coscienza del popolo di Dio, è altrettanto importante cogliere che essi aspettano il loro compimento. Tale compimento è, evidentemente, in due direzioni: quella della Sapienza divina che si rivela nel Figlio Salvatore, e quella della sapienza umana che si realizza nell’accettarne il dono di salvezza.

Leggiamo il cantico tutti insieme attentamente.
Meditatio.
Nei primi capitoli del Libro sono riassunte in maniera plastica i quadri vivi della Sapienza e della Stoltezza (=Signora Sapienza e Signora Follia). Ognuna di loro invita l’uomo, scervellato e capriccioso, ad un banchetto festoso. La Signora Sapienza gli pone davanti la vita, mentre sulla tavola della Signora Follia c’è solo la morte. Noi mediteremo l’invito della Signora Sapienza con qualche accenno alla Signora Follia per meglio comprendere il senso dei versetti oggetto della preghiera.

Il Canto dell’invito della Signora Sapienza consiste di tre parti:
-Costruzione della casa e allestimento del banchetto vv.1-2;
-Invio delle ancelle ad invitare la gente vv.3-6;
-Scelta della vita o della morte vv.10-12.

Diciamo subito fuori metafora che l’uomo non è solo. Nessuno può illudersi di muoversi in un mondo asettico e vuoto in cui può vivere senza decidere e senza scegliere, ma ognuno ( e l’esperienza d’ogni giorno lo insegna) si muove in un universo popolato di voci contrastanti che lo chiamano e lo sollecitano, con maggiore o minore intensità, con inviti più o meno densi di contenuto, tanto che è necessario schierarsi: sperare di potere rimanere neutrali è un’illusione pura e semplice. Com’è un’illusione sperare di vivere saggiamente senza contrasti o follemente senza conseguenze.
Per questo motivo, confrontiamo subito i vv. 1-6. 10-12 (Signora Sapienza), con i vv.13-18 (Signora Follia); quasi fossero le due tavole di un dittico, tenendo presente però che le due protagoniste, non vi sono raffigurate staticamente, solenni come le immagini delle icone, ma come due personaggi vivi e dotati, ciascuno, di una propria vitalità.
La Signora Sapienza è una donna che si dà da fare secondo un ordine mentale, noi diremmo: secondo una gerarchia di valori e un chiaro obiettivo. Il suo progettare e agire sono identificati da sette verbi: Edificare, scolpire, macellare, mescolare (il vino nell’antichità non si bevevo mai puro, ma sempre mescolato con acqua, miele, aromi; perciò doveva essere assaggiato, come alle nozze di Cana, per sapere se era stato trattato al punto giusto), imbandire, mandare, proclamare.
Sette è un bel numero, confermato da quello delle colonne della casa della Signora Sapienza: significa che costei sa quel che vuole, appunto, e che sa come arrivarci, fino ai dettagli eleganti. Tanto che prende l’iniziativa di inviare messaggeri e sa offrire ai suoi invitati cibo e bevande di qualità. La Signora Sapienza agisce apertamente, invita perché ha delle proposte autentiche da fare, in cui non c’è nulla da tenere nascosto. Incarna quindi un modo di essere che si propone non come pura apparenza, ma come progetto che sa attuarsi, durare e proporsi.
Della Signora Follia diremo soltanto che benché abbia i tratti in comune con la Signora Sapienza, le due donne rappresentano due realtà molto diverse e, anzi, due direzioni opposte per chi transita sulla strada della vita. Esse usano a tratti un linguaggio simile, talché si richiede grande attenzione per discernere la verità dei loro discorsi.
Ascoltare e dare retta all’una o all’altra, accettare cioè di sedere alla loro tavola e di condividere il loro cibo, non è perciò cosa da prendere alla leggera: è questione di vita o di morte.
Rileggiamo il cantico in silenzio attenti ai suggerimenti dello Spirito santo.

Contemplatio.
O mio Dio, tu mi inviti nella casa della Sapienza, dove mi viene imbandita una mensa con pane e vino: cibi semplici ma che danno la vita. Il tuo è un invito chiaro ed insistente: saggio è colui che presuppone una relazione con Te, che ha un atteggiamento umile ed accogliente nei Tuoi confronti; stolto è colui che ti si oppone, che disprezza il Tuo invito, che orienta le proprie scelte su basi differenti. Signore, ti supplico, fammi sapere quel che vuoi da me; fammi intendere che quando voglio ciò che tu vuoi, allora voglio il mio maggior bene, perché certamente Tu non vuoi che il meglio per me.
Io sono spesso incoerente: ragiono di virtù e santità, ma agisco in conformità a passioni e vizi poco combattuti. Ho gran cura di non oltrepassare il limite del peccato.
Il pane e il vino, che ci offri alla mensa della Sapienza, è il Corpo ed il Sangue di Gesù, Tuo Figlio Unigenito, nostro salvatore, cibo della nostra vita eterna, ma devo accoglierlo con atteggiamento umile, seguendone l’esempio, come ci insegna Maria, la nostra Mamma Celeste.
“ O Gesù, tu sei la luce a coloro che aprono gli occhi per vederti; ma a quelli che li chiudono, sei pietra d’inciampo” (Bossuet, meditazioni sul Vangelo).

Conclusio.
Temere Dio ed aderire alla Sapienza è questo l’invito rivolto al discepolo. Timoroso è il discepolo che accetta la disciplina, è il giovane che accetta la correzione, è il saggio che non presume di sapere, ma pondera prima di decidere. Il rispetto del Signore fa spazio a Dio nell’ambito intellettuale e sapienziale, con la consapevolezza che nessuna sapienza umana regge di fronte a YHWH, perché l’uomo, nonostante la sua intelligenza, non è in grado di padroneggiare tutte le situazioni. Aderire alla sapienza vuol dire accogliere Gesù come Salvatore, come Colui che ci rivela i misteri di Dio, i Suoi piani di salvezza per l’umanità, il senso autentico delle Scritture.

Grazie Santissima Trinità per questa ora di preghiera.
Sia lodato in eterno il Tuo nome.

UN PROFETA CHE CONSOLA (ISAIA 40-55)

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UN PROFETA CHE CONSOLA (ISAIA 40-55)

Come descrivere un uomo che è rimasto completamente anonimo? I capitoli da 40 a 55 del libro d’Isaia costituiscono una piccola raccolta di testi profetici che formano una netta unità letteraria, ma il cui autore si è cancellato dietro il suo messaggio. Non si sa né il suo nome né il posto da dove parla. Si sa solamente che il suo messaggio si situa attorno al 538 prima di Cristo, l’anno in cui Ciro, re dei Persiani, ha permesso agli Ebrei esiliati a Babilonia di ritornare al loro paese. Il nome di «Secondo Isaia» gli è stato dato perché il suo pensiero s’ispira a una tradizione che risale al grande profeta Isaia (VIII secolo).
Questo Secondo Isaia doveva annunciare un avvenimento assolutamente inconcepibile: un piccolissimo popolo, un «resto» che non contava forse più di 15.000 persone, avrebbe attraversato il deserto, avrebbe vissuto un nuovo Esodo (43,16-21) per giungere a Gerusalemme. Non stupisce il fatto che gli ascoltatori siano rimasti increduli. Un popolo deportato era spesso condannato a scomparire, e i settant’anni d’esilio hanno dovuto creare un profondo scoraggiamento: si supponeva che l’alleanza che Dio aveva voluta con in suoi fosse stata annullata e che Dio ne aveva abbastanza di loro.
Con quali argomenti vincere questo scoraggiamento? Se Dio è eterno, la sua sapienza deve anch’essa avere delle risorse di cui abbiamo nessuna idea, e la sua forza deve essere propriamente inesauribile (40,27-31). E il profeta è ricorso a delle immagini ancora più forti: una madre può dimenticare suo figlio (49,14-15), un uomo può respingere la donna che è stato il grande amore della sua giovinezza (54,6-7)?
Le prime parole di questa piccola raccolta sono ripetute con insistenza: «Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio» (40,1). Dopo il tempo di una estrema desolazione, il popolo deve essere «consolato», cioè sarà messo nella condizione di cessare le sue lamentazioni, di rimettersi in piedi e ritrovare coraggio. Questo popolo ha un bel credersi alla fine, la consolazione deve mostrare che dal cuore di Dio scorre un avvenire.
L’immagine che i credenti si erano fatta di Dio si è purificata attraverso l’estrema prova dell’esilio, come ci si può rendere conto anche leggendo il libro di Giobbe. Quando il Secondo Isaia parla di Dio, non vi si trovano più gli accenti d’ira, né minacce, né affermazioni autoritarie. Dio ama, e ama senz’altra ragione che il suo amore (43,4; 43,25). Si direbbe che ormai non può che amare (54,7-10). Se ristabilisce il suo popolo sulla sua terra e nella sua città, questo ristabilimento avrà un’eco in tutte le nazioni (45,22; 52,10), poiché è il Dio universale (51,4). Nella scelta completamente gratuita di un popolo unico, nel perdono quasi ancora più gratuito del ritorno dall’esilio, la sua alleanza con questo popolo è stata come trascesa. Il re dei Persiani può allora ricevere il titolo di «Unto», messia (45,1), e il vero ministero di mediazione tra Dio e gli esseri umani sarà affidato ad un umile Servo.
Questo Servo rifletterà i tratti del suo Dio. Non solo non s’imporrà (42,1-5), ma sarà personalmente vulnerabile allo scoraggiamento dei suoi (49,4-6). A coloro che ridono di lui risponderà con nessuna parola dura (50,5-6). Egli stesso, restando all’ascolto di Dio come il più umile dei credenti (50,4), arriverà a prendere su di sé tutta l’incredulità che lo circonda (53,12), sull’esempio di quel Dio che ha «portato» il popolo attraverso tutta la storia (46,3-4).

BENEDETTO XVI : SALMO 121 – SALUTO ALLA CITTÀ SANTA DI GERUSALEMME

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 12 ottobre 2005

SALMO 121 – SALUTO ALLA CITTÀ SANTA DI GERUSALEMME

Primi Vespri – Domenica 4a settimana

1. È uno dei più belli e appassionati Cantici delle ascensioni quello che ora abbiamo ascoltato e gustato come preghiera. Si tratta del Salmo 121, una celebrazione viva e partecipe in Gerusalemme, la città santa verso la quale ascendono i pellegrini.
Infatti, subito in apertura, si fondono insieme due momenti vissuti dal fedele: quello del giorno in cui accolse l’invito ad «andare alla casa del Signore» (v. 1) e quello dell’arrivo gioioso alle «porte» di Gerusalemme (cfr v. 2); ora i piedi calpestano finalmente quella terra santa e amata. Proprio allora le labbra si aprono a un canto festoso in onore di Sion, considerata nel suo profondo significato spirituale.
2. «Città salda e compatta» (v. 3), simbolo di sicurezza e di stabilità, Gerusalemme è il cuore dell’unità delle dodici tribù di Israele, che convergono verso di essa come centro della loro fede e del loro culto. Là, infatti, esse ascendono «per lodare il nome del Signore» (v. 4), nel luogo che la «legge di Israele» (Dt 12,13-14; 16,16) ha stabilito quale unico santuario legittimo e perfetto.
A Gerusalemme c’è un’altra realtà rilevante, anch’essa segno della presenza di Dio in Israele: sono «i seggi della casa di Davide» (cfr Sal 121,5), governa, cioè, la dinastia davidica, espressione dell’azione divina nella storia, che sarebbe approdata al Messia (2Sam 7,8-16).
3. I «seggi della casa di Davide» vengono chiamati nel contempo «seggi del giudizio» (cfr Sal 121,5), perché il re era anche il giudice supremo. Così Gerusalemme, capitale politica, era anche la sede giudiziaria più alta, ove si risolvevano in ultima istanza le controversie: in tal modo, uscendo da Sion, i pellegrini ebrei ritornavano nei loro villaggi più giusti e pacificati.
Il Salmo ha tracciato, così, un ritratto ideale della città santa nella sua funzione religiosa e sociale, mostrando che la religione biblica non è astratta né intimistica, ma è fermento di giustizia e di solidarietà. Alla comunione con Dio segue necessariamente quella dei fratelli tra loro.
4. Giungiamo ora all’invocazione finale (cfr vv. 6-9). Essa è tutta ritmata sulla parola ebraica shalom, «pace», tradizionalmente considerata alla base del nome stesso della città santa Jerushalajim, interpretata come «città della pace».
Come è noto, shalom allude alla pace messianica, che raccoglie in sé gioia, prosperità, bene, abbondanza. Anzi, nell’addio finale che il pellegrino rivolge al tempio, alla «casa del Signore nostro Dio», si aggiunge alla pace il «bene»: «Chiederò per te il bene» (v. 9). Si ha, così, in forma anticipata il saluto francescano: «Pace e bene!». È un auspicio di benedizione sui fedeli che amano la città santa, sulla sua realtà fisica di mura e palazzi nei quali pulsa la vita di un popolo, su tutti i fratelli e gli amici. In tal modo Gerusalemme diventerà un focolare di armonia e di pace.
5. Concludiamo la nostra meditazione sul Salmo 121 con uno spunto di riflessione suggerito dai Padri della Chiesa per i quali la Gerusalemme antica era segno di un’altra Gerusalemme, anch’essa, «costruita come città salda e compatta». Questa città – ricorda san Gregorio Magno nelle Omelie su Ezechiele – «ha già qui una sua grande costruzione nei costumi dei santi. In un edificio una pietra sostiene l’altra, perché si mette una pietra sopra l’altra, e chi sostiene un altro è a sua volta sostenuto da un altro. Così, proprio così, nella santa Chiesa ciascuno sostiene ed è sostenuto. I più vicini si sostengono a vicenda, e così per mezzo di essi si innalza l’edificio della carità. Ecco perché Paolo ammonisce, dicendo: “Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2). Sottolineando la forza di questa legge, dice: “Pieno compimento della legge è l’amore” (Rm 13,10). Se io infatti non mi sforzo di accettare voi così come siete, e voi non vi impegnate ad accettare me così come sono, non può sorgere l’edificio della carità tra noi, che pure siamo legati da amore reciproco e paziente». E, per completare l’immagine, non si dimentichi che «c’è un fondamento che sopporta l’intero peso della costruzione, ed è il nostro Redentore, il quale da solo tollera nel loro insieme i costumi di noi tutti. Di lui l’Apostolo dice: “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1Cor 3,11). I1 fondamento porta le pietre e non è portato dalle pietre; cioè, il nostro Redentore porta il peso di tutte le nostre colpe, ma in lui non c’è stata alcuna colpa da tollerare» (2,1,5: Opere di Gregorio Magno, III/2, Roma 1993, pp. 27.29).
E così il grande Papa san Gregorio ci dice cosa significa il Salmo in concreto per la prassi della nostra vita. Ci dice che dobbiamo essere nella Chiesa di oggi una vera Gerusalemme, cioè un luogo di pace, « portandoci l’un l’altro » così come siamo; « portandoci insieme » nella gioiosa certezza che il Signore ci « porta tutti ». E così cresce la Chiesa come una vera Gerusalemme, un luogo di pace. Ma vogliamo anche pregare per la città di Gerusalemme che sia sempre più un luogo di incontro tra le religioni e i popoli; che sia realmente un luogo di pace.

 

BENEDETTO XVI – SALMO 130 – CONFIDARE IN DIO COME IL BIMBO NELLA MADRE (2005)

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 agosto 2005

SALMO 130 – CONFIDARE IN DIO COME IL BIMBO NELLA MADRE
Vespri del Martedì della 3a Settimana

1. Abbiamo ascoltato solo poche parole, una trentina nell’originale ebraico del Salmo 130. Eppure sono parole intense, che svolgono un tema caro a tutta la letteratura religiosa: l’infanzia spirituale. Il pensiero corre subito in modo spontaneo a santa Teresa di Lisieux, alla sua «piccola via», al suo «restare piccola» per «essere tra le braccia di Gesù» (cfr Manoscritto «C», 2r°-3v°: Opere complete, Città del Vaticano 1997, pp. 235-236).
Al centro del Salmo, infatti, si staglia l’immagine di una madre col bambino, segno dell’amore tenero e materno di Dio, come si era già espresso il profeta Osea: «Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato… Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1.4).
2. Il Salmo si apre con la descrizione dell’atteggiamento antitetico rispetto a quello dell’infanzia, la quale è consapevole della propria fragilità, ma fiduciosa nell’aiuto degli altri. Di scena, nel Salmo, sono invece l’orgoglio del cuore, la superbia dello sguardo, le «cose grandi e superiori» (cfr Sal 130,1). È la rappresentazione della persona superba, che viene tratteggiata mediante vocaboli ebraici indicanti «altezzosità» ed «esaltazione», l’atteggiamento arrogante di chi guarda gli altri con senso di superiorità, ritenendoli inferiori a se stesso.
La grande tentazione del superbo, che vuol essere come Dio, arbitro del bene e del male (cfr Gn 3,5), è decisamente respinta dall’orante, il quale opta per la fiducia umile e spontanea nell’unico Signore.
3. Si passa, così, all’immagine indimenticabile del bambino e della madre. Il testo originario ebraico non parla di un neonato, bensì di un «bimbo svezzato» (Sal 130,2). Ora, è noto che nell’antico Vicino Oriente lo svezzamento ufficiale era collocato attorno ai tre anni e celebrato con una festa (cfr Gn 21,8; 1Sam 1,20-23; 2 Mac 7,27).
Il bambino, a cui il Salmista rimanda, è legato alla madre da un rapporto ormai più personale e intimo, non quindi dal mero contatto fisico e dalla necessità di cibo. Si tratta di un legame più cosciente, anche se sempre immediato e spontaneo. È questa la parabola ideale della vera «infanzia» dello spirito, che si abbandona a Dio non in modo cieco e automatico, ma sereno e responsabile.
4. A questo punto la professione di fiducia dell’orante si allarga a tutta la comunità: «Speri Israele nel Signore, ora e sempre» (Sal 130,3). La speranza sboccia ora in tutto il popolo, che riceve da Dio sicurezza, vita e pace, e si estende dal presente al futuro, «ora e sempre».
È facile continuare la preghiera facendo echeggiare altre voci del Salterio, ispirate alla stessa fiducia in Dio: «Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio» (Sal 21,11). «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 26, 10). «Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno» (Sal 70,5-6).
5. All’umile fiducia, come si è visto, si oppone la superbia. Uno scrittore cristiano del quarto-quinto secolo, Giovanni Cassiano, ammonisce i fedeli sulla gravità di questo vizio, che «distrugge tutte le virtù nel loro insieme e non prende di mira solamente i mediocri e i deboli, ma principalmente quelli che si sono posti al vertice con l’uso delle loro forze». Egli continua: «È questo il motivo per cui il beato Davide custodisce con tanta circospezione il suo cuore fino a osare di proclamare davanti a Colui al quale non sfuggivano certamente i segreti della sua coscienza: « Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze »… E tuttavia, ben conoscendo quanto sia difficile anche per i perfetti una tale custodia, egli non presume di appoggiarsi unicamente alle sue capacità, ma supplica con preghiere il Signore di aiutarlo per riuscire a evitare i dardi del nemico e a non restarne ferito: « Non mi raggiunga il piede orgoglioso » (Sal 35,12)» (Le istituzioni cenobitiche, XII,6, Abbazia di Praglia, Bresseo di Teolo – Padova 1989, p. 289).
Analogamente un anziano anonimo dei Padri del deserto ci ha tramandato questa dichiarazione, che riecheggia il Salmo 130: «Io non ho mai oltrepassato il mio rango per camminare più in alto, né mi sono mai turbato in caso di umiliazione, perché ogni mio pensiero era in questo: nel pregare il Signore che mi spogliasse dell’uomo vecchio» (I Padri del deserto. Detti, Roma 1980, p. 287).

 

ABRAMO NOSTRO PADRE NELLA FEDE – di Carlo M. Martini

http://web.tiscali.it/smomcagliari/meditazioni/isacco.htm

ABRAMO NOSTRO PADRE NELLA FEDE

Il sacrificio di Isacco

di Carlo M. Martini

Vogliamo meditare sulla prova di Abramo raccontata nel Cap. 22 della Genesi. Essa rappresenta il momento culminante dell’esperienza di Abramo, una prova a cui nessuno si può avvicinare in maniera neutrale. In che cosa consiste la prova di Abramo? Quali sono le nostre prove? Innanzitutto chiediamoci: da quale conoscenza di Dio è partito Abramo? Abramo è partito da una conoscenza astrologica, certamente imperfetta, di un Dio di cui si può disporre, dal quale si ottengono favori attraverso riti, di cui si può prevedere dove va, dove non va, guardando il corso degli astri. Quindi un Dio di cui in qualche maniera siamo sicuri, che rende sicura la nostra vita, perché su di lui possiamo contare. Ora vediamo che Abramo, dal Dio su cui può contare, di cui può disporre, passa gradualmente al Dio che dispone di lui, ne dispone continuamente, sempre di più, con prove sempre più sottili, difficili, intercalate da promesse, lo raffina in questa conoscenza e lo porta al Dio della promessa, al Dio al quale bisogna appoggiarsi interamente, totalmente, unicamente, al Dio che ha in mano il destino della sua vita, che lo conosce, ma di cui Abramo non riesce a vedere le realizzazioni concrete. Abramo aveva creduto nel Dio della promessa, nel Dio che lo conduce, anche se non lo vede, nel Dio che gli prepara una terra ed un popolo. Ed ecco finalmente un figlio…Ma ad un certo punto tutto sembra essere rimesso in questione. Ad Abramo è richiesto un nuovo salto nella conoscenza di Dio. Il testo ha avuto tantissime interpretazioni. Da quelle « morbide », secondo cui lo scopo del testo è quello di dimostrare che Dio non vuole sacrifici umani, a quelle « dure », secondo cui lo scopo è quello di dimostrare come il giudizio su ciò che è eticamente macabro e ingiusto (come l’uccisione di un figlio) può essere sospeso di fronte ad un’istanza più alta. Inserendomi tra queste letture vorrei tentare una riflessione rifacendomi al testo biblico. L’uomo di fronte al caso limite Cosa c’è di positivo nella mossa di Abramo? Mi pare che c’è semplicemente questo: la prova di Abramo è, come ogni prova seria, un mettere l’uomo di fronte al caso limite, dove l’uomo mostra veramente ciò che è. La fede di Abramo viene provocata fino al limite estremo. Volendo far parlare Abramo con Dio senza troppa psicologia, con molta semplicità, Abramo direbbe: insomma, mi hai promesso tanto, ho atteso per tanto tempo, finalmente mi hai dato un inizio del popolo che mi hai promesso, mi hai dato una speranza per il futuro, come pegno che sei il mio Dio, e adesso mi dici di toglierlo di mezzo? Che sarà di me? Dov’è allora la benedizione di Dio? Le prove che sconvolgono la nostra fede Anche noi, come Abramo, abbiamo delle prove che sono come frecce infuocate contro la nostra identità di credenti. A volte, di fronte a certi eventi, ci chiediamo: dov’è Dio, perché non interviene? Certe prove, fisiche o morali, sono a volte interminabili, strazianti, e fanno percepire l’assenza di Dio. Dio non viene in aiuto, lascia che la persona si degradi nella sofferenza. Perché succede questo? È il problema del male che è il comune denominatore di tutte le obiezioni su Dio. Su queste prove, a partire dalla prova di Abramo, propongo alcune riflessioni molto semplici. Le prove di ogni giorno La prima riflessione è questa: Dio ci prova e la prova ci aspetta. Perché? Evidentemente perché in un mondo in cui è presente il male, è fatale che chi fa il bene trovi ostacoli. Difatto la prova è inevitabile nella vita. Perché però la prova estrema? Do una risposta che non so se è pienamente corretta: perché Dio è Dio, cioè è colui che si dona nella fede, si dona attraverso un cammino di fede, e questo cammino suppone il superamento di una nostra idea di Dio tendenzialmente sbagliata. Noi spesso cerchiamo un Dio della sicurezza, chiaro, evidente, e non sempre riusciamo ad adeguare la nostra immagine di Dio e ciò che lui è veramente. Da qui il ragionamento frequente che avviene nella prova: perché Dio non mi aiuta? O Dio non l’ho capito o non c’è! La prova allora è una scelta fra queste due vie. Seconda riflessione: la prova, proprio perché tale, rischia di far cadere, è pericolosa, ed ha qualcosa di incomprensibile. Pensiamo alla morte. La morte è il contrario della promessa di vita di Dio, è la prova più assurda. Da qui la terza riflessione: la prova è una prova! Se capissi questo, cambierebbe il nostro atteggiamento. Saremmo colpiti, ma sapremmo anche essere tranquilli, daremmo un significato. Il vangelo più fondamentale è proprio questo: la prova è prova di Dio nel cui mani io sto. Anche nelle prove peggiori, estreme, dobbiamo riuscire a capire di essere nella prova, ma Dio ci ha nelle sue mani. La tradizione neotestamentaria ha letto nella storia di Abramo l’amore di Dio che, dandoci il Figlio, ci assicura che nessuna prova, di nessun tipo, potrà mai andare al di là di una prova, cioè separarci come tale dall’amore di Dio. La prova, da parte di Dio, rimarrà prova e non diventerà scandalo. La prova è prova di un Dio che ci tiene saldamente in mano.

 

ANCHE L’ANTICO TESTAMENTO CONOSCE BEATITUDINI : « BEATO CHI TROVA IN DIO LA SUA FORZA! »

http://www.atma-o-jibon.org/italiano/don_doglio32.htm

ANCHE L’ANTICO TESTAMENTO CONOSCE BEATITUDINI : « BEATO CHI TROVA IN DIO LA SUA FORZA! »

Introduzione

Abbiamo concluso il discorso sulle beatitudini proclamate da Gesù, però vogliamo completare il nostro corso dando un’occhiata anche ad altri testi biblici dove compaiono delle beatitudini. Dedichiamo questo incontro alle beatitudini dell’Antico Testamento; i prossimi saranno invece dedicati alle beatitudini presenti nel Nuovo Testamento e l’ultima, in modo specifico, alle beatitudini dell’Apocalisse. Nell’Antico Testamento si incontrano oltre cinquanta espressioni di beatitudine, quindi, se dovessimo passarle in rassegna tutte, saremmo costretti a fare un lungo elenco di frasi. Allora scelgo come strada quella di raccogliere queste citazioni sotto alcuni titoli e di vedere, per ogni titolo o argomento generale, un esempio, scegliendoli tutti dal Libro dei Salmi. Possiamo così cogliere l’occasione per rileggere insieme alcuni salmi e vedere come, attraverso la formula della beatitudine, l’Antico Testamento ci presenti un’indicazione del modo di essere di Dio e dei valori che vengono trasmessi dalla predicazione.

Beato chi ha Dio per Signore Possiamo iniziare allora da un primo capitolo. Una beatitudine fondamentale nell’Antico Testamento è quella che può essere ridotta alla formula seguente: « Beato chi ha Dio per Signore! ». Come nel caso di Gesù, le beatitudini anche nell’Antico Testamento sono delle dimostrazioni di felicità, delle « congratulazioni », o meglio, delle indicazioni di una strada per la felicità ovvero per la realizzazione della persona umana. « Beato chi ha Dio per Signore! » significa allora che la relazione con il Signore in quanto Dio è fonte di felicità. Noi usiamo il termine « Signore » per tradurre il nome proprio di Dio come si è rivelato nell’Antico Testamento, cioè « Yahweh », termine che abitualmente non traduciamo e non conserviamo, ma sostituiamo con « Signore ». Ogni volta che troviamo la parola « Signore » nell’Antico Testamento sappiamo che fa riferimento al nome proprio di Dio.

Allora, non « qualunque Dio va bene », ma « Beato chi ha per Dio Yahweh ». È un’idea del popolo di Israele che, prima di arrivare alla negazione dell’esistenza delle altre divinità, arriva alla consapevolezza che quel Dio che si è rivelato al popolo di Israele è la strada della felicità: « Beato chi ha incontrato quel Dio, perché è lui che garantisce una situazione buona ». Pensiamo allora come esempio il salmo 33. È un salmo che celebra come inno la provvidenza di Dio, celebra il Signore perché regge la storia e la creazione: « Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. Ma il piano del Signore sussiste per sempre, i pensieri del suo cuore per tutte le generazioni » (Sal 33, 10÷11). Dio ha un progetto, ha un piano che vale per tutti i popoli e, mentre i progetti dei grandi e dei potenti della terra vengono vanificati, i progetti di Dio sussistono « perché egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste » (Sal 33, 9), « dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera » (Sal 33, 6). Parola e Spirito, dalla parola del Signore, dal soffio, dal respiro, dallo Spirito di Dio è stato creato l’universo: il Padre, il Figlio e lo Spirito creatori dell’universo, i pensieri del cuore di Dio durano per sempre, il progetto del Signore è eterno; allora, dopo aver detto questo, l’autore del salmo esplode in un’affermazione di entusiasmo: « Beata la nazione il cui Dio è il Signore, il popolo che si è scelto come erede » (Sal 33, 12). Israele celebra la propria beatitudine in quanto nazione: « Beata la nazione che è stata scelta dal Signore ». Eppure noi, rileggendo questi testi in un’ottica cristiana, ampliamo l’orizzonte di Israele, ci sentiamo noi partecipi di questa nazione e applichiamo tranquillamente a noi questa beatitudine: siamo noi quella nazione – non intesa in senso civile, politico, amministrativo, ma in senso religioso -, siamo noi quel popolo fortunato, beato, perché « scelto ». È interessante il contesto comunitario, non individualista: non tanto « io », ma « noi », noi popolo scelto da Dio, beati noi! Sentiamo la beatitudine dell’essere popolo che Dio si è scelto? Proviamo a porre questo nostro ragionare anche come un possibile esame di coscienza, una revisione di vita all’interno del nostro cammino quaresimale. Abbiamo coscienza di essere popolo scelto da Dio, di appartenere a lui? Abbiamo coscienza che il fatto di essere stati scelti e di appartenere a lui è fonte della nostra gioia? Beati noi perché apparteniamo a lui, creatore e Signore dell’universo: « Dal luogo della sua dimora scruta tutti gli abitanti della terra, lui che, solo, ha plasmato il loro cuore e comprende tutte le loro opere » (Sal 33, 14÷15). Per la seconda volta torna la parola « cuore » che, nel linguaggio biblico, non è inteso come la sede dell’affetto, ma piuttosto dell’intelligenza, è il centro della persona: « I pensieri del suo cuore durano in eterno », il cuore di Dio ha progettato, egli ha creato i cuori di ciascuno – il testo latino diceva: « singillatim », uno per uno, singolarmente – è lui l’origine della nostra persona. Il salmo termina con una terza ricorrenza della parola « cuore »: « In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome. Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo » (Sal 33, 21÷22). « Il nostro cuore gioisce in lui » è un altro modo per esprimere questa beatitudine di appartenere al Signore: lui ha creato la nostra persona e la nostra persona trova la propria gioia in lui. Questo è il senso della beatitudine.

Beato chi si fida del Signore Sempre in questa direzione possiamo aprire un nuovo capitolo e prendere come modello un’altra espressione: « Beato chi si fida del Signore! ». È la beatitudine della fede, è una formulazione con cui si riconosce che il Signore è l’origine e il fine della nostra esistenza, e l’atto di fiducia con cui la persona si affida a lui è fonte di felicità. Prendiamo come esempio il salmo 84 che contiene ben tre espressioni di beatitudine. È un canto di pellegrinaggio e, tra l’altro, questa riflessione può tornare utile anche per sviluppare quello che abbiamo detto la volta scorsa a proposito del Giubileo, perché una delle opere caratteristiche del Giubileo è il pellegrinaggio. Questo salmo ci dà la dimensione corretta del pellegrinaggio soprattutto in ottica cristiana, non semplicemente come lo spostamento fisico verso un luogo preciso. Noi rileggiamo il salmo 84 in una dimensione spirituale, mentre l’antico autore lo ha composto proprio in una dimensione fisica e spaziale. L’autore è innamorato di Gerusalemme e celebra la beatitudine di chi abita in Gerusalemme – forse è un levita che abita in campagna in qualche villaggio – e inizia così: « Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente » (Sal 84, 2÷4). Il desiderio profondo di questa persona è l’incontro con il Signore ed ha un’idea fisica di questo incontro, pensa che gli atri del Signore, i cortili del tempio, quegli ambienti del culto a Gerusalemme siano il luogo privilegiato dell’incontro, ha una grande voglia di andare lì e quasi guarda con invidia quel passero o quella rondine che ha potuto fare il nido in qualche angolo del tempio: « Anche il passero trova la casa, la rondine il nido, dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari, Signore degli eserciti, mio re e mio Dio » (Sal 84, 4). Ed ecco che esplodono le beatitudini: « Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi! » (Sal 84, 5). In senso letterale l’autore dice: « Beato chi abita a Gerusalemme, beato chi fa servizio continuo nel tempio ». Probabilmente egli, come levita di campagna, ritiene fortunato il suo collega che invece fa servizio proprio nella sede centrale. Subito dopo aggiunge un’altra beatitudine: « Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio » (Sal 84, 6). Se uno non può abitare a Gerusalemme, e nel tempio, può almeno decidere di andare a Gerusalemme; allora, fortunato chi abita là, fortunato chi decide di andare là. L’autore pensa proprio in senso fisico a questo pellegrinaggio, ma noi no, noi rileggiamo questo testo in un’altra dimensione: il tempio del Signore non esiste più, la Gerusalemme di oggi è una città semplicemente di ricordo, ma per noi è città santa come memoria però non riteniamo che Dio abiti lì piuttosto che altrove. Allora, la beatitudine di chi abita la casa del Signore non riguarda gli abitanti di Gerusalemme o i leviti del tempio, che non ci sono più. La casa del Signore « abitata » da qualcuno è, in senso spirituale, la comunione con lui: per noi diventa beato « chi trova in te la sua dimora, chi vive con te, chi sta in comunione di vita, chi ti è vicino ». E non riteniamo affatto che il viaggio a Gerusalemme sia oggetto così desiderato e amabile, è un’esperienza positiva ma non è il senso del salmo: la beatitudine non sta nell’andare in pellegrinaggio in Terra Santa, sta nel decidere il « santo viaggio ». Ma il « santo viaggio » qual è? Non certo un viaggio organizzato o fatto con i nostri sistemi turistici: il « santo viaggio » è la nostra vita, è l’impostazione della nostra vita, è uno stile di vita. « Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio »: è un’espressione bellissima, viene celebrata la felicità di chi trova la propria forza in Dio, forza per decidere un viaggio, un viaggio santo, la forza per impostare la propria vita al seguito del Signore, alla ricerca del Signore. Il testo originale contiene l’idea della salita, anche perché Gerusalemme si trova in alto e da qualunque parte si inizi il viaggio si sale sempre per andare a Gerusalemme. Il testo latino traduceva così: « Beatus qui posuit in corde suo ascensiones », beato chi ha preso la decisione di salire, di intraprendere le ascensioni, le salite. Noi adoperiamo la parola « ascesi » proprio nel senso di salita, di impegno di miglioramento, di crescita. Il « santo viaggio » allora è questo desiderio ardente di una vita che migliori, di una comunione col Signore che cresca. Leggevo proprio oggi un passo di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori in cui dice, più o meno: « Nella nostra vita terrena aspiriamo ad avere di più ed a stare meglio, ma quando parliamo del Paradiso la maggior parte di noi si dice soddisfatta semplicemente di entrarci e di stare anche solo in un cantuccio; sarebbe molto meglio accontentarci di niente qui ed aspirare ad avere un bel posto, ampio e spazioso, in paradiso ». È che ci preoccupiamo poco – diceva il santo moralista – del tesoro che ci aspetta. Porre nel proprio cuore le ascensioni, le salite significa desiderare il miglioramento. Pensate un po’ a certe situazioni anche difficili in cui ci possiamo trovare: possiamo avere dei nemici, può capitare di avere a che fare con qualche persona che ci ha fatto del male o che in qualche modo ci dia fastidio; istintivamente non riusciamo a volerle bene, non riusciamo magari neanche a perdonarla. Ma il problema credo che sia qui: desideriamo riuscirci? Istintivamente mi sta antipatica, mi dà fastidio, non riesco a tollerarla, ma « desidero » diventare capace di amare anche quella persona così antipatica e nemica? Sta qui porre nel proprio cuore la salita: ho voglia di salire? E, di conseguenza, chiedo al Signore la forza e l’aiuto per essere capace di fare ciò che non riesco a fare? Se sono malato mi viene facilissimo chiedere di guarire. Se sono peccatore, ovvero non riesco a fare il bene che il Signore mi chiede, mi viene da chiedere l’aiuto per riuscire a farlo? Oppure mi accontento di dire semplicemente che non ci riesco e che non ce la faccio? Credo che questo sia un punto nodale e decisivo: porre nel proprio cuore il desiderio di salire, di migliorare, di riuscire a fare quello che istintivamente non riesco, è fonte di beatitudine. « Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio » è molto di più che andare a Gerusalemme. « Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente » (Sal 84, 7). Chi trova in Dio la propria forza e decide questa salita diventa capace di trasformare la valle del pianto in una sorgente. « Cresce lungo il cammino il suo vigore » (Sal 86, 8). Sembrerebbe un’espressione strana, perché in genere durante il cammino ci si affatica, più si cammina e più ci si stanca, verso la fine non se ne può più: abbiamo esperienza, ad esempio, di una camminata in montagna, quando si arriva si è contenti di essere arrivati perché si è stanchi morti. Qui invece è un cammino diverso: « Cresce lungo il cammino il suo vigore », più cammina e più si riposa, più sale e più acquista energia. Non è un discorso fisico, è la dimensione del nostro impegno spirituale: più cammini e più sali, più acquisti forza di salire e voglia di salire. È un aspetto della beatitudine del pellegrino: in questo senso parliamo del Giubileo come di un pellegrinaggio, questa è la beatitudine del pellegrino, dell’ »homo viator », dell’uomo naturalmente in via come persona in divenire, che si sta facendo, si sta formando, sta diventando veramente uomo, sta crescendo in umanità, sta diventando « figlio » di Dio. « Sole e scudo è il Signore Dio; il Signore concede grazia e gloria, non rifiuta il bene a chi cammina con rettitudine. Signore degli eserciti, beato l’uomo che in te confida » (Sal 84, 12÷13). Terza beatitudine, ridice la stessa cosa con altre parole: « Beato chi confida in te, chi trova in te la sua forza, colui che si fida di te e desidera con tutte le sue forze di compiere il tuo progetto ».

Beato chi osserva la legge, beato chi fa del bene Passiamo ad un’altra beatitudine dell’Antico Testamento, che potremmo indicare come la beatitudine di chi opera la legge, di chi la osserva. Troviamo un esempio significativo di questa beatitudine nel salmo 112. Si tratta di un salmo « alfabetico »: se lo cercate nella Bibbia troverete che prima del salmo ci sono le lettere dell’alfabeto ebraico. Si tratta di uno schema poetico un po’ artificioso: l’autore mette innanzitutto l’alfabeto, scritto una lettera sotto l’altra, quindi, essendo le lettere dell’alfabeto ebraico ventidue, prevede ventidue versi ognuno dei quali inizia con una lettera diversa dell’alfabeto, in ordine. Provate un po’ a immaginarlo in italiano: è un elemento che costringe la vena poetica e diventa una formula artistica che contiene l’abc della religiosità. Dal momento che « beato » in ebraico inizia con la prima lettera dell’alfabeto, « aleph », molto spesso i salmi di questo genere iniziano proprio con la formula « beato ». Non solo, ma c’è un gioco di parole: « Beato l’uomo che (…) » in ebraico si dice « ashré aish asher » e diventa una formula ritmica che si ricorda a memoria e che ritorna in molte formule. Il salmo 112 inizia con: « Ashré aish asher », « Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti » (Sal 112, 1) e, più avanti, « Felice l’uomo pietoso che dà in prestito, amministra i suoi beni con giustizia » (Sal 112, 5). Qui la beatitudine è letta in una chiave di morale, di condotta buona: « Beato chi teme il Signore, beato chi trova grande gioia nei suoi comandamenti » – « In mandatis eius cupit nimis » – ha proprio un desiderio, quasi eccessivo, ha una passione per i precetti del Signore; « Beato l’uomo appassionato della legge », al punto da viverla seriamente, concretamente in tutto quello che fa. « Beato l’uomo pietoso, misericordioso – noi diremmo « generoso » – che dà in prestito e amministra i suoi beni con giustizia »; « beatitudine » diventa quindi sinonimo di « giustizia ». Riconoscete facilmente in queste formule dell’Antico Testamento anche delle idee che ricorrono nelle beatitudini di Gesù, possiamo in qualche modo riportarle tutte lì. La novità di Gesù non sta tanto nelle formule della beatitudine quanto nelle cause, cioè nell’annuncio dell’intervento di Dio a favore dell’uomo. Abbiamo detto con insistenza che l’elemento importante delle beatitudini è la causa: « Perché vostro è il regno dei cieli », questo è importante, l’importante è il regno, è la presenza del regno, è il fatto che Dio, Re e Signore onnipotente, sia dalla vostra parte; mentre nell’Antico Testamento c’è ancora l’idea dell’autosufficienza dell’uomo: l’uomo buono, l’uomo generoso, l’uomo che dà in prestito, l’uomo giusto, l’uomo che fa il bene è fortunato perché è giusto. Questo tipo di impostazione rischia di degenerare nella visione dei farisei, cioè in quell’ottica di autosufficienza per cui sono beato in quanto sono bravo: fonte della mia felicità è la mia onestà.

Il Vangelo di Gesù supera questa impostazione. Prendendo un altro esempio di salmo di questo tipo possiamo leggere il primo salmo, proprio quello che apre tutto il libro e presenta quasi la storia divisa in due parti. « Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte » (Sal 1, 1÷2): beato chi studia la Bibbia, beato chi legge la sua parola e la medita giorno e notte. « Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere » (Sal 1, 3): la beatitudine dell’uomo che medita la legge è finalizzata a portare frutto, sa quel che deve fare e a suo tempo lo farà. « Non così, non così gli empi: ma come pula che il vento disperde; perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti. Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina »(Sal 1, 4÷6): è il grande quadro di contrapposizione fra il giusto e l’empio, fra l’uomo devoto e l’uomo che crede di fare da sé, che va per la propria strada. Il Salterio si apre proprio con la parola « beato », la prima parola di tutti i salmi è « beato »: beato l’uomo che si compiace nella legge del Signore, che trova il proprio piacere nella volontà di Dio.

Beato l’uomo perdonato da Dio Andiamo avanti e troviamo un’altra beatitudine molto importante: « Beato l’uomo perdonato da Dio ». È un’idea che anticipa fortemente la buona notizia di Gesù e che troviamo, ad esempio, nel salmo 32 che inizia proprio con due formule di beatitudine: « Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa e perdonato il peccato. Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male e nel cui spirito non è inganno. Tacevo e si logoravano le mie ossa, mentre gemevo tutto il giorno. Giorno e notte pesava su di me la tua mano, come per arsura d’estate inaridiva il mio vigore. Ti ho manifestato il mio peccato, non ho tenuto nascosto il mio errore. Ho detto: «Confesserò al Signore le mie colpe» e tu hai rimesso la malizia del mio peccato » (Sal 32, 1÷5). È proprio un’anticipazione del sacramento della penitenza ed è la proclamazione della beatitudine dell’uomo che si riconosce peccatore perdonato. Il passo in avanti, rispetto alla precedente formula, è che il giusto non è tale per merito proprio, in modo autosufficiente, ma è cosciente del proprio peccato e della misericordia di Dio che lo ha trasformato: « Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa ». San Paolo cita questo versetto nella lettera ai Romani al capitolo quarto, proprio come un’esemplificazione della sua dottrina sulla giustificazione per fede: ogni uomo è radicalmente segnato dal peccato e allora la beatitudine sta nel fatto di essere perdonato. Ma il perdono di Dio non è il colpo di spugna o il far finta che non sia successo niente, ma è l’intervento creatore che trasforma effettivamente l’uomo, che rende davvero il peccatore giusto. Allora la beatitudine sta nel fatto di sentire come il Signore in me, in noi, trasformi quella natura segnata dal peccato in una natura capace di fare il bene. Siamo sempre nell’ottica del « desiderare le salite » fidandosi del Signore.

Beato l’uomo « sapiente » Un altro modo è espresso dalla beatitudine del sapiente: in molti testi si dice che « Beato è il sapiente, beato l’uomo che ha trovato la sapienza ». Nel salmo 65 troviamo questa espressione: « Beato chi hai scelto e chiamato vicino, abiterà nei tuoi atri. Ci sazieremo dei beni della tua casa, della santità del tuo tempio » (Sal 65, 5). Vedete come siano espressioni molto simili a quelle che abbiamo già commentato a proposito del salmo 84: « Beato chi abita la tua casa, beato chi hai scelto e chiamato vicino ». Non è una questione fisica, come abitare nel tempio di Gerusalemme, è questione di comunione spirituale, di autentica condivisione di vita con il Signore; è quella sapienza di cui abbiamo parlato a proposito dei doni dello Spirito, come capacità di gustare, quella sapienza che è fondamentalmente connessa con la povertà di spirito, il riconoscimento del proprio peccato, della propria debolezza, della propria indegnità e l’affidamento al Signore con la sicurezza che l’essere con lui è fonte della felicità.

La beatitudine del dono dei figli Ancora, troviamo espressioni di beatitudine relativa alla famiglia. Nel salmo 127 si dice: « Dono del Signore sono i figli, e sua grazia il frutto del grembo. Come frecce in mano a un eroe sono i figli della giovinezza. Beato l’uomo che ne ha piena la faretra: non resterà confuso quando verrà a trattare alla porta con i propri nemici » (Sal 127, 3÷5). È la celebrazione della beatitudine umana dell’avere figli, dell’avere tanti figli « come frecce in mano ad un eroe » e la « faretra che contiene le frecce », se è piena, è fonte di beatitudine. È un modo per indicare anche nell’ambito della vita familiare la presenza di questa felicità, dono del Signore. Beatitudine è l’accoglienza dei doni del Signore, la capacità di accorgersi della sua presenza e del suo dono. Ancora, nel salmo 89 leggiamo questa beatitudine: « Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto » (Sal 89, 16). Noi diremmo « beato chi sa pregare », cioè chi sa essere capace di lodare il Signore, di riconoscerlo, di ringraziarlo, di vivere con lui, di dialogare con lui. È una strada di felicità, ma è una risposta. Tante volte diciamo che la fede è un dono, chi non ce l’ha non l’ha ricevuto. In realtà dovremmo dire che la fede è l’incontro di chiamata e risposta: laddove alla chiamata c’è la risposta e insieme i due elementi si uniscono, lì c’è la fede. La fede è l’incontro di dono e di accoglienza: il dono, se è accolto, diventa fede: « Beato chi sa lodare, chi sa accogliere e ringraziare ».

Beato l’uomo che si oppone al male con tutte le sue forze C’è ancora un’espressione molto strana e difficile, e la prendo in considerazione proprio perché è tale. Nel salmo 137, quello di Babilonia, canto dell’esilio, si termina con questa preghiera terribile: « Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra » (Sal 137, 8÷9). Sono beatitudini dell’Antico Testamento e nella nostra ottica suonano molto strane, suonano come desiderio di vendetta, di violenza tremenda anche contro i bambini della nazione nemica. È probabile che l’autore antico avesse in testa queste idee, ma non era il messaggio che Dio voleva trasmettere. Alla luce di Cristo noi siamo in grado di rileggere in altro modo questo testo, innanzitutto tenendo conto del fatto simbolico di Babilonia. Babilonia non è né una persona né una città, diventa un simbolo: è la città del male, è il male personificato. Allora la beatitudine è per coloro che si oppongono al male con tutte le forze, non al peccatore, ma al peccato. Beato chi combatte contro il peccato, non chi elimina il peccatore, beato chi elimina il peccato. « Beato chi afferra i tuoi piccoli e li sbatte contro la pietra ». Allora se Babilonia è il peccato, se è il male, chi sono i « piccoli » di Babilonia’? Potrebbero essere i peccati veniali, i piccoli peccati quotidiani, le piccole mancanze di tutti i giorni, le nostre inclinazioni al male, i nostri istinti legati al nostro carattere che portano verso certi comportamenti negativi. Possono essere le tentazioni o, come si dice nell’Atto di dolore, le occasioni prossime del peccato: sono situazioni piccole che possono crescere e che possono diventare grandi. Allora, beato chi prende queste piccole cose e « le sbatte contro la pietra » e la pietra è Cristo. Siamo sempre daccapo: « Beato chi trova in Dio la sua forza ed ha il desiderio profondo di salire, di migliorare, ed ha a cuore di combattere il male anche nelle piccole cose; di fronte a Cristo, sa distruggere e sa annientare anche le piccole inclinazioni al male ». Chi si fida del Signore e desidera imitarlo pienamente, questi è davvero beato: in questo sta la felicità, ci dice l’Antico Testamento, in perfetta sintonia con le beatitudini di Gesù.

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