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“DIO È AMORE, E NULLA MAI CI SEPARERÀ DAL SUO AMORE”

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“DIO È AMORE, E NULLA MAI CI SEPARERÀ DAL SUO AMORE”

On 20/12/2013,

«Noi abbiamo creduto l’amore che Dio ha per noi» (1Gv 4,16).

I discepoli di Gesù credono nell’amore di Dio per noi, di cui siamo oggetto, ma anche nel suo amore in noi, che s’incarna in noi, dentro ciò che ci fà persone: Dio è l’amore in ogni amore.
Non ci sono due amori, uno del cielo e uno della terra, ma un solo grande amore, che è “il grande mistero” (Ef 5,32).
Dio è amore, tutto l’amore.
Una delle affermazioni più innovative di Benedetto XVI ci restituisce la rivelazione biblica di un Dio in cui non c’è solo agape (amore che si dona) ma anche eros (attrazione, passione, gelosia). Dalle Sacre Scritture emergono diverse sfumature di questo amore.
Amore di sposo – Il Cantico dei Cantici, i Profeti, Gesù stesso, offrono la chiave riassuntiva dell’intero arco della storia della salvezza nella metafora nuziale tra Dio e l’uomo. Da quando Dio ti mette in vita, ti invita alle nozze con lui. La Bibbia stessa si chiude con una visione nuziale: «La città scendeva dal cielo, bella come una sposa pronta per l’incontro d’amore… E lo Spirito e la sposa dicono “Vieni!”. E chi ascolta ripeta: “Vieni!”» (Ap 22, 17).
Il compimento finale è un abbraccio, l’unione con un Dio che cade sul mondo come un bacio.
Amore di innamorato – «Il Signore esulterà di gioia per te, si rallegrerà per te con grida di gioia» (Sof 3, 17). Il profeta Sofonia ha la visione di un Dio felice, che grida a me, a te, ad ogni creatura: “Tu mi fai felice”.
Mai Dio aveva gridato nella Bibbia. Aveva parlato, sussurrato, tuonato, era venuto in forma di angeli, con il Profeta Sofonia per amore Dio grida: “Tu mi fai felice”.
Dio ha messo la sua felicità nelle nostre mani, come fa ogni innamorato. Il profeta aggiunge «Ti rinnoverà con il suo amore»: l’amore è una forza che rende nuova la vita.
Amore amato- Una donna nella casa di Simone il fariseo, per tutti “la peccatrice”, per Gesù la donna che ha molto amato, con un vaso di profumo, prezioso perchè misto a lacrime: il suo cuore si racconta davanti a tutti con il linguaggio delle carezze. La casa si riempie di profumo e di gesti di tenerezza, gesti desiderati da Gesù («Tu Simone non mi hai dato il bacio»), compiuti da una donna senza parole che diventa profetessa. Peccatrice e profeta insieme rivelano quello che è il sogno di Dio: «L’amore io voglio!» (Os 6,6).
Gesù, il Dio che vuole l’amore, nell’ultima sera ripeterà il gesto della peccatrice innamorata, laverà i piedi dei suoi discepoli e li asciugherà. C’è qualcosa di grandioso in questo: Dio imita i gesti di una donna. Gesù fa suo il gesto di una peccatrice. Creatore e creatura, mendicanti d’amore, si incontrano. Quando ama, l’uomo compie gesti divini; e Dio, a sua volta, ama con cuore di carne.
Amore amante – A Betlemme ha fine l’esodo di Dio in cerca dell’uomo, quando la sua passione di unirsi realizza l’Incarnazione, l’impensabile.
L’amore non ha protetto Dio, lo ha esposto consegnandolo alla precarietà della carne e perfino al rischio di essere rifiutato.
«Maria partorì il suo figlio, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia».
La madre avvolge e nutre il Bambino di latte, di sogni, di carezze.
Nel Bambino l’amante diventa l’amato, vivrà solo perchè una madre e un padre gli daranno il loro cuore; potrà essere felice, realizzato, solo perchè, a partire da loro, ha sperimentato l’amore.
Fasce e mangiatoia sono anche simboli che contengono un anticipo del vangelo totale. In molte icone orientali della natività il Bambino è deposto in una culla che ha foma di sarcofago, avvolto in fasce come un defunto nelle bende della sepoltura: il mistero del Natale apre già sul mistero della Pasqua, il legno della mangiatoia evoca il legno della croce.
Quel Bambino è già il Cristo nel suo destino di solidarietà assoluta con ogni carne: neppure il suo sangue ha tenuto per sè, neppure il suo respiro, neppure il suo corpo.
La passione di Dio di unirsi all’uomo giunge al culmine, e prosegue, ripresa da ogni Eucarestia: il luogo dove l’Amante si trasforma in un banchetto d’amore per l’amato, si fa pane, si lascia mangiare, diventa una stessa carne con l’amato.
Amore di mendicante – Tre domande Gesù rivolgerà a Pietro. Tre domande sempre uguali, ogni volta diverse: «Simone, mi ami più di tutti?». Gesù usa il verbo dell’amore grande, totale, divino (Agapas me?). Pietro risponde con il verbo umile dell’amicizia e dell’affetto: «Ti voglio bene» (Fileo se). Nella seconda domanda Gesù riduce le attese, cancella il confronto con gli altri: «Simone, mi ami?». Nella terza domanda succede qualcosa di straordinario. Gesù adotta il verbo di Pietro, si abbassa, lo raggiunge là dov’è: «Simone mi vuoi bene?».
Dammi affetto se l’amore è troppo; amicizia, se l’amore ti mette paura. E mi basterà, perchè il tuo desiderio d’amore è già amore. Dio mendicante d’amore.
Amare significa dire tu non morirai. Dio è padre solo se ha figli vivi per sempre, se il loro legame è più forte della morte: «Nè vita nè morte, nè angeli nè demoni…, nulla mai ci separerà dall’amore di Dio» (Rm 8, 38-39).
Nulla, e sono convocate tutte le creature del cielo, della terra, degli inferi; mai, ed è convocata tutta la storia, i secoli e gli istanti: nulla mai ci separerà.
Il futuro è amore inseparato, il nome dell’uomo è “amato-per-sempre”.

(padre Ronchi Ermes )

STUDIO BIBLICO SU GESÙ, IL CRISTO

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STUDIO BIBLICO SU GESÙ, IL CRISTO

Myer Pearlman1

1. La Parola di Dio (eterna preesistenza ed attività)

Con la parola l’uomo si esprime e si mette in comunicazione con gli altri, attraverso la parola rende noti i suoi pensieri ed i suoi sentimenti e per essa impartisce ordini e mette ad effetto la sua volontà. La parola che egli pronuncia reca l’impronta dei suoi pensieri e del suo carattere: per le parole di un uomo un’altra persona potrebbe conoscerlo perfettamente, anche se tosse cieca; la vista e l’informazione potrebbero rivelare ben poco circa il carattere d’un uomo, se non si potessero ascoltare le sue parole; la parola dell’uomo è il suo carattere espresso.
Allo stesso modo, la «Parola di Dio» è quella con la quale Egli comunica con gli altri esseri e tratta con loro; è il mezzo con il quale esprime la Sua potenza, intelligenza e volontà. Cristo è quella Parola, perché attraverso di Lui Iddio ha rivelato la Sua attività, la Sua volontà ed il Suo scopo, e perché attraverso di Lui Dio viene a contatto con il mondo. Noi ci esprimiamo attraverso le parole; l’Iddio eterno si esprime attraverso il Suo Figliuolo, il quale è «l’espressa immagine della Sua persona» (cfr. Ebrei 1:3). Cristo è la Parola di Dio perché rivela Dio dimostrandoLo appieno. Egli non solo reca il messaggio, ma è il messaggio di Dio.
È vero che Dio si rivelò attraverso la parola profetica, attraverso i sogni e le visioni ed anche attraverso temporanee manifestazioni. Ma l’uomo bramava una risposta più chiara alla domanda: «Come è Dio?». Per rispondere a questa domanda era necessario il più meraviglioso avvenimento della storia:
«Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. … E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiam contemplata la sua gloria, gloria come quella dell’Unigenito venuto da presso al Padre.»
(Giovanni 1:1, 14)
La Parola eterna di Dio prese su di Sé la natura umana e divenne uomo per rivelare l’Iddio eterno attraverso una personalità umana: «Iddio, dopo aver in molte volte e in molte maniere parlato anticamente ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi mediante il suo Figliuolo» (Ebrei 1:1,2). Pertanto alla domanda: «Come è Dio?» il cristiano risponde: «Dio è come Cristo», perché Cristo è la Parola di Dio stesso. Cristo è «l’espressa immagine della Sua persona», «l’immagine dell’invisibile Iddio» (Colossesi 1: 15).

2. La deità del Figlio di Dio
a. La coscienza che Cristo aveva di Sé
Quale coscienza aveva Gesù di Se stesso, ovvero che cosa sapeva sul proprio conto? Luca riporta un episodio dell’infanzia di Gesù, in cui dice che già da piccolo Egli aveva coscienza di due cose: di una speciale relazione con Dio, che definiva Suo Padre, e di una speciale missione sulla terra, quella di curare «le cose del Padre Mio».
Al fiume Giordano Gesù udì la voce del Padre (Dio) che corroborava e confermava questa Sua consapevolezza (Matteo 3:17) e, nel deserto, Egli resistette valorosamente al tentativo di Satana di mettere in dubbio che Egli fosse il Figliuolo di Dio («se sei il Figliuolo di Dio» Matteo 4:3). Più tardi, durante il Suo ministerio, proclamò beato Pietro perché, ispirato dal cielo, aveva reso testimonianza della Sua Deità e messianicità (Matteo 16:15-17). Quando, davanti al consiglio dei Giudei, avrebbe potuto sfuggire alla morte negando la figliolanza unica ed affermando semplicemente che era un figliuolo di Dio nello stesso modo in cui lo erano gli altri uomini, Egli dichiarò la propria coscienza di Deità pur sapendo che questo significava una condanna a morte (Matteo 26:63-65).

b. Le asserzioni di Cristo
Cristo si metteva fianco a fianco con l’attività divina: «Mio Padre opera fino ad ora, ed Io opero», «Io son proceduto dal Padre» (Giovanni 16:28), «Il Padre mi ha mandato» (Giovanni 20:21). Asseriva di conoscere Dio Padre e di avere comunione con Lui (Matteo 11:27; Giovanni 17:25); sosteneva di svelare l’essere del Padre in Se stesso (Giovanni 14:9-11); si attribuiva delle prerogative divine: onnipresenza (Matteo 18:20), potestà di perdonare i peccati (Marco 2:5-10), potenza di risuscitare i morti (Giovanni 6:39,40,54; Giovanni 11:25; Giovanni 10:17,18); si proclamava Giudice ed Arbitro del destino dell’uomo (Giovanni 5:22; Matteo 25:31-46).
Gesù richiedeva un arrendimento ed una fedeltà che solo Dio può avere il diritto di pretendere; insisteva sul completo arrendimento del proprio essere da parte dei Suoi seguaci: essi dovevano essere pronti a rompere il più caro ed il più stretto dei legami, perché chiunque avesse amato anche il padre o la madre più di Lui non era degno di Lui (Matteo 10:37; Luca 14:25-33).
Queste elevatissime asserzioni venivano fatte da Uno che viveva come il più umile degli uomini e venivano esposte con la stessa naturalezza con la quale, ad esempio, Paolo avrebbe potuto dire: «Io sono un uomo giudeo». Per arrivare alla conclusione che Cristo era divino ci dovevano porre due premesse: primo, che Gesù non era un uomo malvagio e, secondo, che non era demente. Se Egli diceva di essere divino, mentre sapeva di non esserlo, non poteva essere buono; se Egli immaginava falsamente di essere Dio, non poteva essere savio. Ma nessuna persona di senno avrebbe potuto negare il Suo perfetto carattere o la Sua superiore sapienza. Di conseguenza, si può concludere che Egli era ciò che asseriva di essere: il Figliuolo di Dio.

c. L’autorità di Cristo
Negli insegnamenti di Cristo si nota l’assenza di espressioni come «È mia opinione», «può darsi», «penso che…», «possiamo allo stesso modo supporre», ecc. Uno studioso razionalista ebreo ammise che Egli parlò con l’autorità dell’Iddio Onnipotente stesso. Il Dott. Henry van Dyke mette in rilievo che nel sermone sul monte, ad esempio, abbiamo:
La visione sorprendente di un Ebreo credente, che si mette al di sopra della regola della sua fede; di un umile maestro che mostra un’autorità suprema sopra la condotta umana; di un riformatore morale che scarta ogni altro fondamento e dice: «Chiunque ode queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato ad un uomo avveduto che ha edificata la sua casa sopra la roccia» (Matteo 7:24). Quarantanove volte, in questa breve descrizione dei discorsi di Gesù, ricorre la frase solenne con la quale Egli autentica la verità: «In verità io ti dico».

d. L’irreprensibilità di Cristo
Nessun predicatore che chiami gli uomini al ravvedimento e alla giustizia può fare a meno di riferirsi alla propria imperfezione ed ai propri peccati; infatti, quanto più santo sarà, tanto più lamenterà e riconoscerà la propria limitazione. Ma, nei detti e nelle parole di Gesù, vi è una completa assenza di coscienza e di confessione del peccato. Egli aveva la più profonda conoscenza del male e del peccato, ma nessun’ombra o macchia di esso si rifletteva sull’anima Sua. Anzi, Lui che era il più umile degli uomini, lancia la sfida: «Chi di voi mi convince di peccato?» (Giovanni 8:46).
Anche le beffe dei pagani sono una testimonianza della Deità di Cristo. Su una parete di un antico palazzo romano (che non va oltre il terzo secolo) è stato trovato un disegno raffigurante una figura umana con la testa di asino appesa alla croce, mentre un uomo sta ritto davanti ad essa in attitudine di adorazione; sotto, un’iscrizione dice: «Alexamenos adora il suo Dio». Henry van Dyke commenta:
Pertanto i canti e le preghiere dei credenti, le accuse dei persecutori, le beffe degli scettici ed i grossolani motteggi degli schernitori si uniscono per provare che, senza ombra di dubbio, i cristiani primitivi rendevano onori divini al Signor Gesù… Non vi è ragione di dubitare che i cristiani dell’era apostolica vedessero in Cristo una rivelazione personale di Dio, più di quanto non si possa dubitare che gli amici ed i seguaci di Abramo Lincoln guardavano questo Presidente come un bravo e leale cittadino americano di razza bianca.
Non dobbiamo, però, concludere che la Chiesa primitiva non adorasse Dio Padre, perché avveniva perfettamente l’opposto. Era pratica generale pregare il Padre nel nome di Gesù e ringraziarLo per il dono del Suo Figliuolo. Ma per loro era così reale la Deità di Cristo e l’unità tra le due Persone, che era perfettamente naturale invocare il nome di Gesù. Fu la loro perfetta aderenza all’insegnamento dell’Antico Testamento sull’Unicità di Dio, unita alla loro ferma credenza nella Deità di Cristo, che li portò a formulare la dottrina della Trinità.
La seguente definizione tratta dal credo Niceno (quarto secolo) sono state, e sono tuttora, recitate da molti in modo formale, ma esse esprimono fedelmente la profonda convinzione del cuore di quei fedeli.
Noi crediamo in un Signore: Gesù Cristo, il Figliuolo di Dio, unigenito del Padre, cioè della sostanza del Padre, Dio da Dio, Luce di Luce, vero Dio di vero Dio, generato e non creato, essendo di una sostanza con il Padre; per il quale tutte le cose furono fatte che sono in cielo ed in terra; il Quale, per noi uomini e per la nostra salvezza, discese, e fu incarnato e fu fatto uomo; e soffrì, e risuscitò il terzo giorno ed ascese al cielo, e ritornerà per giudicare i vivi ed i morti.

3. Significato del titolo di “figliuolo dell’uomo”
Secondo l’uso ebraico, «figliuolo di» denota relazione e partecipazione. Ad esempio: «i figliuoli del regno» (Matteo 8:12) sono quelli che devono partecipare alle sue verità e alle sue benedizioni; «i figliuoli della resurrezione» (Luca 20:36) sono coloro che sono risorti; un «figliuolo di pace» (Luca 10:6) è colui che possiede una disposizione pacifica; un «figliuolo di perdizione» (Giovanni 17:12) è colui che è destinato alla condanna e alla rovina. Quindi «figliuol d’uomo» indica, in primo luogo, colui che è partecipe della natura umana e delle umane qualità: l’espressione mette in risalto i caratteri di debolezza e di impotenza tipici dell’uomo (Numeri 23:19; Giobbe 16:21; Giobbe 25:6). In questo senso, il titolo viene applicato per circa ottanta volte ad Ezechiele, per ricordargli la sua debolezza e la sua caducità e indurlo all’umiltà nel compimento del suo ministerio profetico.
Applicato a Cristo, «Figliuol d’uomo» Lo designa come partecipe della natura e delle qualità umane e soggetto alle infermità umane, ma, allo stesso tempo, questo titolo implica la Sua Deità. Perché, se qualcuno dichiarasse enfaticamente: «Io sono un figliuol d’uomo», la gente gli risponderebbe: «Lo credo bene! Tutti lo sanno»; sulle labbra di Gesù, invece, l’espressione significava che Egli proveniva dal cielo ed aveva identificato Se stesso con l’umanità per divenirne il rappresentante e il Salvatore. Notate anche che Egli è il e non un figliuol d’uomo.
Il titolo è connesso alla Sua vita terrena (Marco 2:10; Marco 2:28; Matteo 8:20; Luca 19:10), alle Sue sofferenze a favore dell’umanità (Marco 8:31), alla Sua esaltazione e al Suo dominio sull’umanità (Matteo 25:31; Matteo 26:24; cfr. Daniele 7:14).
Riferendosi a Se stesso come al «Figliuol dell’uomo», Gesù comunicava, in pratica, il seguente messaggio: «Io, il Figliuolo di Dio, sono venuto come Uomo, in debolezza, in sofferenza fino alla morte. Però sono tuttora in contatto con il cielo da dove sono venuto e sono Dio, infatti posso rimettere i peccati (Matteo 9:6); inoltre, sono al di sopra dei regolamenti religiosi, che hanno solo un significato temporaneo e nazionale (Matteo 12:8). La mia natura umana non cesserà quando sarò passato attraverso gli ultimi stadi della sofferenza e della morte, che devo sopportare per la salvezza dell’uomo, perché Io risorgerò e porterò la mia natura umana con Me, in cielo, da dove ritornerò per regnare sopra coloro la cui natura ho assunto».
L’umanità del Figliuolo di Dio era reale e non simbolica; Egli soffrì realmente la fame, la sete, la stanchezza e ogni dolore.

4. Significato del titolo di “Cristo”

a. La profezia
«Cristo» è la forma greca della parola ebraica «Messia», che letteralmente significa «l’unto». La parola è suggerita dalla pratica di ungere con olio, simbolo della consacrazione divina al servizio. Quantunque anche i sacerdoti, e qualche volta i profeti, fossero unti quando s’insediavano nel loro ufficio, il titolo «Unto» veniva applicato particolarmente ai re d’Israele, che governavano come rappresentanti di Yahwê(h) (II Samuele 1:14). In certi casi il simbolo dell’unzione era seguito dalla realtà spirituale, cosicché la persona diveniva l’unto del Signore in senso vero e proprio (I Samuele 10:1,6; I Samuele 16:13).
Saul venne meno, mentre Davide, che gli succedette, fu un uomo «secondo il cuore di Dio», un re che poneva la volontà di Dio come sovrana nella propria vita e che si riteneva un rappresentante di Dio. Molti re successivi a Davide si allontanarono dalla regola divina, conducendo il popolo all’idolatria, ed anche alcuni dei re migliori non furono senza macchia. In contrasto con questo sfondo oscuro, i profeti proclamavano la promessa che sarebbe venuto un re della casa di Davide, molto maggiore di Davide. Lo Spirito del Signore sarebbe stato sopra di Lui con una potenza mai conosciuta prima (Isaia 9:5,6; Geremia 23:5,6); a differenza di quello di Davide il Suo regno sarebbe stato eterno e tutte le nazioni sarebbero state sotto il Suo dominio. Questo Re era l’Unto, o il Messia, o il Cristo, e sopra di Lui Israele fondava le proprie speranze.

b. Il compimento
È testimonianza continua del Nuovo Testamento che Gesù asserì di essere il Messia, il Cristo promesso nell’Antico Testamento.
Come il presidente del nostro Paese viene prima eletto e poi insediato, così Gesù Cristo fu stabilito nell’eternità ad essere il Messia, o il Cristo, e poi pubblicamente “insediato”, al Giordano, nel Suo ufficio messianico. Come Samuele prima unse Saul e poi gli spiegò il significato dell’unzione (I Samuele 10:1), così Dio Padre unse il Suo Figliuolo con lo Spirito della potenza e Gli confermò verbalmente il significato della Sua unzione: «Tu sei il mio diletto Figliuolo; in te mi sono compiaciuto» (Marco 1:11).
Il popolo in mezzo al quale Gesù doveva servire aspettava la venuta del Messia, ma disgraziatamente le loro speranze erano colorate di politica. Essi aspettavano un «uomo forte», che fosse una combinazione fra il soldato e l’uomo di Stato. Gesù sarebbe stato un Messia di tal genere? Lo Spirito Lo condusse nel deserto a combattere contro Satana, il quale astutamente Gli suggerì di adottare la piattaforma della popolarità per raggiungere il potere attraverso una via più breve. «Appaga le loro brame materiali», suggeriva il tentatore (cfr. Matteo 4:3,4; e Giovanni 6:14,15,26), abbagliali saltando dal Tempio (e, tra l’altro, fatti una buona reputazione presso il sacerdozio), mettiti in mostra come un campione del popolo e guidali alla guerra (cfr. Matteo 4:6-9 e Apocalisse 13:2-4).
Gesù sapeva che Satana, ispirato dal proprio spirito egoistico e violento, propugnava la politica della popolarità ed è certo che un simile sistema avrebbe condotto allo spargimento di sangue e alla rovina. No! Egli avrebbe seguito la via di Dio e avrebbe fatto assegnamento solo sulle armi spirituali, per conquistare il cuore degli uomini; anche se sapeva che quel sentiero avrebbe fatto capo all’incomprensione, alla sofferenza e alla morte, Gesù nel deserto scelse la croce e la scelse perché faceva parte del piano di Dio per la Sua vita.
Il Maestro non si sviò mai da quella scelta, sebbene fosse spesso tentato dall’esterno ad abbandonare la via della croce. Vedi, ad esempio, Matteo 16:22.
Gesù evitò scrupolosamente di confondersi con la situazione politica contemporanea. A volte proibiva a coloro che erano stati da Lui guariti di spandere la Sua fama, affinché il Suo ministerio non fosse mal compreso e non fosse scambiato per un tentativo di sollevare il popolo contro Roma. In Matteo 12:15,16 e Luca 23:5 il Suo successo Gli fu rivolto contro come un’accusa. Egli rifiutò deliberatamente di capeggiare un movimento popolare (Giovanni 6:15) e proibì la pubblica proclamazione della Sua messianicità e la testimonianza della Sua trasfigurazione, affinché non venissero sollevate false speranze fra il popolo (Matteo 16:20; Matteo 17:9). Con grande sapienza, sfuggì ad una trappola abilmente tesaGli per screditarLo davanti al popolo come «non patriottico», o per farLo trovare in difficoltà con il governo romano (Matteo 22:15-21). In tutto questo, il Signor Gesù adempì la profezia di Isaia che l’Unto di Dio avrebbe proclamato la verità divina e non sarebbe stato un violento agitatore, cioè un uomo che solleva il popolo a Suo favore (Matteo 12:16-21), come erano stati alcuni dei falsi messia che Lo avevano preceduto (Giovanni 10:8; Atti 5:36; Atti 21:38). Egli non perseguì fini terreni, ma solo fini spirituali, tanto che Pilato, il rappresentante di Roma, poteva testimoniare: «Io non trovo colpa alcuna in quest’uomo» (Luca 23:4).
Abbiamo visto che Gesù cominciò il Suo ministerio fra un popolo che aveva una giusta speranza nel Messia, ma una errata concezione della Sua Persona e dell’opera Sua. Essendo consapevole di ciò, Gesù dapprima non si proclamò pubblicamente Messia (Matteo 16:20), perché sapeva che questo sarebbe stato un segnale di ribellione contro Roma. Egli parlava, piuttosto, del regno descrivendo le sue norme e la sua natura spirituale, per suscitare nel popolo la brama di un regno spirituale che lo avrebbe, a sua volta, condotto a desiderare un Messia spirituale. I Suoi sforzi in questo senso non furono assolutamente privi di risultati, perché Giovanni, l’Apostolo, ci dice (Giovanni 1) che fin dal principio vi fu un gruppo di persone che Lo riconobbe come il Cristo; inoltre, di tanto in tanto, si rivelò ad individui che erano spiritualmente pronti (Giovanni 4:25,26; Giovanni 9:35-37).
Ma la nazione, nel suo insieme, non vedeva relazione tra il ministerio spirituale di Gesù e il concetto ch’essa aveva del Messia. Era pronta ad ammettere che Egli era un grande dottore, un potente predicatore e perfino un profeta (Matteo 16:13,14), ma non quel capo militare e politico che doveva essere, secondo il suo concetto, il Messia. Non possiamo biasimare il popolo d’Israele per questa idea che s’era fatta della persona e dell’opera del Messia, perché Dio aveva veramente promesso di instaurare un regno terreno (Zaccaria 14:9-21; Amos 9:11-15; Geremia 22:5); solo che prima di questo doveva verificarsi una purificazione morale ed una rigenerazione spirituale della nazione (Ezechiele 36:25-27; cfr. Giovanni 3:1-3). Tanto Giovanni Battista che Gesù avevano fatto capire chiaramente che la nazione, nella condizione in cui si trovava, non poteva entrare nel regno, perciò esortavano: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino». Ma, mentre le parole «regno dei cieli» commuovevano profondamente il popolo, la parola «ravvedetevi» faceva poca impressione: sia i capi (Matteo 21:31,32), sia il popolo (Luca 13:1-3; Luca 19:41-44) rifiutarono di ottemperare alle condizioni del regno e conseguentemente perdettero il privilegio del regno stesso (Matteo 21:43).
Iddio, nella Sua onniscienza, aveva antiveduto il fallimento di Israele (Isaia 6:9,10; Isaia 53:1; Giovanni 12:37-40) e, nella Sua onnipotenza, aveva fatto sì che questo fallimento servisse alla realizzazione di un piano tenuto segreto fino a quel momento. Il piano era il seguente: la reiezione di Israele avrebbe offerto a Dio l’opportunità di scegliere un popolo fra i Gentili (Romani 11:11; Atti 15:13,14; Romani 9:25,26) che, con i credenti Giudei, avrebbe costituito un organismo conosciuto come la Chiesa (Efesini 3:4-6). Gesù stesso lasciò intravedere questo periodo (l’Era della Chiesa), che doveva inserirsi fra il Suo primo e il Suo secondo avvento, e chiamava queste rivelazioni «misteri», perché esse non erano rivelate ai veggenti dell’Antico Testamento (Matteo 13:11-17). Un giorno la fede incrollabile di un centurione Gentile, che contrastava nettamente con la mancanza di fede di molti Israeliti, richiamò alla Sua mente ispirata lo spettacolo dei Gentili che, provenienti da ogni nazione, entravano nel Regno respinto (Matteo 8:10-12) da Israele.
La crisi antiveduta nel deserto venne e Gesù si preparò a fornire delle tristi notizie ai Suoi discepoli. Con tatto, Egli cominciò a fortificare la loro fede: prima, attraverso la testimonianza della Sua messianicità, ispirata dal cielo a Simon Pietro; poi, con la predizione di un avvenimento straordinario (Matteo 16:18,19) che può essere parafrasata così: «La congregazione di Israele (o «chiesa», Atti 7:38) mi ha respinto come Messia e i loro capi scomunicheranno Me che sono la pietra angolare della nazione (Matteo 21:42). Ma il piano di Dio non fallirà per questo, perché Io stabilirò un’altra congregazione («chiesa»), composta di uomini come te, Pietro (I Pietro 2:4-9), che credi nella mia divinità e nella mia messianicità. Tu sarai un conduttore ed un ministro di questa congregazione, avrai il privilegio di aprire le sue porte con la chiave della verità evangelica e tu ed i tuoi fratelli l’amministrerete».
Poi Cristo fece un annuncio che i Suoi discepoli non compresero appieno se non dopo la Sua resurrezione (Luca 24:25-48), l’annuncio cioè, che la croce rientrava nel programma di Dio per il Messia: «Da quell’ora Gesù cominciò a dichiarare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrir molte cose dagli anziani, dai capi sacerdoti e dagli scribi, ed esser ucciso, e risuscitare il terzo giorno» (Matteo 16:21).
A suo tempo la profezia si adempì. E quando Gesù sarebbe potuto sfuggire alla morte negando la Sua divinità, quando avrebbe potuto essere rilasciato se avesse negato di essere re, Egli persistette nella Sua testimonianza e morì su di una croce che recava l’iscrizione: «QUESTO È IL RE DEI GIUDEI».
Ma il Messia sofferente (Isaia 53:7-9) risuscitò dai morti (Isaia 53:10,11) e, come Daniele aveva antiveduto, ascese alla destra di Dio (Daniele 7:14; Matteo 28:18), da dove deve venire a giudicare i vivi e i morti.
Ora che abbiamo esaminato l’insegnamento dell’Antico e del Nuovo Testamento, siamo in condizione di definire il significato del titolo «Messia»: il Messia è Colui che Dio ha autorizzato a salvare Israele e le nazioni dal peccato e dalla morte, ed a regnare sopra loro come il Signore e il Maestro della loro vita. I Giudei riconoscono che queste affermazioni implicano la Deità, ma sono per essi « una pietra d’inciampo ».
Claude Montefiore, un noto studioso giudeo, disse: «Se potessi credere che Gesù era Dio, Egli sarebbe, per conseguenza naturale, il mio Maestro. Perché il mio Maestro, il Maestro dei Giudei moderni è, e può essere, solo Dio».

1. Note sull’Autore:
Myer Pearlman, ebreo, nacque a Edimburgo il 19 dicembre 1898. Istruito in una Scuola Ebraica nutrì una profonda avversione per il Cristianesimo, finché, emigrato negli Stati Uniti, cominciò ad essere attratto dalla persona di Cristo. Una sera, passando davanti a una Missione cristiana, e udendo la comunità cantare con gioia si sentì spinto ad entrare. In quell’occasione accettò il Signore Gesù Cristo come il Messia promesso e come suo personale Salvatore e Signore. Ecco come ci descrive la sua conversione: « Non ero emozionato, né mi attendevo che dovesse accadere qualcosa, non stavo pregando, ma, mentre ero lì in piedi, sentii una particolare potenza cadere su me in modo indescrivibile, che mi riempì di gioia. Non vidi nessuno, né udii nessuna voce, ma questa esperienza rivoluzionò la mia vita! Il mio viaggio verso il santuario ignoto era concluso. Avevo trovato la realtà del Cristo. Qualche giorno appresso, non appena m’inginocchiai, mi accorsi con somma meraviglia che stavo pronunziando parole sconosciute (Pearlman conosceva l’ebraico, il greco, lo spagnolo, il francese e l’italiano). Quest’esperienza [il battesimo dello Spirito Santo] mi elevò in una sfera più alta e mi diede il senso dell’intimità con Dio

OGGI SARAI CON ME – Lc 23,35-43:

http://www.patriarcatovenezia.it/s2ewdiocesivenezia/s2magazine/AllegatiTools/671/Oggi%20sarai%20con%20me.doc.

OGGI SARAI CON ME

(libero adattamento di appunti presi durante gli esercizi spirituali diocesani
predicati da don Romano Martinelli)

Leggiamo e meditiamo insieme il brano di Lc 23,35-43:

[35]Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: « Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto ». [36]Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: [37]« Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso ». [38]C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.
[39]Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: « Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi! ». [40]Ma l’altro lo rimproverava: « Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? [41]Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male ». [42]E aggiunse: « Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno ». [43]Gli rispose: « In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso ».
Siamo nel contesto della passione, Gesù è già stato inchiodato, e rispondendo alla supplica di colui che era stato crocifisso alla sua destra, dice una delle sue ultime parole. Con questa rivelazione Luca mette in cattedra una figura anonima, il cosiddetto « buon ladrone ». È uno dei passi più alti del suo vangelo: non è un frammento simpatico, devozionale; qui siamo davanti ad un vertice. È un po’ come una finestra, piccola se volete, ma ci si affaccia sul mondo di Dio.
Lo ha capito bene la piccola Teresa di Lisieux, la quale, alla luce di questa rivelazione, intuisce che la sua vita non può che diventare un sedersi alla mensa dei peccatori.
Che cosa capita sotto la croce? don Bruno Maggioni lo chiamerebbe « lo spettacolo » della croce. Dove c’è la stessa radice della parola « specchio », non lo « spettacolo » televisivo, ma quello specchio che rivela la nostra identità: la Parola dice chi siamo.
Gesù è in relazione con il Padre, davanti a lui prega per i nemici, li accoglie. Sotto la croce ci sono tutti i suoi nemici.
Ci sono quelli che non capiscono: scherno, derisione, insulto. I capi, i militari, il bandito di sinistra vedono in quest’uomo il fallimento estremo: « Tu sei un fallito ». È quanto dice la maggior parte della gente anche oggi nel mondo: il Crocifisso non salva nessuno, non può essere una via di salvezza! Tutti voi siete degli ingenui. Cercare un’altra salvezza è la grande tentazione di sempre.
E poi ce n’è uno che capisce, anche se non è nella condizione di capire, di sperare, di aprirsi al futuro. È il cosiddetto « buon ladrone »: un farabutto che poi diventa « buono » perché è giustificato. È uno che di per sé non sarebbe « salvabile ».
Ecco come si comporta: dice « Io ho sbagliato ed è giusto che paghi. Lui è innocente, è il Cristo ». E, rivolto a Gesù, lo prega: « Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno ». Ad uno agonizzante come lui dice: « Tu puoi ricordarti di me, io riconosco in te uno a cui posso affidarmi ». Ma aggiunge: « Tu sei re, ricordati di me, nel tuo regno ». Non solo « sei vivo », ma « sei re ».
Qual è la differenza tra i due ladroni?
Il primo non riesce a riconoscere questa regalità in chi è in una situazione simile e addirittura peggiore della sua. Pensa che sia un imbroglione, un sedicente « messia » che, innocente, non è in grado di salvarsi. Invece il secondo, nella stessa condizione infame, vede in Gesù, nel suo volto e nel suo corpo dissanguato, la salvezza. E quindi confessa e invoca.
Gesù risponde: « In verità ti dico: oggi tu sarai con me in paradiso ».
Certo è commovente vedere come riagguanta il « farabutto ». Guigo il Certosino, amico di san Bernardo, ha questa bella espressione: « Il Salvatore ha inseguito quell’uomo per tutta la vita, scappava sempre. Ad un certo punto l’ha aspettato dove non poteva più scappare, quando era crocifisso; ma allora si è fatto crocifiggere anche lui, per poterlo rapire almeno nell’ultimo istante! ». E Giovanni Crisostomo dice: « Ladro perfino sulla croce! Ha rubato il paradiso all’ultimo momento ».
Gesù dice: Io salvo quando muoio! Lo dice con un impegno solenne, con tutta la sua autorevolezza: « In verità, ti dico ».
Sono la tua salvezza ‘oggi’, non in futuro. Non solo ascolto il tuo gemito, la tua domanda, ma la supero in abbondanza: « Tu sarai con me in paradiso »! Cioè ti salvo non come pensi tu, in maniera confusa, ma come voglio io, in modo pieno, definitivo, fantasioso, straordinario… la salvezza secondo Dio, non secondo l’uomo. Per questo non ci basta dire che il Vangelo « umanizza », che dobbiamo lottare per la giustizia, per la pace…, ma noi diciamo che il Vangelo « divinizza », che è il superamento in eccesso delle nostre attese. La risposta del Salvatore non è solo un ascolto del gemito, ma una assoluta novità.
L’affermazione di Gesù nasconde uno scandalo, perché secondo la mentalità ebraica del tempo era già abbastanza strano che nella comunità dei salvati entrasse un tipo così losco. Anzi, era mostruoso. Ma Gesù dice: Tu immediatamente sarai con me. Sei il primo. Questo è inaccettabile, inimmaginabile!
Ancora più scandaloso è che questa sia la forza della regalità schernita, che questa vittoria venga da un moribondo sul patibolo, non diverso dagli altri.
Questo si percepisce solo nella fede, nell’atteggiamento ormai da credente del centurione, il quale guardando alla croce e vedendo quest’uomo morire così, dice: « Questo è il Figlio di Dio! ».
Secondo un grande esegeta, il gesuita Grelòt, l’espressione di Gesù « con me » significa condivisione di vita, comunanza di destino. Il « ladrone » giustificato, il discepolo, è chiamato a partecipare del colloquio amoroso tra Gesù e il Padre che continua sulla croce, della vita del Padre, della misericordia che Gesù ha in sé.
Ora Gesù dice: non solo contemplate questo spettacolo della misericordia, ma io vi precedo perché anche voi possiate vivere così.

Spunti di riflessione
- Il mistero del ladrone ci spinge ad avere fiducia che anche noi possiamo vivere secondo questa logica di dolcezza, di umiltà, di dono, di bontà tenace. Nell’ascolto della sua Parola, Gesù ci dona di vivere, nelle fratture della storia, con lui e in lui di quest’amore che sgorga da un patibolo e dilaga.
- Riconoscersi vivi per misericordia. Siamo chiamati a scoprire per fede che la misericordia, il chinarsi di Dio, è ciò che ci ha fatto e ci fa vivere, tutti. Se, ad esempio, io spero ancora quando un figlio si allontana e rischia di perdere persino la sua umanità…, è perché so che l’ultima parola, come la prima, su ciascuno di noi è la misericordia. Dio sa trasformare in figli di Abramo anche le pietre e trasforma l’ultimo dei malfattori nel primo dei salvati.
Per un verso questo mistero ci respinge e ci scandalizza: « Non è giusto. Non vale la pena essere buoni, se Dio tratta tutti alla stessa maniera ». Se nel mondo prosperano i furbi, gli egoisti, i mafiosi, i cinici, gli arroganti, i violenti è perché Dio non scende dalla croce, è perché ha pazienza. Se Dio è in mezzo a noi come uno che sembra assente o incapace, è perché è misericordioso e mite. Se Dio fa la figura di chi non sa farsi valere, fino a sembrare inetto, è perché è paziente e misericordioso.
Per un altro verso, se siamo discepoli, cristiani, è perché l’amore, trasfigurandoci, ci rende inevitabilmente segni della sua misericordia.

 

ATTI 6,1-7 – COMMENTO BIBLICO

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ATTI 6,1-7 – COMMENTO BIBLICO

1 In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. 2 Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. 3 Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico.
4 Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola». 5 Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. 6 Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
7 Intanto la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme; anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede.

COMMENTO
Atti 6,1-7
I sette «diaconi»

Nella prima parte degli Atti (1,15- 8,4) si narra la prima espansione del cristianesimo in Gerusalemme. Essa termina con il racconto delle vicende che hanno come protagonista Stefano, la cui morte violenta darà l’avvio all’annunzio del vangelo al di fuori della città santa. Il racconto si apre con l’elezione di sette uomini deputati al servizio delle mense (At 6,1-7). Uno di costoro, Stefano, si dà alla predicazione e viene arrestato dal sinedrio (6,8-15). In questa occasione egli pronunzia un duro discorso di condanna nei confronti dei suoi accusatori (7,1-53) e alla fine del quale viene lapidato (7,54-60). La liturgia propone qui il racconto della nomina dei sette incaricati. L’autore descrive anzitutto la situazione (v. 1), indica poi la presa di posizione dei Dodici (vv. 2-4) e infine rende nota la decisione della comunità (vv. 5-7).

La situazione (v. 1)
Il nuovo racconto si apre con la descrizione di una situazione nuova che si era verificata nella comunità di Gerusalemme: «In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana.» (v. 1). L’episodio viene situato nel tempo mediante una formula temporale piuttosto vaga: «In quei giorni» (cfr. 1,15). Compare qui per la prima volta il termine «discepoli», usato poi una trentina di volte nel corso del libro per indicare coloro che aderiscono al movimento di Gesù. Il numero dei discepoli continua ad aumentare, ma la vita della comunità è minacciata da una grave tensione fra due gruppi che si sono formati al suo interno.
Il primo di questi gruppi viene designato con l’appellativo di «ellenisti» (hellênistai). Questo termine riappare in At 9,29 dove designa un gruppo di giudei residenti a Gerusalemme, senza dubbio gli stessi che frequentavano «la sinagoga detta dei “liberti” comprendente anche i cirenei, gli alessandrini e altri della Cilicia e dell’Asia» (cfr. 6,9): si tratta dunque di giudei originari di questi paesi, i quali nelle loro sinagoghe leggevano la Scrittura nella loro lingua nativa, il greco, secondo la versione detta dei Settanta. Proprio da questo ambiente provenivano coloro che erano presenti in occasione della pentecoste (cfr. 2,5). Aderendo alla comunità dei discepoli di Gesù costoro avevano formato un gruppo a sé. Il secondo gruppo è quello degli «ebrei» (hebraioi): in contrasto con gli ellenisti, costoro non possono essere che i primi seguaci di Gesù, i quali erano sempre vissuti in Palestina, leggevano la Scrittura in ebraico e parlavano questa lingua (in realtà si trattava piuttosto dell’aramaico, che aveva sostituito l’ebraico come lingua parlata).
Il contrasto tra questi due gruppi viene alla luce nel campo della «assistenza (diakonia) quotidiana» che veniva prestata alle vedove (chêrai). L’assistenza a queste persone diseredate faceva parte del programma della comunità, che si era posta l’obiettivo della condivisione dei beni (At 4,32.34). È probabile che le vedove fossero più numerose fra coloro che erano venuti dai paesi della diaspora per trascorrere gli ultimi anni della loro vita a Gerusalemme: forse proprio per la loro origine straniera esse ricevevano meno attenzione delle altre. Di conseguenza gli ellenisti protestano perché ritengono che le vedove del loro gruppo siano trascurate.

Le direttive degli apostoli (vv. 2-4)
I Dodici vengono a conoscenza dello scontento che serpeggia nella comunità e lo affrontano apertamente: «Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense» (v. 2). Queste parole lasciano intendere che indirettamente la critica riguardasse proprio loro, in quanto amministratori dei beni che venivano messi in comune (cfr. 4,35). Essi perciò dichiarano che non ritengono giusto dedicarsi al servizio delle mense, con il rischio di trascurare la parola di Dio. Il «servizio delle mense» (diakonein trapezais) era un incarico religioso importante nelle confraternite farisaiche, essene o battiste; esso consisteva sia nell’organizzazione delle agapi fraterne sia nell’equa distribuzione del cibo ai poveri.
Per risolvere il problema alla radice i Dodici propongono una divisione dei compiti. A tal fine incaricano la comunità di scegliere sette uomini di buona reputazione, «pieni di Spirito e di saggezza», ai quali affidare il servizio delle mense (v. 3). Il loro ragionamento si ispira a quello di Mosè il quale, di fronte alla crescita del popolo, chiede di essere coadiuvato nel compito di giudice dai capi (Dt 1,9-18). Si noti che proprio la saggezza aveva abilitato Giuseppe a svolgere una funzione amministrativa di importanza vitale nel paese d’Egitto (Gn 41,33.39); la stessa virtù doveva qualificare i capi delle tribù designati da Mosè come giudici (Dt 1,15). I Dodici esprimono l’intenzione di riservare a sé la preghiera (proseuchê) e il «servizio della parola» (diakonia tou logou) (v. 4), cioè il ruolo di «testimoni» della risurrezione di Cristo (cfr. 1,22).

La decisione comunitaria (vv. 5-6)
L’assemblea accoglie la proposta dei Dodici e procede all’elezione del gruppo dei Sette: «Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas e Nicola, un proselito di Antiochia» (v. 5). Stranamente tutti i prescelti portano un nome greco: si ritiene quindi che appartenessero al gruppo degli ellenisti. Nella lista dei «Sette», il primo e l’ultimo meritano una menzione particolare: Stefano, «uomo pieno di fede e di Spirito santo», cioè un uomo eccezionale dal punto di vista della fede e del vigore missionario di cui si parlerà subito dopo. Nicola invece è presentato come un «proselite», cioè un gentile che si era convertito al giudaismo prima di abbracciare la fede cristiana. Questi inoltre è originario di Antiochia, una città ellenistica, che avrà un posto molto importante nel seguito del racconto, perché lì si formerà una comunità aperta ai gentili (cfr. 11,19).
L’investitura dei Sette si svolge in un clima liturgico, con la preghiera e l’imposizione delle mani (v. 6): nel testo greco non è chiaro se questo rito sia compiuto dagli apostoli o da tutta la comunità. Luca non fornisce nessuna spiegazione sul significato specifico di tale gesto, ma sembra evidente che si tratti di una benedizione e di un conferimento di autorità per compiere il loro ruolo specifico.
Al termine del brano appare di nuovo il ritornello della crescita, che accosta la diffusione della parola di Dio all’incremento numerico dei membri della chiesa (v. 7). Luca riprende qui la stessa espressione del v. 1, lasciando intendere che la felice soluzione di una crisi interna apre la strada a un nuovo progresso nell’evangelizzazione. Viene detto inoltre che fra i convertiti figurano molti «sacerdoti» (hiereis), cioè esponenti del sacerdozio giudaico. Luca non spiega il motivo di questo fatto, ma la logica del racconto lascia supporre che queste conversioni abbiano il loro peso nel conflitto che scoppierà subito dopo.

Linee interpretative
Il racconto di Luca non appare del tutto verosimile. Anzitutto è strano che i nomi dei prescelti siano tutti greci. Si può certo supporre che per un eccesso di buona volontà sia stato affidato proprio agli ellenisti il compito di provvedere a tutte le vedove, per evitare alla radice il pericolo che essi si sentissero discriminati. Ma è più probabile che questo dettaglio sia un indizio che in realtà i Sette esistevano già prima come gruppo a sé stante e svolgevano un ruolo direttivo nell’ala ellenista della comunità. Ciò sembra trovare conferma nel fatto che certe comunità della diaspora giudaica erano rette da sette «giudici». Di fatti almeno due di essi, Stefano e Filippo, si dedicheranno subito dopo non al servizio delle mense ma alla predicazione. Infine è strano che la persecuzione scoppiata dopo la morte di Stefano colpisca solo gli ellenisti, i quali devono lasciare Gerusalemme, mentre gli apostoli, e presumibilmente il loro gruppo (gli «ebrei»), vi restano indisturbati (cfr. 8,1).
Si può dunque supporre che in realtà molto presto si fosse verificata nella comunità di Gerusalemme, composta quasi esclusivamente di giudeo-cristiani, una scissione tra coloro che parlavano aramaico, i quali erano guidati dai Dodici, e quelli di lingua greca rappresentati dai Sette. La ragione remota di questa separazione era certamente di origine linguistica. Si può anche supporre che, come apparirà nel discorso di Stefano, gli ellenisti abbiano preso una posizione critica nei confronti del tempio di Gerusalemme e della legge mosaica (cfr. 6,13-14; 7,48-53), mentre gli apostoli e il loro gruppo erano fedeli osservanti della legge e partecipavano al culto del tempio (cfr. 2,46). O forse gli ellenisti erano più audaci nel proclamare l’imminente ritorno di Gesù e l’instaurazione del regno di Dio.
Il trattamento riservate alle vedove potrebbe essere stato quindi semplicemente l’occasione che ha fatto esplodere il dissidio, ma questo aveva ragioni più remote. Ai fini di presentare in modo armonico lo sviluppo della chiesa primitiva, Luca nasconde di proposito la rottura che si era già prima verificata all’interno della comunità. Anzi, pur non chiamando mai i Sette con il nome tecnico di «diaconi», li presenta come i primi incaricati di un ministero, quello del diaconato, che si svilupperà nelle comunità paoline alla fine del I secolo (cfr. 1Tm 3,8-13). Facendoli diventare diaconi prima del tempo, egli ha voluto far capire che anche i dissidenti non hanno rotto il legame di comunione con il resto della comunità, la quale invece li ha accolti come fratelli. Ciò è importante per lui perché saranno proprio loro i primi missionari che porteranno il vangelo ai gentili (cfr. 8,4; 11,20).
La vicenda degli ellenisti, così come è stata raccontata da Luca, può essere letta come esempio delle modalità con cui una comunità deve superare il rischio della scissione, che minaccia ogni gruppo umano, anche e soprattutto quello che appare più unito intorno ad una “verità” ritenuta assoluta e indiscutibile. Il fatto che i dissidenti non vengano espulsi ma ricevano un incarico di responsabilità nella comunità stessa mostra che i diversi punti di vista devono essere considerati non come occasione di divisione, ma piuttosto come espressione di una ricchezza che dà origine a compiti e servizi diversi.

ATTI 2,14.22-33 COMMENTO

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ATTI 2,14.22-33 COMMENTO

Nel giorno di Pentecoste, 14 Pietro, levatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così:
22 « Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret — uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete — 23 dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso.
24 Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. 25 Dice infatti Davide a suo riguardo: « Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; poiché egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. 26 Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua; ed anche la mia carne riposerà nella speranza, 27 perché tu non abbandonerai l’anima mia negli inferi, né permetterai che il tuo Santo veda la corruzione. 28 Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza » .
29 Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi fra noi. 30 Poiché però era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul trono un suo discendente, 31 previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: « questi non fu abbandonato negli ìnferi, né la sua carne vide corruzione ».
32 Questo Gesù, Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. 33 Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire ».

COMMENTO
Atti 2,14.22-33
L’annunzio missionario di Pietro

La discesa dello Spirito santo sui discepoli rappresenta la cornice in cui Luca situa il primo dei discorsi kerygmatici di Pietro (2,14-41; cfr. 3,12-26; 4,8-12; 5,29-32; 10,34-43). Sebbene sia rivolto primariamente a un pubblico giudaico, esso assume, esattamente come quello pronunziato da Gesù a Nazareth (Lc 4,16-19), il ruolo di discorso programmatico, in cui sono fissati per sempre i contenuti dell’annunzio cristiano. La Pentecoste appare così come l’occasione in cui i discepoli di Gesù escono allo scoperto e danno inizio all’evangelizzazione di Gerusalemme.
Nell’introduzione (vv. 14-21) Pietro esordisce riferendosi ai fatti che hanno provocato l’assembramento della folla. Egli smentisce che gli apostoli siano ubriachi e spiega che quanto è accaduto non è altro che l’attuazione di ciò che era stato detto dal profeta Gioele (Gl 3,1-5a), il quale aveva preannunziato per la fine del mondo una grandiosa effusione dello Spirito. È significativo il fatto che la citazione di Gioele arrivi fino al v. 5a, dove la salvezza è presentata in chiave universalistica, mentre nella seconda parte del versetto viene limitata ai superstiti del popolo di Israele; inoltre si afferma che, per ottenerla, è necessario «invocare il nome del Signore». E di fatti al termine del discorso Pietro affermerà che la salvezza è offerta anche ai lontani e si ottiene mediante il battesimo nel nome di Gesù Cristo, il quale prenderà così il ruolo che in Gl 3,5a spetta al «Signore» (cfr. At 2,38-39).
Dopo questa introduzione, tralasciata nel testo liturgico, l’apostolo sviluppa cinque punti fondamentali del kerygma: vita terrena di Gesù (v. 22), la sua morte e risurrezione (vv. 23-24), argomentazione scritturistica (vv. 25-31), testimonianza apostolica (v. 32), esaltazione di Gesù (33-36).

Vita terrena di Gesù (v. 22)
Pietro inizia il corpo del discorso con un breve accenno all’esperienza storica di Gesù. A questo proposito egli ricorda solo le opere straordinarie che l’hanno caratterizzata. Queste vengono designate col termine «miracoli» (dynameis, potenze), spesso usato nei vangeli (cfr. Mc 6,2.5.14; Mt 7,22; 11,20-23; 13,54.58; 14,2) e con il binomio «prodigi (terata) e segni (sêmeia)». Questo binomio si trova nei vangeli solo in Gv 4,48 e in Mt 24,24; Mc 13,22: in questi ultimi due testi però si tratta dei miracoli compiuti dai falsi cristi e dai falsi profeti prima della parusia. Negli Atti invece è usato spesso per indicare le opere straordinarie compiute dai primi predicatori cristiani (At 2,43; 4,30; 5,12; 6,8; 14,3; 15,12). È chiaro dunque che per Luca i miracoli compiuti da Gesù sono all’origine di quelli della prima comunità cristiana.
I miracoli di Gesù sono presentati da Pietro come opere compiute da Dio stesso, il quale se ne è servito per mostrare che egli era da lui «accreditato» (apodedeigmenon), cioè per presentarlo come suo rappresentante presso gli uomini. Pietro non insiste ulteriormente sull’attività di Gesù durante la sua vita terrena perché suppone che essa sia conosciuta dai suoi ascoltatori. Maggiori dettagli sono contenuti nel discorso a Cornelio (At 10,36-38) il quale, essendo un gentile e vivendo lontano da Gerusalemme, non era forse del tutto al corrente della vita e dell’opera di Gesù.

Morte e risurrezione di Gesù (vv. 23-24)
Pietro passa poi immediatamente al ricordo della morte di Gesù (v. 23). Egli la presenta come un crimine di cui sono responsabili i suoi stessi ascoltatori, i quali lo hanno compiuto con la collaborazione di uomini empi, cioè dei romani. Si noti che Pietro non vuole addossare la responsabilità della morte di Gesù a tutti i giudei, ma solo agli abitanti di Gerusalemme, ai quali è rivolto il discorso (cfr. v. 14). L’apostolo sottolinea che la morte di Gesù non è stata qualcosa di imprevisto, ma è avvenuta in base ad un progetto prestabilito da Dio. Le ragioni di questa affermazione non sono indicate, ma il participio «consegnato» (ékdoton), con cui viene fatta allusione al tradimento di Giuda, sembra riferirsi a Is 53,12 e più generalmente ai carmi del Servo di JHWH. Alla luce di questi testi appare chiaro che Dio stesso ha voluto la morte di Gesù per esprimere l’amore infinito che lo spingeva a salvare uomini violenti e peccatori. Il fatto di essere stati inconsciamente strumenti del piano di Dio non esclude però la piena responsabilità degli abitanti di Gerusalemme.
Senza soffermarsi ulteriormente sulla morte di Gesù, Pietro passa immediatamente all’annunzio della sua risurrezione (v. 24). Egli si limita ad enunciare il fatto, spiegandolo con l’espressione «sciogliendolo dai dolori della morte». Questa espressione è presa dal Sal 18,6 dove il salmista esalta Dio poiché lo ha liberato «dai lacci dello Sheol», cioè dai pericolo di morte a cui era sottoposto; nei LXX si parla invece di «dolori dell’Ade». Ispirandosi a questa versione, Pietro legge nel salmo la liberazione non da un semplice pericolo di morte, ma da una morte già avvenuta. Egli prosegue affermando che «non era possibile» (ouch ên dynaton) che la morte tenesse Gesù in suo potere: Dio aveva infatti deciso in partenza che le cose andassero diversamente. Secondo la mentalità dei giudei, ai quali l’apostolo si rivolge, nulla ha valore salvifico se non è stato già voluto e preannunziato da Dio nelle sacre Scritture. Perciò Pietro, dopo aver fatto allusione al piano divino, passa a darne una più dettagliata illustrazione.

Argomentazione scritturistica (vv. 25-31)
Pietro interpreta la risurrezione di Gesù alla luce del Sal 16,8-11 (vv. 25-28). In esso il salmista, in un momento di grande pericolo, si dichiara sicuro che Dio non lo lascerà andare nel sepolcro e non gli lascerà vedere la fossa. Si tratta dunque della fiducia di sfuggire con l’aiuto di Dio un pericolo mortale. Ma la traduzione dei LXX sostituisce nei vv. 9-10 il termine «sicurezza» con «speranza», «sepolcro» con «Ade» e «fossa» con «corruzione», dando così l’impressione che il salmista parli della propria liberazione da una morte già avvenuta. In tal modo il testo, che Pietro legge appunto nella traduzione greca, può venire facilmente usato per indicare la risurrezione di Gesù.
Alla citazione biblica Pietro fa seguire il suo commento (vv. 29-30). Davide, ritenuto autore del salmo, è morto e ha visto la corruzione, come risulta dal fatto che esiste ancora la sua tomba. Egli perciò non poteva parlare di se stesso, ma doveva riferirsi ad un altro. Ora, in forza della profezia di Natan (2Sam 7,12 citato nella forma di Sal 132,11-12), Dio aveva promesso con giuramento a Davide che un suo lontano discendente si sarebbe seduto sul suo trono. Da ciò egli conclude che la Scrittura aveva preannunziato la risurrezione del Cristo (v. 31), il messia discendente di Davide, che per Pietro è chiaramente Gesù. Pietro lo afferma rileggendo in chiave cristologica la finale del salmo appena citato (Sal 16,10): questi (Cristo) non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne (invece di «anima», per sottolineare la corporeità della risurrezione) «vide» (nuovamente al passato) la corruzione.
Questo modo di argomentare presuppone l’interpretazione messianica del Sal 16, che risulta solo in modo indiretto nella versione greca dei LXX e la convinzione che Gesù sia veramente il Cristo. Più che dare una vera prova biblica, Pietro rilegge il concetto di risurrezione in un testo che aveva originariamente un significato diverso, presentando così questo evento come il compimento del piano salvifico di Dio.

Testimonianza apostolica (v. 32)
Dopo aver dimostrato che la risurrezione di Gesù è stata preannunziata dalle Scritture, Pietro riprende l’affermazione iniziale (cfr. v. 24) e la convalida mediante la testimonianza sua e degli altri apostoli: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» (v. 32). Questa testimonianza diretta è il vero argomento in favore della risurrezione (cfr. Lc 24,48; At 1,8.22; 3,15; 5,32 ecc.). Gli apostoli annunziano ciò che hanno visto e sperimentato. Avendo provato che ciò corrisponde al piano divino delineato nell’AT, Pietro è ora sicuro che nessuno potrà negare o mettere in questione la sua testimonianza.

Esaltazione di Gesù (vv. 33-36)
L’annunzio della morte e risurrezione di Gesù lascia ora il posto alla proclamazione della sua gloria attuale: «Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire» (v. 33). In questo versetto si intrecciano alcune importanti allusioni all’AT. Il participio «innalzato» (hypsôtheis) si rifà a Is 52,13, dove si parla dell’esaltazione del Servo di JHWH dopo la sua esperienza di dolore e di morte; con l’accenno al dono dello Spirito Pietro si rifà al testo di Gl 3,1-2, già citato all’inizio del discorso. L’espressione «alla destra (têi dexiâi) di Dio» allude, nel contesto specifico, a due testi biblici. Il primo è il Sal 68,19, dove si dice: «Sei salito in alto conducendo prigionieri, hai ricevuto uomini in tributo: anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio»; il secondo è il Sal 118,16 dove, in riferimento all’azione meravigliosa di Dio, si dice: «La destra del Signore si è innalzata»; ma i LXX traducono: «La destra del Signore mi ha esaltato». Alla luce di questo testo è probabile che secondo Luca Pietro volesse affermare che Gesù è stato esaltato, non «alla destra» ma «dalla destra» di Dio, perché potesse dare lo Spirito a quelli che credevano in lui.
La glorificazione di Gesù viene infine convalidata con un’ulteriore citazione: «Disse il Signore al mio signore: siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi» (vv. 34-35 = Sal 110,1). In questo testo spesso utilizzato dai primi cristiani (cfr. per es. Mc 12,35-37 e par.), il salmista descrive l’intronizzazione del re di Giuda («il mio signore») come una partecipazione al potere regale di Dio («Signore» = JHWH), e vede in essa una garanzia di vittoria sui suoi nemici. Pietro applica questo brano alla glorificazione di Gesù, ricavandone una prova della sua sovranità universale e della vittoria sulle potenze avverse a Dio, prolungata nella storia mediante l’opera dei suoi discepoli. Il discorso termina con un invito a tutta la casa di Israele perché riconosca che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che essi hanno crocifisso (v. 36).

Linee interpretative
L’annunzio di Pietro prende le mosse dalla vita terrena di Gesù e dalla sua predicazione, mettendo però al primo posto l’evento della sua morte e risurrezione, convalidato quest’ultima dalla testimonianza degli apostoli e dalla prova scritturistica. La lunghezza del discorso e il contesto in cui è posto mostra chiaramente che Luca ha voluto presentarlo come la sintesi più completa della fede cristiana, come il messaggio che sta alla base dell’annunzio evangelico in tutte le generazioni e in tutti i popoli. La chiesa è legata per sempre non solo ai contenuti, ma anche alla forma di questo discorso. Essa è tenuta ad annunziare non un sistema filosofico o teologico, ma un insieme di eventi che hanno operato e ancora operano per la salvezza di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.
Nelle parole di Pietro la preoccupazioni fondamentale è quella di affermare la continuità della fede cristiana con l’esperienza storico-salvifica del popolo di Israele. I testi biblici che sono citati a questo scopo non hanno quel carattere probativo che Pietro attribuisce loro. Egli infatti non ha timore di rileggere un’idea, che sente in sintonia con tutto il messaggio dell’AT, in un testo particolare, attribuendogli un significato che originariamente non aveva. Questo procedimento era largamente diffuso nel mondo giudaico, per il quale la Bibbia era un testo vivo, che bisogna rileggere continuamente in funzione delle nuove situazioni in cui la comunità viene a trovarsi (midrash). Per i primi cristiani ciò risultava più facile in quanto la traduzione greca della Bibbia, detta dei Settanta (LXX), da essi comunemente utilizzata, rifletteva già una mentalità più evoluta e sensibile ai temi che costituivano il fondamento dell’annunzio evangelico. Per Luca il collegamento con le sue radici giudaiche è dunque essenziale per capire e annunziare il vangelo. L’esperienza di duemila anni ha dimostrato come la perdita di questo aggancio abbia portato a volte la teologia cristiana sulla via di grossi malintesi che ancora oggi pesano sulla comprensione e sull’annunzio del vangelo.
Il discorso programmatico di Pietro, così profondamente radicato nel mondo biblico-giudaico, è chiaramente rivolto a un pubblico giudaico. Ciò non è per nulla casuale. Luca infati vuole sottolineare che il vangelo, la buona notizia del regno, che scaturisce dall’esperienza religiosa di Israele, è rivolto in primo luogo a questo popolo che ha tutti i numeri per capirlo e accoglierlo. Ciò non valeva soltanto per la chiesa delle origini, ma è valido anche oggi. Il confronto con Israele, anche se non tutto questo popolo ha accettato Gesù come il messia promesso dai profeti, resta essenziale per la comprensione che la chiesa ha di se stessa e del proprio ruolo nel mondo. In altre parole una chiesa che non verifica continuamente il suo messaggio, pur nell’ottica di Cristo, sull’esperienza religiosa di Israele, deve dubitare fortemente della sua autenticità: per questo le Scritture di Israele sono anche le Scritture cristiane. Volente o nolente, la chiesa non può fare a meno di Israele, che resta nei secoli la pietra di paragone dell’esistenza cristiana e della sua fedeltà al rabbi di Nazareth, riconosciuto e proclamato come Messia dai suoi discepoli.

COMMENTO AD ATTI 2,42-27

http://www.arcidiocesibaribitonto.it/pubblicazioni/articoli-on-line/201c-erano-assidui-all2019insegnamento-degli-apostoli-alla-comunione-alla-frazione-del-pane-e-alla-preghiera201d-cfr-at-2-42-47

ARCIDIOCESI DI BITONTO BARI – COMMENTO

“ ERANO ASSIDUI ALL’INSEGNAMENTO DEGLI APOSTOLI, ALLA COMUNIONE, ALLA FRAZIONE DEL PANE E ALLA PREGHIERA” (CFR AT 2,42-47)

Nella celebrazione della prossima Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio 2011) la nostra Chiesa locale è invitata, come ogni anno alla stessa data, a vivere in maniera tutta particolare la comunione di fede e di carità con i fratelli delle chiese ortodosse e delle comunità protestanti, presenti nel mondo intero ed, in particolare, nel territorio barese.
Lo farà, ascoltando l’insegnamento degli Apostoli, contenuto in Atti 2,42-47. Questo brano contiene uno dei tanti “sommari”, o sintesi, in cui viene descritta da Luca la vita della Chiesa primitiva (Cfr Atti 1,14; 2,1; 4,4;4,32-34;5,12-16;6,7;9,31;11,21;12,24); sommari che fondano la ecclesiologia di comunione.
Nella pericope di Atti 42-47 infatti Luca conclude il capitolo 2, narrando la discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, che le fa da contesto. L’evangelista commenta che, fortificati dalla potenza dello Spirito Santo (Cfr Atti 2,1-13), i discepoli del Signore stavano sempre insieme (cfr Atti 1,4.14), soprattutto nella preghiera e prima e dopo la discesa dello Spirito. Dono di tale straordinario evento fu la loro unità come non si stancheranno di ricordare ed esortare gli Apostoli (Cfr Ebr 10,23). Un primo elemento di questa fraternità sarà l’ascolto della Parola di Dio che li esorterà ad essere “assidui” alla “dottrina degli Apostoli”, all’insegnamento cioè affidato ad essi dal Signore. In tal modo la comunità cristiana diventerà anima di speranza per un mondo nuovo. Gli altri due elementi di comunione vengono indicati da Luca come lo “spezzare il pane” e la preghiera. Lo “spezzare il pane”, che in Atti 20,7 avviene di Domenica, diverrà la espressione ‘tecnica’, anche se poi perdutasi nel tempo, per indicare la celebrazione della Cena del Signore. Lo aveva insegnato il Signore stesso, restando a cena con i due discepoli di Emmaus (Cfr Lc 24,35). Questo gesto, che secondo gli usi ebraici, spettava al capo famiglia, aveva un valore altamente simbolico. Indicava l’unità, significata dal pane unico, moltiplicato per così dire nei partecipanti, i quali, ricevendone un pezzo dalle mani del padre e mangiandone, erano costituiti più fortemente in unità.
L’altro elemento di coesione sarà la preghiera in comune. Con questo termine generico, che proviene dal linguaggio cultuale del Vecchio Testamento, si intendeva e la vita di preghiera, intensa e prolungata della comunità, e la preghiera ‘tipica’ dei salmi e, in special modo il “Padre Nostro”, ossia la preghiera “eucaristica”.
Con questi 3 elementi, l’insegnamento degli apostoli, lo spezzare il pane e la preghiera del “Padre Nostro” vengono indicati i momenti essenziali della celebrazione eucaristica, memoriale del Signore Risorto: la Liturgia della Parola, la Prece eucaristica e la comunione, che saranno fissate per sempre dalla Tradizione delle Chiese fino ad oggi (Cfr Tommaso Federici, Cristo Risorto Amato e Celebrato. Vol. I. Eparchia di Piana degli Albanesi, Palermo 2001, pp.419-423).
Ma l’Eucarestia è oggi fra le comunità cristiane segno di unità? Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), trattando del “L’Eucarestia e l’unità dei cristiani” (n°1398), ricorda che purtroppo le numerose e gravi divisioni esistenti fra i cristiani impediscono la partecipazione comune alla mensa del Signore. In particolare le Chiese orientali, pur conservando e celebrando validamente tutti e singoli i sette sacramenti, in virtù della successione apostolica, tuttavia non sono in piena comunione visibile con la Chiesa Cattolica Romana. Per questo è possibile con loro una “certa” comunione eucaristica: presentandosi opportune circostanze e con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, non solo sarà possibile, ma anche consigliabile l’ospitalità eucaristica (Codice del Diritto Canonico, canone 844,3).
Con le Comunità cristiane, uscite dalla Riforma protestante, la intercomunione non è possibile, perché tali chiese mancano del sacramento dell’Ordine Sacro “e non hanno conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico” (Concilio Vaticano II, Decreto per l’Ecumenismo, n° 22).
Il Codice di Diritto Canonico elenca le condizioni necessarie perché i ministri cattolici possano amministrare il sacramento dell’Eucarestia (come del resto della Penitenza e dell’Unzione degli Infermi) ai cristiani non in piena comunione con la Chiesa romana (canone 844,4): la presenza di grave necessità, il giudizio del Vescovo Ordinario, la manifestazione della fede cattolica a riguardo dei sacramenti richiesti e le dovute disposizioni per accedervi.
“Quanto più dolorosamente si fanno sentire le divisioni della Chiesa che impediscono la comune partecipazione alla mensa del Signore, tanto più pressanti sono le preghiere al Signore perché ritornino i giorni della piena unità di tutti coloro che credono in lui” (CCC, n°1398).
Per questo, in occasione della Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani (18-25 gennaio 2011), anche quest’anno il Centro Editoriale Libri Paoline e il Centro pro Unione hanno stampato il sussidio “Uniti nell’insegnamento degli Apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera” (cfr Atti 2,42), contenente, una introduzione teologico-pastorale, il testo biblico e le letture bibliche con il commento per ogni giorno della Settimana.
L’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, con riferimento al testo pubblicato dalle Edizioni Paoline, da alcuni anni ha deciso di preparare un suo sussidio che contenga preghiere e proposte, più consone alla sua vocazione ecumenica di “ponte lanciato verso le chiese di Oriente”. Per questo il Centro Ecumenico della Basilica di S. Nicola “S. Manna” e l’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso, che insieme hanno curato la pubblicazione del volumetto “Erano assidui all’insegnamento degli apostoli, all’unione fraterna,alla frazione del pane e alla preghiera” ( Ediz. Levante Bari), sono lieti di offrirlo alle comunità parrocchiali, alle comunità religiose agli istituti secolari, alle arciconfraternite e alle associazioni laicali.

sac. Angelo Romita
Direttore dell’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso

GESU’ IN CAMMINO CON I DISCEPOLI DI EMMAUS – Lc.24,13-35 (Vangelo di oggi)

http://www.adonaj.net/old/parabole/gesu_in_cammino.htm

GESU’ IN CAMMINO CON I DISCEPOLI DI EMMAUS – Lc.24,13-35 (Vangelo di oggi)

Il racconto, strutturato come parabola, relativo all’apparizione di Gesù ai discepoli in cammino verso Emmaus, esercita sempre un certo fascino anche in chi non sa cogliere le sfumature del linguaggio del Vangelo.
Non scordiamo, per comprendere appieno il senso di questa parte del Vangelo di Luca, che Gesù profeta riunisce attorno a sé, con l’efficacia del suo insegnamento e dei suoi prodigi, un gruppo di uomini, per lo più pescatori, associandoli al suo ministero di uomo-Dio. Un progetto di uomo nuovo, alla maniera di Gesù Cristo, è proposto proprio a loro che lo seguono verso Gerusalemme.
Nel Vangelo di Luca, il viaggio storico di Gesù diventa il cammino ideale, la “strada dei discepoli”, che seguono il loro maestro. E rappresenta anche il cammino ideale per ogni credente, proprio perché chi segue Gesù è una persona che ha fatto una scelta radicale, ben ponderata.
Tuttavia, può accadere che nell’arco del cammino possono succedere fatti imprevisti o cose che ci lasciano perplessi, o che nascano dubbi e amarezze.
I due discepoli lasciano Gerusalemme tristi e delusi per poi ritornarvi commossi, entusiasti, felici e colmi di speranza. Tra l’andare e il tornare c’è di mezzo l’incontro con il pellegrino sconosciuto che sta all’origine del loro mutamento. Noi tutti conosciamo la vera identità del pellegrino, e questo sapere ci crea un clima di attesa e di partecipazione emotiva alla vicenda dei due discepoli.
Nel volgere di una settimana a Gerusalemme è avvenuto di tutto. Gesù è stato accolto in maniera trionfante, acclamato come un re; ha trasmesso il comandamento dell’amore; durante la cena per festeggiare la Pasqua ha rivelato il valore del servizio con la lavanda dei piedi, ha garantito la sua presenza reale spezzando il pane e versando il vino; è stato arrestato; ha sopportato tradimenti e rinnegamenti; processato, ingiuriato, torturato, condannato a morte, trafitto su una croce, sepolto…Tutto è finito: sogni, idee, bisogni, certezze, amicizie, progetti, speranze e illusioni tessuti pazientemente durante l’arco di tre anni di sequela fedele a attenta. Tutto è definitivamente sigillato e oscurato dietro la gran pietra rotolata contro l’ingresso del sepolcro scavato nella roccia. Tutta la struttura di quello stupefacente periodo vissuto accanto al Maestro è crollata con la sua crocifissione.
In quello stesso giorno, quello della scoperta della tomba vuota, la domenica della resurrezione, due discepoli delusi e tristi, si mettono in cammino verso Emmaus, un villaggio distante da Gerusalemme una decina di chilometri, conversando di tutto quello che era accaduto. La loro decisione è di abbandonare e scordare la vicenda di Gesù, per dirigersi verso il definitivo ritorno alla realtà precedente, al quotidiano di ogni giorno.
Se non conoscessimo l’esito della vicenda è facile intuire le reazioni con gli altri: “Fate come volete…pazienza, è stato bello, è stato un sogno…andiamo…peggio per voi…siete adulti e vaccinati…insomma, arrangiatevi!”
Ma qualcuno non pensa così. Mentre conversano e discutono insieme, Gesù in persona si affianca e cammina con loro facendosi compagno di quella strada. Tuttavia i loro occhi sono incapaci di riconoscerlo.
E’ a quel punto che Gesù prende l’iniziativa e chiede loro: “Che sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?”
Si fermano un istante, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli dice: “Tu solo sei cos’ forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi accaduto in questi giorni?” Domandò, Gesù: “Che cosa?” Di fronte ad uno così non verrebbe voglia di rispondergli: “Ma scusa, dove vivi? Da dove vieni? Dove hai la testa? A causa della ferita che è forte nell’animo, anzi è talmente bruciante che li rode dentro, e avvertono la sensazione di essere stati ingannati, tanto che avvertono la necessità di sfogarsi. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; nonostante tutto sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi di mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.
Mentre i discepoli parlano Gesù li ascolta facendo in modo che esprimano le proprie ansie, le proprie amarezze e angosce. L’iniziativa dell’incontro, dicevo, parte da Gesù. I discepoli non solo non fanno nulla perché l’incontro possa accadere, quasi accettano il viandante con indifferenza, a malincuore e frappongono l’ostacolo della delusione, della rinuncia a credere e a sperare. Gesù però dà rilievo alla libertà dei discepoli, che dapprima scoraggiata e rinunciataria, viene via via rigenerata e aperta alla speranza, alla fiducia nel disegno di Dio sulla storia dell’uomo.
E dice loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” E iniziando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno volge già al declino”. Entrò per restare con loro. Nel momento in cui fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora fu come se si aprisse un sipario, lo riconobbero. Ma Gesù sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc.24,13-22).
Cari fratelli e sorelle in questo racconto possiamo cogliere quattro esperienze umane fondamentali (come afferma l’autorevole cardinale Carlo Maria Martini): il cammino, l’ospitalità, la frazione del pane, l’apertura degli occhi.
Il cammino: l’esperienza dell’itineranza, dell’andare verso un luogo. Luca parla spesso di Gesù come “colui che fa cammino”, cioè è in cammino. Anche il particolare quando Gesù pone la domanda, i due si fermano e poi riprendono a camminare, rivela che è data molta importanza a questa esperienza sotto la quale può essere vista la storia di ogni uomo. La vita umana è un dinamismo, va avanti, è protesa verso una direzione e Dio viene incontro all’uomo per accompagnarlo e per camminare con lui.
L’ospitalità: l’accoglienza è un altro simbolo centrale e antichissimo dell’uomo che supera l’istintivo timore del viandante che bussa alla porta. Nel racconto è espressa con parole meravigliose e amorevoli: “Resta con noi”, dicono i due a Gesù, non andartene, vogliamo stare insieme. La loro diffidenza iniziale verso lo sconosciuto si scioglie lentamente sino a diventare fraternità: vieni a casa mia, tu che sei mio ospite. Come abbiamo potuto cogliere dalla “Storia del popolo ebraico”, l’ospitalità è uno dei pilastri del costume, è il modo di essere uomini veri: saper accogliere chiunque, a qualunque ora, in qualunque tempo, senza mai irritarsi, preparando subito tutto con gioia, è un preciso dovere tramandatoci dalla Bibbia. Ed è un simbolo che ci interpella, che interpella gli abitanti delle nostre città che, vivendo magari nello stesso condominio, con gli appartamenti sulle stesse scale, si ignorano per anni senza avvertire il bisogno di salutarsi, di frequentarsi, di conoscersi, di accogliersi.
La frazione del pane: il gesto ha una sua simbologia umana e storica: “Mentre si sedevano con lui, prese del pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro”. La partecipazione del medesimo pane è più dell’ospitalità, è la condivisione della mensa che rende veramente fratelli, è come una cerimonia di alleanza, di amicizia: cioè metto in comune il pane che è un mio bene. Luca, con la frase, “spezzò il pane” ha in mente l’Eucaristia, vuole rilevare che Gesù, ormai Risorto e vivo, si dona ai due manifestandosi nella carità perfetta dell’Eucaristia. Ma la condivisione è, di fatto, un simbolo umano e per questo Gesù l’ha scelto come simbolo eucaristico, come segno del dono della sua vita all’uomo.
L’apertura degli occhi: siamo in opposizione al tema della chiusura degli occhi: “i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”, cioè erano come accecati. Anche Maria di Magdala, in un primo momento, aveva scambiato Gesù per i custode del giardino. Come mai pur conoscendo bene il suo volto, pur essendo suoi fedeli discepoli, non capivano che era Gesù? Gli occhi di Maria erano chiusi dalle lacrime, dal dolore, dalla ricerca sbagliata; i due di Emmaus sono accecati dall’aver perso ogni speranza, dal non aver compreso le parole di Dio contenute nella Scrittura. A un tratto “si aprirono i loro occhi e lo riconobbero”.
Noi umani, immersi nell’ordinaria quotidianità, non vediamo le meraviglie dell’amore di Dio che ci circondano, non sappiamo leggere la Scrittura nella maniera giusta, temiamo che il Dio di Gesù, di cui sentiamo parlare, ci impedisca di essere felice, di vivere come intendiamo vivere limitandoci la libertà. Quando invece, nel nostro cammino di ricerca faticosa, apriamo gli occhi, per la grazia del Signore Risorto, è in quel momento che scopriamo con stupore e con gioia che Dio ci ama, ci è amico, ci è Padre, che Gesù ci è fratello, che la fede è la chiave della vita veramente umana.
I due discepoli conoscevano le Scritture, ma non ne avevano colto il significato più profondo. Gesù gliele spiega, spiega il mistero dell’uomo, della storia, degli avvenimenti, delle vicende ed ecco che il loro cuore arde: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto…quando ci spiegava le Scritture?”. Il fuoco che brucia produce scuotimento, sconvolgimento interno, emozione forte, inquietudine e tormento; è l’esperienza che nasce dall’ascolto vero della Parola di Dio. Ora hanno compreso che ogni pagina della Bibbia, dal primo all’ultimo Libro, contiene quella Parola vivente che è Gesù morto e risorto.
Ne consegue un insegnamento prezioso: è basilare conoscere la Scrittura per scoprire l’amore di Dio per l’uomo e la sua lunga storia d’amore per noi tutti che si è dispiegata nella storia della salvezza.
Conclusione: nell’insieme, l’apparizione di Gesù ai due discepoli ci rammenta che noi umani siamo esseri in cammino e bisognosi di significati; che in questo cammino siamo chiamati a riconoscere la Parola di Dio che ci incalza, ci interpella continuamente sulla direzione del nostro viaggio per spiegarcene il senso; che la libertà e la felicità di noi umani consiste nell’accogliere questa Parola, nel non rifiutarla, nell’aprire gli occhi e il cuore al disegno di Dio rivelatoci pienamente nel mistero del suo Figlio Gesù morto e risorto per noi, vivo e operante in mezzo a noi.
Amen,alleluia,amen.

LA LETTERA AI ROMANI – COMMENTO SU 8,1-11

http://proposta.dehoniani.it/txt/romani.html

LA LETTERA AI ROMANI – COMMENTO SU 8,1-11

(Pedron Lino)

8) Il dono dello Spirito (8,1-11).

1Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. 2Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. 3Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, 4perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito.
5Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. 6Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. 7Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. 8Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.
9Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. 11E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Il Cap. 8 è dominato totalmente dal pensiero dello Spirito (O. Kuss).
Il contenuto di questo capitolo rappresenta il vertice e la controparte del Cap. 7.
V. 1 – Paolo afferma anzitutto che ora non c’è più nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù. La nuova condizione dell’umanità, il nuovo modo di essere del cristiano (in Cristo Gesù!) sono la conseguenza di quella giustizia di Dio manifestatasi in Gesù Cristo e che è accessibile mediante la fede e il battesimo. Nella sfera del Cristo, nell’ambito della sua potestà salvifica, ora non vi è più alcuna condanna.
V. 2 – Non vi è alcuna condanna per coloro che vivono in Cristo Gesù, perché lo Spirito ci ha liberati dal peccato e dalla morte. Lo Spirito ci ha liberati dall’ordinamento del peccato stabilito in noi dalle due potenze che ci dominavano: il peccato e la morte. Il nuovo regime instaurato dallo Spirito della vita ha sostituito e abrogato il regime del peccato e della morte.
V. 3 – In questi primi tre versetti abbiamo i seguenti enunciati: ora non vi è più nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù perché lo Spirito ci ha liberati dal regime del peccato e della morte. Infatti Dio ha mandato il Figlio suo per condannare il peccato nella carne. La condanna di questa potenza del peccato da parte di Dio è avvenuta nella carne, cioè nell’ambito in cui essa regna. La potenza del peccato è stata colpita là dove ha sede, cioè nell’esistenza carnale decaduta e asservita a quella potenza. Nelle sue pretese e nelle sue brame, nelle sue tensioni e nei suoi trascendimenti la carne ha sempre di mira se stessa, è rivolta alla autosoddisfazione: si tratta dell’egoismo di ogni specie, quello materiale e sensibile e ancor più quello spirituale che si esplica soprattutto nell’assolvimento della legge con opere che dovrebbero garantirci e promuoverci al cospetto di Dio mediante la nostra giustizia (Rm 10,3; Fil 3,3 ss.) o anche nella fiduciosa sicurezza di appartenere alla progenie del popolo di Dio (Fil 3,3 ss.), nel vanto e nell’autoedificazione attinta dalla sapienza o dai carismi (1Cor 1,26; 2Cor 11,18; ecc.). In quanto tale, la carne tende alla morte (Rm 8,26).
Infatti essa è, in tutto il suo atteggiamento, ostile a Dio e ribelle alla norma stabilita da lui. Della carne il peccato si serve in tutto e per tutto come di suo strumento; in lei dimora il peccato per dominarla. È proprio su questa potenza del peccato, che dimora e agisce nella carne, che si è abbattuta ora la condanna di Dio. Tale condanna, che colpisce il peccato dimorante nella carne e che risparmia la dannazione a quelli che sono in Cristo Gesù, si è attuata col fatto che Dio ha inviato il Figlio suo nella carne. Il modo in cui Dio ha condannato il peccato nella carne è stato l’invio del Figlio suo nella carne.
Lo spodestamento della potenza del peccato, compiuto da Dio mediante suo Figlio, viene contrapposto all’impotenza della legge: quanto alla legge era impossibile fare, Dio l’ha fatto per mezzo di suo Figlio. La legge, incapace di annientare il peccato, non era debole in se stessa, ma a motivo della carne. La carne, in quanto realtà dominata dal peccato, rende la legge così debole perché la intende come un incitamento all’egoismo di ogni sorta (Rm 7,7 ss.; Gal 2,16; ecc.). La debolezza per cui la legge non procura la salvezza, ma è addirittura una maledizione, si deve alla carne, alla condizione carnale dell’uomo, dominata dal peccato. La legge, che è in sé santa, giusta e buona, suscita, mediante la carne, l’egoismo e la ricerca di una autoedificazione nell’ingiustizia o nella propria giustizia, ossia nei peccati o nelle opere buone fatte per la propria gloria.
V. 4 – Mediante il Figlio suo, Dio ha condannato la potenza del peccato, affinché noi potessimo compiere gli atti di giustizia richiesti dalla legge e così facessimo la giusta volontà di Dio da cui dipende la nostra vita. La potenza del peccato è stata infranta da questo intervento di Dio in Gesù Cristo. E il fine di ciò era che la giusta volontà di Dio venisse di nuovo osservata da noi.
Ora noi, nella fede in virtù dello Spirito santo, e quindi liberi dall’egoistico attaccamento a noi stessi, liberi di attaccarci solo a Dio, pratichiamo o vogliamo praticare la legge.
Il camminare è vocabolo frequente negli scritti di Paolo e indica una certa condotta di vita. I cristiani non impostano la loro vita secondo le inclinazioni e le pretese della carne, ma assumono come norma di vita, lo Spirito.
Vv. 5 – 8 – La carne è ciò a cui tende l’uomo per sua natura. Essa fa sì che l’uomo prenda le sue parti, partecipi alle sue aspirazioni e pensi al modo suo. Ma un discorso analogo può farsi anche per coloro che vivono sotto il potere dello Spirito, ossia per coloro che sono in Cristo Gesù.
Essi prendono partito a favore dello Spirito e dei suoi doni, e ciò si rivela nel frutto dello Spirito di cui si parla, ad esempio, in Gal 5,22-23. Ma se è vero che coloro che recano l’impronta della carne fanno gli interessi della carne e coloro che vivono nello Spirito sostengono la causa dello Spirito, ne consegue che gli scopi degli uni e degli altri e i risultati a cui approdano sono del tutto contrari. Infatti le aspirazioni della carne conducono alla morte, quelle dello Spirito alla vita e alla pace. La carne porta alla morte perché non si sottomette a Dio e alla legge in cui si esprime la sua volontà dispensatrice di vita. E non è disobbediente solo di fatto, ma per sua natura, in quanto dominata dalla potenza del peccato, in quanto venduta in potere del peccato di Adamo (7,14). Coloro che sono nella carne non possono piacere a Dio. Ma ciò significa la morte.
V. 9 – Voi però non siete nella carne, ma nello Spirito. Paolo si rivolge ai suoi lettori applicando a loro ciò che sta scrivendo. Il tempo in cui i cristiani conducevano la loro vita secondo la carne è passato. Ora vivono nello Spirito. Lo Spirito dimora in loro per mezzo del battesimo. Lo Spirito si è impossessato di loro, si è appropriato della loro esistenza. Essi quindi vivono nell’ambito, sotto il dominio dello Spirito. Il nostro essere nello Spirito è il suo essere in noi, e viceversa.
L’inabitazione dello Spirito in noi coincide con la nostra inabitazione nello Spirito. Lo Spirito di Cristo, che è lo Spirito di Dio, ci fa sperimentare Cristo come nostro Signore. Noi siamo sua proprietà.
V. 10 – Se Cristo (mediante il suo Spirito) abita in noi, ne consegue che:
1. il corpo è morto per quanto concerne il peccato. Se Cristo abita in noi, la nostra realtà di uomini ribelli a Dio è morta per effetto del battesimo che l’ha distrutta.
2. Invece lo Spirito è vita che fa sorgere in noi la giustizia di Dio, quella che è presente in lui. Lo Spirito è vita eterna e con ciò e in ciò è giustizia.
V. 11 – Se lo Spirito è vita, tale si manifesterà anche in noi, cioè nella risurrezione dai morti. Lo Spirito viene qui chiamato e definito come la potenza che Dio ha dimostrato nella risurrezione di Gesù Cristo. Questo Spirito si è impossessato di noi e noi siamo nella sfera della sua potenza. Di questo Spirito, che già si è rivelato in Cristo come Spirito della vita, noi facciamo la norma della nostra vita. Il nostro corpo, tramite il battesimo, per l’inabitazione dello Spirito, è sottratto al peccato e alla morte. Di questo corpo si prende cura lo Spirito che dà la vita che già ci ha concesso la vita di Dio nella forma della giustificazione. Lo Spirito – se rimane in noi e ci lasciamo guidare da lui – concederà anche la vita escatologica ai nostri corpi mortali.

 

COMMENTO ROMANI 5,1-2.5-8

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Romani%205,1-11

COMMENTO ROMANI 5,1-2.5-8

1 Fratelli, giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; 2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. 5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato.
6 Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. 7 Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. 8 Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

COMMENTO
Romani 5,1-11
La speranza cristiana
L’appartenenza Rm 5 alla prima parte della lettera (cc. 1-4), in cui si tratta il grande tema della giustificazione mediante la fede, è molto probabile. Sembra infatti che l’apostolo porti qui a termine il discorso riguardante appunto la giustificazione, riservando ai capitoli seguenti la soluzione di alcuni problemi che questa dottrina solleva. In Rm 5,1-11 l’apostolo mette in luce la prospettiva escatologica della giustificazione, mentre nei versetti successivi tratta il tema della vittoria sul peccato che essa comporta. Nella prima parte del capitolo egli sostiene anzitutto che di fronte alle dolorose tribolazioni della vita il credente è sostenuto oltre che dalla fede, anche dalla speranza e dall’amore (vv. 1-5). In un secondo momento mostra come l’esperienza attuale della riconciliazione con Dio sia garanzia della salvezza finale (vv. 6-11).
Le tre virtù “teologali” (vv. 1-5)
La giustificazione mediante la fede non è una semplice teoria, ma ha un profondo impatto nella vita di coloro che l’hanno ottenuta: «Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 1). La frase inizia con il participio aoristo passivo «giustificati» (dikaiôthentes), con cui si indica chiaramente un evento avvenuto nel passato e ormai acquisito: per i destinatari della lettera, così come per lo stesso Paolo, la giustificazione mediante la fede rappresenta ormai un dato di fatto che ha cambiato radicalmente la loro vita. Egli prosegue perciò affermando che ormai «siamo in pace» (eirênên echomen, abbiamo pace) nei confronti di (pros) Dio. Questa frase potrebbe anche essere intesa come un’esortazione: ma da tutto il contesto risulta che con essa si vuole semplicemente sottolineare la nuova realtà che si è verificata nel credente.
Il termine «pace» indica l’esatto opposto della situazione che precede la giustificazione, quella cioè caratterizzata dalla manifestazione dell’ira di Dio. Nel linguaggio biblico la pace rappresenta un’armonia profonda dell’uomo con Dio, che comporta la pienezza di tutti i beni materiali e spirituali. Alla fine dei tempi il pellegrinaggio di tutti i popoli al monte del tempio del Signore alla ricerca della parola di JHWH comporterà l’eliminazione della guerra e una pace universale (Is 2,2-5). Questa pace viene presentata come opera di un discendente di Davide, il quale verrà a consolidare e rafforzare il regno con il diritto e la giustizia (Is 9,5-6). Non solo l’umanità, ma anche tutto il cosmo sarà coinvolto in essa (Is 11,6). Infine è significativo che la pace, strettamente collegata con la giustizia, sia presentata come un dono dello Spirito (Is 32,15-17). Per l’apostolo questa pace è il dono più grande di Cristo.
La pace che i credenti hanno ottenuto porta con sé altri doni: «Per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio» (v. 2). La grazia (charis) a cui hanno accesso i credenti è Dio stesso in quanto si è donato pienamente a loro in Cristo. A differenza di quanto accadeva al sommo sacerdote, il quale solo una volta all’anno poteva venire a contatto con Dio quando entrava nel Santo dei santi in occasione della festa dell’Espiazione (Kippur), essi sono sempre al cospetto di Dio. La giustificazione, è vero, non ha ancora conferito il pieno possesso di quella «gloria di Dio», di cui l’umanità era stata privata a causa dei suoi peccati (cfr. Rm 3,23), ma dà la «speranza» (elpis) di poterla conseguire un giorno. Di questa speranza possono «vantarsi» (kauchaomai), perché si tratta di un dono di Dio, mentre non possono vantarsi delle opere della legge intese come mezzo per diventare giusti (cfr. 3,27; 4,2). Il «già» e il «non ancora» caratterizzano dunque l’esistenza terrena del credente.

Il credente si vanta non solo della sua speranza, ma anche di realtà che solitamente non sono collegate con essa: «E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza» (vv. 3-4). Paolo si riferisce alle «tribolazioni» (thlipseis) della vita, che ora non sono più ostacoli da evitare, ma momenti di crescita e di maturazione nella fede. La tribolazione volontariamente accettata produce infatti la «pazienza» (ypomonê), cioè la capacità di resistere coraggiosamente ai colpi destabilizzanti della prova; questa pazienza si trasforma in una «virtù provata» (dokimê), la quale non è altro che la capacità ormai consolidata di far fronte alle difficoltà della vita, senza perdere l’orientamento verso la meta finale. Da questa virtù provata, o meglio in sintonia con essa, si sviluppa una «speranza» ancora più forte. Il venir meno dei puntelli umani fa sì che il credente riponga sempre più la sua speranza in Dio.
La speranza comporta ulteriori sviluppi nella vita del credente: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (v. 5). La speranza non può deludere perché non si limita a provocare l’attesa delle realtà future, ma ne dà un’esperienza anticipata mediante l’esercizio dell’«amore» (agapê) che lo Spirito santo «riversa» (ekcheô) nei loro cuori. Nella Bibbia l’amore è anzitutto un attributo di Dio in forza del quale egli sceglie Israele come suo popolo, liberandolo dai suoi nemici e introducendolo nella terra promessa (cfr. Os 11,1; Dt 7,7-8); in forza dell’alleanza Dio esige che Israele lo ami con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (Dt 6,5), lasciandosi così coinvolgere pienamente nel suo progetto di salvezza (clausola fondamentale). Ciò comporta che ogni israelita sia disposto ad «amare il prossimo suo come se stesso» (Lv 19,18), osservando i comandamenti del decalogo che riguardano la pratica della giustizia nei rapporti vicendevoli.
Ma siccome il cuore degli israeliti si è indurito, diventando incapace di amare, Dio promette di intervenire su di esso per trasformarlo e rinnovarlo. Secondo le profezie escatologiche Dio scriverà su di esso la sua legge (Ger 31,33), sostituirà il cuore di pietra con un cuore di carne e porrà dentro di esso il suo Spirito affinché possano osservare le sue leggi (Ez 36,27); infine applicherà sul loro cuore il segno della circoncisione affinché possano amare il loro Dio (Dt 30,6). L’apostolo si serve di queste profezie, fondendo insieme soprattutto Ez 36,27 e Dt 30,6, per delineare una prerogativa essenziale dei credenti. L’«amore di Dio» che lo Spirito Santo effonde nei cuori è l’amore con cui Dio ama, operando nel cuore del credente la risposta dell’amore, che necessariamente avrà come termine Dio stesso e il prossimo. In questo brano l’espressione «amore di Dio» è dunque molto ricca, perché indica un amore che, una volta donato e ricevuto, non può che diventare il principio di una vita vissuta nell’amore. Il ruolo che in questo processo compete allo Spirito verrà illustrato successivamente (cfr. 8,1-27).

La riconciliazione (vv. 6-11)
Nella seconda parte del brano Paolo esordisce richiamando ai romani l’opera compiuta da Cristo per i credenti: «Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. » (v. 6). Cristo dunque è morto per persone che non meritavano nulla. Essi infatti erano «peccatori» (astheneis, deboli): con questo termine egli indica qui non i fratelli ancora legati all’osservanza delle norme rituali giudaiche (cfr. Rm 14,2), ma coloro che sono sotto il dominio del peccato. Essi erano non solo deboli, ma anche «empi» (asebeis), cioè privi di un rapporto vitale con Dio. Ma proprio per essi Cristo morì nel tempo stabilito.
Egli commenta quanto ha appena affermato mettendo in luce il carattere straordinario della morte di Cristo: «Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (vv. 7-8). A volte può capitare che un uomo sia disposto a morire per una persona giusta: non sono infrequenti i casi in cui la dedizione verso una persona amata (figlio, coniuge o amico) spinge fino al sacrificio della vita. Ma Cristo ha fatto una cosa che, umanamente parlando, è inconcepibile: egli è morto per noi proprio mentre eravamo ancora peccatori. E in questo gesto supremo si è manifestato l’amore di Dio per tutti noi.
Infine l’apostolo fa un ragionamento a fortiori: «A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui» (v. 9). Se Dio è giunto al punto di dimostrare mediante Cristo un amore così grande per noi quando eravamo ancora peccatori, a maggior ragione ora che siamo giustificati ci salverà per mezzo di Cristo dall’ira finale.
L’apostolo ripete poi lo stesso ragionamento introducendo il concetto di riconciliazione: «Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita (v. 10). Egli sottolinea dunque che Dio, avendoci dato la riconciliazione mediante la morte di Cristo quando eravamo nemici, non potrà non condurci alla salvezza finale ora che siamo stati riconciliati.
Nel linguaggio comune il verbo «riconciliare» (katallassô) indica la pacificazione che avviene tra due persone o nazioni nemiche. Essa è il risultato della riparazione offerta alla parte innocente da colui che si ritiene o è considerato colpevole; nel caso di parti ugualmente colpevoli, essa è il frutto di un onorevole compromesso. L’iniziativa della riconciliazione è presa dunque dal colpevole oppure dalle due parti in causa. Nei rapporti tra Dio e l’uomo invece è Dio stesso che riconcilia con sé coloro che a causa del peccato sono diventati suoi nemici: la riconciliazione dunque, non diversamente dall’espiazione, non è un atto dell’uomo che «placa» Dio, facendogli cambiare atteggiamento nei propri confronti, ma un atto di Dio che trasforma l’uomo, liberandolo dal suo peccato e stabilendo con lui quella pace di cui l’apostolo ha parlato all’inizio (5,1; cfr. 2Cor 5,18-21).
La riconciliazione rappresenta il primo passo verso la salvezza, che viene indicata con un verbo al futuro (sôzêsometha, saremo salvati): con esso l’apostolo vuole sottolineare che la salvezza definitiva, che consiste nell’incontro personale con Dio, è una realtà escatologica, ma al tempo stesso imminente, perché gli ultimi tempi sono già iniziati (cfr. Rm 13,11). Mentre la riconciliazione ha avuto luogo «per mezzo della morte del Figlio suo», la salvezza finale si attuerà «mediante la sua vita»: la morte di Cristo ha messo dunque in moto un processo che egli stesso, ormai vivo in forza della sua risurrezione, porterà un giorno a compimento facendo sì che i credenti diventino partecipi della sua nuova vita.
Infine Paolo conclude: «Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione» (v. 11). In forza della riconciliazione così ottenuta, il credente può ora «gloriarsi» in Dio. Paolo ritorna qui al tema del vanto in Dio, che spetta a chi ha ottenuto la giustificazione e accetta con coraggio le tribolazioni della vita (cfr. vv. 2-3). Mentre esclude qualsiasi tentativo di gloriarsi davanti a Dio a causa delle proprie opere buone (cfr. 4,2), Paolo trova del tutto logico che il credente si vanti in Dio a motivo di quanto è stato compiuto in lui per mezzo di Gesù Cristo (cfr. 1Cor 1,29.31).

Linee interpretative
Dio poteva pretendere una pesante riparazione da parte dell’uomo peccatore, invece è intervenuto lui stesso per riconciliarlo gratuitamente con sé, trasformandolo da nemico in amico. Il dono più grande che la giustificazione comporta è proprio questa trasformazione interiore, che pone l’uomo in un rapporto nuovo non solo con Dio, ma anche con i suoi simili. La vita del credente è così caratterizzato da un dinamismo interiore che si manifesta come fede vissuta, che genera speranza e amore. Con questa ricca dotazione il credente può camminare spedito verso il compimento finale, senza perdersi d’animo a motivo delle tribolazioni che ancora lo aspettano. Su ciò si basa la fiducia che deve accompagnare il credente nella sua nuova vita: egli infatti può ormai vantarsi non solo in Dio, ma anche nelle tribolazioni che lo attendono, in quanto già fin d’ora assapora in modo anticipato la gloria stessa che un giorno Dio gli conferirà in modo pieno.
La forza del messaggio cristiano sta per Paolo soprattutto nella sua capacità di toccare il cuore dei credenti, trasformando i loro sentimenti, desideri e aspirazioni, in pratica tutta la loro visione del mondo e della vita. L’uomo non diventa giusto per una costrizione esterna o per una decisione personale, ma perché è trasformato interiormente dalla grazia di Dio. I suoi doni non presuppongono la buona volontà dell’uomo che per definizione è peccatore, ma la creano, dandogli così la possibilità di vivere spontaneamente secondo la sua volontà. Colui che è stato giustificato va verso una pienezza di gioia e di realizzazione personale di cui fin d’ora percepisce i segni anticipatori. La speranza cristiana non si basa infatti su un fideismo cieco, ma sulla gioia interiore che emerge quotidianamente nel confronto con le tribolazioni e nell’esercizio di un amore che sgorga spontaneamente dal cuore.
La salvezza viene presentata in questo testo come una grande opera di riconciliazione. Si tratta di un movimento che parte direttamente da Dio quando l’uomo è ancora lontano e incapace di riconciliarsi con lui. Senza far leva su nessun merito da parte di un’umanità ancora immersa nel peccato, Dio si china su di essa e, per mezzo del suo Figlio, la chiama a sé. In questa opera di salvezza si mostra tutta la sua condiscendenza e il suo amore gratuito per le sue creature. Il ruolo storico di Gesù è quello del mediatore tra Dio e l’uomo. La sua opera raggiunge il suo culmine nella morte in croce, quando egli manifesta fino in fondo di essere dalla parte dell’umanità peccatrice, senza l’attesa di alcun ritorno da parte sua. È proprio sulla croce che Gesù appare come il riconciliatore per eccellenza, il quale offre agli stessi crocifissori la possibilità di ritornare sui loro passi.
La riconciliazione dell’umanità peccatrice con Dio comporta necessariamente la riconciliazione tra le persone e i gruppi che ne fanno parte. Di fatto il nuovo rapporto con Dio attuato da Gesù diventa visibile ed efficace nella misura in cui ciascuno è capace di stabilire nuovi rapporti con chiunque, nonostante le divergenze e le perdite materiali cui potrebbe andare incontro. In pratica l’opera compiuta da Dio per mezzo di Cristo appare in tutta la sua ricchezza quando persone diverse instaurano un rapporto di vera fraternità e solidarietà. La giustificazione non è quindi solo un movimento verticale, con risvolti che si potranno cogliere unicamente nell’altra vita; essa è invece una spinta al rinnovamento che si esercita nei rapporti tra persone. Solo se dà origine a una vita riconciliata la giustificazione acquisita mediante la fede diventa motore efficace di salvezza.
Il cristianesimo non consiste dunque in un complesso di dogmi o di norme morali da accettarsi ciecamente, ma è piuttosto una scuola di vita in cui l’uomo è educato, mediante la fede, all’amore e alla speranza. Il titolo più grande che compete a Gesù è dunque quello di «Maestro». Un Maestro che, sebbene fisicamente assente, porta continuamente a termine la sua opera mediante lo Spirito santo, che rappresenta la personificazione di quella potenza divina che sgorga dal suo esempio e porta i discepoli ad immedesimarsi con lui.

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

http://www.tanogabo.it/religione/trasfigurazione.htm

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

La manifestazione particolare della sua vera identità, identità divina, identità gloriosa, identità che Gesù, anzi che Dio stesso concede oggi ai discepoli, ai tre discepoli più vicini a lui, gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, e grazie a loro anche a noi…
Una celebrazione allora che ha come suo fondamento un avvenimento storico, una cosa realmente accaduta, un miracolo della vita pubblica di Gesù, prima della sua Pasqua, prima della sua morte e della risurrezione gloriosa, prima di questi ma che racchiude in sé significati profondi, significati che vanno al di là di questa sua morte e della risurrezione, perché il Signore si mostra, si fa vedere così come è veramente, glorioso.
Un punto fondamentale di questo evento, un punto che la caratterizza questa festa, che la caratterizza in modo particolare, univoco è la Teofania. Che cosa significa questa parola?

Teofania è la manifestazione, manifestazione di Dio, ma una manifestazione solenne, grande…

Nell’Antico Testamento abbiamo molti esempi, molti casi delle manifestazioni di Dio. Dio appariva spesso al popolo eletto. Lo sapevano vedere, riconoscere gli israeliti, forse più di noi… Uno dei segni della sua presenza, di Dio, era la nube, la nube che sia alzava sopra la tenda, nel deserto. O roveto ardente, o terremoto, o la vittoria miracolosa sui nemici… Erano tutte le manifestazioni, teofanie appunto di Dio che voleva essere vicino all’uomo, vicino a noi.
Ma tutte queste manifestazioni veterotestamentarie erano solo un anticipo, una preparazione alla manifestazione definitiva, alla manifestazione massima, la manifestazione della redenzione, della venuta del Signore Gesù Cristo, nato, vissuto tra noi, morto e risuscitato; Gesù, Uomo – Dio. Anche se noi aspettiamo ancora un’altra manifestazione del Signore, l’ultima manifestazione di Gesù, quella della fine dei tempi. Quando ritornerà il Signore con le schiere degli angeli, quando dividerà i buoni dai cattivi.
La manifestazione dunque… la teofania sul Monte, la conferma da parte di Dio Padre, della missione del Cristo della missione che Gesù ha da compiere nel mondo… «Questi è il mio figlio prediletto, ascoltatelo» è il massimo della Teofania. Dio Padre, in presenza dei profeti antichi, di Mosé, di Elia, dei profeti, coloro che hanno preparato la venuta del Messia; in presenza poi dei discepoli, degli Apostoli, dei testimoni prescelti… ecco Dio Padre proclama Cristo suo Figlio, anzi, Figlio prediletto, in cui egli si compiace…
C’è però un’altra parola che non vorrei ci sfuggisse. Questo è il Figlio prediletto, dice, ma dice anche: «Ascoltatelo». Il Padre ci dà un ordine preciso, l’ordine di ascoltare il messaggio del Figlio, di ascoltare Gesù. Anche la Madonna Ss.ma alle nozze di Cana, lei che «ascoltava, meditava e portava le parole di Dio nel proprio cuore, dice ai servi: ascoltatelo, «fate quello che vi dirà». Che significa dunque ascoltare Gesù? Ascoltare… non sentire…! Ascoltare è compiere i suoi comandamenti e particolarmente il primo dei comandamenti, quello dell’Amore. Ascoltare il Signore è comportarsi come egli si è comportato, come lui è vissuto sulla terra, vivere dall’esempio che Gesù ci ha lasciato… E lui ha trascorso tutta la sua vita facendo la volontà di Dio, facendo del bene a tutti, aiutando i bisognosi, sanando i malati, predicando la Buona Novella del Regno di Dio.
Tanti parteciperanno all’Eucaristia oggi. L’Eucaristia è la manifestazione, la nostra teofania di Dio. Non le accompagnano né terremoti, né nubi o saette. Qui però abbiamo tra noi, nelle nostre mani Dio stesso, Dio che si lascia pregare, sentire, toccare, gustare, perfino mangiare… Dio che mangiato nel pane inizia in noi l’opera sua, inizia in noi la nostra trasfigurazione, entra dentro di noi e ci trasfigura, trasforma dal di dentro, quasi dall’interno… Ecco la festa della trasfigurazione, di Dio, di Gesù, ma anche la festa della nostra trasfigurazione, la profezia di ciò che dobbiamo diventare noi.
E quando scenderemo dal monte, quando torneremo a casa nostra, ai nostri impegni, dopo l’Eucaristia, possiamo continuare ad essere trasfigurati, luminosi, bianchi, per contagiare con la nostra esperienza, con il nostro esempio anche gli altri.
Il Signore ce lo conceda. 

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