Archive pour la catégorie 'BIBBIA'

«MARIA SI MISE IN VIAGGIO VERSO LA MONTAGNA E RAGGIUNSE IN FRETTA UNA CITTÀ DI GIUDA» (LC 39-40).

 http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:dkdY4thrwDwJ:www.donbosco-torino.it/ita/Maria/meditazioni/08-10/07-Maria-donna-di-carita-2.html+&cd=11&hl=it&ct=clnk&gl=it    

LA GRAZIA DI DIO NON CONOSCE RITARDI   «MARIA SI MISE IN VIAGGIO VERSO LA MONTAGNA E RAGGIUNSE IN FRETTA UNA CITTÀ DI GIUDA» (LC 39-40).

È una bella immagine questa di Maria, giovane ragazza coraggiosa e determinata, che, aggregandosi a qualche carovana in marcia verso Gerusalemme, “in fretta” vuole raggiungere l’anziana cugina ad Ain Karen, quasi 150 km a sud di Nazaret. Questo aspetto dinamico della Visitazione è sempre stata fonte di ispirazione e di riflessione per la Chiesa. La mariologia conciliare e quella contemporanea hanno continuato a mettere in rilievo questa “itineranza” di Maria, vedendovi in essa un modello per l’intera Chiesa vista come popolo in cammino verso Dio. Non solo ma anche per ogni singolo discepolo di Cristo alla sequela del Maestro (si veda anche il concetto di “peregrinatio fidei” di Maria in Lumen Gentium n. 58 e Redemptoris Mater n. 2). Come Gesù è la Via al Padre (Gv 14,6), la Chiesa ha sempre indicato Maria come la più perfetta discepola di Cristo (la prima vera “cristiana”), e quindi la via più sicura per andare a Lui e con Lui al Padre. Maria è la “Odighitria” cioè colei che indica la strada per andare a Cristo. L’evangelista Luca aggiunge che Maria aveva “fretta” di raggiungere Elisabetta e di mettersi al suo servizio. Una fretta divina (non quella nostra spesso di natura nevrotica), una fretta posta in lei dallo Spirito. Sant’Anbrogio scriverà: “La grazia dello Spirito Santo non conosce ritardi”. Chi è guidato dallo Spirito non indugia in calcoli umani, spesso solo umani e quindi egocentrici. “Intuiamo che è lo Spirito a muovere Maria e a donarle tale libertà, tale creatività nell’uscire dalle abitudini” (Carlo M. Martini). Maria dopo l’Annunciazione è ormai la “kekaritomene” cioè “colei che è la ricolma di grazia” cioè ricolma di Dio e del suo Dono, lo Spirito. Lei non solo è la “cristofora” perché porta Cristo nel suo grembo, ma è anche la “pneumatofora” cioè “portatrice dello Spirito”. Ma nello stesso tempo è lei stessa portata dal Figlio e dallo Spirito. Quello stesso Spirito presente e determinante per lei non solo nell’Annunciazione, ma anche in seguito: sarà infatti lui che la sosterrà, la consolerà, e la guiderà gradualmente alla verità su Gesù.

Maria è portatrice di pace «Entrata nella casa di Zaccaria salutò Elisabetta». Un saluto alla maniera ebraica, in cui ci si augura la “pace” (Shalom), la vera pace che può essere data solo dal Signore perché “la visita del Signore è la pace per la casa dell’uomo”. Un saluto speciale tra due donne, una era madre ancora vergine, l’altra madre dopo che era stata sterile, l’una giovanissima e l’altra anziana, parenti tra di loro, tutte e due incinte e rese protagoniste dalla bontà divina, sorrette e guidate dallo Spirito. Maria, segno del Nuovo che realizza l’Antico Testamento porta in sé la beatitudine di quel dono che è Dio stesso, principio e principe della pace, compimento di ogni desiderio umano. Il racconto della Visitazione, unico del genere in tutto il Nuovo Testamento, è pieno di bellezza e di delicatezza femminili. Una pagina biblica di vero protagonismo femminile. Ha scritto suor Maria Ko Ha Fong: “Maria ed Elisabetta: due donne protese verso il futuro del loro grembo, due donne che custodiscono dentro di sé un mistero ineffabile, un miracolo stupendo. La coscienza di essere rese oggetto di particolare predilezione di Dio le unisce, la missione comune di collaborare con Dio per un progetto grandioso le entusiasma e le fa esplodere in benedizione ed in canto di lode, l’esperienza della maternità prodigiosa le rende solidali. Il prodigio di Dio in Elisabetta è stato per Maria un segno che l’ha aiutata a pronunciare il suo fiat; ora il prodigio di Dio in Maria è segno per Elisabetta, un segno che suscita in lei una confessione di fede. Così le due donne, sono, l’una per l’altra, luogo di scoperta di Dio, epifania della sua grandezza e motivo per cui lodarlo e ringraziarlo” (Lectio Divina, in Theotokos 1997, p. 177-195). Per questo motivo Elisabetta, guidata dallo Spirito, esulta lei stessa e sente sussultare di gioia il suo bambino. Lei infatti riconosce in Maria il compimento delle promesse fatte ad Israele. In Maria, Elisabetta vede l’Arca della nuova Alleanza, e come l’Arca di Dio portava gioia e benedizione solo con la sua stessa presenza (2 Sam 6,2-11), così Maria. E così, mossa dallo Spirito, Elisabetta la chiama la “Madre del mio Signore”, cioè la Madre del Figlio di Dio, del Messia, invocato e sospirato per tanti secoli. Proprio quella sua giovane cugina portava in grembo l’Atteso delle genti, il Salvatore promesso.

È propriamente la Visitazione di Cristo a Giovanni C’è un bel commento di Sant’Ambrogio su questo incontro di Maria ed Elisabetta: “Elisabetta udì per prima la voce, ma Giovanni percepì per primo la grazia; essa udì secondo l’ordine della natura, egli esultò in virtù del mistero; essa sentì l’arrivo di Maria, egli del Signore; la donna l’arrivo della donna, il bambino l’arrivo del bambino. Esse parlano delle grazie ricevute, essi nel seno delle loro madri realizzano la grazia ed il mistero della misericordia a profitto delle madri stesse: e questo per un duplice miracolo profetizzano sotto l’ispirazione dei figli che portano. Del figlio si dice che esultò, della madre che fu ricolma dello Spirito, ma fu il figlio, ripieno dello Spirito Santo a ricolmare anche la madre. Esultò Giovanni, esultò anche lo Spirito di Maria. Ma mentre di Elisabetta si dice che fu ricolma di Spirito Santo allorché Giovanni esultò, di Maria, che era già ricolma di Spirito Santo, si dice che allora il suo spirito esultò. Colui che è incomprensibile operava in modo incomprensibile nella madre. L’una, Elisabetta, fu ripiena di Spirito Santo dopo la concezione, Maria invece prima della concezione” (Lc 2,19-22). E Adrienne von Speyr precisa: “La visita, nel suo più profondo significato, non è una visita di Maria ad Elisabetta, ma una visita di Cristo a Giovanni. Entrambe le madri fungono ora solo da mediazione per i figli”. Come si vede anche nella Visitazione il protagonista dell’incontro è lo Spirito Santo, lo Spirito di quel Gesù che deve ancora nascere, ma al quale sta preparando il terreno ispirando parole profetiche ad Elisabetta e santificando il figlio. Questi diventerà il “profeta dell’Altissimo, camminerà davanti al Signore” (Lc 1,76), sarà come la sintesi di tutti i profeti perché il precursore di Cristo, il Messia. Due Bambini, ma che differenza tra loro. Commenta San Gregorio di Nazianzio: “Dopo la prima incerta luce del precursore, viene la Luce stessa, che è tutto fulgore. Dopo la voce, viene la Parola, dopo l’amico dello Sposo, viene lo Sposo stesso” (Discorso 45,28).

Maria è la prima missionaria di Cristo Gesù Cristo è stato definito il primo Missionario, cioè il primo inviato ad annunciare il Regno di Dio; per questo egli stesso si autodefinì spesso “Colui che il Padre ha mandato”. Anche Maria è Missionaria, perché, come afferma Giovanni Paolo II nella RM n. 20, essendo Madre di Gesù, è diventata “in un certo senso, la prima discepola di suo Figlio”. Nella stessa enciclica (n. 21) viene messa in risalto la sua sollecitudine materna per gli uomini, “il suo andare incontro ad essi nella vasta gamma dei loro bisogni”. Il suo stile è attivo, solidale, interessato, intraprendente e anche creativo (ricordiamo le nozze di Cana e anche la Visitazione). Anche il Papa Paolo VI così si esprime: “La donna contemporanea, con lieta sorpresa, constaterà che Maria di Nazaret, pur completamente abbandonata alla volontà del Signore, fu tutt’altro che donna passivamente remissiva o di una religiosità alienante… e riconoscerà in lei una donna forte, che conobbe povertà e sofferenza, fuga ed esilio…” (Marialis Cultus, n. 37). Il viaggio di Maria quindi è un viaggio di natura missionaria. Dopo l’Annunciazione lei stessa si percepisce come “Colei che è stata ricolmata di grazia” da parte del Signore Altissimo, che è stata amata totalmente ed “evangelizzata per prima” avendo ricevuto la lieta notizia dell’Incarnazione, prima di tutti gli altri. Nella Visitazione abbiamo insieme la prima evangelizzata che diventa la prima evangelizzatrice diventando così come il prototipo di tutti i missionari proprio perché sospinta solo dall’amore di e per Cristo (2 Cor 5,14). Origene, un Padre della Chiesa, ha scritto: “Gesù, che era nel seno di lei, aveva fretta di santificare Giovanni che si trovava nel grembo della madre” (Omelie su Luca VII, 1). Ecco che Maria diventa lo strumento per attuare questa “fretta evangelizzatrice” di Gesù verso il cugino. Vangelo significa “buona o bella notizia” ed è quella che ha annunciato Gesù Cristo portando nel mondo la salvezza, la riconciliazione con Dio e la gioia. Sono infatti le belle notizie che ridanno la gioia persa ed il coraggio di andare avanti. Il Vangelo è Gesù Cristo stesso (Origene parla di “Autobasileia”), la vera bella notizia che ha riportato nel mondo la gioia, cominciando dalla Madre Maria, da Elisabetta e da Giovanni.

Maria è portatrice di gioia, segno della Nuova Alleanza Ogni nuova vita nel mondo non è che un piccolo riflesso di Dio Creatore ed un invito da parte sua a sperare nel futuro. Lui stesso, Dio della vita e di ogni vita, non può non sorridere davanti ad ogni forma di vita. Ma lo fa specialmente davanti ad un bambino. Dio Padre, anche lui, avrà sorriso di gioia davanti a quelle sue due figlie, ambedue donne incinte e future madri, felici e festanti, perché si sentivano benedette dall’Alto.

Commenta ancora Maria Ko Ha Fong: “La gioia di Maria è ben più grande di quella di qualsiasi madre. Il Figlio nascosto nel suo grembo non è solo un sorriso di Dio, ma è il Dio del sorriso, il Dio della gioia, di una letizia contagiosa, coinvolgente… Intorno a Maria la gioia si espande. Alla sua presenza, anche Zaccaria, chiuso nel suo mutismo incredulo, sente avvicinarsi l’adempimento della promessa fattagli dall’angelo «Avrai gioia ed esultanza» (Lc 1,149)”.

Ed il teologo Bruno Forte precisa ancora: “La gioia nasce dal sentirsi amati: perciò il cristiano, che sa nella fede di essere infinitamente amato da Dio, avvolto e custodito dalla tenerezza del suo amore fedele, è fatto per la gioia… La gioia scaturisce dall’umile riconoscimento dei tanti doni che riempiono l’esistenza, dal cielo sopra di noi, al cuore che batte in noi, all’amore che ci dona coraggio e vita… La gioia è proclamata in maniera nuova e definitiva dalla buona novella dell’Avvento del Dio con noi: «Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10)”.

La Visitazione sembra proprio costituire il primo lampo di gioia messianica portata dalla presenza di Gesù in sua Madre Maria. Quella stessa gioia che sarà portata dal Vangelo predicato e testimoniato da tanti altri missionari e missionarie nel nome di Gesù e sull’esempio di Maria.

Mario Scudu                                                                                                    

ASCOLTARE E VEDERE, NELL’ANTICO TESTAMENTO (DA RINO FISICHELLA)

http://www.gliscritti.it/antologia/entry/362/weblog

ASCOLTARE E VEDERE, NELL’ANTICO TESTAMENTO (DA RINO FISICHELLA)

Scritto da Redazione de Gliscritti: 29 /04 /2009 -

(da R. Fisichella, Introduzione alla teologia fondamentale, Piemme, Casale Monferrato, 1992, pp. 67-69)

L’Antico Testamento, legge l’evento della rivelazione alla luce di un intervento libero, sovrano e potente di Dio. L’espressione privilegiata per esprimerlo è «parola di Jahvè». Per l’uomo biblico, infatti, nonostante si dia il «vedere» e «guardare» Jahvè, si fa tuttavia maggior affidamento all’«ascoltare» la sua voce. Anche un semplice sguardo all’uso terminologico mostra con evidente chiarezza questa posizione privilegiata: il verbo: akoúo nei LXX è usato circa 1080 volte contro le 520 circa di oráo. È peculiare di Israele l’entrare in rapporto con Jahvè attraverso la categoria della parola; a differenza del mondo greco dove, invece, domina la componente visiva. Se i Greci, quindi, sono stati il popolo dell’occhio per la loro insistenza alla contemplazione, gli Ebrei sono stati, invece, il popolo dell’ascolto; «vedere Jahvè» avrà sempre per loro una componente metaforica. Una concezione visiva di Dio è per il popolo ebraico una realtà tanto inusuale quanto inaudita. In quei rarissimi casi in cui se ne parla, viene comunque mantenuto il riserbo totale. Anche nel caso di Mosé, in cui vi era tutto l’interesse apologetico per evidenziare il suo rapporto confidenziale con Jahvè, a tal punto da giungere ad affermare che questi parlava con Jahvè «faccia a faccia», come un amico parla con un amico; l’autore sacro, tuttavia, sente il dovere di correggere questa impostazione avvertendo che Jahvè gli passò davanti mostrando solo le sue spalle, «perché non si può vedere Dio e restare in vita» (Es 33,20; Is 6,5). Tanto è eccezionale il vedere Dio, quanto è invece comune l’«ascoltare la sua voce». Anche nei casi espliciti di teofanie, quali 1 Sam 3,1-21 e Is 6,1-7, l’accentuazione è data, poi, all’ascolto. La religione veterotestamentaria è la religione della «parola», ma come per ogni linguaggio, la prima reazione al «dire» non è un altro dire, ma il silenzio e l’ascolto. «Shema Israel» resterà sempre nella storia del popolo come l’emblema costitutivo nel suo rapportarsi al Signore. Questo fa comprendere ugualmente che l’ascolto non è conseguenza di una passività; è, piuttosto, segno di una libera scelta di chi si pone nella dimensione coerente con la rivelazione del mistero. La «parola» rivelata ispira, dirige e determina la storia di un popolo attraverso le vicende tipiche del suo formarsi come popolo e dell’organizzarsi come tale. Dai Patriarchi ai Giudici, dalla monarchia al profetismo, l’azione rivelativa di Dio è onnipresente e onnicomprensiva: nulla nella storia di questo popolo può essere posto fuori dall’orizzonte di questa azione, pena l’incomprensibilità della storia stessa e l’inesistenza del popolo come tale. La Torah stessa, è pensata e interpretata come «parole» che vengono dall’Alleanza; anzi tutta la legge sarà denominata con «la parola» (cfr. Dt 28,69; 30,14; 32,47). Attraverso la «parola di Jahvè», Israele conosce chi è Dio perché per il mondo semitico la parola quasi in nulla si distingue da colui che la pronuncia. Il valore noetico che essa possiede permette così di conoscere la realtà stessa; i pensieri e gli affetti, le intenzioni e i propositi… tutto ciò che costituisce la persona è facilmente confluibile nella sua parola. Essa, nel momento in cui viene posta in atto, attualizza ciò che pronuncia (Gn 1,3); il Dio veritiero è il Dio che parla in modo fedele e che tiene fede alla parola promessa.

IL GIUBILEO NELLA BIBBIA

 

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01051997_p-78_it.html

IL GIUBILEO NELLA BIBBIA

Luciano Pacomio

Il profeta

Dopo l’amara esperienza dell’Esilio babilonese, in cui il popolo di Dio aveva avuto l’esperienza dell’essere privato della propria terra, del tempio, della sua stessa consistenza di popolo, si apre un orizzonte di speranza, di liberazione. La profezia interpreta il vissuto. E profezia è il prezioso servizio che un uomo fa ai propri fratelli, al proprio popolo, interpretando, con la potenza di Dio e con la sapienza dono di Dio, le vicende e gli accadimenti storici in cui si è coinvolti. «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, canto di lode invece che un cuore mesto» (Isaia 61,1-3a). Il profeta si fa araldo di un « anno di misericordia » e non per una sua personale iniziativa, ma per una « unzione » operata dallo Spirito del Signore: è un dono divino. E questo anno si esprime in due direzioni vitali, altamente positive: la liberazione e la consolazione. La liberazione è dai mali fisici, dalle lacerazioni interiori, dalla condizione di schiavitù; la consolazione è una trasformazione del proprio sentire, del proprio modo di essere: dal lutto si passa alla gioia. Città, campagna, esperienze di lavoro pastorizio e agreste sono coinvolti in una novità di vita più umana e costruttiva. Il tempo è segnato dal dono del Signore.

Il Giubileo Il vocabolo « giubileo » deriva dal termine ebraico jobel che significa corno d’ariete; giacché proprio tale corno era adoperato come tromba, il cui suono indicava a tutti l’inizio dell’anno giubilare. Il libro del Levitico, nel codice di santità, è la fonte che ci avverte sulla portata dell’anno giubilare, anno per eccellenza di liberazione, che è al termine di sette settimane di anni: il cinquantesimo anno. «Conterai sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarate santo il cinquantesimo anno e proclamate la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia»(Levitico 25, 8-10). Ci sono nello stesso Levitico testi e modelli paralleli molto preziosi per comprendere quale carica di idealità e di progettazione aveva l’anno giubilare. Intanto è bene tener presente come nel vicino oriente, nelle culture antiche, il ciclo lunare fosse scelto come criterio per segnare il tempo: la settimana (sette giorni) assume, ancor prima della legislazione giudaica, un carattere spiccatamente religioso. Il Signore segna i tempi di lavoro e di riposo. Già il primo capitolo del primo libro della Scrittura, Genesi, interpreta l’agire creativo di Dio con la struttura dei sette giorni, pur nella lucida consapevolezza della trascendenza di Dio che « dice », e il suo dire è creativo, è « benedizione ». Anche le feste del calendario ebraico sono segnate dai sette giorni; tale è la durata sia della festa degli azzimi, sia quella dei tabernacoli. In particolare Pentecoste (cinquantesimo giorno) o festa delle settimane è celebrata sette settimane dopo il sabato della Pasqua. Fonte di queste leggi e notizie sono il capitolo 23 del libro del Levitico e, più antico, il capitolo 34 dell’Esodo e il capitolo 16 del quinto libro della Bibbia, il Deuteronomio.

La liberazione Si constata con gioia e con compiacimento come la fede in Dio porta anche la cultura di Israele a vivere un primato nel tempo, nel lavoro, nei rapporti. Alcune realtà che coinvolgono le persone, gli strumenti e i mezzi per vivere, non possono soggiacere all’egoismo sfrenato e all’arrivismo insaziabile di alcuni. Il credente non può tollerare le forme e la durata anche a vita della schiavitù, così come era praticata presso altri popoli. Così non è tollerabile che, per indebitamento e per povertà, una famiglia o un padre sia privato per sempre della sua terra, giacché la terra è di Dio ed è dono fruttificante per l’uomo. Di qui le puntuali « leggi divine » del libro del Levitico che utopisticamente intervengono a promuovere giustizia e speranza. L’utopia sta proprio nella distanza di un anno giubilare dall’altro e nella difficile praticabilità, ma l’orientamento è chiaro: interpella, sfida, sollecita ad accogliere il dono e a promuovere una cultura di liberazione. «Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In questo anno del Giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello» (Levitico 25,12-14).

E a proposito delle persone. «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; sia presso di te come un bracciante, un inquilino. Ti servirà fino all’anno del Giubileo; allora se ne andrà da te con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri. Poiché essi sono miei servi, che io ho fatto uscire dal paese di Egitto; non devono essere venduti come si vendono gli schiavi. Non lo tratterai con asprezza, ma temerai il tuo Dio» (Levitico 25, 39-43).

La consolazione C’è una fondamentale espressione e proposta di esperienze nell’anno giubilare: il riposo. Un riposo carico di dono e di rapporto con Dio: tutto è dono suo e tutto possiamo riferirlo a Lui. La cultura del « sabato » cambia la qualità della vita; riconduce alle proprie radici, alla ragione del proprio esistere; e può aprire alla felicità possibile nella storia. «Il cinquantesimo anno sarà per voi un Giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi»(Levitico 25,11-12). Questa « consolazione » risuonerà in modo imprevedibile e pieno nel rapporto con Gesù di Nazareth, il Signore, grazie al quale è possibile vivere il « riposo » e il « ristoro »; avere, contro ogni desolazione, l’esperienza della « consolazione ». «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite ed umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è leggero» (Matteo 21,28-30). La Lettera agli Ebrei, partendo dall’espressione del salmo 95 versetto 11 « giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo » e si riferiva ai quarant’anni di peregrinare dall’antico popolo di Israele nell’esodo, fa meditare in modo stupendo sul riposo cristiano. «Poiché dunque risulta che alcuni debbono ancora entrare in quel riposo e quelli che per primi ricevettero la Buona Novella non entrarono a causa della loro disubbidienza, egli fissa di nuovo un giorno, un oggi, dicendo per mezzo di Davide (Salmo 95,8) dopo tanto tempo come è stato già riferito:

Oggi, se udite la sua voce non indurite i vostri cuori! Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato in seguito di un altro giorno. E’ dunque riservato ancora un riposo sabbatico per il popolo di Dio Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa egli pure dalle sue opere, come Dio dalle proprie. Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza» (Ebrei 4, 6-11). Uno sguardo sul futuro La letteratura biblica anticotestamentaria tardiva, in una visione sul futuro escatologico, con il tipico linguaggio apocalittico annunzia la liberazione finale e definitiva del popolo di Dio. E’ la profezia di Daniele (9,24) delle settanta settimane, cioè di un calcolo convenzionale di dieci periodi giubilari.

«Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi».

Si tratta in ogni generazione di ravvivare l’attesa e la ricerca del Signore, del dono che fa di sé, di una novità di vita dove liberazione, consolazione, riposo che è da sempre e per sempre il disegno di misericordia e di bontà che Dio ha su ogni persona e su ogni popolo.

PROFILI BIBLICI : NOÈ, COLUI CHE CAMMINA CON DIO

http://terrasanta.net/tsx/articolo-rivista.jsp?wi_number=5401&wi_codseq=TS1304

PROFILI BIBLICI : NOÈ, COLUI CHE CAMMINA CON DIO

di don Vincenzo Lopasso | luglio-agosto 2013

Noè è menzionato nei capitoli 6-9 del libro della Genesi che raccolgono tradizioni differenti su un’inondazione di carattere universale. Sebbene altri testi antichi, provenienti da vari Paesi vicini a Israele, narrino che nei primordi dell’umanità sia esistito un diluvio di questo tipo, di esso non c’è alcuna prova archeologica. Il diluvio esprime il giudizio divino sull’uomo. Tale giudizio coinvolge anche il mondo e le cose create, perché essi risentono negativamente del peccato dell’uomo. Dio, con il diluvio, riporta le cose allo stato primigenio, quando non c’era distinzione tra le acque che stavano sopra il firmamento e quelle che si trovavano sotto di esso, e quando sulla terra non esisteva ancora l’asciutto (Gen 1,6-7.9-10). I racconti sul diluvio evidenziano il rapporto esistente tra giudizio e salvezza. Dio promette che non punirà mai più la creazione a causa del peccato dell’uomo (Gen 8,21). Tale promessa ha il carattere di un giuramento ed è eterna. Dio la realizzerà senza premettere alcuna condizione, in modo unilaterale e gratuito (9,8-17). Il segno di tale promessa è l’arcobaleno sulle nubi: chiunque guarderà l’arcobaleno, concepito come un arco da guerra a riposo, potrà ricordarsi che Dio non manderà più sulla terra acque tali da distruggerla completamente, come avvenne ai tempi di Noè. Nel Nuovo Testamento (Prima lettera di Pietro, 3,13-24) si vede nel battesimo un’opera di distruzione analoga a quella avutasi con il diluvio: in entrambi i casi essa porta a una nuova creazione e alla salvezza. Il Vangelo di Matteo si spinge ancora più in là parlando di Gesù come Figlio dell’uomo in rapporto al diluvio (24,39) e nel contesto del racconto del battesimo nel Giordano (Mt 3,13-17; 24,39): in entrambi i casi le acque rappresentano il passaggio a una nuova creazione. Perciò per i Padri della Chiesa Noè che sopravvive al diluvio anticipa Gesù Cristo che si leva dal Giordano e dal sepolcro, quale vincitore del peccato e della morte. Noè  scampa al giudizio per la sua giustizia. Genesi 6,9 lo definisce «uomo giusto ed integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio» (cfr 2Pt 2,5). Egli è un personaggio tipico anche per altri aspetti. Innanzitutto, essendo il primo uomo dopo il diluvio, è legato strettamente alla terra, come lo era stato Adamo. Questi, dopo il peccato, per punizione, è costretto a lavorare il suolo, mentre questo, per colpa sua, produce «spine e cardi» (3,18). Noè è detto «uomo della terra» o «coltivatore del suolo» (9,20). La sua nascita era stata salutata dal padre Lamech come segno di consolazione da parte del Signore per il suolo che era stato maledetto (5, 29). Da qui il nome Noè, dalla radice «consolare». In secondo luogo, Noè ha la missione di preservare la vita. Come Adamo, è padre dell’umanità, di quella nata dai suoi figli dopo il diluvio. Egli dovrà ospitare nell’arca una coppia di ogni animale (7,2) e la sua stessa famiglia (6,18), in modo che la vita possa continuare in futuro. Inoltre dovrà procurare  loro il necessario nutrimento (6,21). Quest’attenzione alla vita si registra anche dopo il diluvio, quando Dio lo benedice assieme ai suoi figli con le stesse parole con le quali aveva benedetto la prima coppia: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (1,28; 9,1);  prescrive di non mangiare gli animali con il sangue (9,4), ed esige che la vita umana sia inviolabile, perché appartiene a lui (9,6). Questi racconti sono di grande attualità, perché aiutano a cogliere il rapporto esistente tra etica e ambiente, tra violazione della legge di Dio e rispetto della natura. Mostrano come il peccato, di qualsiasi genere, produca i suoi effetti negativi non solo sulla collettività umana, ma anche sull’ambiente naturale in cui si vive. Essi aiutano a comprendere il giudizio divino come parte di un unico progetto che Dio realizza per la salvezza degli uomini e della creazione.

PAPA GIOVANNI PAOLO II – SALMO 117 (NELL’ANGOSCIA HO GRIDATO AL SIGNORE…)

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RELIGIONE/CRISTIANESIMO/salmo117cantodigioiaedivittoriapapaGiovanniPaoloIIudienza.htm

PAPA GIOVANNI PAOLO II – SALMO 117 (NELL’ANGOSCIA HO GRIDATO AL SIGNORE…)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì 5 dicembre 2001

Salmo 117/118, Canto di gioia e di vittoria Lodi Domenica 2a Settimana (Lettura: Sal 117, 1-2.19-20.22.24).

Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia.

Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia. Lo dica la casa di Aronne: eterna è la sua misericordia. Lo dica chi teme Dio: eterna è la sua misericordia.

Nell’angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo. Il Signore è con me, non ho timore; che cosa può farmi l’uomo? Il Signore è con me, è mio aiuto, sfiderò i miei nemici.

E’ meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo. E’ meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti.

Tutti i popoli mi hanno circondato, ma nel nome del Signore li ho sconfitti. Mi hanno circondato, mi hanno accerchiato, ma nel nome del Signore li ho sconfitti. Mi hanno circondato come api, come fuoco che divampa tra le spine, ma nel nome del Signore li ho sconfitti. Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato mio aiuto.

Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza. Grida di giubilo e di vittoria, nelle tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto meraviglie, la destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto meraviglie. Non morirò, resterò in vita e annunzierò le opere del Signore.

Il Signore mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte.

Apritemi le porte della giustizia: voglio entrarvi e rendere grazie al Signore. E’ questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti.

Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi. Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso.

Dona, Signore, la tua salvezza, dona, Signore, la vittoria! Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Vi benediciamo dalla casa del Signore; Dio, il Signore è nostra luce. Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare.

Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto. Celebrate il Signore, perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.

1. Quando il cristiano, in sintonia con la voce orante di Israele, canta il Salmo 117 che abbiamo appena sentito risuonare, prova dentro di sé un fremito particolare. Egli trova, infatti, in questo inno di forte impronta liturgica due frasi che echeggeranno all’interno del Nuovo Testamento con una nuova tonalità. La prima è costituita dal v. 22: « La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo ». Questa frase è citata da Gesù, che la applica alla sua missione di morte e di gloria, dopo aver narrato la parabola dei vignaioli omicidi (cfr Mt 21, 42). La frase è richiamata anche da Pietro negli Atti degli Apostoli: « Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati » (At 4, 11-12). Commenta Cirillo di Gerusalemme: « Uno solo diciamo il Signore Gesù Cristo, affinché la filiazione sia unica; uno solo diciamo, perché tu non pensi che ve ne sia un altro… Infatti è chiamato pietra, non inanimata né tagliata da mani umane, ma pietra angolare, perché colui che avrà creduto in essa non rimarrà deluso » (Le Catechesi, Roma 1993, pp. 312-313). La seconda frase che il Nuovo Testamento desume dal Salmo 117 è proclamata dalla folla nel solenne ingresso messianico di Cristo in Gerusalemme: « Benedetto colui che viene nel nome del Signore! » (Mt 21, 9; cfr Sal 117, 26). L’acclamazione è incorniciata da un « Osanna » che riprende l’invocazione ebraica hoshiac na’, « deh, salvaci! ». 2. Questo splendido inno biblico è collocato all’interno della piccola raccolta di Salmi, dal 112 al 117, detta lo « Hallel pasquale », cioè la lode salmica usata dal culto ebraico per la Pasqua e anche per le principali solennità dell’anno liturgico. Il filo conduttore del Salmo 117 può essere considerato il rito processionale, scandito forse da canti per il solista e per il coro, sullo sfondo della città santa e del suo tempio. Una bella antifona apre e chiude il testo: « Celebrate il Signore perché è buono, eterna è la sua misericordia » (vv. 1.29). La parola « misericordia » traduce la parola ebraica hesed, che designa la fedeltà generosa di Dio nei confronti del suo popolo alleato e amico. A cantare questa fedeltà sono coinvolte tre categorie di persone: tutto Israele, la « casa di Aronne », cioè i sacerdoti, e « chi teme Dio », una locuzione che indica i fedeli e successivamente anche i proseliti, cioè i membri delle altre nazioni desiderosi di aderire alla legge del Signore (cfr vv. 2-4). 3. La processione sembra snodarsi per le vie di Gerusalemme, perché si parla delle « tende dei giusti » (cfr v. 15). Si leva, comunque, un inno di ringraziamento (cfr vv. 5-18), il cui messaggio è essenziale: anche quando si è nell’angoscia bisogna conservare alta la fiaccola della fiducia, perché la mano potente del Signore conduce il suo fedele alla vittoria sul male e alla salvezza. Il poeta sacro usa immagini forti e vivaci: gli avversari crudeli sono paragonati ad uno sciame d’api o a un fronte di fiamme che avanza riducendo tutto in cenere (cfr v. 12). Ma la reazione del giusto, sostenuto dal Signore, è veemente; per tre volte si ripete: « Nel nome del Signore li ho sconfitti » e il verbo ebraico evidenzia un intervento distruttivo nei confronti del male (cfr vv. 10.11.12). Alla radice, infatti, c’è la destra potente di Dio, cioè la sua opera efficace, e non certo la mano debole e incerta dell’uomo. Ed è per questo che la gioia per la vittoria sul male si apre ad una professione di fede molto suggestiva: « Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza » (v. 14). 4. La processione sembra essere giunta al tempio, alle « porte della giustizia » (v. 19), cioè alla porta santa di Sion. Qui si intona un secondo canto di ringraziamento, che è aperto da un dialogo tra l’assemblea e i sacerdoti per essere ammessi al culto. « Apritemi le porte della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore », dice il solista a nome dell’assemblea processionale. « È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti » (v. 20), rispondono altri, probabilmente i sacerdoti. Una volta entrati si può dar voce all’inno di gratitudine al Signore, che nel tempio si offre come « pietra » stabile e sicura su cui edificare la casa della vita (cfr Mt 7, 24-25). Una benedizione sacerdotale scende sui fedeli, che sono entrati nel tempio per esprimere la loro fede, elevare la loro preghiera e celebrare il culto. 5. L’ultima scena che si apre davanti ai nostri occhi è costituita da un rito gioioso di danze sacre, accompagnate da un festoso agitare di fronde: « Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare » (v. 27). La liturgia è gioia, incontro di festa, espressione dell’intera esistenza che loda il Signore. Il rito delle fronde fa pensare alla solennità ebraica delle Capanne, memoria del pellegrinaggio di Israele nel deserto, solennità nella quale si compiva una processione con rami di palme, mirto e salice. Questo stesso rito evocato dal Salmo si ripropone al cristiano nell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, celebrato nella liturgia della Domenica delle Palme. Cristo è osannato come « figlio di Davide » (cfr Mt 21, 9) dalla folla che, « venuta per la festa… prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele! » (Gv 12, 12-13). In quella celebrazione festosa che, però, prelude all’ora della passione e morte di Gesù, si attua e comprende in senso pieno anche il simbolo della pietra angolare, proposto in apertura, acquisendo un valore glorioso e pasquale. Il Salmo 117 rincuora i cristiani a riconoscere nell’evento pasquale di Gesù « il giorno fatto dal Signore », in cui « la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo ». Col Salmo essi possono quindi cantare pieni di gratitudine: « Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza » (v. 14); « Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso » (v. 24).  

SALMO 27 (26) : IL SIGNORE È MIA LUCE E MIA SALVEZZA, DI CHI AVRÒ PAURA?

http://www.cistercensi.info/monari/2001/m20010308.htm

PREGARE I SALMI – SALMO 27 (26)

IL SIGNORE È MIA LUCE E MIA SALVEZZA, DI CHI AVRÒ PAURA?

Giovedì – 08 marzo 2001

Introduzione Il cammino della Quaresima, che stiamo cercando di percorrere con la grazia del Signore, ci chiede anzitutto un impegno di preghiera che dobbiamo imparare dal Signore. Egli ci insegna come ci si rivolge a lui, come si risponde alla sua Parola e ci si dispone a ricevere la sua grazia. Per questo facciamo il cammino di riflessione sui Salmi, perché attraverso i Salmi è Dio stesso che ci mette sulla bocca le parole giuste e dentro al cuore gli atteggiamenti e le decisioni giuste, quindi sintonizza la nostra vita sulla sua volontà, le sue parole e le sue promesse. Allora con fiducia ci presentiamo davanti al Signore, lo preghiamo perché apra il nostro cuore ad accogliere il suo insegnamento e ci doni una fede e un abbandono grande alla sua volontà.

Preghiamo con il Salmo 27 (26) «[1]Di Davide.

Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore? [2]Quando mi assalgono i malvagi per straziarmi la carne, sono essi, avversari e nemici, a inciampare e cadere.

[3]Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia.

[4]Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario.

[5]Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua dimora, mi solleva sulla rupe. [6]E ora rialzo la testa sui nemici che mi circondano; immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza, inni di gioia canterò al Signore.

[7]Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi. [8]Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»; il tuo volto, Signore, io cerco.

[9]Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. [10]Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto.

[11]Mostrami, Signore, la tua via, guidami sul retto cammino, a causa dei miei nemici.

[12]Non espormi alla brama dei miei avversari; contro di me sono insorti falsi testimoni che spirano violenza. [13]Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. [14]Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore».

Omelia “Credere” significa: avere fiducia in Dio più di quanto si abbia paura del mondo o della vita o degli altri o anche di noi stessi. La fede, non è solo questione di sapere o pensare qualche cosa della realtà, ma è un atteggiamento che coinvolge tutta la nostra esistenza (la fede si gioca nel suo confronto con la paura di fronte alla realtà del mondo che ci circonda). Il Salmo che abbiamo ascoltato nasce da qui: si può descrivere come una lotta tra la paura e la speranza. Di fatto, se avete notato, incomincia dicendo: «Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?», di chi avrò terrore? Il problema è proprio la paura e il terrore. La conclusione del Salmo è l’invito ad una speranza salda: «[14]Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore». In realtà il Salmo che abbiamo ascoltato ha dato da pensare agli esegeti per questo motivo: Nella prima parte che è chiaramente un Salmo di fiducia, anzi qualcuno ha detto: “una fede trionfante, così robusta che non ha ostacoli o impedimenti sul suo cammino”. Poi si arriva alla seconda parte, dal versetto 7 in poi, dove invece ci troviamo di fronte a una supplica, a una richiesta accompagnata da angoscia e timore. È sempre la fede, ma questa volta non più trionfante; è la fede supplice che si presenta davanti a Dio nell’atteggiamento del mendicante che chiede. Dicono gli esegeti che questo modo di procedere non sta bene insieme, sarebbe più giusto (si capirebbe meglio) l’inverso, cioè incominciare con la supplica: io nella miseria mi rivolgo al Signore e chiedo il suo aiuto e il suo sostegno, e poi continuo con la fiducia e con la sicurezza di essere esaudito da Dio. Addirittura qualcuno pensa che il nostro Salmo non sia un Salmo, ma due Salmi: una preghiera di fiducia e una preghiera di domanda e di supplica. In realtà, la coerenza nel nostro Salmo c’è ed è molto profonda, vera e preziosissima per noi. Per capirlo dovete tenere presente che il protagonista è una persona minacciata, con un’autentica paura nel profondo del suo cuore; è circondato da avversari, quindi da tutte le parti sembra non ci sia scampo; è accusato da falsi testimoni (nell’antichità i falsi testimoni sono una delle piaghe più gravi, tremende e distruttive della vita sociale e personale); è oppresso dalla violenza e vede i suoi avversari come delle bestie feroci che vengono per “dilaniargli la carne”. Però è un uomo di una fede robustissima, e di fronte a questa situazione di paura reagisce fin dall’inizio con una fede incrollabile e lo ripete a se stesso: «Il Signore è mia luce e mia salvezza… di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita» (il “baluardo” è la fortezza della mia vita), di chi avrò terrore? Ma si capisce: proprio il fatto che lo dica con questa insistenza, significa che ha bisogno di riscoprire la fede e di farla scendere in profondità; ha bisogno di scriverla nelle radici del suo cuore dove sta sperimentando la paura; ha bisogno di esorcizzare la paura, di allontanarla, di riuscire a controllarla e a vincerla. Parte da questo e poi cerca la sicurezza nel tempio e va a pregare; e lì innalza al Signore la sua supplica, senza censurare niente, ma lasciando che la paura gli salga dal cuore in modo pieno, ma trasformando la sua paura in preghiera. Notate, la seconda parte del Salmo, dal versetto 7 in poi, contiene dieci imperativi che fanno impressione: «Ascolta, Signore, la mia voce», «abbi pietà di me», «rispondimi», «non nascondermi il tuo volto», «non respingere con ira il tuo servo», «non lasciarmi», «non abbandonarmi», «mostrami la tua via», «guidami sul retto cammino… Insomma per dieci volte si rivolge al Signore con una supplica appassionata e urgente, è il suo appello a Dio. Finalmente, al termine di questa supplica, tutto sembra quietarsi e ritrovare serenità in una specie di invito che l’orante (il salmista) rivolge a se stesso: «[14]Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore». Potremmo dire che la lotta è stata combattuta e vinta. Ma proprio l’insistenza su questi imperativi significa che non è stata né rimane una lotta facile: la fede si gioca all’interno di un contesto di difficoltà, di prova e di fatica.

Ripercorriamo il cammino del Salmo nelle sue due parti. Prima parte del Salmo «[1]Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?». Si potrebbe pensare che il Salmo è già risolto, che sia già finito lì: se uno pensa le preghiere che sta dicendo, evidentemente la paura e il terrore sono già stati superati e sconfitti. Ma quale paura? Quale terrore? Potete immaginarlo il più grande possibile: un avversario? No, molti avversari insieme! Molti avversari che hanno una forza superiore al salmista. Ma non interessa; qualunque situazione di minaccia possa circondare la persona di fede è radicalmente spazzata via dall’affermazione iniziale: «Il Signore è mia luce e mia salvezza». Se è così, che cosa può fare piombare l’uomo nell’angoscia, nella tenebra, nella sconfitta e nella morte? Evidentemente niente. San Paolo scriveva nella Lettera ai Romani: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8, 31); quale forza mondana o sovramondana può distruggere la vita di chi sta sostenuto e protetto da Dio? Se dovessi confrontarmi con le forze del mondo che mi circondano, sarei preso inevitabilmente dalla paura e sarei uno sconfitto. Siccome, Dio è il mio Dio, è per me «luce», «salvezza» e «difesa», per questo tutte le minacce non sono capaci di scalfire la fiducia. La minaccia che mi opprime mi getterebbe in un baratro profondo di tenebra, ma lì «il Signore è mia luce». Il rapporto tra Dio e la luce è tradizionale in tutte le religioni e si trova frequentemente nella Bibbia: «Dio si avvolge della luce come di un manto» (Sal 104, 2); il primo segno della sua opera creatrice è proprio il fatto di far uscire la luce di mezzo le tenebre (cfr. Gen 1, 3-5); a Gerusalemme dice: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore risplende sopra di te» (Is 60, 1). Dunque, la tua vita può essere, dal punto di vista mondano, circondata dalle tenebre. Non si capisce bene dove siamo, dove stiamo andando e il significato delle esperienze che viviamo… ma «il Signore è mia luce». A volte può sembrare che la vita sfugga dal nostro controllo, che l’amarezza o la tristezza piombino inevitabili sopra di noi; ma «il Signore è mia luce». Ricordate il Salmo 23 (dell’ultima Scuola della Parola): «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla» (Sal 23, 1). E ancora: se i nemici mi circondano e da tutte le parti «mi assalgono» e io non ho delle difese che mi possono proteggere… però “il Signore è mio baluardo”. “Baluardo” vuole dire: una fortezza costruita in un luogo imprendibile, dove i nemici non riescono a giungere. Allora possiamo cercare di capire meglio tentando di descrivere la minaccia con una serie di immagini. «[2]Quando mi assalgono i malvagi per straziarmi la carne, sono essi, avversari e nemici, a inciampare e cadere. [3]Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia». Dicevo: prendiamo delle immagini per capire chi sono i nostri nemici e il significato dell’esperienza che viviamo. La prima è l’immagine di bestie feroci: “i malvagi sono lì per straziarmi la carne”, cioè per lacerare e divorare la carne; ma in realtà la presenza del Signore è sufficiente difesa: «sono essi, avversari e nemici, a inciampare e cadere». La seconda è un’immagine di guerra: “un esercito si accampa e circonda la mia vita”, ma anche in mezzo alla battaglia «il mio cuore non teme… anche allora ho fiducia». Torno a dire: prendete queste cose dette dalla fede del salmista, ma accompagnate da una realtà interiore di paura profonda contro la quale stiamo combattendo e dalla quale cerchiamo di difenderci, attraverso il riferimento e a quello che crediamo del Signore. Continua il nostro salmista nel ricercare il rapporto con Dio. Dicevamo: “Dio è la mia difesa e il mio baluardo”. Ma questa difesa-baluardo diventa molto concreta: il tempio di Gerusalemme. Il tempio di Gerusalemme è costruito su un colle, su una roccia; il tempio ha per definizione il diritto di asilo, chi vi entra è protetto; è un luogo custodito e difeso dal Signore; quindi il tempio diventa l’immagine della protezione di Dio. Per cui: «[4]Una cosa ho chiesto al Signore»; chiedi una cosa sola e io te la darò, ma ne hai da chiedere una sola. Allora devi trovare proprio quella che conta più di tutto; guardi tutti i tuoi desideri e i progetti e tiri fuori quello a cui non puoi assolutamente rinunciare: «[4]Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore ed ammirare il suo santuario». Dunque, “una cosa sola: abitare con Dio”. Il Salmo 16 (15), del Levita, dice che quando la terra promessa è stata divisa tra tutte le tribù d’Israele, a lui della tribù di Levi è toccata la parte migliore, perché la parte migliore è l’essere senza terra e avere al suo posto Dio; la tribù di Levi è senza terra perché la sua eredità è il Signore, ha solo il Signore come sicurezza e protezione per vivere (cfr. Nm 18, 20). Il nostro salmista (ragiona in questo modo) cerca una cosa sola: non la forza militare né la ricchezza economica, ma la comunione con il Signore; il tempio come luogo di pienezza di vita e di esperienza, dove si può contemplare la bellezza di Dio. Vuole dire: l’esperienza del tempio è come fare l’esperienza di una teofania. Domenica prossima avremo il racconto della “trasfigurazione”, ecco è qualche cosa del genere: l’esperienza che hanno fatto i discepoli quando “il Signore li ha portati in disparte su un monte alto” (Mt 17, 1) e davanti a loro si è trasfigurato, e Pietro è arrivato a dire quella espressione: «Signore, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende» (Lc 9, 33). Questa è l’esperienza della gioia, della pienezza della vita. Il salmista ragiona così: desidera «abitare nella casa del Signore tutti i giorni della sua vita», cioè essere ospitato da Dio dentro la sua tenda. Quando si accoglie uno nella propria tenda si assume la responsabilità di farlo vivere e di proteggerlo. Se il Signore si prende questa responsabilità nei nostri confronti, allora in noi c’è l’esperienza della libertà e della gioia: il Signore diventa la rupe, la roccia, su cui io edifico la mia sicurezza (cfr. Lc 6, 48). L’abbiamo già detto: in ebraico il verbo “credere” esprime l’immagine di una persona che si aggrappa ad una roccia e riceve la sua solidità. Noi siamo radicalmente deboli, in qualche modo mossi dalle situazioni del mondo, ma aggrappandoci a questa roccia riceviamo solidità perché è Dio stesso. «[5]Egli mi offre un luogo di rifugio nel giorno della sventura. Mi nasconde nel segreto della sua dimora, mi solleva sulla rupe. [6]E ora rialzo la testa sui nemici che mi circondano; immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza, inni di gioia canterò al Signore». “Alzerò la testa”, quindi non sono più impaurito e umiliato dalla presenza di avversari odiatori che sono più forti di me; la sicurezza, che mi viene dal Signore e dal tempio, mi dà una dignità e una libertà senza riserve. «Rialzo la testa sui nemici che mi circondano»; i nemici appaiono ormai senza forza e senza la capacità di minacciare. «Immolerò nella casa del Signore sacrifici di esultanza». “I sacrifici di esultanza” sono i sacrifici della ter’uah, che era il grido di guerra (cfr. Nm 10, 5 della Bibbia di Gerusalemme); quando si va all’assalto s’incomincia con un grande grido che serve a dare coraggio a chi va all’assalto e a spaventare i nemici. Questo grido diventa una preghiera, una lode, un’espressione liturgica; evidentemente un inno marziale ma trasformato in supplica e ringraziamento a Dio: «inni di gioia canterò al Signore». Siamo impauriti, ma siccome abbiamo fede nel Signore – come salvezza, luce e difesa – proclamiamo la nostra sicurezza, la fede e la speranza senza ambiguità. Seconda parte del Salmo

Siamo arrivati al tempio e lì, davanti al Signore, lasciamo che la paura che abbiamo dentro si esprima; non la comprimiamo né la censuriamo ma lasciamo che diventi preghiera: «[7]Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi. [8]Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”; il tuo volto, Signore, io cerco». Allora ci rivolgiamo al Signore perché abbiamo un «grido» da esprimere. “Un grido” non è un urlo. “L’urlo” è qualche cosa di non articolato, che esprime la paura ma senza metterla in parole, non riesce a tradurre la paura in espressioni significative. Il nostro «grido» è una voce che innalziamo al Signore, non è rivolta al nulla come a volte può essere un urlo; è rivolto a degli orecchi che sanno percepire e a un cuore che sa rispondere: “ascolta” – «rispondimi». In mezzo a questi due verbi ci sta quello che noi crediamo: «abbi pietà di me!». Vuole dire: riconosco di essere in una condizione di povertà, di miseria e di debolezza, e ho bisogno che il Signore intervenga e faccia sua la mia condizione di povertà, la vinca con l’energia e la forza che lui solo possiede: «abbi pietà di me!». In questo rivolgerci al Signore il salmista ci dice: stiamo lasciando che il nostro cuore si esprima e trovi la direzione giusta dei suoi desideri e progetti. «[8]Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto». Vuole dire: ho interrogato il mio cuore e gli ho detto: “Che cosa debbo fare? Come debbo reagire a questa paura che mi attanaglia?”. E il cuore gli ha risposto: “cerca il volto di Dio”. In concreto significa andare al tempio ma non semplicemente con i piedi e le gambe, ma con il desiderio e la decisione di appartenere a Dio: «Cercate il suo volto». Vuole dire: il salmista aveva il desiderio e la fiducia in Dio in modo profondo, e quando è venuto il momento della prova il cuore lo ha indirizzato giusto e lo ha orientato verso Dio: «Il tuo volto Signore io cerco». Qui viene fuori quell’immagine che è frequentissima nella Bibbia: l’immagine del “volto di Dio” perché il Dio della Bibbia ha una faccia. Chiaramente, quando dico “il volto di Dio” non debbo immaginare dei lineamenti come la mia faccia o la vostra. Quando si dice che “Dio ha una faccia” significa: Dio ha un’identità, che è quella e nient’altro, ha dei lineamenti che sono suoi caratteristici e non si possono confondere. Quando un Ebreo ha cominciato a conoscere il Signore – attraverso tutte le esperienze di liberazione o la Parola dei profeti – pian piano ha imparato a conoscere il volto di Dio. “Il volto di Dio” non è quello che può insegnare un filosofo che ragioni in astratto sull’essenza divina. Un filosofo può dire che Dio è l’essere onnipotente, eterno, onnisciente, immenso, uno, bontà… ma in fondo queste affermazioni su Dio sono ancora generiche. Se uno vuole comprendere il volto di Dio deve lasciarsi afferrare dagli avvenimenti in cui Dio ha operato nella storia d’Israele – e noi diremmo innanzitutto: nella vita e nella morte di Gesù Cristo –, e pian piano, meditandoli e interiorizzandoli, lasciare che stampino nel suo cuore l’immagine di Dio. Dio è il Signore che ci ha liberato dall’Egitto, ci ha condotto nel deserto, ci ha dato una terra, ci ha mandato i profeti, ci ha mandato in esilio e dall’esilio ci ha fatto ritornare; Dio è il Signore che in Gesù Cristo si è fatto uno di noi, è passato facendo del bene, ha donato se stesso per noi e per i nostri peccati e per fare di noi il suo popolo. Insomma, il volto di Dio è quello; non astratto, ma legato ad avvenimenti concreti della storia della salvezza e, in ultima analisi, legato a Gesù Cristo. In fondo la vita religiosa non è altro che questo: «cercare il volto di Dio». Imparare a vedere il volto di Dio non come lo vorremmo noi, secondo i nostri desideri, ma come lo ha fatto conoscere Lui, secondo la sua rivelazione. «[9]Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza». “Non nascondermi il tuo volto” si capisce, perché se Dio nasconde da noi il suo volto noi siamo, dice un Salmo, come coloro che “scendono nella fossa” (cfr. Sal 28, 1); non è possibile vivere se Dio allontana da noi il suo sguardo e il suo volto; la nostra vita viene dall’origine di quella sorgente. Dunque, Signore, «non nascondermi il tuo volto, non mi respingere», non mi abbandonare, sei il «Dio della mia salvezza. [4]Una cosa sola ho chiesto… di abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita». L’importanza di questo è la vicinanza di Dio, e il salmista lo esprime con un’immagine che vuole significare il massimo dell’amore che sia immaginabile o pensabile: «[10]Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto». Lo dovete intendere così: “se anche mio padre o mia madre fossero capaci di abbandonarmi, il Signore però è colui che mi ha raccolto”. Vuole dire: dal punto di vista umano e psicologico la paternità e la maternità sono l’immagine dell’amore più grande che si possa pensare; ebbene, l’amore, la premura e l’intimità con Dio è infinitamente più grande. Dice Isaia: “Anche se una madre dovesse dimenticare i suoi figli, (cosa evidentemente impossibile), «io non ti dimenticherò mai… ti ho scritto sulle palme delle mie mani» (Is 49, 15-16); c’è un tatuaggio sulla mano di Dio che è il volto del suo popolo, Dio ce l’ha davanti a sé per sempre, è incancellabile. «Il Signore mi ha raccolto». Allora, «[11]Mostrami, Signore, la tua via, guidami sul retto cammino, a causa dei miei nemici. [12]Non espormi alla brama dei miei avversari; contro di me sono insorti falsi testimoni che spirano violenza». Dunque, il Signore ci salvi e ci indirizzi nella via giusta, nel sentiero piano e corretto. A questo punto la preghiera può terminare con la fiducia piena e con la sicurezza; abbiamo in qualche modo lasciato venire fuori la paura, però l’abbiamo trasformata in preghiera. Allora «[13]Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi». S’intende: “la terra dei viventi” è questa vita, è il nostro mondo. Spero “di contemplare la bontà del Signore” anche al di là della “terra dei viventi”. Ma il salmista fa riferimento a questa terra, alla vita di tutti i giorni, al lavoro, alla famiglia, ai rapporti con gli altri; desidera, anzi è certo, che in questa esistenza quotidiana lui potrà vivere e trovare Dio; potrà sperimentare la vicinanza di Dio nelle piccole cose della vita di tutti i giorni, nella sua benedizione quotidiana, nel cibo e nella bevanda, nel vestito e nell’amicizia, nel lavoro e nella speranza, negli uccelli del cielo e nei gigli del campo… tutti questi sperimentano la provvidenza di Dio: Io «[13]Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi». L’ultimo versetto è una specie di riflessione o di invito che il salmista rivolge a se stesso. Chiaramente si capisce: se io mi rivolgo questo invito vuole dire che ne ho bisogno, mi rendo conto della mia fragilità, che non sono così stabile come sarebbe giusto desiderare. Allora lo dico a me stesso: «[14]Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore». All’inizio della seconda Lettera ai Corinzi san Paolo dice: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché anche noi possiamo, consolati da Dio, consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione attraverso la consolazione che abbiamo ricevuto dal Signore» (2 Cor 1, 3-4). Credo che il Salmo vada in questa direzione, perché il salmista ha conosciuto la paura. In filigrana, se uno ci sta attento, si accorge che dietro c’è un’esperienza di disorientamento, ma che a questa situazione di paura e di disorientamento ha risposto con una fede grande, ripetendo a se stesso quelle cose di Dio che ha sempre conosciuto; ha sempre saputo che Dio è salvezza, luce e baluardo, che Dio è una rupe sicura… lo ha sempre detto e imparato nella preghiera d’Israele. Allora lo ridice a se stesso e pian piano, con questo atteggiamento di preghiera davanti al Signore, ritrova l’equilibrio e la speranza piena per sé, ma la ritrova per poterla dire anche agli altri, per poter dire all’uomo che c’è una forza di salvezza che è più grande di tutte le nostre paure, più grande del mondo, della vita e anche di nostri limiti che ci possono fare paura. Il senso sta in quello che dicevamo all’inizio: “credere” vuole dire fidarsi di Dio più di quanto abbiamo paura del mondo, della vita, degli altri o di noi stessi. Non riusciamo a togliere del tutto la paura; dobbiamo però misurarci con la paura e lo possiamo a partire dalla fede in Dio, dalla contemplazione del “volto di Dio” che abbiamo conosciuto nella rivelazione della Bibbia e di Gesù Cristo e si manifesta a noi come un amore – un Dio di amore – più grande di quello che possiamo noi stessi immaginare: «[10]Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto». L’amore del Signore è più grande di qualunque tipo di amore che umanamente possiamo immaginare o sperimentare. * Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore, ma dall’Ufficio Pastorale.

BENEDETTO XVI – SALMO 126, OGNI FATICA È VANA SENZA IL SIGNORE (2005)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050831.html

BENEDETTO XVI – SALMO 126, OGNI FATICA È VANA SENZA IL SIGNORE

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 31 agosto 2005

Salmo 126 Ogni fatica è vana senza il Signore Vespri – Mercoledì 3a settimana

1. Il Salmo 126, ora proclamato, presenta davanti ai nostri occhi uno spettacolo in movimento: una casa in costruzione, la città con le sue guardie, la vita delle famiglie, le veglie notturne, il lavoro quotidiano, i piccoli e i grandi segreti dell’esistenza. Ma su tutto si leva una presenza decisiva, quella del Signore che aleggia sulle opere dell’uomo, come suggerisce l’avvio incisivo del Salmo: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (v. 1) Una società solida nasce, certo, dall’impegno di tutti i suoi membri, ma ha bisogno della benedizione e del sostegno di quel Dio che, purtroppo, spesso è invece escluso o ignorato. Il Libro dei Proverbi sottolinea il primato dell’azione divina per il benessere di una comunità e lo fa in modo radicale affermando che «la benedizione del Signore arricchisce, non le aggiunge nulla la fatica» (Pr 10,22). 2. Questo Salmo sapienziale, frutto della meditazione sulla realtà della vita di ogni giorno, è costruito sostanzialmente su un contrasto: senza il Signore, invano si cerca di erigere una casa stabile, di edificare una città sicura, di far fruttificare la propria fatica (cfr Sal 126,1-2). Col Signore, invece, si ha prosperità e fecondità, una famiglia ricca di figli e serena, una città ben munita e difesa, libera da incubi e insicurezze (cfr vv. 3-5). Il testo si apre con l’accenno al Signore raffigurato come costruttore della casa e sentinella che veglia sulla città (cfr Sal 120,1-8). L’uomo esce al mattino per impegnarsi nel lavoro a sostegno della famiglia e a servizio dello sviluppo della società. È un lavoro che occupa le sue energie, provocando il sudore della sua fronte (cfr Gn 3,19) per l’intero arco della giornata (cfr Sal 126,2). 3. Ebbene, il Salmista non esita ad affermare che tutto questo lavoro è inutile, se Dio non è al fianco di chi fatica. Ed afferma che Dio premia invece persino il sonno dei suoi amici. Il Salmista vuole così esaltare il primato della grazia divina, che imprime consistenza e valore all’agire umano, pur segnato dal limite e dalla caducità. Nell’abbandono sereno e fedele della nostra libertà al Signore, anche le nostre opere diventano solide, capaci di un frutto permanente. Il nostro «sonno» diventa, così, un riposo benedetto da Dio, destinato a suggellare un’attività che ha senso e consistenza. 4. Si passa, a questo punto, all’altra scena tratteggiata dal nostro Salmo. Il Signore offre il dono dei figli, visti come una benedizione e una grazia, segno della vita che continua e della storia della salvezza protesa verso nuove tappe (cfr v. 3). Il Salmista esalta in particolare «i figli della giovinezza»: il padre che ha avuto figli in gioventù non solo li vedrà in tutto il loro vigore, ma essi saranno il suo sostegno nella vecchiaia. Egli potrà, così, affrontare con sicurezza il futuro, divenendo simile a un guerriero, armato di quelle «frecce» acuminate e vittoriose che sono i figli (cfr vv 4-5). L’immagine, desunta dalla cultura del tempo, ha lo scopo di celebrare la sicurezza, la stabilità, la forza di una famiglia numerosa, come si ripeterà nel successivo Salmo 127, in cui è tratteggiato il ritratto di una famiglia felice. Il quadro finale raffigura un padre circondato dai suoi figli, che è accolto con rispetto alla porta della città, sede della vita pubblica. La generazione è, quindi, un dono apportatore di vita e di benessere per la società. Ne siamo consapevoli ai nostri giorni di fronte a nazioni che il calo demografico priva della freschezza, dell’energia, del futuro incarnato dai figli. Su tutto, però, si erge la presenza benedicente di Dio, sorgente di vita e di speranza. 5. Il Salmo 126 è stato spesso usato dagli autori spirituali proprio per esaltare questa presenza divina, decisiva per procedere sulla via del bene e del regno di Dio. Così il monaco Isaia (morto a Gaza nel 491) nel suo Asceticon (Logos 4,118), ricordando l’esempio degli antichi patriarchi e profeti, insegna: «Si sono posti sotto la protezione di Dio implorando la sua assistenza, senza mettere la loro fiducia in qualche fatica che avessero compiuto. E la protezione di Dio è stata per loro una città fortificata, perché sapevano che senza l’aiuto di Dio essi erano impotenti e la loro umiltà faceva loro dire con il Salmista: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode”» (Recueil ascétique, Abbaye de Bellefontaine 1976, pp. 74-75).

IL VOLTO NUOVO DEL FIGLIO DI UN SORRISO (SALMO 131)

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=123837

IL VOLTO NUOVO DEL FIGLIO DI UN SORRISO (SALMO 131)

lo sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia.

Il brevissimo Salmo 131 è composto di soli tre versetti, il terzo dei quali riprende il v. 7 del Salmo 130, con lo stesso verbo in ebraico. Il Salmo 131 è così legato al precedente, al modo di una strofa aggiuntiva. Là si parla della redenzione dell’intero Israele, entro la quale si svolge la vicenda di confessione e di perdono nella quale è trasformato il nostro pellegrino. È un evento pasquale: passaggio e risurrezione. Questo evento fa del singolo fedele un segno di redenzione per tutto il popolo. Il Salmo 131 costituisce un momento di intenso raccoglimento meditativo – come un sussurro – ma in grado di manifestare la novità che l’opera redentiva di Dio realizza per la salvezza del mondo. Un sussurro, tenue e soave, eppure espressione di un momento di pienezza pacificata nell’esperienza del perdono. Il testo si divide in due strofe – VV. 1 e 2 – e un ritornello conclusivo: v. 3. La prima è costituita da tre negazioni. È la fine di un tempo e si dice quel che non è più. La seconda riporta un’affermazione: la novità ormai instaurata. La fine di un tempo e l’inaugurazione di un tempo nuovo.

SALMO 131 Canto delle ascensioni. Di Davide. Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. 2 lo sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia. 3 Speri Israele nel Signore, ora e sempre. Cuore, volto e mano di fronte a Dio

La prima strofa. Per tre volte «non». Si comincia con la invocazione del Nome di Dio e così si finirà al v. 3. Si augura a tutto il popolo l’incontro con il Signore vivente che ha determinato la novità di cui il nostro pellegrino può costituire un segno. Dice che è finito il tempo in cui il cuore si inorgogliva, lo sguardo era superbo e i passi erano orientati verso la realizzazione di grandi imprese. Si noti la terna citata: il cuore, lo sguardo, i passi. È una di quelle teme che danno una completa descrizione antropologica, nel linguaggio biblico. Siamo dinanzi a una rielaborazione raffinata di una tema di dimensioni umane che possono essere identificate con il cuore, il volto e la mano. La vita umana è queste tre cose, non ha semplicemente questi tre elementi. Il cuore significa l’interiorità segreta, il mistero profondo, la sede interiore dove si ascolta, si pensa, si progetta e si attuano decisioni circa l’intera esistenza. Il cuore ha le sue traversie, ha durezze e chiusure sempre possibili; si impietrisce e si ripiega su se stesso. Può non ascoltare o restare indeciso, senza progetti. L’uomo è un cuore e poi anche un volto: sacramento visibile del mistero imperscrutabile che è custodito nel cuore umano. L’invisibile identità profonda ha una trasparenza visibile nel volto; attraverso il volto, il cuore può ricevere e trasmettere: il volto, con la sua complessità e la sua mutevolezza. In esso spiccano gli occhi e la bocca. Con entrambi si assimila e si trasmette. Il volto può essere tenebroso e mascherato: chi lo purificherà e gli darà quella bellezza che il Creatore ha voluto imprimere in esso per potercisi specchiare? Infine la mano, lo strumento dell’operatività. Nel nostro Salmo si parla del piede e dei suoi passi: gesti con cui è efficace la propria presenza nel mondo, presenza progettata e voluta nel cuore. Anche a proposito della mano – o del braccio o della gamba – lo stato di peccato e di decadenza fa sì che possa essere strumento di potere violento. Eppure la mano è stata data all’uomo perché sia pronta a benedire, perché sia laboriosa e capace di segni di comunione; è stata creata per essere aperta, paziente. Chi libererà la mano dell’uomo? Chi la costringerà ad aprirsi? Tutta la storia della salvezza si condensa nell’evento decisivo della Pasqua del Figlio dell’Uomo che muore e risorge: l’evento nuovo è un uomo dal cuore puro, dal volto luminoso e dalla mano aperta. Quest’uomo dal cuore puro è sapiente e libero e sa come interferire nei progetti del nostro cuore. Egli è il Figlio di Dio che scandaglia il cuore umano e ne scioglie la durezza. Egli ha un volto luminoso e lo offre come specchio perché il volto mascherato dell’uomo finalmente perda la propria menzogna e si specchi nella immagine esemplare di Lui: l’icona che è secondo il compiacimento di Dio. È il volto bellissimo per eccellenza… e si manifesta segnato dal dolore, piagato e orrendo, coperto da ogni vergogna umana perché noi possiamo cessare di nascondere la nostra vergogna. In Lui ritroviamo luce e bellezza, quelle che il Creatore si attendeva fin dall’inizio nel dialogo e nel confronto con la sua creatura. Nella pienezza dei tempi il Figlio di Dio è colui che si consegna nelle nostre mani. È Lui che viene colpito, aggredito e gettato via. Egli ha mani aperte, da povero; mani di colui che si arrende, mani del Crocifisso e Risorto. Sono le nostre mani di uomini, assuefatte alla violenza, che si sono strette su di Lui e poi perdono la presa, ridotte all’impotenza e sconfitte. L’aggredito apre le sue mani e benedice, mentre – vivente e glorioso – sale al Padre. Allora noi siamo costretti alla resa. C’è un povero in mezzo a noi che libera il cuore umano; c’è uno svergognato in mezzo a noi che illumina il nostro volto e gli restituisce bellezza; c’è un derelitto, vittima della nostra violenza, che ci costringe ad aprire le mani perché siamo sconfitti. La nostra violenza si è scaricata addosso a Lui, che l’ha assorbi ta per intero con le mani alzate in gesto di resa. Il Salmo parla di queste cose fin dal v. 1. Il cuore può indurirsi. n verbo usato indica più esattamente l’azione di arcuarsi, di ingobbirsi su se stessi. Ora esso ha perso la sua gobba, si è spaccato, aperto. Non c’è medicina che valga a guarire il cuore umano, né delicato massaggio che possa addolcirlo: il cuore umano deve essere spaccato. Questo cuore non si difende più, fortificandosi in se stesso. Così lo sguardo non si leva con superbia, gli occhi non si affilano e tendono per ferire, come una lama minacciosa. Infine quest’uomo non si muove più per realizzare eventi spettacolari, per manovrare e manipolare. Il vortice delle grandi parate ha stancato quest’uomo, egli vuole riposare dal suo male orgoglioso e si arrende. Sono occhi bruciati dalla vergogna personale e dalla storia umana; occhi che hanno riconosciuto il Signore sofferente e la sua bellezza indicibile, che viene dal Padre. Nella vergogna del Signore anche l’uomo è accolto e i suoi occhi si aprono a pietà e compassione; e queste non passeranno più perché egli è svergognato insieme al suo Dio. Allora anche l’uomo è bello, nel Figlio Beneamato: e la mano è consegnata e, con lei, tutto il corpo, tutta la libertà, ambiguo strumento della ricerca di se stessi e della propria esaltazione. Ogni astuzia che cerca di addossare il proprio orgoglio alla comunità o alla causa cui si appartiene è smascherata: è impossibile santificare o nobilitare il proprio male quando si è di fronte al Crocifisso, come il malfattore di cui parla Luca. Questo malfattore riconosce in Gesù il salvatore che lo libera dal suo male orgoglioso, il male che è ormai superiore alle proprie forze voler giustificare. Un bimbo svezzato gioca sulla tana del serpente Ed ecco la seconda strofa, una affermazione molto bella: placata e zittita è la mia anima, come un bimbo svezzato rivolto a sua madre. Ecco chi sono io, ora. Placato il respiro e spenta la tensione inconcludente, la vita del nostro amico non è più agitata. Ma attenzione: potremmo essere disorientati da una immagine che coincidesse con la realtà di un neonato a suo agio in braccio alla mamma, quasi un ritorno alle realtà infantili. Non è così. Qui si parla di un bambino svezzato, uscito fuori da un rapporto simbiotico con la madre e dall’intimità con lei propria del lattante. Questo bambino non è più allattato, è stato sottratto al seno della madre: guarda altrove, ormai, e ha altri interessi. Sta in braccio alla madre, ma non la guarda. Guarda il padre, in dialogo con il mondo che lo circonda e con chi lo domina. Il termine «bimbo svezzato», in ebraico gamùl, compare in alcuni testi dell’Antico Testamento. Ne citiamo tre. Il primo è nella Genesi, al cap. 21. Per la prima volta si dice di un personaggio che è svezzato. È Isacco, figlio di Abramo. Il suo nome significa figlio del sorriso: il Signore insegna ad Abramo e a Sara a sorridere, a sperare in Lui. Isacco viene svezzato, nel cap. 21, e nel cap. 22 può seguire il padre verso il sacrificio. Ora è il figlio pronto per dire ‘amen’, per aderire alla volontà del padre. Così il personaggio del nostro Salmo. Il secondo testo è nel Primo libro di Samuele, al cap. 2. Qui è Samuele lo svezzato. Viene portato dalla madre al santuario perché vi dimori. Egli resta presso Eli e cresce con lui. Il bimbo svezzato è colui che ormai appartiene alla casa del Signore e in essa diventa profeta. Nel Vangelo di Luca, al cap. 2, Gesù viene trovato dai genitori nel tempio e, sgridato, dice loro che ormai deve occuparsi «delle cose del Padre», delle faccende della sua casa. Il terzo testo è nel libro di Isaia, al cap. 11. È un oracolo messianico, visione del mondo nuovo: l’agnello e il leone, l’arsa e il capretto insieme. Un bimbo si trastulla sulla tana del serpente: gamùl. È il Messia, svezzato, che addomestica il serpente. Egli è pronto alla battaglia decisiva, a inchiodare il serpente là dove egli stesso è pronto a essere inchiodato. Il serpente è trasformato in gioco e l’universo intero si rinnova. Quando il nostro personaggio si paragona a un bimbo svezzato non fa appello al nostro buon cuore, dunque. Stando in braccio alla madre il bimbo dell’immagine guarda alla volontà del Padre, lo segue e con lui lotta contro il male in una battaglia decisiva. Tutto questo senza garanzie o ripari: fino al limite estremo dove il Messia ci ha preceduti, contro una vipera sorda e velenosa. Quando ormai Paolo sta per concludere il suo viaggio, l’ultimo, in Atti 28, sbarca a Malta dopo una tempesta e viene morso da una vipera. Il morso, però, non lo danneggia ed egli scuote la vipera via da sé, nel fuoco. Nel Vangelo di Luca si parla di vipera nella predicazione di Giovanni il Battista. «Razza di vipere», chiama i giudei. Dall’inizio del Vangelo alla fine degli Atti tutta l’opera lucana è racchiusa da questa doppia testimonianza: il Battista chiama alla conversione i figli del serpente e Paolo è ormai sottratto alla pericolosità del suo morso, come bimbo svezzato e pronto per portare a compimento il ministero che gli è stato affidato.

 

PECCATO E PERDONO SALMO 51(50) GIANFRANCO RAVASI

http://gesuveraluce.altervista.org/ravasi8.htm

PECCATO E PERDONO SALMO 51(50) GIANFRANCO RAVASI

(Il prossimo 28 febbraio entreremo nel tempo liturgico della Quaresima con la celebrazione delle Ceneri. [non conosco l'anno])

Noi ora ci accostiamo leggendo insieme una delle pagine più celebri della Bibbia, così ripetuta nei secoli da essere persino imparata da molti a memoria. Intendiamo riferirci al Salmo 51 (50), chiamato il Miserere dalla prima parola della versione latina del testo, eseguita da san Girolamo, parola che significa « Abbi pietà! ». Charles de Foucauld, il fondatore dei Piccoli Fratelli di Gesù, esclamava: «Grazie, mio Dio, per averci dato questa divina preghiera del Miserere, la nostra preghiera quotidiana! Diciamo spesso questo Salmo, facciamone spesso la nostra preghiera! Esso racchiude il compendio di ogni nostra preghiera: adorazione, amore, offerta, ringraziamento, pentimento, domanda». La cellula poetica e spirituale da cui sboccia questa supplica salmica – che è stata persino « dipinta » in ben 58 incisiom’ eseguite tra il 1917 e il 1927 da G. Rouault e messa in musica da Bach, LuHi, Donizetti, Honegger e altri ancora – è nell’appassionato versetto 6: «Contro te, contro te solo ho peccato!». La tradizione giudaica, proprio sulla base di questa confessione, ha attribuito il Salmo a Davide adultero con Betsabea e assassino del marito della donna, Uria (si legga 2 Samuele 1 1 -1 2). Questo canto del peccatore pentito che è stato l’ossatura ideale delle Confessioni di sant’Agostino (II, 7), che è stato adottato come preghiera personale da santa Giovanna d’Arco e che è stato commentato in pagine altissime da Lutero – traccia innanzitutto i confini della regione oscura del peccato (versetti 3-1 1). Se l’uomo confessa la sua colpa, la giustizia salvifica di Dio riesce a purificare anche la creatura umana che è radicalmente peccatrice (versetto 7: «Nella colpa sono stato generato, peccatore mi concepì mia madre»). Si apre, allora, la regione luminosa della grazia (versetti 12-2 1). Dio non opera solo negativamente « guarendo » l’uomo peccatore, ma lo « ricrea » attraverso il suo spirito vivificante dandogli un « cuore » nuovo, cioè una nuova coscienza, schiudendogli gli orizzonti di un culto interiore e di una fede pura. Come commentava l’Imitazione di Cristo, «l’umile contrizione dei peccati è per te, o Signore, il sacrificio gradito, un profumo molto più soave del fumo dell’incenso» (III, 52,4). Il Salmo 51 è la testimonianza limpidissima di quel senso vivo del peccato che pervade tutta la Bibbia. Una percezione che, però, non approda mai alla disperazione e all’impotenza, ma è sempre aperta alla fiducia, alla speranza, alla grazia divina che solleva il colpevole dal gorgo oscuro del male. Girolamo Savonarola in un’omelia dedicata al Miserere esprimeva bene questo duplice aspetto del peccato e del perdono: «Ora la paura dei peccati che scopro in me stesso mi dispera, ora la speranza della sua misericordia mi sostiene. Ma perché la tua misericordia è più grande della mia miseria, io non cesserò mai di sperare».     

GESÙ INCONTRA DELLE DONNE: GESÙ E IL GESTO DELLA VEDOVA

 http://www.cenacoloitalia.it/fermarsi_ripartire/Gesuelavedovaaltempio.html

GESÙ INCONTRA DELLE DONNE: GESÙ E IL GESTO DELLA VEDOVA  

di Giuliana Babini  

Gesù stesso insegna ai suoi discepoli a rileggere le Scritture alla luce degli eventi e a comprendere gli eventi alla luce delle Scritture (cf  Lc 24): invochiamo lo Spirito perché ci aiuti a “vedere” e a “compiere” gesti che  sono  segni di un autentico vissuto, forse anche  inconsapevole, profondamente evangelico.  

Marco 12, 41-44  Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Nel Vangelo di Marco (e  anche in quello di Luca) la visita finale di Gesù al tempio, dopo le dispute con i “grandi” che vi si sentono a casa (farisei, sadducei, scribi), si conclude con Gesù che si siede di fronte alle cassette in cui coloro che si recavano al tempio facevano le loro offerte per il mantenimento del tempio stesso e per i poveri (almeno così doveva essere !). Immaginiamo di essere anche noi lì ad osservare con Gesù chi passa e getta monete. Mostrare di essere generosi è da sempre un piacere  per uomini e donne, ma Gesù, come sempre, non si lascia ingannare dall’esterno, dalla quantità, e guarda all’intimo del cuore, al centro della persona: per lui è questo il vero tempio in cui il Signore viene riconosciuto o ridotto a cosa di poca importanza, a oggetto di ostentazione e mercato. Il tempio di pietre era un  segno come  luogo di preghiera per tutte le genti, luogo di aggregazione, di convergenza sulla Signoria di Dio, ma era diventato un mercato e Gesù aveva cercato di farlo capire (Mc 11,15s). Ma anche il cuore dell’uomo può diventare un mercato ed essere uno spazio in cui passano una infinità di pensieri, sentimenti, illusioni, emozioni  che lo inquinano. Ecco che Gesù vede una persona dal  cuore integro che dona al tempio del Signore, sua roccia, tutto ciò che ha per vivere. Sono due spiccioli, pochissima cosa,  potrebbe calcolare  “uno per me e uno per l’altro (il Signore o il povero)”, invece si affida totalmente nella sua mancanza assoluta di possibilità per il futuro.  Questa persona è una  “vedova”, e una vedova  sola, come appare questa donna, era in Israele figura massima di povertà, di mendicità, anche se la comunità, forse il tempio stesso, avrebbe dovuto soccorrerla, ma non vi era  mai certezza che questo accadesse. Questa vedova, che si ritrova queste due monetine, forse ricevute in offerta, come unica sicurezza per il domani, le “getta” senza che ne abbia l’obbligo, senza che le sia richiesto, le dona ben sapendo che nessuno ci farà caso: la casa del Signore  è la sua casa, il suo baluardo, non vuole altro: è tutta lì nel suo gesto. E Gesù fa notare ai suoi, e a noi lì con Lui nella preghiera, la portata della sua offerta; lei non lo sa, ma Gesù se ne serve per indicare ai discepoli con quale cuore dovrebbero affrontare la prova che li attende, con quale atteggiamento di offerta e affidamento dovrebbero porsi di fronte al nuovo tempio che è Gesù stesso, che sta per consegnarsi   totalmente, quale  seme gettato  in terra per portare frutto di redenzione per tutti (cf Mc 14,35; Lc 13,19; Gv 12,24). Il tutto è troppo duro per i discepoli che restano legati al tempio di pietra, di cui  Gesù annuncerà subito dopo  la distruzione. Si può essere “vuoti”, “mancanti”, ma sempre resteranno due spiccioli di possibilità di relazione che, offerti senza riserva e senza paura dell’insicurezza, faranno fiorire  comunione. La comunione con il Signore e con gli altri poveri è per questa vedova essenziale più del pane. E per noi è forse troppo alto il prezzo?  Quante e quali riserve abbiamo pronti? Maria ai piedi della Croce, “vedova e ormai sola”  getta nelle mani del Signore suo Dio tutto quanto ha per vivere, come un giorno aveva fatto dei suoi sogni di fanciulla. La sua è adesione totale,  integra, al mistero del Figlio nuovo tempio del Signore. Pare che sia lui, il nuovo tempio distrutto e non l’antico, ma Maria con la sua presenza mostra che ha vissuto nella fedeltà, affidata all’unica certezza che quel Figlio gli era stato dato da quel  Dio, a cui lei aveva affidato  gli spiccioli che erano la  sua piccola vita di donna di un oscuro paese di Palestina. In lei anche la Chiesa tutta e ciascuno di noi è chiamato a questo nascosto offrirsi  con cuore integro (solo il Signore lo saprà!) al di là della situazione di vita in cui si ritrova a vivere: solo in offerte così  rifiorisce la speranza e il futuro.  La generosità si misura più da ciò che non si vede che da quello che si vede, è presenza, adesione interiore con il cuore “vedovo”, vuoto di sé e di ogni altro possibile progetto che non sia il gettare tutto nel tempio del Signore che siamo noi stessi, in quella parola che Lui ha pronunciato chiamandoci alla vita. Il Signore ci conduca!

“Signore nelle tue mani è la mia vita e la mia morte” (cf Sl 15,5) 

1...45678...34

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31