Archive pour la catégorie 'BIBLICA: COMMENTI ALL’ANTICO TESTAMENTO'

IL «SERVO DEL SIGNORE» (Is 42; 49-50; 52-53).

 http://www.collevalenza.it/CeSAM/02_CeSAM_0014.htm

IL «SERVO DEL SIGNORE» (Is 42; 49-50; 52-53).

(C’è Zaccaria invece di Ebrei, è un altro anno liturgico)

« ESSI SI VOLGERANNO A ME CHE HANNO TRAFITTO… IN QUEL GIORNO VI SARA’ UNA FONTANA ZAMPILLANTE » (Zc 12,10; 13,1)

P. Aurelio Pérez fam

All’interno del libro del profeta Isaia si distinguono chiaramente tre parti, di cui la prima (cap. 1-39) è quella propria del profeta Isaia, vissuto nell’VIII sec. a. C., e la seconda (cap. 40-55), ambientata in un quadro storico di quasi due secoli dopo, è quella che contiene i cosiddetti « canti del servo ». L’orizzonte di consolazione, di attesa di liberazione, di speranza di rinnovamento cantato dal « secondo Isaia » durante l’esilio, è dominato dalla misteriosa figura del « servo del Signore », innocente e giusto, chiamato a radunare il popolo disperso e ad essere addirittura luce delle genti, ma attraverso una morte violenta che espia i peccati del popolo. Chi è questo servo? Alcuni lo identificano con il popolo d’Israele, chiamato spesso « servo » del Signore (cf Is 41,8-16; 44,21-23), molti propendono a vedervi una figura storica, l’anonimo profeta che scrive (il secondo Isaia). In ogni modo sono i testi sul servo sofferente e la sua espiazione vicaria quelli che Gesù ha evocato ed ha applicato alla sua missione e passione, soprattutto in quella lectio divina che rilegge tutte le Scritture, fatta personalmente da Lui ai due discepoli di Emmaus dopo la risurrezione (Lc 24,25-32.44-46).

1. Il Signore presenta il suo Servo. Primo canto (Is 42,1-9) L’identità personale di questo servo viene, anzitutto, presentata solennemente dal Signore stesso, che lo qualifica come colui che Egli sostiene, il suo « eletto » in cui si compiace e in cui pone il suo Spirito, per portare il diritto alle nazioni e stabilirlo sulla terra (vv. 1.4). Questa missione universale così grande sarà caratterizzata da uno stile di discrezione, misericordia e compassione, che non scoraggia nessuno, ma nello stesso tempo è fermo e costante nel portare a termine la missione che il Signore gli affida (vv. 2-4). « Io, JHWH, ti ho chiamato nella giustizia e ti ho afferrato per mano, ti ho formato e ti ho stabilito alleanza di popolo e luce delle nazioni, per aprire gli occhi dei ciechi, far uscire dal carcere i prigionieri e dalla prigione gli abitatori delle tenebre » (vv. 6-7)

2. Il Servo presenta se stesso e la sua difficile missione Secondo e terzo canto (Is 49,1-7; 50,4-9a) Il Servo stesso presenta, di nuovo in modo solenne, la sua vocazione profetica. Ha coscienza di essere stato « chiamato » (49,1), anzi « plasmato » (49,5) dal Signore fin dal seno materno, non solo per ricondurgli Giacobbe e a Lui riunire Israele, ma anche per essere luce delle nazioni (49,6), affinché la salvezza misericordiosa del Signore arrivi alle estremità della terra e abbracci tutti. Ma si tratta di una vocazione simile a quella di Geremia (cf Ger 1,4-10), caratterizzata da una misteriosa sofferenza, che sembra rendere inutile e destinato al fallimento lo sforzo del profeta (49,4), la cui vita verrà disprezzata e rifiutata (49,7). Ma l’opera del Signore nel suo Servo avrà, alla fine, la meglio e si manifesterà di fronte ai potenti della terra (49,7). Continuando su questa linea, il terzo canto del Servo (50,4-9a), presenta, ancora in termini autobiografici, la sofferenza fisica e morale (v. 6), con dettagli (flagelli, insulti, sputi) che si compiranno alla lettera nella Passione di Gesù. Il Signore che chiama il suo Servo a sostenere gli sfiduciati, lo prepara a questa missione aprendogli l’orecchio alla sua volontà, e il Servo risponde con decisione (vv. 4-5), anzi rende la sua faccia dura come pietra, fiducioso nel Signore (v. 7; cf Ez 3,4-11; Lc 9,11).

3. Il Servo « schiacciato per le nostre iniquità » Quarto canto (52,13-53,12) La missione del Servo di JHWH conoscerà un fallimento bruciante agli occhi umani e un epilogo inatteso. Si tratta di una notizia inaudita. La persecuzione e la passione, che il Servo in persona presentava nel terzo canto, diventano una umiliante condanna a morte, in cui entra senza aprir bocca, « come agnello condotto al macello » (53,7). Martin Buber, ebreo anche lui, ha scritto che « il successo non è uno dei nomi di Dio ». Solamente a distanza, coloro che erano stupiti di lui – «tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo» (52,14) – apriranno gli occhi e «comprenderanno ciò che mai avevano udito» (52,15). Verrà alla luce una rivelazione incredibile: il Servo «castigato, percosso da Dio e umiliato» (53,4cd), questo «uomo dei dolori» è, in realtà, il soggetto nascosto del più alto compiacimento del Signore e della sua volontà di salvezza(1). Viene sottolineato con molta insistenza che la morte ignominiosa del servo innocente, ha nel disegno misterioso del Signore, un carattere vicario: « si è caricato delle nostre sofferenze » (53,4), « è stato trafitto per i nostri delitti… per le sue piaghe noi siamo stati guariti » (53,5, cf vv. 6.8b.11d.12d). Com’era stato all’inizio (52,13-15), così alla fine, è il Signore che dice l’ultima parola sulla sorte e sulla « buona riuscita » e il « successo » (quello secondo Dio) che avrà il Servo(2). La sua morte si rivelerà un’esplosione di vita e il Signore gli darà in premio le moltitudini (53,11-12).

ZACCARIA: Il « trafitto » e la « fontana zampillante » Il libro del profeta Zaccaria si divide in due parti ben distinte(3). La prima parte (cap. 1-8) si occupa, come il profeta Aggeo, della ricostruzione del Tempio e della restaurazione nazionale, ma che aprono all’era messianica, in cui sarà esaltato il sacerdozio rappresentato da Giosuè (3,1-7), ma in cui la regalità sarà esercitata dal « germoglio » (3,8), che 6,12 applica a Zorobabele. I due unti (4,14) governeranno in perfetto accordo. La seconda parte (cap. 9-14), tutta diversa per stile e orizzonte storico, è importante soprattutto per la dottrina messianica: la rinascita della casa di Davide (12), l’attesa di un Re Messia umile e pacifico (9,9-10), l’annunzio misterioso del Pastore rifiutato e valutato trenta sicli d’argento (11,12-13), e del « Trafitto » (12,10), con cui il Signore stesso si identifica, verso cui si volgeranno gli sguardi, e nel cui « giorno » sgorgherà una « fontana zampillante » che laverà il peccato e l’impurità (13,1). Dietro questo misterioso « trafitto » ci sono le figure storiche del santo re Giosia, trafitto proprio nella pianura di Meghiddo, di tutti i profeti e giusti perseguitati, ma soprattutto si staglia la profezia del Messia Gesù trafitto sulla croce, dal cui costato sgorgherà la sorgente della salvezza per tutti. Il Nuovo Testamento citerà o farà allusione a questi capitoli di Zaccaria. (cf Mt 21,4-5; 27,9; Mc 14,27; Gv 19,37).

[1] Cf F. ROSSI DE GASPERIS – A. GARFAGNA, Prendi il Libro e mangia, 3.1, p. 47.

[2] Gli esegeti ritengono che sia più o meno contemporanea della profezia del secondo Isaia anche la “storia di Giuseppe” (Gen 37,2-50,26), segnata da un abbassamento drammatico a cui segue una glorificazione inattesa, attraverso la quale diventa il salvatore dei suoi fratelli malvagi e gelosi. Si ripeta la storia di una “pietra scartata dai costruttori, divenuta testata d’angolo” nel piano di Dio.

[3] Cf LA BIBBIA DI GERUSALEMME, EDB 1992, p. 1546.

RILETTURA DEI DIECI COMANDAMENTI – «IO SONO IL SIGNORE»

http://www.stpauls.it/vita/1104vp/1104vp04.htm

RILETTURA DEI DIECI COMANDAMENTI

«IO SONO IL SIGNORE»

DI CETTINA MILITELLO

L’idolatria che ci connota, tanto più riprovevole quanto più negata, è quella del denaro, del corpo e del potere. Sono i nuovi idoli, gli idoli di sempre, compagni delle più imperiose rivendicazioni di fede autentica.
«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: non avrai altri dei di fronte a me».
L’incipit del decalogo lo si ritrova identico in Es 20,1-3 e in Dt 5,6-7. A fare la differenza è piuttosto il contesto nel quale l’asserto è inserito. Leggiamo, infatti, in Es 20: «Dio pronunciò queste parole». E in Dt 5: «Mosè convocò tutto Israele e disse loro: « Ascolta, Israele, le leggi e le norme che io oggi proclamo ai vostri orecchi: imparatele e custoditele per metterle in pratica. Il Signore, nostro Dio, ha stabilito con noi un’alleanza sull’Oreb. Il Signore non ha stabilito questa alleanza con i nostri padri, ma con noi che siamo oggi qui tutti vivi. Il Signore sul monte vi ha parlato dal fuoco faccia a faccia, mentre io stavo tra il Signore e voi, per riferirvi la parola del Signore, perché voi avevate paura di quel fuoco e non eravate saliti sul monte. Egli disse… »».
Idolatria
Al di là di giudizi di merito che non ci spettano, la foto simboleggia solo l’ostentazione dell’odierna idolatria (FOTO: ANSA).
Dunque una presa, per così dire, « diretta » di parola da parte di Dio nel primo testo. Una dizione « mediata » nel secondo. Balza evidente, ma lo abbiamo già più volte richiamato, come il contesto al cui interno si collocano le 10 parole sia quello dell’alleanza. In Esodo i comandamenti seguono immediatamente la narrazione della stipulazione dell’alleanza sinaitica (Es 19), anzi, secondo alcuni, la interrompono. In Dt è il prologo delle dieci parole a ricondurci all’evento.
Nel primo caso, l’alleanza è l’antefatto e potremmo considerare – e lo abbiamo già detto – le dieci parole come l’impegno che la sottoscrive. Nel secondo, l’esperienza dell’Oreb è invece richiamata, ampiamente insistendo sulla sua fenomenologia teofanica. Nell’uno e nell’altro caso, comunque, il cosiddetto « prologo » identifica il soggetto che notifica le dieci parole come «il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile». Dunque, l’affermazione relativa a Dio, la dizione del suo mistero, l’offerta salvifica del suo autorivelarsi sono in strettissima connessione con quanto da lui operato a favore del suo popolo. Nella storia del popolo antico l’incontro con Dio, anzi il manifestarsi di Dio, è legato a una scelta e a un rapporto che egli stesso istituisce, con Abramo prima e poi con la sua discendenza.
La fede è la risposta a una Parola ricevuta che chiede di essere accolta a partire da ciò che ha operato
Una scelta che resta un mistero
Dio non ha un nome proprio. È semplicemente il Dio d’Abramo, di Isacco, di Giacobbe; o genericamente il Dio dei padri. Il termine con cui Egli viene designato, prima della rivelazione sinaitica, è quello in uso presso le comunità semite del tempo. El o al plurale Elohim, dice personalità e relazione. Non è un’astrazione, un concetto; non c’è un’ideologia al cuore della fede d’Israele, ma l’impatto trasformante con un Tu che chiede relazione.
Nel libro dell’Esodo Dio si manifesta a Mosè dicendosi «Io sono colui che sono» (Es 3,14). YHWH, il Nome, con il quale Mosè dovrà presentarsi agli israeliti è però immediatamente legato alla locuzione «il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe…» (Es 3,15). Di nuovo non si tratta di addivenire a una teologizzazione astratta. Colui che ha manifestato il suo Nome, ossia che si è dato a conoscere nella sua interiorità più profonda (nomen omen), resta comunque un mistero. Conta però la sua prossimità, la relazione, il dialogo, il coinvolgimento nella vita e nella vicenda del popolo. Senza voler indulgere ulteriormente, il senso del discorso – e dunque dell’autopresentarsi di Dio – è che la fede richiesta, così come l’adesione alla legge promulgata, sono essenzialmente risposta a una interpellanza. La fede, insomma, non come prodotto di chissà quale astratto filosofare, ma sollecitazione immediata, risposta a una parola ricevuta che chiede di essere accolta a partire da ciò che ha operato. La fede come esperienza vissuta di rapporto, di incontro con una Alterità che mi si dà a conoscere, che mi svela a me stesso e dialoga con me nella concretezza del rapporto che già mi lega ad altri e lo cementa e orienta.
In altre parole, il prologo «io sono il Signore, tuo Dio» fa emergere problemi metafisici solo con acrobazie intellettuali. In gioco non è l’unicità di Dio, il monoteismo dei filosofi, e nemmeno la prova relativa alla sua esistenza. Non che tutte queste cose non meritino attenzione e rispetto. Ma, bisogna capire, se credenti all’interno della tradizione giudeo-cristiana, che tutto ciò è nella migliore delle ipotesi solo un doveroso confronto con le sfide del pensare altrui.
Dio non dice di sé «io sono», ma piuttosto «io sono il Signore, il tuo Dio». E la riprova, credo, stia proprio nel non senso ultimo dell’ »io sono », come si sa tradotto nella duplice modalità dell’ »Io sono colui che sono» o dell’ »Io sono colui che è ». Nel primo caso il mistero resta tale e ciò che conta è la rivelazione del Nome come partecipazione vitale, come affidamento di sé all’altro. Nel secondo si registra piuttosto un tradimento del testo e una ontologizzazione del mistero di Dio, estranea alla Scrittura.
Essa, infatti, non dimostra alcunché né tanto meno avanza ipotesi teoriche. Al contrario mostra Dio in azione. Lo mostra compagno. Lo mostra come Tu ineffabile, potente e forte, debole e misericordioso, geloso e generoso. Le infinite prospettive del suo farsi a noi prossimo altro non sono che risposta, corrispondenza alla qualità del nostro vivere al suo cospetto. Se così non fosse, non troveremmo metafore ma concetti. E, invece, a fare la differenza, a stravincere nella declinazione dell’ineffabilità di Dio sono proprio le prime. È a partire da esse, dalla loro carica esperienziale, che è possibile accoglierlo come un Tu, se si vuole prepotente e invasivo e tuttavia capace d’infinita tenerezza.
I termini che declinano il divino
La Dives in misericordia (cf III, 4, EV 7, 882) esibendosi in un’inusuale elencazione di termini che declinano plasticamente il divino, richiama il termine hesed che vuol dire grazia, benevolenza, amore fedele e il termine ‘emet che indica solidità e sicurezza. Hesed we’ emet insieme significano grazia e fedeltà. Ma anche il termine hânan, magnanimità, benevolenza e clemenza; il termine hâmal, perdonare, manifestare misericordia e compassione; il termine hûs, misericordia e commiserazione.
Tra i diversi termini particolarmente pregnante quello di rahamîm. Esso indica l’amore gratuito proprio della madre. Tant’è che deriva dalla stessa radice del termine rehem, utero. Rahamîm viene a significare – quasi corrispettivo femminile di ciò che al maschile è suggerito da hesed – bontà, tenerezza, pazienza, indulgenza, volontà e capacità di dimenticare. Ecco rahamîm, misericordia, mi riporta a una suggestiva allusione di Giacometta Limentani che nella prima delle lettere ebraiche del tetragramma coglieva l’ideogramma dell’utero. Non diversamente A. Chouraqui, fine lettore delle Scritture ebraiche (ma anche di quelle cristiane), mettendo a confronto l’epiteto « misericordioso » nella prossimità linguistica della lingua ebraica e della lingua araba, lo traduceva sottolineando la femminilità di Dio, la plasticità paziente e attiva, quella grande dell’utero appunto.
Metafore, certo. Ma di quanto più prossime e immediate al vissuto concreto degli esseri umani, uomini e donne. La tentazione idolatrica, la prima e fondamentale tentazione idolatrica, quella di stabilire chi/cosa è Dio, ci ha allontanati dalla misericordia. Ci ha condotti a farci altri e falsi dei. Dunque non è a caso che l’enunciazione: «Io sono il Signore, Dio tuo» precede il primo comandamento, quello relativo al farsi altri dei. E nella situazione nostra di oggi, malgrado il neo-paganesimo e la sua riproposizione colta ed elitaria del politeismo, non si tratta davvero di proiettare il divino in forme molteplici, antropomorfe, bestiali o fitomorfe.
L’idolatria che ci connota, tanto più riprovevole quanto più negata, malgrado l’ostentazione violenta che ne facciamo, è quella del denaro, del corpo, del potere. Sono questi i nuovi idoli. Ovvero sono questi gli idoli di sempre, prepotentemente compagni delle più imperiose rivendicazioni di fede autentica. Ci diciamo credenti, ci professiamo cristiani, ma è il potere il Dio a cui sacrifichiamo tutto, è il denaro l’idolo dinanzi a cui ci prostituiamo, è il nostro corpo che facciamo oggetto della nostra idolatria o della idolatria altrui.

di Cettina Militello

Vita Pastorale n. 4 aprile 2011

LA SAPIENZA UMANA NEI DETTI DI GESÙ, RINALDO FABRIS (1996)

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=113

LA SAPIENZA UMANA NEI DETTI DI GESÙ

SINTESI DELLA RELAZIONE DI RINALDO FABRIS

Verbania Pallanza, 7 dicembre 1996

La modalità più comune di sapere sapienziale è la piccola sentenza ritmica, nella forma del proverbio, espressione non tanto dell’erudizione quanto dell’amore intelligente.
Gesù si colloca all’interno della tradizione popolare della sapienza. Appare estraneo alla sapienza colta, coltivata a corte o presso il tempio.
L’immagine di un Gesù profeta apocalittico arrabbiato non corrisponde a quanto i vangeli ci trasmettono. Più veritiera è quella di saggio, sapiente, maestro.

Gesù « maestro »
Marco ci presenta Gesù, dopo l’annuncio programmatico del Regno, come un maestro che insegna con autorità (Mc 1,21-22), un’autorità che non gli deriva da titoli di scuola conseguiti. Gesù è un autodidatta, un sapiente carismatico.
Gesù è un terapeuta itinerante, ex falegname, che suscita lo stupore, la meraviglia e anche la reazione stizzita dei suoi compaesani (Mc 6,2-3).
Gesù, al pari di ogni altro essere umano (una malintesa fede nella divinità di Gesù ha messo in ombra questo aspetto) compie tutto il percorso di formazione umana. Il suo sapere è legato alla sua esperienza.
La cultura di Gesù è una cultura popolare, di carattere pratico e induttivo, propria di un artigiano che lavora con le mani. Gesù mostra una grande capacità di leggere in profondità le esperienze umane.
Luca retroproietta nella vicenda storica delle origini la figura del maestro che insegna con autorità e sapienza (Lc 2,39-40; 46-47).

proverbi e sentenze sapienziali
Si trovano soprattutto nel discorso sul monte di Matteo e in quello più breve ambientato in pianura di Luca.
armonia tra interno/esterno
La trasparenza tra interno/esterno costituisce uno dei temi più affascinanti dei vangeli, con l’immagine dell’occhio e della luce o del parlare che viene dalla pienezza del cuore.
Sulla stessa linea si colloca la critica alla purità rituale, esteriore, in favore di una purità interiore, della qualità delle relazioni con gli altri e con Dio.
coerenza e sincerità
Gesù colpisce per la sua libertà e coerenza.
Critica i farisei che pretendono di guidare gli altri senza avere una luce interiore (ciechi guide di ciechi); critica chi scopre la pagliuzza nell’occhio del fratello ma non la trave nel proprio. Si tratta di sentenze che fanno riflettere.
ascoltare e mettere in pratica
Gesù invita a costruire la propria vita su un solido fondamento, come una casa costruita sulla roccia, nell’ascoltare e nel mettere in pratica le sue parole.
valutazione e uso dei beni
L’interesse per la salute, per il corpo, per l’uso dei beni è un problema sapienziale che ha a che fare con il senso del vivere.
Gesù invita a riflettere sull’investimento affettivo: sul cuore che segue il luogo del tesoro e sulla dedizione totale a qualcuno (non si possono servire due padroni).
Gesù invita non a disprezzare i beni (Mt 6,25.27-28) ma a disporli secondo una corretta gerarchia. I beni più importanti, come la salute o la vita, sono beni gratuiti. Vivendoli secondo questa prospettiva si fa esperienza religiosa, si coglie il senso del vivere: vivere con senso di gratitudine, senza crearsi inutili problemi (ad ogni giorno basta la sua pena).

enigmi sapienziali
L’enigma, una sentenza paradossale o oscura, è un invito a riflettere.
La esperienza religiosa non si identifica con un semplice stato emotivo, ma neppure col ragionamento. La tradizione sapienziale privilegia la capacità di riflettere, fa appello alla ragione, ma immergendola in un clima affettivo.
La sapienza non è la fredda filosofia o teologia, non è puro stato emotivo, ma è una riflessione partecipe della vita.
Rispondendo alle critiche rivolte ai suoi discepoli perché non digiunano, Gesù afferma che in tempo di nozze si fa festa, che il vestito nuovo non ha bisogno di toppe, che il vino giovane ha bisogno di otri nuovi. È la chiara affermazione della novità di Gesù: gioia e festa non conciliabili con vecchi modi di pensare e di agire.
Come i bambini che giocano alla festa di nozze o al funerale così è capricciosa la gente che critica Giovanni perché troppo severo e Gesù perché fa festa.
Gesù, a chi lo critica perché non si è sposato, dice che ci sono eunuchi per il regno dei cieli. Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è concesso: la sapienza nasce dalla riflessione sulla vita, ma è anche dono di Dio, è lasciarsi illuminare da Dio che parla attraverso la vita.
similitudini sapienziali
L’esperienza religiosa deve essere vista per poter essere riconosciuta, come la lucerna deve essere messa in alto.
Occorre stare attenti al vecchio rappresentato da Erode e dai farisei (il lievito che corrompe, Mc 8,15).
L’immagine del cammello e della cruna sono usate per parlare della difficoltà di un ricco ad entrare nel regno dei cieli.

detti e similitudini del quarto vangelo
Anche nel quarto vangelo, disseminate qua e là, si trovano espressioni che mostrano il gusto di Gesù per la sentenza che fa riflettere sul senso del vivere, come quelle sul tempio ricostruito in tre giorni, sullo spirito che è come il vento (il modo libero dell’agire di Dio), sui tempi nuovi in cui addirittura chi semina fa tutt’uno con chi miete, sul chicco che deve morire per portare molto frutto, sul legame affettivo tra pastore e gregge, immagine di quello tra Gesù e i discepoli, sulla partenza e sulla morte premessa per una nuova e più profonda relazione (Gv 16,21-22).

conclusione
Gesù riflette sui fatti della vita per cogliere il senso della propria vita e missione, per fare intravedere l’agire di Dio: è un riflettere come un andare dentro le cose per coglierne il senso davanti a Dio.
Il vangelo, la buona notizia del nuovo rapporto tra Dio e gli uomini, è amore intelligente, è sapienza.

LA SIMBOLOGIA DELL’ACQUA NELL’ANTICO E NEL NUOVO TESTAMENTO

http://www.parrocchiacolombella.it/articoli-rassegna-stampa/1306-la-simbologia-dellacqua-nellantico-e-nel-nuovo-testamento

LA SIMBOLOGIA DELL’ACQUA NELL’ANTICO E NEL NUOVO TESTAMENTO

Naviganti assetati

Un convegno a Genova analizza il rapporto dell’elemento primordiale con il sacro e con l’arte

(‘Osservatore Romano 9 settembre 2011)

Nell’ambito del Festival dell’acqua in corso a Genova, il 9 settembre a Palazzo Ducale, l’Associazione Sant’Anselmo Imago Veritatis organizza l’incontro « Acqua e figure del Sacro » che prevede una conferenza con immagini tenuta da Timothy Verdon (« La sete del vero nell’arte ») e una di Quirino Principe (« Musica e voce di Dio »), con esecuzioni al pianoforte di Marino Nahon. Pubblichiamo l’introduzione dell’ideatrice.

di SANDRA ISETTA

Nella Bibbia, libro comune alle tre religioni monoteistiche, nella scena della creazione troviamo l’acqua « cosmica » che determina l’origine della vita: Dio disse: « Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque » (Genesi, 1, 6).
E nel Salmo 29 è scritto « Il Signore è seduto sull’oceano del cielo », ossia il trono di Dio « galleggia » sulle acque, metafora della Sua potenza. Dio può prosciugare o scatenare le acque a suo piacimento, come nel diluvio (« Le acque furono travolgenti sulla terra centocinquanta giorni »), o dividerle distruggendo il faraone (« le acque erano per loro un muro a destra e uno a sinistra »).
È la medesima autorità che nel Vangelo esercita Cristo, che cammina sulle acque e che placa il lago di Tiberiade. Il naufragio e la tempesta sono governati da Dio, che mette in salvo l’arca di Noè, preserva Giona nel mostro marino, conduce all’isola di Malta la barca dell’apostolo Paolo e dei suoi compagni. La barca. Simbolo della Sinagoga e della Chiesa.
altNel testo sacro, l’acqua è al tempo stesso elemento indispensabile di vita materiale e simbolo di vita eterna, come recitano i Proverbi: « acqua fresca per una gola assetata ». Invocazione ben comprensibile per la condizione climatica della Palestina, terra di pastori e avara di piogge.
Nell’Esodo, un piccolo brano del capitolo 19 fa da introduzione al lungo cammino di quaranta giorni che condurrà Israele al Monte Sinai. Subito dopo il passaggio del mare Rosso, avvenuta la liberazione dalla schiavitù, la prima difficoltà che il popolo incontra è la sete: gli manca l’acqua, e quando questa appare è salmastra: « ma non potevano bere le acque di Mara, perché erano amare. Per questo erano state chiamate Mara. Allora il popolo mormorò contro Mosè: « Che berremo? ». Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell’acqua e l’acqua divenne dolce ».
Ma a noi interessa l’attualità del commento del redattore: « In quel luogo il Signore impose al popolo una legge e un diritto; in quel luogo lo mise alla prova ».
La « prova » di Dio è una legge a doppio senso, esige rettitudine e rispetto in cambio di benevolenza e protezione. Gli Israeliti infatti « arrivarono a Elim, dove sono dodici sorgenti di acqua e settanta palme. Qui si accamparono presso l’acqua ». D’altra parte il profeta Osea annuncia il messia come colui che « Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra ».
Negli episodi biblici sono velate le valenze figurative dell’idrologia della terra di Israele: i serbatoi di acqua dolce del mare di Galilea o Tiberiade; il fiume Giordano e il Mar Morto; le sorgenti, i pozzi, le cisterne che fanno da sfondo a episodi molto noti, come le scene di Giacobbe e dell’epifania di Gesù alla Samaritana. I pozzi erano scarsi ed erano il luogo in cui la gente si radunava e si conosceva, per questo motivo alcuni incontri tra uomini e donne avvengono al pozzo, come tra Giacobbe e Rachele. L’arrivo da un Paese lontano al pozzo rappresenta lo straniero che nel ricevere acqua e ospitalità stabilisce un nuovo legame familiare.
L’acqua è elemento di purificazione e di culto sia nel codice ebraico sia in quello cristiano. Nel Battesimo l’immersione in acqua aggiunge al significato di purificazione quello di passaggio dalla morte alla vita. E la sete è un segno della nostra umanità, verso la quale Gesù dimostra piena solidarietà, quando grida « Ho sete » e dopo avere bevuto, muore. L’estrema invocazione umana di Gesù può essere collegata alle parole di Benedetto XVI: « Il diritto all’acqua – scrive il Papa nel Messaggio al direttore generale della Fao in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, 22 marzo 2010 – si basa sulla dignità umana (…) Senza acqua la vita è minacciata. Dunque, il diritto all’acqua è un diritto universale e inalienabile »

TU SEI PREZIOSO AI MIEI OCCHI (Is 43,4)

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=4672

TU SEI PREZIOSO AI MIEI OCCHI (Is 43,4)

da Giovani per i Giovani
Le parole del profeta Isaia ci interrogano: preziosi agli occhi di chi? vogliamo scoprire la preziosità del seme della nostra vita e osare l’avventura di portare frutto.
«Non temere perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome, tu mi appartieni.
Io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore.
Sei degno di stima e io ti amo.
Non temere perché io sono con te.» (Is 43, 1.3-5).

GRAZIE: meraviglia e gratitudine
Il nome nella cultura ebraica indica l’identità, la persona… dire che Dio ci chiama per nome è dire la forza con cui gli apparteniamo, e la profondità della sua conoscenza di noi.
Come recita il salmo 139 il Signore ci scruta e ci conosce, alle spalle e di fronte ci circonda e pone su di noi la sua mano. Nemmeno le tenebre per lui sono oscure.
E’ Lui che ha creato le nostre viscere e ci ha intessuto nel seno di nostra madre. Ci ha fatto come un prodigio, sono stupende le sue opere, Lui ci conosce fino in fondo.
Quando ancora eravamo informi ci hanno visto i suoi occhi, quanto profondi per ciascuno di noi i suoi pensieri, quanto grande il loro numero… se li contiamo sono più della sabbia…
Tutto questo ci meraviglia, ci colma di stupore… a volte ci chiede perfino di cambiare lo sguardo su noi stessi… io un prodigio? Io amato e custodito? Con tutti i miei difetti, le mie fatiche, le mie ‘paranoie’? Noi a volte non ci amiamo… ma lui è più grande del nostro cuore.
Ma c’è qualcosa di ancora più sorprendente…
Sì, agli occhi del Signore siamo preziosi, siamo custoditi, vegliati, siamo stimati, siamo amati.
Siamo stati creati con cura, siamo conosciuti fino in fondo. E Dio ci considera così preziosi addirittura da dare tutto se stesso… “Cristo Gesù non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso […] apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce” (Fil 2,7-8). Sì in seno alla Trinità siamo così preziosi che la nostra salvezza è costata il sacrificio del Figlio, per la sua vita noi riceviamo la vita! Come non possiamo accogliere con stupore e gratitudine il Suo sguardo e le Sue cure?

SGUARDO: di Dio e degli altri
Le nostre relazioni sono porte aperte al mistero… o porte che lo pre-cludono. I nostri gesti, i nostri sguardi, le nostre mani collaborano e intessono con il Signore la preziosità della nostra vita che davvero si percepisce negli intrecci con tanti altri sguardi, nel lasciarsi amare e toccare da tanti altri volti.
“Pochi giorni fa una persona a me cara, nel sentirmi raccontare un sogno che si stava realizzando e che avrebbe portato ad un forte distacco da lei, improvvisamente ha lasciato scendere delle lacrime dai suoi occhi, ha iniziato a piangere. Imbarazzata mi ha chiesto scusa di questa sua debolezza, ma alla fine sono stato io a ringraziarla per quelle lacrime.
Quando qualcuno piange per te, per quello che sei, per il possibile distacco che potrà avvenire, si spalanca la verità di quella frase: Tu sei prezioso ai miei occhi… essa diviene realtà in un momento e intravedi in quegli occhi un’amore più grande, quello di Dio, che mischiandosi con quello umano vuole gridare a tutti: Tu sei prezioso ai miei occhi.”
Lo stupore di ciò che siamo per un altro, l’amore che viene accolto, o la gratitudine che vediamo nascere in un cuore amico, ci fanno percepire quanto in noi c’è qualcosa di grande, che ci supera, che non ci appartiene interamente… noi siamo più di quello che ‘ci siamo dati’, siamo di più di quello che da calcoli umani appare… siamo di più…
“Se provo a fare associazione di idee, penso ad episodi, situazione per capire in che momento e in che modo mi sento preziosa ecco che il centro dell’attenzione si sposta da me. La cosa può sembrare strana e devo dire che un mi sono stupita anch’io…mi sento preziosa quando faccio qualcosa che è prezioso per gli altri.”
“Mi sento preziosa quando i miei sforzi, il mio impegno, la mia dedizione hanno fatto qualcosa di grande. Potendo gioire della gioia di questa persona.”

BELLO!
Nel momento in cui diventiamo dono si spalanca il cuore alla gratitudine per ciò che di più grande si realizza a partire dal nostro piccolo gesto. La disponibilità spalanca la possibilità al Signore della vita di operare in noi e attorno a noi. In un certo senso diventiamo simili a Lui che è amore donato senza limiti! E noi siamo fatti per assomigliarGli! E’ qui che partecipiamo al mistero della bellezza … che si impone a tutti per la sua realtà, e allo stesso tempo parla a noi personalmente toccandoci il cuore.
“C’è la Festa da preparare, ti piacerebbe aiutarci per fare qualcosa di Bello?”. Già a questo punto il cuore si allarga perché qualcuno ha pensato proprio a te! L’idea di pensare e preparare qualcosa di grande e di bello, e soprattutto per tanti ragazzi, mi affascina e mi prende! E allora penso, lavoro, condivido, e pian piano salta fuori cosa fare, chi contattare, sorprese, momenti belli, i giochi, chi si occupa di cosa. […]
Finisce anche la Festa, anche se in realtà mi sembra di non averne preso parte: le battute, i momenti, le scene, i giochi, li sapevo a memoria, ma non ho visto niente!
E invece… uscendo i ragazzi mi passano vicino urlando, saltando e travolgendo ciò che capita a tiro, ma abbracciati, felici, pieni di gioia per la bella esperienza. Ho pensato: “E’ stata veramente una Bella Festa!”…
Il dono e la bellezza legati come le radici e il frutto: uno nascosto e silenzioso, l’altra splendente ed eloquente!
“Mi sono sentita preziosa… nel sacrificio per gli altri innanzitutto, ma secondo me conta come lo fai, non quanto grande sia o quanto importante… come l’ essere piccola e nascosta, senza vantarsi di essere al centro dell’ attenzione, perchè è proprio quando siamo piccoli che riusciamo ad essere grandi, e bastano gli occhi di un bambino che ti guarda mentre sei in coda alla cassa di un supermercato, o il sentirti serena perchè sai che hai fatto tutto quello che avevi in tuo potere per cambiare le cose, a farti capire che sei preziosa…
e anche mentre si prega, mi è capitato… non accontentarsi di una vita legata all’ abitudine e alla mediocrità, perchè oltre c’ è qualcosa, e per arrivare a costruire un grattacielo occorre avere la forza e la pazienza di cominciare dal mattone…”

IL SEME
Il seme è una bella metafora! Nel seme è presente tutta la futura pianta, ma non ne è la ‘brutta copia’, è pienamente promessa, desiderio e realtà… ad un tempo. Il seme è ‘un tutto’ e allo stesso tempo è chiamato a crescere. Importanti saranno il sole, l’acqua, le cure di un buon agricoltore perché possa fiorire il germoglio che poi crescerà ancora per divenire una pianta matura.
Così è per la nostra vita, siamo un po’ un seme che contiene i tratti, i desideri, le possibilità per la realizzazione piena… a patto però che si lasci innaffiare, che si lasci riscaldare, che si lasci raddrizzare da mani attente. Non c’è un tempo ‘incompiuto’, ogni tempo è pienezza e chiede di essere vissuto in una costante apertura, nella disponibilità ad essere coltivato, a portare frutto…
Nella disponibilità ad essere dono!
Un saggio educatore sa donare quella fiducia indispensabile per fiorire, per osare la scommessa dell’uscire da sé, dona quell’amore forte e liberante che fa sentire preziosi e unici, stimati e “capaci di” . Per questo l’educazione è un arte, come diceva don Bosco, che va a toccare le corde più profonde e collabora alla realizzazione di tutta la persona.
Il Signore per primo però è un sapiente educatore, ai cui occhi nulla rimane nascosto (Sir 17,13) ma che può realizzare in pienezza i suoi progetti per noi solo se gli lasciamo pienamente spazio ‘gli occhi del Signore sono su coloro che lo amano’ (Sir 34,16) e ‘Il Signore veglia su chi lo teme’(Sal 3,18). E non a caso la sventura maggiore è allontanarsi volontariamente ottenendo di essere scacciato dai suoi occhi (cfr Gn 2,5).
Il piccolo seme della nostra vita ha bisogno di uno sguardo amorevole per germogliare e avere fiducia!
Non temiamo i sogni grandi, non lasciamoli spegnere dalle delusioni… non lasciamo seccare i germogli promettenti che osano l’avventura della vita piena, donata, che amano la bellezza e rischiano l’impegno e il sacrificio di parteciparvi.
“Lasciate che questa sera io vi ripeta: ciascuno di voi se resta unito a Cristo, può compiere grandi cose. Ecco perché, cari amici, non dovete aver paura di sognare ad occhi aperti grandi progetti di bene e non dovete lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà. Cristo ha fiducia in voi e desidera che possiate realizzare ogni vostro più nobile ed alto sogno di autentica felicità. Niente è impossibile per chi si fida di Dio e si affida a Dio. Guardate alla giovane Maria!” (Benedetto XVI alla veglia di Loreto).
L’augurio allora è di restare nel Suo sguardo per scoprire che siamo veramente preziosi, e di prestare i nostri occhi a Lui perchè questo avvenga in ogni persona che ogni giorno incontriamo.

(GxG Magazine) novembre 2007 – autore: sr Francesca Venturelli

IL CIELO NELLA BIBBIA

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IL CIELO NELLA BIBBIA

verso il Grest 2009

  Il cielo apre e chiude la Scrittura (Gen 1,1: «Dio creò il cielo e la terra»; Ap 21–22: la Gerusalemme nuova che scende dal cielo, in un cielo nuovo). Vedi, a proposito di Dio creatore dei cieli, Gen 2,4; 14,19; Es 20,11; Est 4,17; Is 37,16; Ger 32,17; Sal 114,15; At 14,14; Ap 14,7. Binomio «cielo-terra» per dire tutto l’esistente (Gen 1,1; Is 50,2). La struttura tripartita dell’universo: il cielo-la terra (e il mare)-il mondo sotterraneo (gli inferi, lo še’ol). Al di sopra di tutto Dio, creatore e garante dell’ordine cosmico.   La Bibbia non ha un’idea del cosmo come qualcosa in sé, indipendente e a sé stante; l’idea che ne ha è in rapporto a ciò di cui è abitato. Il cielo è abitato dalle stelle (Gb 9,9; 38,31). Tra queste vi sono anche due pianeti: Venere («astro del mattino»: Is 14,12) e Saturno («Chiion»: Am 5,26). Contro la tentazione di abbandonarsi al culto di questi due, la Bibbia insiste nello «sdivinizzarli», rimarcando che sono semplici creature di Dio (Gen 1). Il re del cielo è il sole: il suo corso regolare e la sua forza sono il segno di stabilità e di ordine del cosmo (Qo 1,5; Gen 8,22; Sal 19). Nella rilettura del NT, sarà simbolo del Cristo: Lc 1,78 («verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge»).   Il cielo è la sede di Dio (Gn 14,18; Sal 33,13-14; Is 66,1; Mt 6,9). Anche Gesù lo conferma: «Padre nostro, che sei nei cieli» (Mt 6,9). Ed ecco perché è diventato sinonimo di Paradiso. Gli strati del cielo sono sette, abitati via via dagli angeli, nella misura della loro vicinanza a Dio; Dio risiede nell’ultimo cielo (ecco perché si dice: «sentirsi al settimo cielo»…). Vi siede al di sopra e distende la volta come la tenda in cui abita (Is 40,22; 1Re 8,27). Per questo, la distanza tra il cielo e la terra è simbolo della trascendenza divina (Is 55,9). La nuvola è simbolo del mistero di Dio, perché lo «vela» agli occhi della terra (Es 13,21; 14,19-20; 19,16-25; 24,15-18; 33,9-11; Nm 12,5-10).   Nel NT il cielo è la dimora del Verbo, prima del tempo (Gv 1) e poi, una volta asceso, per sempre, nello stesso trono del Padre (Ap 22,1). E quando tornerà per il giudizio finale, i cieli si apriranno… In cielo, dove già abita la corte celeste (Col 1,20), si ritroveranno i giusti, nella pace eterna (Fil 3,20), al cospetto del trono di Dio (Ap 3,21).

  Alcune suggestioni bibliche   Le stelle del cielo, il cui numero è incalcolabile, saranno la misura della discendenza che Dio concederà ad Abramo e nella quale saranno benedette tutte le genti (Gen 22,17-18; Dt 1,10). La storia della salvezza comincia con un invito a scrutare il cielo… Già si è accennato al sogno di Giacobbe, con la scala che unisce cielo e terra e gli angeli che scendono e salgono (Gen 28,10-17): simbolo della provvidenza e della cura di Dio per i suoi figli. È ripresa poi in Gv 1,51, nel dialogo con Filippo, dove la scala diventa Gesù stesso, una volta «elevato». «Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario, dal cielo ha guardato la terra, per ascoltare il gemito del prigioniero, per liberare i condannati a morte» (Sal 102,20-21; Is 66,2; Mt 6,11).   Gesù stesso, che procede dal Padre e a Lui ritorna, viene dal cielo e tornerà al cielo (Gv 3,13; 6,62; Mc 16,19); Egli è il pane vivo «disceso dal cielo»; nel suo battesimo, al fiume Giordano, sono i cieli ad aprirsi (Lc 3,21).   Nella testimonianza degli Atti degli apostoli, è il cielo aperto che Stefano, primo martire cristiano, vede comparire alla vigilia della sua passione (At 7,55-56). Fra i brani del NT con un collegamento al cielo e ai suoi fenomeni, domina senza dubbio l’episodio narrato da Matteo a proposito dei Magi: essi «scrutano il cielo» e riconoscono il momento della nascita del Messia, in base a un fenomeno astronomico di cui osservano (e forse prevedono) l’evolversi quando ancora sono lontani (Mt 2,1-12). Probabilmente dietro vi è la profezia presente in Nm 24,17.   Interessante anche l’episodio della vita di Gesù in cui i Farisei, per ottenere una dimostrazione «sperimentabile» della sua divinità, chiedono che egli invii «un segno dal cielo», cioè dalla sede di Dio (Mt 16,1-4). A essi Gesù risponde con un’analogia: come gli uomini sono capaci, dall’attenta «osservazione del cielo», di trarre conclusioni veritative sul clima e sulle evoluzioni dell’atmosfera, così devono essere capaci di riconoscere altri segni, ugualmente eloquenti, che mostrano la presenza di Dio in mezzo a loro, fra i quali il «segno» per eccellenza, quello della sua morte e risurrezione (Mt 12,39-40; Gv 2,19-22). A rendere difficile questo riconoscimento, come testimoniato anche da altri passi evangelici (Gv 15,22-24), non sarebbe l’ambiguità o la poca chiarezza dei segni, ma piuttosto il cuore chiuso in se stesso. L’ascensione di Gesù al cielo (Lc 24,50; At 1,6). «I cieli e la terra passeranno» (Mt 5,18; Mc 13,31; Lc 21,33).   «Un nuovo cielo e una terra nuova» (Ap 21,1), con la Gerusalemme gloriosa che discende dal cielo per venire incontro a Cristo suo sposo e inaugurare così il banchetto nuziale escatologico. Parallelismo con Genesi: insieme siamo chiamati a creare questo nuovo cielo e a rifinire l’abito della Gerusalemme sposa con i nostri atti d’amore (Ap 19,7-8). È quello che è prefigurato anche nella visione, sempre nel cielo, della donna di Ap 12: rappresenta la Chiesa, rivestita di sole (del Cristo); ha la luna sotto i suoi piedi e una corona di 12 stelle perché indica la sua missione di rinnovare il creato, come una nuova creazione, ricolmando ogni cosa della novità del Cristo risorto di cui è ricoperta. Ecco perché in At 1,10 i discepoli vengono invitati a non rimanere più con gli occhi per aria, a rimirare il cielo… Essi piuttosto sono chiamati a creare nella loro vita un nuovo cielo, instaurando rapporti autentici di amore: fare della terra il cielo nuovo…

don Luca Pedroli

IL GIUDIZIO DI SALOMONE (1RE 3,16-28) Scaiola D.

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IL GIUDIZIO DI SALOMONE (1RE 3,16-28)   Scaiola D.

1. Introduzione La storia raccontata in questo testo, normalmente definito «giudizio di Salomone», si collega strettamente alla preghiera che il re eleva al Signore all’inizio del capitolo (3,6-10), e dimostra praticamente che il Signore ha mantenuto la sua promessa, dando a Salomone la capacità di «distinguere il bene dal male» (3,9). Di fatto, Salomone viene presentato come un saggio che permette alla verità di trionfare sulla menzogna, e alla vita di avere la meglio sulla morte. Il racconto delle due prostitute che rivendicano lo stesso bambino, ha i tratti di una narrazione popolare. Il solo fatto che i protagonisti, compreso il re, siano anonimi, ne è un segno.[1] Questo genere di racconto è spesso portatore di una profonda saggezza, per cui non è sorprendente il fatto che questa breve narrazione sia stata inserita qui per illustrare in modo paradigmatico in che cosa consiste la saggezza di Salomone nel contesto programmatico dell’inizio del suo regno.[2]

2. Analisi del racconto 2.1. Due donne e un bambino Il racconto comincia in modo molto essenziale: «Vennero due donne prostitute verso il re e stettero in piedi davanti a lui» (v. 16). I verbi qui utilizzati, però, qualificano il loro gesto come un atto di tipo giuridico.[3] In questo modo, il re è immediatamente considerato come un giudice al quale le donne si appellano affinché regoli il loro litigio. Le due donne sono descritte come due prostitute. Probabilmente non hanno marito, e i figli di cui si parla sono bambini che non hanno un padre, o meglio, hanno un padre che resta anonimo, sconosciuto. Le due donne vivono insieme, nella stessa casa (il termine è ripetuto quattro volte nel testo ebraico, ai vv. 17-18). Non solo esse vivono insieme, ma vengono anche presentate in un rapporto speculare, mimetico: sono due prostitute, senza marito, entrambe generano un figlio a distanza di tre giorni l’una dall’altra. Non c’è nessun testimone di questo fatto: né un vicino, né un domestico, né un parente. Si realizzano così le condizioni di una situazione in cui nessuno può testimoniare né della nascita né della morte del bambino. Ciò che tende all’estremo la forza drammatica del racconto, è il fatto che la posta in gioco è costituita da un bambino. Per le due donne si tratta di conservare il bambino che le costituisce come madri. Questo bambino sembra essere considerato, almeno da una delle due donne, più come l’insegna visibile della maternità che non come un vero soggetto. Queste due donne si possono considerare la metafora della nostra natura umana e del rapporto ambivalente che essa intrattiene con la vita e con la morte, con la menzogna e con la verità.

2.1. Due donne e un bambino Dopo questa introduzione, la prima parte del racconto (vv. 17-22) è costituita interamente da discorsi. Riportando le parole delle due donne, senza interferire con commenti di nessun genere, il narratore pone il lettore in una posizione analoga a quella in cui si trova il re, il quale deve affrontare un problema confuso e apparentemente senza via d’uscita. Il narratore concede ampio spazio alla prima donna, la quale presenta un racconto circostanziato degli avvenimenti di cui ella si dice vittima (vv. 17-21). Dalle sue parole traspare l’immagine di una buona madre che si alza al mattino per allattare il piccolo, mentre l’altra causa la morte del suo, soffocandolo durante la notte. Ella avrebbe a cuore il suo bambino, mentre l’altra, di notte, si sarebbe alzata per sostituire il bambino morto, esponendo anche il secondo all’eventualità della morte (v. 20). Come si vede, si tratta più di un’arringa che della pura esposizione dei fatti. L’argomento che ella invoca per suggerire la colpevolezza dell’altra sembra essere convincente perché non si basa su un’impressione, ma su un «discernimento» dei fatti (v. 21). Il verbo che in italiano viene tradotto «l’ho osservato bene», significa «discernere, distinguere, dare prova di intelligenza». Riferendo il suo gesto, la donna suggerisce al re di mettere in opera la sua propria capacità di discernimento. Infatti appena prima (3,9) Salomone aveva domandato a Dio, usando lo stesso verbo, di poter esercitare la giustizia «discernendo tra bene e male». In altri termini, la semplice evocazione di quello che lei stessa ha fatto indicherebbe al re una strada per fare a sua volta chiarezza.[4] L’altra donna, invece, parla assai brevemente (v. 22) e si limita ad affermare che il bambino vivo è il suo, sollevando il sospetto sulla credibilità delle affermazioni della prima donna. Ella infatti ha fornito una ricostruzione dei fatti che non può che essere ipotetica, dal momento che, per sua stessa ammissione, ella dormiva. Chiamata in causa perché indirettamente accusata di aver mentito, la prima donna risponde. Il suo discorso è un’eco, o uno specchio di quello che l’altra donna ha detto (v. 22). Abbiamo così una parola contro una parola, ed è certo che una delle due mente, ma non sappiamo né di chi si tratta né ci viene rivelato il perché del suo gesto. Interessante il fatto che in questa disputa, che precede il giudizio vero e proprio, il testo non distingue tra le due donne. Le designa solamente come «una delle due donne» e come «l’altra donna». Non importa tanto chi parla, infatti, perché l’una e l’altra dicono la stessa cosa. La seconda donna infatti desidera possedere quello che l’altra possiede. È il desiderio mimetico che la fa parlare e agire. Si illustra qui la dinamica dell’avidità e dell’invidia. Un dettaglio del testo potrebbe confermare questa lettura, perché si dice che la donna «si è coricata sopra» il bambino (v. 19). Sarebbe questa l’immagine di un amore materno possessivo, soffocante. D’altra parte, le due donne si assomigliano, usano gli stessi termini. Anche la prima donna rivendica il bambino vivente come suo, mostrando che anch’essa è animata dall’avidità. In questo senso, il fatto che le due affermazioni del v. 22 si corrispondano esattamente, tende a indicare che le due donne sono il riflesso l’una dell’altra, dal momento che fanno parlare solo l’istinto di possesso. Il compito che si dischiude di fronte al re consiste invece nel tentare di uscire dalla confusione, facendo emergere il desiderio di vita della vera madre.

2.3. Lo stratagemma di Salomone Allo stato attuale delle cose, niente permette di distinguere le due donne l’una dall’altra: né l’evocazione della situazione, né le parole pronunciate da loro, né il loro comportamento, nemmeno, si potrebbe dire, la loro attitudine fondamentale. È quello che constata il re (v. 23). Dopo di che decide di tagliare, cioè di interpretare. Per poter giudicare, Salomone non può basarsi su quello che conosce delle due donne: l’assenza di testimoni rende vana ogni inchiesta. D’altra parte, anche se egli è dotato di saggezza, non può scoprire ciò che è nascosto usando dei mezzi che esulano dalla conoscenza naturale: non può indovinare. Non può nemmeno appellarsi ai buoni sentimenti per far confessare colei che mente. Può ricorrere solo all’interpretazione. Egli cerca, di fatto, di far emergere la logica inconsapevole che si cela dietro il discorso consapevole, cioè di dire quello che una delle due donne non dice, il fatto che ella vuole avere un bambino per essere uguale all’altra. Per raggiungere questo obiettivo, il re domanda una spada. Ordinando di tagliare il bambino in due parti, il re mostra plasticamente che cosa significa concretamente per l’infante l’atteggiamento rivendicatrice delle due donne. La confusione, che deriva dalla menzogna di una, ma anche dall’avidità di entrambe, sottomette il bambino a una lacerazione mortale che la spada simboleggia, visualizzandola. Il re non fa altro che mostrare alle due donne qual è l’esito del loro gioco perverso, vuole chiarire che la posta in gioco del discorso non è altro che la vita del bambino, il quale è lacerato da due donne che se lo contendono, per cui egli è, esattamente come l’altro neonato, vittima di una violenza inaudita e ingiustificata. Questo è ciò che l’ordine del re consente di vedere.

2.4. Le opposte reazioni Quest’ordine del re provoca nelle due donne reazioni diametralmente opposte, perché una si pronuncia per la vita del bambino, l’altra per la sua morte. Ognuna delle due riprende, nella sua risposta, uno dei verbi che il re ha usato in precedenza: «Tagliate [...] e date» (v. 25). La madre dice: «Date», l’altra ripete: «Tagliate» (v. 26). Nell’introdurre la reazione della prima donna, il narratore rivela al lettore l’emozione violenta che ella ha provato («Le sue viscere si erano commosse»). Nel momento in cui la decisione del re mette in evidenza che il suo atteggiamento conduce il bambino alla morte, lo sconvolgimento emotivo che prova nel luogo stesso in cui il figlio ha preso vita,[5] determina la sua trasformazione e la induce a interrompere il conflitto. Per la prima volta una delle due donne abbandona il linguaggio dell’avidità e del possesso esclusivo per parlare il linguaggio del dono. Piuttosto che rivendicare per se stessa il bambino vivo, ella lo dona all’altra. Inoltre non lo chiama più «infante», né «mio figlio», ma «colui che è stato generato» (hayyalûd), cioè colui che è nato, che si è staccato da sua madre, la quale, di conseguenza, non lo possiede più. Si può dire che, nel momento in cui ella dona suo figlio all’altra donna, in realtà, gli sta dando la possibilità di vivere. La sua concorrente, invece si accontenta di ripetere la prima parola del re, mostrando così che la sua posizione non è cambiata. Adesso però si spiega la sua logica: quella di una giustizia fredda e insensibile: «Non sia né mio né tuo» (v. 26). Così dicendo, la donna si tradisce. Adesso è chiaro che ciò che la muove è l’invidia o la gelosia. La sola cosa che conta per lei è di possedere quello che l’altra possiede, accettando di esserne privata a condizione che la stessa cosa accada anche all’altra. Ma come potrebbe essere la madre del bambino, lei che non vuole che il bambino viva? Così l’ordine del re porta paradossalmente ciascuna delle due donne a porre una richiesta contraria a quella che avevano presentato all’inizio. La prima rinuncia al bambino, preferendo darlo all’altra piuttosto che vederlo morire; l’altra reclama la sua morte piuttosto che cederlo alla rivale. Così la verità appare nel momento in cui viene spezzato lo specchio delle apparenze. Mostrandosi visceralmente attaccata alla vita di suo figlio, la madre permette all’ordine del re di rivelare la saggezza in esso contenuta, sotto l’apparenza della crudeltà. «Madre» è l’ultima parola che il re pronuncia (v. 27). Ciò non avviene per caso. Innanzitutto era questa la verità che si trattava di stabilire fin dall’inizio. Inoltre, proclamandola al termine del racconto, il re definisce che cos’è una madre: è una donna che abbandona ogni forma di avidità nei confronti del figlio per non soffocarlo, è colei che rinuncia a trattare il bambino come un oggetto da possedere, e che gli consente di condurre un’esistenza autonoma. Nessuna parola viene rivolta all’altra donna, che non è colpita dalla punizione. Il racconto non ha una finalità moraleggiante. Si tratta piuttosto di un giudizio che libera l’innocente dalla morte e il giusto dal caos, dalla confusione instaurata dalla menzogna.

3. Conclusione La conclusione introduce un nuovo personaggio: «Tutto Israele». Apprendendo il giudizio del re, il popolo riconosce il segno della sua sapienza (v. 28). Il desiderio che Salomone aveva manifestato nella preghiera, di avere un cuore capace di discernere tra il bene e il male per poter governare, questo desiderio si trova qui confermato davanti agli occhi di tutti. Nel racconto, la sapienza, consiste nel saper trasformare un luogo di morte in luogo di vita, realizzando così l’immagine del Dio creatore descritto in Gn 1. Per permettere l’apparire delle vita, infatti, egli comincia a separare gli elementi del caos primordiale, mettendo ogni cosa al suo posto e dando un nome a ciò che viene distinto. Il re non fa una cosa diversa, rivelando che la sapienza è innanzitutto un saper fare, l’arte di mettere un termine al caos che generano l’invidia e la menzogna, andando al di là delle apparenze perché appaia ciò che è vero. Questo discernimento, la capacità di distinguere tra il bene e il male, che Salomone dimostra di saper operare all’inizio della sua storia, non si presenta come un dono che il re ha ricevuto una volta per tutte e che abita stabilmente in lui. Al contrario, questo dono costituisce piuttosto una sfida per il re, il quale deve essere disposto all’ascolto per permettere, come avviene in questo caso, che la sapienza di Dio possa essere effettiva e operare in lui. Il divenire di questo dono della sapienza sarà dunque sospeso a un interrogativo: chi ascolterà il cuore del re? O meglio: a quale donna presterà orecchio? Il seguito della storia di Salomone consentirà di dare una risposta a tale domanda. All’inizio del suo regno Salomone, come abbiamo visto, dà prova di sapienza davanti a queste due donne. Un’altra donna, la regina di Saba, verrà da lontano per ammirare questa sapienza (1Re 10,1-11). Ma saranno le donne straniere che inclineranno il «suo cuore» lontano dalla sorgente della sapienza (1Re 11,1-10), provocando così la rovina di Israele.

[1]J.G. Frazer (Folklore in the Old Testament, Londra 1918) paragona questa pagina a un testo parallelo indiano, e H. Gressman (Die älteste Geschichtsschreibung und Prophetie Israels, Göttingen 1921) recensisce almeno una ventina di versioni del tema presenti nella letteratura folcloristica universale. [2] Degno di nota il fatto che il testo parallelo di 2Cr, dopo aver parlato della preghiera di Salomone e della promessa che Dio gli fa (2Cr 1), riporti come esempio emblematico di saggezza non l’episodio del giudizio, bensì la costruzione del tempio (2Cr 2-8). [3] Si veda l’analisi del vocabolario condotta da P. Bovati in Ristabilire la giustizia. Procedure, vocabolario, orientamenti (= AnBib 110), Roma 20003, pp. 198 e 212-214. [4] Questo atto di discernimento appartiene fondamentalmente alla vocazione del re, come emerge anche da un altro racconto, quello di David e della donna di Tekoa (2Sam 14,17), la quale si rivolge al re quasi negli stessi termini (usando, però, un verbo sinonimo). In quel caso forse le parole della donna assumono un involontario tono ironico, perché dal contesto emerge che David viene meno a questa sua capacità, non rendendosi affatto conto delle macchinazioni che Assalonne sta tramando contro di lui. [5] Le «viscere» richiamano l’utero femminile, dal momento che in ebraico si tratta dello stesso termine.  

L’ANIMA – CARD. G. RAVASI (Sapienza 9-15)

http://www.lodp.org/2012/11/25/lanima-card-g-ravasi/

L’ANIMA – CARD. G. RAVASI

Pubblicato il 25 novembre 2012

Un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda  d’argilla grava la mente dai molti pensieri.  Sapienza 9-15.

” Secondo il pensiero biblico l’anima non è altro che la persona vivente nella sua carne. L’uomo è l’essere vivente nella sua totalità e non l’anima separata e distinta dal corpo.” Queste e simili frasi sono comuni in tutti i testi che trattano la concezione della persona umana secondo le Scritture (la cosiddetta ” Antropologia Biblica”). Ed effettivamente se noi contempliamo l’uomo così come appare nelle pagine sacre, lo scopriamo simile ad un microcosmo compatto, un essere unitario e vitale, nel quale non si può separare anima e carne, come farà la cultura Greca, convinta che il corpo sia la tomba dell’anima. Non per nulla essa esalterà l’immortalità dell’anima spirituale, mentre la concezione biblica opterà per la risurrezione dell’essere umano integrale e la Pasqua di Cristo ne è la suprema attestazione. Certo non mancano neanche nella Bibbia frasi che riflettono la visione greca, come appare spesso nel libro della Sapienza, composto in epoca greco-romana, che esalta l’immortalità dell’anima giusta, e che ad esempio offre frasi di questo genere: ” Un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri” (9-15). Tuttavia il sottofondo ideale di questo libro e il filo continuo della Bibbia è una costante rappresentazione dell’unità psicofisica della persona. Certo, questo non significa che non si riconosca nella creatura una presenza trascendente oltre alla rùah, che è lo spirito vitale posseduto anche dagli animali. Si parla infatti di una nishmat-hajjim, una sorta di “respiro di vita” che è “esclusivo di Dio e degli uomini” e che è insufflato in essi dal Creatore. Ora questa realtà è definita dalla Bibbia come una “fiaccola del Signore che scruta tutti i segreti recessi del cuore” (Prv, 20-27). L’immagine, molto orientale vuole descrivere quella che noi chiamiamo la coscienza, capace di penetrare nel segreto dell’interiorità umana personale.  Questa è in pratica – secondo la Bibbia – che è quindi non solo alla radice dell’autocoscienza, ma anche della consapevolezza morale. Se passiamo al Nuovo Testamento, troviamo passi che a prima vista sembrino opporre anima e corpo. “Non temete quelli che uccidono il corpo ma non hanno il potere di uccidere l’anima. Temete quelli che hanno il potere di fare perire anima e corpo nella Geenna” (Mt. 10-28). Tuttavia è facile comprendere che non siamo nell’orizzonte culturale Greco, per il fatto che Gesù parla”uccidere e far perire l’anima”, un assurdo per la concezione dell’anima spirituale. Cristo, allora qui e altrove si veda (Mt 16. 25-26), intende considerare con la parola “anima”( in greco psjchè) la vita trascendente e piena, “l’intimità divina” offerta alla creatura attraverso la grazia. La suprema sciagura, non è dunque la morte fisica, ma il perdere la comunione vitale con Dio, radice della nostra risurrezione e della vita eterna con lui. E’ ciò che San Paolo puntualizzerà introducendo un nuovo termine, pnèuma, “spirito”. L’uomo nella sua realtà creaturale – dice l’Apostolo – è un corpo “psichico” ossia dotato della psychè, l’anima vitale,  ma Dio gli dona il suo stesso spirito che lo rende “corpo spirituale”. La prima qualità dell’essere umano (“psichico”) lo vota alla morte, e solo con lo Spirito Divino a noi donato che entriamo nell’eternità e nella gloria del Risorto (1 Cor 15. 42-44).

DA ALTROVE PROTEZIONE – SALMO 27 (26) (LECTIO) (2006/2007)

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2006_07/02.htm

Lectio Divina 2006/07

a cura di Stella Morra

Azione Cattolica Diocesana

2. DA ALTROVE PROTEZIONE – SALMO 27 (26) (LECTIO)

Premessa
Il mese scorso, iniziando il percorso sulla paura, ci siamo fermati sul testo di Genesi, come descrizione della paura, movimento profondo che ci riguarda un po’ tutti. Ogni anno cerchiamo di rivolgere la nostra attenzione a tutti i tipi di testo presenti nella scrittura in modo da fare, poco per volta, l’orecchio a tutti; siccome da un po’ di tempo non ci soffermiamo sui Salmi, oggi rifletteremo sul 27, un Salmo molto conosciuto.
Il libro è composto da 150 Salmi. Nella trasmissione c’è stata un po’ di confusione sulla numerazione: dal 9 in poi ogni salmo è contrassegnato da due numeri, di cui uno tra parentesi; gli ultimi tre tornano ad avere un numero solo. Questo è successo perché, quello dei Salmi, era un libro di canti e preghiere molto usato nel mondo ebraico –tipo i nostri libretti dei canti per la Messa; proprio a causa del grande uso, alcuni Salmi si perdevano, anche solo in parte, e venivano riscritti, magari collegati uno all’altro.
I Salmi sono spesso studiati alla ricerca della loro unità, della logica che li abita. Come i nostri libretti contengono semplicemente i canti che vengono usati abitualmente e non c’è un’unità materiale di argomento, di racconto, così è per i Salmi: non c’è un’unità di argomento, di narrazione. I Salmi sono stati raggruppati dai vari studiosi in mille modi diversi, perché ognuno ha trovato un’unità di un certo tipo; in realtà l’unica vera unità sta semplicemente nel fatto che sono la preghiera di una comunità che crede e che si è data un percorso di dialogo con Dio. In questo sta una delle bellezze di questo libro; nei Salmi si trova di tutto: la disperazione, la gioia, la benedizione, le maledizioni.
Un gran numero di Salmi sono stati composti durante e dopo l’esilio, dopo il disastro che ha colpito la nazione di Israele. Tre sono i testi fondamentali prodotti durante e dopo l’esilio: Giobbe, Qoèlet e i Salmi. Faccio una presentazione, come mio solito, un po’ a cartoni animati. Il popolo di Israele si trova di fronte ad una tragedia nazionale, ad una depressione collettiva -come fatto sociale e non solo psicologico o personale-, si trova a non avere più un progetto, ha la sensazione che sia crollato tutto ciò su cui si era costituita l’unità di autocoscienza di popolo scelto da Dio, il patto, le promesse di Dio, – non dimentichiamo che il popolo di Israele si capisce come ‘popolo unito’ dall’Esodo in poi, diventa il popolo di Dio, eletto, dal momento in cui riceve la legge sul monte Sinai! – ed ora la fine del regno, la distruzione del tempio e l’esilio… cioè …non era vero niente, la scelta, le promesse, l’alleanza… Dove andranno a finire le promesse di Dio?
Di fronte a questa tragedia, nella scrittura ci sono tre tipi di reazione; quella di Giobbe è: perché? Come è possibile? Abbiamo tutti nelle orecchie il libro di Giobbe in cui lui chiama in causa Dio: è la reazione di chi, di fronte al dolore, sta in piedi e sfida il dolore. Poi c’è la reazione di Qoèlet: tutto è vanità. E’ la razione del cinismo; vuol dire: non ci credo più, è andata così, cosa ci vuoi fare? Non ho più uno slancio rispetto al progetto. La terza è quella dei Salmi, la reazione di rimanere di fronte a Dio e di chiedere conto a lui della situazione, punto per punto, di rimanere lì a fronteggiare la questione.
La cosa bella, secondo me, è che queste tre reazioni stanno tutte nella scrittura ispirata. Nel paradigma che noi abbiamo di rapportarci alla fatica e al dolore dell’esistenza, la scrittura ci offre tutte e tre queste reazioni. Si può dire: tutto è vanità; si può domandare perché, che cosa sta succedendo? e si può rimanere di fronte a Dio a contestare punto per punto la questione.
E’ molto interessante! Noi invece, in modo moralistico, saremmo tentati di dire che c’è un modo giusto di reagire al dolore, quello di non perdere la fiducia, sperare, continuare a credere… e che tutti gli altri modi sono sbagliati. Di per sé, al di là delle parole di fiducia che tornano, vanno e vengono, esattamente come nella nostra vita, -anche quando uno sta male, ha dei momenti in cui si tira un po’ su, poi perde la speranza…- non è che una parola sia vera e l’altra falsa; la questione è che le nostre parole non hanno la potenza delle parole di Dio. Non succede che, se diciamo ho fiducia, la fiducia ‘è’, come quando Dio dice ‘sia la luce’ e ‘la luce è’. Le nostre parole seguono la nostra vita e, dunque, costruiamo la fiducia in un tempo magari molto lungo, e andando su e giù, tra paura, preoccupazione, dubbio, incertezza. La cosa bella è che nella scrittura ci sono tutti questi passaggi, non ce n’è uno escluso. C’è anche il passaggio scettico di Qoèlet: niente conta niente, in fondo sono veramente deluso, tutto è vanità, tutto passa! Per dirla in termini moderni, è come dire: anche una reazione atea ha un posto nella scrittura.

La forza del desiderio
All’interno di questo discorso noi leggiamo un Salmo che fa parte di un gruppo, dal 25 al 34, costruito come una montagnola. Il Salmo 25 e il 34 sono detti salmi alfabetici -noi non lo vediamo più perché li leggiamo in traduzione. Alfabetici vuol dire che ogni versetto cominciava con una lettera dell’alfabeto, così si ricordava più facilmente. I Salmi alfabetici normalmente segnano i passaggi da una parte all’altra, da una situazione ad un’altra: c’è un Salmo alfabetico, poi un gruppo di Salmi, poi torna uno alfabetico che chiude la serie. Dunque il Salmo 25 e il 34 sono alfabetici; in mezzo c’è una unità di Salmi costruiti così: 26, 27, 28 sono di supplica -con parole moderne noi diremmo Salmi di desiderio; al centro c’è il 29, l’inno, o per noi, la crisi. L’inno spesso è usato per indicare il punto critico, il punto dove il desiderio sale e poi diventa un’altra cosa, si spezza; 30, 31, 32 sono i Salmi di riconoscimento, di ringraziamento, in cui uno riconosce il proprio desiderio trasformato in un’altra cosa. Il 33 è stato messo lì un po’ come aggiunta, è un Salmo di lode che non fa parte di questa unità.
Dicevo, una specie di monte: c’è un desiderio che dice di noi, di ciò che muove il nostro cuore, più che dire qualcosa di Dio. Quando uso la parola desiderio, questa ha il significato che le abbiamo attribuito più volte in questi anni: il desiderio è una potenza, un’energia; ciascuno di noi sa che il desiderio ci dà la forza di fare delle cose che non sapremmo fare; e i desideri veri si distinguono bene dai desideri finti, al di là delle chiacchiere -tutte le mamme che stanno sveglie la notte a causa dei loro bambini, teoricamente prima avrebbero pensato di non farcela, poi ce la fanno, normalmente. Il desiderio è un motore, un’energia, non tanto una domanda, è la forza che ci spinge ad essere e a fare ciò che di per sé non avremmo saputo o voluto fare. Il desiderio va coltivato, cresce, funziona come lievito; rispondere e fermarlo troppo presto significa ucciderlo; lasciarlo andare troppo avanti in modo ingovernato significa far crescere un rancore. Il desiderio ha una sua maturazione, c’è un punto in cui si trasforma in realtà o in un’azione del reale, perché altrimenti incancrenisce, o, se non si trasforma in realtà ma viene semplicemente stoppato, comincia a fermentare e ad un certo punto esplode.
Il Salmo 27 sta nella parte della crescita del desiderio. Noi ragioniamo normalmente al contrario, diciamo: prima del punto critico c’è la paura, poi c’è la fiducia. E la paura sarebbe sbagliata, mentre la fiducia sarebbe la parte positiva. C’è la paura perché sta arrivando una crisi, poi c’è la crisi, si mette tutto a posto, quindi ho fiducia e sono contento; la paura è sbagliata, la fiducia è giusta. Ma nella vita non funziona così. Questa è una favola. Ciò che sta prima possiamo chiamarlo paura, ma forse paura è l’altro nome di un desiderio… di che cosa? Noi abbiamo paura di qualcosa perché desideriamo qualcosa.
Se volete, il sottotitolo di questo salmo potrebbe essere: di cosa parliamo quando parliamo di paura? Parliamo di paura o di desiderio? E la fiducia che ne sortisce, non è un riconoscimento infantile del desiderio compiuto e basta, la fiducia è fidarsi del proprio desiderio, dell’energia che ti dà, della forza che ti conduce.

Salmo 27 (26)
Il Signore è mia luce e mia salvezza,
di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita,
di chi avrò timore?
Quando mi assalgono i malvagi
per straziarmi la carne,
sono essi, avversari e nemici,
a inciampare e cadere.

Se contro di me si accampa un esercito,
il mio cuore non teme;
se contro di me divampa la battaglia,
anche allora ho fiducia.
Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario.

Egli mi offre un luogo di rifugio
nel giorno della sventura.
Mi nasconde nel segreto della sua dimora,
mi solleva dalla rupe.
E ora rialzo la testa
sui nemici che mi circondano;
immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza,
inni di gioia canterò al Signore.

Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi.
Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”;
il tuo volto, Signore, io cerco.

Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.
Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato,
ma il Signore mi ha raccolto.

Mostrami, Signore, la tua via,
guidami sul retto cammino
a causa dei miei nemici.

Non espormi alla brama dei miei avversari;
contro di me sono insorti falsi testimoni
che spirano violenza.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore.

L’inizio del Salmo dice che va tutto bene, non c’è paura, e finisce con la paura, con i nemici. Noi, che siamo un po’ moralisti, avremmo costruito il Salmo al contrario: prima i nemici, la paura, l’incoraggiamento ad andare avanti, ad essere forti e alla fine …”se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia”. L’avremmo costruito in termini volontaristici: io ho paura e se mi impegno e sono bravo, alla fine ho fiducia.
Qui è esattamente il contrario perché ciò di cui si parla per i primi cinque versetti è un desiderio, non una realtà; è l’energia che spinge verso il Signore; è ciò che in qualche modo traduce il versetto 1, la domanda che il salmista fa a se stesso: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?”. Noi diremmo: si sta facendo coraggio da solo, sta dicendosi come vorrebbe sentirsi, in realtà non si sente così, e prende atto, il riconoscimento è che per ora il suo desiderio è ancora inattuabile.
La parola chiave, che svolta, è quella del versetto 7 “abbi pietà di me”. Tutti e tre i salmi del desiderio, 26, 27 e 28 hanno a metà questa stessa espressione: “abbi pietà di me”. Se sale il desiderio, sale la paura, perché bisogna essere coraggiosi per desiderare molto e perché ciascuno di noi, se sta di fronte al proprio desiderio, non si sente all’altezza del proprio desiderio. I nostri desideri sono sempre migliori di noi, hanno più fiato, più aria, più gambe; siamo noi che siamo stanchi, impauriti; per questo i desideri fanno così paura; per questo li addomestichiamo diventando adulti. Solo i bambini sono capaci di esprimere i desideri così come li sentono, e li dicono ad alta voce, e non hanno paura di essere smentiti, che il desiderio si avveri oppure no. Tutti diciamo che i bambini sono facili da distrarre. Un bambino ha un desiderio, lo esprime, se gli rispondi di no, piagnucola un po’, lo distrai con un’altra cosa; non è così banale, non è che i bambini si distraggono, è che loro sono capaci di un desiderio alla volta; desiderano una cosa, se quella non c’è ne sono dispiaciuti, ma se subentra un altro desiderio, non sono feriti dalla delusione, non portano rancore, hanno esattamente il coraggio di cominciare a desiderare un’altra cosa, di entrare dentro quell’altro desiderio e di riceverne tutta la gioia senza conservare la ferita della frustrazione del primo. Noi siamo un po’ diversi; per questo addomestichiamo i desideri. L’altro nome della paura è desiderio!

Luce, salvezza, difesa
Nel primo versetto si usano tre attributi di Dio, non nomi assoluti, bensì relativi al salmista che parla, non una descrizione filosofica di Dio, ma chi è Dio per me. Il salmista dice: “Il Signore è mia luce, mia salvezza e difesa della mia vita…” Noi conosciamo bene questo versetto perché torna spesso nelle preghiere e nella liturgia e ci sembra un versetto spirituale; in realtà è molto concreto, serio, per niente spirituale. Tutti abbiamo una grande nostalgia di infanzia, essere convinti di sapere dove stiamo andando, avere luce, avere salvezza, sentirci protetti e avere difesa per la nostra vita, sapere che nella vita che abbiamo, che è poco o tanto, ma è l’unica cosa che abbiamo, ci sia qualcuno -come dice Baricco in Oceano mare, un padre, un amore, un prete che ti accompagni fino al mare. Qualcuno che protegga e benedica la nostra vita, che le consenta di non essere ferita.
Il salmista dice: “Il Signore è mia luce, mia salvezza, difesa della mia vita”. Di questi tre nomi, quello che a me fa sempre problema è mia salvezza. Mia luce mi pare chiaro. Per una come me che si occupa di studio, “più luce”! E’ la frase di Goethe, che pare abbia pronunciato come ultima parola prima di morire, “più luce”. Mi sembra un desiderio molto chiaro, capire meglio, sapere di più, non essere così confusi, saper vedere la verità delle cose e delle persone. Difesa della mia vita lo capisco anche meglio. La mia vita, che è l’unica che ho, è così in balìa di tutto, – più uno cresce più perde il senso di onnipotenza e sa che il proprio corpo, i propri sentimenti lo tradiscono, che le cose che vengono da fuori ti tradiscono, e arriva un’altra cosa -… poter credere ancora in un principe azzurro, un cavaliere dalla brillante armatura che difenda la nostra vita … che meraviglia! Non ho più bisogno di essere io che mi occupo di tutto; se si occupa qualcun altro io sto benissimo, non ho problemi. Ciò che io capisco meno, almeno nella mia storia, è mia salvezza, perché forse non ho ancora fatto, o non sto ancora facendo, l’esperienza di essere minacciata dall’esterno, da una cosa, una persona, una situazione, una malattia che mi minacci così fortemente, e forse non ho ancora sperimentato che cosa vuol dire il desiderio di una salvezza.
“Quando mi assalgono i malvagi per straziarmi la carne, sono essi, avversari e nemici, a inciampare e cadere”.
Un bel desiderio vendicativo! Questi, che sono i cattivi, si facessero male loro, una volta!!! E non li perdono! Sono loro i cattivi, ma possano cadere!
“Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia”.
Chi di noi non ha desiderato di essere così forte! Di avere un cuore che non trema! Di essere capace di non aver paura, di non dover combattere con la propria ansia!
“Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario”.
Nella logica in cui sto leggendo il Salmo, mi pare che diventi un po’ più chiaro: certo c’è un tema religioso, la casa di Dio, il tempio … ma in una lettura un po’ esistenziale è ovvio, tutti vorremmo una casa; perché nel nostro immaginario una casa è il luogo più sicuro che ci sia – che poi non è quasi mai vero, nella concretezza delle cose; le case spesso sono luoghi molto pericolosi o comunque faticosi, dove vivendo fianco a fianco, tutti i giorni, la fatica è notevole. In fondo però tutti rimaniamo dell’idea che, se arrivo fino a casa e chiudo la porta, poi sono al sicuro; che cosa mi potrà ancora accadere? Questa è casa!
Mi piacerebbe molto fare una ricerca su tutte le immagini di casa che ci sono nella scrittura, perché la casa è sempre molto ambivalente. Nei Vangeli, per esempio, per i discepoli, il desiderio di tornare a casa è sempre un sottile desiderio di tradimento, non essere ancora fino in fondo compromessi con quel Gesù che non ha una pietra dove poggiare il capo.
Celebreremo tra poco il Natale e nel Vangelo di Giovanni si dice che Dio ha posto la sua tenda in mezzo a noi, ha ripreso ad essere nomade, è venuto ad abitare in mezzo a noi, ma non ha messo su casa. Noi facciamo molta poesia su Abramo, essere nomadi della fede, ma poi il nostro desiderio è una casa. Possiamo chiudere le paure fuori casa, ma non possiamo chiudere fuori casa i desideri, e quindi siamo fregati.
Il salmista dice che ha chiesto solo di poter abitare nella casa del Signore, perché non è una casa qualsiasi quella che lui desidera, è la casa del Signore, la casa di colui che può!… per gustare la dolcezza del Signore, tutti i giorni della mia vita.
Poi ci sono questi due bellissimi versetti: “Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua dimora, mi solleva sulla rupe”.
Fa tutto e il contrario di tutto: da una parte nasconde, dall’altra mette in piena vista. Ma l’aspettativa, il desiderio che c’è è di un luogo di rifugio dove l’elezione sia totale, dove io sono colui che sta nell’intimità, quindi posso essere nascosto nel segreto o mostrato a tutto il mondo, messo in cima ad una rupe, salvaguardato, eletto, strappato via da ciò che accade a tutti. Il nostro desiderio di una casa è sempre un desiderio di elezione. E’ buffo, perché possiamo anche non aver paura di situazioni molto difficili; il problema vero è che non siamo in grado di affrontare una situazione difficile se non c’è motivo. Per un altro, per un amore, per un obiettivo, possiamo affrontare quasi qualsiasi cosa, molto più di ciò che immaginiamo di saper affrontare… Cioè: in una elezione non c’è più paura, non perché l’altro sia in grado di fare chissà che cosa, ma perché è il sentirsi eletti da qualcuno, sentirsi in una situazione che ci rende intoccabili, superiori ad ogni pericolo possibile.

Dal desiderio … la fiducia
“E ora rialzo la testa sui nemici che mi circondano; immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza, inni di gioia canterò al Signore”.
Fin qui era il desiderio che parlava. Questa espressione di rivincita è bellissima: ‘rialzo la testa’. In questi giorni, lavorando su questo salmo, pensavo come noi abbiamo l’abitudine di abbassare il capo nella preghiera, nella liturgia, lo consideriamo un atteggiamento pio, come se il Signore fosse nostro nemico, che ci fa abbassare la testa, come se avessimo bisogno di raccoglierci in noi, ma anche di stare chini, e di come invece il sentimento della fiducia è di colui che rialza la testa, che guarda negli occhi, che sta di fronte!
Non c’è una constatazione di fatto: fino a questo punto c’è un desiderio e qui comincia il mettere in moto questo desiderio. Il nome di questo desiderio è una paura, ma l’energia che il desiderio muove, è una fiducia. E’ come se dicesse: ok, adesso vado, adesso vado, adesso vado…! Si sta convincendo.
“Ascolta , Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi”.
Questo è il versetto decisivo. Il desiderio cresce finchè uno dice: ok, adesso vado … e c’è il punto di crisi, espresso in questa frase: Ascolta, Signore, la mia voce… abbi pietà di me! Per far diventare la paura il riconoscimento, bisogna far spazio a qualcosa che non siamo noi, deve esserci un interlocutore, uno che ascolta una voce. Dico una cosa banale: il novecento, che ha capito bene questa faccenda, cura le ansie con una terapia analitica; un analista si siede, ascolta la tua voce e in questo percorso tu un po’ alla volta… Ma questo è sempre stato chiaro: solo qualcuno di fronte a me che ascolta la mia voce, mi può consentire di far diventare i miei desideri, che stanno per esplodere, un riconoscimento del reale, un’azione nel reale, un’energia per il reale. Una paura raccontata ad un altro fa meno paura, molto semplicemente.
Qui c’è la realtà del salmista, non nel primo versetto quando dice: “Quando mi assalgono i nemici…allora ho fiducia”. Lì c’è il desiderio. Qui c’è la realtà: “Abbi pietà di me”. Qualcuno mi senta! “Rispondimi”!
Poi c’è il contraltare all’immagine della casa. “Di te ha detto il mio cuore: ‘Cercate il suo volto’; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto…”
Sono tre versetti che sembrano una ripetizione, ma in realtà sono tre passaggi fondamentali. “Di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto”, cioè: ho capito, ho intuito che questo dovevo fare: cercare il tuo volto. “Il tuo volto, Signore, io cerco”: ho capito ciò che dovevo fare, l’ho fatto. Adesso tu fai la tua parte: “non nascondermi il tuo volto”!
Questi tre pezzetti sono veramente la struttura di un amore: mi ci è voluto un po’ di tempo, ho capito quello che sentivo, quello che volevo –e non volevo solo una casa, ma un volto dentro una casa – volevo questo volto, perciò mi sono messo a cercare; ora non nasconderti, dimmi di sì!
“…non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”.
E’ la constatazione, il riconoscimento –siamo nella metà di discesa del salmo- il riconoscimento che, a fronte di questo desiderio, la realtà può essere molto dura: mio padre e mia madre mi hanno abbandonato! Il versetto è duro, ma profondo; come sempre la scrittura vede bene nelle cose umane, non dice nemmeno, come in altri Salmi, i miei amici, bensì mio padre e mia madre, cioè il tradimento ricevuto è il più profondo, originario, radicale che possa accadere, ma … “il Signore mi ha raccolto”. Cioè: io ho capito che ti cercavo, ti sto cercando, non nasconderti.
Il riconoscimento che faccio è che, non solo non ti nascondi, ma mi hai già raccolto. Se ho cominciato a cercarti è perché già stavo nella tua mano! Perché tu mi avevi già trovato. Se abbiamo paura è perché siamo vivi. Non si può avere paura e desiderare di non averne, se non perché, prima di avere paura, siamo vivi, fiduciosi e coraggiosi.
Questa è la grande lezione di questo Salmo. Non sapremmo di avere paura e non vorremmo smettere di averne se non fossimo più coraggiosi di quanta paura abbiamo. Così come il salmista dice al Signore: non potrei cercare il tuo volto se nel punto più duro del tradimento non sapessi che tu mi hai già raccolto, che il primato è al fatto che tu mi hai accolto nella tua casa, nella tua vita.
C’è un paradigma di fondo nella teologia cristiana che dice che la grazia originale è precedente al peccato originale. Cioè: noi siamo abituati a pensare che uno sta lì come in un territorio neutrale, se fa le opere buone e non il peccato si salva, se invece non fa le opere buone e fa dei peccati, va all’inferno. Sto un po’ banalizzando; come se la salvezza fosse da una parte; dall’altra ci fosse la via della perdizione e noi fossimo in un territorio neutro e dovessimo entrare positivamente nell’uno o nell’altro luogo. Invece il pensiero cristiano, la scrittura ci dice che non è così. Noi siamo già dentro la salvezza. Se non facciamo niente stiamo già dalla parte giusta. Dobbiamo positivamente volerne uscire per spezzare questa logica. Se stiamo lì, abbiamo già vinto. Tutto il resto, anche la comprensione delle nostre dinamiche umane, funziona sempre secondo questo principio: ogni volta che noi scopriamo, sperimentiamo un dato negativo, non è che questo poi diventa positivo perché ci raccontiamo chissà che cosa, ma ogni volta che c’è un pezzo di qualcosa che noi viviamo come negativo, dobbiamo sempre chiederci qual è il positivo che lo contiene, che viene prima di quel pezzo.
Tutti sperimentiamo la paura, ma non sapremmo che è paura se non fossimo a priori montati e costruiti già coraggiosi, perché Dio ci ha fatti bene, non come una prova di coraggio, tipo favole medievali; non ci ha creati mezzi e mezzi, un po’ buoni e un po’ cattivi, con dei desideri e delle paure, con un po’ di bontà d’animo e un po’ di malvagità, con un po’ di capacità, intelligenza, potere, desiderio e un po’ di fragilità, stupidità, confusione… e vediamo chi vince; e sta lì a guardare la storia in cui l’angelo e il diavolo dentro di noi si combattono e scommette se vincerà la parte buona o quella cattiva. Dio non è così: ci ha creati in un bene e ogni volta che noi sperimentiamo un pezzo della nostra vita che per noi ha un sapore di male dobbiamo chiederci qual è il bene originario che già contiene quel male. Noi sperimentiamo la paura perché siamo stati raccolti dal Signore, perché abbiamo memoria che la nostra vita è difesa, perché siamo coraggiosi e fiduciosi, e ogni volta che abbiamo paura dovremmo essere contenti perché significa che sta passando Dio a ricordarci il coraggio e la fiducia, e ce lo ricorda facendoci un po’ male.
Allora si capiscono bene i versetti conclusivi:
“Mostrami; Signore, la tua via, guidami sul retto cammino, a causa dei miei nemici”.
E’ chiaro, a quel punto il problema è: ditemi come si fa, qual è la strada? Mostrami dove devo andare. Non c’è più né paura né fiducia, non c’è il desiderio infantile di tutto protetto, non c’è nemmeno la paura che fa sì che uno si nasconda, c’è un adulto che cammina: “…mostrami, Signore, la tua via…”.
C’è la realtà così com’è, che non è sempre divertente: ci sono i mentitori, i falsi testimoni che ispirano violenza, ma io posso dire: “Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi”. Perché c’è la vita, prima, e dunque: “Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore”. Si finisce con una benedizione, con un dire bene della vita, del cuore, dell’essere forti, che non ha niente a che fare con il sogno infantile dell’inizio in cui tutto è protetto e incartato, perchè non è più un desiderio, è la realtà .
E la realtà è: certo ci sono falsi testimoni, ci sono degli avversari, cioè: l’insicurezza fa parte di noi, del mondo, ma il nostro desiderio ha una benedizione, siamo nella terra dei viventi e possiamo sperare nel Signore, essere forti e avere il cuore rinfrancato.

Pensierino natalizio: mi sembra che questo testo ci potrebbe aiutare bene a vivere un Natale non troppo sotto il segno di un sogno infantile iniziale: siamo tentati di vivere il Natale con lo spirito di sentirci tutti più buoni; va bene, ma non è solo questo. Il Natale è che Dio prende carne e si mette nella stessa logica di desiderio e riconoscimento. Il figlio di Dio sulla croce dirà anche lui: “Abbi pietà di me. Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”.
Anche lui arriverà, in un crescendo di desiderio, ad una crisi molto seria e il suo riconoscimento finale sarà il riconoscimento che il Padre farà sulla sua vita per cui la sua vita diventerà un corpo glorioso e il Figlio di Dio sarà risorto
Il Natale è solo l’inizio di questa storia, cioè il Natale è che il figlio di Dio si mette dalla nostra parte, nella nostra dinamica di desiderio e di riconoscimento. E ci dice, ancora una volta se ne avessimo bisogno, con tutti i racconti e tutta la liturgia legati al Natale, che poiché Dio è dalla nostra parte, il primato della benedizione è prima di ogni paura, prima di ogni crisi, prima di ogni violenza. Non c’è niente di male che può accaderci che possa toglierci dal luogo di benedizione da terra dei viventi dove stiamo.

Fossano, 16 dicembre 2006

(testo non rivisto dall’autore)

Il Libro di Giona, con una Lectio di Benedetto XVI.

http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2013/02/il-segno-del-figlio-delluomo.html

IL LIBRO DI GIONA

mercoledì 20 febbraio 2013

Di seguito ill Vangelo di oggi, 20 febbraio, mercoledi della I settimana di Quaresima, con un commento.
Su questo Vangelo vedi anche in questo blog il post dal titolo: « Il segno di Giona », pubblicato il 14 ottobre del 2012, con una Lectio di Benedetto XVI.

Il libro di Giona e la sua prosecuzione neotestamentaria
è la più decisa negazione del relativismo
e dell’indifferenza che si possa immaginare.
Anche per i cristiani di oggi vale
« Alzati… e annunzia quanto ti dirò ».
Anche oggi deve essere annunciato l’unico Dio.
Anche oggi è necessario agli uomini Cristo, il vero Giona.
Anche oggi deve esserci pentimento perché ci sia salvezza.
E come la strada di Giona fu per lui stesso una strada di penitenza,
e la sua credibilità veniva dal fatto
che egli era segnato dalla notte delle sofferenze,
così anche oggi noi cristiani
dobbiamo innanzitutto essere per primi
sulla strada della penitenza per essere credibili.
Joseph Ratzinger 24 gennaio 2003

Dal Vangelo secondo Luca 11, 29-32
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c’è qui. Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c’è qui».

Il commento
Giona, un predicatore. In ebraico il nome proprio Ionah vuol dire “colomba”. Giona semplice come una colomba, poche parole, taglienti come una spada. Il tempo è breve, tre giorni e tutto sarà distrutto. « Fu rivolta a Giona figlio di Amittai questa parola del Signore: Alzati, và a Ninive la grande città, e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me ». Amittai in ebraico è verità, quindi figlio di Amittai significa figlio della verità. « La verità, la realtà stessa, si sottrae all’uomo, egli appare sottoposto ad anestesia locale, capace di cogliere solo brandelli deformati del reale. » (J. Ratzinger, Fede e futuro). Gli abitanti di Ninive, la « città sanguinaria » (Nahum 3,1), sono l’immagine di quanti vivono anestetizzati, in una sorta di « impermeabilità della coscienza » (Dominum et vivificantem, 47): essi « non sanno distinguere la destra dalla sinistra » secondo le parole di Dio rivolte a Giona. La loro malizia è dunque la mancanza di « sensibilità e capacità di percezione » (Reconciliatio et Poenitentia,18) della verità: « Dicono fra loro sragionando: «La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio, quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati…. La nostra esistenza è il passare di un’ombra e non c’è ritorno alla nostra morte, poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro…. Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. La pensano così, ma si sbagliano; la loro malizia li ha accecati » (Cfr. Sap. 2). Giona, il figlio della Verità, è inviato ai niniviti, i figli della malizia che è inganno e menzogna, a quanti « non conoscono i segreti di Dio; non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure ». Giona, come un segno, l’unico. Secondo l’esegesi rabbinica il nome di Giona e di Ninive sono composti, in ebraico, con le stesse lettere (Giona si scrive IVNH, e Ninive NINVH), e si assomigliano. Scopriamo così che agli abitanti di Ninive immersi nella malizia, Dio invia un loro fratello, uno che ha le loro stesse radici. Con la discesa nel ventre del pesce e la sua salvezza miracolosa, il Signore ha preparato Giona per annunciare ai suoi fratelli la parola di Verità, facendogli condividere il loro stesso destino. Veniva a loro dallo stesso inferno, parlava con un’esperienza capace di giungere al loro cuore. Per questo è stato un segno, e la sua predicazione è risuonata nel cuore dei niniviti come un’eco di verità a cui aggrapparsi per salvarsi.
Ninive, la nostra vita oggi. Gesù, il nostro Giona oggi: « Tre giorni e Ninive sarà distrutta ». Il terzo giorno era noto alla tradizione ebraica antica; nella Scrittura è quello nel quale si risolve una situazione critica, disperata, mentre appare spesso come il giorno del dono della vita: « Mai il Santo, benedetto egli sia, lascia i giusti nell’angoscia per più di tre giorni » (Gen. R. 91,7 su Gen. 42,18). Esattamente come ha sperimentato Giona salvato dalle fauci della balena proprio al terzo giorno. Allo stesso modo il Kerygma – l’annuncio – più antico proclama che Gesù « è risuscitato il terzo giorno secondo le scritture » (1 Cor. 15,4). Non a caso il Vangelo di oggi termina con la conversione degli abitanti di Ninive alla predicazione di Giona, dove predicazione traduce proprio l’originale greco Kerygma. Per Rabbì Levi il terzo giorno ha una virtù particolare, è benedetto a causa del dono della Torah sul Sinai (cfr. Es. 19,16). A Ninive, come nella nostra vita, si rinnova il dono della Torah, la Parola incarnata nella misericordia apparsa in Cristo. Egli, come Giona lo fu per quelli di Ninive, è fratello di ciascuno di noi, ha condiviso il destino di morte che l’uomo si è attirato peccando. Tre giorni, il riposo del Signore nel sepolcro dell’umanità, della nostra vita, il tempo favorevole per lasciarci raggiungere dal Suo amore e farci trascinare con Lui nel passaggio dalla morte alla vita. Solo Lui può annunciarci il Kerygma autentico, quello che attende e desidera il nostro cuore ormai da tre giorni, la Parola di Verità che il nostro cuore può comprendere e accogliere. E’ Lui l’unico segno offerto ad una generazione malvagia, l’unico che può salvarla. Lui attraverso la sua Chiesa, madre e maestra dell’umanità. Indossiamo allora il sacco e ricopriamoci di cenere, i segni della debolezza e della caducità bisognosa che tutti ci accomuna, della realtà che ci definisce quali peccatori, sine glossa e senza giustificazioni; disponiamoci al digiuno e alla preghiera, i segni della Grazia che prende vita nelle nostre esistenze, che si fa fiduciosa risposta all’amore di Dio. Inginocchiamoci in questa quaresima, in attesa della mano del Signore tesa a salvarci, della sua Parola di vita. Un Segno per convertirci.

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