Archive pour la catégorie 'BIBBIA'

LA VITA DELLA PRIMA COMUNITA’ – ATTI DEGLI APOSTOLI 4,32-7,60

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/04-05/4-Atti_La_Prima_Comunita.html

LA VITA DELLA PRIMA COMUNITA’ – ATTI DEGLI APOSTOLI 4,32-7,60

Gesù aveva indicato come prima tappa della testimonianza la città di Gerusalemme e Luca ne ha già parlato a lungo, ma non è ancora entrato nel pieno della vita concreta della comunità. Sì, ne ha fatto una breve descrizione in 2,42-47, un brano che abbiamo giudicato troppo idilliaco: la perfezione non s’improvvisa. Ora però la comunità è maturata e si trova perseguitata. In questo contesto, come vive la sua vita cristiana? Luca descrive due quadri (4,32-35 e 5,12-16) nei quali vengono ripresi e approfonditi i temi del primo (2,42-47). In essi si parla dell’attività degli Apostoli, della vita di comunione dei cristiani, e di un sempre più crescente favore popolare. Si continua pure a parlare di Pietro, ma anche di tutti gli altri Apostoli. Con loro siamo di fronte ai veri garanti storici della vita di Gesù, a contatto diretto con la Tradizione Apostolica. Gli Apostoli sono travolti dalla persecuzione, ma nulla e nessuno li ferma nella loro testimonianza. Ad un certo punto si parla della comunità che si ristruttura con l’elezione di sette diaconi, tra cui spicca Stefano di cui si narra il martirio. Ce n’è a sufficienza per mettere le nostre comunità a confronto con la prima e per sentire il bisogno di rimotivare la fede e di renderla sempre più coraggiosa, attiva, audace e soprattutto caratterizzarla da un profondo senso comunitario e missionario. Ma perché tutto ciò s’incida davvero in noi, lasciamoci guidare nella meditazione dalla preghiera che i discepoli innalzarono a Dio dopo la liberazione di Pietro e Giovanni dal carcere: “O Signore, concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua Parola. Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù”. Dopo aver pregato, il luogo in cui erano tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la Parola di Dio con franchezza. È questo che noi ora costateremo in continuità e lo vedremo sublimato nella passione di Stefano che morì nell’anno 36, a circa sei anni dalla Pasqua del Signore. Fraternità e amicizia (4,32-35)

Il titolo offre uno sguardo panoramico di come vive quella prima comunità. La prima frase è incisiva: “La moltitudine dei credenti aveva un cuore solo e un’anima sola” (v. 32a), un’espressione che ne richiama un’altra notissima: «Amerai il Signore, Dio tuo, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima» (Dt 6,5). L’amore con cui si ama Dio è lo stesso con cui i credenti si amano a vicenda. È un amore in cui viene assorbita la totalità della persona: cuore e anima. Questo dà la possibilità di vivere totalmente rivolti agli altri e di realizzare quanto segue nel testo: “… e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro in comune” (v. 32b). “Tra gli amici, infatti, le cose sono in comune, perché l’amicizia si manifesta nella comunione” (Aristotele). Ma come avviene questa comunione? Lo dicono i vv. 34-35: “Nessuno tra loro era bisognoso, perché quanti (parola che sarà poi ridimensionata) possedevano campi o case le vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli Apostoli e poi veniva distribuito secondo il bisogno di ciascuno”. Qui costatiamo come una vera comunione annulla le differenze sociali ed è logico che sia così. Infatti, se io vedo un mio fratello più bisognoso di me non sono in comunione con lui se non condivido quello che ho. Di qui una prima domanda: “Come nasce questa necessità?”. Nasce dall’ascolto della predicazione apostolica che rende testimonianza della Risurrezione di Gesù e che suscita “un amore generoso verso tutti” (v. 33). Così traduce Fabris nel modo più facile ed espressivo una frase che si potrebbe anche tradurre in modi diversi. Ma vi è una seconda domanda: “Era obbligatorio fare questo o era una scelta personale e libera? Luca risponde con due esempi. Innanzi tutto ci parla di un certo Giuseppe, soprannominato dagli Apostoli Barnaba, che significa “figlio della consolazione” (v. 36). Se lo hanno soprannominato così, significa che era una persona pronta all’aiuto degli altri e perciò non ci meraviglia quello che ha fatto. “Essendo padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo deponendolo ai piedi degli Apostoli” (v. 37). Si spogliò di tutto e si diede all’apostolato. Lo ritroveremo ancora e sempre in atteggiamento d’aiuto. Non così invece si sono comportati Anania e la moglie Saffira. Anche loro hanno venduto un podere, ma poi insieme hanno deciso di consegnarne solo una parte come se fosse tutto il ricavato dalla vendita. Pietro si accorse che non erano sinceri e che stavano ingannando la comunità. Perciò disse: “Anania, perché mai satana si è impossessato del tuo cuore e hai mentito allo Spirito Santo? Prima di vendere il tuo podere non era forse tua proprietà e una volta venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio”. Innanzi tutto è chiaro che la condivisione è una scelta libera, è un’azione che deve nascere da un senso di vera comunione. Il loro gesto invece non è stato un gesto di comunione, come quello di Zaccheo che ha dato solo la metà di quello che aveva, meritandosi da Gesù la frase: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19,9). Il loro gesto fu pura apparenza e il rimprovero di Pietro assai duro: “Voi avete mentito allo Spirito Santo, a Dio, che santifica con la sua presenza la comunità; avete leso la santità della Chiesa. La loro non purezza di cuore, cioè la loro mancanza di lealtà, di sincerità, di rettitudine e il loro morboso attaccamento al denaro sono l’opposto dall’essere un cuore solo e un’anima sola e perciò si escludono da se stessi dalla comunità. Il fatto è che di fronte al rimprovero di Pietro caddero morti. “E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa”. Si tratta di un “timore reverenziale” che dà alla comunità il senso della presenza di Dio e del suo Spirito, fonte vera di comunione. Ogni comunità cristiana sa che per essere “un cuore solo e un’anima sola” i poveri debbono contare in essa. Non si tratta di fare l’elemosina, ma di condividere come fratelli.

Apostoli e discepoli insieme (5,12-15)

Contempliamo questo indimenticabile quadro della prima comunità: “Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per mezzo degli Apostoli. Tutti erano soliti stare insieme e concordi nel portico di Salomone. E nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. E più che mai Dio aggiungeva (traduciamo così un passivo) credenti nel Signore (= nel Cristo Risorto), una moltitudine di uomini e donne” (vv. 12-14). La comunità qui appare in tutta la sua bellezza e la sua unità: Apostoli e discepoli insieme e concordi e, allo stesso tempo, si presenta come un gruppo giudaico ben separato dagli altri e in continua crescita. Questa realtà è tutta opera di Dio che opera prodigi per mezzo degli Apostoli e che suscita la fede in molti altri. Il loro inserimento nella tradizione ebraica è evidente. Si riuniscono, infatti, nel Tempio, il luogo più sacro del giudaismo e partecipano alle preghiere prescritte a tutti gli Ebrei. Nei versetti 15-16 Luca evidenzia Pietro e continuerà a farlo anche in seguito. È Pietro che più degli altri opera prodigi tanto che la gente porta i suoi ammalati e li depone dove pensavano che passasse affinché almeno la sua ombra toccasse qualcuno di loro. L’ombra era vista come continuazione della persona con tutti i suoi poteri. Questa immagine della comunità è quella che più sottolinea il favore e l’entusiasmo del popolo e questo non poteva non irritare i detentori del potere.

Gli Apostoli davanti al Sinedrio (5,17-42)

“Allora il sommo sacerdote reagì e con lui tutti gli appartenenti al gruppo dei sadducei, fece arrestare gli Apostoli e li gettò nel carcere pubblico. Ma durante la notte l’angelo del Signore aprì le porte della prigione, li fece uscire e ordinò loro di ritornare nel Tempio e di annunciare tutt’intero il messaggio della vita”. È fantastica questa opposizione: alla reazione del sommo sacerdote c’è la controreazione di Dio. Infatti, l’antica espressione “l’angelo del Signore” indica l’efficace e potente presenza di Dio, che comanda agli Apostoli di ritornare nel Tempio e di predicare “il messaggio della vita”, cioè la Risurrezione di Gesù fonte di vita per chi l’accoglie. Quando al mattino si riunì il Sinedrio rimasero tutti perplessi sapendo dagli inviati al carcere che dentro non c’erano gli Apostoli. Non sapevano cosa fare, ma poi arrivò uno a dire che erano nel Tempio e che insegnavano. Li mandarono a prendere e quando li ebbero davanti il sommo sacerdote disse loro: “Non vi avevamo proibito di non insegnare più nel nome di «costui»? Ed ecco avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo” (v. 32). Non osa pronunciare il nome di Gesù. Ma lo fa Pietro, le cui parole cercano di coinvolgere i sinedriti. Inizia dicendo: “Bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini”, poi continua: “Il Dio dei nostri padri (mio e vostro) ha risuscitato Gesù che voi avete fatto giustiziare appendendolo alla croce. Ebbene Dio lo ha innalzato alla sua destra facendolo guida e salvatore per concedere a Israele (e voi siete parte di Israele come noi) la possibilità di convertirsi e di ottenere il perdono dei peccati. È di questi fatti che siamo testimoni noi e lo Spirito Santo che Dio ci ha dato” (vv. 29-32). È fantastico come Pietro con poche e incisive parole riassuma il Kerigma primitivo, cioè il primo annuncio cristiano invitando anche il Sinedrio alla conversione. Non l’hanno ascoltato, anzi si esasperarono ancor di più e volevano farli uccidere. Ma si alzò un uomo saggio del partito dei farisei e disse loro: “Se questo movimento è di origine umana si distruggerà da solo, ma se è da Dio, correte il pericolo di combattere contro Dio” (v. 38). Lo ascoltarono, anche se decisi a continuare la persecuzione. Comunque, prima di rilasciarli, li fecero flagellare. Ed essi uscirono dal Sinedrio contenti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù e continuarono nel Tempio e nelle case ad annunciare che Gesù è il Messia.

Una comunità da ristrutturare (6.1-7)

Gli Apostoli sono oramai travolti dall’entusiasmo dell’annuncio, ma ci sono anche i concreti problemi comunitari. Si accorsero che non potevano più pensare a tutto e che il loro compito fondamentale era quello dell’annuncio. Così di fronte al malcontento degli Ellenisti (giudei di lingua greca) verso gli Ebrei (di lingua ebraica) perché venivano trascurate le loro vedove nell’assistenza quotidiana, “i Dodici convocarono l’assemblea dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi trascuriamo la Parola di Dio per il servizio delle mense»”. Perciò proposero di eleggere sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza per questo incarico. L’assemblea elesse “Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas e Nicola e li presentarono agli Apostoli che, dopo aver pregato, imposero loro le mani”, segno del dono dello Spirito. Nessun compito, infatti, può essere affidato nella comunità cristiana senza questo rito, perché è lo Spirito che guida ogni apostolato. La nota che Luca aggiunge a questo evento dice che l’organizzazione della comunità in compiti diversi aumenta l’efficacia della sua missione. Lo dimostra quanto segue: “La Parola di Dio si diffondeva e aumentava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme; anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede”.

Processo e martirio di Stefano (6,8-7,60)

Luca, ha già fatto risaltare il nome di Stefano nella lista dei sette, ora lo presenta non solo dedito al servizio delle mense, ma anche fortemente impegnato nel ministero della Parola. Nessuno dei suoi avversari “riusciva a resistere alla sapienza e allo spirito con cui egli parlava” (6,10). Perciò sobillarono il popolo e lo condussero davanti al Sinedrio dove falsi testimoni dichiararono: “Lo abbiamo udito affermare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo (= il Tempio) e sovvertirà i costumi tramandateci da Mosè. Tutti quelli che sedevano nel Sinedrio lo fissavano e videro il suo volto come quello di un angelo” (6,14-15). Il sommo sacerdote gli concesse la parola e Stefano diede inizio a un lungo discorso di accusa contro i suoi giudici che, continuando a “resistere allo Spirito Santo”, non fanno che ripetere il peccato dei loro antenati. Non possiamo soffermarci sull’intero discorso, il più lungo e più bello degli Atti; ci limitiamo a evidenziare un aspetto assai significativo. Chi ascolta Stefano si accorge che egli pensa a Gesù rifiutato dal suo popolo e poi costituito da Dio salvatore di Israele. Forse proprio per questo cita due casi simili nell’antica storia d’Israele. Giuseppe, figlio di Giacobbe, è stato rifiutato e venduto dai suoi fratelli, ma Dio era con lui e in Egitto lo rese salvatore di coloro che l’avevano rifiutato. Mosè è stato rifiutato dal suo popolo: “Chi ti ha costituito giudice su di noi?”. Ma Dio, nella terra di Madian, gli parlò dal roveto ardente e lo elesse salvatore del suo popolo. Ma poi, pensando al continuo rifiuto degli inviati di Dio, attacca i suoi giudici dicendo: “Gente testarda… Quale dei profeti i vostri padri non hanno rifiutato e perseguitato? Essi uccisero quelli che preannuciavano la venuta del «Giusto» del quale ora voi siete divenuti traditori e uccisori. Voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli e non l’avete osservata” (7,52-53). Non l’avesse mai detto. Si infuriarono contro Stefano che, fissando il cielo, concluse il suo discorso dicendo: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”, cioè: Gesù è davvero risorto e Dio lo ha esaltato alla sua destra. Si turarono le orecchie, si scagliarono su di lui e lo trascinarono fuori dalla città, come Gesù (vedi Eb 13,12). Deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo e si misero a lapidare Stefano il quale pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio Spirito”, e poi, piegate le ginocchia urlò forte: “Signore, non imputare loro questo peccato”. Morì come Gesù, che, innalzato sulla croce, disse: “Padre, perdonali, non sanno quello che fanno” (Lc 23,34); e prima di spirare disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Stefano è il discepolo che annuncia Gesù con la sua stessa vita, il vero testimone. E con la sua morte egli dice tutta la sua fedeltà al Dio dei padri.

Preghiamo Guarda, o Dio nostro Padre, le difficoltà che oggi incontriamo nell’annuncio e lascia che io ti rivolga a nome di tutte le comunità la preghiera che la prima comunità, travolta dalla persecuzione, ti ha rivolto: “Concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua Parola. Stendi la tua mano perché anche oggi si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù. Ed effondi su di noi la pienezza della Spirito Santo perché solo con la sua forza possiamo camminare nella storia con Gesù, tuo Figlio”. Amen!

Mario Galizzi sdb

SALMO 16 (15) FIDUCIA, OLTRE LA MORTE.

http://www.padresalvatore.altervista.org/Salmo16.htm

SALMO 16 (15) FIDUCIA, OLTRE LA MORTE.

(Padre Salvatore)

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore,
senza di te non ho alcun bene».
Per i santi, che sono sulla terra,
uomini nobili, è tutto il mio amore.
Si affrettino altri a costruire idoli:
io non spanderò le loro libagioni di sangue
né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.

Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi,
è magnifica la mia eredità.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio cuore mi istruisce.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore,
sta alla mia destra, non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore,
esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,

perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,
né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena nella tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

VERSIONE DI D.M. TUROLDO

Fa’ che il tuo cuore sia la mia custodia,
ove riponga tranquillo la fiducia, Signore.

Ho detto a Dio: Signore,
tu sei il mio unico bene.

Non più simulacri di santi,
potenze profane adorate sulla terra:
sequela di idolo, di un dio straniero,
molta pena con sé comporta.

Non più verserò le lor libagioni di sangue,
né il lor nome infetti più la mia bocca.

E’ lui, il Signore, la mia porzione,
mio calice, mio destino.

Delizioso è quanto mi hai dato in sorte,
veramente splendida è la mia eredità.

Benedico il Signore che la mente m’ispira
e i reni miei illumina pure la notte.

Sono fissi al Signore gli occhi miei per sempre,
con lui a fianco, incertezza non scuote.
Gioiscono cuore e sensi per questo e tripudiano:
tutto il mio essere riposa sicuro.

Non è da te abbandonare una vita agli Inferi,
lasciare che la fossa inghiotti un fedele.
Tu la via alla vita m’insegnerai:
oh, la gioia al vedere il tuo volto,
solo gioia lo starti vicino!

Il Sal 16 (15) è un salmo di fiducia.
La speranza che esso esprime, la potremmo chiamare “neotestamentaria”, perché sa sfidare il limite invalicabile dello Sheol e della stessa morte.
La tradizione cristiana ha considerato il Sal 16 messianico. L’Apostolo Pietro, dopo la Pentecoste, utilizzò i vv. 8-11 nella sua apologia del Cristo risorto (At 2,25-28.31); e Paolo, argomentò in modo analogo, citando lo stesso salmo, nel suo discorso nella sinagoga d’Antiochia di Pisidia (At 13,35).
In questa prospettiva il salterio monastico utilizza questo salmo per i primi vespri della Domenica, anticipando, con ciò, il mistero della risurrezione che si celebra nella Pasqua settimanale.
Il Salterio romano usa il salmo 15 (16) per la compieta del giovedì, ponendo l’accento sul tema della fiducia, presente nel salmo e nell’ora liturgica celebrata.
Il lezionario dei Santi lo applica a san Francesco e ad altri Santi Religiosi che hanno scelto Dio come “unico bene”.
Il testo liturgico attuale deriva dalla versione greca dei LXX, secondo l’uso degli Atti degli Apostoli. Anche così, possiamo dare a questo salmo il titolo “Il canto della mistica” (G. F. RAVASI), perché narra un’esperienza assolutizzante di Dio, quale, appunto fu quella di Francesco d’Assisi.
Stando al testo ebraico, cui si rifà la versione di TUROLDO, l’esperienza religiosa descritta dal salmo, è più tormentata e sofferta, perché è la narrazione della crisi di fede di un levita che è ritornato al suo Dio, dopo un periodo d’apostasia e di sincretismo. “I santi”, cui si sono versate “libagioni di sangue”, sono i Baal il cui culto prevedeva anche il sacrificio cruento dei primogeniti.
Più che un salmo francescano, risulta essere, allora, una confessione agostiniana. Il Salmista potrebbe dire con il Vescovo d’Ippona: “Tardi t’amai Bellezza sempre antica e sempre nuova. Tardi t’amai!”.

“Adonai, tu sei il mio TOV”
Dio tu sei il mio bene, la bontà che mi avvolge, la bellezza che mi affascina (v. 2). Dio è ora percepito come “il bene”, “la Bontà”, nel senso precisato da Gesù nella risposta al “giovane ricco” in Mc 10,18 e Mt 1917. Chi ha incontrato il Signore, scopre che tutti gli altri valori possono e debbono essere “venduti” per Lui (Mc 10,21).
“Adonai, tu sei il mio TOV!” Tradotto in latino: “O Bonitas!”. È l’esclamazione con cui il fondatore della Certosa, san Bruno, esprimeva la sua esperienza di Dio. È l’esperienza che lo Spirito Santo cerca di suggerire ad ognuno di noi.

Non più… non più… non più… (v. 3-4).
Il sì radicale detto a Dio suppone la rinuncia a tutto ciò che non è Dio. Richiede uno stacco definitivo dal passato idolatrico e sincretista (cf. 1Re 14,22-24) che hanno portato (forse) il sacerdote che prega nel salmo, fino alle “libagioni di sangue”, cioè al sacrificio cruento dei primogeniti (cf. Sal 106,35-38). La crisi, superata con una vera conversione, è stata molto più terribile di quella descritta da un altro Levita, nel Sal 73,28.
Adesso, però, anche la sola invocazione dei nomi dei Baal (che è una forma d’adesione all’idolo), sarà evitata. Ora la sua bocca canterà soltanto le lodi del Dio d’Israele.

“Il Signore è mia parte d’eredità” (v. 5).
È questo il corrispettivo dell’appartenenza reciproca (l’Alleanza) rinnovata tra il Signore e l’orante.

“Il Signore… i reni miei illumina pure la notte” (v. 7).
Dio è un patner serio. Da adesso in poi guida il suo fedele e fa in modo che la sua coscienza ( i “reni” come sede dell’emotività) suggerisca azioni conformi alla Legge divina. La stessa trasmissione della vita (altro significato dei reni) è guidata e protetta dall’intervento personale di Dio.

“Il Signore, sta alla mia destra” (v. 8).
A differenza dei Baal di cui toccavi solo un simulacro, l’invisibile Jhwh è un Dio di cui percepisci la presenza e la cui vicinanza non t’atterrisce, anzi ti dà pace e serenità.

“Non abbandonerai la mia vita nello Sheol” (v. 9).
L’uomo è fatto di fango ed è votato alla morte (cf. Gen 3,19); tuttavia se nei confronti di Dio è un fedele (chasid), il Signore lo strapperà dalle fauci dello Sheol. Così la morte non potrà dichiarare di aver vinto definitivamente sul credente. La fossa (Ebraico: shachat), non sarà automaticamente “corruzione” (Greco: diaphtorà, come traduce la LXX, ripresa dai testi citati dagli Atti degli Apostoli).

Oh, la gioia al vedere il tuo volto! (v. 11b).
Vedere il volto di Dio è un modo per dire di essere nel Tempio, dove c’è gioia e delizia, sempre.

“Senza fine alla tua destra” (v. 11c).
È Cristo che canta. Lui che s’è assiso, per sempre, alla destra del Padre, in nostro favore (cf. Rm 8,34; Eb 10,12; 1Pt 3,22).

Preghiera
Dio, fonte d’ogni intelligenza e luce che illumini i cuori,
se tu ci accompagni nel nostro cammino,
a nessun’incertezza soccomberemo:
e quando saremo al termine del lungo viaggio,
riposeremo senza fine in te,
che sei la sola ragione della nostra gioia. Amen.

(David Maria Turoldo)

 

LA SAPIENZA UMANA NEI DETTI DI GESÙ – Rinaldo Fabris

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=113

LA SAPIENZA UMANA NEI DETTI DI GESÙ

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris Verbania Pallanza, 7 dicembre 1996

La modalità più comune di sapere sapienziale è la piccola sentenza ritmica, nella forma del proverbio, espressione non tanto dell’erudizione quanto dell’amore intelligente. Gesù si colloca all’interno della tradizione popolare della sapienza. Appare estraneo alla sapienza colta, coltivata a corte o presso il tempio. L’immagine di un Gesù profeta apocalittico arrabbiato non corrisponde a quanto i vangeli ci trasmettono. Più veritiera è quella di saggio, sapiente, maestro. Gesù « maestro » Marco ci presenta Gesù, dopo l’annuncio programmatico del Regno, come un maestro che insegna con autorità (Mc 1,21-22), un’autorità che non gli deriva da titoli di scuola conseguiti. Gesù è un autodidatta, un sapiente carismatico. Gesù è un terapeuta itinerante, ex falegname, che suscita lo stupore, la meraviglia e anche la reazione stizzita dei suoi compaesani (Mc 6,2-3). Gesù, al pari di ogni altro essere umano (una malintesa fede nella divinità di Gesù ha messo in ombra questo aspetto) compie tutto il percorso di formazione umana. Il suo sapere è legato alla sua esperienza. La cultura di Gesù è una cultura popolare, di carattere pratico e induttivo, propria di un artigiano che lavora con le mani. Gesù mostra una grande capacità di leggere in profondità le esperienze umane. Luca retroproietta nella vicenda storica delle origini la figura del maestro che insegna con autorità e sapienza (Lc 2,39-40; 46-47). proverbi e sentenze sapienziali Si trovano soprattutto nel discorso sul monte di Matteo e in quello più breve ambientato in pianura di Luca. armonia tra interno/esterno La trasparenza tra interno/esterno costituisce uno dei temi più affascinanti dei vangeli, con l’immagine dell’occhio e della luce o del parlare che viene dalla pienezza del cuore. Sulla stessa linea si colloca la critica alla purità rituale, esteriore, in favore di una purità interiore, della qualità delle relazioni con gli altri e con Dio. coerenza e sincerità Gesù colpisce per la sua libertà e coerenza. Critica i farisei che pretendono di guidare gli altri senza avere una luce interiore (ciechi guide di ciechi); critica chi scopre la pagliuzza nell’occhio del fratello ma non la trave nel proprio. Si tratta di sentenze che fanno riflettere. ascoltare e mettere in pratica Gesù invita a costruire la propria vita su un solido fondamento, come una casa costruita sulla roccia, nell’ascoltare e nel mettere in pratica le sue parole. valutazione e uso dei beni L’interesse per la salute, per il corpo, per l’uso dei beni è un problema sapienziale che ha a che fare con il senso del vivere. Gesù invita a riflettere sull’investimento affettivo: sul cuore che segue il luogo del tesoro e sulla dedizione totale a qualcuno (non si possono servire due padroni). Gesù invita non a disprezzare i beni (Mt 6,25.27-28) ma a disporli secondo una corretta gerarchia. I beni più importanti, come la salute o la vita, sono beni gratuiti. Vivendoli secondo questa prospettiva si fa esperienza religiosa, si coglie il senso del vivere: vivere con senso di gratitudine, senza crearsi inutili problemi (ad ogni giorno basta la sua pena). enigmi sapienziali L’enigma, una sentenza paradossale o oscura, è un invito a riflettere. La esperienza religiosa non si identifica con un semplice stato emotivo, ma neppure col ragionamento. La tradizione sapienziale privilegia la capacità di riflettere, fa appello alla ragione, ma immergendola in un clima affettivo. La sapienza non è la fredda filosofia o teologia, non è puro stato emotivo, ma è una riflessione partecipe della vita. Rispondendo alle critiche rivolte ai suoi discepoli perché non digiunano, Gesù afferma che in tempo di nozze si fa festa, che il vestito nuovo non ha bisogno di toppe, che il vino giovane ha bisogno di otri nuovi. È la chiara affermazione della novità di Gesù: gioia e festa non conciliabili con vecchi modi di pensare e di agire. Come i bambini che giocano alla festa di nozze o al funerale così è capricciosa la gente che critica Giovanni perché troppo severo e Gesù perché fa festa. Gesù, a chi lo critica perché non si è sposato, dice che ci sono eunuchi per il regno dei cieli. Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è concesso: la sapienza nasce dalla riflessione sulla vita, ma è anche dono di Dio, è lasciarsi illuminare da Dio che parla attraverso la vita. similitudini sapienziali L’esperienza religiosa deve essere vista per poter essere riconosciuta, come la lucerna deve essere messa in alto. Occorre stare attenti al vecchio rappresentato da Erode e dai farisei (il lievito che corrompe, Mc 8,15). L’immagine del cammello e della cruna sono usate per parlare della difficoltà di un ricco ad entrare nel regno dei cieli. detti e similitudini del quarto vangelo Anche nel quarto vangelo, disseminate qua e là, si trovano espressioni che mostrano il gusto di Gesù per la sentenza che fa riflettere sul senso del vivere, come quelle sul tempio ricostruito in tre giorni, sullo spirito che è come il vento (il modo libero dell’agire di Dio), sui tempi nuovi in cui addirittura chi semina fa tutt’uno con chi miete, sul chicco che deve morire per portare molto frutto, sul legame affettivo tra pastore e gregge, immagine di quello tra Gesù e i discepoli, sulla partenza e sulla morte premessa per una nuova e più profonda relazione (Gv 16,21-22). conclusione Gesù riflette sui fatti della vita per cogliere il senso della propria vita e missione, per fare intravedere l’agire di Dio: è un riflettere come un andare dentro le cose per coglierne il senso davanti a Dio. Il vangelo, la buona notizia del nuovo rapporto tra Dio e gli uomini, è amore intelligente, è sapienza.

IL «SERVO DEL SIGNORE» (Is 42; 49-50; 52-53).

 http://www.collevalenza.it/CeSAM/02_CeSAM_0014.htm

IL «SERVO DEL SIGNORE» (Is 42; 49-50; 52-53).

(C’è Zaccaria invece di Ebrei, è un altro anno liturgico)

« ESSI SI VOLGERANNO A ME CHE HANNO TRAFITTO… IN QUEL GIORNO VI SARA’ UNA FONTANA ZAMPILLANTE » (Zc 12,10; 13,1)

P. Aurelio Pérez fam

All’interno del libro del profeta Isaia si distinguono chiaramente tre parti, di cui la prima (cap. 1-39) è quella propria del profeta Isaia, vissuto nell’VIII sec. a. C., e la seconda (cap. 40-55), ambientata in un quadro storico di quasi due secoli dopo, è quella che contiene i cosiddetti « canti del servo ». L’orizzonte di consolazione, di attesa di liberazione, di speranza di rinnovamento cantato dal « secondo Isaia » durante l’esilio, è dominato dalla misteriosa figura del « servo del Signore », innocente e giusto, chiamato a radunare il popolo disperso e ad essere addirittura luce delle genti, ma attraverso una morte violenta che espia i peccati del popolo. Chi è questo servo? Alcuni lo identificano con il popolo d’Israele, chiamato spesso « servo » del Signore (cf Is 41,8-16; 44,21-23), molti propendono a vedervi una figura storica, l’anonimo profeta che scrive (il secondo Isaia). In ogni modo sono i testi sul servo sofferente e la sua espiazione vicaria quelli che Gesù ha evocato ed ha applicato alla sua missione e passione, soprattutto in quella lectio divina che rilegge tutte le Scritture, fatta personalmente da Lui ai due discepoli di Emmaus dopo la risurrezione (Lc 24,25-32.44-46).

1. Il Signore presenta il suo Servo. Primo canto (Is 42,1-9) L’identità personale di questo servo viene, anzitutto, presentata solennemente dal Signore stesso, che lo qualifica come colui che Egli sostiene, il suo « eletto » in cui si compiace e in cui pone il suo Spirito, per portare il diritto alle nazioni e stabilirlo sulla terra (vv. 1.4). Questa missione universale così grande sarà caratterizzata da uno stile di discrezione, misericordia e compassione, che non scoraggia nessuno, ma nello stesso tempo è fermo e costante nel portare a termine la missione che il Signore gli affida (vv. 2-4). « Io, JHWH, ti ho chiamato nella giustizia e ti ho afferrato per mano, ti ho formato e ti ho stabilito alleanza di popolo e luce delle nazioni, per aprire gli occhi dei ciechi, far uscire dal carcere i prigionieri e dalla prigione gli abitatori delle tenebre » (vv. 6-7)

2. Il Servo presenta se stesso e la sua difficile missione Secondo e terzo canto (Is 49,1-7; 50,4-9a) Il Servo stesso presenta, di nuovo in modo solenne, la sua vocazione profetica. Ha coscienza di essere stato « chiamato » (49,1), anzi « plasmato » (49,5) dal Signore fin dal seno materno, non solo per ricondurgli Giacobbe e a Lui riunire Israele, ma anche per essere luce delle nazioni (49,6), affinché la salvezza misericordiosa del Signore arrivi alle estremità della terra e abbracci tutti. Ma si tratta di una vocazione simile a quella di Geremia (cf Ger 1,4-10), caratterizzata da una misteriosa sofferenza, che sembra rendere inutile e destinato al fallimento lo sforzo del profeta (49,4), la cui vita verrà disprezzata e rifiutata (49,7). Ma l’opera del Signore nel suo Servo avrà, alla fine, la meglio e si manifesterà di fronte ai potenti della terra (49,7). Continuando su questa linea, il terzo canto del Servo (50,4-9a), presenta, ancora in termini autobiografici, la sofferenza fisica e morale (v. 6), con dettagli (flagelli, insulti, sputi) che si compiranno alla lettera nella Passione di Gesù. Il Signore che chiama il suo Servo a sostenere gli sfiduciati, lo prepara a questa missione aprendogli l’orecchio alla sua volontà, e il Servo risponde con decisione (vv. 4-5), anzi rende la sua faccia dura come pietra, fiducioso nel Signore (v. 7; cf Ez 3,4-11; Lc 9,11).

3. Il Servo « schiacciato per le nostre iniquità » Quarto canto (52,13-53,12) La missione del Servo di JHWH conoscerà un fallimento bruciante agli occhi umani e un epilogo inatteso. Si tratta di una notizia inaudita. La persecuzione e la passione, che il Servo in persona presentava nel terzo canto, diventano una umiliante condanna a morte, in cui entra senza aprir bocca, « come agnello condotto al macello » (53,7). Martin Buber, ebreo anche lui, ha scritto che « il successo non è uno dei nomi di Dio ». Solamente a distanza, coloro che erano stupiti di lui – «tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo» (52,14) – apriranno gli occhi e «comprenderanno ciò che mai avevano udito» (52,15). Verrà alla luce una rivelazione incredibile: il Servo «castigato, percosso da Dio e umiliato» (53,4cd), questo «uomo dei dolori» è, in realtà, il soggetto nascosto del più alto compiacimento del Signore e della sua volontà di salvezza(1). Viene sottolineato con molta insistenza che la morte ignominiosa del servo innocente, ha nel disegno misterioso del Signore, un carattere vicario: « si è caricato delle nostre sofferenze » (53,4), « è stato trafitto per i nostri delitti… per le sue piaghe noi siamo stati guariti » (53,5, cf vv. 6.8b.11d.12d). Com’era stato all’inizio (52,13-15), così alla fine, è il Signore che dice l’ultima parola sulla sorte e sulla « buona riuscita » e il « successo » (quello secondo Dio) che avrà il Servo(2). La sua morte si rivelerà un’esplosione di vita e il Signore gli darà in premio le moltitudini (53,11-12).

ZACCARIA: Il « trafitto » e la « fontana zampillante » Il libro del profeta Zaccaria si divide in due parti ben distinte(3). La prima parte (cap. 1-8) si occupa, come il profeta Aggeo, della ricostruzione del Tempio e della restaurazione nazionale, ma che aprono all’era messianica, in cui sarà esaltato il sacerdozio rappresentato da Giosuè (3,1-7), ma in cui la regalità sarà esercitata dal « germoglio » (3,8), che 6,12 applica a Zorobabele. I due unti (4,14) governeranno in perfetto accordo. La seconda parte (cap. 9-14), tutta diversa per stile e orizzonte storico, è importante soprattutto per la dottrina messianica: la rinascita della casa di Davide (12), l’attesa di un Re Messia umile e pacifico (9,9-10), l’annunzio misterioso del Pastore rifiutato e valutato trenta sicli d’argento (11,12-13), e del « Trafitto » (12,10), con cui il Signore stesso si identifica, verso cui si volgeranno gli sguardi, e nel cui « giorno » sgorgherà una « fontana zampillante » che laverà il peccato e l’impurità (13,1). Dietro questo misterioso « trafitto » ci sono le figure storiche del santo re Giosia, trafitto proprio nella pianura di Meghiddo, di tutti i profeti e giusti perseguitati, ma soprattutto si staglia la profezia del Messia Gesù trafitto sulla croce, dal cui costato sgorgherà la sorgente della salvezza per tutti. Il Nuovo Testamento citerà o farà allusione a questi capitoli di Zaccaria. (cf Mt 21,4-5; 27,9; Mc 14,27; Gv 19,37).

[1] Cf F. ROSSI DE GASPERIS – A. GARFAGNA, Prendi il Libro e mangia, 3.1, p. 47.

[2] Gli esegeti ritengono che sia più o meno contemporanea della profezia del secondo Isaia anche la “storia di Giuseppe” (Gen 37,2-50,26), segnata da un abbassamento drammatico a cui segue una glorificazione inattesa, attraverso la quale diventa il salvatore dei suoi fratelli malvagi e gelosi. Si ripeta la storia di una “pietra scartata dai costruttori, divenuta testata d’angolo” nel piano di Dio.

[3] Cf LA BIBBIA DI GERUSALEMME, EDB 1992, p. 1546.

LETTURA: SAPIENZA 7, 7 – 11

http://anteprima.qumran2.net/aree_testi/bibbia/lectio/lectio11-17ottobre2015.zip/Casa%20Raffael%20Lectio%2011-17%20ottobre%202015.doc.

(stralcio da Lectio su tutte le letture)

LETTURA: SAPIENZA 7, 7 – 11

Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento. L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.

3) Commento    su Sapienza 7, 7 – 11 ● In questa domenica nella prima lettura tratta dal libro della Sapienza, ci viene ricordato come la saggezza umana ha un valore. Ma ce ne un’altra, infinitamente superiore: quella che viene da Dio. Quando si è compreso il suo inestimabile valore, bisogna chiederla con una continua preghiera, come ci insegna Salomone, che implorava, chiedeva, pregava per avere questa sapienza di Dio, infatti stimava la sapienza più grande di tutte le ricchezze, del suo stesso potere, della salute, della bellezza.

● Insieme a lei (la Sapienza) mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile. Sap. 7, 11 – Come vivere questa Parola? L’uomo così ben intenzionato nel Vangelo di oggi rappresenta l’uomo di ogni tempo che cerca Dio con sincerità, ma che non riconosce di averlo trovato. Si è bloccato, perché limita Dio alla sua misura, alle sue possibilità: « Ho fatto tutto questo … che cosa devo fare di più »? Questo tale incontra Gesù, ha tutta la sua attenzione ma non lo riconosce – Gesù non si collega alle sue categorie – quindi egli non può lasciarsi sorprendere da Dio che è sempre al di là di ogni nostra immagine o concetto. Egli è troppo attaccato alle proprie ricchezze. Nonostante una certa attrattiva verso Gesù, non giunge a staccarsi da ciò che possiede per seguire Gesù e in Lui conoscere il Padre. Se ne allontana triste. La prima lettura ci aiuta a capire di più cosa manca all’uomo del Vangelo e a molte altre persone di buona volontà: la ‘sapienza del cuore’ è il tesoro nascosto che ci apre al mistero di Dio, la felicità senza fine. Bisogna pregare con insistenza per ricevere questo dono da Dio. Signore Gesù, tutto è possibile a te. La tua parola è parola di vita, parola di Dio che cmi ama così tanto da dare la vita per me! Non lasciarmi intrappolare nelle nostre idee e nozioni di te. Apri il nostro cuore alla Verità. Ecco la voce del nono successore di Don Bosco Don Pascual Chavez Villanueva sdb : « Nulla è più persuasivo e convincente di una vita che si rivela abitata dalla presenza luminosa di Cristo, fino a lasciarlo trasparire nella serenità del volto, nella profondità dello sguardo, nell’umiltà del tratto, nella verità dei gesti e delle parole ».

● Scegliere la sapienza. Secondo una prassi diffusa (detta « pseudoepigrafia »), l’autore del Libro della Sapienza attribuisce la propria opera a Salomone, vissuto molti secoli prima: è un modo per collocarsi nel solco della grande tradizione sapienziale d’Israele. I cc. 7-9 ci presentano la figura di Salomone, dietro la quale si intravede naturalmente l’esperienza personale dell’autore. Salomone vi si presenta come un semplice uomo, uno come gli altri, che non è nato sapiente. Né la nobiltà dei natali né qualunque altra caratteristica assicura a priori la sapienza, che deve essere a un tempo conquistata con l’impegno e ricevuta in dono da Dio. Tutte e due queste cose presuppongono un intenso desiderio: Salomone ha desiderato e cercato la sapienza ed ha pregato per essa. Il testo si rifà qui al racconto di 1Re 3,4-15 (cf. 2Cr 1,3-12), dove il giovane re, all’inizio del proprio regno, chiede a Dio il dono della sapienza. Salomone ha considerato attentamente le varie realtà preziose, oggi si direbbe i valori, mettendoli a confronto. Il testo parla di potere, ricchezza, salute, bellezza fisica, luce degli occhi. La sapienza conferisce beni superiori, porta con sé « tutti i beni » (v. 11). A che cosa serve la ricchezza unita alla superbia (coppia ben assortita, cf. Sap 5,8; 1Gv 2,26)? Al contrario, la sapienza è quanto di più produttivo e fruttuoso si possa dare (cf. 8,5). La sua nobile bellezza, che le guadagna l’amore di Dio, è ben in grado di far innamorare un uomo e di essere l’amore di tutta la sua vita (cf. 8,2-3). A che serve vedere la luce del sole se poi « la luce della giustizia non è brillata per noi, né mai per noi si è alzato il sole » della verità (5,6)? La sapienza è « riflesso della luce perenne » (7,26), non tramonta e supera la stessa morte (cf. 8,13.17). ● Consideriamo in particolare il potere, « scettri e troni » (v. 8): Salomone infatti è un re. Proprio chi « si diletta di troni e di scettri » deve onorare la sapienza, perché solo con essa si può evitare la trappola della sete di dominio regnando bene e per sempre (cf. 6,21). Il potere del sapiente è la regalità dell’uomo signore della creazione, creato « perché domini sulle creature » (9,2, e siamo nella grande preghiera per chiedere la sapienza). La sapienza è virtù regale per eccellenza, in quanto permette di regolare la propria vita e il mondo in modo conforme al progetto di Dio, e dunque per il bene e la vita; una vita che, si intravede oramai chiaramente, per il giusto si estende addirittura oltre la morte (cf. 1,15; 15,3). Bisogna calcolare bene che cosa convenga ricercare, stabilendo priorità e accordando una decisa preferenza a ciò che risulta più pregevole. Non c’è nessun motivo per il quale si debba presumere di essere nati già sapienti, come spesso sembra invece avvenire: è indispensabile una scelta decisa e precisa. Occorre prima di tutto chiarirsi le idee: che cosa scelgo? Che cosa desidero veramente? Dove voglio arrivare? Chi voglio diventare? Che cosa chiedo al Signore? La sapienza è essenzialmente dono, e va chiesta con fiducia e perseveranza (cf. 8,21). Occorre anche « alzarsi presto » e « vegliare »; ma essa stessa verrà incontro a chi la cerca, perché desidera farsi trovare (cf. 6,14-15). « Chi chiede riceve, e chi cerca trova » (Mt 7,8; Lc 11,10). Che cosa stiamo cercando? ______________________________________________________________________________

I PROFETI MINORI – (RAV L. MEÌR CARO) (letture delle ultime settimane del T.O.)

http://www.aecfederazione.it/profeti_minori.html

I PROFETI MINORI – (RAV LUCIANO MEÌR CARO)

Nella Bibbia ebraica si trovano dodici piccoli libri profetici, collocati nella seconda parte, cioè i Nevihìm, la quale, a sua volta, è divisa in due grandi parti, i profeti anteriori e i profeti posteriori. I profeti anteriori, detti così perché vengono prima, non sono, in realtà, libri profetici, ma libri storici e sono Giosuè, Giudici, Samuele e Re. Sono stati posti fra i profeti, perché, secondo la tradizione, gli autori di questi libri erano ispirati dalla profezia.
I profeti posteriori, invece, sono i profeti veri e propri e sono suddivisi in profeti maggiori e profeti minori; i maggiori sono Isaia, Geremia ed Ezechiele, mentre i minori sono 12.Non sto ad approfondire il discorso su che cosa sia un profeta, perché sarebbe troppo complesso. Nella mentalità popolare ci si immagina un profeta come una specie di indovino, di stregone; niente di più sbagliato. Secondo l’accezione biblica, invece, il profeta è un tale che ha avuto l’ispirazione da parte di Dio di fare o di dire certe cose. Il termine ebraico navì non è nemmeno facilmente traducibile; etimologicamente non si hanno idee molto chiare da dove venga; comunque per navì si intende un qualcosa di anomalo, di anormale – non prendetemi troppo alla lettera. Quindi dire profeta qualche volta potrebbe voler significare un mezzo matto, perché dice delle cose che non stanno in piedi. Se si leggono i libri storici, ne risulta che questi neviìm costituivano una specie di casta, di gruppo, di gente un po’ invasata, di anacoreti, che dicevano o facevano delle cose strane e non facevano parte della società normale.
Il testo della Torà ci pone questa problematica: il profeta va ascoltato e chi non lo ascolta è passibile di pena di morte, perché lui sta parlando in nome di Dio. Nel Deuteronomio però si mette anche in guardia contro i falsi profeti, cioè quelle persone che dicono di aver ricevuto un messaggio da parte di Dio, che devono trasmettere e invece non è vero. I falsi profeti si dividono in due categorie: i falsi profeti in buona fede e quelli in mala fede. Può capitare che una persona, in preda a delle turbe o a qualche cosa di simile, ritenga di aver ricevuto un messaggio divino, che vuole trasmettere e invece questo non è vero, si tratta solo di un parto della sua mente più o meno malata. Basta guardarsi attorno e non è facile trovare di tali persone anche in mezzo a noi. I falsi profeti in mala fede, invece, sono quelli che a scopo di guadagno o per altri motivi propalano dei messaggi, che sanno benissimo che non vengono da Dio. Il testo della Torà dice: « Guai a chi ascolta i falsi profeti, perché attribuiscono a Dio cose che non lo sono ». Ma come si fa a distinguere i falsi dai veri? La Torà dice che quando un profeta dice cose che sono in contrasto con l’insegnamento della Torà oppure dice cose che poi non si avverano, allora è un falso profeta. Ma solo a posteriori possiamo sapere se un tale era vero o falso profeta, in buona fede o in mala fede.Nella Bibbia, poi, il titolo di profeta viene attribuito anche ad Abramo, per esempio. In che senso? Questa attribuzione gli viene fatta, forse da Dio o da qualcuno, in relazione alla storia di Sara, moglie di Abramo e di Avìmelek, re dei Filistei. Essendo Sara molto bella, Abramo, quando andava in mezzo a gente straniera, non diceva mai che lei era sua moglie, ma che era sua sorella; ma Avìmelek la prende e vuole unirsi a lei, ma Dio glielo impedisce. Gli appare in sogno ingiungendogli di restituire la donna al marito, perché è sposato e lui è un navì, un profeta; così facendo il navì pregherà per lui, che potrà guarire. Nella casa di Avìmelek, infatti, tutte le donne erano diventate sterili, con l’arrivo di Sara. Notiamo che per due volte, nella Bibbia, Abramo fa lo stesso errore, per salvare il proprio patrimonio; dove lui va, pensa che tutti siano dei selvaggi, che finiranno per ammazzarlo per conquistarsi sua moglie e così lui dice che lei è sua sorella. Abramo ci viene, così, mostrato nel suo aspetto umano, con le sue punte e i suoi cedimenti.
Nella Bibbia ci sono anche i profeti che non hanno scritto niente, come Elia, del quale ci sono tramandate le gesta.
Ci sono alcuni che sono stati profeti per tutta la vita, come Geremia, designato profeta ancora nell’utero di sua madre; altri diventano profeti solo a un certo punto della vita, come Mosè, che viene chiamato a 80 anni. Altri hanno profetato per un periodo limitato della vita, come Amos, che prima faceva il bovaro e a un certo momento riceve l’incarico da Dio di andare ad annunciare alcune cose al re di Israele e poi ritorna alla sua professione.
Di alcuni profeti non sappiamo nulla, di altri sappiamo che si sono presentati spontaneamente ad essere profeti, come Isaia, che dice, all’interno di una teofania: « Eccomi, manda me! ». Altri, come Mosè, non ne volevano sapere di diventare profeti; Mosè alla fine dice addirittura a Dio: « Trovatene un altro! ». Un qualcosa di simile è capitato anche a Geremia, che durante la sua vita diverse volte si lamenta e vuole mollare tutto. I profeti minori si chiamano così non perché siano meno importanti, ma perché ci è pervenuto meno materiale della loro profezia. E’ avvenuto così perché hanno scritto poco o perché è andata perduta una parte di quello che loro avevano scritto? Ad esempio, se ricordate, anche a Geremia è capitato così, perché il re e le caste sacerdotali hanno bruciato i testi di Geremia, che il suo segretario Barùch aveva scritto.
L’espressione « i dodici » appare già nel Talmud, dove ci si domanda perché abbiano messo tutti insieme questi dodici scritti, visto che sono così diversi. Il Talmud dice che si è fatto così perché i libri piccolini, da soli, sarebbero andati più facilmente perduti. Non sappiamo chi sia stato a fare questa composizione, ma probabilmente sono stati gli uomini della grande assemblea; un organismo nato circa 3, 4 secoli prima dell’era volgare per opera di Esdra, che dopo il ritorno da Babilonia ha cercato di riorganizzare il popolo ebraico anche per cultura e religione. Ha riimposto l’ebraico come lingua di stato, sia nel parlarlo che nello scriverlo; recupera i caratteri antichi, l’alfabeto ebraico. Il paradossale è che ha chiamato questo alfabeto ebraico « assiro »; probabilmente perché i documenti più originali erano conservati da qualche comunità in Assiria. Così pone le basi anche del testo biblico, perché non si sapeva quali fossero i libri validi e quali no. Per tutto questo fonda la « grande assemblea », che, con un lavoro molto lungo, stabilisce il canone della Scrittura.
Sulla successione dei dodici profeti ci sono varie idee; si è seguito, in parte, un ordine cronologico, che vede per primi i più antichi e un ordine di ampiezza. Comunque nella Bibbia ebraica l’ordine è il seguente: Osea, Ioèl, Amos, Ovadià, Ionà, Michà, Nachùm, Habbakùk, Zefanià, Haggài, Zecharià e Malachì. Questi libri sono stati scritti da persone diverse, in tempi diversi e quindi ognuno di loro richiederebbe una disamina particolare.
Alcuni di questi sono quasi contemporanei; il più vecchio dovrebbe essere Amos, ma per una questione di una manciata di anni – siamo attorno al 780 a. E. v. – poi Osea e Isaia dovrebbero essere quasi contemporanei. Da questo periodo si risale fino al periodo del ritorno dall’esilio babilonese e perciò circa nel 400 a. E. v.
Prendiamone uno a caso: Osea. Egli racconta di se stesso che è stato tradito dalla moglie e lo stesso gli è successo con un’altra moglie. A un certo momento Dio gli dice: « Prenditi un’altra moglie che ti darà dei figli di prostituzione »; ma non è chiaro se questa cosa è avvenuta davvero o se è una trasfigurazione di quello che Dio vuole dire per bocca del profeta: come avviene a un uomo, che riceve figli illegittimi da sua moglie, così avviene a Dio nei confronti di Israele, che lo ha tradito. Anche Amos: ce l’ha un po’ con tutti. Dice: « Non sono profeta, né figlio di profeta ». Se la prende coi grandi del suo tempo. Presumibilmente era nato nell’ambiente del regno di Giuda, ma va a profetizzare nel regno di Israele e poi torna a casa sua, al suo mestiere. Molto spesso lo stile del profeta risente della sua professione; così Amos, quando vuol parlare delle donne, che si dedicano con tutte se stesse alla ricerca del lusso, le paragona alle vacche del Bashàn, le migliori. Lo stesso fa Geremia, usando immagini sacerdotali, perché era di famiglia sacerdotale; ad esempio paragona Israele ai sacrifici consacrati a Dio.
Un’altra caratteristica dei profeti è che profetizzavano nei confronti degli ebrei, ma anche nei confronti degli altri popoli dell’Oriente; anche Isaia, Geremia ed Ezechiele fanno così. Amos ce l’ha, ad esempio, con la classe dirigente ebraica, re e sacerdoti, poi con il lusso, ma anche con gli altri popoli.
Un altro leit motiv è l’impostazione: dalle minacce alla consolazione. Dopo che il popolo avrà subito la punizione che si merita, ci sarà la restaurazione, i tempi messianici, felici.
Due parole su Abdia, la cui profezia consta di un solo capitolo, tutto dedicato alla requisitoria contro gli Idumei., una popolazione molto vicina a Israele, cioè Edom, discendenti di Esaù. Erano stanziati a sud-est di Israele ed erano una popolazione molto bellicosa. Abdia si riferisce a un episodio: siamo nel periodo della guerra contro i Babilonesi, nel 580 a. E. v. quando Gerusalemme è stata distrutta e il popolo è stato deportato. Gli Idumei, invece di dare una mano ai loro fratelli ebrei, hanno preso parte attiva contro di loro, ma non per appoggiare i Babilonesi, ma solo per odio verso di loro; sembra si mettessero lungo la strada per attaccare le colonne di profughi, per depredarli e consegnare i fuggiaschi ai nemici. Il profeta dice che saranno puniti molto severamente.
Giona era molto strano e decide di squagliarsela per non fare il profeta. La sua profezia era diretta verso l’Assiria, Ninive, a mille km di distanza e va a buon fine, perché i niniviti si convertono, ma lui si arrabbia con Dio, perché gli sembra di esser stato inutile.
Gioele sembra sia molto antico, ma non c’è alcuna indicazione su di lui. Parla di un’invasione di cavallette che distruggeranno tutto Israele; si tratta di cavallette o di popoli stranieri? Poi parla molto di frequente del « giorno di Dio », che sarà un giorno grande e terribile, quando tutti i poli della terra, per primi gli Ebrei, dovranno rendere conto a Dio del loro operato.
Zaccaria, che opera nel periodo del ritorno dall’esilio babilonese, presenta una profezia divisa in due parti. Da una parte fa riferimento ad avvenimenti contemporanei, dall’altra, invece, ha elementi escatologici di difficilissima interpretazione.
Malachia, che vuol dire « il mio messaggero », agisce in periodo persiano, in un momento favorevole per gli Ebrei, che sono stati fatti tornare in patria da Ciro.
Il vantaggio di questi profeti è che si leggono bene, con facilità e poco tempo.
Daniele non è tra i profeti, nella Bibbia ebraica, perché è considerato un agiografo. Qualcuno dice che è stata fatta questa scelta non perché lui non fosse profeta, ma perché ha vissuto una parte notevole della sua vita in ambiente estraneo ed era molto assimilato alla cultura straniera. Poi è anche un libro molto difficile, soprattutto per la ripetizione di molti numeri; i maestri sono arrivati a dire: Maledetto chi, in relazione al libro di Daniele, conteggia la fine.

PERCHÉ SONO PASSATI TRE GIORNI TRA LA MORTE E LA RESURREZIONE?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Perche-sono-passati-tre-giorni-tra-la-morte-e-la-Resurrezione

PERCHÉ SONO PASSATI TRE GIORNI TRA LA MORTE E LA RESURREZIONE?

Questa settimana padre Filippo Belli, docente di Teologia biblica alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, risponde sul significato dei «tre giorni» tra la morte e la Resurrezione di Gesù.

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
03/07/2013 di Redazione Toscana Oggi

Nei Vangeli si legge che Gesù Cristo è resuscitato il terzo giorno dopo la morte. Così pure è scritto nel Credo «apostolico» e in quello «niceno-costantinopolitano» che recitiamo nelle Messe festive. Qual è l’interpretazione teologica su questo lasso di tempo fra i due eventi, morte e resurrezione?
Franco Contè

Il Nuovo Testamento più volte riferisce della risurrezione di Gesù dai morti al «terzo giorno». L’espressione è diventata quindi normativa per indicare non solo il tempo cronologico, ma anche l’unicità di quell’evento in tutto il suo significato.
Ci sono diversi livelli in cui l’espressione può essere compresa, senza tuttavia che si escludano.
Il primo, il più naturale, è quello cronologico. In effetti le narrazioni dei vangeli ci indicano il terzo giorno dopo la morte come il momento in cui i discepoli (per prime le donne) hanno ricevuto l’annuncio della risurrezione come appena avvenuto, e come comprova l’apparizione del Risorto stesso. L’affermazione della risurrezione dei morti al terzo giorno ha dunque valore innanzitutto di testimonianza del fatto reale, tanto che se ne può indicare precisamente il momento in cui è accertato tale fatto. La memoria cristiana è ancorata e ben salda su questo dato, tanto da stabilire il primo giorno dopo il sabato (il terzo giorno, appunto) come il giorno proprio del Signore, il dies Domini, la Domenica.
Un secondo livello di comprensione è legato a quello che potremmo chiamare la proverbialità dell’espressione ad indicare un breve lasso di tempo, un momento passeggero. Ci sono diversi episodi biblici in cui i tre giorni indicano il tempo in cui si compie qualcosa di importante ma anche passeggero. Per ricordarne uno, i tre giorni (di peste) sono il tempo proposto da Dio a Davide come una delle prove da scegliere dopo il suo peccato per aver voluto fare un censimento del popolo (2Sam 24,10-17). Da questo genere di testi (cf. ancora Gen 40,12; 2Re 20,5.8; Gn 2,1) nasce la concezione secondo la quale Dio non permette al giusto di soffrire oltre il terzo giorno. Lo stesso Gesù utilizza tale espressione in questo modo nei suoi annunci della passione e risurrezione ai discepoli, segnalando nei «tre giorni» il momento di passaggio dalla morte alla risurrezione.
Ci sono poi altri testi biblici interessanti a riguardo, perché segnalano il terzo giorno come il momento di un intervento decisivo da parte di Dio per la storia del suo popolo. In particolare occorre ricordare la manifestazione del Signore al Monte Sinai durante il cammino del popolo nel deserto (Es 19). Similmente è al terzo giorno che Abramo arriva al luogo dove deve sacrificare Isacco (Gen 22).
Non si può, infine, ignorare alcune profezie che vedono nel terzo giorno il momento di risollevamento da una situazione penosa. I tre giorni nel ventre del pesce della profezia di Giona, che Gesù utilizza espressamente (Mt 12,40), sono il momento buio e misterioso da dove invece riparte la vita. Così anche la profezia di Os 6,2 che giustamente i Padri della Chiesa hanno applicato alla Pasqua di Cristo. Essa afferma che il Signore «in due giorni ci ridarà la vita e il terzo giorno ci rimetterà in piedi e noi staremo alla sua presenza». Se in Osea questa indicazione era un auspicio per incitare il popolo a convertirsi, in Gesù si è realizzata pienamente e concretamente. In Lui davvero il Signore ci ha rimesso in piedi il terzo giorno risuscitandolo dai morti e inaugurando una nuova era in cui noi stiamo alla sua presenza.
Una tradizione rabbinica ben attestata riteneva che la corruzione della morte iniziasse a essere effettiva sui cadaveri dopo il terzo giorno. Ecco, il Signore non ha permesso, come dice il salmo, che Gesù vedesse la corruzione (Sal 16,9-11) per essere il principio di una vita nuova nella quale la morte (col suo potere corrosivo e distruttivo) non avesse più potere.
Il terzo giorno allora segnala il momento storico in cui Dio, oltre l’apparente inevitabilità della morte, ha iniziato quella vita nuova risorgendo Gesù dai morti.
Per noi rimane un richiamo della speranza cristiana oltre e attraverso tutte le vicissitudini brutte della vita. C’è sempre un terzo giorno, Dio c’è lo assicura in Gesù morto e risorto, una speranza certa.

Filippo BellI

RILETTURA DEI DIECI COMANDAMENTI – «IO SONO IL SIGNORE»

http://www.stpauls.it/vita/1104vp/1104vp04.htm

RILETTURA DEI DIECI COMANDAMENTI

«IO SONO IL SIGNORE»

DI CETTINA MILITELLO

L’idolatria che ci connota, tanto più riprovevole quanto più negata, è quella del denaro, del corpo e del potere. Sono i nuovi idoli, gli idoli di sempre, compagni delle più imperiose rivendicazioni di fede autentica.
«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: non avrai altri dei di fronte a me».
L’incipit del decalogo lo si ritrova identico in Es 20,1-3 e in Dt 5,6-7. A fare la differenza è piuttosto il contesto nel quale l’asserto è inserito. Leggiamo, infatti, in Es 20: «Dio pronunciò queste parole». E in Dt 5: «Mosè convocò tutto Israele e disse loro: « Ascolta, Israele, le leggi e le norme che io oggi proclamo ai vostri orecchi: imparatele e custoditele per metterle in pratica. Il Signore, nostro Dio, ha stabilito con noi un’alleanza sull’Oreb. Il Signore non ha stabilito questa alleanza con i nostri padri, ma con noi che siamo oggi qui tutti vivi. Il Signore sul monte vi ha parlato dal fuoco faccia a faccia, mentre io stavo tra il Signore e voi, per riferirvi la parola del Signore, perché voi avevate paura di quel fuoco e non eravate saliti sul monte. Egli disse… »».
Idolatria
Al di là di giudizi di merito che non ci spettano, la foto simboleggia solo l’ostentazione dell’odierna idolatria (FOTO: ANSA).
Dunque una presa, per così dire, « diretta » di parola da parte di Dio nel primo testo. Una dizione « mediata » nel secondo. Balza evidente, ma lo abbiamo già più volte richiamato, come il contesto al cui interno si collocano le 10 parole sia quello dell’alleanza. In Esodo i comandamenti seguono immediatamente la narrazione della stipulazione dell’alleanza sinaitica (Es 19), anzi, secondo alcuni, la interrompono. In Dt è il prologo delle dieci parole a ricondurci all’evento.
Nel primo caso, l’alleanza è l’antefatto e potremmo considerare – e lo abbiamo già detto – le dieci parole come l’impegno che la sottoscrive. Nel secondo, l’esperienza dell’Oreb è invece richiamata, ampiamente insistendo sulla sua fenomenologia teofanica. Nell’uno e nell’altro caso, comunque, il cosiddetto « prologo » identifica il soggetto che notifica le dieci parole come «il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile». Dunque, l’affermazione relativa a Dio, la dizione del suo mistero, l’offerta salvifica del suo autorivelarsi sono in strettissima connessione con quanto da lui operato a favore del suo popolo. Nella storia del popolo antico l’incontro con Dio, anzi il manifestarsi di Dio, è legato a una scelta e a un rapporto che egli stesso istituisce, con Abramo prima e poi con la sua discendenza.
La fede è la risposta a una Parola ricevuta che chiede di essere accolta a partire da ciò che ha operato
Una scelta che resta un mistero
Dio non ha un nome proprio. È semplicemente il Dio d’Abramo, di Isacco, di Giacobbe; o genericamente il Dio dei padri. Il termine con cui Egli viene designato, prima della rivelazione sinaitica, è quello in uso presso le comunità semite del tempo. El o al plurale Elohim, dice personalità e relazione. Non è un’astrazione, un concetto; non c’è un’ideologia al cuore della fede d’Israele, ma l’impatto trasformante con un Tu che chiede relazione.
Nel libro dell’Esodo Dio si manifesta a Mosè dicendosi «Io sono colui che sono» (Es 3,14). YHWH, il Nome, con il quale Mosè dovrà presentarsi agli israeliti è però immediatamente legato alla locuzione «il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe…» (Es 3,15). Di nuovo non si tratta di addivenire a una teologizzazione astratta. Colui che ha manifestato il suo Nome, ossia che si è dato a conoscere nella sua interiorità più profonda (nomen omen), resta comunque un mistero. Conta però la sua prossimità, la relazione, il dialogo, il coinvolgimento nella vita e nella vicenda del popolo. Senza voler indulgere ulteriormente, il senso del discorso – e dunque dell’autopresentarsi di Dio – è che la fede richiesta, così come l’adesione alla legge promulgata, sono essenzialmente risposta a una interpellanza. La fede, insomma, non come prodotto di chissà quale astratto filosofare, ma sollecitazione immediata, risposta a una parola ricevuta che chiede di essere accolta a partire da ciò che ha operato. La fede come esperienza vissuta di rapporto, di incontro con una Alterità che mi si dà a conoscere, che mi svela a me stesso e dialoga con me nella concretezza del rapporto che già mi lega ad altri e lo cementa e orienta.
In altre parole, il prologo «io sono il Signore, tuo Dio» fa emergere problemi metafisici solo con acrobazie intellettuali. In gioco non è l’unicità di Dio, il monoteismo dei filosofi, e nemmeno la prova relativa alla sua esistenza. Non che tutte queste cose non meritino attenzione e rispetto. Ma, bisogna capire, se credenti all’interno della tradizione giudeo-cristiana, che tutto ciò è nella migliore delle ipotesi solo un doveroso confronto con le sfide del pensare altrui.
Dio non dice di sé «io sono», ma piuttosto «io sono il Signore, il tuo Dio». E la riprova, credo, stia proprio nel non senso ultimo dell’ »io sono », come si sa tradotto nella duplice modalità dell’ »Io sono colui che sono» o dell’ »Io sono colui che è ». Nel primo caso il mistero resta tale e ciò che conta è la rivelazione del Nome come partecipazione vitale, come affidamento di sé all’altro. Nel secondo si registra piuttosto un tradimento del testo e una ontologizzazione del mistero di Dio, estranea alla Scrittura.
Essa, infatti, non dimostra alcunché né tanto meno avanza ipotesi teoriche. Al contrario mostra Dio in azione. Lo mostra compagno. Lo mostra come Tu ineffabile, potente e forte, debole e misericordioso, geloso e generoso. Le infinite prospettive del suo farsi a noi prossimo altro non sono che risposta, corrispondenza alla qualità del nostro vivere al suo cospetto. Se così non fosse, non troveremmo metafore ma concetti. E, invece, a fare la differenza, a stravincere nella declinazione dell’ineffabilità di Dio sono proprio le prime. È a partire da esse, dalla loro carica esperienziale, che è possibile accoglierlo come un Tu, se si vuole prepotente e invasivo e tuttavia capace d’infinita tenerezza.
I termini che declinano il divino
La Dives in misericordia (cf III, 4, EV 7, 882) esibendosi in un’inusuale elencazione di termini che declinano plasticamente il divino, richiama il termine hesed che vuol dire grazia, benevolenza, amore fedele e il termine ‘emet che indica solidità e sicurezza. Hesed we’ emet insieme significano grazia e fedeltà. Ma anche il termine hânan, magnanimità, benevolenza e clemenza; il termine hâmal, perdonare, manifestare misericordia e compassione; il termine hûs, misericordia e commiserazione.
Tra i diversi termini particolarmente pregnante quello di rahamîm. Esso indica l’amore gratuito proprio della madre. Tant’è che deriva dalla stessa radice del termine rehem, utero. Rahamîm viene a significare – quasi corrispettivo femminile di ciò che al maschile è suggerito da hesed – bontà, tenerezza, pazienza, indulgenza, volontà e capacità di dimenticare. Ecco rahamîm, misericordia, mi riporta a una suggestiva allusione di Giacometta Limentani che nella prima delle lettere ebraiche del tetragramma coglieva l’ideogramma dell’utero. Non diversamente A. Chouraqui, fine lettore delle Scritture ebraiche (ma anche di quelle cristiane), mettendo a confronto l’epiteto « misericordioso » nella prossimità linguistica della lingua ebraica e della lingua araba, lo traduceva sottolineando la femminilità di Dio, la plasticità paziente e attiva, quella grande dell’utero appunto.
Metafore, certo. Ma di quanto più prossime e immediate al vissuto concreto degli esseri umani, uomini e donne. La tentazione idolatrica, la prima e fondamentale tentazione idolatrica, quella di stabilire chi/cosa è Dio, ci ha allontanati dalla misericordia. Ci ha condotti a farci altri e falsi dei. Dunque non è a caso che l’enunciazione: «Io sono il Signore, Dio tuo» precede il primo comandamento, quello relativo al farsi altri dei. E nella situazione nostra di oggi, malgrado il neo-paganesimo e la sua riproposizione colta ed elitaria del politeismo, non si tratta davvero di proiettare il divino in forme molteplici, antropomorfe, bestiali o fitomorfe.
L’idolatria che ci connota, tanto più riprovevole quanto più negata, malgrado l’ostentazione violenta che ne facciamo, è quella del denaro, del corpo, del potere. Sono questi i nuovi idoli. Ovvero sono questi gli idoli di sempre, prepotentemente compagni delle più imperiose rivendicazioni di fede autentica. Ci diciamo credenti, ci professiamo cristiani, ma è il potere il Dio a cui sacrifichiamo tutto, è il denaro l’idolo dinanzi a cui ci prostituiamo, è il nostro corpo che facciamo oggetto della nostra idolatria o della idolatria altrui.

di Cettina Militello

Vita Pastorale n. 4 aprile 2011

ISAIA 35,1-6.8.10 COMMENTO BIBLICO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Isaia%2035,1-6.8.10

ISAIA 35,1-6.8.10 COMMENTO BIBLICO

1 Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. 2 Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. 3 Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. 4 Dite agli smarriti di cuore: « Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi ». 5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. 6 Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto.
8 Ci sarà una strada appianata e la chiameranno « Via santa »; 10 su di essa ritorneranno i riscattati dai Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.

COMMENTO
Isaia 35,1-6.8.10
La strada nel deserto
Il testo liturgico è tratto da una raccolta di oracoli chiamata «piccola apocalisse» (Is 34-35), l’ultima di quelle che costituiscono la prima parte del libro di Isaia, situata dopo la seconda raccolta di poemi su Giuda e Israele (Is 28-33) e prima dell’Appendice storica (Is 36-39). Questa raccolta, che fa da pendant alla grande apocalisse (Is 24-27), è certamente tardiva, come attesta il suo genere letterario. Essa abbraccia solo due oracoli: giudizio contro Edom (Is 34) e trionfo di Gerusalemme (Is 35). Questo secondo oracolo preannunzia la seconda parte del libro di Isaia (Is 40-55) e soprattutto il suo carme iniziale (Is 40) di cui anticipa i temi principali. È probabile quindi che risalga all’epoca e all’ambiente del Deuteroisaia. Il testo liturgico si divide in cinque parti: trasformazione del deserto (vv. 1-2), venuta di JHWH (vv. 3-4), guarigione dei malati (vv. 5-6), la via sacra (v. 8), ritorno dei riscattati (v. 10).
L’oracolo inizia con un invito rivolto da Dio, per bocca del profeta, al deserto: «Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo» (vv. 1-2a). Questi versetti ricalcano un motivo attestato nel Deuteroisaia, dove si menziona l’abbondanza di acqua nel deserto e nella terra un tempo arida e senza vegetazione (Is 41,18). L’esultanza del deserto si manifesta attraverso la nascita improvvisa di fiori inconsueti in quella regione. Il deserto di cui si parla è quello che separa la Mesopotamia dalla Palestina: attraverso di esso gli esuli ritornano nella loro terra. Il rifiorire del deserto è un’immagine che viene usata non soltanto per indicare la facilità con cui il deserto viene percorso dagli esuli, ma anche per significa la trasformazione interiore degli esuli, che prendono coscienza di sé e della propria realtà di popolo. All’invito corrisponde una promessa: «Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio» (v. 2b). Il deserto sarà reso simile alle regioni più note per la loro fertilità e vegetazione. La promessa più grande consiste nel vedere la gloria di Dio. Sintatticamente chi avrà questa visione è il deserto, ma l’autore, usando il pronome di terza persona plurale maschile, dimostra di pensare già agli esuli che ritornano. Durante il viaggio nel deserto essi faranno una intensa esperienza di Dio, il quale li aiuterà a comprendere fino in fondo il senso della scelta fatta.
La venuta di JHWH viene nuovamente annunziata mediante un invito fatto a imprecisati ascoltatori: «Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi» (vv. 3-4). Dal contesto appare il messaggio è rivolto agli esuli che si sono messi in cammino. Essi sono ancora infiacchiti dal lungo periodo di esilio, non hanno fiducia in se stessi, e soprattutto non hanno la sicurezza di poter riuscire nella loro impresa. Perciò vengono incoraggiati con l’assicurazione della presenza di JHWH che li guida come aveva fatto un tempo con gli israeliti durante l’esodo dall’Egitto. Egli porta con sé da una parte la salvezza, riservata al suo popolo, e dall’altra il castigo per i loro nemici che sono anche i suoi nemici. La ricompensa divina non consiste in un premio guadagnato con le proprie opere buone, ma nella salvezza donata gratuitamente da Dio al suo popolo.
Alla venuta dio JHWH corrisponde la guarigione di persone afflitte da diverse malattie o disabilità: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa» (vv. 5-6). Gli esuli che si mettono in cammino sono paragonati a persone afflitte da mali che impediscono loro la possibilità stessa di fare un lungo cammino a piedi. Nonostante la loro inabilità, essi si mettono in cammino senza difficoltà per raggiungere la meta. La loro guarigione è il simbolo più chiaro della riuscita della loro impresa. La ripresa del tema iniziale del deserto che rifiorisce per l’abbondanza di acque indica nuovamente il successo del piano di Dio.
Dopo una nuova descrizione del deserto che rifiorisce (v. 7) viene annunziata la creazione di una grande strada: «Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa; nessun impuro la percorrerà. Sarà una via che il suo popolo potrà percorrere e gli ignoranti non si smarriranno» (v. 8). L’immagine della strada è tipica del Deuteroisaia (cfr. Is 40,3; 43,19; 49,11). Essa partecipa della santità di Dio, perché è Dio stesso che la percorre a capo del suo popolo. Con la santità va di pari passo la purezza, che è una prerogativa del popolo rimasto fedele a Dio. Anche chi non conosce la strada, per ignoranza o cattiva volontà, non potrà smarrirsi perché è Dio che guida le carovane dei rimpatriati.
Dopo un ulteriore accenno alla trasformazione del deserto (v. 9) vengono descritti coloro che camminano nella grande strada: «Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (v. 10). A coloro che si mettono in cammino viene conferito l’appellativo di «riscattati», in quanto sono considerati come schiavi per la cui liberazione Dio stesso simbolicamente ha pagato un prezzo. Loro prerogativa è la felicità più piena.

Linee interpretative
L’immagine del deserto che rifiorisce al passaggio degli esuli dà l’idea di un rinnovamento che, partendo dal cuore umano, si estende a tutto il creato. I giudei esuli in Babilonia hanno visto nel loro ritorno nella terra dei loro padri un dono meraviglioso di Dio, che ha adempiuto le sue promesse. Per loro è stato il momento di rifondare il loro stato teocratico, pur sotto la dominazione degli imperi stranieri. Un popolo che ritrova la sua identità e si pone al servizio di tutta l’umanità rappresenta un’enorme spinta verso un progresso in campo non solo spirituale ma anche economico e politico.
Nella realtà però il ritorno dall’esilio non ha comportato l’adempimento delle attese dei rimpatriati, i quali si sono trovati di nuovo immersi nei problemi di sempre. Inoltre essi non hanno saputo superare la tentazione dell’esclusivismo, che li ha portati tendenzialmente a chiudersi in se stessi, difendendosi dagli influssi esterni. Essi così sono stati costretti a proiettare in un futuro imprecisato quella pienezza che avevano atteso per la fine dell’esilio. Essi hanno dovuto capire a loro spese che il regno di Dio non è una realtà che si attua nella storia, ma una meta a cui tendere, mantenendo vivi i valori in cui si crede e cercando continuamente di incarnarli nell’oggi.

 

BEATI I MITI – (GIANFRANCO RAVASI)

http://www.gesusacerdote.org/index.php?option=com_content&view=article&id=492:beati-i-miti-gianfranco-ravasi&catid=45:spiritualita&Itemid=81

BEATI I MITI – (GIANFRANCO RAVASI)

Parole per la felicità/4. Beati i miti

Il filosofo Norberto Bobbio nel suo Elogio della mitezza (1993) aveva celebrato questa virtù come la più «impolitica» e si può comprendere questa sua posizione nel contesto della gestione della politica che ignora ogni compassione e si fonda sul potere e spesso sull’arroganza. In una visione più alta della politica la mitezza avrebbe invece uno spazio rilevante. Essa, infatti, non è né codardia né mera remissività, come osservava lo stesso filosofo: «La mitezza non rinuncia alla lotta per debolezza o per paura o per rassegnazione». Anzi, essa vuole essere come un seme efficace piantato nel terreno della storia per il progresso, per la pace, per il rispetto della dignità di ogni persona. Ma aspira a raggiungere questo scopo rifiutando la gara distruttiva della vita, la vanagloria e l’orgoglio personale e nazionalistico, etnico e culturale, scegliendo la via del distacco dalla cupidigia dei beni e l’assenza di puntigliosità e grettezza. Noi, però, ci interessiamo ora della mitezza evangelica, presente nella terza beatitudine (Mt 5,5), una virtù che non ha solo una dimensione etica, come accadeva nel mondo greco, ma che si rivela come un dono divino, capace di fiorire nel cuore del credente come amore per l’altro, perdono, rigetto della violenza, fiducia nel giudizio di Dio.
Si possono, quindi, assumere tutti i sinonimi che accompagnano la mitezza nel nostro vocabolario per cui la persona mite è paziente, benigna, benevola, docile, buona, dolce, mansueta, clemente, affabile, umana e gentile all’interno di una società crudele, dura, spietata. Tuttavia la mitezza evangelica altro non è che la «povertà nello spirito» della prima delle Beatitudini, colta nella sua connotazione di adesione gioiosa alla volontà e alla legge divina.
Il modello rimane lo stesso Cristo che delinea proprio la mitezza come sua qualità distintiva e fonte di imitazione per il discepolo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). E continua con una citazione del profeta Geremia (6,6): «Così troverete riposo per le vostre anime». L’autoritratto di Gesù si ripresenta nell’evento messianico dell’ingresso a Gerusalemme ove si rimanda al profeta Zaccaria (9,9): «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma» (Mt 21,5).
In questo passo divenuto celebre il Messia è tratteggiato dal profeta non come un guerriero vittorioso né come un condottiero regale lanciato alla conquista, bensì come il Servo obbediente a Dio e misericordioso verso gli uomini. Cristo non assume, dunque, le vesti di un dominatore e neppure quelle di un sacerdote aristocratico e glorioso, né il suo è il profilo di un profeta incendiario.
I suoi concittadini rimarranno, anzi, sconcertati, ricordando la sua modesta anagrafe sociale: «Non è costui il figlio del carpentiere? E sua madre non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi?» (Mt 13,55-56).
Il premio destinato ai miti è espresso attraverso il ricorso a un passo salmico secondo il quale «i poveri erediteranno la terra e godranno di una grande pace» (Sal 37,11): «Beati i miti, perché erediteranno la terra». È curioso notare che questo passo biblico è ripreso anche nel Corano quando Dio afferma: «Noi abbiamo scritto nei Salmi… che la terra l’avrebbero ereditata i miei servi buoni» (XXI,105).
Il tema dell’“eredità” ha nell’Antico Testamento un grande rilievo e prevalentemente esso si raccorda, come nel nostro caso, al tema della terra promessa. Nel Nuovo Testamento l’“eredità” e l’“ereditare” acquistano prevalentemente il significato metaforico che, ad esempio, pone come oggetto di questa eredità il Regno di Dio (Mt 25,34; 1Cor 15,50), oppure la vita eterna (ad esempio, Mt 19,29).
Il simbolo dell’eredità della “terra” è normalmente applicato alla terra d’Israele, la terra promessa, sede della storia e della vita libera del popolo ebraico biblico. Questa realtà, infatti, era molto più di una semplice espressione topografica.
Come si diceva, era già per l’Antico Testamento un simbolo di pienezza, tant’è vero che riceveva descrizioni destinate a superare il mero dato geopolitico: «Terra buona e bella, terra di torrenti, di fonti e di acque sotterranee, sgorganti nella pianura e dalla montagna, terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni, terra di ulivi, di olio e di miele, terra dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla, terra dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame» (Dt 8,7-9).
Per questo possiamo dire che Gesù pensava alla terra biblica ma ovviamente nel suo valore di simbolo di pienezza. La Terra Santa geografica acquista, così, un valore trascendente, affacciato su un futuro perfetto ove lo spazio territoriale della Gerusalemme celeste sarà incastonato nella «terra nuova, perché il cielo e la terra di prima sono scomparsi» (Ap 21,1).
Mentre i potenti allargano con la violenza e la sopraffazione il loro possesso ereditario «aggiungendo casa a casa, unendo campo a campo, così che non vi sia più spazio e restino solo loro ad abitare la terra» (Is 5,8), i miti, che non prevaricano e non pretendono spazi grandiosi sgomitando, saranno da Dio accolti nella terra rinnovata che è sua creazione e suo legittimo possesso.
Purtroppo, in contrasto con la mitezza, rimane l’oscuro fascino che il mostro della violenza esercita sull’uomo, anche nella forma di quel vizio capitale che è l’ira. È ciò che rappresentava in modo brillante un autore ironico come Achille Campanile, nelle sue Vite degli uomini illustri (1975).
Egli metteva in bocca a un Socrate immaginario questo consiglio malizioso, ma anche molto seguito: «Chi ha ragione di solito non urla, non scaraventa oggetti, ma lascia che la ragione s’imponga da sé… Ci scherzate, invece, coi risultati che ottiene uno il quale, sapendo di aver torto e non potendo ricorrere ad altri argomenti, scaraventa oggetti in terra, urla, minaccia, poi sbatacchia la porta e se ne va? Rispettatissimo. Temutissimo».
A tutti è accaduto di imbattersi in scenate analoghe a quella tratteggiata dallo scrittore romano, messe in atto da persone prepotenti e in palese torto: si deve con amarezza ammettere che costoro riescono a generare rispetto e persino a lasciare il sospetto che, in fondo in fondo, un pizzico di ragione forse ce l’abbiano…
La persona mite, calma e pacata, schierata dalla parte del vero e del giusto è, invece, convinta che basti la forza della ragione e della pazienza. Ma il risultato è spesso quello di essere sbeffeggiata o ritenuta poco convincente. L’appello della nostra beatitudine si trasforma, allora, anche in un impegno a resistere serenamente e coraggiosamente di fronte alla tentazione della violenza.
Proprio per questo i “miti”, che le tre religioni monoteistiche esaltano come gli eredi della terra promessa – la quale è, come si è detto, il Regno di Dio nella sua attuazione piena – hanno molteplici lineamenti, morali e spirituali. C’è chi vede in essi appunto i non violenti, gli oppressi che non ricorrono alla forza, coloro che non scelgono il possesso e l’auto-affermazione così da non dominare sugli altri.
C’è chi intuisce in essi il profilo dei mansueti, dei diseredati e degli espropriati; c’è chi pensa agli umili e agli inoffensivi, fiduciosi nella volontà di Dio. C’è chi li considera interiormente forti e, per questo, pazienti, dolci, generosi. In ultima analisi, attraverso questa molteplicità di virtù, nei miti scopriamo in filigrana il volto del vero discepolo di Cristo.

1...56789...34

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31