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ANCHE L’ANTICO TESTAMENTO CONOSCE BEATITUDINI

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ANCHE L’ANTICO TESTAMENTO CONOSCE BEATITUDINI

di Don Claudio Doglio

« BEATO CHI TROVA IN DIO LA SUA FORZA! »

Introduzione

Abbiamo concluso il discorso sulle beatitudini proclamate da Gesù, però vogliamo completare il nostro corso dando un’occhiata anche ad altri testi biblici dove compaiono delle beatitudini.
Dedichiamo questo incontro alle beatitudini dell’Antico Testamento; i prossimi saranno invece dedicati alle beatitudini presenti nel Nuovo Testamento e l’ultima, in modo specifico, alle beatitudini dell’Apocalisse.
Nell’Antico Testamento si incontrano oltre cinquanta espressioni di beatitudine, quindi, se dovessimo passarle in rassegna tutte, saremmo costretti a fare un lungo elenco di frasi.
Allora scelgo come strada quella di raccogliere queste citazioni sotto alcuni titoli e di vedere, per ogni titolo o argomento generale, un esempio, scegliendoli tutti dal Libro dei Salmi. Possiamo così cogliere l’occasione per rileggere insieme alcuni salmi e vedere come, attraverso la formula della beatitudine, l’Antico Testamento ci presenti un’indicazione del modo di essere di Dio e dei valori che vengono trasmessi dalla predicazione.

Beato chi ha Dio per Signore
Possiamo iniziare allora da un primo capitolo. Una beatitudine fondamentale nell’Antico Testamento è quella che può essere ridotta alla formula seguente: « Beato chi ha Dio per Signore! ». Come nel caso di Gesù, le beatitudini anche nell’Antico Testamento sono delle dimostrazioni di felicità, delle « congratulazioni », o meglio, delle indicazioni di una strada per la felicità ovvero per la realizzazione della persona umana.

« Beato chi ha Dio per Signore! » significa allora che la relazione con il Signore in quanto Dio è fonte di felicità.
Noi usiamo il termine « Signore » per tradurre il nome proprio di Dio come si è rivelato nell’Antico Testamento, cioè « Yahweh », termine che abitualmente non traduciamo e non conserviamo, ma sostituiamo con « Signore ». Ogni volta che troviamo la parola « Signore » nell’Antico Testamento sappiamo che fa riferimento al nome proprio di Dio.

Allora, non « qualunque Dio va bene », ma « Beato chi ha per Dio Yahweh ».
È un’idea del popolo di Israele che, prima di arrivare alla negazione dell’esistenza delle altre divinità, arriva alla consapevolezza che quel Dio che si è rivelato al popolo di Israele è la strada della felicità: « Beato chi ha incontrato quel Dio, perché è lui che garantisce una situazione buona ».
Pensiamo allora come esempio il salmo 33. È un salmo che celebra come inno la provvidenza di Dio, celebra il Signore perché regge la storia e la creazione: « Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. Ma il piano del Signore sussiste per sempre, i pensieri del suo cuore per tutte le generazioni » (Sal 33, 10÷11). Dio ha un progetto, ha un piano che vale per tutti i popoli e, mentre i progetti dei grandi e dei potenti della terra vengono vanificati, i progetti di Dio sussistono « perché egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste » (Sal 33, 9), « dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera » (Sal 33, 6). Parola e Spirito, dalla parola del Signore, dal soffio, dal respiro, dallo Spirito di Dio è stato creato l’universo: il Padre, il Figlio e lo Spirito creatori dell’universo, i pensieri del cuore di Dio durano per sempre, il progetto del Signore è eterno; allora, dopo aver detto questo, l’autore del salmo esplode in un’affermazione di entusiasmo: « Beata la nazione il cui Dio è il Signore, il popolo che si è scelto come erede » (Sal 33, 12). Israele celebra la propria beatitudine in quanto nazione: « Beata la nazione che è stata scelta dal Signore ». Eppure noi, rileggendo questi testi in un’ottica cristiana, ampliamo l’orizzonte di Israele, ci sentiamo noi partecipi di questa nazione e applichiamo tranquillamente a noi questa beatitudine: siamo noi quella nazione – non intesa in senso civile, politico, amministrativo, ma in senso religioso -, siamo noi quel popolo fortunato, beato, perché « scelto ». È interessante il contesto comunitario, non individualista: non tanto « io », ma « noi », noi popolo scelto da Dio, beati noi!
Sentiamo la beatitudine dell’essere popolo che Dio si è scelto? Proviamo a porre questo nostro ragionare anche come un possibile esame di coscienza, una revisione di vita all’interno del nostro cammino quaresimale. Abbiamo coscienza di essere popolo scelto da Dio, di appartenere a lui? Abbiamo coscienza che il fatto di essere stati scelti e di appartenere a lui è fonte della nostra gioia? Beati noi perché apparteniamo a lui, creatore e Signore dell’universo: « Dal luogo della sua dimora scruta tutti gli abitanti della terra, lui che, solo, ha plasmato il loro cuore e comprende tutte le loro opere » (Sal 33, 14÷15).
Per la seconda volta torna la parola « cuore » che, nel linguaggio biblico, non è inteso come la sede dell’affetto, ma piuttosto dell’intelligenza, è il centro della persona: « I pensieri del suo cuore durano in eterno », il cuore di Dio ha progettato, egli ha creato i cuori di ciascuno – il testo latino diceva: « singillatim », uno per uno, singolarmente – è lui l’origine della nostra persona. Il salmo termina con una terza ricorrenza della parola « cuore »: « In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome. Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo » (Sal 33, 21÷22).
« Il nostro cuore gioisce in lui » è un altro modo per esprimere questa beatitudine di appartenere al Signore: lui ha creato la nostra persona e la nostra persona trova la propria gioia in lui. Questo è il senso della beatitudine.

Beato chi si fida del Signore
Sempre in questa direzione possiamo aprire un nuovo capitolo e prendere come modello un’altra espressione: « Beato chi si fida del Signore! ». È la beatitudine della fede, è una formulazione con cui si riconosce che il Signore è l’origine e il fine della nostra esistenza, e l’atto di fiducia con cui la persona si affida a lui è fonte di felicità.
Prendiamo come esempio il salmo 84 che contiene ben tre espressioni di beatitudine. È un canto di pellegrinaggio e, tra l’altro, questa riflessione può tornare utile anche per sviluppare quello che abbiamo detto la volta scorsa a proposito del Giubileo, perché una delle opere caratteristiche del Giubileo è il pellegrinaggio.
Questo salmo ci dà la dimensione corretta del pellegrinaggio soprattutto in ottica cristiana, non semplicemente come lo spostamento fisico verso un luogo preciso.
Noi rileggiamo il salmo 84 in una dimensione spirituale, mentre l’antico autore lo ha composto proprio in una dimensione fisica e spaziale. L’autore è innamorato di Gerusalemme e celebra la beatitudine di chi abita in Gerusalemme – forse è un levita che abita in campagna in qualche villaggio – e inizia così: « Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente » (Sal 84, 2÷4). Il desiderio profondo di questa persona è l’incontro con il Signore ed ha un’idea fisica di questo incontro, pensa che gli atri del Signore, i cortili del tempio, quegli ambienti del culto a Gerusalemme siano il luogo privilegiato dell’incontro, ha una grande voglia di andare lì e quasi guarda con invidia quel passero o quella rondine che ha potuto fare il nido in qualche angolo del tempio: « Anche il passero trova la casa, la rondine il nido, dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari, Signore degli eserciti, mio re e mio Dio » (Sal 84, 4).
Ed ecco che esplodono le beatitudini: « Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi! » (Sal 84, 5). In senso letterale l’autore dice: « Beato chi abita a Gerusalemme, beato chi fa servizio continuo nel tempio ». Probabilmente egli, come levita di campagna, ritiene fortunato il suo collega che invece fa servizio proprio nella sede centrale. Subito dopo aggiunge un’altra beatitudine: « Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio » (Sal 84, 6). Se uno non può abitare a Gerusalemme, e nel tempio, può almeno decidere di andare a Gerusalemme; allora, fortunato chi abita là, fortunato chi decide di andare là. L’autore pensa proprio in senso fisico a questo pellegrinaggio, ma noi no, noi rileggiamo questo testo in un’altra dimensione: il tempio del Signore non esiste più, la Gerusalemme di oggi è una città semplicemente di ricordo, ma per noi è città santa come memoria però non riteniamo che Dio abiti lì piuttosto che altrove.
Allora, la beatitudine di chi abita la casa del Signore non riguarda gli abitanti di Gerusalemme o i leviti del tempio, che non ci sono più. La casa del Signore « abitata » da qualcuno è, in senso spirituale, la comunione con lui: per noi diventa beato « chi trova in te la sua dimora, chi vive con te, chi sta in comunione di vita, chi ti è vicino ». E non riteniamo affatto che il viaggio a Gerusalemme sia oggetto così desiderato e amabile, è un’esperienza positiva ma non è il senso del salmo: la beatitudine non sta nell’andare in pellegrinaggio in Terra Santa, sta nel decidere il « santo viaggio ». Ma il « santo viaggio » qual è? Non certo un viaggio organizzato o fatto con i nostri sistemi turistici: il « santo viaggio » è la nostra vita, è l’impostazione della nostra vita, è uno stile di vita. « Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio »: è un’espressione bellissima, viene celebrata la felicità di chi trova la propria forza in Dio, forza per decidere un viaggio, un viaggio santo, la forza per impostare la propria vita al seguito del Signore, alla ricerca del Signore.
Il testo originale contiene l’idea della salita, anche perché Gerusalemme si trova in alto e da qualunque parte si inizi il viaggio si sale sempre per andare a Gerusalemme. Il testo latino traduceva così: « Beatus qui posuit in corde suo ascensiones », beato chi ha preso la decisione di salire, di intraprendere le ascensioni, le salite. Noi adoperiamo la parola « ascesi » proprio nel senso di salita, di impegno di miglioramento, di crescita.
Il « santo viaggio » allora è questo desiderio ardente di una vita che migliori, di una comunione col Signore che cresca. Leggevo proprio oggi un passo di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori in cui dice, più o meno: « Nella nostra vita terrena aspiriamo ad avere di più ed a stare meglio, ma quando parliamo del Paradiso la maggior parte di noi si dice soddisfatta semplicemente di entrarci e di stare anche solo in un cantuccio; sarebbe molto meglio accontentarci di niente qui ed aspirare ad avere un bel posto, ampio e spazioso, in paradiso ». È che ci preoccupiamo poco – diceva il santo moralista – del tesoro che ci aspetta.
Porre nel proprio cuore le ascensioni, le salite significa desiderare il miglioramento. Pensate un po’ a certe situazioni anche difficili in cui ci possiamo trovare: possiamo avere dei nemici, può capitare di avere a che fare con qualche persona che ci ha fatto del male o che in qualche modo ci dia fastidio; istintivamente non riusciamo a volerle bene, non riusciamo magari neanche a perdonarla. Ma il problema credo che sia qui: desideriamo riuscirci? Istintivamente mi sta antipatica, mi dà fastidio, non riesco a tollerarla, ma « desidero » diventare capace di amare anche quella persona così antipatica e nemica? Sta qui porre nel proprio cuore la salita: ho voglia di salire? E, di conseguenza, chiedo al Signore la forza e l’aiuto per essere capace di fare ciò che non riesco a fare? Se sono malato mi viene facilissimo chiedere di guarire. Se sono peccatore, ovvero non riesco a fare il bene che il Signore mi chiede, mi viene da chiedere l’aiuto per riuscire a farlo? Oppure mi accontento di dire semplicemente che non ci riesco e che non ce la faccio? Credo che questo sia un punto nodale e decisivo: porre nel proprio cuore il desiderio di salire, di migliorare, di riuscire a fare quello che istintivamente non riesco, è fonte di beatitudine. « Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio » è molto di più che andare a Gerusalemme.
« Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente » (Sal 84, 7). Chi trova in Dio la propria forza e decide questa salita diventa capace di trasformare la valle del pianto in una sorgente.

« Cresce lungo il cammino il suo vigore » (Sal 86, 8). Sembrerebbe un’espressione strana, perché in genere durante il cammino ci si affatica, più si cammina e più ci si stanca, verso la fine non se ne può più: abbiamo esperienza, ad esempio, di una camminata in montagna, quando si arriva si è contenti di essere arrivati perché si è stanchi morti. Qui invece è un cammino diverso: « Cresce lungo il cammino il suo vigore », più cammina e più si riposa, più sale e più acquista energia. Non è un discorso fisico, è la dimensione del nostro impegno spirituale: più cammini e più sali, più acquisti forza di salire e voglia di salire. È un aspetto della beatitudine del pellegrino: in questo senso parliamo del Giubileo come di un pellegrinaggio, questa è la beatitudine del pellegrino, dell’ »homo viator », dell’uomo naturalmente in via come persona in divenire, che si sta facendo, si sta formando, sta diventando veramente uomo, sta crescendo in umanità, sta diventando « figlio » di Dio.
« Sole e scudo è il Signore Dio; il Signore concede grazia e gloria, non rifiuta il bene a chi cammina con rettitudine. Signore degli eserciti, beato l’uomo che in te confida » (Sal 84, 12÷13). Terza beatitudine, ridice la stessa cosa con altre parole: « Beato chi confida in te, chi trova in te la sua forza, colui che si fida di te e desidera con tutte le sue forze di compiere il tuo progetto ».

Beato chi osserva la legge, beato chi fa del bene
Passiamo ad un’altra beatitudine dell’Antico Testamento, che potremmo indicare come la beatitudine di chi opera la legge, di chi la osserva.
Troviamo un esempio significativo di questa beatitudine nel salmo 112. Si tratta di un salmo « alfabetico »: se lo cercate nella Bibbia troverete che prima del salmo ci sono le lettere dell’alfabeto ebraico. Si tratta di uno schema poetico un po’ artificioso: l’autore mette innanzitutto l’alfabeto, scritto una lettera sotto l’altra, quindi, essendo le lettere dell’alfabeto ebraico ventidue, prevede ventidue versi ognuno dei quali inizia con una lettera diversa dell’alfabeto, in ordine. Provate un po’ a immaginarlo in italiano: è un elemento che costringe la vena poetica e diventa una formula artistica che contiene l’abc della religiosità. Dal momento che « beato » in ebraico inizia con la prima lettera dell’alfabeto, « aleph », molto spesso i salmi di questo genere iniziano proprio con la formula « beato ». Non solo, ma c’è un gioco di parole: « Beato l’uomo che (…) » in ebraico si dice « ashré aish asher » e diventa una formula ritmica che si ricorda a memoria e che ritorna in molte formule.
Il salmo 112 inizia con: « Ashré aish asher », « Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti » (Sal 112, 1) e, più avanti, « Felice l’uomo pietoso che dà in prestito, amministra i suoi beni con giustizia » (Sal 112, 5). Qui la beatitudine è letta in una chiave di morale, di condotta buona: « Beato chi teme il Signore, beato chi trova grande gioia nei suoi comandamenti » – « In mandatis eius cupit nimis » – ha proprio un desiderio, quasi eccessivo, ha una passione per i precetti del Signore; « Beato l’uomo appassionato della legge », al punto da viverla seriamente, concretamente in tutto quello che fa.
« Beato l’uomo pietoso, misericordioso – noi diremmo « generoso » – che dà in prestito e amministra i suoi beni con giustizia »; « beatitudine » diventa quindi sinonimo di « giustizia ».
Riconoscete facilmente in queste formule dell’Antico Testamento anche delle idee che ricorrono nelle beatitudini di Gesù, possiamo in qualche modo riportarle tutte lì. La novità di Gesù non sta tanto nelle formule della beatitudine quanto nelle cause, cioè nell’annuncio dell’intervento di Dio a favore dell’uomo. Abbiamo detto con insistenza che l’elemento importante delle beatitudini è la causa: « Perché vostro è il regno dei cieli », questo è importante, l’importante è il regno, è la presenza del regno, è il fatto che Dio, Re e Signore onnipotente, sia dalla vostra parte; mentre nell’Antico Testamento c’è ancora l’idea dell’autosufficienza dell’uomo: l’uomo buono, l’uomo generoso, l’uomo che dà in prestito, l’uomo giusto, l’uomo che fa il bene è fortunato perché è giusto. Questo tipo di impostazione rischia di degenerare nella visione dei farisei, cioè in quell’ottica di autosufficienza per cui sono beato in quanto sono bravo: fonte della mia felicità è la mia onestà.

Il Vangelo di Gesù supera questa impostazione.
Prendendo un altro esempio di salmo di questo tipo possiamo leggere il primo salmo, proprio quello che apre tutto il libro e presenta quasi la storia divisa in due parti.
« Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte » (Sal 1, 1÷2): beato chi studia la Bibbia, beato chi legge la sua parola e la medita giorno e notte.
« Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere » (Sal 1, 3): la beatitudine dell’uomo che medita la legge è finalizzata a portare frutto, sa quel che deve fare e a suo tempo lo farà.
« Non così, non così gli empi: ma come pula che il vento disperde; perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti. Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina »(Sal 1, 4÷6): è il grande quadro di contrapposizione fra il giusto e l’empio, fra l’uomo devoto e l’uomo che crede di fare da sé, che va per la propria strada.
Il Salterio si apre proprio con la parola « beato », la prima parola di tutti i salmi è « beato »: beato l’uomo che si compiace nella legge del Signore, che trova il proprio piacere nella volontà di Dio.

Beato l’uomo perdonato da Dio
Andiamo avanti e troviamo un’altra beatitudine molto importante: « Beato l’uomo perdonato da Dio ». È un’idea che anticipa fortemente la buona notizia di Gesù e che troviamo, ad esempio, nel salmo 32 che inizia proprio con due formule di beatitudine:
« Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa e perdonato il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male e nel cui spirito non è inganno.
Tacevo e si logoravano le mie ossa, mentre gemevo tutto il giorno.
Giorno e notte pesava su di me la tua mano, come per arsura d’estate inaridiva il mio vigore.
Ti ho manifestato il mio peccato, non ho tenuto nascosto il mio errore.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie colpe» e tu hai rimesso la malizia del mio peccato » (Sal 32, 1÷5).
È proprio un’anticipazione del sacramento della penitenza ed è la proclamazione della beatitudine dell’uomo che si riconosce peccatore perdonato.
Il passo in avanti, rispetto alla precedente formula, è che il giusto non è tale per merito proprio, in modo autosufficiente, ma è cosciente del proprio peccato e della misericordia di Dio che lo ha trasformato: « Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa ».
San Paolo cita questo versetto nella lettera ai Romani al capitolo quarto, proprio come un’esemplificazione della sua dottrina sulla giustificazione per fede: ogni uomo è radicalmente segnato dal peccato e allora la beatitudine sta nel fatto di essere perdonato.
Ma il perdono di Dio non è il colpo di spugna o il far finta che non sia successo niente, ma è l’intervento creatore che trasforma effettivamente l’uomo, che rende davvero il peccatore giusto. Allora la beatitudine sta nel fatto di sentire come il Signore in me, in noi, trasformi quella natura segnata dal peccato in una natura capace di fare il bene. Siamo sempre nell’ottica del « desiderare le salite » fidandosi del Signore.

Beato l’uomo « sapiente »
Un altro modo è espresso dalla beatitudine del sapiente: in molti testi si dice che « Beato è il sapiente, beato l’uomo che ha trovato la sapienza ». Nel salmo 65 troviamo questa espressione: « Beato chi hai scelto e chiamato vicino, abiterà nei tuoi atri. Ci sazieremo dei beni della tua casa, della santità del tuo tempio » (Sal 65, 5). Vedete come siano espressioni molto simili a quelle che abbiamo già commentato a proposito del salmo 84: « Beato chi abita la tua casa, beato chi hai scelto e chiamato vicino ». Non è una questione fisica, come abitare nel tempio di Gerusalemme, è questione di comunione spirituale, di autentica condivisione di vita con il Signore; è quella sapienza di cui abbiamo parlato a proposito dei doni dello Spirito, come capacità di gustare, quella sapienza che è fondamentalmente connessa con la povertà di spirito, il riconoscimento del proprio peccato, della propria debolezza, della propria indegnità e l’affidamento al Signore con la sicurezza che l’essere con lui è fonte della felicità.

La beatitudine del dono dei figli
Ancora, troviamo espressioni di beatitudine relativa alla famiglia. Nel salmo 127 si dice: « Dono del Signore sono i figli, e sua grazia il frutto del grembo. Come frecce in mano a un eroe sono i figli della giovinezza. Beato l’uomo che ne ha piena la faretra: non resterà confuso quando verrà a trattare alla porta con i propri nemici » (Sal 127, 3÷5).
È la celebrazione della beatitudine umana dell’avere figli, dell’avere tanti figli « come frecce in mano ad un eroe » e la « faretra che contiene le frecce », se è piena, è fonte di beatitudine.
È un modo per indicare anche nell’ambito della vita familiare la presenza di questa felicità, dono del Signore. Beatitudine è l’accoglienza dei doni del Signore, la capacità di accorgersi della sua presenza e del suo dono.
Ancora, nel salmo 89 leggiamo questa beatitudine: « Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto » (Sal 89, 16). Noi diremmo « beato chi sa pregare », cioè chi sa essere capace di lodare il Signore, di riconoscerlo, di ringraziarlo, di vivere con lui, di dialogare con lui. È una strada di felicità, ma è una risposta.
Tante volte diciamo che la fede è un dono, chi non ce l’ha non l’ha ricevuto. In realtà dovremmo dire che la fede è l’incontro di chiamata e risposta: laddove alla chiamata c’è la risposta e insieme i due elementi si uniscono, lì c’è la fede. La fede è l’incontro di dono e di accoglienza: il dono, se è accolto, diventa fede: « Beato chi sa lodare, chi sa accogliere e ringraziare ».

Beato l’uomo che si oppone al male con tutte le sue forze
C’è ancora un’espressione molto strana e difficile, e la prendo in considerazione proprio perché è tale.
Nel salmo 137, quello di Babilonia, canto dell’esilio, si termina con questa preghiera terribile: « Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra » (Sal 137, 8÷9).
Sono beatitudini dell’Antico Testamento e nella nostra ottica suonano molto strane, suonano come desiderio di vendetta, di violenza tremenda anche contro i bambini della nazione nemica.
È probabile che l’autore antico avesse in testa queste idee, ma non era il messaggio che Dio voleva trasmettere. Alla luce di Cristo noi siamo in grado di rileggere in altro modo questo testo, innanzitutto tenendo conto del fatto simbolico di Babilonia. Babilonia non è né una persona né una città, diventa un simbolo: è la città del male, è il male personificato. Allora la beatitudine è per coloro che si oppongono al male con tutte le forze, non al peccatore, ma al peccato. Beato chi combatte contro il peccato, non chi elimina il peccatore, beato chi elimina il peccato.
« Beato chi afferra i tuoi piccoli e li sbatte contro la pietra ». Allora se Babilonia è il peccato, se è il male, chi sono i « piccoli » di Babilonia’? Potrebbero essere i peccati veniali, i piccoli peccati quotidiani, le piccole mancanze di tutti i giorni, le nostre inclinazioni al male, i nostri istinti legati al nostro carattere che portano verso certi comportamenti negativi.
Possono essere le tentazioni o, come si dice nell’Atto di dolore, le occasioni prossime del peccato: sono situazioni piccole che possono crescere e che possono diventare grandi.
Allora, beato chi prende queste piccole cose e « le sbatte contro la pietra » e la pietra è Cristo.
Siamo sempre daccapo: « Beato chi trova in Dio la sua forza ed ha il desiderio profondo di salire, di migliorare, ed ha a cuore di combattere il male anche nelle piccole cose; di fronte a Cristo, sa distruggere e sa annientare anche le piccole inclinazioni al male ».
Chi si fida del Signore e desidera imitarlo pienamente, questi è davvero beato: in questo sta la felicità, ci dice l’Antico Testamento, in perfetta sintonia con le beatitudini di Gesù.

Commento su Atti 1,11: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=22740

Commento su Atti 1,11

Eremo San Biagio 

Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?

Come vivere questa Parola?

Quest’oggi, solennità dell’ascensione di Gesù, gli sguardi sono sollecitati a volgersi verso un cielo che sembra averci sottratto la sua presenza, proprio come riferiscono gli Atti degli apostoli circa i primi discepoli, protagonisti diretti dell’evento. Ma a riscuoterci ecco la sollecitazione angelica: « Perché state a guardare il cielo? ».
Quel Gesù che « una nube sottrasse ai loro occhi » (At 1,9) si era da loro congedato con una promessa più che rassicurante: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20). Non si tratta allora di una separazione, ma di una modalità diversa di rendersi presente, adombrata proprio in quella nube a cui accennano gli Atti.
In tutta la Sacra Scrittura, infatti, la nube indica sempre la presenza misteriosa e operante di Dio. Il richiamo ad essa sta quindi a ricordare che il Risorto è ormai totalmente immesso nella sfera del divino che sfugge alla percezione immediata dei sensi, ma non per questo è meno reale.
Cercarlo in un cielo lontano e astratto non ha senso: Dio è ovunque e con la sua presenza raggiunge e avvolge anche la mia vita. È qui, in quest’oggi che sono chiamato a vivere non fuggendo da una storia che con i suoi chiaro-scuri può crearmi difficoltà, ma immergendomi in essa per illuminarla con il gioioso messaggio di cui sono depositario e testimone.
Forte di questa certezza, voglio far mia la sollecitazione angelica a non cercare Dio lontano da me, ma nell’appello del quotidiano che reclama la mia dedizione. A questo penserò nel mio odierno rientro al cuore.
Insegnami, Signore, ad amare la mia storia, luogo concreto in cui ti posso incontrare quale compagno di viaggio e Maestro che mi indica la via dell’impegno, fuori da ogni sviante spiritualismo.

La voce del Papa

Il Gesù che si congeda non va da qualche parte su un astro lontano. Egli entra nella comunione di vita e di potere con il Dio vivente, nella situazione di superiorità di Dio su ogni spazialità. Per questo « non è andato via », ma, in virtù dello stesso potere di Dio, è ora sempre presente accanto a noi e per noi.

Benedetto XVI

MADRI DI UN VIAGGIO: LUCA 1,39-56 -LECTIO

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2005_06/05.htm

Lectio Biblica 2005/06
a cura di Stella Morra

5. MADRI DI UN VIAGGIO

Luca 1,39-56

Premessa

            Continuiamo la riflessione sul tema del viaggio con una lectio consolante.

            Nei primi tre brani, tratti dall’antico testamento, abbiamo visto la fenomenologia umana del viaggio, alcuni aspetti dei movimenti profondi che un viaggio mette in gioco. La volta scorsa, fermandoci sugli strani viaggi dei Magi e di Giuseppe, abbiamo iniziato la seconda metà del percorso e cerchiamo di entrare in una riflessione cristiana più specifica a partire sempre dal tema del viaggio, ma del viaggio nel suo valore di esperienza alla sequela del Signore Gesù, della sua incarnazione, della sua morte e Resurrezione. Oggi leggeremo la seconda metà del capitolo primo di Luca, un racconto molto noto: la visitazione e il Magnificat.
            Come spesso accade, nei testi contano anche i pretesti, sia nel senso di occasione, sia nel senso di ciò che è prima del testo, pre-testo.
            Questo brano riguarda due donne: Maria ed Elisabetta ed il loro due figli, certo non due figli qualsiasi, Giovanni Battista e Gesù il Cristo. Lo sguardo, però, si ferma sulle donne; i figli non ci sono ancora, sono di là da venire. Fermarsi sulle due donne non è un dato casuale. Sappiamo che, nella cultura che ha prodotto i vangeli, le donne non avevano un ruolo pubblico, di primo piano, dunque non si narrava di donne se non per motivi particolari. Nella Bibbia troviamo figure di donne, ma sempre connesse ad un significato preciso, perché non sono protagoniste nella cultura.
            Negli studi esegetici degli ultimi vent’anni è cresciuta molto l’attenzione alle donne, e delle donne;  c’è stato un periodo in cui tutte le donne studiavano solo le donne e nient’altro, quindi c’è una gran quantità di testi che riguardano le figure femminili nella Bibbia e vi si  trova un po’ di tutto: cose interessanti e convincenti, altre esagerate…
            Quelli di Luca e Giovanni sono i due vangeli che hanno una maggior attenzione ed una maggior presenza delle donne. In Giovanni è abbastanza chiaro: per lui, le donne sono l’altra metà della fede. La fede ha due facce, due caratteristiche: una più istituzionale, che in genere serve, ma non capisce, ed è rappresentata dai discepoli; l’altra, la parte non riconosciuta, non istituzionale, che non ha un volto pubblico, ma è l’aspetto vitale della fede, è rappresentata in modo specifico dalle donne, poi dai peccatori e dagli stranieri, da tutti quelli che non c’entrano. La situazione classica è che, in tutti gli incontri, i discepoli non capiscono e le donne sì. Alla Risurrezione, nel racconto di Giovanni, arrivano prima le donne…
            In Luca, invece, il testo che leggiamo oggi, è un po’ diverso: ci sono delle donne, ma soprattutto c’è l’imponente figura di Maria, la donna. Quasi tutto ciò che sappiamo di Maria viene dal vangelo di Luca, che ha grande attenzione al vangelo dell’infanzia. La figura di Maria, da questo punto di vista, è un po’ ingombrante; è vero che è una donna, ma è anche vero che, per come è stata accolta e riconosciuta da tutta la tradizione credente, diventa quasi una semidea, non tanto una donna normale, ha una serie di privilegi. E’ come se il suo essere madre di Dio andasse a scapito del suo essere donna.  E’ più importante il fatto che sia questa donna così splendente, particolare, che non il fatto che sia una donna!

            Madre
            Oggi dovremo fare lo sforzo di ascoltare il testo come se fosse la prima volta, lasciando da parte la risonanza che abbiamo nelle orecchie. Qui si tratta di una donna, Maria, e di sua cugina, Elisabetta, che sono innanzitutto delle donne, e delle donne in un passaggio complesso della loro vita: quello di una maternità. Maria ha appena ricevuto l’Annunciazione, Elisabetta è già avanti nella sua gravidanza. E queste due madri si incontrano.
            Mi sembra che, leggendo questo brano, potremmo chiederci che viaggio bisogna fare per diventare da donne, madri; ma anche da maschi, a madri! Qual è il viaggio per diventare da esseri con un corpo, sessuati, che hanno un nome di identità su se stessi, a esseri che hanno un nome di identità in relazione ad un altro? ‘Donna’ è un termine che si regge da solo, ma ‘madre’ deve essere in relazione a qualcuno.
            E’ un tema serio e delicato. Per molto tempo ci è stato detto che essere madre è una cosa naturale, legata semplicemente ad un fattore biologico. Le donne diventano madri, hanno il desiderio e l’istinto di maternità; i maschi non diventano madri; al massimo diventano padri perché si assumono una responsabilità… E sembrava naturale. Per molto tempo abbiamo semplicemente incamerato questa questione; se la donna non diventava madre, era lei stessa che aveva qualche disfunzione, qualche problema. Forse proprio questo testo già da tempo doveva mettere nell’avviso che la questione non è così come sembra,  solo un fatto biologico. C’è un viaggio da compiere, ci sono molti modi di essere madri. C’è una maternità, forse quella decisiva, che non ha quasi niente a che fare con la biologia. Una maternità che, certo, consente anche di essere buone madri e padri biologici, ma di cui, l’essere buoni padri e madri biologici, è solo il sacramento…il vero viaggio si compie da un’altra parte!
            Vi chiederei di ascoltare questo testo con una domanda non tanto su Maria e le sue doti, ma su che viaggio si compie dall’avere un nome che si definisce in se stesso, all’avere un nome che si definisce in relazione con qualche cosa che si è generato. Qual è il viaggio che unisce questi due passaggi?

            In quei giorni… in viaggio… in fretta
            Ai miei orecchi questo testo è bello. Innanzitutto è molto semplice, un racconto piano, senza costruzioni complesse, colpi di scena o grandi effetti. Come si può notare dai testi scelti per il percorso di quest’anno, il mio percorso personale mi sta portando da testi complessi, articolati, intellettuali, a testi sempre più semplici, a racconti per bambini; forse tornerò a cose complicate, non lo so.  Mi piace molto questo tono in cui le cose profonde, serie dell’esistenza sono raccontate con la stessa voce con cui si direbbe una cosa banale, quotidiana.
            Nel primo versetto troviamo una specie di riassunto di tutta la strada che abbiamo fatto fino qui.
            “In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda”.
            “In quei giorni…” vuol dire: proprio allora, in un determinato momento; un viaggio non è un dato generico, non ci si mette in viaggio in teoria, ma c’è un momento preciso che è la partenza. Fino ad un momento prima eri fermo, poi ti metti in movimento. Bisogna sapere quali sono i nostri giorni, qual è il giorno in cui bisogna mettersi in viaggio. Ci si può organizzare, pensare, prepararsi, ma poi c’è il momento concreto della partenza.
            “…Maria si mise in viaggio…” Mettersi in viaggio…bella espressione! Uno si mette nella condizione di…Prende se stesso e si mette in viaggio.
            “…verso la montagna…”  guarda caso c’è sempre una montagna da scalare! Non si può viaggiare in discesa; i viaggi sono sempre verso la montagna, perché il viaggio è una condizione in salita, faticosa, precaria.
            “…e raggiunse in fretta…”  si potrebbe leggere tutta la scrittura sottolineando tutte le volte che c’è scritto la parola fretta. La fretta è l’etichetta, il segnale della salvezza che passa. In tutta la scrittura, ogni volta che c’è una fretta c’è una salvezza. La salvezza prende sempre alla sprovvista; per quanto uno lo abbia desiderato, sperato, invocato, costruito, quello che succede davvero, arriva quando meno te lo aspetti. Succede come per gli amori: arriva da altrove, da un altro tempo, da un altro luogo. Tu lo riconosci, sai che era quello, però… ‘proprio adesso?!’… ti coglie sempre alla sprovvista.
            La cena di Pasqua, secondo la prescrizione di Esodo, si mangia con i piedi calzati, il vestito cinto, il bastone in mano, pronti alla partenza; si deve mangiare pane azzimo perché non c’è stato il tempo per farlo lievitare, e da quattromila anni non si è mai avuto tempo! Non c’è il tempo! Non ci sarà un viaggio in cui non sia mancata una settimana per prepararsi!….. La salvezza funziona così, arriva da altrove. Fortunatamente la salvezza non è nel governo della nostra programmazione.
            Credo che su questo tema bisognerebbe ragionare con grande forza, perché la potenza culturale del nostro programmare è molto forte. Siamo tutte persone con la previdenza sociale, la pensione, l’assicurazione… E’ giusto, è un atto di responsabilità rispetto al futuro e a se stessi, ma ce l’abbiamo anche nella testa e non solo nelle cose; abbiamo l’idea che ognuno può comunque assicurare se stesso. La salvezza, invece, sta sotto il segno della fretta e allora, probabilmente, bisogna avere la capacità di lasciare uno spazio in cui la fretta possa agire, perché se ci si organizza troppo, poi non c’è proprio più spazio! Se tutto è organizzato, pianificato, non c’è più spazio per l’inatteso. Questo versetto è il riassunto del percorso fatto fin qui, sotto questo tono meraviglioso della fretta. Noi non abbiamo più la fretta della salvezza, perché tutto è pianificato, ma abbiamo l’impazienza!

         Dono del padre, dono della madre
            “Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta”.
            E’ carino! La casa è di Zaccaria, ma la persona che Maria saluta è Elisabetta!
            Qui c’è tutta la differenza tra patri-monio e matri-monio. ‘Monio’ viene da munus, dovere, compito. Allora patrimonio è il compito del padre e matrimonio è il compito della madre. Guarda caso, in italiano sono due belle parole! Raramente  le abbiamo messe insieme, ma hanno la stessa struttura. Qui c’è tutto il patrimonio e il matrimonio: la casa è di Zaccaria, ma la persona che si incontra è Elisabetta!
            Attenzione: tutte e due le cose, patrimoni e matrimoni, sono necessarie a vivere. E ciascuno di noi è un po’ padre e un po’ madre. E, tra l’altro, – non vorrei esagerare con il gioco delle parole – ma il dono delle cose è dono del padre, il dono della vita custodita è dono della madre. E stabiliscono ognuno di noi già in uno stato di relazione. Non è il dono dell’uomo, e il dono della donna; è il dono del padre e quello della madre.
            Ognuno di noi è padre per una parte, perché ha nella sua vita un patrimonio, cioè cose, lavoro, produttività; ognuno di noi è madre perché ha comunque un’intimità, degli affetti, una vita da custodire; e queste due attività non sono solitarie, sono già nomi di relazione. Noi abbiamo una relazione con le cose nel nostro patrimonio, con la casa, il denaro, il lavoro, la produttività, il possesso…che ci è data non come ‘io e le mie cose’, ma come ‘io e le mie cose per generare vita, per essere padri’. E la relazione con le cose nel matrimonio  non come ‘io e i miei affetti’, ma ‘io e i miei affetti per generare vita, per essere madri’.

         Sussulto di gioia
            “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo”.
            Non so  che effetto faccia a voi il suono di questo versetto. Sta un po’ tra il racconto per bambini – appena il principe baciò la principessa, lei si svegliò dal lungo sonno… – e il tono un po’ magico…Un racconto a metà tra la fiaba e il tempo eccezionale, che è nel Vangelo…             Ovviamente non funziona così. Il Vangelo non è una cosa un po’ strampalata, in cui succedevano cose strane. Al di là del genere letterario, rappresenta la nostra storia, narra la vita così com’è, guardata attraverso la trasparenza, essendo padri e madri in relazione con una vita più grande di noi, non essendo semplicemente appiccicati alle cose, nemmeno alla  nostra intelligenza, al nostro cercare di capire.
            “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo”…
            Se uno dicesse queste cose con un altro genere letterario, improvvisamente vedremmo ciò che significa.
            “Appena una parola è scambiata sul serio e ci tocca il cuore, la vita che siamo in grado di generare comincia a nascere”.
            Il saluto di Maria, udito da Elisabetta, è lo spazio di una parola scambiata; di una parola vera, non di una chiacchiera. Una parola vera non vuol dire necessariamente una parola pia.      La nostra vita ha sussultato tutte le volte che ci è capitato di sentirci profondamente ascoltati, e di sentire che il pezzo di verità che faticosamente stavamo cercando di dire di noi, era colto dall’altro in libertà, con affetto, senza giudizio.
            Maria ed Elisabetta fanno questo piccolo miracolo, riassunto nel genere letterario di un saluto scambiato. E’ chiaro, qui succede prima della psicanalisi. Luca non poteva scrivere: ‘appena la seduta di autocoscienza tra le due donne raggiunse il suo livello di tranfert…’ Non era possibile, non c’entra niente.
            Per poter capire che cosa significa un saluto scambiato, perchè non sembri solo un gesto magico, noi abbiamo bisogno di qualche parola in più. E’ veramente lo spazio che si instaura nella parola scambiata.
            Pensate nella scrittura quante volte c’è una parola scambiata che dà origine ad altro. Il caso classico sono i due di Emmaus. “Di che cosa andate discorrendo tra voi?” Se i due discepoli fossero stati zitti, il viandante silenzioso, che poi si rivelerà essere Gesù, non avrebbe avuto niente da chiedere loro. I due parlano, e poi scambiano la parola con lui; e viene loro restituita la spiegazione delle scritture, e il cuore scaldato.
            Pensate, per esempio, alla parola scambiata tra Gesù e il buon ladrone. Solo perché quello ha fiato per dire all’altro ladrone di stare zitto, e per invocare la situazione estrema: ‘ricordati di me’…, per lanciare questo ponte, questo sbilanciamento, uscita da sé che è una parola scambiata! – Secondo la nostra cultura dovremmo dire: una parola scambiata dovrebbe sempre essere l’uscita dal proprio narcisismo. Ma spesso non sappiamo più parlare, e le nostre parole sono chiacchiere, perché sovente le nostre parole sono un esercizio di narcisismo proiettato. Proiettiamo su schermo panoramico invece di lasciare  l’umano narcisismo dove sta e fare un salto fuori.
            Nella scrittura la parola scambiata apre sempre uno spazio. E in questo spazio il bambino sussulta in grembo. C’è forse un’altra immagine, per dire quello che tutti noi vorremmo continuamente: che la nostra vita più profonda avesse un sussulto? Che questa vita segreta, quella che non ha  ancora gambe e braccia, ma neanche autonomia; quella che è ancora tutta nostra, che è la nostra vita del desiderio profondo, la vita che sta tutta contenuta in noi, la nostra verità più profonda, avesse una botta di vita, una voglia di muoversi, di essere altro?
            Tutti, in fondo, passiamo tutta la nostra esistenza nella lunga gravidanza di noi stessi, a concepire noi stessi; e ci raccontiamo un sacco di storie con i nostri patrimoni e matrimoni per cercare di non essere condotti al doloroso momento del parto. Per cui cominciamo a definirci la moglie di qualcuno, il marito di qualcuno, il professore, piuttosto che l’avvocato, il dottore, il medico; ci mettiamo un sacco di sostantivi per darci un nome: la madre o il padre di qualcuno, per non essere costretti ad ascoltare questa vita segreta che è la nostra più profonda… e che abbiamo paura di non farcela a generare!

         Dono da altrove, l’inatteso
            “Elisabetta fu piena di Spirito Santo”.
            Fino qui, fino al sussulto della nostra vita in grembo, stiamo ancora parlando di qualcosa che è l’esperienza comune della vita umana quando è profondamente vissuta, che può essere il frutto di una vita buona. Poi c’è un salto di qualità, c’è qualcosa che viene da altrove, c’è questo Spirito Santo, che nei primi capitoli di Luca ha molto da fare.
            Anche noi abbiamo un bel po’ confusione da toglierci dalla testa. Questo Spirito Santo è un po’ strano: una colomba, la terza persona della Santissima Trinità, l’amore che unisce il Padre al Figlio?!Sì! Tutte bellissime definizioni. Ma… che cos’è? Quanto al Padre, la potenza di Dio creatore, uno riesce ad avere nella testa un luogo dove collocare Dio Padre. Gesù è più facile; il Cristo, il Salvatore, morto in croce, la sua vita umana. Sì, va bene. Ma lo Spirito Santo, che cos’è?… Credo che questo sia uno dei motivi per cui spesso fatichiamo così tanto nella nostra vita di fede, perché non abbiamo proprio un posto nella testa, nell’immaginario, dove mettere questo Spirito Santo, e non tanto in termini intellettuali, ma vitali, rispetto alla nostra vita di fede. Che cos’è, come si muove?
            Qui, credo, sta la differenza tra credenti e non credenti. Per dirla in modo banale, qui sta uno dei pochi luoghi  in cui fa differenza se uno crede in Dio, Padre di Gesù Cristo e nel suo Spirito, rispetto a non credere.

            Lo Spirito Santo è il dono che viene da altrove, l’inatteso che viene chiamato fuori da me come una possessione – uso volutamente questo termine perché noi abbiamo in testa solo la possessione demoniaca, l’essere indemoniati. Lo Spirito Santo è l’inatteso che viene chiamato fuori da me e che, non essendo dato dalle premesse iniziali, pure io riconosco come profondamente me. E’ quella vita in più che io non mi posso dare da solo, che è totalmente nuova, e che non poteva venire semplicemente dalle premesse – la mia cultura, la mia educazione, il mio migliorare, ecc – ma che, quando si attua, io la vedo e so che è la mia, non è un qualcosa di estraneo, di aggiunto.
            Per questo la tradizione della chiesa ha sempre attribuito allo Spirito Santo, in forma di doni, tutte le azioni che riguardano la sapienza: intelletto, consiglio, discernimento; tutte le azioni che riguardano la parola: interpretazione, ispirazione, ascolto; tutte le azioni che riguardano il rendersi conto di…: riconoscere in me un dono e farlo fruttare per tutti… Lo Spirito Santo ha sempre avuto questo  campo d’azione. Si parla di discernimento dello Spirito, di dono dell’intelletto, della sapienza, del consiglio, di interpretazione, ispirazione della scrittura, dei profeti.
            Lo Spirito Santo è colui che abita questo spazio di parola scambiata e che ne trae qualcosa, quella vita che sussulta, che non era data dalle premesse, ma che, nel momento in cui accade, io riconosco, discerno che è la mia, è quello che stavo cercando senza saperlo. Che è proprio lì!
            Questo è uno dei punti su cui fa differenza essere credenti o no: agire la propria vita, il proprio patrimonio e il proprio matrimonio con la certezza che prima o poi, da qualche parte, lo Spirito Santo farà fiorire la mia vita in un modo che non si poteva ricavare dai dati che sono in campo – il mio impegno, il mio riflettere, il mio scegliere -; con la certezza che riconoscerò questa vita fiorita come qualcosa  che è me. Credere senza dubitare che lo Spirito Santo agisce; questo fa differenza!

         Benedizione
            “…ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”.
            La prima azione generata dallo Spirito Santo è una benedizione. Tutta la tradizione spirituale dice che il primo frutto,  criterio per il discernimento degli spiriti, quali vengono da Dio e quali no, è chiaro: lo Spirito frutta benedizione. Benedire e non maledire. Diciamo vita spirituale e vuol dire vita nello Spirito Santo! Una vita normale che scommette su questo sovrappiù inatteso, una vita che si costruisce non appoggiandosi su ciò che possiede, che ha, che capisce, che sa, ma si appoggia decentrata, su quello che non c’è ancora, ma sa che ci sarà!
            Non è un caso che, ancora recentemente, sia stato riformato il libro delle benedizioni, il benedizionale, ritornando alla prassi antica del cristianesimo che declericalizza la benedizione, la toglie dallo stretto potere del ministero e la moltiplica. Ci sono benedizioni per qualsiasi dato o situazione della vita. Benediciamo, diciamo il bene di una vita che, siamo certi, fiorirà!
            La benedizione a partire dagli aspetti più quotidiani, – ci diceva don Mario Picco: se uno ti dice Sei scemo, la risposta da dare è: però, hai una bella voce! Che lo smonta clamorosamente – andare a cercare il pezzo di buono che c’è in ogni cosa che accade, questo è il gesto base della benedizione ed è un gesto che si impara, non è una cosa innata.
            Tutti nasciamo con innato un senso di ‘giustizia’; ma ad essere persone con gli occhi che benedicono si impara! Sappiamo tutti quanto sia stato cosa benedicente, quanto abbia fatto crescere le nostre vite, l’aver incontrato chi benediceva!
            Da questo aspetto in poi, secondo la fantasia dello Spirito, dire bene, benedire la nostra vita e quella altrui, la vita che incontriamo e che siamo chiamati a riconoscere come nostra nello Spirito. Ma non in astratto, in teoria. In realtà pensiamo che sia una cosa bella, però, quando ti trovi lì, nella situazione concreta, il criterio non è benedire, ‘quello ti frega, l’altro è isterico l’altro ti tratta male…’
            “Benedetta sei tu e benedetto il frutto del tuo grembo”.
            Questa preghiera che ci hanno insegnato a recitare fin da bambini nell’Ave Maria, che fa parte della struttura più infantile della nostra fede, sarebbe l’asse portante di una vita adulta cristiana. Da cosa si riconosce, qual è il frutto di una vita nello Spirito di un adulto cristiano? Il frutto è che benedice ogni persona che incontra e la sua vita, il frutto del suo grembo. Un conto è benedire gli altri, ma voler bene alla loro vita, come loro la vivono, come loro la generano, come loro sono capaci di nutrirla, è molto difficile!

         Parola scambiata … spazio per lo Spirito
            “A che debbo  che la madre del mio Signore venga a me?”. 
            In questa frase apparentemente semplice e che noi attribuiamo al caso unico nella vita: l’incontro tra Maria ed Elisabetta, c’è un equilibrio; di solito saltiamo il versetto, perché è ‘lapalissiano’…ma ci sono diverse cose che sono ben serie per noi.
            “A che debbo…”  Dobbiamo qualcosa? A qualcuno? La nostra domanda, normalmente, quando improvvisamente arriva qualcuno è: che vuoi? Se siamo molto gentili chiediamo: che ti serve?  Elisabetta chiede: ‘a che debbo?’. E’ chiara la differenza. Il problema dell’altro, della storia che ci visita non è ‘cosa vuole la vita’, ma ‘a che cosa dobbiamo che la vita ci abbia visitati?’.  Il problema non è l’altro, sono io.
            E poi, “A che debbo che la madre del mio Signore…” Riconosce nell’altro la sostanziale uguaglianza alla propria maternità. Non è un estraneo, uno sconosciuto, è madre, come lei sta per diventare madre!
            “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”.
            Caso mai uno si fosse distratto, Luca ripete, ampliando ciò che aveva detto al versetto 41.
            La parola scambiata crea lo spazio allo Spirito Santo. E’ una parola riconosciuta, io so che mi hai salutato, perchè questa è l’opera dello Spirito Santo: mi fa riconoscere e, attenzione, la vita non solo sussulta –io penso spesso che vorrei un sussulto nella mia vita, e ne sarei molto felice – ma il bambino ha esultato di gioia! Un tipo di sussulto ben preciso, quello della gioia! In mezzo c’è lo Spirito Santo. Il sussulto della nostra vita in una gioia perenne è ciò che trasforma la parola scambiata in parola riconosciuta, accolta. E’ l’essere pieni dello Spirito Santo, fare fiducia sulla vita che ci viene donata e non ci sarà fatta mancare.
            Ci hanno insegnato al catechismo che nel Battesimo siamo segnati con lo Spirito Santo e che questo non ci può essere tolto: si chiama carattere. Non c’è modo di essere tanto cattivi cristiani da essere sbattezzati, non ci si può sbattezzare! Abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito  Santo e nulla ce lo può togliere. Abbiamo ricevuto la possibilità che, se mettiamo in atto la parola scambiata, questa si trasformi in parola riconosciuta, e se lasciamo che la nostra vita sussulti, questo sussulto diventi un’esultanza di gioia. E dunque il frutto non è più semplicemente la benedizione, ma è “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. A questo punto si capisce: non è più solo benedetta tu fra le donne, ma è beata tu che hai creduto nell’adempimento delle parole, e qui sono quelle dell’Annunciazione; hai creduto a questo dono dello Spirito Santo.

         Il dono dello Spirito Santo
            Mi sono molto soffermata su questi primi versetti, per cui dico solo più poche parole sul Magnificat, testo molto conosciuto e che meriterebbe una lectio da solo.
            “Allora Maria disse:…”
            In questa ‘parola scambiata’, la parola di benedizione e di beatitudine viene detta da Elisabetta, e Maria risponde.
            E’ uno dei testi più studiati. Nella dinamica delle due donne, madri di un viaggio, che cosa ci dice? Sia Maria che Dio hanno più dimensioni: l’anima mia, il mio spirito, così come Dio ha la misericordia e la potenza, cioè chi si mette in viaggio non è mai una persona ad una dimensione. Diventiamo complicati? Sì. Ma diventiamo anche capaci di ricevere misericordia e potenza, capaci di avere un’anima, ma anche uno spirito.
            Siamo gente che ha una profondità tridimensionale. Non abbiamo solo il fuori, la faccia che il mondo vede ed il dentro, quello che sono io. Siamo persone che hanno il fuori, il dentro e lo Spirito Santo, che moltiplica e ci fa tanti piani, per cui c’è spazio per tante cose  e possiamo avere grande gioia e grande dolore contemporaneamente perché abbiamo tanti piani diversi; possiamo avere tante amicizie molto diverse tra loro; possiamo amare la vita della gente, avendo una vita molto diversa. Non abbiamo bisogno di essere narcisisti, monodimensionali, capaci di amare solo ciò che è uguale a noi, ma possiamo essere plurali e avere posto per tante cose diverse.
            Questo canto ha due parti. In una Maria dice di sé, della propria vita fiorita e nell’altra dice dell’ordine del mondo che è strato rovesciato.
            “…ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi.”
            La vita che fiorisce non è mai solo la nostra. Questo è un altro grande mistero dello Spirito Santo. Se la mia vita fiorisce, se non è narcisistica, la vita intorno a me fiorisce e gli ordini si rovesciano, perché questo è ciò che opera lo Spirito.
            “Maria rimase con lei circa tre mesi,  poi tornò a casa sua”.
            Questo versetto chiude mirabilmente l’incontro tra due madri. Un viaggio è capace di rimanere e di andarsene. Si può rimanere con lei e poi ritornare a casa propria… e lasciare!

            Il mio augurio è che queste due donne ci facciano compagnia verso la strada di Pasqua. Pasqua è laddove la vita fiorisce in modo definitivo sulla morte, fiorisce in modo radicale. Gesù risuscita e per partecipare alla morte e risurrezione di Gesù Cristo dobbiamo tutti diventare un po’ madri di una vita segreta e lasciarla fiorire.

Fossano, 11 marzo 2006
 (Testo non rivisto dall’autore)

DENARO, VITA E PAURA – Atti 5,1-11

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2006_07/04.htm

Azione Cattolica Diocesana

Lectio Divina 2006/07 a cura di Stella Morra

4. DENARO, VITA E PAURA

Atti 5,1-11

Premessa

            La lectio di oggi riguarda l’inizio del capitolo 5 degli Atti, testo abbastanza conosciuto, per me speciale, a cui tengo particolarmente. La storiella è semplice, il testo apparentemente molto comprensibile. Come sempre, però, bisogna essere un po’ diffidenti con le cose che nella scrittura si presentano troppo facili. Bisognerebbe rileggere più volte i testi della scrittura che si accordano immediatamente con il nostro buon senso, perché normalmente hanno qualche spigolo e noi  tendiamo a spegnere gli aspetti più irritanti e a farli entrare in un quadretto carino. E’ uno di quei testi che io amo metodologicamente molto, perché non sono intellettuali, ma molto concreti, dove la scrittura è particolarmente perforante, non fa svolazzi, non fa discorsi complicati, non richiede grandi culture di interpretazione, per cui nessuno può dire: io non ho gli strumenti per capire la profondità di questo testo. E’ un testo chiaro, duro, di fronte al quale il più semplice di noi, senza conoscenze storiche, critiche, esegetiche, è posto di fronte ad una questione sostanziosa. Per questo io lo amo molto.
            Inoltre, la mia storia rispetto a questo testo è abbastanza lunga per cui l’ho letto, riletto e commentato varie volte. Questo significa che in ogni tempo e ogni situazione in cui ho letto e commentato il testo, ho messo uno strato – come ognuno di noi quando frequenta molto un libro o un film, lo rivede tante volte perché lo ama, la prima volta che lo vede lo colpisce per alcuni motivi, la seconda quei motivi restano veri, ma ne aggiunge degli altri, la terza… – e quindi temo di volerci mettere dentro tutti questi strati e alla fine forse faccio un po’ di caos. Quindi cercherò il più possibile di mantenermi sul primo livello di lettura.
            Il testo è quello della frode di Ananìa e Saffira, marito e moglie, che cercano di ingannare sul prezzo. Cioè, di fronte alla situazione che ci viene raccontata negli Atti, in cui la prima comunità avrebbe tutto in comune, Ananìa e Saffira accettano di mettere un po’ in comune, ma barano su quanto hanno, dicono un po’ meno, e mettono in comune solo una parte dei loro averi.
            Fanno una pessima fine: spirano tutti e due sul momento, muoiono uno dopo l’altro immediatamente. Il testo si conclude con questa frase: “E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose”.

            Introduzione

            Il testo è molto semplice; lo introduco con tre osservazioni.
            La prima è un’avvertenza per l’uso del cosiddetto genere letterario dei sommari di Atti. Il libro degli Atti racconta i primi inizi della Chiesa, dopo l’Ascensione; si apre con Pentecoste, la discesa dello Spirito Santo. Ci sono alcuni capitoli dedicati soprattutto a Pietro e a Paolo che spiegano, esemplificano la concretizzazione di quella parola che lo stesso Luca aveva messo in bocca a Gesù, quando dice: “…mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino agli estremi confini della terra” (At. 1, 8).
            Il libro di Atti è costruito su questi tre cerchi: prima la Giudea, e sono i capitoli di Pietro; poi le terre vicine, ma non di religione ebraica, quindi un primo raccordo con i pagani; e poi gli estremi confini della terra, con i viaggi di Paolo che vengono narrati. Gli Atti si concludono  – e la cosa è molto carina – con un naufragio, non con gloria: questa meravigliosa barca di Pietro – è  l’immagine che usiamo anche noi per la chiesa -  che va trionfante verso l’orizzonte, ma la conclusione è che questa meravigliosa barca di Pietro naufraga e va a pezzi. E’ interessante come conclusione! Si conclude con Paolo che va verso Roma, capitale dell’impero, il simbolo degli estremi confini della terra.
            Gli Atti raccontano in forma stilizzata, ridotta a passaggi essenziali, la concretizzazione del comando di Gesù di evangelizzare,  e come questo comando non stia solo nell’annunciare agli altri che Gesù è risorto, ma anche nell’organizzare una Chiesa; nelle discussioni tra Pietro e Paolo, che non sono affatto d’accordo; nel lasciare – come nel discorso agli anziani di Efeso, in cui si racconta cosa succede quando l’apostolo che ha fondato una comunità se ne va (At. 20, 17-38) – chi resta a bottega, chi manda avanti la cosa? E così via. Si narra di tutti i problemi che cominciano a sorgere.
            Per fare questo, Atti usa quasi sempre il genere letterario detto dei sommari in cui, in poche righe, fa un riassunto di raccordo tra un episodio e l’altro. E’ lo stesso principio – non è nobile il paragone, ma così ci capiamo – della soap opera in cui ogni puntata ha una serie di episodi, di storie; se uno guarda solo quella puntata, quel pezzetto di storia comincia e finisce, ha un senso. In realtà, se tu guardi tutte le puntate, percepisci un altro livello di racconto che puoi cogliere solo nell’insieme delle puntate. Questo si ottiene raccontando degli episodi, dei personaggi singoli e legandoli con dei raccordi, dei riassunti che fanno vedere ciò che succede contemporaneamente a tutti i personaggi. Il genere letterario dei sommari degli Atti funziona così: sono dei raccordi che mettono insieme degli episodi. Ananìa e Saffira, così come la visione di Cornelio – quando Pietro fa un sogno che lo spinge ad accettare che nella Chiesa entrino anche i pagani ( At.10) – sono episodi che iniziano e finiscono; sono legati tra loro da raccordi che dicono la trama generale; e questa si capisce solo leggendo tutto il libro.
            Quindi noi oggi leggiamo un episodio che ha la sua completezza, inizia e finisce, ma dovremo anche considerare ciò che c’è prima e dopo, perché sono i raccordi alla storia complessiva, che ci dicono come quell’episodio si incastra nella storia generale. Dovremo quindi anche occuparci dell’inclusione.
            Seconda osservazione: si parla della Chiesa. E qui sorge un bel problema perché noi oscilliamo sempre tra significati di questa parola che sono molto strampalati. Di volta in volta usiamo la parola Chiesa per dire tante cose diverse:
            * Chiesa sarebbe l’insieme dei vescovi, il Papa, la gerarchia, anzi, il magistero – una delle funzioni della gerarchia, quando si dice: la chiesa ha detto che si può fare, non si può fare… ha proibito…, che vorrebbe dire: Ruini ha detto… il Papa ha detto, certo non come privato cittadino, bensì nella sua funzione magisteriale rispetto alla Chiesa, ma  noi diciamo semplicemente “la chiesa”.       
 * Oppure la Chiesa vorrebbe dire una comunità, un gruppo di riferimento, oppure quella Chiesa ideale che sarebbe tale se noi fossimo considerati la chiesa – non so nemmeno cosa vuol dire che noi fossimo considerati la chiesa, se qualcuno chiedesse a me come la penso… Forse nessuno me lo chiederà mai, è vero; e allora? Ma la chiesa dovrebbe… e si usano tutti i verbi al condizionale e soprattutto dietro questo pensiero c’è la proiezione che la chiesa dovrebbe essere quello che incarna tutto ciò su cui io sono d’accordo; e se c’è un altro pezzo di credenti che si ritengono tali e non sono d’accordo con me, dovrebbero fare un’altra Chiesa… non so come funziona; come si mettono insieme le diverse ‘anime’? Non sappiamo bene.
            * Spesso poi diciamo la Chiesa come immagine materna – la Chiesa madre – perché la Chiesa sarebbe la proiezione di un posto tranquillo dove uno può stare sicuro, accolto e soprattutto dove qualcuno si prenda cura di lui, cioè una proiezione di un desiderio di infanzia, che è legittima, soprattutto di questi tempi – tutti abbiamo la nostalgia di un luogo, di un tempo, uno spazio, una parte piccola della nostra vita in cui sono gli altri che si prendono cura di me e in cui non mi devo assumere delle responsabilità!
            Dunque, quando noi diciamo la Chiesa, spesso viene fuori tutta questa roba un po’ mescolata. Gli Atti raccontano i primi passi stilizzati, in genere sommario, della Chiesa. E a quei tempi non c’era Ruini, non c’era il Papa; certo anche i primi cristiani erano umani e avranno avuto anche loro le loro proiezioni materne e la voglia di un posto tranquillo; erano pochi, forse li stavano a sentire, ma non sarei tanto sicura che li stessero a sentire tutti…-  negli Atti si parla di Luca, Paolo, Pietro, Giovanni, però forse ce n’erano anche altri di cui non sappiamo il nome… Allora, di cosa stiamo parlando? Ho fatto tutto questo ragionamento solo per dire: attenzione, Chiesa è uno di quei vocaboli pericolosi, perché tutti pensiamo di sapere a che cosa ci si riferisce, in realtà forse abbiamo tutti delle idee, o almeno delle sfumature, diverse.
            Gli Atti dovrebbero servire a questo: sapere che cos’è la Chiesa non è il punto di partenza, caso mai è il punto di arrivo. Forse nell’ultimo giorno, finalmente, di fronte a Dio, sapremo che cos’è e che cosa dovrebbe essere la Chiesa, e soprattutto come si fa, concretamente, a starci dentro, anzi a sentircisi dentro. Per intanto è un po’ come quando uno si sposa: ha un’idea di famiglia. Se è molto fortunato, quando muore ha avuto una famiglia diversa da quella che aveva immaginato ed in genere pensa: meno male! Non so se riesco a spiegarmi.
            Tutti ci muoviamo su alcuni principi, alcune scelte, alcune idee, alcuni desideri; non è detto che la vita li corrisponda tutti; a volte non li corrisponde e c’è un dolore; a volte non li corrisponde e c’è una gioia, perché ci viene dato di più o di diverso da ciò che avevamo immaginato e questo ci sorprende e forse anche ci riempie di una gioia che non riuscivamo neanche ad immaginare. La Chiesa funziona un po’ allo stesso modo: ci sono dei principi, delle idee, dei desideri; una di queste è l’idea di comunità, è un desiderio. La Chiesa dovrebbe essere una comunità, perfetto, tutti d’accordo. Poi, nella realtà, succedono tante cose, c’è la gente concreta, ci sono le persone, i preti, le scelte pubbliche, quelle private e così via; e alla fine, forse, sono riuscita a fare comunità almeno con alcuni; e mi accorgo dopo che quel pezzo di comunità mi  è stato dato, e che non è tutte le comunità del mondo, è un pezzo; ed è stato bello avere nella vita quel pezzo di comunità!
            Da questo punto di vista noi, che da un po’ di tempo veniamo a queste lectio, siamo una comunità? Idealmente no, nel senso che forse non ci siamo mai rivolti la parola gli uni agli altri. Ma per molti di noi questo luogo è diventato un appuntamento caro della propria vita e una serie di facce – a cui non ha mai rivolto la parola, non sa cosa gli passa per la testa, ma sa che quello lì si siede sempre lì in terza fila – sono diventate una compagnia abituale in questo percorso ed è una sorta di strana comunità che ci è data, senza particolari sentimenti di appartenenza, ma anche senza un particolare vincolo di omogeneità.
            La Chiesa sta un po’ da questa parte. Si può dire: ma come, andiamo tutti a messa alla domenica e non ci conosciamo, e se la comunità deve essere un’esperienza sentimentale, non è bello; ma si può anche dire: pensa, andiamo tutti a messa alla domenica, ci diamo il segno di pace… se io sapessi cosa pensa quello lì a cui do il segno di pace, forse non glielo darei, invece, sotto lo sguardo misericordioso del Signore, il Signore ci fa la grazia di non sapere che cosa pensa, così possiamo tutti pregare lo stesso Dio. E se una comunità non è solo un dato sentimentale, tra adulti seri ed usciti dall’immaginario materno, forse è una bella cosa. Poi, certo, dentro quella comunità anonima, ci possono essere alcune persone di cui so cosa pensano, anzi pensiamo le stesse cose e siamo lieti di darci il segno di pace perché questo ha un peso, perché è una vita condivisa, ci siamo aiutati anche fuori da lì! Forse non sono tutti, ed è un grande dono che mi siano dati quei pochi! Ma è anche un grande dono che mi siano dati quei tutti di cui forse è meglio che io non sappia che cosa pensano!
            Vorrei che provassimo a fare l’esercizio di tenere sullo sfondo almeno il dubbio sul non sapere bene che cosa è la Chiesa; e che provassimo a rovesciare alcuni ragionamenti, cioè che provassimo a dire che, se la chiesa di cui parla Atti è ciò che riceviamo, nessuno di noi può dire di aver ricevuto poco, perché, se ognuno di noi chiude un attimo gli occhi e fa l’elenco dei nomi e dei volti a cui deve qualcosa in termini di fede, è più lungo delle litanie dei santi. Ognuno di noi ha una sua privata litania dei santi, in genere piuttosto lunga, e questo non è poco; e in sovrappiù a questa privata litania dei santi c’è la comunione generale dei santi, quelli a cui forse non deve personalmente niente, ma che, per il solo fatto di essere seduti in terza fila, gli hanno fatto compagnia in un percorso; e anche questo non è poco, da adulti.
            Terza ed ultima osservazione. Dicevo prima, bisogna che ci occupiamo un po’ dei raccordi, cosa c’è prima e dopo questo racconto di Ananìa e Saffira.
            Prima si racconta che Pietro e Giovanni erano imprigionati; tutti i cristiani pregano; gli apostoli vengono liberati e, appena rimessi in libertà, pregano tutti insieme e sono felici e riconoscenti al Signore. Questo è appunto il genere del sommario, che sarebbe come dire, che bello che siamo stati imprigionati; che sarebbe come: meno male che non ci conosciamo. E’ guardare  le cose da un altro punto di vista perché è un po’ tosta da dire, che è bello che siamo stati imprigionati! Quello che ci stanno dicendo è: attenzione, Dio scrive su righe storte.
            La conclusione di questo è: “Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo un cui erano radunati tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza. La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era tra loro comune. … Nessuno tra di loro era bisognoso…”.
            Cioè: quello che c’è prima è: siamo liberati, questo ci dà parola franca e non c’è più bisogno. Già un bell’inizio! La Chiesa sarebbe che uno liberato – da che?, Da chi? …bella domanda!…. – può fare due cose: parlare con franchezza e non avere più bisogno! Traducendo: può permettersi il lusso di avere solo desideri, non più bisogni, per usare una parola che spesso è tornata.
            Poi c’è il racconto di Ananìa e Saffira che adesso leggiamo, ed infine un’altra faccenda che funziona così: “Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone…”. E’ il portico del tempio, stanno lì a discutere; si fanno molti miracoli e prodigi; nessuno osa avvicinarsi a loro e la comunità si accresce di numero. E uno dice: ma questo che sta dicendo? Allora, si dice:  stanno nel portico, in un atrio, a discutere – con gli altri ebrei, con quelli che passano di lì – e succedono miracoli e prodigi; cioè, tutto si risolve magicamente – portano malati, tutti guariscono, succedono delle cose bellissime – e contemporaneamente nessuno osa avvicinarsi a loro, ma la comunità cresce. Strani eh?
            Questa è l’inclusione: da una parte c’è che loro, gli apostoli, sono cambiati, sono liberati; e il frutto della liberazione è franchezza  nella parola e libertà dal bisogno, dall’altra c’è che stanno in  un luogo aperto dove parlano e questo produce miracoli e crea una reazione strana: non osavano, avevano un po’ di timore, ma la comunità continua ad accrescersi. Io credo che, se la nostra esperienza di chiesa fosse costruita su questi due capisaldi, sarebbe una grande idea: noi liberati  che parliamo con franchezza e siamo liberi dal bisogno e questa parola con franchezza che è esercitata in un luogo aperto e con quelli che passano nel portico, non in una casa, al chiuso, sotto un’appartenenza, che produce miracoli e produce timore e tremore e fascino… come gli innamoramenti! Guardate che nessuno osava ma la comunità si accresceva, è la stessa paranoia di qualsiasi quindicenne innamorato: non oso ma non mi stacco; sono perennemente in dubbio, intimorito, impaurito, ma non riesco a staccarmi da lì. Questi sono i due riassunti della storia che permane.

            Il denaro
            Il racconto è molto facile, quasi una favola: i due cattivi muoiono. Ma forse è un po’ meno facile di quello che sembra, o meglio, facile ma meno superficiale, meno immediato, perché forse quello che si dice qui va a cozzare su un punto molto serio e profondo della nostra esperienza umana e cristiana.
            Innanzitutto si parla di denaro, una di quelle cose di cui noi non siamo capaci di parlare. C’è poco di più privato del denaro; ci si avvicina il sesso, ma ormai in questa società un po’ disinibita, tanto quanto… Ma quanto costano le cose, quanto abbiamo, quanto serve per vivere… è un tema difficilissimo. Perché il denaro ci fa così problema?
            Le spiegazioni sono molte, ma il denaro ha un valore simbolico nella nostra cultura. Funziona come i voti a scuola. Puoi ben spiegare agli  studenti  che  dare quattro ad un compito non  significa dirgli che lui vale quattro, ma che il suo compito vale quattro. Ciò che uno studente incamera è che lui vale quattro. Il denaro funziona un po’ così tutti siamo pronti a dire che le persone non si definiscono dal denaro che hanno, ma… Un minimo, però, ti serve per vivere, per non pesare sugli altri. La questione è il definire questo minimo, che cambia molto da luogo a luogo e funziona in modo strano; per esempio ci abituiamo subito ad avere di più; se uno passa da millequattrocento a milleottocento euro al mese dice, in fondo milleottocento euro al mese sono il minimo; e se dopo un po’ ne guadagna duemilacinquecento, immediatamente ci sta giusto. Facciamo molto in fretta ad alzare il livello del  minimo!
            La figura del denaro dunque è molto strana, perché ha un valore simbolico, che non vuol dire finto. In teologia si dice che il corpo è il simbolo dell’io, diciamo che il corpo è il luogo dove il mio io spirituale, interiore, è di per sé irraggiungibile prima di tutto da me e poi da tutti gli altri, se non avesse una voce, una faccia, un comportamento…un modo di proporsi… E’ nel corpo che gli altri mi riconoscono. E quando non vogliamo farci riconoscere ci travestiamo, camuffiamo il nostro corpo. Io stesso so di me attraverso il mio corpo e dunque mi vesto con un certo stile, ingrasso, dimagrisco, ho un pessimo rapporto con il mio corpo… dentro di me è nascosta una persona diversa da quella che sono in realtà.
            Quando dico simbolo, dico non una cosa finta, ma una cosa dove l’interno e l’esterno si incontrano, e ogni volta che l’interno e l’esterno si incontrano c’è sempre un po’ di fatica perché normalmente l’interno è troppo grosso, abbiamo tutti un’anima extra large e una vita small, tutti. E dunque abbiamo un cuore, dei desideri, una comprensione di noi… ma questo i cristiani lo sanno bene perché dentro di noi c’è l’immagine e la somiglianza di Dio! Che per forza è extra large. Gli antichi dicevano che i cristiani dovevano diventare magnanimi, cioè con una grande anima, con un’anima a misura di Dio. Quando interno ed esterno si incontrano c’è sempre un problema di compressione perché questo interno grande deve passare dentro degli imbuti per farsi incontrare e dunque non ci sappiamo spiegare – non so dirti come mi sento, tu non mi capisci, mi hai ferito con questo comportamento, ecc. Se io dovessi definire un umano, direi: tutti coloro che faticano a tenere insieme interno ed esterno. Hanno l’interno più grande dell’esterno, più anima che corpo, anche quando hanno un grosso corpo!
            Il denaro funziona allo stesso modo; ha un interno molto grande e molto potente: è potere, immagine, risultato, riconoscimento di ciò che si è fatto, riconoscimento sociale… E’ tantissime cose, ha un interno gigantesco… non a immagine di Dio! Perché non è umano. E questo è il problema. Per questo il denaro è spesso considerato legato al demonio, perché se uno non ha un interno a immagine di Dio … e per questo il denaro fa paura.
            In questo racconto di Atti ci viene detto che la Chiesa delle origini ha tutto in comune e che le cose vengono divise. Non dice il denaro, ma le cose; stiamo dalla parte degli umani. Quello che succede qui è invece un denaro messo in circolo. E il denaro viene sottoposto ad una strategia: se ne dà un po’, ma se ne tiene un altro po’. Peraltro è ciò che facciamo tutti, forse con proporzioni diverse da Ananìa e Saffira, ma ognuno di noi fa la carità, condivide una parte del suo denaro con i poveri, dà l’offerta domenicale, ha forse condivisioni anche più serie, ma ne tiene una parte ed è qui che la limpidezza di questo brano picchia duro! Perché noi in questo racconto non siamo Pietro, siamo Ananìa e Saffira! In fondo cosa c’è di male in questa strategia? Si comportano come persone di buon senso!
            La menzogna, l’accordo nel mentire, il tenere per sé
            Secondo il racconto ci sono tre cose di male: la menzogna, la prima e la più grave, di cui Pietro dice: “…hai mentito allo Spirito Santo…”, non a noi. La connessione denaro e menzogna è molto forte perché il denaro di suo non parla, le cose parlano. Il denaro è apparentemente neutrale. Un bell’oggetto ‘dice’ – mi piace, non mi piace, interpella i miei sensi, il mio gusto – una banconota è uguale a tutte le altre. Dunque il denaro si presta alla menzogna, soprattutto alla menzogna a sé stessi, nel rapporto tra bisogni e desideri.
            Secondo aspetto di male, secondo il racconto, è accordarsi sulla menzogna: marito e moglie si mettono d’accordo di raccontare la stessa storia. Non solo mentono, ma lo fanno costruendo una comunione di menzogna, creando un tessuto che regga la menzogna.
            Terzo, c’è di male che uno tiene per sé. Questa è una lezione antica. Nel libro dell’Esodo c’è il racconto della manna e si dice: “…il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno…, il sesto giorno…sarà il doppio…”. Se ne raccoglierete di più marcirà. C’è una legge della relazione con Dio, che è la legge fondamentale, semplice semplice, della fiducia: o uno si fida di Dio o si fida delle assicurazioni. O uno si fida che quel rapporto lo terrà in vita e gli dirà di lui, del riconoscimento, di simbolica, di produttività …, o uno si fida, ma si tiene…un’uscita di sicurezza!
            Questo è il meccanismo di tutti gli amori. Ci vuole molto tempo prima che uno si fidi davvero in un amore e non si tenga un’uscita di sicurezza! Per abituarsi all’altro e a me di fronte all’altro, e per lasciare davvero ogni uscita di sicurezza; e poi tutti noi ci siamo qualche volta sbagliati e mangiati i pugni all’idea che non ci eravamo tenuti un’uscita di sicurezza… Una delle leggi che, secondo me,  discende direttamente dal peccato originale, è la diffidenza. Smettiamo di essere fiduciosi intorno ai due anni. E’ una delle primissime lezioni che impariamo nella vita, apparentemente. E poi ci mettiamo tutto il tempo di un’età adulta per reimparare a non avere un’uscita di sicurezza.
            Qui si dice che di male ci sono tre cose: mentire, accordarsi nel mentire, tenersi un’uscita di sicurezza. E questo è veicolato dalla simbolica del denaro.
            Pietro pone Ananìa di fronte ad una questione terribilmente semplice: “Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione?”.
            Cioè: nessuno gli aveva chiesto questo denaro; e questa è la vera tragedia di questo brano. Questi due si sono proprio sbagliati: hanno costruito una strategia di difesa su una cosa che non era un attacco. Potevano semplicemente tenersi il campo. E accettare, quanto a se stessi, di stare nella comunità non tra coloro che mettevano tutto in comune, bensì tra coloro che si tenevano i loro beni.   Tutti gli storici sono d’accordo: la prima comunità non aveva la comunione dei beni come regola obbligatoria. Molti lo facevano e altri no, ma funziona esattamente come al peccato originale: Adamo non vuole essere diverso da Dio, vuole essere come Dio, non sa neppure per guadagnarci cosa, ma non sopporta questa differenza.
            La somma di queste cose: cioè di sbagliarsi sul proprio luogo, ed essendosi sbagliati, mentire, e mentendo creare dei complici nella propria menzogna, e avendo creato dei complici  tenersi delle uscite di sicurezza… l’effetto di questo è la morte! E chiunque abbia più di vent’anni sa sulla propria vita che, quando e laddove ci è capitato di non riconoscere un pezzo di noi, di mentire a  noi stessi e di coinvolgere altri su questo raccontarci delle storie su di noi e nel cercare di salvaguardarsi, laddove ci è capitato questo, un pezzo di noi è morto. E ci è voluta molta fortuna, molto affetto di altri e molta fatica per richiamarlo in vita. E stare nelle proprie scarpe è molto faticoso. Uno ogni tanto dice: basta vorrei mandare tutti a quel paese, diventare uno che se ne frega. Ma se uno ha più di vent’anni sa che la vita non si prende in giro e che se uno non ce la fa a un certo punto, in un modo o nell’altro, a stare nelle proprie scarpe e a non raccontare delle frottole almeno a se stesso, non ce la fa a vivere, semplicemente. Dopo di che, può essere faticoso, particolarmente doloroso, in certi momenti uno perde la fiducia, pensa che non ce la farà mai, ma tutte le volte che ci siamo raccontati a noi stessi come qualcosa che non eravamo e che abbiamo detto, va beh, a questa cosa ci penserò dopo, l’abbiamo compressa, tenuta lì, questa cosa ci si è rivoltata contro, è stata una piccola morte, magari quindici anni dopo, perché la vita è testarda e perché la nostra anima extra large non sopporta le menzogne.
             Questa morte un po’ da favola, ahimè, è qualcosa di profondamente duro. Forse dovremmo chiederci quali pezzi di noi sono già stati sepolti, dai più giovani – l’ironia di Luca è notevole. Pensate alle nostre riflessioni su Tobia, Tobi il giovane e Tobi il vecchio; c’è sempre una parte giovane di noi che cerca di prenderla con entusiasmo e che seppellisce i pezzi che ci siamo persi per strada, ma …
            E poi c’è questa moglie, che arriva, ignara. E’ l’altra metà: ognuno di noi ha una parte maschile e una femminile ed ognuno di noi, se è molto fortunato e ce la fa a non raccontarsi troppe storie, ad un certo punto della propria vita deve decidere se vuole sposare la propria esistenza. Il matrimonio di questi due è un’associazione a delinquere, si sono sposati nella menzogna. Noi sappiamo bene che ci sono molti modi di sposare la nostra stessa vita, di fare della nostra vita la nostra moglie complice e dire con l’aria seria: mi piacerebbe poter fare così, … ma la vita, gli impegni, la famiglia … Che vuol dire, in realtà non lo desidero abbastanza.
            E qui c’è questa moglie, la vita, ignara dell’accaduto. Perché noi facciamo dire al lavoro, alla famiglia, ai figli, agli impegni, a tutto ciò che ci circonda, tutte le menzogne che ci serve che dicano, ma loro sono ignari. La nostra vita, di suo, funzionerebbe normale, nel bene e nel male, con i guai, i dolori, le gioie, le cose che accadono, ma noi le facciamo dire delle altre cose, la rendiamo ignara della nostra anima, e dunque ci segue nella nostra morte.

            Morte e paura
            Per arrivare al tema che ci ha guidato in queste lectio, l’effetto della morte è la paura. C’è un legame molto stretto tra mentire, conservare, mettere da parte per sé e far nascere il timore non solo in sé, ma intorno a sé.
            Questo testo ci dice che se mentiamo, forse noi non avremo più paura perché nel frattempo siamo morti, un pezzo di noi è morto, ma disseminiamo timore intorno a noi. Diventiamo generatori di paura. Dunque mentire o non mentire sulla propria vita non riguarda solo noi, ma riguarda una Chiesa. Si chiama comunione dei santi, è una dottrina antica. Il bene è diffusivo in sé e il male altrettanto, è una catena; e forse una rete di menzogne, di ideologia, di spiegazioni troppo facili sulla nostra esistenza, produce paura, genera male intorno.
            Torniamo all’inclusione, forse si capisce meglio. Pietro e gli apostoli, sono stati in prigione e sono stati liberati ed è la figura della liberazione dal bisogno, e di una parola che diventa franca, sincera, il contrario della menzogna. E dunque possono compiere miracoli e non hanno bisogno di assicurazioni, non devono tenersi qualcosa, perché diventano capaci, con un gesto, di guarire; possono compiere miracoli, possono rimanere in un luogo comune di parola scambiata, e possono sopportare di non essere né uguali né diversi, che nessuno osa, ma la comunità si accresce. Cioè possono sopportare di essere se stessi, di essere nelle proprie scarpe, non hanno paura.
            In mezzo c’è questo episodio che dice che la menzogna genera paura e morte.
            Concludo come ho iniziato: è un episodio lineare, che consente poche scappatoie. Qui, come in pochissimi altri testi della scrittura, si va al nucleo fondamentale, c’è poco da fare, non si può arzigogolare molto: su sé, quanto a sé, si dice la verità o si mente. Non si dà un terzo. Certo, si può dire la verità che si sa in quel momento, che magari non è ancora tutta, ma rispetto a quel momento o si dice la verità o si mente, non c’è un’altra possibilità. Dire la verità, almeno a se stessi, è una parola franca che genera miracoli; mentire è una collusione che genera morte e paura e c’è poco da infiocchettare.
            Trovo che l’asciuttezza di questa faccenda sia bella, perché ci dice che possiamo confonderci, sbagliarci, non sapere, non capire, non avere tutti gli strumenti, essere deboli e fragili, questo non importa, ma c’è qualcosa che importa e che è alla portata di chiunque di  noi: dirsi e dire la verità di sé in buona coscienza, fin dove la si possiede, o no. E su questo c’è poco da scherzare!

Fossano, 3 febbraio 2007
(testo non rivisto dall’autore)

« BEATI I PURI DI CUORE » : L’INVISIBILE DIO SI MOSTRA AI SUOI AMICI (Don Claudio Doglio)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano/don_doglio28.htm

« BEATI I PURI DI CUORE »

(Don Claudio Doglio)

L’INVISIBILE DIO SI MOSTRA AI SUOI AMICI

Introduzione

Iniziamo ricordando come le beatitudini ci pongano di fronte alle scelte morali decisive.
Tra le tante cose che possiamo dire a proposito delle beatitudini da un punto di vista generale, anche questa è importante: l’annuncio del Vangelo nella forma delle beatitudini ci pone davanti l’esigenza di una scelta, cioè di un’adesione al Signore maturata, intelligente, libera e voluta. Questa scelta comporta un impegno morale, cioè di vita, di comportamento.

Accogliere questo messaggio significa accogliere uno stile di vita, scegliere una mentalità.
Questa sera sviluppiamo la sesta beatitudine: « Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio ».
La formula che caratterizza le persone che vengono proclamate beate è simile alla prima: i « poveri in spirito » e i « puri di cuore », due espressioni che grammaticalmente sono simili perché hanno entrambe un dativo di relazione, « poveri » in quanto allo spirito e « puri » in quanto al cuore. Si tratta di un modo di esprimersi parafrasabile con un’altra espressione: « chi ha il cuore puro », cioè i « puri di cuore » sono « coloro che hanno il cuore puro ».
Come sempre, dunque, cerchiamo di capire il significato dei termini che qui sono due: il « cuore » ed il concetto di « puro ».
Si tratta di termini facili, di elementi semplici della nostra lingua, ma che comunque hanno bisogno di essere approfonditi biblicamente, cioè di essere capiti nel contesto biblico, perché non sempre il nostro linguaggio corrisponde a quello della Bibbia.

Il significato del termine « cuore »
Nel nostro modo di parlare « cuore » è un termine che solitamente indica affetto: facciamo gli auguri « con tutto il cuore », ringraziamo « di vero cuore », sempre facendo riferimento al cuore come ad un simbolo sentimentale.
Invece, nel linguaggio biblico, il cuore è innanzitutto la sede dell’intelligenza; quando si parla di « cuore » si intende il pensiero. La nostra traduzione corretta sarebbe la « mente », per cui là dove nel linguaggio biblico si parla di « cuore » noi parliamo di mente. « I pensieri del suo cuore durano per tutte le generazioni »: ovviamente nel nostro linguaggio non si parla di cuore, ma di mente; si tratta infatti di metafore, di linguaggio traslato, perché il cuore di per sé non ha a che fare né con il sentimento né con l’intelligenza. È un modo poetico di parlare, per cui, cambiando l’ambito culturale, cambiano i riferimenti.
Per essere più completi dobbiamo dire che nel linguaggio biblico il cuore è il centro della vita personale. Più che alla mente, nel senso di intelligenza, dovremmo fare riferimento, con un linguaggio filosofico, all’ »io » personale: il cuore è la coscienza dell’individuo, molto simile allo « spirito ». Ricorderete che quando abbiamo parlato, a proposito della prima beatitudine, di « poveri in spirito », dicevamo che quell’aggiunta di « spirito » è un elemento tipicamente greco, perché il concetto di spirito come coscienza e intelligenza è ellenistico. Nel linguaggio semitico, invece, questa dimensione di coscienza intelligente, dell’io personale, è espressa con la terminologia del cuore.
Proviamo a vedere nel Vangelo di Matteo, dal quale traiamo le beatitudini, l’uso del termine cuore, limitandoci solo a tre citazioni, fra le molte esistenti, per far vedere la grande gamma di significati che il termine comporta.

Dicevamo innanzitutto che il cuore significa « vita intellettuale ». Nel Vangelo di Matteo, Gesù si rivolge a degli scribi, che stanno pensando male di lui, con queste parole: « Perché pensate cose malvagie nei vostri cuori? » (Mt 9,4). Il cuore è la sede del pensiero: quelle persone stanno pensando delle cattiverie nei confronti di Gesù, perché « nel loro cuore meditano cose cattive », quindi è un pensiero, è una mente cattiva; noi diremmo: « Perché hai in testa queste idee? Hai la mente bacata? Perché pensi a queste cose cattive? ». Non ricorreremmo, come si vede, al termine « cuore », mentre invece nel linguaggio biblico ciò avviene: Gesù usa il termine « cuore » per parlare di una persona che sta pensando male di un’altra.
Troviamo anche una sfumatura di tipo volitivo, perché, al di là dell’intelligenza, l’io personale è caratterizzato dalla volontà. Ricorriamo ad un altro versetto di Matteo in cui Gesù dice: « Dal cuore provengono i propositi malvagi » (Mt 15,19), cioè dal cuore vengono fuori i desideri cattivi, la volontà; allora, il cuore esprime la sede della volontà, il cuore è l’organo con cui la persona « vuole », bene o male. Sono i propositi, che possono essere buoni o cattivi, ma è comunque dal cuore che emergono queste intenzioni, questi propositi.
Infine, il cuore indica anche un aspetto di tipo relazionale, come qualità di carattere; ricordate quel brano famoso, che abbiamo avuto modo di citare in altri passaggi, in cui Gesù dice: « Imparate da me, che sono mite e umile di cuore » (Mt 11,29). Questa è una formulazione molto simile alla nostra; umile « di cuore »: Gesù si presenta come persona mite e umile « nel cuore », quindi nel centro della sua persona, come suo modo di pensare, la sua intelligenza è mite e umile, la sua volontà è mansueta e umile.
Allora diventa chiaro che il cuore è l’origine dei rapporti umani, tutto parte dal cuore. Fate però attenzione a non leggere ciò che sto dicendo in chiave moderna: non sto dicendo che tutto nasce dal sentimento, sto dicendo invece che l’io, la coscienza personale è il punto di partenza della relazione: io mi relaziono con le altre persone in modo intelligente, voluto e partecipato anche dal sentimento – non lo escludo, ma non è l’unico per me.
Quindi, il cuore indica una persona completa nei suoi elementi di intelligenza, volontà e sentimento. Dunque, il cuore è l’origine della relazione, ma è anche l’unità, è ciò che caratterizza l’unità del rapporto, quello che fa « uno »: sono io, nei tuoi confronti, nei confronti delle altre persone e nei confronti di Dio. Dunque, potremmo dire che il cuore esprime la relazione personale di una persona con le altre persone e anche con Dio; una relazione personale implica intelligenza, volontà e affetto.

Il concetto di « puro » e di « purità »
Adesso siamo pronti per aggiungere l’aggettivo « puro ». Se quello detto prima è il « cuore », quando è « puro »?
Anche qui dobbiamo ricercare nell’ambito biblico l’aiuto per comprendere questo aggettivo.
È un problema, perché il mondo biblico dell’Antico Testamento ha un linguaggio molto differente dal nostro: la « purità » o l’ »impurità » sono concetti legati da una distinzione che segue dei criteri che noi abbiamo completamente superato.
Ad esempio, viene considerato impuro il suino, per cui il salame è cibo impuro e mangiarne è un peccato impuro. Nel nostro linguaggio non corrisponde affatto, noi abbiamo tutt’altra idea di impurità o di atto impuro, ma tutto questo è frutto di una mentalità morale differente.
Il mondo biblico dell’Antico Testamento pensa che è puro ciò che è conforme a Dio, che appartiene alla sfera di Dio, che rende graditi a Dio, che è secondo la sua legge; quindi, il concetto di « puro » implica l’appartenenza a Dio. Vi chiederete allora che cosa c’entri il salame: proprio perché viene proibito da una legge il consumo di certi alimenti, quegli alimenti diventano impuri in quanto proibiti.
Nel Nuovo Testamento troviamo il titolo di « impuro » attribuito a quattro tipi di realtà:
la lebbra. È la malattia impura, – il lebbroso è condannato a dire: « Immondo! Immondo! », un termine che è sinonimo di impuro – ed è considerata così proprio perché veniva giudicata una maledizione, una punizione di Dio, è il segno della lontananza da Dio.
i demoni, i diavoli. Sono chiamati « spiriti impuri, immondi », perché in opposizione a Dio; il diavolo è chiamato « spirito immondo » perché non ha niente a che fare con Dio, è in rotta con lui, è in disaccordo.
i sepolcri, le tombe. Sono considerati impuri perché la morte è impura; difatti, il sacerdozio dell’Antico Testamento si guarda bene dal toccare le tombe o i cadaveri perché contaminano. La morte non ha niente a che fare con Dio: Dio è « il vivente » e la morte è la negazione di Dio, quindi viene definita impura per dire che è diversa, separata da Dio.
i cibi e le mani. I cibi sono divisi in puri e impuri e le mani sono « immonde » se sono sporche; si tratta di un uso tipicamente farisaico, per cui alcuni elementi vengono sottolineati come impuri, in quanto violano la legge, non sono conformi alla parola di Dio.
Allora, se il titolo di « impuro » viene dato a questa realtà, noi riusciamo a ricostruire l’idea di « puro ».
Il « cuore puro », l’ »io personale puro » devono allora corrispondere alla parola di Dio: il cuore è puro quando è conforme alla volontà di Dio. La relazione personale è pura quando è accogliente nei confronti di Dio, quando non è chiusa. Il cuore è puro quando è libero da tendenze e da impulsi contrari a Dio, quando è interamente dedicato a lui, è pienamente conforme alla sua volontà: cuore puro significa cuore totalmente di Dio, conforme a lui.
A questo punto sorge una perplessità: se il cuore, per essere puro, deve essere così totalmente unito a Dio, io mi domando se sono in grado di esserlo; è un obiettivo grandioso che mi viene presentato come un ideale futuro a cui tendere. Ma io, di fatto, adesso, sono così?
Proviamo a vedere qualche altro passo biblico in cui si parla di « cuore puro », forse ci aiuta a capire meglio, rischiamo di avere esagerato nella precedente analisi. Vediamo due salmi, significativi da questo punto di vista. Nel salmo 23 ci si domanda « Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? » e si risponde « Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronuncia menzogna » (Sal 23, 3÷4b). Dato che nel linguaggio biblico si adopera, in poesia soprattutto, il parallelismo, cioè si ripete due volte la stessa cosa in modo parallelo, noi, dal raddoppiamento, siamo aiutati a capire un significato. Le mani innocenti, in qualche modo, spiegano il cuore puro: intenzione e azione; il non dire menzogna spiega il cuore puro: è un cuore non menzognero, non falso. Potrebbero, queste, essere indicazioni preziose.
Un altro salmo ci viene in aiuto, il salmo 50, il famoso « Miserere »: « Cor mundum crea in me, Deus », « Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo » (Sal 50, 12), è la grande domanda già dell’antico orante. Siamo nel parallelismo: « cuore puro » equivale a « spirito saldo ». Eravamo già arrivati prima a dire che « cuore » e « spirito » si assomigliano; adesso ci viene detto che il « cuore puro » è parallelo allo « spirito saldo »: « saldo » indica una chiarezza, una coerenza, una coscienza solida e matura. Ma l’orante chiede a Dio « Crea in me un cuore puro », quindi chiede qualcosa che non ha, che riconosce di non avere; chiede al Signore che crei, cioè che, con un’opera di creazione, intervenga nella sua vita per creare ciò che non c’è.
Nella prima lettera di Pietro troviamo questa indicazione: « Amatevi – dice l’apostolo – di cuore puro » (11 Pt 1,22); sembra un’espressione dei nostri auguri. Pensate un po’ a come avreste scritto: dopo « Amatevi … » avreste messo « puro » o un altro aggettivo? Io avrei messo « di vero cuore », è una formula che corre nei nostri auguri: « di vero cuore, Le auguro ogni bene », « La ringrazio di vero cuore ». In genere, l’aggiunta di un aggettivo a « cuore » insiste sulla verità, la sincerità, la limpidezza.
Nella lettera di Giacomo (Gc 4,8) l’apostolo dà questa indicazione: « Santificate i vostri cuori », cui fa seguito un’espressione che, nella traduzione in italiano « o irresoluti » forse non rende il significato. Nel testo greco viene usato il termine « dipsychoi », cioè persone che hanno due anime, doppie nell’animo, dal cuore doppio. « Santificate i vostri cuori », ma santificare e purificare sono attribuzioni di Dio: santo è Dio, come puro è Dio. « Santificate i vostri cuori, o animi doppi » significa « unificate il vostro centro spirituale », « siate coerenti, siate unitari, non doppi ». Quando si dice « di cuore puro » si intende esattamente quello che intendiamo noi quando diciamo « di vero cuore ». Tante volte si dice una cosa, ma se ne pensa un’altra; ci sono, nella nostra esperienza di vita, delle doppie tensioni: si fa una cosa, ma con due intenzioni, ci sono doppi fili. La vita è piena di doppiezze, non c’è spesso limpidezza, non abbiamo il coraggio di dire a certe persone quello che effettivamente pensiamo, perché è pericoloso, perché possiamo rimetterci, perché non ci fa comodo; e allora facciamo perfino finta di essere generosi e di accettare pazientemente tutto, ma non è vero, perché dentro reagiamo male, ma esternamente non lo diamo a vedere, non abbiamo il coraggio di reagire anche esternamente. In questi casi la faccia non dice quello che ho nel cuore, il cuore è doppio; e non dico ciò che penso perché andrebbe contro il mio interesse, perché non voglio rimetterci. Tanto per fare un esempio, penso ad una poesia di Trilussa, una delle tante variazioni sul lupo e l’agnello, nella quale il lupo chiede all’agnello di dirgli chiaramente cosa pensi di lui: l’agnello ammette di sentirsi troppo debole per potersi permettere di essere sincero. Quindi non può essere sincero perché altrimenti ci rimetterebbe, e allora deve nascondersi. Si potrebbero fare altri esempi per constatare l’atteggiamento falso che tante volte domina i nostri rapporti.
Il cuore puro non ha niente a che fare con la sessualità o la mentalità sessuale, ma indica una limpidezza d’animo, è sinonimo di sincerità, di schiettezza.
Quando parliamo di oro dicendo che è « puro » intendiamo una sua qualità importante: significa che è solo oro, che non c’è nient’altro insieme, è tutto oro, è pulito proprio perché è stato tolto ogni elemento estraneo, sono state eliminate le scorie. Analogamente, il cuore è puro quando è limpido, quando è semplice, schietto. A questo punto siamo tornati da capo, siamo tornati al discorso che avevamo fatto prima: il cuore puro, come adesione totale a Dio. Allora, se l’oro per diventare puro ha bisogno di una purificazione in un crogiolo, anche il cuore ha bisogno di una purificazione dalle « scorie », da ciò che noi chiamiamo « peccati », il male che c’è dentro di noi. Il cuore diventa puro quando vengono eliminati i peccati, intesi soprattutto come inclinazioni negative, come adesioni sbagliate, come legami affettivi a qualche cosa di negativo: è la divisione della persona che « sta un po’ con Dio, ma senza esagerare », che « sa ciò che dice il Vangelo, ma poi deve stare nel mondo e si devono seguire altre regole », quindi « religiosi sì, aderire a Dio sì, ma senza esagerare, non proprio tutto! ». Per cui « se non ho il cuore doppio, come faccio a sopravvivere? » e allora « do una parte del cuore a Dio, ma l’altra parte deve essere attaccata ad altri criteri, al resto del mondo, mi interessano altre cose! ».
Non è questione di un semplice interesse mondano, il problema è rappresentato da una mentalità che scelga altri criteri; il cuore doppio è proprio l’atteggiamento contrario, cioè della persona divisa, della persona che deve dividere il proprio amore almeno con due amanti, se non con una serie. Ecco perché i profeti parlavano di idolatria come di prostituzione, cioè di un amore diviso, per cui non si può dire « Il mio amore è totalmente tuo », perché non è vero; il cuore, in realtà, è diviso fra tanti interessi. L’impurità del cuore sta nella divisione dell’intelligenza, della volontà e dell’affetto, in un atteggiamento di divisione del legame affettivo, volitivo e intelligente, mentre il cuore puro è totalmente orientato a Dio.

Vedere Dio
« Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio ». Come sempre, l’elemento importante della beatitudine sta nella motivazione: « vedranno Dio » è ciò che conta.
In genere, noi avevamo trovato dei verbi al passivo per giudicare un’azione di Dio: « saranno trattati con misericordia », saranno consolati », « saranno saziati », ma abbiamo trovato anche dei verbi attivi come « erediteranno la terra »; però avevamo sottolineato che anche lì c’è un’azione di Dio: i miti ereditano la terra perché Dio gliela lascia in eredità, quindi l’azione determinante è di Dio.
Anche nel caso di questa beatitudine dobbiamo ragionare così: « vedranno Dio » non è un’azione degli uomini, ma un’azione di Dio.
Nel linguaggio biblico si insiste con forza nel dire che « nessuno può vedere Dio », e il prologo di san Giovanni culmina con la grande affermazione « Dio non l’ha mai visto nessuno »: l’uomo non può vedere Dio, se Dio non si lascia vedere.
E allora, la promessa « vedranno Dio » equivale a dire: « Il Signore si farà vedere, mostrerà loro il suo volto »; li lascia eredi della terra, li tratta con misericordia, si fa vedere.
Ricordate, nel libro dell’Esodo, il grande desiderio di Mosè: « Mostrami il tuo volto, fammi vedere il tuo volto »; e Dio che risponde che non si può vedere il suo volto, al massimo potrai avere un’intuizione, un barlume di esperienza quando passerò su di te mentre sarai nella cavità della roccia.
Gesù, in qualche modo, annuncia che si può vedere il volto di Dio. Ma qual è il significato simbolico di questa espressione che è molto ricca? Vedere Dio significa stare alla sua immediata presenza, faccia a faccia; significa sperimentare la sua realtà, quella che si chiama la sua gloria, la sua luminosità, la sua essenza divina.
Ma « vedere Dio » significa essere trasformati, non è semplicemente uno spettacolo che tu osservi dall’esterno: vedere Dio implica una comunione profondissima. Prendiamo la prima lettera di Giovanni: « Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è »(1 Gv 3, 2). Vederlo come egli è significa diventare come lui, essere trasformati a sua perfetta somiglianza. Gesù aggiunge: « Dio si fa vedere a voi, si offre a voi, vi mostra il suo volto, vi prende cioè nella sua intimità, vi rende conformi a lui; potete essere puri di cuore, potete essere limpidi, potete trovare la forza di diventare sinceri, potete smetterla di essere doppi e di aver paura di rimetterci. Potete attaccarvi a lui perché lui si fa vedere e vi rende simili a sé ». È il grande momento della trasformazione: questa beatitudine sottolinea la grandezza dell’incontro personale con Dio. Dovrebbe esserci, nel nostro cuore di credenti, il desiderio di vedere Dio e di incontrarlo.
Una vignetta orientale parla di un discepolo che esprime al suo maestro il desiderio di vedere Dio; il maestro risponde che, per ottenere ciò, deve desiderarlo con tutte le sue forze. Il discepolo insiste dicendo:  » È ciò che io desidero, ma come posso vederlo? », e il maestro replica: « Devi desiderarlo di più ». Un giorno, mentre facevano il bagno nel fiume, il maestro improvvisamente prese la testa del discepolo e la tenne sott’acqua con forza, mentre il discepolo si dibatteva per liberarsi. Finalmente il maestro lasciò riemergere la testa del discepolo, che poté ricominciare a respirare e subito chiese che cosa significasse il gesto che aveva subito. Ed ecco la risposta sapiente del maestro: « Quando desidererai Dio come desideravi l’aria fino ad un momento fa, allora lo vedrai ».
« Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio ». Giovanni, nella sua prima lettera, continua dicendo: « Chiunque ha questa speranza in sé, purifica se stesso, come egli è puro » (1 Gv 3, 3). Chi ha fortemente in sé il desiderio di vedere Dio, purifica il proprio cuore e l’occhio del cuore riesce a vedere Dio, ma perché Dio si è fatto vedere.
Beati voi! Potete essere sinceri, schietti e limpidi, perché Dio si fa vedere da voi.

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Nuovo Testamento |on 10 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Introduzione al Vangelo di Marco

http://www.adonaj.net/old/lettura/vangelo_marco_intro.htm

VANGELO DI MARCO

Introduzione

Mediteremo il Vangelo di Marco cercando di non essere schematici, poiché c’è tanto da riflettere. I Vangeli, non scordiamolo mai, sono ispirati da Dio Padre, ma non sono scritti dal Creatore: questo vuol significare che L’Onnipotente muove a scrivere, ma parla attraverso l’uomo, attraverso la sua umanità.
Perché Marco in questo momento? Vorrei farvi un esempio: come sapete esistono tante versioni del « Dies Irae », e rammento quando ero ragazzino che ne preferivo uno in particolare, quello di Mozart (era il sacerdote della parrocchia che m’istruiva alla musica sacra). Poi, con l’avanzare degli anni, ho scoperto quello di Giuseppe Verdi e mi pareva più bello. Oggi che sono nonno, mi sono chiesto per qual motivo ne devo scegliere uno in particolare dal momento che ognuno ha una sua caratteristica peculiare. Così è dei Vangeli: sempre Vangelo è. Dobbiamo assaporarli tutti perché ciò significa approfondire la conoscenza di Gesù arricchirci di Lui.
Il Vangelo di Marco è il più breve tra i quattro e dalle ultime scoperte degli studiosi, è il più antico, ed è concentrato sulla persona di Gesù, sui suoi insegnamenti, potremmo dire sulla sua identità. Marco ci pone tre domande: Chi è Gesù? Conosco veramente Gesù? Sono veramente suo discepolo?
Chi era Marco? Diciamo subito che Marco non fu discepolo di Gesù, ma un simpatizzante, almeno da giovane. L’ultima cena si svolse proprio nella casa dei suoi genitori, e fu ritrovo anche dopo la crocifissione e, probabilmente, anche durante la manifestazione dello Spirito Santo. Nella notte dell’arresto, Marco aveva seguito Gesù e i discepoli nell’orto degli Ulivi, che era di proprietà della sua famiglia, e si era addormentato nel capanno degli attrezzi, quando fu risvegliato improvvisamente dal frastuono notturno; senza pensare e col solo lenzuolo, si era messo a seguire le guardie che conducevano via Gesù in catene. I discepoli di Gesù frattanto erano già fuggiti tutti. Anche Marco è catturato, ma con la sveltezza della gioventù, si lascia andare e tutto nudo fugge. Anni dopo, convertito e battezzato da Pietro, sarà al seguito prima di Paolo e Barnaba, e infine con Pietro a Roma.
Anche se Marco usa un vocabolario limitato (eccetto quando scrive di cose concrete e delle reazioni provocate da Gesù), le sue frasi legate in malo modo, i suoi verbi coniugati senza preoccupazione per la concordanza dei tempi, la sua stessa rozzessa, danno vita ad un racconto simile allo stile orale; infatti, Marco nel suo scritto ha seguito la predicazione di Pietro; il quale, parlando occasionalmente, sceglieva alcuni temi isolati della sua abituale catechesi, e indirizzandosi ai pagani preferiva ai discorsi di Gesù i fatti biografici di lui come più adatti a quegli uditori. E infatti Marco ha per buona parte l’aspetto di una raccolta di aneddoti biografici, che corrispondono a ciò che ricordava o cose di cui aveva redatto come promemoria.
Tuttavia sotto i dettagli « presi dal vero », si presenta spesso una trama schematica che rivela materiale già tradizionale o strutturato per l’uso nella comunità cristiana. Quando Marco cerca di far rivivere la scena, non presenta un puro resoconto di uno spettacolo immediato. D’altronde, l’assenza di una qualunque cronologia, l’indifferenza per la psicologia dei personaggi, il ritratto stereotipa della folla non permette di considerare questo Vangelo una semplice vita di Gesù. Marco si distingue nel presentarci il ritratto vivo di un uomo, in contrasto con le immagini già belle e fatte, con le sue reazioni imprevedibili; con la sua compassione e la sua rudezza, con la sua sorpresa o la sua parola tagliente. Tutta la sua anima si manifesta in uno sguardo, che può essere d’ira o d’amore, d’interrogazione o d’attenzione intensa, dallo stupore alla meraviglia, dalla diffidenza alla decisione di ucciderlo e, per i discepoli, dall’attaccamento cieco all’incomprensione e all’abbandono.

Gesù nel Vangelo di Marco.
Gesù inizia la sua attività in Galilea, a Cafarnao e nei dintorni del lago, compie alcune puntate fuori dei confini della Palestina per avviarsi poi verso la capitale, in Giudea, dove si consumerà la tragedia della sua morte violenta. Se cerchiamo di utilizzare le magre notazioni di Marco per ricostruire la geografia dell’attività di Gesù, rimaniamo delusi. Marco parla genericamente di montagna o della riva del lago, della barca; della casa, della sinagoga, ecc…Una volta è menzionata Nazareth, due volte Betsaida e Betania. Marco non riteneva importante la geografia, quanto, piuttosto, ciò che Gesù faceva e diceva. Infatti, la seconda impressione che ricaviamo dal contatto con il Vangelo di Marco è quella di una narrazione condotta secondo uno schema biografico drammatico. Il racconto inizia con l’entusiasmo della folla in Galilea, si snoda attraverso le incertezze della crisi e della rottura e culmina con la catastrofe di Gerusalemme. In questo schema il Vangelo di Marco presenta momenti forti e rilevazioni tematiche che ci suggeriscono un piano preciso. I momenti forti e i relativi temi ci suggeriscono l’articolazione di questo dramma spirituale.
L’attività inaugurale si snoda all’inizio attorno al lago, sintetizzata nella solenne proclamazione del regno di Dio, accompagnata da alcuni segni, i miracoli. La sezione è preceduta dall’introduzione che unisce Gesù con l’attività di Giovanni il Battista e con il battesimo, dove si ha la prima rivelazione dell’identità di Gesù: lui è il Figlio di Dio unico. A seguire due raccolte, una di parabole, l’altra di miracoli, permettono a Marco di svolgere i due temi: quello del regno di Dio, che matura nella storia di Gesù, e quello della ricerca circa l’identità di Gesù: chi è questo Maestro che comanda le potenze del mare?
La giornata tipo di Cafarnao ci presenta, quasi una sorta di diario, vale a dire la sintesi dell’attività di Gesù. Già in questo primo inizio della sua opera si disegnano le varie prese di posizione di fronte all’annuncio del regno nella persona di Gesù: quella della folla che accorre da ogni parte; l’adesione sincera dei discepoli; la perplessità e la paura dei parenti e dei compagni, e infine il sospetto e l’ostilità dei circoli dirigenti che hanno il loro punto di riferimento nella capitale, Gerusalemme. Il dramma del regno e di Gesù, protagonista del regno è già enunciato e individuato nelle sue grandi linee di sviluppo. Due episodi molto espressivi segnano le tappe successive della vicenda evangelica: il rifiuto di Gesù a Nazareth e la proclamazione messianica a Cesarea di Filippo. Il tema unificante in questa sezione è sintetizzato dal « pane »: pane dato generosamente nel deserto al popolo senza guida e nutrimento, « pane dei figli » dato anche agli esclusi, i pagani.
Ancora una volta attorno a questo pane, che rappresenta il dono messianico o definitivo di Dio che si fa presente in Gesù, si rivelano le diverse reazioni: quella della folla dall’entusiasmo facile e ambiguo; la difficoltà crescente dei discepoli a comprendere il significato profondo dei gesti esterni di Gesù; l’ottusità gretta e maligna della classe dirigente. La parte centrale del vangelo segna la svolta decisiva: Gesù lascia la Galilea e si avvia a Gerusalemme; accetta la proclamazione messianica dei discepoli, fatta da Pietro, ma d’ora in poi annuncia la morte e risurrezione del Figlio dell’uomo. Una nuova proclamazione divina, analoga a quella del battesimo, conferma la vera identità di Gesù in questa svolta critica della sua vicenda: lui è il Figlio di Dio, unigenito, rivelatore autorevole della volontà del Padre. Il cammino d’avvicinamento a Gerusalemme è contrassegnato dalla progressiva chiarificazione del progetto messianico di Gesù.
Questo avviene non solo nel triplice annuncio fatto ai discepoli della morte e risurrezione del figlio dell’uomo, ma anche nell’approfondimento delle sue conseguenze per coloro che seguono Gesù. In questa sezione la folla sta sullo sfondo come orizzonte, in primo piano sono i discepoli sconcertati e impauriti o sconvolti dalla nuova prospettiva del regno. Gli avversari sono già inquadrati nel loro ruolo di protagonisti della passione. I tre giorni dell’attività a Gerusalemme sono il preludio della passione e risurrezione. Il confronto con i circoli dirigenti della capitale verte sull’identità di Gesù e sul suo progetto messianico.
I temi e i motivi del rifiuto di Gesù e della sua condanna a morte sono anticipati in modo palese. Anche qui, come all’inizio, si tracciano le posizioni dei protagonisti: la folla è ancora favorevole e simpatizzante per Gesù; discepoli bene o male sono raccolti attorno a Gesù; gli avversari, dirigenti spirituali e religiosi (anziani, sacerdoti, Sadducei, Scribi e Farisei), sono bloccati in una opposizione radicale che aspetta solo l’occasione buona per diventare violenza repressiva. Infine, dopo il discorso di raccomandazioni e di addio riservato agli amici intimi, costruito sullo stile delle apocalissi; il dramma culmina nella condanna a morte violenta di Gesù.
Si tratta dei versetti più appariscenti che proiettano la loro luce su tutto il resto del Vangelo. I temi più importanti annunciati e sviluppati nell’arco dell’intera vicenda vengono ripresi e chiariti. Il titolo di Cristo, Messia, dato dal gruppo dei discepoli nella solitudine di Cesarea, ora è ripreso e riferito pubblicamente davanti alla suprema autorità giudaica: il Sinedrio presieduto dal sommo sacerdote (Caifa), il titolo di Figlio di Dio riecheggiato nelle due rivelazioni divine, nel battesimo, e nella trasfigurazione, ora è formulato nel momento vertice della passione, sulla collina del Golgota, da parte dell’ufficiale pagano che assiste alla morte di Gesù: « Veramente quest’uomo era Figlio di Dio! »
Il merito del Vangelo di Marco è di avere fissato i ricordi di Gesù al momento in cui la vita delle Chiese sparse fuori della Palestina e la riflessione teologica favorita dall’incontro con culture straniere, rischiava di perdere il contatto con l’ origine del Vangelo. Marco è riuscito a mantenere viva, incancellabile la visione di una esistenza movimentata, difficile a comprendere, anche ai nostri giorni, ponendosi la domanda: « Chi è dunque quest’uomo? ». La risposta che Marco ci suggerisce, è la stessa dei primi credenti che furono i primi testimoni.
Gesù è il Messia, Figlio di Dio, ma non secondo le attese e le prospettive umane. La croce e la risurrezione contraddistinguono in maniera inequivocabile il suo compito e la sua identità. Tuttavia, per chi si limitasse a ripetere questa risposta, Marco riapre il problema e rammenta che la fede viene messa alla prova nell’impegno senza compromessi a seguire Gesù, il quale, tramite il Vangelo, è sempre all’opera in mezzo agli uomini, fino alla fine dei tempi.
Ecco, cari fratelli e sorelle, con questa frase, che suggella il Vangelo, Marco dà piena giustificazione alla solenne proclamazione: « Inizio dell’evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio ».

Publié dans:Bibbia - Nuovo Testamento |on 8 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

QUAL È LA “PACE SULLA TERRA” DELL’INNO ANGELICO?

http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/commentilit/paceepifanios.htm

QUAL È LA “PACE SULLA TERRA” DELL’INNO ANGELICO?

Pochissimi passi della sacra Scrittura sono stati così malintesi quanto il passo di Lc 2, 14. Si tratta dell’Inno cantato dagli Angeli durante la magnifica notte in cui avvenne la nascita nella carne del Dio Verbo senza inizio, il Signore nostro Gesù Cristo. Tale errata interpretazione da parte di molti ortodossi, non è evidentemente volontaria e intenzionale (soltanto gli eretici interpretano male volontariamente) ma è dovuta all’ignoranza del senso generale della sacra Scrittura. A causa di quest’ignoranza, ogni anno nel giorno di Natale, vengono sentite delle prediche o si leggono delle pubblicazioni di vari maestri del Vangelo della nostra Madre Chiesa, da parte di chierici e laici, in cui ci si lamenta perché le guerre non hanno ancora fine e le armi non sono state abolite mentre la pace dell’Inno Angelico non ha ancora prevalso sulla terra. Si nota che queste interpretazioni vengono persino formulate nelle Encicliche Ecclesiastiche ufficiali, nonché nelle suppliche a Dio, perché Egli consenta finalmente il prevalere della pace sulla terra, la pace di quest’Inno Angelico “il quale per circa duemila anni continua ad essere una realtà lontana, una semplice speranza, unicamente un semplice sogno, una semplice e ansiosa aspettativa”.
Invece questi benedetti ignorano che la pace dell’Inno Angelico è già una realtà ed è prevalsa sulla terra sin dall’incarnazione stessa del Signore. È sbagliato ed è frutto di malinteso interpretare questa pace come qualcosa di esteriore, come una situazione di amicizia tra gli uomini, di una persona verso l’altra, di un popolo verso l’altro, come della cessazione delle guerre e delle battaglie. L’Evangelo non ha mai promesso una tale pace. La pace dell’Evangelo è interna, è una situazione di serenità che regna nell’anima dell’uomo credente, dell’uomo che ha un legame di amicizia e comunione con Dio. Si tratta della pace tra l’uomo e Dio e non tra gli uomini. È l’abolizione del “divisorio, della barriera” che divideva terra e Cielo, uomo e Dio, è la fine della ribellione, la fine della rivoluzione della creatura verso il Creatore. È questa la pace che il Figlio di Dio ha portato venendo al mondo. E da allora ogni persona che crede in Gesù Cristo Incarnato, Crocifisso e Risorto, ha ormai per amico Dio, si trova in una comunione filiale con Lui. Non è più un ribelle, un apostata, non è più nemico di Dio; si è “riconciliato” ed è ritornato ad essere amico con Lui attraverso l’eterno Mediatore, il Signore Gesù Cristo. La situazione di ribellione e di ostilità dovuta alla disobbedienza di Adamo appartiene ormai al passato e, per l’uomo credente, risulta un semplice ricordo amaro. Dal tempo del Signore, per mezzo del Suo Sacrificio sulla Croce, l’uomo è entrato in una nuova era, in un nuovo stato, uno stato di Grazia, d’Amicizia e d’Adozione. Le promesse del Santo Vangelo si riferiscono a questa pace, non alla pace mondana esteriore. “Vi lascio la pace”, diceva il Signore agli Apostoli, “vi do la mia pace”. E per sottolineare che questa pace è di una specie diversa, aggiunge: “Io non ve la do, come il mondo la dà” (Gv 14, 27). Lo costatiamo anche in un altro punto in cui, parlando della pace esteriore, afferma di non portare tale pace. Al contrario, prevede che la fede in Lui causerà guerre tra gli uomini. Gli increduli perseguiteranno i credenti di Gesù e così le guerre non solo non diminuiranno ma aumenteranno, poiché a quelle già presenti si aggiungerà anche quella contro la nuova fede. “Non crediate”, dice, “che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto, infatti, a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera”. Prima d’essere volontariamente condotto al Golgota per bere l’orribile calice della morte, consegnò agli Apostoli la pace interiore, che non è influenzata da migliaia di tristezze e persecuzioni. Malgrado tutto, essa rimase in loro proprio perché interiore: “Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (Gv 16, 33). Donava la pace ai Suoi Apostoli, pur sapendo che sarebbero toccate loro morti dolorose, mentre diceva chiaramente che li mandava “come pecore in mezzo ai lupi” (Mt 10, 16). Può essere mai possibile che avesse concesso loro una pace esteriore? Indubbiamente no!
Pure il divino Paolo è predicatore e apostolo di questa pace interiore verso Dio. “Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”, scrive ai Romani (5, 1). Scrivendo agli Efesini, dice che nostro Signore Gesù Cristo è “la nostra pace”, è colui che ha “riconciliato con Dio” gli uomini attraverso la croce; è venuto, quindi, ad “annunziare pace… perché per mezzo di lui abbiamo accesso… al Padre” (Ef 2, 14-18).
In conclusione: la pace dell’Inno Angelico è la pace che l’uomo ha nei confronti di Dio, non una pace esteriore. Questa pace è, infatti, prevalsa “sulla terra”, nel momento in cui la terra si è riconciliata con il cielo attraverso l’umiliazione di nostro Signore Gesù Cristo che lo condusse fino alla Croce.
È evidentemente inutile aggiungere che l’uomo in “pace verso Dio” è pure pacifico nei confronti di coloro che lo circondano. Egli ama tutti e non odia nessuno. Solo lui è in grado di dire: “ero pacifico con quelli che odiavano la pace”[1] (Sl 119, 7). Egli ama e benefica anche i suoi stessi nemici. La pace interiore è il presupposto della pace esteriore. Invece, la pace esteriore non è soltanto irraggiungibile ma risulta impensabile senza quella interiore. La tragedia della nostra epoca consiste proprio in questo: Mentre essa ha dichiarato guerra contro Dio chiede, pure ansiosamente, la pace tra gli uomini. Mentre non ha alcuna cura per la pace interiore, cerca clamorosamente quella esteriore. Sradica l’albero e attende i frutti, demolisce la casa e cerca il conforto, si allontana dal sole e vuole la luce!…
La pace, “questa cosa e questo nome dolce”, è sempre stata “sospirata da tutti gli uomini” (Est 3, 12a). Eppure nessuna epoca ne ha avuto tanto desiderio, tanta sete, quanto la nostra. Riuscirà a raggiungerla, mentre tutte le altre epoche hanno miserabilmente fallito? Cioè, ce la farà a edificare la pace senza Dio? Abolirà gli orribili armamenti odierni? Riuscirà a rendere le guerre un lontano ricordo storico? Con l’aiuto di chi? Della scienza? Della tecnologia? Dell’umanesimo? Della filosofia? Dei sistemi politici, economici e sociali? Eppure, dal fondo di lontani secoli si sente lo sconvolgente avviso, chiaro e categorico, il cui valore e verità confermano – ahimè! – l’amarissima esperienza, di circa tremila anni attraversati: “Se siete disposti ad ubbidire, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada; poiché la bocca del Signore ha parlato” (Is 1, 19-20). Se la “spada” sarà quella solita, quella tradizionale o di altro genere, di nuova costruzione, prodotta dalle industrie dell’energia nucleare, questo ha poca importanza…

“Signore, tu stabilirai la pace per noi, perché Tu compi per noi ogni nostra opera; Signore Dio nostro, edificaci…”[2] (Is 26, 12-13).

Archimandrita Epifanios Theodoropoulos

Publié dans:Bibbia - Nuovo Testamento, Natale 2011 |on 21 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

In cammino con Gesù: Atti, il tempo dell’uomo e il tempo di Dio

dal sito:

http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=3253

In cammino con Gesù: Atti, il tempo dell’uomo e il tempo di Dio

di Andrea Lonardo

«Quel giorno si unirono a loro circa tremila persone» (At 2,41). Negli Atti degli Apostoli, l’evangelista Luca continua ad esaltare l’importanza dell’ “oggi”, del “tempo”. E con il tempo, la dignità dell’uomo, l’unica creatura, che, come insegnava Agostino, poteva porsi il problema della memoria e della speranza, avendo coscienza del passato, del futuro e dell’oggi vivo che ricorda ed attende.
Il tempo dell’uomo è stato redento da Cristo. Al di fuori di lui il tempo poteva sembrare solo un correre verso il nulla, un cammino insensato. Lo sguardo disincantato e nihilista di F. Nietzsche, in uno dei suoi scritti giovanili, denunciava: «In un qualche angolo remoto dell’universo [...] c’era una volta un corpo celeste sul quale alcuni animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della “storia universale: e tuttavia non si trattò che di un minuto. Dopo pochi sussulti della natura, quel corpo celeste si irrigidì, e gli animali intelligenti dovettero morire. Ecco una favola che qualcuno potrebbe inventare, senza aver però ancora illustrato adeguatamente in che modo penoso, umbratile, fugace, in che modo insensato e arbitrario si sia atteggiato l’intelletto umano nella natura: ci sono state delle eternità, in cui esso non era; e quando nuovamente non sarà più, non sarà successo niente» (Su verità e menzogna in senso extramorale).
Ecco, invece, il Vangelo che annuncia la pienezza del tempo: l’incarnazione del Figlio ha reso presente nel fluire dei giorni l’eterno. Proprio il terzo evangelo sottolinea ad ogni passaggio quest’ “oggi” di Dio: «Oggi nella città di Davide vi è nato un Salvatore», «Oggi si è adempiuta questa parola nelle vostre orecchie», «Oggi abbiamo visto cose prodigiose», «Oggi devo fermarmi in casa tua», «Oggi la salvezza è entrata in questa casa”, “Oggi sarai con me in Paradiso», ecc. ecc. L’Incarnazione del Cristo ha reso temporale l’eterno. Ogni incontro con il Gesù eterno e insieme temporale è stato, per i suoi “contemporanei”, comunione nel tempo con la gloria eterna di Dio.
Gli Atti spingono lo sguardo più lontano, raccontandoci che quell’«oggi» non si è arrestato con la croce del Signore. Anzi la resurrezione e l’ascensione, hanno fatto sì che quell’ “oggi” divenisse un dono del risorto per chiunque incontra la sua chiesa: At 2, 46 «Ogni giorno il Signore aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati», At 3, 24 «Tutti i profeti hanno annunziato questi giorni», At 4, 9 «Visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato ad un uomo infermo», At 28, 28 «Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno».
La chiesa è frutto della Pasqua ed in essa ogni vivente ha comunione con il Cristo risorto. Tutta la testimonianza degli Atti è così cristologica, ma insieme, pneumatologica, ecclesiologica e sacramentale.
Luca, scrivendo il suo secondo volume a Teofilo, mostra come la storia della chiesa non sia una realtà diversa da quella del Cristo. Il vangelo sarebbe incompiuto senza la storia della chiesa che ne è la perenne attualità. L’evangelista dopo aver parlato del Cristo non può arrestarsi senza prima aver narrato la storia della Sua Chiesa. Poiché non solo Gesù, nella sua vita terrena, ha amato, voluto ed istituito i Dodici, ma ha poi anche effuso il suo Spirito perché l’incontro con quei Dodici, con la loro compagnia, con la loro predicazione, con i loro sacramenti, divenisse reale incontro con la sua vita di risorto.
Lo Spirito non dà così origine ad una nuova tappa della storia, come se fosse possibile, al di là del Cristo un tempo dello Spirito che potesse superarlo (come hanno proposto nel corso dei secoli le correnti che si rifanno a Gioacchino da Fiore e tutti i millenarismi e gli spiritualismi). Lo Spirito sospinge tutti, invece, all’unico tempo di Cristo – perché nel cristianesimo ciò che è “spirituale” è identico con ciò che è “semplicemente cristiano” – che diviene presente nell’ “oggi” della chiesa.
L’opera dello Spirito è così un’opera ecclesiale, senza per questo perdere i suoi connotati di personalità. L’opera della salvezza è sempre opera “personale” , perché nasce dalla tripersonalità della Trinità e si incontra con la “persona” di ogni uomo.
Gli Atti raccontano la storia di Pietro e di Paolo come la storia dei sette diaconi, la storia di Stefano come la storia di Barnaba e Giovanni-Marco, la storia di Filippo come quella dell’evangelista presente in quel “noi” di coloro che camminano con Paolo verso Roma – sono le famose “sezioni-noi” nelle quali chi scrive gli Atti, a partire da At 16,8, cammina insieme a Paolo verso Roma.
Von Balthasar ha una volta così espresso questo straordinario modo divino di suscitare nuovi testimoni del Vangelo: «Ai problemi scottanti di un dato periodo storico lo Spirito risponde con una definizione e una soluzione. Ciò avviene [...] quasi sempre nella forma di una missione nuova, concreta, soprannaturale, col suscitare un Santo che rappresenti per la sua epoca il messaggio del Cielo, la spiegazione del Vangelo adeguata ai tempi, la via d’accesso elargita a questo tempo per giungere alla verità onnitemporale di Cristo. Come potrebbe la vita essere interpretata altrimenti che mediante la vita? I Santi sono la tradizione più viva, proprio quella Tradizione cui allude sempre la Scrittura, quando parla del dispiegarsi delle ricchezze di Cristo, e dell’applicazione alla storia della norma di Cristo».
Ma subito aggiungeva come questa assoluta unicità e novità di ogni testimone di Cristo donato da Dio al mondo, non fosse disgiunta dalla comunione con la chiesa tutta, poiché «lo Spirito di Dio è Spirito è Spirito Ecclesiatico ».
È anche per questo che la liturgia del tempo di Pasqua chiede a tutta la chiesa di leggere il libro degli Atti quando, nel resto dell’anno, legge l’Antico Testamento.
Ma l’antica storia di salvezza non è dimenticata e non scompare, poiché tutto l’annuncio degli Atti si presenta come compimento, come realizzazione di ciò che era stato annunciato e promesso: At2, 16 «Accade quello che predisse il profeta Gioele», At 2,25 «Dice Davide a suo riguardo», At2,31 «Previde la resurrezione di Cristo e ne parlò».

1 aprile 2008

Publié dans:Bibbia - Nuovo Testamento, biblica |on 5 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

Ap 11-12 : L’arca di Alleanza e il segno della Donna

dal sito:

http://www.mariedenazareth.com/13486.0.html?&L=4

Ap 11-12 : L’arca di Alleanza e il segno della Donna

« Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo ed apparve nel santuario l’Arca dell’alleanza » (Ap 11,19). Subito dopo, l’Apocalisse mostra il segno della Donna (Ap 12, 1). La Donna è la chiesa e Maria. Attraverso ciò che è detto riguardando l’Arca di alleanza, Dio prepara il suo popolo alla comprensione del Assunzione di Maria.
 
L’Arca incorruttibile
L’Arca era un tempietto di legno, entro il quale erano custodite le due tavole della Legge. In quanto tale, l’Arca era considerata come il simbolo privilegiato della presenza di Dio in mezzo al suo popolo a seguito dell’alleanza sinaitica. Era custodita nel tempio di Salomone.
La Bibbia dice che quando Nabucodonosor, re di Babilonia, espugno Gerusalemme nel 597 a.C., « porto via tutti i tesori del tempio e i tesori della reggia ; fece a pezzi tutti gli oggetti d’oro che Salomone aveva posto nel tempio » (2 Re 24,13; cf 2 Cr 36,10). Poi, nell’assedio definitivo del 587, il medesimo sovrano bruciò il tempio e lo spogliò di tutte le suppellettili preziose che servivano al culto (2 Re 25,9-17; cf Is 39,6).
Tuttavia, c’è quasi un pudico rispetto nel fatto che no si nomini l’Arca fra gli oggetti depredati.
In un’opera più tardiva, cioè 2 Mac 2,4-8 (sec. IIa.C.), è registrata una tradizione che riferisce che nel momento della distruzione del tempio, in seguito ad un oracolo divino, il profeta Geremia prelevò l’Arca, e  lil suo luogo deve rimanere ignoto. (2 Mac 2,5-8).
Nell’Apocalisse di Baruc 6,1-10 (apocrifo della fine I sec. d.C.), leggiamo che fu un angelo mandato da Dio a prelevare dal tempio questi oggetti sacri, e lì affidò ad un luogo nascosto della terra, prima che i babilonesi abbattessero il tempio.
Alcune testimonianze dei rabbini dicono che l’Arca sparì e che essa è destinata a durare fino al mondo futuro.[1]
Si può formulare la seguente conclusione, a titolo di ipotesi. L’Arca, in quanto segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, è incorruttibile.
Infatti l’alleanza di Dio con Israele è eterna. Perciò l’Arca non può perire.
Anche dopo lo sfacelo di Gerusalemme e del tempio il Signore se ne prende cura, fino a custodirla presso di sé in cielo.
 
L’Arca e il segno della Donna
L’Apocalisse sembra conservare l’eco di tale tradizione quando scrive: « Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo ed apparve nel santuario l’Arca dell’alleanza » (Ap 11,19).
Attraverso ciò che è detto riguardando l’Arca di alleanza, Dio prepara il suo popolo alla comprensione del Assunzione di Maria.
Nel « Transitus Mariae » (apocrifo cristiano che racconta l’assunzione di Maria), ritroviamo la figura dell’Arca dell’Alleanza : mentre i apostoli portavano il corpo di Maria, le mani di coloro che volevano fare male diventarono secche, siccome la mano di quello che toccò l’Arca dell’alleanza senza essere qualificato (2 Sam 6,6-7). Sia l’Arca dell’Alleanza che il corpo di Maria non sono distrutti.
————————
 
[1] Talmud de Babylone, Sotah 35° ; Nombre Rabbah (avec rabbi Jochanàn † 279)
A Serra
Cf. A.SERRA, “Assunta”, Nuovo dizionario di mariologia, a cura di de Fiores, ed. san Paolo 1985, p.148-149
A. SERRA, Echi di Apocalisse 12 nel Transitus Mariae ? Theotokos 8 (1/2000), pp 245-260.
Sintesi da F. Breynaer

La Chiesa alle sue origini ( su Atti e Luca) (Carlo Maria Martini)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-20937?l=italian

LA CHIESA ALLE SUE ORIGINI

( su Atti e Luca)

Carlo Maria Martini

ROMA, venerdì, 8 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il contributo del Cardinale Carlo Maria Martini, Arcivescovo emerito di Milano, contenuto nel “Codex Pauli”, un’opera unica dedicata a Benedetto XVI al termine dell’Anno Paolino.

* * *
La cristianità primitiva ci ha lasciato un racconto sui primi sviluppi del movimento cristiano. Citato verso il 180 dagli Atti dei Martiri di Lione e dalla Epistula Apostolorum, esso è menzionato nel Canone Muratoriano (seconda metà del II secolo) sotto il titolo di Acta omnium Apostolorum e ne viene indicato anche il nome dell’autore, cioè Luca. Il titolo usuale del libro è “Atti degli Apostoli”. Tale titolo non gli è stato però attribuito dall’autore, che aveva concepito questo libretto come la seconda parte di un’opera complessiva sulle origini cristiane (cfr. Lc 1,1-4 e At 1,1).
Negli Atti è narrata la diffusione del messaggio della risurrezione di Gesù secondo una linea di progressione geografica che parte da Gerusalemme e, attraverso la Giudea e la Samaria, si estende fino alle regioni della Siria e dell’Asia Minore, e di là alla Grecia, per terminare a Roma. La missione di far percorrere questo itinerario alla Parola di Dio è narrata nei primi dodici capitoli e viene affidata a Pietro. L’azione di Pietro raggiunge il suo momento culminante quando egli ammette al battesimo il pagano Cornelio, centurione romano, senza obbligarlo ad abbracciare la legge di Mosè (At 10,1 – 11,18). A partire dal capitolo 13, il compito di attuare questa predicazione è affidato principalmente a Paolo, che viene così a porsi nel centro della narrazione. Paolo può allargare i confini della sua missione verso le terre più lontane dell’Asia Minore, della Macedonia e della Grecia. Dopo una intensa attività missionaria e dopo una serie estenuante di processi, Paolo viene condotto a Roma. La narrazione si chiude con la descrizione di Paolo prigioniero a Roma.
Vi è oggi un sostanziale accordo tra gli studiosi nel ritenere che l’autore degli Atti degli Apostoli è lo stesso che ha scritto il terzo vangelo. L’accordo tra gli studiosi non è più unanime quando si pone il problema se l’autore sia da identificare con uno di coloro che raccontano in prima persona plurale nelle cosiddette “sezioni noi” (At 16,10-17; 20,5-21; 27,1-28,16). Accettando questa identificazione si viene ad ammettere che l’autore è stato compagno di Paolo in alcuni viaggi, ed è stato quindi testimone oculare di parte degli avvenimenti che riferisce. Si raggiunge così la testimonianza dell’antica cristianità che ha attribuito gli Atti a un compagno di viaggio di Paolo, cioè a Luca, menzionato nell’epistolario paolino (cfr. Col 4,14; Fm 24; 2Tm 4,11).
Tuttavia, sulla base della diversa mentalità dell’autore degli Atti e di quello delle Epistole, non si può rinunciare alla fondata tradizione che gli Atti sono opera di uno che ha conosciuto san Paolo. Tra i compagni di viaggio dell’Apostolo, Luca è certamente quello che, a voler tenere conto delle notizie antiche e dell’analisi interna dell’opera, ha le più fondate probabilità per essere designato come l’autore degli Atti.
Luca ha composto il suo libro servendosi di elementi di origine diversa. Benché tutti gli studiosi siano d’accordo nel ritenere che l’autore utilizza per il suo racconto vari tipi di informazioni, tuttavia è molto difficile determinare quale forma avessero le fonti che Luca ha potuto utilizzare. Nel secolo scorso furono fatti vari tentativi per definire con criteri stilistici i documenti scritti che sottostanno ad At 1-15 (come l’esistenza di una fonte antiochena e di una doppia fonte gerosolimitana), ma senza risultati definitivi. Il moltiplicarsi di teorie diverse e tra loro inconciliabili produsse un certo scetticismo. Oggi si tende ad analizzare le singole unità letterarie prese in se stesse, senza pretendere di ricostruire dei veri e propri documenti scritti.
Il materiale che l’autore ha raccolto attingendo a diverse fonti di informazione venne da lui elaborato in un racconto unitario. In esso si distingue una prima epoca dominata dalla figura di Pietro, mentre la seconda ha come protagonista l’apostolo Paolo. Tra le due epoche se ne coglie come una intermedia, di grande importanza, in cui si mostra il passaggio provvidenziale dai giudei ai pagani, e insieme la continuità che permane tra i due gruppi, entrambi inseriti nell’unico disegno divino di salvezza. Riguardo alla struttura degli Atti risultano inadeguate le divisioni che hanno per base soltanto i due personaggi principali del racconto, Pietro e Paolo, perché le loro vicende si intersecano e sono frammiste con quelle di altri personaggi di rilievo (come Stefano e Filippo). Neppure è adeguata la divisione che vorrebbe basarsi sulle parole programmatiche di Gesù in At 1,8: «Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e in Samaria e fino all’estremità della terra».
È comunque possibile dividere il libro nelle cinque parti seguenti: a) Le origini della Chiesa a Gerusalemme (1,1 – 5,42). b) Una nuova e più violenta persecuzione sorge a causa di Stefano (6,1 – 12,25). c) Missione di Barnaba e Paolo in Asia (13,1 – 15,35). d) Missione di Paolo nelle principali città della Grecia e nella grande città di Efeso (15,36 – 20,38). e) Arrivo di Paolo a Gerusalemme, suo imprigionamento e viaggio a Roma, nel centro del mondo conosciuto allora, dove egli annuncia con libertà la Parola di Dio (21,1 – 28,31).
L’autore ha subordinato il disegno generale dell’opera, la sua struttura e il suo stile a una finalità che egli ha espresso nel prologo a Teofilo con queste parole: «affinché ti renda conto della solidità della dottrina su cui sei stato catechizzato». Lo scopo dell’opera rimane molto generico e soggetto a diverse interpretazioni. Per questo si è discusso assai, soprattutto a partire dal secolo XVIII, sulla finalità di Luca nella sua narrazione. Fino a quel tempo si riteneva che Luca volesse semplicemente presentare un quadro delle origini cristiane e difendere Paolo dai suoi avversari. Si profilava, quindi un approccio degli Atti dal taglio storiografico e apologetico. Ma le finalità di questa opera oggi vengono comprese alla luce dell’orizzonte più ampio prospettato sia dall’esame del terzo Vangelo, sia dall’esame di questo suo “secondo libro”. Appare, così, decisivo il ruolo della comunità destinataria dell’opera lucana. Si tratta probabilmente di una comunità composta in gran parte dai pagani convertiti, preoccupati però di tener viva la coscienza delle radici anticotestamentarie del messaggio cristiano. Il libro è posto così sotto il segno della continuità: tra Antico e Nuovo Testamento, tra attività del Cristo e vita delle Chiese; tra Israele e la Chiesa, tra i giudeo-cristiani e i pagani convertiti. Garante invisibile ma sempre operante di questa continuità è lo Spirito. Nella predicazione universale del Vangelo ai pagani le profezie messianiche trovano il loro pieno adempimento, e si mostra così l’unità e la continuità del disegno divino di salvezza.
Tuttavia lo scopo che si prefiggeva l’autore era certamente quello di comunicare importanti valori dottrinali e un autentico messaggio, valido per ogni tempo. Per avere un quadro sintetico degli elementi dottrinali presenti negli Atti, bisogna partire dall’evento centrale da cui ha origine tutto il movimento cristiano, cioè la risurrezione di Cristo.
Gesù glorificato costituisce l’oggetto della fede della Chiesa (9,13), e la predicazione ha appunto lo scopo di mostrare che egli è il Messia predetto dalle Scritture, colui che è stato costituito giudice dei vivi e dei morti, il Figlio di Dio (9,20). Soltanto per la fede in lui (16,31) e per il battesimo nel suo nome (2,38) è possibile ottenere la salvezza (cfr. 4,12) e il perdono dei peccati (5,31).
Centrale è pure il ruolo dello Spirito Santo che pervade con la sua presenza e il suo influsso tutta la vita e l’espansione della Chiesa primitiva. La manifestazione fondamentale dello Spirito si ha nella Pentecoste, che rappresenta per la dottrina sullo Spirito un po’ quello che la risurrezione rappresenta per la cristologia. Nella presenza, tra i testimoni della Pentecoste, di molti che rappresentano i principali popoli allora conosciuti si manifesta la vocazione universale della Chiesa e si realizza la sua missione di essere un segno di unità tra i diversi popoli. La Chiesa (5,11) appare come la comunità di coloro che hanno creduto nel Cristo Risorto e vivono in unità sotto l’autorità degli Apostoli. Tra gli apostoli Pietro gode di una posizione speciale.
È importante pure ricordare il posto che hanno negli Atti la fede (si veda ad es. 2,44; 3,16; 4,4.32; 5,14, ecc.), il battesimo (cfr. 2,38; 8,36; 10,47, ecc.), l’imposizione delle mani per conferire lo Spirito (8,15 – 17; 19,5-6), l’Eucaristia (2,42.46; 20,7.11) e la preghiera (si veda ad es. 4,24-30; 10,9; 12,5; 16,25). Anche le diverse situazioni che scandiscono il cammino delle comunità cristiane (crescita, persecuzione, dispersione, riconferma della fede) e i loro atteggiamenti (gioia, carità, scambio fraterno dei beni, mutuo aiuto, unione, prontezza a soccorrere anche i lontani, ospitalità, coraggio, apertura di cuore e di orizzonti, ecc.) affiorano di continuo nella narrazione. Si ricava così dalla lettura del libro un quadro ricchissimo della vita dei primi cristiani, quadro che viene presentato alle Chiese di tutti i tempi come modello e come stimolo. Gli Atti degli Apostoli sono perciò «un libro per tutti i tempi, un libro molto attuale per il nostro tempo. Bisogna leggerlo tutto in una volta, così come si leggono avidamente i ricordi di famiglia» (H. Jenny).

Card. Carlo Maria Martini
Arcivescovo Emerito di Milano

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