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LA NATIVITÀ SECONDO LUCA E MATTEO

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LA NATIVITÀ SECONDO LUCA E MATTEO

Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività. Nei loro brani c’è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia. Si narra infatti della umile nascita di Gesù, come riporta Luca, « in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo » (Ev., 2,7); dell’annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re. Questo avvenimento così familiare e umano se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall’altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità del bambino  e  verginità di Maria. Così si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostrano la Natività e l’adorazione dei Magi, ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l’originale iconografia. Il bue e l’asino, aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e Isaia, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani. I Magi il cui numero di tre fu stabilito  da S. Leone Magno, consente  una duplice interpretazione quali rappresentanti delle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia quali rappresentanti  delle tre razze in cui si divide l’umanità: la semita, la giapetica e la camita secondo il racconto biblico. Gli angeli, esempi di creature superiori. I pastori come l’umanità da redimere. Maria e Giuseppe rappresentati a partire dal XIII secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell’infante. Anche i doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l’incenso, per la sua Divinità, la mirra, per il suo essere uomo, l’oro perché dono riservato ai re. A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell’arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l’adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano, i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia, a Roma quelli delle Basiliche di S. Maria in Trastevere e della Basilica di Santa Maria Maggiore, dove già nel 600 esisteva una riproduzione della grotta di Betlemme: «Sancta Maria ad Praesepem». Molti cristiani si recavano a visitarla con la stessa devozione con la quale i pellegrini confluivano a Betlemme, in Giudea, alla grotta considerata luogo di nascita di Gesù e dove per desiderio di Sant’Elena (madre dell’imperatore Costantino) sorse, nel 326, la Basilica della Natività. In queste opere dove si fa evidente l’influsso orientale, l’ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all’evento rappresentato. Dal secolo XIV la Natività è affidata all’estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell’intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri.

Vangelo di Luca – capitolo 2 – vers 1-20 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirino. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea e alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perchè non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: ” Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angela una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: ”Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”. Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: ”andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”: Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte quelle cose meditandole nel suo cuore.

I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avano udito e visto, com’era stato detto loro.

NON TRADITE MARIA MADDALENA – GIANFRANCO RAVASI (« AVVENIRE », 15/11/’05)

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NON TRADITE MARIA MADDALENA   

la tradizione l’ha dipinta come prostituta, oggi letteratura e cinema ne fanno la moglie di gesù. ritratto al vero di una santa in cerca d’identità.

GIANFRANCO RAVASI (« AVVENIRE », 15/11/’05)

Nel 1989 Giovanni Testori mi chiese di premettere a un suo volume dedicato a Maria Maddalena nella storia dell’arte (soggetto in cui sacro ed eros s’intrecciavano secondo una tipologia cara allo scrittore) un profilo biblico. Scelsi come titolo: «Una santa calunniata e glorificata». Il titolo è ancor più pertinente ai nostri giorni sia attraverso le fanfaluche alla Dan Brown, sia col film (pur pregevole) di Abel Ferrara, sia con una sorta di luogo comune, scambiato per storiografico, inchiodato nella mente di lettori troppo indifesi o remissivi. Cerchiamo, allora, di ricostruire le ragioni della deformazione del volto di questa donna proveniente da Magdala, un villaggio posto sulla costa occidentale del lago di Tiberiade, allora centro commerciale ittico tant’è vero che in greco si chiamava Tarichea, cioè «pesce salato». Ebbene, da questa località, Maria emerge all’improvviso nel Vangelo di Luca (8, 1-3), in un elenco di discepole di Cristo. Il ritratto è abbozzato con una sola pennellata: «Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni». Il «demonio» nel linguaggio evangelico non è solo radice di un male morale ma anche fisico che può pervadere una persona. Il «sette», poi, è il numero simbolico della pienezza. Non possiamo, dunque, sapere molto sul male grave, morale o psichico o fisico, che colpiva Maria e che Gesù le aveva eliminato. La tradizione popolare, però, nei secoli successivi non ha avuto esitazioni e ha fatto diventare Maria Maddalena una prostituta. Ma perché? La risposta è semplice: nella pagina precedente, il capitolo 7 del Vangelo di Luca, si narra la storia di un’anonima «peccatrice nota in quella (innominata) città». L’applicazione era facile ma infondata: questa «peccatrice» pubblica dovrebbe essere Maria di Magdala, presentata poche righe dopo! A lei venne, allora, attribuita tutta la vicenda raccontata dall’evangelista. Saputo della presenza di Gesù a un banchetto in casa di un notabile fariseo, essa aveva compiuto un gesto di venerazione e di amore particolarmente apprezzato dal Cristo: aveva cosparso di olio profumato i piedi del rabbi di Nazaret, li aveva bagnati con le sue lacrime e li aveva asciugati coi suoi capelli. Con questa prima ingiustificata identificazione se ne preparava già la seconda in una specie di giuoco delle sovrimpressioni. È noto, infatti, che nel capitolo 12 di Giovanni, Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, amici di Gesù, compie lo stesso gesto – che, tra l’altro, era segno di ospitalità e di esaltazione dell’ospite – dell’anonima peccatrice di Luca. Infatti, durante il pranzo, «cosparge i piedi di Gesù con una libbra di olio profumato di vero nardo assai prezioso e li asciuga coi suoi capelli ». È così che nella tradizione cristiana Maria di Magdala viene trasformata in Maria di Betania, sobborgo di Gerusalemme! Per due volte la tradizione popolare fa perdere i connotati personali a Maria di Magdala, confondendola prima con una prostituta – da qui tutte le rappresentazioni « carnali » della santa nella storia dell’arte – e poi con la più pura Maria di Betania. Frattanto, però, Maria Maddalena è effettivamente giunta a Gerusalemme alla sequela di Gesù per vivere con lui e coi discepoli le sue ultime ore tragiche. Tutti gli evangelisti sono, infatti, concordi nel segnalare la sua presenza al momento della crocifissione e della sepoltura di Cristo. Ed è proprio accanto a quella tomba nella luce ancora pallida dell’alba di Pasqua che il vangelo di Giovanni (20, 11-18) ambienta il celebre incontro tra Cristo e Maria di Magdala. Come è noto, Maria scambia il Cristo col custode dell’area cemeteriale. Ora, la «cecità» è tipica di alcune apparizioni del Risorto: si pensi solo ai discepoli di Emmaus che gli camminano insieme per ore senza riconoscerlo (Luca 24, 13-35). Il significato è naturalmente teologico: pur essendo ancora Gesù di Nazaret, il Cristo glorioso travalica le coordinate umane, storiche e fisiche. Per poterlo «riconoscere» è necessario mettersi su un canale di conoscenza trascendente, quello della fede. È per questo che, solo quando si sente chiamata per nome in un dialogo personale, Maria lo «riconosce» chiamandolo in aramaico Rabbuní, «mio maestro». Nella sua celebre Vita di Gesù Renan razionalisticamente spiegherà tutta la scena come l’allucinazione di un’innamorata: «L’amore di una donna compì il miracolo: Gesù risorse per lei!». Si aggiungeva, così, un ulteriore tassello malizioso al ritratto di Maria, facendola passare – senza il minimo fondamento testuale – come amante segreta di Gesù. Ma questa deformazione del volto della Maddalena aveva radici più antiche a cui vorrebbero rimandare i moderni « detrattori » della santa. Dobbiamo uscire dai Vangeli canonici ed entrare nel mondo, magmatico e insicuro, degli apocrifi gnostici, sorti nella cristianità d’Egitto attorno al III secolo. Prima di tutto dobbiamo dire che in alcuni di questi scritti Maria di Magdala viene identificata con Maria, la madre di Gesù! Identificazione, certo, nobilissima ma che ancora una volta impediva a questa donna di conservare la sua identità personale. Anzi, la trasfigurazione raggiungerà in quegli scritti una tale altezza da sciogliere la figura di Maria Maddalena fino a renderla quasi un’idea, un simbolo, la Sapienza per eccellenza. E questo risultato viene paradossalmente ottenuto attraverso immagini sulle quali la lettura posteriore con malizia ricamerà allusioni voluttuose ed erotiche. Si legge, infatti, nel vangelo apocrifo di Filippo, scoperto nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto: «Il Signore amava Maria Maddalena più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca. Gli altri discepoli, vedendolo con Maria, gli domandarono: Perché l’ami più di tutti noi?». Ce n’è abbastanza per chi, ignaro di simbolica biblica (la Sapienza esce dalla bocca dell’Altissimo secondo l’Antico Testamento), voglia seminare sospetto su Maria e su Gesù, fantasticando una relazione sessuale tra i due. In realtà, come scriveva Luigi Moraldi in un’edizione di quell’apocrifo, «in tutti gli scritti gnostici cristiani la Maddalena è solo l’esempio del perfetto gnostico e la maestra della dottrina gnostica», cioè della conoscenza piena dei misteri divini. In un altro testo gnostico, il trattato Pistis Sophia, ove appare per ben 77 volte, la Maddalena diventa l’emblema dell’umanità redenta di tipo androgino (un’altra deformazione di Maria!) perché, secondo Paolo, «non ci sarà più né uomo né donna ma tutti saranno uno in Cristo Gesù» (Galati 3, 28). Ma la sua funzione di segno della Sapienza divina sarà esplicita in questa beatitudine messa in bocca a Gesù dall’autore gnostico: «Te beata, Maria, ti renderò perfetta in tutti i misteri dell’alto. Parla apertamente tu, il cui cuore è rivolto al Regno dei cieli più di tutti i tuoi fratelli!» (17, 2). Una santa in cerca d’identità, quindi, sospesa tra due estremi: carnalmente abbassata a prostituta o ad amante, spiritualmente elevata a Sapienza trasfigurata. Per fortuna l’unico che la chiamò per nome, Maria, e la riconobbe confermandola come sua discepola fu proprio Gesù di Nazaret, il suo Maestro, il Rabbuní. Ed è proprio sulla base di quell’incontro pasquale che la sua presenza si riaffaccia ogni anno nella liturgia cattolica con la stupenda melodia gregoriana del Victimae paschali e con quel dialogo latino che ci esimiamo dal tradurre: «Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?»; «Surrexit Christus spes mea!».

Le figure-modello (bibliche) dell’attesa dell’Avvento

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Le figure-modello dell’attesa dell’Avvento

Nella liturgia di questo tempo emergono alcune figure bibliche che danno una particolare tonalità: Isaia, Giovanni Battista, Maria e san Giuseppe. Isaia: Un’antichissima e universale tradizione ha assegnato all’Avvento  la lettura del libro di questo profeta, perché in lui si trova un’eco della grande speranza che ha confortato il popolo eletto durante i secoli duri e decisivi della sua storia, soprattutto durante l’esilio. La seconda parte del libro (cap. 40-55), chiamata “il libro delle consolazioni” è opera del Deutero-Isaia. Essa contiene essenzialmente un lieto annunzio di liberazione, parla di un nuovo e più glorioso esodo e della creazione di una nuova Gerusalemme. Le pagine più significative di questo libro vengono lette durante l’Avvento e costituiscono un annuncio di speranza perenne per gli uomini di tutti i tempi. Giovanni Battista: E’ l’ultimo dei profeti e riassume nella sua persona e nella sua parola tutta la storia precedente nel momento in cui sfocia nel suo compimento. Ben incarna, pertanto, lo spirito dell’Avvento. La coscienza lucida della sua missione, la sua volontà di far posto a Cristo che deve crescere, mentre lui deve diminuire (cfr. Gv 1,19-28), fanno del battista una figura sempre attuale. Maria: L’Avvento è il tempo liturgico nel quale, a differenza degli altri come sarebbe auspicabile, si pone felicemente in rilievo la relazione e la cooperazione di Maria al mistero della redenzione. Ciò avviene come “dal di dentro” della celebrazione del mistero e non per sovrapposizione o per aggiunta devozionistica. L’Avvento ci fa considerare particolarmente Maria in rapporto alla venuta del Signore. Con l’immagine biblica della “figlia di Sion” la liturgia ci ricorda che in Maria culmina l’attesa messianica di tutto il popolo di Dio dell’Antico Testamento; quest’attesa in lei si raccoglie in un’aspirazione più ardente, in una preparazione spirituale più totale alla venuta del Signore. Maria è colei che, nel mistero dell’Avvento e dell’incarnazione, congiunge il Salvatore al genere umano. I testi evangelici delle genealogie di Gesù e dell’annunciazione, che vengono proclamati in questo tempo, ci ricordano tale mistero di “assunzione” dell’umano e di “immersione” nell’umano da parte di Dio. L’anello ultimo di questo mistero è la divina maternità verginale di Maria. San Giuseppe: Dai dati biblici dell’Avvento natalizio emerge, anche se con l’umiltà che la contraddistingue, la figura di Giuseppe, sposo di Maria e proprio nel momento più significativo e delicato insieme della sua missione di padre legale di Gesù. Il “mistero” di Giuseppe è riassunto in due parole dal testo evangelico: “uomo giusto” (cfr. Mt 1,19). Infine Giuseppe è l’“uomo giusto” per la sua fede. Egli è il tipo del “povero”, non solo perché assicura alla vita di Gesù l’inserimento nella comunità degli ultimi tempi, ma soprattutto perché la sua fede è modello di quella di ogni uomo che vuole entrare in dialogo e in comunione con Dio.

 Giuliano Franzan OFM Cap.

GESU’ A MENSA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/2000-2001/Ges%F9_a_casa_del_fariseo.html

GESU’ A MENSA

Certamente anche Gesù a volte si è seduto da solo a mensa. Questo però non interessa agli evangelisti. A loro interessa Gesù che sa rendersi commensale o che invita alla sua mensa. Osservando infatti Gesù a mensa con altri, i primi discepoli hanno imparato che per imitarlo debbono essere costruttori di comunità, cioè vivere in pienezza la fraternità. Tale è l’insegnamento che sgorga dal capitolo 14 di Luca, e anche dal capitolo 15 che mediteremo nel prossimo articolo.
La liturgia legge il capitolo 14 in due diverse domeniche, ma lo fa saltando i vv. 2-6 e 15-24. Se però vogliamo capire bene l’insegnamento di Gesù, conviene leggersi prima l’intero capitolo. Questo ci permette di valutare le nostre prime impressioni di fronte al testo e, poi, di passare a una più approfondita meditazione.
L’inizio è significativo: “Un sabato Gesù fu invitato a pranzo in casa di un capo dei farisei ed essi stavano a osservarlo” (v. 1). Segue la guarigione di un ammalato (vv. 2-6), poi si parla di Gesù che insegna agli invitati un po’ di buone maniere (vv. 7-14), quindi si narra la Parabola del grande Banchetto (vv. 15-24); infine Gesù parla delle condizioni per essere suo discepolo (vv. 25-35). Tutto il racconto, però, si sviluppa nell’ottica di un banchetto, che non si fa mai da soli. Ma, quando lo si fa con altri, ci si sente davvero fratelli? Questa la problematica che possiamo capire soltanto se prima ci chiediamo

Come si rivela Gesù?
Gesù accoglie l’invito a pranzo, ma appena giunge nella casa del fariseo si accorge che gli hanno teso un tranello: “davanti a lui vi era un uomo malato di idropisia e i farisei stavano a osservarlo”; si intende: per vedere se osava guarirlo in giorno di sabato (vedi 6,6-7). Ora, come reagisce Gesù? Come uno che cerca il bene di tutti, anche di chi gli ha teso un tranello. Innanzitutto guarda l’ammalato e lo vede come una persona bisognosa di aiuto. Perciò è logico che egli cerchi di rendersi prossimo1. Per gli altri invece quell’ammalato non è una persona, è solo una pedina che essi muovono a piacimento per incastrare Gesù. Gesù li guarda e come sempre cerca il dialogo (vedi caso simile in 6,6-11). Ciò significa che li ama e che cerca un possibile incontro. E lo fa chiedendo se “è lecito o no guarire in giorno di sabato. Ma essi tacquero”. Non accettano il dialogo. E Gesù reagisce guarendo l’ammalato e poi spiegando perché lo ha guarito in giorno di festa. Egli vuole semplicemente che trattino quell’uomo almeno come essi trattano i loro animali. Gesù non vuole che si strumentalizzi una persona umana. Caso storicamente chiuso, ma non per chi ascolta oggi la “Parola”.
Ci si mette a tavola (v. 7), e qui Gesù si accorge che gli invitati non agiscono da fratelli: c’è la corsa ai primi posti. Perciò denuncia l’arrivismo, il carrierismo, la scalata ai primi posti della società e prospetta una comunità in cui ognuno si preoccupa degli altri (vedi Fil 2,3-4), in cui tutti si sentano di casa e trattati alla pari.
Poi osserva gli invitati: appartengono tutti a una certa categoria di persone. Egli, che si sedeva a mensa anche con gli esattori delle tasse (detti “pubblicani” o “peccatori”; vedi 5,27-32), non proibisce di banchettare con gli amici, però dice a chi lo ha invitato: “Quando offri un banchetto non invitare solo i tuoi amici, i tuoi fratelli, i tuoi parenti, i ricchi, ma invita anche i poveri, gli storpi, gli zoppi, i ciechi e sarai beato” (v. 13-14). Appena udì ciò un invitato capì che Gesù stava parlando del regno di Dio e disse: “Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio” (v. 15).
L’immagine di Gesù ora è perfetta. Gesù vive sempre in pieno la sua missione: affratellare tutti e finirla di dare peso a ciò che ci divide nella società, perché ogni persona si senta di casa, parte della stessa famiglia, della “sua famiglia”; con parole nostre: della “sua Chiesa”. E noi già sappiamo come si forma questa sua famiglia. Gesù infatti ha detto: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (8,21). E per spiegarsi meglio, racconta la Parabola del grande Banchetto (vv. 16-24); ce n’è a sufficienza per confrontarsi con Gesù.
Prima, però, osserviamo come in questo racconto si rivela Gesù. È lui “il servo” che porta a tutti l’invito a entrare nella sala del banchetto e la sua parola continua a riecheggiare nel mondo come un invito alla salvezza. Tutti sono invitati, però ognuno deve personalmente scegliere se accettare o no. La predicazione del Vangelo è uno sforzo per “convincere tutti a entrare”, senza costrizione alcuna2. E si aggiunge: “Perché la mia casa si riempia”. L’affermazione dice che Gesù vive la certezza della speranza. Sa che riuscirà a portare a termine la sua missione. Solo chi non si ricrede e rifiuta sino alla fine “non entrerà”.

Gesù e noi comunità cristiana
Tutti sono invitati a sedersi alla stessa mensa, a fare comunione, a esprimere nei loro gesti l’universale fraternità. Ma la parola di colui che invita a mensa non è accolta da tutti. Ci sono coloro che ascoltano la “Parola” che annuncia la salvezza, ma questa parola, seminata nel loro cuore, è come il seme caduto tra le spine; e le spine (solo Gesù poteva inventare questo, perché urta la perenne cultura umana) rappresentano le preoccupazioni, le ricchezze e i piaceri della vita (vedi 8,14) che soffocano la parola seminata nel cuore. È per motivi di interessi materiali che alcuni non accettano (vv. 18-19), ma forse c’è anche un altro motivo: accettare di formare parte della famiglia di Gesù significa sedersi a mensa con i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi, cioè con coloro, che secondo il parlare comune, non contano nella società. Ebbene, essi non vogliono accogliere quel principio che guida la vita della “famiglia di Gesù”, cioè di coloro che ascoltano la sua parola e la mettono in pratica. Gesù ha detto: “Nessuno di voi si faccia chiamare «Rabbì» o «Padre» o «Maestro», perché voi siete tutti fratelli. E chi tra voi è più grande sarà vostro servo” (vedi Mt 23,8-11). Ora, quando si fa forza su ciò che ci distingue dagli altri, è impossibile fare comunità, è impossibile vivere da veri fratelli. Ognuno ha il suo compito nella comunità cristiana, ma nessuno ha il diritto di guardare gli altri dall’alto in basso. Per noi cristiani tutti sono “fratelli e sorelle”, perché la vita cristiana è imitazione di Gesù, che non si vergogna di chiamarsi “fratello” e che si è fatto “servo” in mezzo a noi (Lc 22,27). Lui, il Signore si è fatto “servo”; ha “lavato i piedi” dei suoi discepoli (vedi Gv 13,14-15).
Gesù insegna che nella “sua famiglia” tutti debbono sentirsi parte viva della comunità, partecipi della vita della famiglia di Dio. Per questo è necessario essere “testimoni dell’Amore”. L’ultima espressione è il titolo del IV capitolo della Lettera Apostolica “Novo Millennio Ineunte” di Giovanni Paolo II (giorno dell’Epifania 2000). È un capitolo in cui dalla contemplazione del volto di Cristo si passa a contemplare il suo volto in ogni persona umana; “per fare – dice il Papa – della Chiesa la casa e la scuola della comunione”. E continua dicendo: “Questa è la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e alle attese profonde del mondo” (n. 43).
Ora, “fare comunione” – dice sempre il Papa – significa “saper «fare spazio» al fratello portando «i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2), respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza e gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita” (n. 43). “Fare comunione” significa instaurare a ogni livello della comunità ecclesiale un senso di dialogo e di ascolto tra tutti; soprattutto tra pastori e fedeli. A questo proposito Giovanni Paolo II dice: “Significativo ciò che San Benedetto ricorda all’Abate del monastero, nell’invitarlo a consultare anche i giovani: «Spesso ad uno più giovane il Signore ispira un parere migliore». E San Paolino da Nola esorta: «Pendiamo dalla bocca di tutti i fedeli, perché in ogni fedele soffia lo Spirito di Dio»” (n. 45).
Siamo di fronte a una dolce realtà: la Chiesa oggi – e per “Chiesa” intendiamo l’intera comunità dei credenti in Cristo – è in attento ascolto della pagina evangelica che abbiamo scelto come meditazone e c’è in essa un desiderio di viverla sino in fondo, un desiderio di fare fruttificare la “Parola” che è stata seminata in noi, un desiderio di “purificare la memoria” da un passato di vita ecclesiale non sempre conforme al Vangelo e di tentare finalmente la vera via evangelica, l’unica che davvero ci mette in grado di costruire un mondo di pace. Di qui la scelta a cui ci chiama Gesù.
Dopo il racconto della parabola, come dopo il primo annuncio di passione (9,23-24) e sulla linea di quanto ha detto a chi voleva seguirlo o a chi egli invitava a seguirlo sulla strada di Gerusalemme (9,57-62), Gesù dice: “Chi non mi ama più di3 suo padre, di sua madre… chi non porta la sua croce… chi non è disposto a perdere tutti i suoi beni… non può essere mio discepolo”. Non c’è bisogno di dilungarsi nella spiegazione. Il contesto della comunità di Luca è un contesto di persecuzione. Ebbene, il discepolo, se vuole continuare a seguire Gesù dev’essere disposto a mettere la fedeltà a Gesù al di sopra di ogni vincolo di sangue, disposto anche a “perdere” la propria vita e anche tutto ciò che possiede, perché la fedeltà a Gesù e al Vangelo è per lui il bene supremo. Il Papa commenta così il “portare la croce”: “Il cristiano non ricerca la sofferenza, ma l’amore. E la croce accolta diviene il segno dell’amore e del dono totale. Portarla dietro a Cristo vuol dire unirsi a lui nell’offrire la prova massima dell’amore”4.

Pregando il testo
Signore Gesù, è la terza volta che ci metti di fronte a scelte ben precise (vedi 9,23-24.57-62), e la seconda volta (prima volta in 9,57ss) che ci inviti a ponderare bene se vale la pena o no. Ci hai pure già parlato delle relazioni con le persone più care e ci hai detto senza mezzi termini che il seguirti fino in fondo può a volte comportare duri contrasti con i propri familiari (vedi 12,51-53). E tu ne hai avuto l’esperienza quando ti fecero sapere che “tua madre e i tuoi fratelli volevano vederti”. Ebbene, tu, prendendo le distanze dai vincoli di sangue, hai risposto: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (8,19-21). Quel giorno anche tua madre ha dovuto fare la scelta di diventare sempre di più “discepola della Parola” per essere partecipe della tua nuova famiglia. Tu hai saputo “perdere la tua vita” e hai vissuto il totale distacco da ogni ricchezza per compiere la tua missione sino in fondo.
E oggi è a me e ai miei fratelli nella fede che esigi una scelta chiara e definitiva per te; tu ci vuoi come te, “pietra angolare” della tua Chiesa, costruttori di comunità, di fraternità, perché vuoi, come ce lo ha ricordato il tuo Vicario sulla terra che la tua Chiesa sia “casa e scuola di comunione”. Ci offri ideali immensi, Gesù! Ideali che impegnano l’intera nostra esistenza; ci chiami ad abbattere ogni frontiera, perché il mondo intero diventi una famiglia e si sieda alla stessa mensa, come il tuo profeta Isaia lo aveva preannunciato (Is 2,2-5).
Signore Gesù non oso dirti che non ho le forze, perché so che mi rispondi: “Mettiti accanto a me e in sintonia con me osserva ogni persona che incontri; solo così sentirai che, come me, devi farti dono a tutti sino all’effusione del sangue. E non aver paura, perché io sarò con te con la potenza del mio Spirito. Guarda i «testimoni della fede» che ti hanno preceduto nei secoli, e sentirai che anche tu ce la puoi fare”.
Signore Gesù, è bello essere cristiano! Solo così sono sicuro di realizzarmi pienamente co-
me persona umana, ma soprattutto come “figlio di Dio”. Grazie, Signore Gesù! Donami ogni giorno il coraggio della fedeltà. Amen!

Mario Galizzi

OMELIA PRIMA LETTURA SU GEREMIA (2007)

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/10419.html

OMELIA  PRIMA LETTURA SU GEREMIA (2007)

UOMO DI CONTRASTO

don Marco Pratesi

La prima lettura ci presenta un momento drammatico del difficile ministero di Geremia. Gerusalemme è assediata dalle truppe di Nabucodonosor, re di Babilonia. In città scarseggiano i beni di prima necessità, si tenta di resistere a oltranza, sperando magari in un intervento divino, come altre volte è avvenuto. In questa situazione Geremia, già detenuto a motivo dei suoi annunzi di rovina, continua a proclamare: « Dice il Signore: ‘Chi rimane in questa città morirà di spada, di fame e di peste, mentre chi passerà ai Caldei [i babilonesi] vivrà’ » (Ger 38,2).
È annunzio fondamentale nel ministero di Geremia, anche se non unico, sia prima che dopo la caduta di Gerusalemme: Babilonia è strumento dell’ira di Dio contro Israele; è quindi opportuno non resistere ad ogni costo, cosa che avrebbe il solo effetto di peggiorare la situazione.
Geremia è posto come profeta in Israele nel momento in cui i suoi nemici devono prevalere, per testimoniare che, anche in quel momento, la storia è condotta da Dio. Altrimenti, di fronte alla sconfitta, Israele avrebbe dovuto necessariamente concludere che Dio lo aveva abbandonato, oppure che egli era stato vinto dagli dèi di Babilonia. Geremia sta lì a mostrare che invece quanto accade è volontà di Dio.
Compito quanto mai ingrato, e l’episodio della cisterna ne è chiara illustrazione. I capi d’Israele che vanno dal re Sedecia a chiedere la morte del profeta sono ben convinti di conoscere quale sia « il benessere (shalom) del popolo ». Non si pongono nemmeno il problema di quale possa essere il piano di Dio, lo sanno già in partenza: resistere, continuare a lottare fino all’ultimo. Così, in nome delle proprie visuali acriticamente assunte, resistono al piano di Dio, causando ulteriore rovina a sé e al popolo. Per essi, fiduciosi nell’incrollabilità della dinastia davidica e del tempio, è facilissimo vedere nelle parole di Geremia un’offesa alla nazione e alla parola stessa di Dio. Così il profeta si trova posto al centro della lotta, tanto da potersi definire « uomo di contesa per tutto il paese », e aggiunge: « Non ho preso prestiti, non ho prestato a nessuno, eppure tutti mi maledicono » (Ger 15,10).
Assistiamo al paradosso che sarà anche di Gesù: la parola di Dio suscita contrasto. « Non sono venuto a portare la pace sulla terra, ma la divisione » (Vangelo). Tema scottante oggi, quando le religioni, e specialmente i monoteismi, sono accusati di fomentare divisioni e guerre. Si dovrebbe perciò accantonare le religioni, o almeno ridurle a elemento funzionale a pace e tolleranza universali, eliminando in esse tutto ciò che potrebbe indurre conflitti.
Per il cristiano questa strada non è percorribile. Se i profeti, compreso il più grande tra loro che è Gesù di Nazaret, hanno suscitato divisione, un cristiano che realizzi una « pace universale » è soltanto sale che ha perso sapore. Una tale impresa sarebbe possibile solo espellendo dalla storia la presenza attiva di Dio, e costruendo una religione funzionale alle varie ed effimere visuali del « benessere » umano. Tanti vogliono insegnarci qual è il vero bene dell’umanità: per non creare tensioni, dovremmo negare proprio a Dio la possibilità di dire una parola in merito.
Certo, il conflitto non deve significare guerra, violenza. L’umanità – credente o meno – deve imparare a vivere il conflitto evitando di risolverlo sia con la violenza (di ogni tipo), sia con la rimozione forzata del conflitto (che è di nuovo violenza: il conflitto non deve esistere). Gesù, come Geremia, subisce la violenza, non la fa: sua unica arma è la spada affilata della Parola.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

OMELIA (2001) – COMMENTO SU EB 12,1-2

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/9224.html

OMELIA (2001)
EREMO SAN BIAGIO
COMMENTO SU EB 12,1-2

Dalla Parola del giorno
Circondati da un così gran numero di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede.

Come vivere questa Parola?
L’autore della Lettera agli Ebrei qui veicola la verità del nostro impegno di credenti mediante un’immagine sportiva. Siamo allo stadio e i nostri giorni mortali sono la pista per il nostro correre in gara sotto lo sguardo dei « testimoni » (o spettatori) che sono le innumerevoli schiere di fratelli santi arrivati alla meta della felicità eterna. E veniamo invitati a correre, tenendo lo sguardo su Gesù che qui è definito da due termini estremamente significativi: « autore e perfezionatore della nostra fede ». Davvero è tutto! Perché si tratta di comprendere l’altezza, la larghezza, la profondità e l’ampiezza » di un Amore che si è dato in croce perché potessimo credere a Lui, fidandoci pienamente. « Pensate attentamente ? dice il testo della Lettera ? a Colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità [...] perché non vi stanchiate perdendovi d’animo ».

Pensiamo meditando nel cuore, mentre proprio gli occhi del cuore oggi, nella pausa contemplativa, cercheranno di tenersi più a lungo possibile fissi su Gesù ». Verbalizzerò:

Ti ringrazio perché sei tu « l’autore » della mia fede! Perfezionala ogni giorno un po’: rinvigoriscila, purificala, fa’ che diventi operante nella carità.

La voce di un Padre della Chiesa
Fissa gli occhi del cuore su Cristo. Egli è sceso nel tempo perché tu diventassi eterno. Si è fatto uomo, Lui: il Creatore dell’uomo. Ha succhiato al seno di una donna, Lui: il reggitore del firmamento. Ha voluto avere fame: Lui che è il Pane, e avere sete Lui che è la sorgente [...]: E’ venuto tra noi a morire, Lui che è la Vita.
S. Agostino

« MONTI E VOI TUTTE, COLLINE, LODATE IL SIGNORE » (SAL 148, 9) – I MONTI DELLA BIBBIA

http://www.parrocchie.it/calenzano/santamariadellegrazie/I%20luoghi%20di%20Gesu.htm#monti

I LUOGHI DI GESÙ

 I MONTI DELLA BIBBIA           

« MONTI E VOI TUTTE, COLLINE, LODATE IL SIGNORE » (SAL 148, 9).

 dalla rivista SacroCuore

« Gesù amava la montagna. Ogni volta che doveva comunicare qualcosa di bello ai suoi apostoli, se li portava su qualche monte della sua terra. Per Matteo il luogo privilegiato delle manifestazioni di Gesù sono i monti della Galilea. La vita di Gesù è inquadrata da due scene sul monte: all’inizio, il diavolo condusse Gesù sopra un monte altissimo per offrigli il potere sul mondo (Mt 4, 8-10) e alla fine, Gesù conferisce ai suoi il potere che ha ricevuto dal Padre (Mt 28. 16-20) » (Pia Compagnoni).
 Ben sappiamo che nella Bibbia i monti sono stati sempre privilegiati come luogo di rivelazione o di manifestazione di Dio. Basta pensare al monte Sinai, al monte Nebo, al monte Tabor e ad altri. La stessa configurazione della montagna, elevata verso il cielo e dove si gode più il silenzio e la bellezza della natura, ha ispirato gli uomini biblici e in genere tutti i fondatori di religioni, che l’hanno considerata come luogo ideale dell’incontro con Dio.
Molti monti di Israele furono centri religiosi importanti già da tempi remotissimi. Al tempo dei Cananei (gli ultimi abitanti prima dell’arrivo degli Ebrei) la gente venerava in modo particolare le montagne e vi eresse molti santuari. Alcuni di questi santuari passarono poi agli Israeliti che li trasformarono in centri della loro religione, prima che il tempio di Gerusalemme fosse da essi ritenuto come unico luogo di culto.
Lo stesso tempio di Gerusalemme si innalzava sul monte, detto appunto « monte del tempio », sicuramente sui resti di un antico santuario gebuseo.
La Bibbia cita spesso le montagne sia per il senso religioso che suscitano sia perché su di esse si sono svolti avvenimenti importanti o vi è vissuto qualche personaggio celebre, o perché vi era edificata una città o un santuario.
« La loro altezza e la loro stessa mole provocano un sentimento misterioso del sacro. Per questo quasi tutti i popoli hanno i loro monti santi, concepiti come dimora della divinità. La Bibbia conserva in parte queste credenze, depurandole da ogni elemento incompatibile con il più puro monoteismo. Appaiono infatti nella Sacra Scrittura allusioni al « monte di Jahvè » o alla « montagna santa » (O. Garcia de la Fuente).
In Terra Santa sembra che tutto si magnifichi e si ingrandisca. Forse perché l’estensione ridotta della terra e l’umiltà geologica delle sue componenti ha creato il bisogno di ingrossare gli elementi geografici del posto: così il lago di Galilea diventa un mare; un villaggio qualsiasi vien chiamato città; e una collina, monte.
Quando si parla di monti nella terra di Israele si deve tener conto che sono pochi quelli che oltrepassano i mille metri di altezza; si possono contare con le dita di una mano. Il Libano e l’Ermon, monti che si aggirano attorno ai 3000 m, si innalzano propriamente fuori della Terra Santa,
dove la montagna più alta è quella presso Merom, in Galilea, con appena 1208 m. di altezza.
Tra i monti importanti della storia biblica dobbiamo citare innanzitutto il monte Sinai, culla della religione e dell’esperienza religiosa del popolo guidato allora da Mosè. Fa parte non solo della geografia e della storia biblica, ma anche della fede e della pietà giudeo-cristiana ed è motivo di lode e di gloria per il Signore, citato in parecchi salmi.
Ma è stata soprattutto la presenza di Gesù – di cui alcuni monti della Terra Santa mostrano l’attrattiva incomparabile del suo ricordo e della sua preghiera – a renderli così cari e santi.

Joan Maria Vernet
SacroCuore/aprile 2003

GESU’ PARLA IN PARABOLE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/06-07/02-Parabole_di_Gesu-1.html

 GESU’ PARLA IN PARABOLE

Le parabole narrate da Gesù sono un contenuto particolarmente caratteristico dei Vangeli. Di per sé, il termine parabola indica la curva che un oggetto descrive quando si sposta nello spazio. In senso figurato, la parabola è una forma di discorso che vuole affermare e illustrare una verità, usando un paragone, che non è di solito un oggetto o una persona, ma un fatto, un avvenimento.
Il motivo per cui si usa la forma della parabola è solitamente quello di spiegare una verità non tanto con un ragionamento, ma con un esempio, che illumina la mente e la fantasia di chi ascolta e gli facilita la comprensione. I ragionamenti sono astratti, i racconti sono concreti; comprendendo meglio la concretezza della narrazione, si giunge ad afferrare con maggiore precisione l’insegnamento.

Gesù spiega perché usa le parabole
Possiamo pensare che Gesù abbia talvolta usato la parabola per farsi capire meglio dagli uditori, ma il vero motivo per cui Gesù usava le parabole ce lo indica egli stesso. Ne parlano Matteo (13,10-17), Marco (4,10-12) e Luca (8,9-10). Essi attribuiscono a Gesù questa spiegazione, data in occasione della prima parabola che egli narra e che si riferisce al seminatore che getta il seme in diversi terreni, ricavandone frutti più o meno copiosi. Seguiamo il testo di Matteo (da notare che tutti e tre i Sinottici pongono il motivo tra il racconto della parabola e la spiegazione che ne darà Gesù):

Si avvicinarono a Gesù i discepoli e gli dissero:
«Perché parli loro1 per mezzo di parabole?”. Rispose Gesù: “Perché a voi è dato conoscere i segreti del Regno dei Cieli, mentre a quelli non è dato. Infatti, a chi ha sarà dato e avrà in abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quel poco che pure ha. Per questo parlo loro per mezzo di parabole: essi guardano senza vedere e ascoltano senza intendere né capire”. Così si realizza per loro la profezia di Isaia che dice: “Ascolterete ma senza comprendere; guarderete ma senza vedere. Perché la mente di questo popolo si è fatta ottusa; si sono turati gli orecchi e hanno chiuso gli occhi per non dover vedere con gli occhi, udire con le orecchie, capire con la mente e ritornare a me (dice il Signore). Io li avrei guariti!”.
Beati invece voi, perché i vostri occhi vedono e le vostre orecchie intendono! Ve l’assicuro, molti profeti e molti giusti, pur desiderandolo, non hanno veduto ciò che voi vedete e non hanno udito ciò che voi udite».

Accogliere per comprendere
Gesù è venuto sulla terra per dirci tutta la verità su Dio e sul Regno di Dio. In fondo, siamo stati creati proprio per questo! Siamo stati fatti “a immagine e somiglianza di Dio” (cf Genesi 1,26), proprio per poter comprendere il perché della nostra esistenza e del nostro stesso destino, e per poter giungere, così, a partecipare alla stessa vita di Dio, vedendolo “faccia a faccia”. Ma un dono così grande, diciamo pure infinito – che spiega tutta la creazione e tutta la storia – non può essere dato se non a chi dimostra di volerlo accogliere con cuore sincero e generoso. Ecco perché Gesù – è ancora Matteo che ce lo riferisce – si esprime così rivolgendosi al Padre: “Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra,perché hai nascosto queste cose (i Misteri del Regno dei Cieli) ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, è così che tu hai voluto nella tua benevolenza” (Matteo 11,25-26).
Gesù è venuto nel mondo per rivelarci i Misteri di Dio, ma molti esseri umani – nel loro orgoglio e nella loro presunzione – hanno chiuso gli occhi davanti alla verità. Per questo motivo il Signore non ha potuto accoglierli. Ancora oggi, c’è tantissima gente che si permette di giudicare Dio e di accettarlo solo e in quanto essi, povere creature, lo giudicano credibile. È questo l’immenso dramma della storia. Se la verità di Dio stenta a diffondersi, non è a motivo della infinita superiorità dei Misteri, ma per la cocciutaggine dei superbi che non accettano i paradossi di Dio, cioè quegli insegnamenti che – per la loro infinita superiorità – noi non riusciamo a comprendere, se non siamo piccoli e umili.
Di fronte a questa opposizione, che fu già presente in vari momenti della storia di Israele e che fu combattuta dai profeti, non ultimo Isaia, di cui Gesù stesso cita le parole, Gesù ha un solo modo di reagire: si rivolge ai piccoli e agli umili, e questi lo accolgono.

La pedagogia delle parabole
Analizziamo la mente e il cuore di coloro che si fidano solo di se stessi e non accettano la verità come regola del sapere e dell’agire: essi cercano solo di emergere e di affermarsi; nel giudicare fatti e parole si lasciano guidare dalla propria presunzione e si danno ragione da se stessi. Non accettano di lasciarsi guidare da Dio.
Le parabole – attraverso il racconto di fatti facilmente riconoscibili – mettono in evidenza la logica della verità, cioè la logica di Dio sommo Bene e unico Creatore, la logica che è alla base e nel cuore di tutto il creato, e dell’agire dell’uomo retto (che accoglie Dio con tutto il suo essere).
Così, accettando gli insegnamenti offertici dalle parabole, noi arriviamo a penetrare nel Cuore di Cristo, a partecipare ai doni di Dio! Le parabole non sono un sotterfugio per nascondere le verità difficilmente accettabili! Al momento buono, Gesù parla senza parabole, con estrema chiarezza e senza timore di crearsi dei nemici (che lo condurranno fino alla morte di croce). Ma prima occorre preparare il terreno e suggerire sincere, gioiose e generose disposizioni.
Anche l’affermazione di Gesù «A chi ha sarà dato e sarà dato in abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quel poco che crede di avere» deve farci riflettere: tutto il vero, il giusto, il buono, a noi è “dato”, non siamo noi a conquistarcelo con i nostri mezzi! È così bello riconoscere il “dono” di Dio… e lodarlo e benedirlo in eterno!
Con questo animo, riusciremo a entrare non solo nel cuore di ogni parabola, ma nel cuore stesso di Cristo, che nelle parabole ci dà una viva immagine della sua sapienza e del suo amore!

Don Rodolfo Reviglio

1 Gesù distingue due tipi di uditori: i suoi discepoli (gruppo più ristretto, cioè gli apostoli e altri che lo seguivano di frequente) e la folla, nella quale erano presenti e attivi gli scribi e i farisei.

LE DONNE NEL VANGELO DI MARCO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/2000-2001/Ges%F9%20e%20le%20donne.html

LE DONNE NEL VANGELO DI MARCO

Marco attribuisce un discreto spazio alle donne nel corso del suo Vangelo. Si può dire che quasi tutte costituiscano dei modelli positivi, se si escludono le figure di Erodiade e della figlia, nemiche mortali di Giovanni Battista e causa diretta della sua morte (6,17-29). Non si può dire invece che sia un personaggio del tutto negativo la serva del sommo sacerdote che riconosce e smaschera Pietro, mentre egli cerca di mimetizzarsi nel cortile durante il processo di Gesù nel sinedrio (14,66-69): con il suo spirito di osservazione e la sua insistente denuncia, costringe Pietro a prendere coscienza della sua debolezza umana e, arrivato all’estremo del rinnegamento, a pentirsi.
È significativo che la prima, esemplare, giornata di Gesù, che si svolge a Cafarnao, contempli, accanto all’esorcismo su un uomo ossesso incontrato in una sinagoga, la guarigione di una donna, la suocera di Simone, affetta da una febbre perniciosa e costretta a letto. Il racconto non si limita a descrivere il gesto potente di Gesù che le restituisce la vita, prendendola per mano e facendola alzare, ma presenta la donna guarita nell’atto di “servire” Gesù e i suoi primi discepoli (1,31): il termine non allude semplicemente ad un compito domestico, ma acquista una risonanza ben più profonda alla luce dell’insegnamento successivo di Gesù, il quale mostrerà che proprio il “servire” è lo scopo della sua missione e lo stile di comportamento adatto ai suoi seguaci (10,42-45).
Questa donna si comporta dunque da discepola ideale: liberata dal male, come tutti quelli che incontrano Gesù, si mette senza indugio e umilmente al suo servizio, adempiendo la volontà di Gesù, con la quale si trova, senza saperlo, subito in sintonia. In questo, la suocera di Pietro segna l’inizio di una sequela femminile che, come Marco dirà esplicitamente soltanto alla fine, incomincia appunto in Galilea per merito di un gruppo di donne che già a partire di là “lo seguivano e lo servivano” (15,41), anche se non si può pensare che lei abbia seguito Gesù nei suoi spostamenti.
Una delle caratteristiche delle figure femminili positive, quasi tutte anonime, presentate da Marco è soprattutto quella di essere esemplari nell’agire. In due casi Gesù approva espressamente il loro fare bene e ne trae motivo di insegnamento per altri. È il caso della vedova povera che, pur versando nella cassa del tempio appena due monetine, viene anteposta ai tanti ricchi che davano molto, ma traendolo dal loro superfluo, mentre lei, come dice Gesù ai discepoli, “aveva dato tutto quello che aveva, tutti i suoi mezzi di sussistenza” (12,44).
È il caso della donna di Betania che, durante un banchetto, entra misteriosamente e versa sul capo di Gesù un intero vasetto di profumo costosissimo: di fronte alle critiche di alcuni benpensanti presenti, scandalizzati dallo spreco e rammaricati del fatto che tutto quel denaro non fosse stato speso per i poveri, Gesù la difende con energia affermando che ella “aveva compiuto nei suoi confronti una buona azione”, “aveva fatto quanto poteva”, e preannuncia che, sempre e dovunque sia predicato il vangelo, “ciò che essa ha fatto sarà raccontato in memoria di lei” (14,3-9).
Anche queste donne si dimostrano simili a Gesù stesso: il “dare tutto quello che aveva” della vedova povera evoca il “dare la propria vita” di Gesù (10, 45) e quel “compiere una buona azione” della donna di Betania ricorda l’esclamazione della folla a commento della guarigione miracolosa del sordomuto: “ha fatto bene ogni cosa” (7,37).
Si potrebbe notare che le donne non sono in genere presentate intente a parlare, diversamente dai discepoli maschi. Ma non c’è, dietro a questo, il pregiudizio, pur così comune nel mondo antico, che impone alla donna virtuosa il silenzio e la riservatezza. Ci sono in effetti anche donne che parlano, e anche il loro parlare viene lodato.
La donna che soffriva da dodici anni di emorragie croniche e che furtivamente, toccando il mantello a Gesù, gli strappa il miracolo della guarigione, spinta dalla domanda di lui che vuole sapere chi lo abbia toccato, si fa avanti e risponde francamente. Il suo comportamento viene lodato da Gesù, perché essa è “consapevole” di ciò che le è capitato – cosa di cui non tutti i personaggi del Vangelo, neppure i discepoli, si dimostrano sempre capaci –, si getta ai piedi di lui in atto di adorazione e dice “tutta la verità” (5,33): cosa non da poco, se si pensa che nel Vangelo la “verità” è attribuita in genere soltanto a Gesù (12,14.32).
Soltanto una donna si caratterizza per una battuta riportata direttamente, e ne riceve un grande elogio: è la sirofenicia, una pagana, l’unica persona che riesce, appunto con le sue parole, a indurre Gesù a recedere dallo strano rifiuto di compiere un miracolo a favore della figlioletta. Gesù aveva detto: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”; lei pronta ribatte: “Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli”, provocando un ammirato consenso: “Per questa parola va’, il demonio è uscito da tua figlia” (7,27-29).
Può apparire ambiguo l’episodio finale relativo alle donne che, dopo essere state presenti, uniche rappresentanti dei discepoli, alla morte e alla sepoltura, vanno alla tomba per ungere con aromi il cadavere di Gesù, ma, dopo aver ascoltato l’angelo che annuncia la risurrezione e comanda di portare ai discepoli la promessa del ritorno di Gesù in Galilea alla loro guida, fuggono piene di paura, senza dire niente a nessuno (16,1-8). Sembrano venir meno al compito, così importante, loro affidato; eppure, è presupposto che il messaggio in qualche modo sia stato trasmesso. In questa forma sconcertante forse l’evangelista vuole soprattutto sottolineare una sorta di impotenza, propria di ogni essere umano, anche del migliore, a capire ed accettare il mistero della passione e risurrezione.

 Prof. Clementina Mazzucco

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Nuovo Testamento |on 9 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

CHI È PIETRO? 1. INTRODUZIONE GENERALE ALLA CONOSCENZA DEL PERSONAGGIO!

http://www.parrocchiadiformigine.it/gm/l_varie/chi_e_l_apostolo_pietro.pdf

CHI È PIETRO?

1. INTRODUZIONE GENERALE ALLA CONOSCENZA DEL PERSONAGGIO!

Pietro è un personaggio biblico del Nuovo Testamento, il cui nome originario era Simone, uno dei dodici Apostoli di Gesù Cristo, considerato primo Papa nella storia della Chiesa. Di questa persona importante si hanno abbondanti notizie biografiche nei Vangeli Sinottici, con i quali condividono la tradizione giovannea, negli Atti degli Apostoli e nella letteratura paolina. Pietro occupa, con certezza, uno spazio di primo piano nella Storia Sacra, riconosciuto e testimoniato da tutta la tradizione neo testamentaria, infatti, il suo nome compare sempre al primo posto negli elenchi degli Apostoli (cfr. Matteo 10,3; Marco 3,18; Luca 6,15; Atti degli Apostoli 1,13).
Pietro è definito il «discepolo storico» di Gesù, poiché testimone autorevole della sua risurrezione e, il garante dell’autenticità della tradizione cristiana. La figura dell’Apostolo acquista, poi, una notevole importanza nel corso degli eventi della Chiesa, fin dai primi secoli, per il ruolo primario della sede romana che a lui stesso si richiama. Originario di Betsaida con il fratello Andrea esercitava la professione di pescatore presso il lago di Galilea. Verosimilmente era sposato e, prima di seguire Gesù, incontrò il gruppo dei discepoli di Giovanni Battista. (Giovanni 1,40). Accompagnato da Gesù dal fratello Andrea, gli fu tramutato il nome in Pietro (tradotto dall’ebraico «Kefa» = pietra; cfr. Giovanni 1,42).   Il nome di Pietro, ricevuto da Gesù, era, verosimilmente, da porre in rapporto con un aspetto del suo carattere, prima di divenire simbolo di quel primato che Gesù Cristo stesso gli riconobbe all’interno del gruppo dei Dodici, costituendolo fondamento e caposaldo della Chiesa nascente (Matteo 16,13-20). Accolto l’invito di Gesù, Pietro pertanto si mise al suo seguito e, in occasione della prima pesca miracolosa, fu invitato da Gesù stesso ad abbandonare le reti per divenire un pescatore di uomini (Luca 5,11). Con Giacomo (il Maggiore) e Giovanni (l’Evangelista), fu incluso da Gesù nel gruppo più ristretto dei Dodici, osservatore della risurrezione della figlia di Giairo (cfr. Marco 5,37; Luca 8,51), della Trasfigurazione del Signore (Matteo 17,1; Marco 9,2; Luca 9,28.54) e della sua agonia al Getsemani (Matteo 26,36; Marco 14,33). Durante l’Ultima Cena, Gesù gli affidò il compito di confermare nella fede i suoi fratelli (Luca 22,32),
nonostante questo, in occasione della Passione di Cristo, Pietro rinnegò il suo Maestro. Pietro, pentito, pianse amaramente il suo tradimento (Matteo 26,69-75; Marco 14,66-72; Luca 22,55-62; Giovanni 18,17.25-27) e beneficiato della prima manifestazione del Cristo risorto (Luca 24,12; Giovanni 18,17.25-27), ebbe in consegna tutto il suo gregge (Giovanni 21, 15-17). Il ruolo e la figura di Pietro conservati e tramandati nei testi evangelici sono integrati nell’ambito della Chiesa delle origini, in particolare negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere dell’Apostolo delle Genti (San Paolo). Il ruolo dinamico e di guida di Pietro, all’interno del gruppo degli Apostoli appare esplicitamente fin dall’inizio, dopo la Pentecoste tenne il discorso programmatico, primo modello degli annunci missionari e, prese l’iniziativa di nominare il successore di Giuda Iscariota (Atti degli Apostoli 1,15-26). Ancora Pietro proclamò per la prima volta, pubblicamente, il messaggio della Risurrezione di Cristo a Israele (Atti 2,14-36) e anche fuori dalle mura di Gerusalemme (Atti 3,12-26; 4,8-12; 5,29-32; 10,34-43). Inoltre, Pietro operò miracoli prodigiosi (Atti 3,1-10; 5,1-11.15; 9,32-42); fu oggetto di attenzione divina e ricevette visioni (Atti 5,17-21; 10,9-48; 12,6-11). Pietro fu altresì il portavoce della comunità di Gerusalemme (Atti 8,14-25; 11,1-8) e, punto di mezzo all’interno della Chiesa gerosolimitana (Atti 15,7-11). 3 Infine, Pietro assunse un ruolo decisivo in occasione del Concilio di Gerusalemme (Atti 15) e nell’apertura missionaria ai pagani (Atti 11,17). A iniziare dal capitolo quindicesimo degli Atti degli Apostoli, sebbene la figura di Pietro scompaia per cedere il posto a Paolo, la sua autorità era, tuttavia, serenamente e unanimemente riconosciuta, come testimonia lo stesso Paolo, il quale nelle sue Lettere si avvale delnome di Cefa o Pietro (Galati 2,7.8) e, in nessun caso quello di Simone, pressoché a comprovare la stima e il riconoscimento di un incarico assegnato (a Pietro) esplicitamente da Gesù Cristo. L’autorità di Pietro era vitale in tutte le grandi città conquistate dalla fede cristiana; s’impose a Gerusalemme accanto a quella di Giacomo, ad Antiochia, a Corinto, dove vi era un gruppo che si richiamava direttamente a Pietro (1°Corinti 1,12; 3,22), infine a Roma dove secondo la tradizione asserita nel novantasei da Clemente, egli avrebbe subito il martirio nella persecuzione di Nerone, insieme a Paolo. La Chiesa Cattolica ne celebra la festa il ventinove giugno, insieme all’Apostolo delle Genti (San Paolo). La catechesi di Pietro, centrata sulla figura di Cristo, il figlio di Dio vivente (Matteo 16,16; Marco8,29; Luca 9,20), secondo la professione di fede dello stesso Apostolo, s’inserisce nell’alveo della predicazione primitiva cristiana e trova larga eco nel Vangelo di Marco. ’immediatezza dello stile dell’evangelista Marco fa presumere che egli abbia trascritto i discorsi di Pietro mentre l’Apostolo stesso parlava; altri discorsi attribuiti a Pietro, come abbiamo già rilevato, sono contenuti negli Atti degli Apostoli. A Pietro, inoltre, si attribuiscono la composizione di due Lettere del Nuovo Testamento, ritenute «canoniche» da tutta la tradizione cristiana che le annovera tra le cosiddette Lettere Cattoliche. Le due Lettere presentano però forti dissomiglianze tra loro, sia a livello contenutistico, linguistico e stilistico. La Prima Lettera di Pietro, scritta in buon greco, si presenta come una composizione poco unitaria, anche se la lingua e il pensiero sono assolutamente coerenti. E’ scritta ai cristiani di origine pagana dell’Asia Minore da Pietro, Apostolo di Gesù Cristo (1,1) che egli considera nella loro qualifica di battezzati (1,3.12.23) e nella loro situazione di perseguitati. Anche se la questione è dibattuta, non sembrano esserci giustificazioni affidabili contro la tradizionale attribuzione della Lettera a Pietro, il quale l’avrebbe dettata a un suo collaboratore che scriveva e pensava in greco, durante il suo soggiorno a Roma, poco prima della sua morte. Il genere letterario della Prima Lettera di Pietro è di una Lettera con «prescritto», «proemio», «saluti finali» e, «augurio», anche se qualche esegeta ha preferito identificarla come un’omelia, o come una liturgia battesimale. La struttura letteraria dell’epistola (che appare un intreccio di esortazioni morali), può essere articolata in tre parti, comprese tra un «prologo» (1,1-12), costituito da un «prescritto» (1,1-2), un «proemio» (1,3-12), un «epilogo» che contiene i saluti finali. La «prima parte» (1,3-2,10) è un’esortazione affettuosa alla santità e un invito insistente ad agire secondo la loro condizione di figli di Dio. La «seconda parte» (2,11-4,6) considera i doveri del cristiano, specialmente, di quelli imposti dalla situazione sociale e familiare di ciascuno. La «terza parte» contiene degli avvertimenti che riguardano la vita interna delle comunità, le tribolazioni del tempo presente e il giudizio futuro.
La Seconda Lettera di Pietro, tra le più brevi del Nuovo Testamento, è considerevolmente diversa dalla Prima Lettera e questo fatto, unito a quello della sua posticipata inclusione nel Canone del Nuovo Testamento, ha portato i biblisti a escludere la sua effettiva attribuzione a Pietro. La Lettera, scritta con uno stile altisonante, solenne, da uno scrittore che comprova di avere una buona cultura ellenistica, intende difendere l’ortodossia dei suoi destinatari giudeocristiani, con un’aspra polemica contro i maestri bugiardi, ingannatori (cfr. 2,1) e va collocata in ambiente apocalittico, con incognite scaturite da attese escatologiche deluse (cfr. 3). La struttura letteraria non è unitaria, anche se unico, originale, è il tema e il contenuto della Lettera, ossia, la difesa dell’escatologia. 4

2. Deduzioni utili … per l’approfondimento!
Pietro è il primo del gruppo dei Dodici, è stato posto dallo stesso Gesù Cristo come suo vicario nella Chiesa, fino al compimento ultimo. Nel Nuovo Testamento sono molti i dati che riferiscono di Pietro, dalla sua chiamata a seguire il maestro (Giovanni 1,35-42) al cambiamento di nome da Simone a quello di Pietroroccia. Leggendo la Sacra Scrittura, possiamo scorgere una sorta di trasformazione radicale di quest’uomo, in altre parole, provenendo dal gruppo dei tre discepoli (favoriti) che seguono Gesù sul Monte Tabor (Matteo 17,1), diviene l’uomo che, a nome di tutti, professa la fede nella «messianicità» di Gesù Cristo (Marco 8,29). Pietro è indicato, nella prima professione di fede, come il primo al quale Gesù risorto appare (1°Corinti 15), quindi, non ci sono nemmeno incertezze sul suo primato tra i Dodici all’indomani di Pasqua (Galati 1,18), anche se è Pietro stesso che si pone in ricerca della via di comunicazione migliore da inseguire perché il Vangelo sia annunciato a proprio a tutti (Atti degli Apostoli 10-15; Galati 2). Dallo stesso Gesù risorto, Pietro è chiamato a seguirlo, senza tentennamenti o richiesta di spiegazioni. Quest’ultimo aspetto è indicazione di un Amore che si abbandona totalmente al Signore e, che è in grado di amare, più degli altri, in forza della missione affidatagli (Giovanni 21,15-23). Dall’insieme dei dati neo-testamentari, Pietro è segnalato come una personalità forte, ma allo stesso tempo combattuta, capace di grandi slanci, ciò nondimeno di momenti paurosi. Pietro, è altresì in grado di riconoscere il proprio peccato, ciò nonostante è anche cosciente di essere posto da Gesù stesso a guida della prima comunità dei cristiani. Poiché deve «confermare nella fede» i fratelli (Luca 22,31), la sua funzione importante (missione) è estesa, tramandata dai suoi subentranti (i pontefici), fino al ritorno del Signore!

3. Analisi
Come abbiamo già accennato, sono molte le citazioni bibliche che vedono come persona di primo piano la figura di Pietro, esaltata nella sua funzione importante di, roccia sicura, solida, costituita dal Cristo per la sua Chiesa! Ciò nonostante, Pietro è altresì un personaggio individuato nella sua fragilità di essere umano che, non pensa secondo l’Altissimo, ma, secondo gli esseri umani, come riporta il Vangelo di Matteo (16, 21-27). E’ davvero impossibile tracciare un profilo umano completo, quello del primo degli Apostoli in poco spazio, basti pensare alla semplice presenza del suo nome (tradotto dal greco «Pétros» per centocinquantaquattro volte, ventisette volte come «Simone», nove volte dall’aramaico in «kefa» = pietra). Forse è meglio iniziare da quella sorta di «alba della vocazione apostolica» che, ha come sfondo il Lago di Tiberiade, attraversato numerosissime volte in barca, in compagnia dell’assiduo fratello Andrea e, prendendo come spunto le stesse parole pronunciate da Gesù di Nazareth: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini». A quelle parole di Gesù, gli stessi discepoli, abbandonate le reti, istantaneamente lo seguirono (cfr. Matteo 4,20). 5 Iniziava, in questo modo, il grande «giorno apostolico» che avrebbe sperimentato tanti eventi narrati dai Vangeli. Anche questa giornata, come qualunque altro giorno ha il suo «mezzogiorno», stavolta però a Cesarea di Filippo, a seguito della domanda del Signore: « … voi chi dite che io sia?». Pietro, senza alcun tentennamento, risponde prontamente: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Seguono a questo punto le parole di Gesù che, renderanno Simone il primo nella lista dei Dodici Apostoli: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa … (cfr. Matteo 16, 13-19)». Quindi, sono tre i segni di riconoscimento, applicati all’Apostolo. Il primo è quello della pietraroccia, evocata nel nome stesso Pietro – Kefa e, segno di stabilità e sicurezza. L’Apostolo rende riconoscibile, nella storia, la fondazione primaria e divina di Cristo, sulla quale si basa la comunità cristiana. Il secondo segno di riconoscimento è rappresentato dalle «chiavi» che, sono l’emblema di autorità giuridica, ciò nondimeno, anche d’insegnamento. Il terzo è raffigurato, invece, dall’immagine di «legare» e, di «sciogliere», ovverosia quella di «rimettere i peccati», nel nome del Signore ma anche l’ammonire, l’esortare, il formare nella fede, i fratelli. La stessa esistenza di Pietro, tuttavia, conosce sbandamenti pericolosi. Basti riflettere un istante sul tempo della crisi personale, dell’oscurità culminata nel tradimento, chi non ricorda il rinnegamento perpetuato per ben tre volte, nel cortile del palazzo del sommo sacerdote, proprio mentre Gesù era processato. Oggi, questo comportamento si chiamerebbe facilmente «voltafaccia». « … Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!. Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse  amaramente … (Matteo 26, 69-75)». Dall’abisso oscuro di quella notte, tuttavia Pietro si alzerà nuovamente, non soltanto con le lacrime del suo pentimento sincero, ma anche con la triplice dichiarazione d’amore, pronunciata innanzi al Cristo risorto, proprio sul litorale di quello stesso lago dove incontrato Gesù per la prima volta: «Signore, tu sai che io ti amo». Ed è così che egli riceve di nuovo, stavolta in forma ufficiale, il compito di pascere gli agnelli del gregge della Chiesa che nasce (cfr. Giovanni 21, 15-19). Gesù Cristo, in questa stessa circostanza, farà intravedere a Pietro anche il suo destino ultimo terreno, vale a dire, quello del martirio con il quale egli avrebbe glorificato l’Altissimo. «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: Seguimi. (Giovanni 21,19)». A questo punto l’Apostolo annunzierà, al mondo
intero, la parola di quel Risorto che egli per primo aveva incontrato all’alba di Pasqua, come registrano sia Giovanni (20,1-10) che lo stesso Paolo (1° Corinzi 15,5). Sarà poi Pietro a intervenire, influentemente, negli avvenimenti importantissimi della Chiesa delle origini, a iniziare dalla Pentecoste, fino al Concilio di Gerusalemme, secondo la narrazione offerta dagli «Atti degli Apostoli» che ci riserva (unitamente alle due Lettere che recano il nome di Pietro) una vivace rappresentazione della sua azione apostolica. 6

4. La fede di Pietro
I dialoghi biblici che frequentemente intercorrono tra Pietro e il Signore sono sostanzialmente uno scambio di attestati messianici» tra Pietro e Gesù: in altre parole possiamo leggere dei discorsi di «Pietro su Gesù» e di «Gesù su Pietro».
Si riassume così, in Gesù e Pietro, la struttura biblica essenziale: un discorso di Dio sull’uomo e un discorso dell’essere vivente su Dio.  Il contenuto essenzialmente cristologico della fede di Pietro, eletto come portavoce degli altri apostoli nella risposta alla domanda di Gesù, ha una portata molto smisurata! Gesù non è solo il Cristo messia ma anche «il Figlio del Dio vivente». Ad esempio, la stessa puntualizzazione di Gesù: « … il Padre mio te l’ha rivelato … » è un’importante approvazione di quanto in quel momento Pietro comunichi sotto l’ispirazione dello Spirito. Pietro, è il modello di credente fedele che è tale per la rivelazione del Padre, per Grazia e, che mediante la fede conosce nella carne e nella storia «il Cristo, il Figlio dei Dio vivente». Per questa ragione Pietro è la pietra sulla quale Gesù Cristo edifica la sua chiesa, la prima pietra a essere collocata! Ugualmente tutti i fedeli, come dirà lo stesso Pietro (1°Pt 2,4), sono pietre viventi di quell’edificio spirituale che è la Chiesa di Cristo! La chiesa delle origini, concentrandosi nella lettura del Nuovo Testamento, ha riconosciuto a Pietro, su indicazione di Gesù (Beato te, Simone), la chiamata ad adempiere nella comunità tre compiti essenziali riassunti in tre espressioni figurate: la pietra, le chiavi, il legare e sciogliere. E’ importante riflettere su questi tre simboli e ad attribuire non soltanto a Pietro, bensì a tutta la
chiesa, per risaltare che non si tratta di concessioni esclusive soltanto di Pietro (anche se a lui competono alla radice), ma di prestazioni d’opera che un uomo esercita a beneficio di tutta la comunità! Ciò nonostante, se tutti i fedeli, ancor’oggi, non cooperano alla costruzione dell’edificio della fede, se ciascuno di noi non confessa la fede e non diviene pietra, non potrà mai veder realizzata la casa del Signore, la Gerusalemme celeste da edificare per tutte le genti. Questo «ministero» affidato a Pietro non raggiunge i suoi effetti in forma meccanica ogni volta che qualcuno siede sul trono di San Pietro, bensì, si basa su una profonda fede e su un amore fedele! Tutto questo deve essere sostenuto dalla preghiera di tutta la chiesa, perché Pietro ha, ancor’oggi, una funzione molto articolata e faticosa.
Rimanere fedeli credenti, è dunque una delle caratteristiche della vocazione cristiana, edificata sulla «roccia» della «fede di Pietro» e, sulla dedizione alla chiamata dei Signore, testimoniata e vissuta alla condotta di Pietro. Di fronte alle prove e cocenti delusioni, non può esistere altra via migliore che quella della preghiera comunitaria! L’essere riuniti nel nome di Cristo costituisce la prima e migliore confessione di fede che apre (alla rivelazione del Padre) oltre ogni veduta umana. «Simon Pietro, servo e apostolo di Gesù Cristo, a coloro ai quali il nostro Dio e salvatore Gesù
Cristo, nella sua giustizia, ha dato il medesimo e prezioso dono della fede: grazia e pace siano concesse a voi in abbondanza mediante la conoscenza di Dio e di Gesù Signore nostro (2° Pietro 2,1)». 7

5. Riferimenti biblici
(È UNO SCHEMA, NON LO METTO)

6. Alcune tappe rilevanti della vita di Pietro e, le relative «attualizzazioni»
(ANCHE QUESTO LO SALTO, POTETE CERCARLO SUL SITO)

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