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PRIMI SEGNI E PRODIGI DI GESÙ (LC 4,31-44)

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PRIMI SEGNI E PRODIGI DI GESÙ (LC 4,31-44)

Carlo Cravero

Si delinea un profilo del ministero di Gesù caratterizzato dai tratti del profeta liberatore. Essendo tale azione di Gesù possibile sotto l’azione dello Spirito, si sottolinea la sua qualità di guaritore della totalità della persona umana e non soltanto di taumaturgo. Ecco dunque perché, secondo Luca, la chiamata di Pietro è successiva a questa serie di miracoli. Quando Gesù manderà i discepoli a svolgere la loro prima missione, egli darà loro autorità di compiere gli stessi prodigi di esorcismo e guarigione, ma sempre in relazione con l’annuncio del regno di Dio (Lc 9,20).
Il profilo di Gesù presentato in questi episodi motiva e convalida il messaggio del Messia e la sua identità profetica, rendendo visibile come Dio attraverso queste opere visita il suo popolo (Lc 24,19; At 2,22). Inoltre, si sviluppa un nesso specifico tra sabato e santità, già chiaro nel Decalogo (Es 20,9.11; Dt 5,12). Esorcizzando il demonio e liberando l’uomo dalla possessione, Gesù si avvicina all’opera di Dio che fece uscire il popolo dalla schiavitù dell’Egitto «con mano potente e braccio teso» (Dt 7,19). Facendo le opere di Dio, Gesù manifesta la sua santità (v. 34) a cominciare dal silenzio imposto al nemico, che rappresenta tutte le forze ostili all’uomo.

Che c’è fra te e noi, Gesù nazareno? (4,31-37)
Dopo l’inaugurazione del ministero a Nàzaret Gesù discende a Cafarnao e Luca sintetizza in modo magistrale il ministero del Messia in gesti e parole: alla potenza e autorità della sua parola segue l’efficacia dei suoi gesti; il miracolo è parola in azione. Questi primi due miracoli, l’esorcismo e la febbre, hanno come referenti un uomo e una donna, segno eloquente dell’universalità dell’azione di Gesù; la salvezza portata da Cristo non fa distinzione di sessi.
Gesù scende a Cafarnao (4,31); precisando che è una città della Galilea, Luca localizza l’annuncio della parola. Essa avviene di sabato, il giorno del riposo della creazione. La venuta di Gesù nel sabato esprime così l’aurora del sabato definitivo, l’ottavo giorno della festa, in cui l’eternità di Dio ha fatto irruzione nel mondo: Gesù è l’eterno divenuto oggi.
La predicazione di Gesù in questo contesto vede il riconoscimento quale parola di autorità, senza alcun riferimento agli scribi. La reazione della gente a tale parola è segnalata dallo stupore[3]. Questo non indica necessariamente la fede, ma apre le porte a un cammino di ricerca; non sempre infatti questo stupore porta al riconoscimento dell’identità di Gesù, come già mostra l’episodio della sinagoga di Nàzaret.
L’indemoniato rappresenta al meglio la situazione dell’uomo alienato, completamente in balia dell’avversario e del male, e privo della sua libertà[4]. Questa situazione di dolore viene collocata dentro la sinagoga: nessun ambiente può dirsi al sicuro dal male, nessuno è salvo per meriti personali. Questa impurità, che si cela nei luoghi propri dell’ascolta della Parola e della vita della comunità riunita in preghiera, si rivela minacciosa di fronte alla santità di Gesù ed esplode in un alto grido di terrore, di chi vuole mettere paura. Il demonio conosce bene Gesù dalla frase che gli dice contro, ma conosce anche molto bene che Gesù è il più forte; per questo, non potendo vincerlo, non gli resta che urlare.
L’espressione «che c’è tra noi e te» impone uno stacco e un abisso assoluto tra il potere delle tenebre e del male rispetto a Gesù; è un’opposizione tra forze, resa ancora più eloquente dal forte utilizzo dei pronomi «noi» e «tu», quali rappresentanti accreditati di forze opposte. Il «noi» si contrappone al «Santo». Così il primo esorcismo già contiene in sé tutte le caratteriste dell’agire di Gesù. Ma nelle stesse parole del demonio è anche contenuto l’esito dell’incontro-scontro con il Cristo: non si può resistere a lui, ogni tentativo è vano, perché Gesù è nettamente più forte. L’avversario stesso lo riconosce in modo disarmante: egli viene per la sua rovina. Il diavolo non cerca nemmeno di lottare, perché conosce la superiorità di Gesù.
A differenza di Marco, Luca accentua ancora di più la potenza del Messia con l’effetto immediato della liberazione dopo una semplice parola d’ordine. Gesù impone il silenzio. Il verbo utilizzato è molto forte: letteralmente significa «mettere la museruola». Gesù dissocia il male dal malato e zittisce il male, non il malato! Proprio per questo Gesù è estremamente duro con il male: lui, che è venuto per liberare l’uomo (Lc 5,31), si rivolge direttamente al male per sciogliere l’uomo che ne è vittima. Davanti al Signore il male riconosce la sua difformità e, proprio in quanto male, urla la libertà e la santità di Dio come una rovina. La potenza della Parola è così evidente, che il demonio si sottomette silenziosamente e totalmente, tanto da uscire dal corpo dell’uomo senza contorcerlo e fargli alcun male, ma solo buttandolo nel mezzo.
Il commento della gente (vv. 36-37) aumenta il valore di tale gesto, a dimostrazione dell’autorità e della potenza della Parola. Ora, dal momento che si presenta con tale autorità verso i ministri del “regno” demoniaco, Gesù si rivela come il ministro del «regno di Dio» (v. 43), il forte predetto da Giovanni (Lc 3,16); questa stessa autorità verrà conferita in seguito ai suoi discepoli (Lc 9,1; 10,19).
Al demonio non si insegna, si ordina! L’esorcismo contiene così una lieta notizia: il male dell’uomo è vinto. Ecco l’importanza di questo episodio narrato all’inizio del ministero pubblico di Gesù; questo è il suo programma di vita, addirittura incluso nella duplice menzione del potere della sua parola (vv. 32.36). Indica il frutto maturo di questa parola: la riduzione al silenzio e la messa in fuga definitiva del male (v. 35).

A casa di Simone (4,38-41)
L’orizzonte spaziale si sposta dalla sinagoga a una casa privata, la casa di Simone. Gesù è il dominatore del male in ogni gesto e atteggiamento; se la potenza della Parola vince il male, si è finalmente liberi per servire. Questo servizio è il programma del Messia: rendere l’uomo come lui, ossia come colui che serve (Lc 22,27). Egli domina la febbre della donna con un comando, non c’è bisogno nemmeno di toccarla; basta la sua posizione: in piedi e davanti a lei, che invece giace impotente in preda alla febbre. Gesù non si avvicina solamente al letto dell’ammalata, ma le si accosta e minaccia la febbre, come aveva minacciato lo spirito immondo nella sinagoga. Così nell’emissione della parola di intimazione alla malattia Gesù si china di fronte al dolore dell’umanità. La sua autorità di Messia si esprime nel servizio al povero e al bisognoso; essere capo e maestro non è inteso nell’ottica del potere, ma del servizio. Nella persona di Gesù, che da ricco che era si è fatto povero per arricchire tutti noi (cf. 2Cor 8,9), ogni miracolo è frutto del chinarsi di Dio sull’umanità. Come per l’episodio precedente, al comando della Parola segue l’esecuzione immediata della liberazione.
Si noti come opportunamente Luca utilizzi lo stesso verbo di comando come nel v. 35, in modo tale da stabilire un legame tra l’esorcismo e la guarigione. Medesimo è l’esito: la fuga. Così al gesto e alla parola di Gesù segue la perfetta reintegrazione della donna all’interno del suo mondo familiare: essa si alza immediatamente e si mette a servizio del Signore; la vera libertà esiste come tale solo in un’ottica di servizio[5]. Il servizio della donna non significa solo che è guarita dal male fisico, ma indica una guarigione più profonda: la donna è liberata da quella febbre e da quello spirito che impediscono di servire e costringono a servirsi degli altri per essere serviti. Se il servirsi degli altri è sinonimo di schiavitù, servire è il principio della liberazione; il primo è espressione di egoismo, il secondo di amore. Nel servizio l’uomo diventa se stesso e rivela Dio, di cui è immagine e somiglianza[6].
La casa di Simone è il campo di battaglia dove l’uomo è alle prese con la malattia; è il luogo dello scontro, dove il male sembra essere notevolmente più forte dell’uomo, fino alla venuta di Gesù. La febbre paralizza e colui che ne è la causa impedisce di servire; così come la morte e la malattia, che impediscono all’uomo di rimanere in piedi. Solo Gesù può donare la forza per rialzarsi, cioè ritornare alla vera vita.
Simone non pronuncia una parola e non manifesta alcuna reazione alla guarigione della suocera. È ancora necessario che trascorra del tempo insieme con Gesù perché lo possa riconoscere come il Cristo di Dio (Lc 9,20); in ogni caso resta il primo ad aver accolto Gesù nella sua casa (v. 38). In questa bellissima immagine lucana con Simone la Chiesa è già presente in figura fin dal primo giorno del ministero di Gesù.
È evidente il parallelismo con la scena precedente: l’immediata guarigione indica l’assoluta superiorità di Gesù rispetto al male, l’attenzione all’integralità della persona umana e la portata universale della salvezza. Inoltre, questa donna diventa il modello di ogni credente: la liberazione operata da Gesù non raggiunge il suo scopo nella retta professione di fede che fanno i demoni (vv. 34.41; Gc 2,19), ma nel servizio. La suocera di Pietro è il frutto del vangelo: incarna lo Spirito di Gesù ed è tipo di tutti coloro che ne seguiranno la Parola.
Ecco allora perché la narrazione a questo punto prende in esame un moltitudine di persone che si presentano a Gesù. Prima un esorcismo per un uomo e una guarigione per una donna; ora miracoli per l’umanità! Ciò che Luca ha tratteggiato in due racconti, ora viene riportato con un racconto complessivo. Prima il male interiore, poi il male fisico, ora tutto insieme. Si completa così lo sguardo introduttivo su Gesù: gli uomini lo vedono come il salvatore, i demoni lo gridano Figlio di Dio e lo conoscono come Cristo. Gesù, da parte sua, si proclama evangelizzatore del regno di Dio, spinto dalla necessità di annunciare alle città la buona notizia (v. 43).
La notte indica anche il tempo indisponibile per l’uomo. Con le tenebre cessa, infatti, ogni attività umana e tutto si placa. La notte è anche simbolo della morte, tempo assolutamente indisponibile, che Gesù stesso conoscerà, dall’oscurarsi del sole del venerdì fino alla luce nuova del «primo giorno dopo il sabato». Il fatto prodigioso è proprio che Gesù operi di notte, al buio. Se di giorno aveva operato miracoli, ecco che di sera opera un’infinità di prodigi in favore di tutti gli uomini che ricorrono a lui e si prende cura di ciascuno (v. 40). Che Luca voglia dire anticipatamente che Gesù agisce definitivamente alla fine del suo giorno? Egli infatti salverà l’uomo di notte, durante la «sua» notte (Lc 4,1; 22,53; 23,44); questo sole che tramonta è il Cristo crocifisso che si china sulle notti dell’uomo e le illumina. Se la prospettiva del giorno dell’uomo è la sera, l’oscurità e la morte, la prospettiva di Dio in Cristo è la vittoria sul male e sulla morte: la notte così non è solo il luogo della verità dell’uomo che riconosce la sua debolezza; è anche il luogo della verità di Dio, che dal nulla fa tutte le cose.
Si nota una differenza di rilievo rispetto ai miracoli precedenti: qui Gesù impone le mani. Lo fa non in modo confuso o generalizzato, ma su ciascun malato, in modo personale. La sua è la mano di Dio che si tende sull’umanità ferita e stanca; il contatto indica la comunione con Dio e la liberazione: dove arriva Dio il male è sconfitto. I demoni dopo la loro espulsione riconoscono la forza di Gesù, però questo non li porta alla conversione. Nella distorsione demoniaca tale professione di fede diventa bestemmia; la sola conoscenza non opera la salvezza, perché soltanto il riconoscimento del vero essere di Gesù può dare la salvezza all’uomo.

Un nuovo giorno (4,42-44)
Si cambia decisamente scena con l’inizio del nuovo giorno (v. 42). Gesù si trova in un luogo non ben precisato, ma desertico; le folle lo raggiungono e tentano di trattenerlo, ma lui si sottrae: non si può limitare l’azione di Gesù, né tanto meno manipolarlo. A Nàzaret viene cacciato, mentre a pochi chilometri di distanza lo si vuole trattenere; da una parte lo si rifiuta, dall’altra lo si vorrebbe forzare a rimanere. La fede, invece, è adesione alla sua persona nel modo concreto del servizio. Gesù si sottrae a questo tentativo di sequestrare privatamente la salvezza, perché essa è un dono per tutti, non solo per alcuni: bisogna che lui annunci la Parola.
Tutto è concentrato nella rapida risposta di Gesù, dove il suo andare altrove trova piena corrispondenza con l’ubbidienza all’imperativo divino. È suo compito rimanere inserito nelle cose del Padre (Lc 2,49). Questo è l’orientamento del percorso per l’annuncio del vangelo: la meta è Gerusalemme, dove si compirà la volontà del Padre e da dove inizierà un viaggio universale per i suoi discepoli, fino ai confini della terra (cf. At 1,8). Questo passo rivela già una comprensione di Gesù in chiave post-pasquale.
Per la prima volta compare l’espressione «annunciare il regno di Dio» quale senso della missione di Gesù (ricorrerà altre 37 volte). Il regno di Dio è un evento che supera il semplice insegnamento, è sempre in relazione con la Parola; esso è legato in modo indissolubile con la persona di Gesù, le sue azioni riprendono e rendono attuali le promesse dei profeti. In questo consiste il vero compimento: Gesù avvera le profezie perché le fa sue; è compimento perché con lui l’antico diventa nuovo. Non è un semplice adeguamento delle promesse, perché il nuovo che dona Gesù è assolutamente l’antico che risplende con maggiore magnificenza.
Nella conclusione del v. 44. si delinea l’apertura della salvezza: essa era iniziata nella sinagoga di Nàzaret (4,14) e si conclude nelle sinagoghe della Giudea (4,44), passando attraverso le città della Galilea. È l’itinerario del Signore nella prospettiva del viaggio: come il Messia liberatore ha camminato per le strade, così la sua Parola dovrà correre fino ai confini del mondo (At 1,8).
[1] Risulta sicuramente interessante al riguardo studiare la proposta di struttura e commento realizzata da R. Meynet, Il Vangelo secondo Luca. Analisi retorica, EDB, Bologna 2003, pp. 203-213.
[2] Nella traduzione della Conferenza episcopale italiana è reso con «ordinare», «comandare».
[3] G. Rossé, Il Vangelo di Luca, Città Nuova, Roma 2001, p.162, fa notare che l’evangelista utilizza la parola «logos», che identifica la parola di Dio, come in Lc 5,1; 8,21. Negli Atti il termine indica il vangelo proclamato agli uomini (4,4.29).
[4] S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Luca, EDB, Bologna 1994, p.110, dice che «il senso profondo dell’esorcismo è rendere l’uomo a se stesso, e quindi a Dio di cui è immagine, liberandolo da quel male che gli fa perdere Dio e quindi se stesso».
[5] È bene ricordare in chiave teologica il momento dell’esodo del popolo ebraico. Si diventa veramente liberi solo quando si serve Dio nella terra promessa nel passaggio dalla schiavitù al servizio.
[6] Per quanto concerne la dimensione del servizio è forte il richiamo di 1Gv 3,18. Fausti osserva come il servizio «è la caratteristica speciale e fondamentale di Gesù, lasciata in eredità ai suoi discepoli prima di morire (Lc 22,24-27; Gv 13,1-17)» (Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Luca, p. 114).

LIBERATI PER RESTARE LIBERI – GALATI 5,1-26

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LIBERATI PER RESTARE LIBERI – GALATI 5,1-26

CAMMINO DI SPRITUALITÀ 2012/2013 – DOMENICA 17 FEBBRAIO

La fede, il cammino di fede è un cammino di libertà. Nella Bibbia la libertà è sempre una questione di relazione liberi da…, liberi per… forse poco si è considerato che le Scritture sono un grande messaggio di libertà, di liberazione. Nella libertà l’uomo si mostra immagine di Dio, si sottrae alla schiavitù degli idoli; questa libertà ci è data solo da Cristo, è la “libertà per la quale Cristo ci ha liberati” (Gal 5,1). E’ una libertà che è liberazione da ogni legalismo, da ogni intolleranza, da ogni assolutismo. La comunità del Signore se non vuole contrastare lo Spirito deve assecondare questa libertà che nasce dall’ascolto obbediente di una vita filiale autentica. Leggiamo ora il testo: davvero Dio è la libertà dell’uomo, è Dio l’amore dell’uomo e l’uomo è immagine di Dio quando è persona, è amore e libertà.
Paolo è estremamente attento a riflettere e ad annunciare libertà. Nei testi del N. T il sostantivo eleutheria è usato 16 volte da Paolo (su 23) .
E’ la grande sfida che Paolo porta nell’esperienza apostolica. Contestato, Paolo rivendica la sua completa ed esclusiva dipendenza da Dio: è la sua azione libera e gratuita che guida la storia della salvezza. “Apostolo non da uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre (Gal 1,1; cfr 1 Cor 1,1).
Questo brano di Paolo riprende e conclude il tema precedentemente trattato della libertà cristiana dalla legge e fa da ponte di passaggio alla parte esortativa della Chiesa. Paolo ha di fronte forti opposizioni e contrasti. E Paolo, di fronte ai tentativi di compromesso tra fede cristiana e legalismo giudaico, reagisce opponendo un netto out- out. Si tratta di scegliere tra circoncisione–legge e Cristo-fede. I Galati avvertono che Cristo porta una novità radicale, che è in rottura con la prativa giudaica imposta. Si pensi che i giudaizzanti premevano nel dire che la circoncisione era segno dell’elezione del popolo di Dio e non se ne poteva fare a meno.
Paolo reagisce con radicalità perché vi è in gioco una questione di principio che è quello di non rinnegare l’esclusivo ruolo salvifico di Cristo morto e risorto (v. 2.36); interpreta il cristianesimo in chiave di gratuità e di dono (cfr v. 4).
Come si avverte questo richiamo teologico di Paolo è di estrema attualità.
Il v. 1 ha valore programmatico perché si dichiara che Gesù è il protagonista di questo evento di liberazione (cfr Gal 3,13 : 4,5). Il fine del gesto di dedizione totale del crocefisso è “per una vita di libertà”. Ecco perché vi è un forte richiamo a vivere un’esistenza libera. La fede in Gesù Cristo fa compiere l’esodo dalla terra di schiavitù e in Gesù ci è consegnata la responsabilità di vivere da uomini liberi, di costruire una storia nuova.
Il nostro esodo dalla schiavitù si è realizzato come grazia nel battesimo (3.27) perché lì ci si è immersi in Cristo morto e risorto, godendo del dono di un ‘esistenza libera e che annuncia che la fede è un evento di liberazione. Si noti che non è un punto di arrivo per Paolo, ma un punto di partenza. Ci rende responsabili personalmente e nella storia che viviamo. Non possiamo fare altro che custodire la libertà interiore che è la gioia della gratuità, del non possedere e dell’essere totalmente dedicati a questa novità, toccando nella storia che si vive questa passione di libertà.
Paolo invita alla vigilanza, cioè di non ricadere nel passato; la libertà interiore chiede di non ritornare agli idoli, a qualsiasi forma di idolatria.
Si noti che la libertà era un grande ideale politico delle città greche; lo stoicismo l’aveva anche trasferita sul piano esistenziale, con un ascetismo personale. Paolo la inserisce nel suo sistema teologico: la fede è il dono della salvezza donata da Dio per mezzo di Gesù Cristo. Potremmo dire che la fede è il dono della salvezza in Cristo, è esperienza di libertà. Paolo contrasta il legalismo giudaico. Per noi è offerto una sguardo di libertà che ci indica un orizzonte di pienezza di vita che lasci alle spalle qualsiasi dominio del peccato. Accogliere la libertà significa convertirci. La libertà è più profonda di noi stessi, potremmo dire. E’ una scelta che attraversa contrasto e lotte. Cristo si è consegnato alla morte “per strapparci al malvagio mondo presente” (v1,4).
E’ un esodo radicale da un’esistenza fondata su se stessi e su un falso sentimento di onnipotenza, di bastare a se stessi. Si respira libertà in una vita qualificata dalla logica dell’accoglienza del dono reciproco, della “fede operante mediante l’amore” (v. 6).
Un teologo protestante Barth, commentando la lettera ai Romani dice “Il Vangelo ci annuncia la trasformazione della nostra creaturalità in libertà” . Libertà che solo un Padre Vero può fondare e suscitare. La resurrezione attesta l’eccesso gratuito e appassionato dell’amore di Dio. La crocefissione è una tortura, il segno universale di come il male, quando si afferma, sottopone alla storia l’essere umano e le creature. Il male può catturare, torturare, mandare a morte la vita creata e il Figlio stesso di Dio ma non può cancellare né l’uno, né l’altro.
Il mistero pasquale è un evento che ci riguarda in profondità. La fede è questo sentirci raggiunti da questa radicalità. Bonhoffer afferma: “Solo quando si conosce l’impronunciabilità del nome di Dio si può anche pronunciare finalmente il nome di Gesù Cristo, solo quando si amano la vita e la terra, al punto tale che sembra che con esse tutto sia perduto e finito, si può credere alla risurrezione dei morti e a un mondo nuovo”.
Paolo in questa lettera dice che i credenti liberi dalla legge si aspettano il compimento ultimo della salvezza mossi dallo Spirito e grazie alla fede (v. 59).
Questo è l’unico passo paolino in cui la giustificazione appare oggetto di speranza finale. Vuol dire che la libertà è avvertita anche come attesa, che mette in tensione positiva il presente con il futuro. Affidarsi al dinamismo dello Spirito significa essere trascinati in una speranza di cui si intravvedono i segni. Paolo, nell’inno alla carità ,dirà appunto fede, speranza e carità. E il futuro escatologico, il compimento finale è la carità, questo amore che non ha di fronte la morte, vinta per sempre.Ecco perché di fronte a questo scenario diventa insignificante il fatto di essere circoncisi o no, il ritualismo legalista; per la vita ultima non ha nessun peso essere circoncisi o no, conta solo “la fede operante mediante l’amore”. Fede non è un assenso intellettuale, ma un’adesione che coinvolge la vita, le imprime orientamento operativo. La fede genera comportamenti e gesti di amore, é un’energia creatrice. Insomma, le fede non è un sentimento consolatorio, imprime un dinamismo di libertà, è operosa. Dire che la fede è dono non sollecita un atteggiamento passivo ed essa va accolta e contemplata. Ci apre a un nuovo campo di azione, si traduce in opera di amore. “Per mezzo dell’amore mettetevi gli uni a servizio degli altri” (5,14).
Il contrasto è tra chi opera chiuso in se stesso o per propri tornaconti e chi invece si rapporta agli altri nella logica del dono e del disinteresse (5,13-6,10). Paolo non è tra i difensori del quietismo spirituale. Ma va detto che l’operosità non è accanto al credere, ma esprime la nostra esistenza di fede.
La Chiesa operosa deve vivere di questa profezia. I vv 7-12 si applicano alla Chiesa dei Galati e Paolo si esprime con una concretezza senza mezzi termini. Vi sono ricordi del passato, del presente, riferimenti oppositori, espressioni fiduciose, invettive. Vi è una dimostrazione del modo personale con cui Paolo vive la crisi. I Galati erano incamminati bene ma ad un certo punto sorge un intoppo. Non è certamente opera di Dio che li ha chiamati a libertà (v. 13), ma per opera di imbonitori da non prendere alla leggera perché la loro azione è corrosiva. Non va sottovalutata e capita che questi versetti contengano un’attualità anche per noi. Paolo non gira attorno ai problemi perché ha un grande amore per la comunità e si sente apostolo e guida proprio in nome del Vangelo Saranno pochi questi oppositori, ma non vanno sottovalutati. Appare comunque fiducioso (v. 10) , anche perché il Signore che non fa mancare il suo aiuto, ma contrasta decisamente gli oppositori, non elude il conflitto. Il suo amore per la comunità non lo fa tacere e per questo usa toni accesi (vv. 11-12), proprio perché quegli oppositori vorrebbero annullare la scandalosa iniziativa di Dio di offrire all’umanità la salvezza che è Cristo maledetto dalla Legge. E’ una scandalosa novità rivelata dalla fiducia di Gesù. Per questo sono nemici della Croce di Cristo “che vadano a farsi castrare”. Frase durissima, se si tiene conto che la castrazione era impedimento alla partecipazione al popolo di Dio. (Deut. 23,2),. Insomma, equivale a una scomunica. Ma anche si smitizza il segno dell’appartenenza al popolo di dio dell’A.T.
E a questo punto Paolo si pone da pedagogo un problema vero “senza legge come si fa?”. Non vuole che venga interpretato, la sua teologia della libertà in chiave libertinistica. Non si promuove uno spontaneismo selvaggio e incontrollato? Non si erge a norma il capriccio personale? Non si riduce tutto “ciascuno fa quello che gli piace?” non si permette così il dominio della carne, cioè dell’egocentrismo e della sfrenata ricerca di se stessi e del proprio tornaconto? Sono interrogativi anche questi di grande rilevanza proprio perché Paolo ha superato il legalismo religioso, proprio perché Paolo ha superato illegalismo sviluppa una lotta contro la degenerazione antinomistica della libertà cristiana.
Coniuga libertà e amore. Il credente è stato liberato da Cristo e reso libero di amare (5,13 -15). E’ il dinamismo operativo suscitato dalla fede che contrasta lo spirito della carne che fa ripiegare su se stessi. E’ dunque l’operare nel gratuito che respinge gli impulsi negativi ed egoistici. Paolo, da grande educatore nella fede, sviluppa l’antitesi Spirito-carne (5,16-25).
Il Vangelo paolino significa libertà di amare, capacità di donarsi e accogliere il dono degli altri. E’ un evento di liberazione per grazia che impegna in un cammino di persone libere. La libertà di amare poggia sulla liberazione dalla chiusura in se stessi. La libertà cristiana è un servizio reso per amare non oppressivo. Si tratta di accogliere questi versetti come esortazione precisa anche per il nostro cammino quaresimale. Per Paolo, a differenza degli stoici, è un essere liberi per gli altri, non vivendo come individui autosufficienti. Ma forse conviene che ciascuno di noi abbia la forza e la gioia di iniziare un cammino quaresimale individuando un programma di vita spirituale concreto come Paolo ha fatto con i Galati. La nuova vita dei credenti, che nel battesimo e per la fede hanno partecipato all’essere di Cristo morto e risorto, passa attraverso anche la morte e la rinuncia “Ora chi appartiene a Cristo ha crocefisso la carne con le sue passioni e concupiscenze”.
”Se viviamo animati dallo spirito dobbiamo seguire lo spirito”.
Il cammino quaresimale inizia.

don Virginio Colmegna

GESÙ E LA FAMIGLIA

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GESÙ E LA FAMIGLIA

Teologo Borèl » Settembre 2005

I vangeli sono, come del resto tutta la Bibbia, storia di famiglie. Tra di esse sta la famiglia di Gesù. In famiglia, secondo la consuetudine sociale del tempo, egli vive la nascita, la fanciullezza e la giovinezza fino alla scelta professionale di “rabbi”; con la famiglia continuerà a intrattenere legami anche nel ministero. I vangeli sono, come del resto tutta la Bibbia, storia di famiglie. Tra di esse sta la famiglia di Gesù. In famiglia, secondo la consuetudine sociale del tempo, egli vive la nascita, la fanciullezza e la giovinezza fino alla scelta professionale di “rabbi”; con la famiglia continuerà a intrattenere legami anche nel ministero…
Quello di Gesù con la famiglia è indubbiamente un rapporto tanto reale quanto complesso, affatto scontato, anzi sovente critico, certamente innovativo rispetto al patriarcalismo dominante nel suo tempo e per tanto tempo dopo. Senza però che in lui appaia una marginalizzazione della famiglia, considerata anzi – come nella celebre controversia con i farisei sul divorzio – secondo l’originario disegno di Dio (cf Mt 19, 3-9). Ne sappiamo il perché: è la “variabile imprevista” del Regno di Dio da lui introdotta negli ordinamenti umani che determina la sua visione, decisamente singolare ed originale per gli schemi del tempo.
Per cui la famiglia, come del resto ogni altra istituzione ed entità naturale (società, stato, economia…), per Gesù assume il profilo di un sacramento, ossia di avvenimento umano, naturale, corrispondente alla creazione, con la positività e la fragilità storica che le sono connesse, ma innalzato ad essere segno efficace della presenza amorosa e vivificante di Dio nel mondo. Dio sta nel mondo come in una famiglia, la famiglia secondo Gesù ha per ospite il Padre, anzi è ospitata da Lui (cf Giov 14, 2-3.23).
Sicché nasce una circolarità virtuosa: la famiglia, ogni famiglia, dona a Dio il linguaggio (segni, esperienza) di potersi dire, comunicare; ma essa stessa riceve da Lui la grazia di potersi capire. Di questo “grande Mistero” (cf Ef 5, 32), Gesù è il segmento storico rivelativo escatologico, cioè contingente nell’espressione culturale, ma compiuto nei significati e decisivo negli esiti.
Quindi leggere biblicamente la relazione di Gesù con la famiglia è leggere la scelta di campo di Dio, il referente ultimo e basilare, la Parola di Dio, il Vangelo di Dio, il “Vangelo della famiglia”.
Intendiamo illustrare questo tema in chiave biblica elementare, raccogliendo criticamente i passi evangelici.
Si potrà notare che dai vangeli non si può ricavare uno specifico insegnamento circa il rapporto dei giovani con la famiglia.
Ma di certo anche a loro è dato di ritrovare nel Vangelo lo sguardo globale del Cristo verso questa entità originaria della vita, mettendovi a confronto un complesso di loro esperienze familiari, già segnate dalla consapevolezza del valore e del limite, quindi ora serene e ora deludenti.
Potrà questo essere il tempo opportuno di un discernimento e di una maturazione.
Seguendo un filo logico dei testi, già segnalato da J. Dupont,[1] distinguiamo tre aspetti:
– l’esperienza familiare di Gesù;
– atteggiamenti di Gesù verso la famiglia;
– gli insegnamenti sulla famiglia che Gesù consegna ai discepoli.
Facciamo precedere una rapida informazione di quello che poteva essere l’istituto familiare ai tempi di Gesù.

LA FAMIGLIA AI TEMPI DI GESÙ
Lungo tutto il tempo biblico la famiglia ebraica possiede certi connotati stabili. Semmai all’epoca di Gesù, epoca del giudaismo, si può notare da una parte una rigidità nell’osservanza delle prescrizioni legali, religiose e sociali (Gesù nasce fuori famiglia per ossequio al casato del padre putativo Giuseppe e a dodici anni, bar miswah, puntualmente termina la sua iniziazione partecipando alla pasqua a Gerusalemme) e dall’altra si assiste ad un certo allentamento del patriarcalismo classico, per cui la famiglia vera era più il clan di appartenenza che la famiglia di sangue.
Quello che è certo, è che la famiglia in Israele rappresenta la cellula base della società, con una perentorietà che escludeva in termini assoluti qualsiasi forma alternativa di convivenza, non solo in termini morali, ma anche giuridici. La stessa verginità non era particolarmente stimata. Solo con la mediazione della famiglia, l’israelita veniva a conoscere che il Dio biblico agisce nella storia (da Adamo ad Eva, ad Abramo e Sara, fino a Giuseppe e Maria). O meglio, agisce anche oltre la famiglia, nella scelta di singoli personaggi atti a portare avanti il suo disegno, ma questo era visto subito come evento straordinario (ad esempio la scelta di Gedeone, Samuele, Saul, Geremia, del Battista, della stessa Maria…) e pare non essere stato capito a proposito di Gesù.
Si tratta di famiglia endogamica, ossia costituita da genitori di razza ebraica, patrilineare, che prende titolo giuridico dal padre (è la presentazione che ne fa Matteo, ma in Luca emerge forse una linea matriarcale, conosciuta per sé dalla Bibbia, nella centralità riconosciuta a Maria). La famiglia vedeva la compresenza di membri in senso stretto, per via di sangue, e di altri parenti in senso più largo. Costituivano una “fratellanza”, dal termine di base ah, fratello, che per sé rivestiva un senso decisamente lato.
È certo ancora, come oggi avviene in popolazioni cosiddette primitive, che successo ed insuccesso di un membro erano condivisi (soprattutto il successo) in misura serrata, interessata ed ostentata, creando talora disagio nel privilegiato.
La famiglia era il luogo della vita globale: fisica, morale, professionale, religiosa ed anche culturale, almeno fino a quando il piccolo non frequentava la scuola a fianco della sinagoga. Se la madre accudiva i piccini, subentrava tosto il padre che assumeva lui il ruolo educativo. La crescita aveva nell’incipiente adolescenza il momento del passaggio al gruppo degli adulti con gli obblighi inerenti.
In breve la famiglia era segnata rigorosamente da uno rigido standard comune di vita (noi diremmo dalla dinamica di una forte socializzazione primaria), secondo la Torah e le interpretazioni dei rabbini. Veniva ad essere un fattore essenziale ed insostituibile di trasmissione della vita nella sua interezza, dunque anche della religione (idee, riti, istituzioni), era perciò considerata realtà sacra, stabilita da Dio, garanzia di tradizione, luogo quanto mai ricco di sapienzialità e di umanità. Ma insieme proprio la rigidità della forma poteva minacciare quella libertà e responsabilità del singolo per cui tanto si erano battuti i profeti, segnatamente Ezechiele (Ez 18). Senza contare la evidente debolezza che traspariva ad esempio – ne fanno fede i vangeli – dalla pratica del divorzio facile, che poi altro non era che un adulterio legalizzato, come pure dalla scaltrezza di sapersi esimere dall’osservanza del IV comandamento appellandosi alle tradizioni dei padri. “E di cose simili ne fate molte” (Mc 7,18).
Affiora perciò ancora netta nei vangeli, redatti in ambiti vitali non più giudei, questa bipolarità positiva e negativa, che coinvolse anche Gesù che alla famiglia fu fedele, ma non pedissequo, la rilesse e rivisse “criticamente” alla luce dell’avvenimento del Regno.

L’ESPERIENZA FAMILIARE DI GESÙ
I vangeli sono, come del resto tutta la Bibbia, storia di famiglie. Tra di esse sta la famiglia di Gesù. In famiglia, secondo la consuetudine sociale del tempo, egli vive la nascita, la fanciullezza e la giovinezza fino alla scelta professionale di “rabbi”; con la famiglia continuerà a intrattenere legami anche nel ministero. È domiciliata a Nazaret, fa da capo Giuseppe, un artigiano agricolo, la madre si chiama Maria. Gesù è detto “figlio primogenito” (ed unico) (Lc 2,7), ma in compagnia di “fratelli e sorelle” (Mc 6, 1-3).
Tale “famiglia estesa” egli se la ritrova a Cafarnao in un frangente difficile (Mc 3, 31), come pure in altri momenti della sua missione, ma dove spicca l’atteggiamento chiaramente interessato e geloso dei suoi “fratelli” (Giov 7, 1-10). Secondo i vangeli, incontra ancora la madre a Cana (Giov 2, 1-11) e sotto la croce (Giov 19, 26-27).
La vicenda personale di Gesù incrocia diverse famiglie, che di fatto entrano nel circolo della sua missione. Facciamone semplicemente ricordo: la famiglia di Zaccaria, Elisabetta e Battista (con cui appare imparentato, cf Lc 1, 36); la famiglia di Cana nel giorno della sua costituzione tramite le nozze (Giov 2, 1-12); la famiglia di Marta e Maria e Lazzaro, che dovette essere la famiglia di elezione del Maestro nei suoi spostamenti in Giudea e a Gerusalemme (Lc 10, 38-42; Giov 11, 1-3), come a Cafarnao lo fu la famiglia di Pietro cui guarisce la suocera (Mc 1, 29-31); la famiglia di Giairo con la sua sposa, cui risuscita la figlia dodicenne (Mc 5, 38-43).
Più indirettamente entra a contatto, a causa dei figli, con la famiglia della vedova di Naim (Lc 7, 11-17), della Cananea (Mc 8, 24-30) e del centurione di Cafarnao (Lc 7, 1-10); ma anche di Pilato stesso, del quale viene menzionata anche la sposa (Mt 27, 19), di Giacomo e Giovanni di cui conosciamo la madre e il padre (Zebedeo) (Mc 10, 35), delle madri che gli offrono i bambini da benedire (Mc 10, 13-16), delle “pie donne” di Gerusalemme che piangono su di lui (Lc 23, 27-31)…
Di Gesù veniamo sapere la condivisione di atti fondamentali della vita familiare.
Anzitutto i due atti estremi e costitutivi, la nascita e la morte, ricordati piuttosto lungamente nei vangeli. Anzi, prima ancora, conosciamo la sua gestazione nel seno della madre, caratterizzata da un incontro parentale gioioso, quello con Elisabetta e il figlio Giovanni; la giovinezza è vissuta in famiglia per quasi trent’anni (la maggior parte del suo tempo). Si vede Gesù partecipare alla vita familiare nel tempo della festa (a Cana per delle nozze, e a Gerusalemme per la celebrazione della pasqua, festa tipicamente familiare, Lc 2, 41-50) e del dolore (nel caso della vedova di Naim e della famiglia di Marta e Maria per la morte di Lazzaro). Durante la sua stessa passione mostra la premura di collocare la madre in una famiglia sicura (Giov 19, 25-27). Non si tralascerà di notare che è del tutto verosimile che la moltiplicazione dei pani abbia avuto per fruitori intere famiglie stanche ed affamate (cf Giov 6, 1-13).
Non da ultimo la base storica dei vangeli ci dice quanto sia stato impregnato di motivi familiari il lessico di Gesù, ossia quanto l’esperienza di famiglia sua ed altrui gli sia diventata fonte di linguaggio per esprimere la rivelazione di Dio che andava annunciando. Tantissimi ne sono i richiami: le nozze diventano segno messianico per eccellenza (Mc 2, 19; Mt 22, 1; 25, 1-12; Giov 2, 1-12); i ruoli di paternità e fraternità gli permettono di dire Dio e i rapporti dei discepoli con Lui e tra di loro (Mt 23, 8-10); l’immagine della donna che partorisce e ne ha gioia (Giov 16, 21), o di quella che spazza la casa per trovare la moneta (Lc 15, 8-10) evidenziano i temi nuovi del Regno; la storia del padre che vede la famiglia spezzarsi con la partenza del figlio minore (Lc 15, 11-32), o quella dei due figli di diversa obbedienza verso il padre (Mt 21, 28-32), o del padre ancora che dopo i servi invia il figlio a riscuotere i suoi diritti e costui viene massacrato (Mt 21, 33-44), o la gestione degli affari da parte degli amministratori nella casa del padrone (Mt 24, 45-51; 25, 14-30)… sono tutte fatti o parabole vivaci della storia della salvezza.
In sintesi si può dire che per Gesù vivere in famiglia e con famiglie ha fatto parte sostanziale della sua biografia: ha accettato l’istituto familiare come istituzione divina; ha condiviso la vita di famiglia con la accettazione dei suoi impegni per la maggior parte della sua vita; ha fatto del bene alla gente anche in quanto famiglie; si è servito della famiglia come di un segno per dir non poco del messaggio.
Per Lui la famiglia è stata un segno di incarnazione, con la valenza di segno profondo, data la sua permanenza. Il suo primo insegnamento è qui: l’aver praticato la famiglia come condizione elementare di vita per realizzare se stesso, per essere se stesso.

ATTEGGIAMENTI DI GESÙ VERSO LA FAMIGLIA
Ma noi sappiamo che l’esperienza familiare di Gesù va oltre la passiva accettazione di un dato di fatto: egli ha da dire qualcosa su di essa.
Lo dimostrano alcuni momenti di vita familiare da lui vissuti dentro la sua stessa famiglia di sangue, ed oltre essa. Sono situazioni che hanno provocato in lui degli atteggiamenti, registrati nei vangeli, che aprono varchi interessanti per capirne il pensiero.
Gesù si preoccupa di riaffermare il pensiero originario di Dio
Nel ministero di Gesù, due “provocazioni” degli avversari suscitano due suoi interventi diretti sul tema “famiglia”. Entrambi mirano a ritrovare, perché deformato, il profilo originale dell’istituzione familiare secondo il pensiero di Dio. In questo Gesù fa memoria della grazia degli inizi, rifacendosi a due momenti costitutivi della fede biblica: la creazione e l’esodo.
A chi lo “tenta” sulla liceità o meno del divorzio, e dunque ultimamente dell’adulterio, allora piuttosto tollerati a favore dell’uomo, Gesù afferma la indissolubilità ed insieme la fedeltà coniugale in una maniera che condanna divorzio ed adulterio anche dell’uomo (Mt 19, 9; 5, 31-32; Mc 10, 11-12; Lc 16, 18), anzi l’adulterio anche solo interiore (Mt 5, 27-28). Egli fa ciò appellandosi al disegno creativo di Dio (Gen 2, 24).
Di fronte poi ad uno stile troppo disinvolto di disimpegnarsi nei confronti dei genitori, Gesù ricorda il Decalogo, la legge dell’alleanza, precisamente il IV comandamento, che va dunque osservato contro ogni astuzia evasiva, fosse pure ammantata di sacro e di venerabili tradizioni (Mc 7, 9-13; Mt 15, 3-9). È noto che tale precetto Gesù lo riprende nell’incontro con il giovane ricco (Mt 19, 19), e soprattutto è da lui stesso praticato per tutti i lunghi anni nazaretani (Lc 2, 51).

La famiglia misurata sulla volontà di Dio
Affermato il profilo originale della famiglia, Gesù evidenzia la novità che vi apportano i tempi messianici del Regno. Una di tali innovazioni messianiche consiste nel subordinare la stessa famiglia al Regno: cioè la famiglia non è già Regno di Dio, ma realtà chiamata a convertirsi ed entrarvi. È quanto Gesù dirà ai discepoli (vedi più avanti), ma che vive nella sua stessa persona. Lo riferiscono i vangeli, la cui abituale sobrietà nel fare la storia intima di Gesù ancora di più rafforzano il valore di quanto viene detto a tale proposito.
Viene alla mente il noto episodio di Luca 2, 41-52 (ritrovamento di Gesù tra i dottori del tempio). Ivi Maria fa questo rimprovero a Gesù: “Figlio mio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io angosciati ti cercavamo” (v. 48). Gesù reagisce con una risposta che non è accomodante o richiedente il perdono: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (v. 49).
Dove si nota la contrapposizione tra “tuo padre” di Maria e “mio padre” di Gesù. Per lui il difetto sta decisamente nella incomprensione dei genitori. Ma segue anche che Gesù rientra nell’ordine originario, ed “era loro sottomesso” (v. 51).
In Giovanni, alle nozze di Cana (2,1-11), alla madre che fa presente la carenza di vino, Gesù risponde: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora” (v. 3). La risposta non va troppo indurita, giacché Gesù accoglie subito la preghiera. Ma è vero che prende le distanze, sicché il miracolo non andrà inteso nella direzione dell’ubbidienza filiale a Maria, ma in quella della sottomissione al Padre, che solo può fissare l’ora della manifestazione.
Si nota nei due casi l’indipendenza che Gesù intende mantenere davanti al parentado terreno, poiché nell’esercizio della sua missione si riconosce ultimamente dipendente solo dal Padre.
La sua missione egli la compie al servizio di Dio solo e non della sua famiglia, della quale peraltro vedremo qui sotto l’ambiguità di comportamento nei suoi confronti.
Ma proprio per questo acquista particolare rilievo la sua estrema attenzione verso la Madre quando egli sta per morire (Giov 19,26): diventa segno nitido di come fede in Dio e amore parentale possono far sintesi.

Incredulità della famiglia di Gesù nei suoi riguardi
Un certo distanziamento di Gesù dalla sua famiglia non risulta soltanto dall’esigenza di un legame con un Mistero ancora più grande. Si fa inevitabile anche a causa dell’incomprensione che riceve da essa: “I suoi fratelli non credevano in lui” (Giov 7,5). Gesù lo farà presente con molto realismo ai discepoli, prospettando persecuzioni dai loro stessi cari (Mt 10,21), ed intanto ne diventa lui stesso icona concreta con la sua esperienza. Due fatti eclatanti.
“I suoi uscirono per prenderlo; poiché dicevano: È fuori di sé” (Mc 3,21). È il giudizio dei parenti (cf il v. 31). Vengono da Nazaret, dopo aver udito il successo di Gesù in Galilea e l’accusa di possessione diabolica da parte degli scribi.
È difficile vedere Maria complice del giudizio dei suoi. L’episodio della vera “famiglia” di cui Gesù parla subito dopo si attaglia bene a Maria, che “compie la volontà di Dio” pienamente (3,33-35).
È la visita di Gesù a Nazaret che manifesta al massimo la distanza dei parenti da Gesù, e più ampiamente dei membri di quella famiglia più vasta che sono i concittadini (Mc 6, 1-6). La ragione sta nella loro “incredulità” sull’origine e sulla natura di ciò che Gesù è e fa (i miracoli). Il tutto si aggrava in quel nominare piuttosto sprezzante i tanti parenti di Gesù, di dirlo saccentemente “figlio di Giuseppe”, per concludere che non vale più di loro. L’incredulità si fa scandalo, e dunque rottura insanabile.
“Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Giov 1,11). Perché tutto ciò? È una reazione negativa contingente? O è in certo modo una costante che emerge là dove il mondo della sola natura, pur buona (e tale è la compagine familiare), non si apre al mondo della grazia?

Gesù considera i discepoli come sua vera famiglia
Nei Vangeli compare sovente la locuzione parentale “i suoi” relazionati a Gesù, come se egli determinasse con la sua presenza una sorta di parentado positivo rispetto ad uno negativo.
Senso negativo sta nel citato versetto di Giov 1,11 (“i suoi non l’hanno accolto”), ed è illustrato nei racconti precedenti; senso positivo invece appare laddove il criterio di parentela è Gesù stesso a fissarla. È emblematicamente detto nel discorso della Cena: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Giov 13,1), e viene illuminato dal racconto di Mc 3, 31-35.
Singolare e conturbante inizio di tale racconto avviene ancora prima, quando – nota Marco – i “suoi” vennero per prenderlo, dicendo che è matto (Mc 3,21). Allora, “giunsero sua madre e i suoi fratelli e stando fuori lo mandarono a chiamare” (3,31). Lo dicono a Gesù: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano” (v. 32). Gesù reagisce: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” (v. 33). E fa un gesto significativo: “Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno (v. 34a) (Mt: “stendendo la mano verso i suoi discepoli”: 12,49), pronuncia la parola: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,34-35; cf Lc 11,27-28). Si può pensare che qui Gesù si riferisca proprio ai Dodici poco prima chiamati (Mc 3, 13-19; v. pure Mt 28,10; Giov 20,17).
Con quello sguardo a 360 gradi Gesù simbolicamente supera la famiglia/steccato (a causa di razza, censo, cultura, religione, lo stesso sangue… in sé assolutizzati) e pone nell’accoglienza con amore della Parola di Dio (che è poi Gesù stesso) il fondamento verace di ogni legame naturale, aprendo anzi la via ad una straordinaria concezione di famiglia: famiglia vera è quella che si fa famiglia di Gesù, attorno a lui. Ciò vale per la famiglia carnale che trova così il suo senso profondo, ma vale per ogni uomo, anche senza famiglia (cf Mt 25,40) che in Gesù ne trova finalmente una formata da Lui e dagli altri discepoli. Vi è, in germe, la rappresentazione della Chiesa come la grande famiglia di Dio; vi è certamente il riconoscimento di Maria come “madre di Gesù”, dato che si è mostrata discepola fedele fin dal sì dell’annunciazione (Lc 1, 26-38).
In sintesi Gesù, dopo aver richiamato le radici divine della famiglia, contro ogni manipolazione di senso, ne spiega le conseguenze operative: non può essere fonte dei valori assoluti e dunque coercizione del destino individuale (da tale tipo Gesù ha voluto affermare fortemente, quasi bruscamente, la sua indipendenza); la famiglia agli occhi di Dio ha validità solo in quanto garante e promotore della missione del Regno; di qui il trasferimento del lessico ed esperienza familiare nei discepoli che lo accettano totalmente e radicalmente.

GLI INSEGNAMENTI DI GESÙ AI DISCEPOLI SULLA FAMIGLIA
È da prevedere che la concezione di famiglia di Gesù, che ci appare positiva, ma critica, tradizionale ed innovativa insieme, dopo essere stata testimoniata con atti tanto incisivi, sia stata insegnata e consegnata ai discepoli.
Dire insegnamento ai discepoli significa metter in rilievo un tratto del magistero di Cristo diverso da quello alla folla. È l’insegnamento in cui si congiungono parola e testimonianza del Maestro, con una cura pedagogica particolare, una sorta di iniziazione al Vangelo del Regno annunciato a tutti (cf Mc 4, 11.34). Il fatto allora che il magistero di Gesù sulla famiglia abbia – come vedremo – una singolare concentrazione nell’insegnamento ai discepoli, vuol dire che esso è di particolare valore, come se tra discepolato e legame familiare si desse una interiore dialettica, si richiamassero a vicenda. E cioè, il rapporto parentale ha un peso determinante, in bene e purtroppo anche negativamente, a riguardo della sequela di Gesù. Questo avvenne lui vivo e questo continuò nelle prime comunità di cristiani provenienti soprattutto dall’ebraismo. Si può supporre che è in tale contesto vitale di vocazione al discepolato che i detti “familiari” di Gesù furono mantenuti.
Tali detti puntualizzano tre aspetti nodali: fare il discepolo chiede di decidersi incondizionatamente per Cristo e subordinarvi ogni rapporto familiare anche più caro; anzi esige di sostenere una prevedibile, palese opposizione da parte dei propri cari; ma con Gesù la famiglia non si perde; si rifà “nuova”, per cui i legami non si spezzano, ma si ritrovano sull’ampiezza del Regno.

La necessità di una scelta
Lc 14,26 (Mt 10,37): “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”.
Vi sta l’ipotesi di un conflitto di doveri, non per sé un fatto inevitabile. Gesù stesso infatti riconosce che l’amore a Dio e al prossimo sono fatti per stare insieme (Mc 12, 28-31). Ma se il conflitto avviene, allora l’attaccamento requisito da Gesù ha lo stesso carattere assoluto di quello che è dovuto a Dio: “Non avrai altro Dio all’infuori di me” (Es 20,2). Nessun compromesso è ammesso.
La radicalità del principio, che per altro rivela il livello di autocoscienza divina di Gesù, ha modo di concretarsi con una serie di scenette biografiche (apoftegmi), che sono rimaste fortemente impresse nella memoria cristiana.
* Lc 9, 57-58; Mt 8,19-20: a chi intende seguirlo ovunque vada, Gesù risponde che “le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”: ossia la sua vita è precaria e dipende da chi gli dona accoglienza. Così sarà la vita del discepolo, senza più legami assicurati;
* Lc 9, 59-60; Mt 8, 21-22: ad uno che vuol seguirlo, ma prima chiede di andare a seppellire suo padre, Gesù risponde: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. È il tipico linguaggio paradossale semitico che serve a Gesù per bloccare ogni tentativo di differire la risposta al suo appello.
* Lc 9, 61-62: uno vuole seguire Gesù, ma chiede prima di congedarsi dai suoi (v. 1Re 19, 19-21). Gesù dice di no: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.
La nota è sempre eguale: da parte dei suoi discepoli Gesù non tollera mezze misure a proposito della loro famiglia.
“Il fatto di seguire Gesù spezza le abitudini che trattengono il discepolo, non gli permettono alcun altro impegno e gli chiedono un abbandono che lo leghi totalmente a Gesù: ecco ciò che è esposto in modo simbolico in questa scena concreta di vita” (R. Bultmann).

L’opposizione della famiglia
I vangeli propongono una serie di testi sulla divisione familiare che riecheggiano il carattere apocalittico della grande tribolazione che precede il giudizio escatologico del Messia. È proiezione nei tempi futuri di quanto aveva detto Michea: “Il figlio insulta suo padre, la figlia si rivolta contro la madre, la nuora contro la suocera, e i nemici dell’uomo sono quelli di casa sua” (7,6)
* “Non crediate che sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10, 34-36; cf Lc 12, 51-53). Non sono chiaramente assiomi matematici, ma profezia sulla direzione di marcia della storia, quando alla novità del Vangelo si contrappongono opzioni alternative, per quanto intime, anzi proprio perché tali. Il criterio di lettura resta ancora l’esperienza di Gesù trasmessa ai credenti.
* “Il fratello consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori e li metteranno a morte. Voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mc 13, 12-13). Qui la situazione è ancora più drammatica. Non solo il rigetto, ma la denuncia e la condanna a morte, eco forse di quanto capitava nella prima comunità. Non si resta neutri davanti al vangelo, e quelli che lo rifiutano diventano persecutori per quanti l’accolgono. Di qui implicito l’invito ai credenti di mettere un legame ancora più forte in Gesù che nei familiari.

Una famiglia nuova per quanti credono
Anteporre il “nome” di Cristo ad ogni altro legame significa esporsi alla sorte drammatica di “perdere” anche la famiglia, e in ogni caso si richiede al discepolo una netta e vigile subordinazione del rapporto con essa alla sequela del Maestro. Ebbene, come è proprio della logica delle beatitudini, Cristo vi corrisponde con una promessa inaudita e sommamente incoraggiante: tutti i credenti formeranno fin da ora una “nuova famiglia” con Lui.
Il testo fondamentale è Mc 10, 29-30: “In verità vi dico che se qualcuno abbandona casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e del vangelo, riceverà già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.
A sette abbandoni (la totalità!) corrisponde la totalità delle promesse (che sono sei, ma vanno calcolate sette con la relazione al Padre, che non viene nominato perché egli è sempre presente ed operante nella scelta dei discepoli. Le promesse iniziano e finiscono con beni materiali, ma in mezzo sta il legame parentale. La ricompensa ha due tempi: ora e nell’eternità. Ora il centuplo: sono gli effetti della benedizione biblica che Dio non fa mancare ai suoi figli. Il cenno alle persecuzioni tiene aperta la tensione alla ricompensa celeste. In questo detto di Gesù si sente echeggiare l’esperienza della prima comunità cristiana, che pur esposta ai conflitti anche gravi dei compatrioti giudei (cf At 2, 13; 4,3; 27-29), vive una comunione reciproca come avviene al meglio nella famiglia tra fratelli, tra genitori e figli (At 2, 42-48).
Di fatto i primi cristiani avevano assunto il vocabolo di “fratelli” per nominarsi (cf At 2, 37: Fil 4,1; 1Giov 3, 14, ecc.); la comunità cristiana costituisce una fraternità: “Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8). Il legame che rende tutti i credenti dipendenti da un solo Padre e dal loro solo Maestro Cristo ha per effetto di creare tra i discepoli rapporti che non possono essere che fraterni: vivendoli realizzano ciò che sono: membri di una sola famiglia, la famiglia di Dio e di Gesù Cristo.

Conclusioni
La lettura della famiglia secondo il Vangelo costituisce il “Vangelo della famiglia”. Non si può negare che per la cultura di oggi (ma anche di ieri) sia un vangelo sconcertante, che come primo effetto chiama ad una ponderata riflessione, rompendo stereotipi ed automatismi di idee e prassi e superando la paralisi della paura che emerge anche tra cristiani praticanti intorno a questo argomento, stimolando ad un cammino di conversione e di fede di cui enunciamo qui gli articoli principali.
* Cristo non dice di no alla famiglia: la vuole come la vuole Dio. Ne parla tanto e forte perché è veramente tanto grande quanto delicata ed esposta al negativo. La famiglia non si giustifica da sé, ma fa parte del progetto rivelato di Dio. E in tale quadro deve essere letta, cioè nell’ottica della fede. Allora la famiglia appare come un segno sacramentale che va oltre “la carne e il sangue” perché porta in sé la dignità del mistero trinitario.
* Gesù afferma la famiglia vivendola per tre quarti della sua vita, incontrandola nelle persone e facendo ad essa del bene e richiamandone il disegno originale contro ogni abuso ed arbitrio. Il linguaggio familiare (espresso e vissuto) gli permette di dire Dio compiutamente.
* È innegabile nelle parole di Gesù l’istanza critica. Trattandone entro il piano di Dio, contesta una comprensione idolatrica, che la famiglia cioè possa essere cellula isolata ed autosufficiente nella verità e nei valori. Quando questo avviene, si compie il conflitto e si impone la scelta alternativa. Di fatto nella vita di Gesù ciò accade a causa di un mondo parentale eccessivo nei suoi confronti. Ma questa è rottura storica, non metafisica. Maria, sua Madre, è sua vera familiare; e in famiglie cristiane attuali Gesù si troverebbe bene.
* La famiglia va assunta in corrispondenza al modo con cui Gesù l’ha assunta e vissuta. La simmetria è palmare. Gesù e il suo progetto (il Regno) chiedono di essere il determinante assoluto, dal quale la famiglia prende valore o controvalore. Senza tale ottica la famiglia è come un’aquila senz’ali, un potenziale bloccato. Gesù, che pur ha una valutazione positiva della famiglia come “creatura di Dio” (Mc 10, 6-8), non si chiude in essa, la vede toccata dal peccato. E da buon lettore della Bibbia aveva di ciò una testimonianza impressionante: da Adamo ad Eva fino alla famiglia degli Erodi, in una delle quali un giorno una madre e una figlia chiesero la testa di Giovanni Battista (cf Mc 6, 22-28).
* Ma anche per Gesù i rapporti con lui e con Dio assumono il profilo e l’intensità affettiva della famiglia, più grande e più piena. È una familiarità interiore, spirituale, ma non meno reale con Dio e tra i credenti. Se ne fa segno visibile, istituito e necessario la chiesa, che è chiamata la “casa, o famiglia, di Dio” (Ebr 3, 5-6; 1Tim 3, 14-15).Ma qui viene la domanda se la Chiesa sa essere veramente famiglia di Dio.
La promessa di Cristo si fa esigenza seria tanto più quanto egli nella nuova famiglia pone l’approdo necessario di un esproprio altrimenti disumano!
È paradossale, ma proprio l’aver la rivelazione scelto il legame familiare per sottolineare la grandezza del rapporto con Cristo, indica il valore non transeunte di quello.
E infatti Gesù non toglie la famiglia, vi chiede di potervi entrare, e la rende “nuova creatura” (2Cor 5,17).

Articolo tratto da: NOTE DI PASTORALE GIOVANILE. Proposte per la maturazione umana e cristiana dei ragazzi e dei giovani, a cura del Centro Salesiano Pastorale Giovanile – Roma.

[1] Cf Dupont J., Jésus et la famille dans les evangiles, in Communautés et liturgie 62 (1980) 477-481.

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Nuovo Testamento, famiglia |on 18 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

COMMENTO A ROMANI 11,33-36

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Romani%2011,33-36

BRANO BIBLICO SCELTO : ROMANI 11,33-36

33 O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!
34 « Infatti, chi mai ha potuto conoscereil pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? 35 O chi gli ha dato qualcosa per primo, si che abbia a riceverne il contraccambio? ». 36 Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

COMMENTO
Romani 11,33-36

Inno alla sapienza di Dio
Nella terza parte della lettera ai Romani (cc. 9-11) Paolo ha dato la sua spiegazione, ispirata alle Scritture, del mistero di Israele, concludendo che alla fine anche tutto il popolo eletto sarà salvato. Al termine di questa riflessione Paolo eleva un inno di lode a Dio, che è riportato nel testo liturgico. Il brano si apre con la lode (v. 33), prosegue con due citazioni bibliche (vv. 34-35) e termina con una ulteriore esaltazione di Dio (v. 36).
La lode iniziale è espressa da Paolo con due esclamazioni ispirate dalla riflessione sul mistero di Dio a cui ha appena accennato (cfr. v. 25): «O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (v. 33). Con la prima di queste due esclamazioni egli esalta la grandezza di Dio come creatore. La profondità riguarda tre aspetti: la sua «ricchezza» (ploutos), che consiste nelle risorse inesauribili della sua potenza, la sua «sapienza» (sophia), che è l’attributo manifestato da Dio nella creazione, la sua «scienza» (gnôsis) che è la conoscenza intima e diretta che Dio ha di tutte le realtà create. Ma è possibile che si Paolo attribuisca a Dio una ricchezza che è tanto più profonda in quanto ha come oggetto la sapienza e la conoscenza. Con la seconda esclamazione Paolo esalta Dio come colui che conduce gli esseri umani alla salvezza: i suoi «giudizi» (krimata, decisioni) sono insondabili e le sue «vie» (hodoi), cioè le sue scelte, sono inaccessibili: l’uomo può vedere solo gli effetti delle decisioni divine, ma le sue scelte profonde sono al di fuori della sua portata.
Per motivare il carattere trascendente e misterioso di Dio Paolo si pone poi tre domande che formula con le parole stesse della Scrittura. Per le prime due egli utilizza letteralmente, secondo la traduzione dei LXX, un passo del Secondo Isaia in cui si dice: «Chi ha conosciuto (ebr.: diretto) il pensiero (ebr.: Spirito) del Signore e chi mai è stato suo consigliere (per istruirlo)?» (Is 40,13; cfr. Ger 23,18) (v. 34). Questo testo si riferisce al decreto con cui il re persiano Ciro ha decretato il ritorno nella loro terra dei giudei esuli in Babilonia: questa svolta era umanamente inconcepibile, ma ciò che l’uomo non poteva neppure immaginare, e tanto meno suggerire, Dio lo ha compiuto di sua spontanea iniziativa. È significativa nella traduzione greca la sostituzione dello «Spirito» di JHWH con il suo «pensiero» (noun), che esprime più direttamente la sua attività decisionale.
Per la terza domanda Paolo si serve invece di un difficile testo ricavato dal libro di Giobbe (Gb 41,3). Letteralmente nel TM si dice: «Chi mi ha fatto un anticipo ch’io debba rimborsare? Tutto ciò che c’è sotto il cielo mi appartiene». Nel contesto, in cui si parla della forza del Leviatan, questa frase non ha senso. Nei LXX perciò il testo viene così tradotto: «Non temi perché è stata fatta una preparazione da me? Poiché chi c’è che mi resista?». La CEI, accogliendo una lettura diversa del testo, traduce: «Chi mai lo ha assalito e si è salvato? Nessuno sotto tutto il cielo». Abbandonando la traduzione greca da lui comunemente utilizzata, Paolo si rifà chiaramente al TM, traducendolo in questo modo: «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio?» (v. 35). Anche qui si attende una risposta negativa: nessuno può pensare neppure lontanamente di aver dato qualcosa a Dio e pretendere così che Dio sia debitore nei suoi confronti. Dio è totalmente al di sopra e al di fuori della portata di ogni sua creatura. Un passo dell’Apocalisse di Baruc esprime un pensiero analogo a quello delle tre domande poste da Paolo: «Ma chi, Signore, mio Signore, comprenderà il tuo giudizio? O chi investigherà la profondità della tua via? O chi calcolerà la gravità del tuo sentiero? O chi potrà calcolare la tua incomprensibile intelligenza? O chi mai tra i nati (di donna) troverà il principio o il compimento della tua sapienza?» (2Bar 14,8-9).
Alle tre domande fa seguito una piccola professione di fede in forma innica (dossologia) in cui si dice: «Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose » (v. 36a). In queste parole riecheggia un testo attribuito a Marco Aurelio, il quale, rivolgendosi alla Natura esclama: «Tutte le cose sono da te, in te e per te (ek sy panta, en soi panta, eis se panta)». Questa formula ha un chiaro significato panteistico. Ma Paolo, pur utilizzandola, si ispira alla teologia biblica della creazione. Anzitutto Dio è presentato come il principio supremo dal quale tutte le cose hanno origine (ex autou); egli è anche la causa strumentale, cioè colui per mezzo del quale (di’autou) tutte le cose sono state fatte (creazione); infine egli è la meta verso cui gli esseri umani devono orientarsi (eis auton) per trovare il significato della loro vita (salvezza). Questa dossologia si avvicina al genere dell’«elogio della Sapienza», nel quale si afferma che per mezzo della Sapienza tutte le cose vengono da Dio e a lui ritornano (cfr. Pr 8,22-36; Sir 24,1-22; Sap. 7,22-30); nel NT questo genere letterario è utilizzato a volte in chiave cristologica (cfr. 1Cor 8,6; Gv 1,1-14; Col 1,15-20). Qui invece Dio campeggia sovrano sia nel campo sia della creazione che della salvezza. La dossologia termina con la formula «A lui la gloria nei secoli. Amen» (v. 36b) con la quale a Dio solo viene attribuita la lode da parte di tutte le creature.

Linee interpretative
Il mistero di Israele offre a Paolo lo spunto per mettere a fuoco il mistero di Dio, così come era sentito e vissuto nella religione israelitica. Proprio per la sua santità e trascendenza Dio non solo non può essere visto dalle sue creature, ma neppure può essere rappresentato con immagini o invocato con il suo nome. Dio resta il totalmente altro, che nessuno può conoscere o definire. Di lui l’uomo può parlare solo per analogia, cioè facendo ricorso a un linguaggio fortemente metaforico e simbolico, subito negando però che le immagini usate possano dire qualcosa di oggettivo riguardo a Dio. Perciò nessuno può pretendere di ottenere qualcosa da lui o chiamarlo in causa se non l’ottiene. Nonostante ciò Dio è la causa da cui ha avuto origine il genere umano e il fine a cui ciascuno deve tendere se vuole dare un senso alla propria vita e ottenere così la salvezza. Questo modo di pensare mette Dio al di fuori e al di sopra di ogni meschina strumentalizzazione. Di fronte a lui l’uomo non può che inchinarsi, riconoscendo in lui il proprio limite, e al tempo stesso la possibilità di superare se stesso e di proiettarsi verso l’infinito.
Questo Dio misterioso e nascosto non è però del tutto irraggiungibile, in quanto egli ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Quindi è proprio e solo nell’altro essere umano che l’uomo può trovare la vera immagine di Dio. Ciò avviene quando l’individuo si rende contro che l’altro rappresenta il limite invalicabile dei propri desideri e dei propri egoismi. Il riconoscimento dell’alterità e della trascendenza di ogni essere umano sta alla base della possibilità di stabilire con tutti rapporti di solidarietà e di amore. È qui che trova la sua fonte e la sua ragione di essere il precetto che impone di amare il prossimo come se stessi: se uno non scopre fino in fondo l’alterità dell’altro vi potrà essere forse nei suoi confronti un atteggiamento di pietà, ma non di amore. Non per nulla nella religione israelitica si afferma il principio, sfociato poi nel cristianesimo, secondo cui l’amore verso Dio non può attuarsi se non mediante l’amore per i propri simili.

BENEDETTO XVI, ANGELUS 2011: LA DONNA CANANEA

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2011/documents/hf_ben-xvi_ang_20110814_it.html

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo

DOMENICA, 14 AGOSTO 2011 – LA DONNA CANANEA

Cari fratelli e sorelle,

il brano evangelico di questa domenica inizia con l’indicazione della regione dove Gesù si stava recando: Tiro e Sidone, a nord-ovest della Galilea, terra pagana. Ed è qui che Egli incontra una donna cananea, che si rivolge a Lui chiedendoGli di guarire la figlia tormentata da un demonio (cfr Mt 15,22). Già in questa richiesta, possiamo ravvisare un inizio del cammino di fede, che nel dialogo con il divino Maestro cresce e si rafforza. La donna non ha timore di gridare a Gesù “Pietà di me”, un’espressione che ricorre nei Salmi (cfr 50,1), lo chiama “Signore” e “Figlio di Davide” (cfr Mt 15,22), manifesta così una ferma speranza di essere esaudita. Qual è l’atteggiamento del Signore di fronte a quel grido di dolore di una donna pagana? Può sembrare sconcertante il silenzio di Gesù, tanto che suscita l’intervento dei discepoli, ma non si tratta di insensibilità al dolore di quella donna. Sant’Agostino commenta giustamente: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio” (Sermo 77, 1: PL 38, 483). L’apparente distacco di Gesù, che dice “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele” (v. 24), non scoraggia la cananea, che insiste: “Signore, aiutami!” (v. 25). E anche quando riceve una risposta che sembra chiudere ogni speranza – “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (v. 26) -, non desiste. Non vuole togliere nulla a nessuno: nella sua semplicità e umiltà le basta poco, le bastano le briciole, le basta solo uno sguardo, una buona parola del Figlio di Dio. E Gesù rimane ammirato per una risposta di fede così grande e le dice: “Avvenga per te come desideri” (v. 28)
Cari amici, anche noi siamo chiamati a crescere nella fede, ad aprirci e ad accogliere con libertà il dono di Dio, ad avere fiducia e gridare anche a Gesù “donaci la fede, aiutaci a trovare la via!”. È il cammino che Gesù ha fatto compiere ai suoi discepoli, alla donna cananea e agli uomini di ogni tempo e popolo, a ciascuno di noi. La fede ci apre a conoscere e ad accogliere la reale identità di Gesù, la sua novità e unicità, la sua Parola, come fonte di vita, per vivere una relazione personale con Lui. Il conoscere della fede cresce, cresce con il desiderio di trovare la strada, ed è finalmente un dono di Dio, che si rivela a noi non come una cosa astratta senza volto e senza nome, ma la fede risponde a una Persona, che vuole entrare in un rapporto di amore profondo con noi e coinvolgere tutta la nostra vita. Per questo ogni giorno il nostro cuore deve vivere l’esperienza della conversione, ogni giorno deve vedere il nostro passare dall’uomo ripiegato su stesso, all’uomo aperto all’azione di Dio, all’uomo spirituale (cfr 1Cor 2, 13-14), che si lascia interpellare dalla Parola del Signore e apre la propria vita al suo Amore.
Cari fratelli e sorelle, alimentiamo quindi ogni giorno la nostra fede, con l’ascolto profondo della Parola di Dio, con la celebrazione dei Sacramenti, con la preghiera personale come “grido” verso di Lui e con la carità verso il prossimo. Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria, che domani contempleremo nella sua gloriosa assunzione al cielo in anima e corpo, perché ci aiuti ad annunciare e testimoniare con la vita la gioia di aver incontrato il Signore. 

« E LA PAROLA SI FA VITA » di CARLO MARIA MARTINI

http://ora-et-labora.net/bibbia/martinibibbia.html

« E LA PAROLA SI FA VITA » di CARLO MARIA MARTINI

Tratto da « Guida alla lettura della Bibbia. Approccio interdisciplinare all’Antico e al Nuovo Testamento » San Paolo Edizioni

La sensibilità postconciliare ci porta tutti, pastori e fedeli, a riaccostare la Sacra Scrittura. Non solo per l’abbondanza dell’uso liturgico offerto dalla Chiesa ma anche per quella lettura corale e personale della Parola che va oltre la semplice riflessione, divenendo nutrimento del cuore. La tradizione cristiana, per esprimere questo atteggiamento spirituale di fronte al testo sacro, ha coniato un’espressione forte, pregnante: lectio divina. Il nostro introdurci nel mondo della Scrittura ha senso se si arriva a questa dimensione, altrimenti rimane arida conoscenza, erudizione, studio infruttuoso per il nostro «sentire» cristiano. Naturalmente la conoscenza, sia pur elementare, è necessaria. A questo fine, ogni mezzo, ogni sussidio, come questa sintesi di guida biblica, storica, letteraria, geografica, teologica, è oltremodo utile per passare dalla conoscenza al vissuto. La Sacra Scrittura deve, infatti, diventare fonte di vita per l’uomo d’oggi come lo è stata per le generazioni passate, in particolare per i primi cristiani. «La scrittura è la lettera che il Padre Eterno ci ha inviato», scriveva don Giacomo Alberione negli anni venti. «Non andiamo al tribunale di Dio senza aver letto tutta la lettera del Padre Celeste, perché ci dirà: non hai avuto né rispetto né amore per quello che ti ho scritto!». Queste forti parole di un profeta del nostro tempo ci sono di sprone per intendere prima «materialmente» e poi «spiritualmente» la parola di Dio. Come pastore vorrei invitare al passo successivo alla lettura e alla prima conoscenza, cioè «gustare» il suono della voce del Padre – come dice l’Alberione – e tradurlo in ricco nutrimento per la mente e per il cuore, affinché diventi vita, terreno fertile che produce «ora il novanta, ora il sessanta, ora il trenta». Ecco perché, più che riflessioni di carattere generale sul libro sacro, preferisco spiegare al lettore che cosa si intende con questa concisa espressione: lectio divina. Per questo occorre rileggere la costituzione del concilio Vaticano Il Dei Verbum al capitolo VI, n. 25. In questo passo troviamo cinque diverse menzioni di questa attività dello Spirito. «È necessario che tutti i chierici – affermano i padri conciliari – principalmente i sacerdoti e quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della Parola, conservino un contatto continuo con le Scritture (in Scripturis haerere)». L’espressione latina in Scripturis haerere significa «starci dentro, abitare nelle Scritture». Per ottenere tale scopo, viene raccomandata l’assidua lectio sacra, una lettura costante, perseverante. E insieme un exquisitum studium, cioè uno studio particolarmente coltivato, penetrante. La seconda menzione riguarda tutti i fedeli: «Parimenti il santo concilio esorta tutti i fedeli ad apprendere « la sublime scienza di Gesù Cristo » con la frequente lettura delle divine Scritture». L’espressione «assidua lectio sacra» viene ora ripresa come «frequente lettura delle divine Scritture», ed è raccomandata perché, mediante essa, si giunge ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo». La terza menzione: «Si accostino volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia ricca di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi». La quarta menzione, importantissima, è quella che spiega perché parliamo di lectio divina: «Si ricordino però che la lettura della Sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo; poiché « quando preghiamo, parliamo con Lui; Lui ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini »».
La quinta menzione riguarda i sussidi: «I vescovi devono aiutare i fedeli all’uso retto dei libri divini, in modo particolare del Nuovo Testamento e soprattutto dei vangeli, con traduzioni dei sacri testi che devono essere corredate di note necessarie e veramente sufficienti, affinché i figli della Chiesa familiarizzino con sicurezza e utilità con le sacre Scritture e si imbevano del loro spirito».
Mettendo insieme le cinque menzioni, possiamo tentare una descrizione complessiva di ciò che il Vaticano Il intende: una lettura assidua, non occasionale, della Bibbia; un accesso diretto al testo; uno stare dentro la Scrittura; un conversare familiare con le pagine bibliche; un imbeversi dello spirito della Scrittura; il tutto accompagnato dalla preghiera in modo che la lectio si trasformi in un colloquio tra Dio e l’uomo, diventi un ascoltare Dio per rispondergli. L’espressione sintetica lectio divina, che è giunta a noi dall’antica tradizione monastica, comprende tutte le caratteristiche indicate dalla Dei Verbum: non è semplicemente una lettura, ma una lectio, una lezione, fatta con familiarità orante, che ci fa entrare nello spirito dei sacri testi e ci permette di entrare in essi come in casa nostra. Questa lezione orante, questa familiarità assidua è necessaria non solo a chiunque svolge un servizio della Parola, ma è raccomandata con forza e insistenza a tutti i fedeli. Le parole della Dei Verbum sono forti e anche nuove rispetto a quanto si viveva in epoche precedenti. Infatti, nella Chiesa cattolica la Scrittura veniva letta in latino e poi spiegata ai fedeli che si limitavano quindi ad ascoltare. Tra l’altro erano poche le persone che sapevano leggere e che potevano perciò accostare direttamente i testi sacri. I vescovi oggi, tenendo conto della nuova situazione culturale dell’umanità, hanno sentito il bisogno di esortare tutti i fedeli, senza eccezione, ad accostare la Bibbia, stimolandoli all’esercizio della lectio divina.
Ricordo che non appena giunsi a Milano come vescovo, compresi che per familiarizzare i cristiani col mistero di Dio rivelato storicamente in Gesù Cristo attraverso il cammino della storia della salvezza, non bastavano semplicemente provvedimenti settoriali, bensì occorreva elaborare programmi pastorali diocesani che si ispirassero a questa dinamica fondamentale. Programmi che partissero dallo «stupore» contemplativo, cioè dal sottolineare quegli atteggiamenti contemplativi che sono previ alla lettura del testo sacro: riverenza, ascolto, silenzio, adorazione di fronte al mistero divino. Dallo «stupore» contemplativo bisognava sviluppare un progetto di comunità fondato sulla Parola quale riferimento primario, promuovendo iniziative concrete capaci di mettere la lectio divina, a poco a poco, alla portata di tutti. È un ideale da cui siamo ancora molto lontani e sul quale vorrei tanto confrontarmi con i miei fratelli vescovi e con tante Chiese del mondo. Auspico il giorno in cui si possa celebrare un sinodo universale semplicemente su questa domanda: come abbiamo applicato la costituzione conciliare Dei Verbum, là dove parla della Scrittura da mettere nel cuore e nella mente di tutti i cristiani attraverso la lectio divina?
Una simile lettura della Scrittura, raccomandata a tutti i cristiani, non può essere né occasionale né frammentaria e nemmeno discontinua. È tendenzialmente una lectio continua e globale, che tiene cioè conto di tutti i libri sacri e del contesto generale della Bibbia. Il concilio afferma che l’accostamento alla Bibbia può avvenire sia per mezzo della liturgia, ricca di parole divine, sia mediante la pia lettura. La sacra liturgia ci offre oggi, appunto, una lectio continua della Scrittura, mediante il biennio delle letture feriali e il triennio di quelle festive.
Un altro accenno al bisogno di una lettura globale lo troviamo al n. 12 della Dei Verbum: «Per ricavare con esattezza il contenuto dei sacri testi, si deve badare al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura». Bisogna dunque tendenzialmente conoscerla tutta. E ancora, al n. 16, viene ricordato che i libri dell’Antico Testamento, «integralmente assunti nella
predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro completo significato nel Nuovo Testamento e, a loro volta, lo illuminano e lo spiegano». Mi piace qui citare un esperto: «Lectio divina non è qualunque lettura della Bibbia che si svolga secondo il metodo e i canoni propri di qùella che usano chiamare « esegesi scientifica ». E nemmeno qualunque modo di accostare Bibbia e preghiera. Lectio divina non è nemmeno qualunque excursus dall’uno all’altro Testamento, o qualunque attualizzazione tentata a partire dalla parola di Dio. Lectio divina è la lettura continua di tutte le Scritture, in cui ogni libro e ogni sua sezione viene successivamente letta, studiata e meditata, compresa e gustata, mediante il ricorso al conte-sto di tutta la rivelazione biblica, Antico e Nuovo Testamento».
Questo è ciò che la Chiesa chiede a tutti i cristiani. Rispettando l’intero testo biblico, la lectio divina pone l’uomo in stato di ascolto umile della Parola. Potremmo allora dire che la lectio divina è l’unico approccio serio alla Bibbia, perché ci conduce nel mondo di Dio come in un tutto coerente. Essa produce in noi una solida inculturazione. Prima di parlare di inculturazione nelle culture umane, il cristiano deve inculturarsi in quel mondo di Dio che gli è rivelato attraverso il cammino che ci viene proposto nelle Scritture. Solo in seguito le altre inculturazioni potranno essere non tentativi velleitari, ma semi fecondi gettati nelle culture umane.
Purtroppo questa visuale non è molto comune. Se, dal Vaticano Il fino a oggi, la Chiesa ha compiuto ogni sforzo per accostare i fedeli alla Scrittura, tuttavia si è fatto pochissimo per aiutare a introdurli in una lectio continua e globale, in spirito di preghiera. Forse proprio per questo non tutte le letture bibliche, tentate in questi venticinque anni, sono state felici; talvolta hanno provocato dei cortocircuiti, si sono arenate, hanno addirittura stancato la gente. Se non arriviamo a esigere questa lectio continua e globale, almeno tendenzialmente, rischiamo di limitarci ad alcuni brani estrapolati dal contesto, o addirittura di appropriarci indebitamente e settariamente della Scrittura.
È possibile fare della lectio una realtà popolare, traducibile nella vita della comunità, nel vissuto del popolo di Dio? Non ho una risposta a questo interrogativo. Quando rileggo i capitoli della Dei Verbum mi sento messo in questione e capisco che abbiamo un lungo cammino da percorrere. D’altra parte avverto che se oggi un cristiano adulto non ha familiarità col mondo di Dio, non riuscirà a resistere in questa nostra situazione di frammentazione culturale e di Babele di linguaggi.
Da parte mia posso solo comunicare alcuni tentativi, alcune esperienze. Li espongo con semplicità anche per mostrare che non esiste un cammino prefissato, ma è necessario scrutare continuamente i segni dei tempi per capire, nel contesto in cui si vive, in quale maniera lo Spirito ci guida a compiere delle decisioni serie di fede.
La Scuola della Parola: questa iniziativa è nata senza alcuna pretesa. Alcuni giovani, anni fa, mi hanno chiesto di insegnare loro a pregare con la Bibbia e, dopo una mia breve istruzione, hanno sentito l’esigenza di esempi pratici di lectio. Così ho incominciato a proporre, nel 1980, la Scuola della Parola in Duomo, e dalle poche centinaia di giovani presenti la prima sera siamo rapidamente passati a diverse migliaia, fino a che l’appuntamento mensile divenne familiare a moltissimi giovani e ragazze. A un certo punto il loro numero superava la capienza del Duomo. Ricordo con quanto impegno, con quanto silenzio quei giovani ascoltavano e meditavano la Parola. Io insistevo che la vera lectio incomincia quando, terminata la spiegazione del brano, si passa al silenzio meditativo, senza canti e senza musica. Era commovente constatare il profondo silenzio adorante di tanti giovani riuniti insieme. Dopo cinque anni in Duomo, poiché il numero dei partecipanti continuava a crescere, abbiamo designato venticinque grandi chiese della diocesi, collegandoci via radio. Io tenevo la lectio attraverso l’emittente diocesana e i giovani, nei diversi punti di ascolto, si radunavano per ascoltare e pregare. I frutti sono stati consolanti: circa tredicimila giovani hanno seguito la Scuola. Successivamente, nel desiderio di un ulteriore allargamento dell’esperienza, abbiamo esteso la Scuola della Parola all’intero territorio diocesano. Perfezionando gradualmente il metodo, abbiamo aggiunto, ai classici momenti di lectio-meditatio-oratio-contemplatio, quello dell’actio, cioè di un’azione simbolica che dà concretezza all’agire derivante dall’ascolto della Parola.
Esercizi serali biblici: tra le tante possibili iniziative, questa mi è sembrata utile particolarmente per gli adulti. Gli Esercizi si tengono per sei sere consecutive proponendo la lectio di un brano. Io li ho proposti in Duomo, più volte: un anno leggendo per un’intera settimana il brano della moltiplicazione dei pani (Gv 6); un altro anno leggendo la pagina della lavanda dei piedi (Gv 13); un altro anno leggendo l’episodio del miracolo di Cana (Gv 2). Sono centinaia ormai le parrocchie che hanno fatto e ripetono l’esperienza degli Esercizi serali. La gente, anche la più semplice, si reca in chiesa con la Bibbia, prende gusto ad accostare i testi sacri, a passare momenti di preghiera e di silenzio. L’importante è di non approfittare del tempo degli Esercizi per una predica o un’omelia in più.
Termino citando alcune parole scritte da Giovanni Paolo Il in una lettera inviata al presidente della Federazione mondiale cattolica per l’apostolato biblico. Esse esprimono molto bene il senso di quanto ho tentato di dire: «Dando la Bibbia a uomini e donne, voi date Cristo stesso, che riempie coloro che hanno fame e sete della parola di Dio, sazia coloro che hanno fame e sete di libertà, di giustizia… Le mura dell’odio e dell’egoismo, che ancora dividono uomini e donne e li fanno ostili e indifferenti alle necessità dei loro fratelli e sorelle, cadranno come le mura di Gerico, al suono della parola della grazia e della misericordia di Dio». Allargando lo sguardo, il papa aggiungeva: «La Bibbia è anche un tesoro che in larga parte è venerato in comune con il popolo ebraico, a cui la Chiesa è unita da uno speciale vincolo spirituale fin dai suoi inizi. E finalmente questo Libro santo, a cui in un certo modo si riferiscono anche i popoli dell’Islam, può ispirare ogni dialogo interreligioso tra popoli che credono in Dio e, in questo modo, contribuisce a creare, attraverso una preghiera universale e accettabile a Dio, la pace dei cuori per tutti».

E GESÙ DISSE LORO: «SEGUITEMI, E IO VI FARÒ DIVENTARE PESCATORI DI UOMINI».MARCO 1:17

http://carmelogenerosa.wordpress.com/2013/09/11/cosa-ci-chiede-di-fare-il-signore/

Cosa ci chiede di fare il Signore?

Pubblicato il 11 settembre 2013

E GESÙ DISSE LORO: «SEGUITEMI, E IO VI FARÒ DIVENTARE PESCATORI DI UOMINI».MARCO 1:17

Dio desidera che tutti gli uomini si salvino e a tal fine vuole che non perdiamo la compassione per i perduti, che predichiamo la Sua Parola a tutte le genti e che diventiamo abili nel portare le persone nel Suo Regno.
Matteo 18:14 Così è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neppure uno di questi piccoli perisca».
Il messaggio di oggi prende spunto dalla parte del Vangelo di Luca in cui si parla della pesca miracolosa, questo brano ha un valore storico e insieme profetico per la nostra chiesa “La Parola della Grazia”, che oggi è composta da venticinque chiese disseminate in tutta Italia, oltre alle missioni, e che ebbe inizio nel 1985 nella sua abitazione. Fu lì che fu fatto il primo culto e fu lì che ebbero inizio i primi studi.
Per ispirazione del Signore il tema trattato in quella prima predicazione riguardava proprio ‘La pesca miracolosa’ e nessuno avrebbe mai pensato che quella sarebbe diventata la chiesa più grande d’Italia, ma purtroppo ebbe valore profetico anche nel senso che le reti si sarebbero rotte e tanti pesci sarebbero usciti, cosa che è avvenuta probabilmente per inesperienza e immaturità.
Viene quindi data lettura di Luca 5:1-11.
Luca 5:1 Or avvenne che, mentre egli si trovava sulla riva del lago di Gennesaret e la folla gli si stringeva attorno per ascoltare la parola di Dio, 2 vide due barche ormeggiate alla riva del lago, dalle quali erano scesi i pescatori e lavavano le reti. 3 Allora salì su una delle barche, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Postosi a sedere, ammaestrava le folle dalla barca. 4 E, quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e calate le vostre reti per pescare». 5 E Simone, rispondendo, gli disse: «Maestro, ci siamo affaticati tutta la notte e non abbiamo preso nulla; però, alla tua parola, calerò la rete». 6 E, fatto ciò, presero una tale quantità di pesci che la rete si rompeva. 7 Allora fecero cenno ai loro compagni, che erano nell’altra barca, perché venissero ad aiutarli. Ed essi vennero e riempirono tutt’e due le barche, tanto che stavano affondando. 8 Vedendoquesto, Simon Pietro si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore allontanati da me perché sono unuomo peccatore». 9 Infatti Pietro e tutti quelli che erano con lui furono presi da grande stupore, per la quantità di pesci che avevano preso. 10 Lo stesso avvenne pure a Giacomo e a Giovanni, figli di Zebedeo, che erano compagni di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; da ora in avanti tu sarai pescatore di uomini vivi». 11 Essi quindi, tirate in secco le barche, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.
Dall’esame di questi versetti emergono cinque cose che il Signore chiese a Pietro di fare e cinque benedizione che questi ricevette.
Le cinque cose che Gesù chiese a Pietro di fare
1. Gli chiese di fare qualcosa quando era stanco.
Assieme a Giacomo e a Giovanni, Pietro era reduce da un’intera notte trascorsa in mare e conclusasi con un grande fallimento, visto che non avevano pescato nulla. Affaticato, deluso e di cattivo umore, Pietro con gli altri due stava lavando le reti, quando Gesù li vide, notò due barche ormeggiate alla riva del lago (v.29) e chiese a Pietro la disponibilità di fare qualcosa per Lui.
Viene ricordato, a questo punto, cosa ci insegna la Scrittura riguardo a chi è stanco.
Isaia 40:29“Egli dà forza allo stanco e accresce il vigore allo spossato. 30 I giovani si affaticano e si stancano, i giovani scelti certamente inciampano e cadono, 31 ma quelli che sperano nell’Eterno acquistano nuove forze, s’innalzano con ali come aquile, corrono senza stancarsi e camminano senza affaticarsi”.
2. Gesù gli chiese il permesso di usare la sua barca.
Luca 5:3 Allora salì su una delle barche, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Postosi a sedere, ammaestrava le folle dalla barca.
Gesù chiese a Pietro di potersi servire della sua barca, cioè di qualcosa che egli già aveva. Anche a noi il Signore chiede di servirsi di ciò che abbiamo, è un principio che usa sempre e che usò anche con Mosé. Per dimostrare agli Israeliti che agiva per Suo comando gli disse di usare il bastone che teneva in mano. Gettandolo per terra davanti a loro si sarebbe trasformato in serpente e prendendolo poi per la coda sarebbe tornato ad essere un bastone.
Esodo 4:1 Mosè rispose e disse: «Ma ecco, essi non mi crederanno e non ubbidiranno alla mia voce, perché diranno: “L’Eterno non ti è apparso”». 2 L‘Eterno quindi gli disse: «Che cos’è quello che hai in mano?». Egli rispose: «Un bastone». 3 L‘Eterno disse: «Gettalo a terra». Egli lo gettò a terra, ed esso diventò un serpente, davanti al quale Mosè fuggì. 4Allora l’Eterno disse a Mosè: «Stendi la tua mano e prendilo per la coda». (Egli stese la mano e lo prese, e nella sua mano esso divenne un bastone). 5 «Questo farai», disse l’Eterno, «affinché credano che l’Eterno, il DIO dei loro padri, il DIO di Abrahamo, il DIO di Isacco e il DIO di Giacobbe ti è apparso».
Talvolta pensiamo di avere bisogno di chissà cosa o di chissà che gran fede per obbedire al Signore, ma Egli vuole semplicemente servirsi di quello che già abbiamo.
2 Gesù gli chiese di offrirGli il suo tempo per ascoltarLo mentre insegnava.
Dopo che la folla si pose a sedere sulla spiaggia per ascoltarLo, Gesù iniziò a parlare dalla barca giovandosi della direzione del vento, che dal mare portava verso la terra la sua voce amplificandola. Pietro non solo aveva remato per scostarsi dalla riva, ma dovette rimanere sulla barca ad ascoltarLo. Un giorno sarebbe stato lui a fare quello che stava facendo Gesù. Lo leggiamo nel libro degli Atti.
Atti 5:42 E ogni giorno, nel tempio e per le case, non cessavano di insegnare e di annunziare la buona novella: che Gesù è il Cristo.
4. Gesù gli chiese di fare nuovamente quello che aveva fatto da solo senza successo.
Per tutta la notte Pietro aveva cercato invano di pescare, ma Gesù gli disse: «Prendi il largo, e calate le vostre reti per pescare». Da pescatori quali erano, sapevano che si pesca di notte e poiché era già giorno avranno pensato che Gesù parlava da incompetente. Tuttavia Pietro rispose: «Maestro, ci siamo affaticati tutta la notte e non abbiamo preso nulla; però, alla tua parola, calerò la rete »(v.5). Pietro si accinse ad obbedire, ma parzialmente, visto che Gesù aveva comandato di gettare ‘le reti’ ed egli rispose che avrebbe calato ‘la rete’! I risultati diedero torto a Pietro, che dovette mettere in discussione la sua cultura sulla pesca. I pesci presi erano così tanti che ‘la rete’ si ruppe. Se avesse eseguito pienamente l’ordine di Gesù, ‘le reti’ non si sarebbero rotte. Quella pesca straordinaria è razionalmente inspiegabile, la cosa certa è che Gesù fa la differenza, perché quando le cose si fanno con Lui arriva la benedizione.
5. Gli chiese di usare le reti che aveva appena lavate e di sporcarle di nuovo.
Dopo una notte di fatica e di scoraggiamento, di certo Pietro avrebbe desiderato riposare, invece dovette rimanere con Lui sulla barca ad ascoltarLo. Avrebbe potuto risponderGli che non era il caso, dato che le reti erano state lavate ed erano stanchi. Nonostante tutto, però, Pietro fece ciò che Gesù gli chiese e con sommo stupore vide la rete riempirsi tanto da rompersi.
Le cinque benedizioni ricevute da Pietro
1. Anche se parzialmente, Pietro obbedì, rifece ciò in cui da solo aveva fallito e Dio lo benedisse.
Luca 5:6 E, fatto ciò, presero una tale quantità di pesci che la rete si rompeva.
Gesù ci insegna ad obbedirGli senza lasciarci condizionare da precedenti insuccessi, perché con Lui i risultati cambiano.
2. Pietro ricevette una benedizione così grande che dovette chiedere aiuto ad altri per evitare che i pesci fuoruscissero dalla rete. Questo ci dice che quando c’è una grande raccolta abbiamo bisogno dell’aiuto di altre persone.
Luca 5:7 Allora fecero cenno ai loro compagni, che erano nell’altra barca, perché venissero ad aiutarli. Ed essi vennero e riempirono tutt’e due le barche, tanto che stavano affondando.
È da notare che solo la barca in cui c’erano Gesù e Pietro fece la pesca miracolosa, perché la rete fu gettata alla Parola del Signore; pur essendo vicina, l’altra barca non prese nulla.
3. La benedizione ricevuta da Pietro fu così grande che ne beneficiarono anche altri.
Ricordiamo cosa disse Gesù riguardo alla Sua messe?
«La mèsse è grande, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il Signore della mèsse che spinga degli operai nella sua mèsse (Luca 10:2).
Gesù dice che quando c’è una grande raccolta serve l’aiuto di altri operai, con la conseguenza che la benedizione di uno passa anche ad altri. Questo ci ricorda la benedizione di Abrahamo, che Dio benedisse affinché fosse fonte di benedizione per altri.
Genesi 12:2 Io farò di te una grande nazione e ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai una benedizione.
4. La più grande benedizione che Pietro ricevette fu la rivelazione di chi era Gesù.
Inizialmente Lo considerava solo un maestro, ma alla fine Gli si gettò ai piedi chiamandoLo ‘Signore’.
Luca 5:8 Vedendo questo, Simon Pietro si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore allontanati da me perché sono un uomo peccatore».
5. Da quel momento la vita di Pietro prese una direzione totalmente diversa.
L’episodio descritto in questo brano avvenne agli inizi del ministero di Gesù, quando i discepoli non stavano sempre con Lui, ma Lo vedevano di tanto in tanto. Da quel momento in poi, però, la loro vita venne cambiata, quel miracolo la cambiò radicalmente.
Luca 5:9 Infatti Pietro e tutti quelli che erano con lui furono presi da grande stupore, per la quantità di pesci che avevano preso. 10 Lo stesso avvenne pure a Giacomo e a Giovanni, figli di Zebedeo, che erano compagni di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; da ora in avanti tu sarai pescatore di uomini vivi». 11 Essi quindi, tirate in secco le barche, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.
Quella pesca miracolosa era figura ed ombra di una grande pesca spirituale, che ebbe inizio subito dopo la risurrezione di Gesù, infatti alla sua prima predicazione Pietro portò alla salvezza ben tremila persone.
È da notare che mentre l’episodio della pesca miracolosa inizia dicendo che Gesù vide due barche ‘ormeggiate’ in riva al lago, non tirate sull’asciutto dove venivano poste quando non si dovevano usare più, si conclude dicendo che Pietro e gli altri due tirarono le barche in secco perché, avendo avuto la rivelazione di chi era Gesù, decisero di seguirLo, di lasciare il loro vecchio lavoro e la loro vecchia vita. Quella rivelazione li spinse a dare un nuovo orientamento alla loro esistenza.
Questa Scrittura ci insegna quanto è grande il valore dell’obbedienza; ci dice che è sempre seguita dalle benedizioni del Signore e che le Sue benedizioni motivano a prendere una vera decisione di seguirLo e di offrirGli la propria vita. Quando si prende seriamente questa decisione, la vita cambia e in quel momento anche a ciascuno di noi Gesù dice: «Non temere; da ora in avanti tu sarai pescatore di uomini vivi». Quando Gesù fece a Pietro questa promessa, non pose condizioni, essa rimase valida anche se Pietro ebbe momenti di sbandamento e arrivò a rinnegarLo, perché Dio è fedele alla Sua Parola e quando dice qualcosa la adempie sempre.
Pietro diventò il grande apostolo che Gesù aveva detto che sarebbe diventato, ma non per suo merito; neppure la pesca miracolosa avvenne per merito suo o della sua barca, ma perché con lui c’era Gesù, è Lui che fa la differenza.
Alle cinque cose che Gesù chiese di fare, sono seguite cinque benedizioni, grazie alle quali Pietro ebbe la rivelazione di trovarsi in presenza del Signore, piegò il suo cuore a Lui e prese la decisione di mettersi definitivamente al Suo seguito.
Questo prezioso insegnamento ci fa comprendere che dall’obbedienza scaturiscono benedizioni in abbondanza, che ad obbedire al Signore c’è tutto da guadagnare sia per noi che per chi ci sta intorno, e soprattutto stimola il nostro desiderio di donarGli totalmente la nostra vita.

MOSÈ E IL ROVETO ARDENTE – CARLO MARIA MARTINI

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/martini_moses2.htm

MOSÈ E IL ROVETO ARDENTE – CARLO MARIA MARTINI

I testi sui quali ci fermeremo in questa meditazione sono: At. 7,30-31 e Es. 3,1-10. Altri testi da tener presenti sono: Es. 6,2-13 e 6,28-7,7, più due accenni neotestamentari: Gv. 11,28; Mt. 9,35-10,1. Suggerisco pure il salmo 18, il salmo dell’iniziativa divina.
Chiediamo al Signore di metterci in umiltà e in verità di fronte alla scena del roveto ardente, anche se non ne tratteggeremo in questa meditazione che qualche aspetto del tutto particolare. Vi propongo di procedere secondo tre punti semplicissimi, di intonazione ignaziana: 1) che cosa fa Mosè? 2) che cosa ascolta Mosè? 3) che cosa intende Mosè?

1. Che cosa fa Mosè?
La meraviglia di Mosè
Teniamo davanti parallelamente At. 7,30.31 e Es. 3, 1-3. La prima cosa che fa Mosè è meravigliarsi. Mosè, stando là nel deserto, mentre pascola il gregge del suocero, vede un po’ lontano un roveto che brucia e gli sembra che continui a bruciare senza consumarsi; nel suo discorso (cfr. At. 7, 31), Stefano così commenta la scena: «Mosè si meravigliò» (o de Moyses idon ethaumasen). Questo mi piace molto: Mosè, che ha 80 anni, è capace di meravigliarsi di qualche cosa, di interessarsi a qualcosa di nuovo. Immaginiamoci quella grande pianura dell’Oreb, a 1700 metri di altitudine, sovrastata da grandi montagne, con terrazze successive di sabbia e di roccia: su una di queste terrazze c’è il nostro roveto. Pensiamo un istante che cosa avrebbe potuto fare Mosè. Avrebbe potuto dire: «C’è del fuoco; è pericoloso per il gregge se il fuoco si allarga; andiamo via, portiamo le pecore lontano ». Oppure avrebbe potuto dire: « C’è qualcosa di soprannaturale; è meglio non farsi prendere in trappola; partiamo e lasciamo che i più giovani, quelli che hanno più entusiasmo, se ne interessino: io ho già avuto le mie esperienze e mi basta ».
Invece «Mosè si meravigliò », cioè si fece prendere da quella capacità, che è propria del bambino, di interessarsi a qualcosa di nuovo, di pensare che c’è ancora del nuovo. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un particolare aggiunto al racconto. Io vi vedo piuttosto una profonda riflessione psicologica di Stefano, il quale ha intuito che Mosè, essendo stato 40 anni nel deserto, macerato dall’insuccesso e progressivamente purificato in virtù di quella situazione di vigilanza e di attesa su cui già abbiamo meditato, era ormai maturo per una nuova infanzia, maturo per ricevere la novità di Dio. Mosè avrà pensato così: «Io sono un pover’uomo fallito, ma Dio può fare qualcosa di nuovo ».
Dunque Mosè si meravigliò e poi – continua il l1acconto degli Atti – invece di non badarci ed andarsene, proserkomenou de autou… katanoesai, « si avvicinò per vedere », come di solito le versioni traducono. Ma katanoesai dice molto di più che « vedere »; indica infatti il nous, la mente. Quando in Lc. 12, 24 Gesù dice: katanoesate tous korakos, «guardate i corvi», non vuol dire semplicemente «vedete », bensì guardate, considerate, riflettete, cercate di comprendere, ecc. Qui si vede la libertà di spirito raggiunta da Mosè attraverso la purificazione. Se fosse stato un uomo amareggiato e rassegnato, si sarebbe limitato a concludere: «Una cosa strana, ma non mi riguarda ». E invece no: vuol capire, vuol vedere di che si tratta. Ecco un uomo vivo, anche se vecchio.

La curiosità di Mosè
Passiamo adesso al libro dell’Esodo e leggiamo: « Mosè disse tra sé: ‘ Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo, perché il roveto non brucia ‘ » (Es. 3, 3). Il testo greco ha: ti oli?, « come mai? ». Mosè è un uomo che lascia emergere le domande in se stesso; non è più l’uomo che ha già tutto sistemato e catalogato, che ha capito tutto; è un uomo ancora capace di porsi delle domande che esigono un’attenta risposta. Il testo nella traduzione della CEI dice: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo ». La versione non mi sembra molto buona. La Bible de Jérusalem, nell’edizione francese, dice: «Je vais faire un détour », che corrisponde meglio al verbo ebraico sur, che significa « fare una diversione, un giro lungo» e che dà l’idea di un’esplicita volontà: voglio rendermi conto. Mi sembra che si possa supporre una situazione di questo tipo: nel deserto vi sono differenti pianori, uno sull’altro, e spesso bisogna fare un lungo giro per salire al pianoro superiore; Mosè si trova in un pianoro più basso con le sue pecore, vede su un pianoro più alto il roveto e dice: «Andrò su, farò il giro, voglio vedere di che si tratta ». Il che significa lasciare il gregge, forse anche in pericolo, salire sotto il sole, ecc.
Nelle parole «voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo », dunque, scorgiamo l’animo di Mosè; è come se Mosè dicesse: «lo sono un pover’uomo, un fallito, però Dio può fare delle cose nuove, ed io voglio interessarmene, voglio capire, voglio comprendere, voglio sapere il perché ». Notate che qui ritorna la grande domanda che Mosè si era fatta per 40 anni: «Ma perché Dio ha permesso quello scacco? Perché, se ama il suo popolo, non si è servito di me per salvarlo? Perché non ha colto l’occasione che io gli davo? ». Questo « perché », che Mosè ha coltivato, raffinato e purificato, ecco che emerge di nuovo di fronte a quella imprevista visione. Ma l’uomo Mosè è andato assumendo ormai le caratteristiche dell’uomo profondo, maturo, purificato e aperto al nuovo.
Partendo dall’episodio di Mosè, si potrebbe riflettere molto sull’atteggiamento dell’uomo di fronte al mistero di Dio. Quest’uomo potrebbe dire: «Non mi interessa ». Ma può anche dire: «Voglio vedere, voglio rendermi conto, voglio sapere »; in questo caso si tratta di quel primo movimento dell’animo umano, di quella volontà incondizionata di conoscere e di capire, che, come si dice giustamente, sta all’origine di tutto ciò che c’è di umano nel mondo. Se nel mondo c’è qualcosa al di là dell’animalesco, al di là del puro mangiare, bere e riprodursi; se c’è qualcosa di umano; se, come dice Paolo nella lettera ai Filippesi, ci sono affetti, rapporti di amicizia e di comprensione (cfr. Filip. 2, 1 s.), tutto nasce da questa semplicissima affermazione: «Voglio capire ». La stessa civiltà umana si costruisce a partire da questo fondamento.
Mosè, quindi, è l’uomo ricondotto alla radice prima della sua umanità e posto davanti al mistero di Dio. In lui si manifesta quell’incondizionato desiderio di sapere, che sta all’origine di tutto ciò che è umano. .Mosè vuol sapere e per questo fa ancora uno sforzo: abbandona la comodità della pianura, in cui siede all’ombra della sua tenda, e comincia la salita faticosa della montagna; lascia anche le pecore, pur di arrivare fin là e sapere. Questo « sapere» in Mosè è qualcosa che gli cuoce dentro, è una passione che non si è addormentata, ma che anzi la purificazione ha reso più semplice, più libera. Mosè non va sulla montagna alla ricerca di un nuovo successo personale; ci va perché vuole sapere come stanno le cose, vuole mettersi di fronte alla verità così com’è.

Osservazioni dalla letteratura rabbinica
Ci sono due testi rabbinici che si potrebbero citare. Il primo è una pagina in cui si parla dell’aggadà pasquale, ossia l’ordine secondo cui si celebra la Pasqua ebraica. Alcuni ragazzi ascoltano il racconto della. notte di Pasqua. Uno di essi ha sonno; un altro invece dice: «Ma che cosa interessa a me questa storia dell’Egitto? » Un altro ancora fa domande e chiede: «Perché celebriamo questa festa e che cosa significa questa festa per noi? » È questo l’atteggiamento di Mosè, che si pone quella domanda fondamentale: ti oti?, « come mai? ».
L’altro testo rabbinico, molto bello, è di Rabbi Akiba, vissuto poco dopo Gesù e morto verso il 135, martirizzato dai Romani (si tratta di una personalità chiave per lo sviluppo del giudaismo dopo Gesù). Do qui una sintesi della sua storia. Rabbi Akiba era poverissimo; per quarant’anni condusse una vita di stenti: poi, a quarant’anni, si trovò una volta di fronte ad una fontana che mandava acqua e vide che la pietra sotto la fontana era scavata; allora chiese: «Chi ha scavato questa pietra? ». Gli risposero: «È l’acqua che cade ogni giorno. Non ricordi le parole di Giob. 14,19, secondo cui le acque scavano anche la pietra? ». Allora Rabbi Akiba pensò: «Se dunque l’acqua che è così tenera scava la pietra che è così dura, non avverrà forse che le parole della Torah, che sono dure come pietra, potranno scavare il mio cuore che è molle di carne? ». Fu così che a quarant’anni incominciò a studiare la Torah. Andò con il figlio da un maestro e lo pregò: «Maestro, insegnami la Torah ». Allora egli prese il lembo di una tavoletta, il figlio ne prese un’altra e il maestro scrisse: Alef, e Rabbi Akiba ripoté: Alef. Poi il maestro scrisse la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto ed egli imparò. E così imparò il Levitico, e poi tutta la Torah. Quando ebbe imparato tutta la Torah, venne di fronte a Rabbi Eliezer e Rabbi Joshuà, e ,disse: «Maestri miei, rivelatemi il senso della Mishna – cioè degli scritti che conservano la tradizione orale di commento alla Torah -»; e i maestri cominciarono a spiegare la Mishna e gli lessero una alakà – cioè un brano con una regola morale che spiegava una parte del Pentateuco -. Quando Rabbi Akiba ebbe ascoltato questa alakà, se ne andò fuori a passeggiare, pensando tra sé: «Questa Alef perché è stata scritta? Questa Bet perché è stata scritta? Questa cosa perché è stata detta? ». Tornò indietro e lo domandò ai suoi maestri, ed essi non seppero rispondere.
Notate come in questa storiella troviamo un parallelo alla scena di Gesù tra i dottori. Gesù probabilmente faceva domande semplicissime e proprio per questo riduceva al silenzio i grandi maestri. Gesù, come poi Rabbi Akiba, aveva il coraggio di porre le domande essenziali, quelle che non si fanno mai, perché sembrano troppo ovvie, ma dalle quali nasce tutto il resto.

2. Che cosa ascolta Mosè?
Ed eccoci al secondo punto della nostra meditazione.
Qui, siccome il testo degli Atti è riassuntivo, passo a Es. 3, 4-6. Dice il testo: «Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: ‘ Mosè, Mosè ‘ ». Mosè ascolta il suo nome. Immaginate lo shock di paura e insieme di stupore di Mosè, quando si sente chiamare nel deserto, in un luogo dove non c’è anima viva. Mosè si accorge che c’è qualcuno che sa il suo nome, qualcuno che si interessa di lui; egli si credeva un reietto, un fallito, un abbandonato: eppure qualcuno grida il suo nome in mezzo ai deserto. Si tratta di un’esperienza violenta, che forse abbiamo fatto anche noi quando trovandoci in un luogo – per esempio una grande città – in cui credevamo di essere del tutto ignorati, d’improvviso ci siamo sentiti chiamare da qualcuno per nome. Ora Mosè si sente .chiamato per nome due volte: «Mosè, Mosè ».
Che cosa vuol dire questa doppia chiamata? A me viene in mente questa riflessione. Nella Bibbia è abbastanza raro che una persona sia chiamata due volte. Vi ricordo alcuni casi. Il primo testo in Gen. 22, 1 (« Abramo, Abramo ») riguarda il momento culminante della vita di Abramo, quando questi è chiamato a sacrificare il figlio: è il momento in cui tutto il cammino fatto fino allora dev’essere provato, per vedere se è un cammino sincero; ecco allora la doppia menzione del nome: «Abramo, Abramo ». Un altro passo che vi ricordo è 1 Sam. 3, 10; Samuele viene chiamato nella notte: «Samuele, Samuele ». Anche qui siamo di fronte ad una svolta della storia di Israele: finito il periodo confuso dei Giudici, sta per aprirsi il periodo della monarchia, che comporterà un nuovo avvicinarsi di Dio al suo popolo. Un altro passo è Lc. 22, 31:
« Simone, Simone, ecco che Satana ti ha chiesto per vagliarti come il grano». Anche qui abbiamo a che fare con un momento culminante della vita di Pietro. Ancora un altro passo che mi sembra importante è Lc. 10, 41: «Marta, Marta ». Anche qui, sebbene l’episodio sia in sé assai semplice – un episodio da cucina -, tuttavia esso è per Luca molto importante, perché fa da pendant all’episodio del Samaritano (cfr. Lc. 10, 25-37). Maria rappresenta l’ascolto della parola; Marta invece è la persona che, piena di buona volontà, si dedica alle opere di carità, come il Mosè della prima maniera, e vi si è buttata talmente dentro da stravolgere tutti i significati delle cose. Questo passo è veramente importante in quanto fa vedere come Marta, presa dall’assillo di far bene, di far benissimo, di fare un gran pranzo per Gesù, ad un cerco punto ha rovesciato tutti i ‘valori: mentre Gesù è venuto in casa come Maestro, è Marta che diventa la maestra e vorrebbe insegnare a Gesù ciò che deve dire e ciò che deve fare, rovesciando così completamente il senso del Vangelo. In fondo, questo è lo scacco del Mosè della prima maniera, che credeva di avere lui tutta in mano la situazione e di poter insegnare a Dio come si doveva fare. Mosè non conosceva certo il passo di Marta, né quello di Simone, ma conosceva la tradizione su Abramo, e quindi poteva rendersi conto del significato di quella doppia chiamata.

È Dio che prende l’iniziativa
Mi sembra che i fatti ricordati siano tutti fatti decisivi. Anche Mosè sente che è giunto un momento decisivo per la sua vita: è il momento in cui deve essere veramente disponibile, senza fare gli errori della prima volta; perciò è pieno di paura: «Cosa mi sta per capitare? ». E qui Mosè ascolta qualcosa che forse non si aspettava. Lui che si era lanciato con tanto ardore per vedere il roveto ardente, avrebbe avuto piacere di sentirsi dire: «Grazie che sei venuto, che non ti sei lasciato vincere dall’amarezza »; e invece ascolta quella voce che gli dice: «Non avvicinarti, togliti i sandali dai piedi, perché il luogo dove tu stai è una terra santa ». Qui ritornano alla mente le parole di Gesù alla Maddalena: «Non toccarmi, non trattenermi» (Gv. 20,17). La Maddalena si avvicina a Gesù con amore, ma sempre incapsulandolo nella sua visuale precedente. E invece doveva cambiare il proprio atteggiamento.
In effetti quando l’uomo si lascia trascinare dal desiderio di ricerca, crede di possedere già le cose che cerca, e le possiede in qualche maniera attraverso la sua conoscenza; è così che finisce con l’inserire i fenomeni religiosi che vive, e quindi anche l’attività divina, nel proprio quadro mentale. Questo è un processo inevitabile. Noi infatti non possiamo capire le cose, se non partendo da un quadro mentale che già possediamo e riportandole ad esso. Mosè, con tutto il suo ardore, cercava di fare la stessa cosa: di vedere, cioè, quel fenomeno del roveto ardente come inquadrato nella sua visuale di Dio, della storia e della presenza di Dio nella storia. E allora Dio gli dice: «Mosè, cosi non va; levati i sandali, perché non si viene a me per incapsularmi nelle proprie idee; non sei tu che devi integrare me nella tua sintesi personale, ma sono io che voglio integrare te nel mio progetto ».
Questo è il significato del levarsi i sandali e di quell’avvicinarsi titubante, come quando si cammina sulle pietre senza scarpe, incerti; è l’incertezza dell’uomo che si chiede: «E adesso che cosa mi capiterà? ». Il fatto è che nella disponibilità al mistero di Dio non si può entrare marciando trionfalmente. Ancora oggi i musulmani, entrando nella moschea, hanno il costume di togliersi le scarpe, come chi si presenta davanti a Dio in punta di piedi, in silenzio, non imponendo a Dio il proprio passo, ma lasciandosi assorbire, integrare dal passo di Dio.
Mosè, dunque, ascolta: «Non avvicinarti, togliti prima i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa ». Immaginate lo sconvolgimento di Mosè nel sentire queste parole. E. questa una terra santa? Questo deserto maledetto, luogo di sciacalli, di desolazione, di aridità, dove soltanto i banditi amano venire, dove la gente per bene non abita? Questo deserto dove mi credevo abbandonato, miserabile, fallito: questa è una terra santa? È questa la presenza di Dio? È questo il luogo dove Dio si rivela?

3. Che cosa intende Mosè?
A questo punto Mosè capisce che cos’è l’iniziativa divina: non è lui che cerca Dio, e quindi deve andare, per trovarlo, in luoghi purificati e santi; è Dio che cerca Mosè e lo cerca là dov’è. E il luogo dove si trova Mosè, qualunque esso sia, fosse anche un luogo miserabile, abbandonato, senza risorse, maledetto – potete leggere nella Bibbia vari passi in cui si parla della desolazione che caratterizza il deserto, luogo dove abitano gli sciacalli, i serpenti e gli scorpioni -, quello è la terra santa, lì è la presenza di Dio, lì la gloria di Dio si manifesta.
Vorrei che ci fermassimo un momento a contemplare come Mosè ha vissuto il proprio cambiamento di orizzonte, la sua vera conversione, il suo nuovo modo di conoscere Dio. Finora Dio era per Mosè uno per il quale bisognava fare molto: bisognava fare la rivoluzione, sacrificare la propria posizione di privilegio, lanciarsi verso i fratelli, spendersi per loro, per poi essere ancora scornato e buttato via. Adesso finalmente Mosè comincia a capire; Dio è diverso: finora l’ha conosciuto come uno che ti sfrutta per un po’ di tempo e poi ti abbandona, un padrone più esigente degli altri, … più del faraone; adesso comincia a capire che è un Dio di misericordia e di amore, che si occupa di lui, ultimo tra i falliti e dimenticato dal suo popolo.
Per comprendere qualcosa di questa intuizione di Mosè, vi cito Gv. 11, 28, dove Maria di Betania piange il fratello e lo piange talmente che è rimasta in casa; per lei tutto è finito; è, sì, una donna di fede e crede che suo fratello risorgerà, ma umanamente è disperata, nessuna parola può confortarla, tutta la gioia della vita in famiglia è ormai finita. Eppure, il racconto prosegue: «Marta se ne andò a chiamare di nascosto Maria sua sorella, dicendo: ‘Il Maestro è qui e ti chiama ‘ ». Pensiamo alla sorpresa di Maria, la quale si credeva abbandonata, disperata, senza conforto e invece le viene detto che lì vicino, accanto alla tomba della sua disperazione, c’è il Maestro che la chiama per nome, che ha una parola per lei. Ecco cosa significa capire l’iniziativa divina nella propria vita.
Poi Mosè continua ad ascoltare altre parole: «Disse ancora Dio: ‘Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe ‘ » (Es. 3, 6). Notate come sono interessanti queste altre parole, che servono a bilanciare di nuovo l’animo sgomento di,Mosè. Mosè ha capito che non aveva capito niente di Dio; in ogni caso, pensava che quello fosse un Dio nuovo, diverso. Ma ecco che Dio gli dice: «Sono il Dio dei tuoi padri; se tu mi avessi capito, ti saresti accorto che sono lo stesso Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe; anche con essi ho agito così ». Il Signore è stato un Dio che si occupa di chi è abbandonato, di chi si sente disperato e fallito. Ed è bello questo parlare rassicurante, perché un uomo che, come Mosè, sa di avere sbagliato tutto, rischia di perdere la memoria; ma proprio allora il Signore gli richiama per intero p passato, che deve essere ricordato e ripensato, affinché appaia chiaramente che esso è stato il. luogo dell’iniziativa di Dio.
Non dimentichiamo mai che il nostro Dio è lo stesso Dio di tutte quelle persone che ci hanno educato alla fede, il Dio dei nostri genitori che ci hanno insegnato a pregare, il Dio dei nostri formatori e di tutti coloro che ci hanno preceduto nella via del Vangelo. Per quanto possiamo aver sempre ristretto a nostro uso e consumo questo nostro Dio, c’è un momento in cui siamo finalmente chiamati, davanti al roveto ardente, a capirlo veramente quale egli è.

Il Dio della misericordia
Seguitiamo ancora con i vv. 7ss., per capire com’è veramente questo Dio: «Il Signore disse: ‘ Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti. Conosco infatti le sue sofferenze, sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese, verso un paese bello e spazioso dove scorre latte e miele. .. Ora il grido degli Israeliti è arrivato fino a me ed io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano ». Notate qui com’è attenta la dizione, tutta in prima persona: «Ho visto, ho sentito, conosco, sono sceso, ecc. …» E notate pure l’implicito rimprovero per Mosè: «Tu, Mosè, credevi di essere un uomo molo to colto e molto versato nella conoscenza dell ‘uomo; credevi di capire i tuoi fratelli, la loro miseria; credevi di essere tu a prendere l’iniziativa di capirli, e di supplicare poi me affinché anch’io li capissi; eppure sono io che li capisco per primo, sono io che capisco tutte queste cose, sono io che vedo e che sento. Tu, Mosè, credevi di essere il primo ad aver scoperto la bellezza della libertà, desideroso come eri di farla gustare, e non ci sei riuscito; ma tutto questo veniva da me. Tu non hai mai pensato che questa era l’opera mia, e invece ti sei buttato a corpo morto, pensando che l’opera fosse tutta tua, che tutto dipendesse da te. Adesso ti accorgi che io vedo, io sento…; anzi, se c’è in te qualche compassione per il popolo, questa deriva da me; se c’è in te qualche senso di libertà, sono io che te lo do; se c’è in te qualche curiosità, essa è mia ».
Notiamo un ultimo aspetto che emerge dalla lettura patristica di queste parole, alla luce del Nuovo Testamento. «Sono sceso» dice il Signore (v. 8): è Gesù che è sceso per poter dire: «Ho veduto, ho sentito la miseria del mio popolo, la conosco da vicino e il suo grido è alle mie orecchie».
A questo punto cosa succede? Dio dice: «Ora va’ » (v. 10). Vedete come agisce l’educazione divina! Una volta che Mosè si è purificato dalla possessività della propria presunzione di salvare gli Israeliti, una volta che si è reso sensibile alla realtà vera delle cose, ecco che Iddio lo rimanda, come se niente fosse, come se mai avesse fallito. Dio gli ridà la piena fiducia: «Io ti mando dal faraone ». Mosè si sente ripreso completamente in mano da Dio e rimandato non per un’opera sua, ma per l’opera di Dio.

Mosè viene assunto per l’opera di Dio
Per capire meglio tutto questo, vi ricordo un altro testo bellissimo, su cui varrebbe la pena di meditare a lungo. Si tratta del passo che ci descrive la compassione pastorale di Gesù in Mt. 9, 35-10, 1. Esso si trova alla chiusura della prima parte del Vangelo secondo Matteo, che ci ha presentato Gesù, come Mosè, potente in parole e in opere: Gesù potente in parole (capp. 5-7: il Discorso della montagna), Gesù potente in opere (capp. 8-9: i dieci miracoli). Leggiamolo e fermiamoci su qualche spunto di riflessione: «Gesù andava attorno per tutte le città e villaggi, insegnando e curando ogni malattia e infermità». Ciò significa che Gesù, disceso in mezzo alla gente, è potente in opere e in parole. « Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: . . .» E qui ci saremmo aspettati che Gesù dicesse ai discepoli: « Andate! »; e invece dice: «Pregate! », «Pregate, dunque, il padrone della messe che mandi operai nella sua messe ». È molto importante questa battuta di attesa. Gesù vuol dire: «Non pensate di buttarvi nell’opera come se fosse vostra; l’opera è del padrone, del Padre. Non presumete di buttarvici dentro come il Mosè della prima maniera; ma lasciatevi inviare da Dio ». « Pregate. . . che mandi operai» non significa: «Signore, manda altri », ma: « Facci degni di essere mandati, così che possiamo andare verso quest’opera non in quanto è quella che piace a me e che io mi sono programmato, ma in quanto è l’opera che Dio mi dà ». E difatti subito dopo il testo dice: «Chiamati a sé i dodici apostoli diede loro il potere di cacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e di infermità ». Poi continuando cita i nomi dei dodici apostoli e dice: «Strada facendo predicate che il Regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (Mt. 10, 7s). Gesù dice: «L’opera mia, la mia compassione apostolica, la trasmetto a voi; vi trasmetto, cioè, la mia capacità di capire la gente; ora con questa capacità andate, predicate il Regno, curate i malati, e tutto fate gratuitamente ».
È evidente il parallelismo con la storia di Mosè. Anche Mosè, infatti, sarà assunto per l’opera di Dio soltanto dopo essere stato purificato e rinnovato nell’intimo, cos1 da lasciarsi educare alla compassione missionaria.

LA «MADDALENA» DEL VANGELO È LA PECCATRICE SALVATA DA GESÙ?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/La-Maddalena-del-Vangelo-e-la-peccatrice-salvata-da-Gesu

LA «MADDALENA» DEL VANGELO È LA PECCATRICE SALVATA DA GESÙ?

Una domanda che riguarda un personaggio citato nel Vangelo. Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica dell’Italia centrale.

Percorsi: BIBBIA – SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
Parole chiave: Vangelo (377)
21/05/2014 di Redazione Toscana Oggi

Maria di Magdala, la «Maddalena», è la peccatrice che Gesù salva dalla lapidazione e che, dopo questo episodio, decide di seguire Gesù? Oppure identificare queste due figure del Vangelo in una sola donna è arbitrario? E chi è invece la «Veronica» che nel Vangelo non c’è ma che viene ricordata nella Via Crucis?
Daniela

Maria Maddalena, dopo Maria la Madre di Gesù, è sicuramente la donna più famosa dei Vangeli. I dati certi che ci offrono i Vangeli canonici (Mt, Mc, Lc, Gv) la vedono protagonista al momento della crocifissione, della sepoltura, e al mattino di Pasqua presso il sepolcro come prima testimone della risurrezione di Gesù. È lei infatti che avverte del sepolcro vuoto i discepoli, da qui l’appellativo che ha ricevuto, quello di «apostolo degli apostoli».
L’ultimo dato sicuro che ci offre il vangelo riguardo a Maria Maddalena è che seguiva Gesù come discepola e l’assisteva con i suoi beni, grata della liberazione ricevuta, giacché da lei «erano usciti sette demoni» (Lc 8,2-3).
Quest’ultima informazione è quella che ha generato nella storia dell’interpretazione dei testi alcune ipotesi di identificazione con altre donne citate nei Vangeli. Il fatto che Maria Maddalena – il nome deriva dalla località di origine presso il lago di Galilea, Magdala – fosse stata liberata dai demoni ha portato ad identificarla con altre famose «peccatrici» dei Vangeli. Una di queste è Maria, sorella di Marta e Lazzaro, che vediamo cospargere di profumo prezioso i piedi Gesù, asciugandoli poi coi suoi capelli (Gv 12,1-8). Ma il Vangelo ci dice chiaramente che Maria è di Betania (11,1) e non di Magdala. Ma l’identificazione è stata ipotizzata a causa di un episodio simile riportato in Mc in cui una donna – questa volta detta «peccatrice» – cosparge di profumo il capo di Gesù scandalizzando i commensali. Il contesto ha qualche aggancio col precedente episodio di Gv 12,1-8, ovvero si svolge a Betania, però da un certo Simone e non da Lazzaro; c’è l’olio profumato, ma versato non sui piedi, bensì sul capo. Quindi l’identificazione è per lo meno azzardata.
L’altra identificazione di Maria Maddalena proposta è quella con l’adultera che rischia la lapidazione e che Gesù «salva» dai suoi accusatori (Gv 8,1-11). Ma qui gli agganci sono quasi inesistenti, se non per il fatto che anch’essa è una peccatrice pubblica (colta in flagrante adulterio).
Nella storia poi, tramite scritti apocrifi, tradizioni e leggende, su Maria Maddalena sono state riversate diverse figure, identificazioni, immagini. Il passo da «liberata da sette demoni» a peccatrice e verosimilmente prostituta, e perfino amante di Gesù è stato facile, ma decisamente improprio. Meglio attenersi ai dati evangelici, e soprattutto venerarla per la sua sequela di Gesù, per la sua fedeltà e soprattutto per essere stata la prima testimone della risurrezione del Maestro.
Sulla figura della Veronica, invece, e sul suo gesto durante la Via Crucis di Gesù, i dati evangelici sono inesistenti. In questo caso si sono congiunte due tradizioni simili e correlate, abbastanza antiche, ma che non hanno riscontri nei Vangeli. La prima è l’identificazione in un apocrifo della donna emoroissa guarita da Gesù con una certa Berenice, la quale avrebbe fatto un ritratto fedelissimo di Gesù. L’altra tradizione invece dipende da una famosissima reliquia, il mandylion, ovvero un velo che ritraeva una immagine miracolosa di Gesù sofferente, immagine non dipinta da mani umane. A questa reliquia sono state associate diverse tradizioni per spiegarne l’origine, una di queste è la famosa scena di Veronica (vera icona) che asciuga il volto di Cristo sulla via del Golgota.
Il limite tra leggenda e storia in questi casi è sottile e difficile da identificare, anche perché a volte si intersecano dati storici e tradizioni leggendarie che tentano di dare significato a tali dati. Certo è che il mistero e la venerazione legata a questo genere di reliquie (vedi la sindone o il velo di Maloppello), o a certe tradizioni (la sesta stazione della Via Crucis) devono far pensare. Come ebbe a dire San Giovanni Paolo II davanti alla Sindone di Torino e che può valere anche per tante altre tradizioni non contenute direttamente nei Vangeli: «La Sindone è provocazione all»intelligenza. Essa richiede innanzitutto l»impegno di ogni uomo, in particolare del ricercatore, per cogliere con umiltà il messaggio profondo inviato alla sua ragione ed alla sua vita [...] Per ogni persona pensosa essa è motivo di riflessioni profonde, che possono giungere a coinvolgere la vita» (24 maggio 1998).
Se non si tenta questo lavoro di approfondimento, di comprensione profonda che vari spunti evangelici e della tradizione ci offrono, si rischia di rimanere nel sensazionale, nella ricerca effimera di curiosità e amenità, mentre essi ci possono invece essere utili per nutrire il nostro cammino di fede.

Filippo Belli

FIUMI D’ACQUA VIVA SGORGHERANNO DAL SUO SENO

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FIUMI D’ACQUA VIVA SGORGHERANNO DAL SUO SENO

Se vi è in noi il desiderio di affidare allo Spirito Santo l’azione di rinnovare la nostra vita spirituale, non possiamo non approfondire, in verità, la conoscenza, della terza persona della Santissima Trinità. Rimanere nell’ignoranza riguardo alla Persona dello Spirito Santo, non soltanto ci limita in un vero e ortodosso cammino spirituale, ma ci impedisce, ancora di più, di vivere una fede viva, efficace ed evangelizzatrice:
non basta invocarlo, piuttosto dobbiamo permettergli di agire nella nostra vita, lasciarci guidare da Lui:

« Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me, (come dice la scrittura) fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7,37).

Spesso si corre il rischio di spiritualizzare o distorcere a nostro uso e consumo l’azione dello Spirito Santo, come del resto avviene anche per la figura del Padre e di suo figlio, nostro Signore Gesù Cristo. Lo Spirito Santo è colui che spezza e corregge la visione di Dio nel nostro cuore e nella nostra mente. E’ lo Spirito Santo che rende continua e viva nella Chiesa la vita di Gesù e rende viva nel credente la coscienza che Gesù è il figlio di Dio ed è il Signore.
Lo Spirito Santo è quel collirio che ci dà la capacità di correggere e vedere con esattezza Dio: « Lo Spirito Santo vi guiderà alla verità tutta intera » (Gv 16,13).Non possiamo testimoniare che Gesù è veramente il Signore della nostra vita se non sotto l’azione dello Spirito come ci ricorda San Paolo nella lettera ai Corinzi al capitolo 12 versetto 3: « Fratelli nessuno può dire Gesù è il Signore se non sotto l’azione dello Spirito Santo ». A questo punto poniamoci alcune domande: « Riusciamo ad essere testimoni di Cristo nei vari ambiti dove siamo chiamati a svolgere i nostri servizi? Meglio ancora: i bambini, gli adolescenti, i giovani, le famiglie, le persone insomma alle quali siamo chiamati ad essere un punto di riferimento nelle varie realtà della nostra parrocchia, quando ci vedono, vedono in noi solo una persona oppure un testimone di Gesù, vedono soltanto se abbiamo i capelli neri, biondi, castani, come siamo vestiti, oppure vedono in noi delle persone talmente innamorate di Dio al punto da voler assomigliare in tutto al Figlio?
Traspare dalla nostra vita, dai nostri modi di fare, di parlare, di essere che non abbiamo scelto un’ideologia o aderito a delle nozioni, ma ad una persona: Gesù!
Osservandoci, sono colti dal desiderio e dalla nostalgia di conoscere il Signore e di innamorarsi di Lui?
Guardandoci nasce in loro il desiderio che nasceva nel cuore di coloro che incontravano i discepoli del Messia al punto che li supplicavano dicendo: « Vogliamo venire con voi! » Siamo innamorati pazzamente di Cristo? Siamo suoi testimoni credibili? Vi leggo un brano preso dalla « Esortazione apostolica di Sua Santità Paolo VI » al punto 41 dal titolo « La testimonianza della vita »: « … per la Chiesa, la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio… , è il primo mezzo di evangelizzazione. «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, – dicevamo lo scorso anno a un gruppo di laici – o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (67). È dunque mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità. »
Capiamo, quindi, quanto sia importante, specialmente in questi tempi, essere veri con noi stessi per essere veri con Dio, Lui sa già che non siamo perfetti, che non siamo infallibili, che non siamo senza peccato e che mai lo saremo su questa terra; ma sa anche cosa siamo in grado di fare: Dio ci conosce meglio di noi stessi e sa benissimo che può fidarsi di noi, credere in noi, contare su di noi.
Dio conta su di te e sa anche che non lo deluderai perché sei il suo « figlio prediletto »! Ognuno di noi è il suo « figlio prediletto »! La nostra testimonianza di vita nel servizio che svolgiamo non è quindi un optional, ma è l’essenza del nostro servire, è ciò che lo caratterizza completamente, è come diceva Paolo VI « … il primo mezzo di evangelizzazione ». A questo punto dobbiamo ricordarci che non possiamo testimoniare, dicevamo poco fa, che Gesù è veramente il Signore della nostra vita se non sotto l’azione dello Spirito e ricordavamo cosa dice San Paolo nella lettera ai Corinzi al capitolo 12 versetto 3: « Fratelli nessuno può dire Gesù è il Signore se non sotto l’azione dello Spirito Santo ».
A tutti è capitato di osservare qualche volta la scena di un’auto in panne con dentro l’autista e dietro una o due persone che spingono faticosamente, cercando inutilmente di imprimere all’auto la velocità necessaria per partire. Ci si ferma, si asciuga il sudore, e ci si rimette a spingere… Poi improvvisamente, un rumore, il motore si mette in moto, l’auto va, e quelli che spingevano si rialzano con un sospiro di sollievo. È un’immagine di ciò che avviene nella vita cristiana. Si va avanti a forza di spinte, con fatica, senza grandi progressi. E pensare che abbiamo a disposizione un motore potentissimo (« la potenza dall’alto »!) che aspetta solo di essere messo in moto.
La festa di Pentecoste dovrebbe aiutarci a scoprire questo motore e come si fa a metterlo in azione.
Il segreto per sperimentare quella che Giovanni XXIII chiamava « una nuova Pentecoste » si chiama preghiera. È lì che scocca la « scintilla » che accende il motore! Gesù ha promesso che il Padre celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono (Lc 11, 13). Chiedere, dunque!
La liturgia di Pentecoste ci offre espressioni magnifiche, con la centenaria sequenza, per farlo: « Vieni, Santo Spirito…Vieni, padre dei poveri, vieni datore dei doni, vieni luce dei cuori. Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto. Vieni , Santo Spirito! »
Prima di scoprire chi è questo motore e come si fa a metterlo in azione, diventa importante chiedersi: chi sono io e quanto valgo? Ragioniamo ovviamente in termini spirituali e non carnali. C’è stato un evento straordinario nella nostra vita che ci definisce come niente e mai potrà farlo; qual è questo evento? Se ben pensaimo arriviamo alla conclusione inevitabile che questo evento irripetibile ed unico, potente ed umile c’è: è Il battesimo!
Cosa ho ricevuto nel battesimo? Cosa sono diventato grazie al battesimo? Che doni mi sono stati affidati nel battesimo? Abbiamo mai utilizzato i doni che il Signore ci ha messo nelle mani il giorno del battesimo? Viviamo da battezzati? Siamo pienamente consapevoli di ciò che abbiamo ricevuto nel nostro spirito, di ciò che siamo diventati e delle nostre immense potenzialità in quanto « figli di Dio »? Oppure dobbiamo parlare di un « sacramento legato », cioè di un sacramento nel quale il suo frutto rimane vincolato, non usufruito, per mancanza di certe condizioni che ne impediscono l’efficacia?
Questo succede perché i sacramenti non sono riti magici che agiscono meccanicamente, all’insaputa dell’uomo, o prescindendo da ogni collaborazione. La loro efficacia è frutto di una sinergia o collaborazione, tra l’onnipotenza divina (la grazia dello Spirito Santo) e la libertà umana, perché come dice S. Agostino: « Chi ti ha creato senza il tuo concorso, non ti salva senza la tua collaborazione ». Ancora meglio, il frutto del sacramento dipende tutto dalla grazia divina; solo che essa non agisce senza il consenso e l’apporto della creatura. Dio si comporta come lo sposo che non impone il suo amore per forza, ma che attende il « sì » libero della sposa.
Nel sacramento del battesimo vi sono due protagonisti: il primo è rappresentato da tutto ciò che è opera della grazia divina e dalla volontà del Cristo, il secondo è rappresentato dalla libertà dell’uomo, dalle sue disposizioni. Il primo protagonista opera sempre, è immancabile nel sacramento, mentre il secondo dipende dalla volontà e dall’apporto dell’uomo. La parte che Dio compie sempre riguarda: la remissione dei peccati, il dono delle virtù teologali (fede, speranza e carità) e il dono meraviglioso che fa all’uomo facendolo diventare figlio di Dio; tutto questo avviene grazie all’efficace azione dello Spirito Santo.
Vi racconto un’altra storia: all’inizio del secolo una famiglia del sud Italia emigra negli Stati Uniti.
Non avendo abbastanza denaro per pagarsi i pasti al ristorante, portano con sé il vitto per il viaggio: pane e formaggio. Col passare dei giorni e delle settimane il pane diventa raffermo e il formaggio ammuffito; il figlio a un certo punto non ne può più e non fa che piangere. I genitori tirano fuori allora i pochi spiccioli rimasti e glieli danno perché si goda un bel pasto al ristorante. Il figlio va, mangia e torna dai genitori tutto in lacrime. « Come, abbiamo speso tutto per pagarti un bel pranzo e tu ancora piangi? » « Piango perché ho scoperto che un pranzo al giorno al ristorante era compreso nel prezzo, e noi abbiamo mangiato tutto il tempo pane e formaggio! ».
Molti cristiani fanno la traversata della vita a « pane e formaggio », senza gioia, senza entusiasmo, quando potrebbero, spiritualmente parlando, godere ogni giorno di ogni « ben di Dio ».
Il battesimo è veramente quel sacramento che ci farebbe vivere ogni giorno con ogni « ben di Dio » a nostra completa disposizione, è quel « tutto compreso » del quale però non abbiamo ancora preso piena consapevolezza.
Il battesimo è davvero un ricchissimo pacco-dono che abbiamo ricevuto al momento della nostra nascita in Dio. Ma è un pacco-dono ancora sigillato: siamo ricchi perché lo possediamo, ma non sappiamo ancora di possederlo e cosa possediamo; parafrasando una parola di Giovanni, potremmo dire: « Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che siamo non è stato ancora rivelato » (1Gv 3,2). Ecco perché diciamo che, nella maggioranza dei cristiani, il battesimo è un sacramento « legato »!
Questa è la parte del primo protagonista, è la parte di Dio. Ma in cosa consiste la parte del secondo protagonista, dell’uomo? Consiste nella fede! « Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo » (Mc 16,16): accanto al battesimo c’è dunque la fede dell’uomo. « A quanti però l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome » (Gv 1,12).
Il battesimo è una perla perché esso è il frutto del sangue di Cristo.
Ecco che si realizza quel brano del vangelo che abbiamo già ascoltato: « Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno » (Gv 7,37).
Ci viene richiesta la Fede, quella con la « F » maiuscola!
Quella fatta di preghiera e opere, di abbandono e carità instancabile. Quella fatta di perdono ricevuto e di perdono donato. Nel nome e nella grazia di Cristo. Ecco il motivo per il quale siamo qui riuniti nel pomeriggio della solennità di Pentecoste, siamo qui per chiedere al Padre per mezzo di Gesù una « nuova e consapevole effusione » di Spirito Santo su ognuno di noi affinché possiamo far rivivere il nostro battesimo. Non un qualcosa in più ma, piuttosto, un dono che accenda tutto l’immenso tesoro a noi già donato.
E’ giusto spiegare questa « nuova effusione » in riferimento al battesimo, è altrettanto vero che essa fa rivivere anche la prima comunione, la cresima, l’ordinazione sacerdotale o episcopale, la professione religiosa, il matrimonio. In sintesi tutte le grazie e i carismi ricevuti nella nostra vita vengono rivitalizzati e rinnovati. Se vogliamo usare un’immagine, permettiamo allo Spirito Santo di levarvi la polvere che vi si è posata sopra e che non permetteva a queste grazie, a questi doni, a questi sacramenti di splendere in tutta la loro bellezza e lucentezza. E’ davvero la grazia di una nuova Pentecoste.
La definizione che più si avvicina alla realtà è che l’effusione è un evento spirituale. Un evento nel senso che qualcosa avviene, che lascia il segno, che crea una novità in una vita; ma un evento spirituale: spirituale perché avviene nello spirito, cioè nell’interiorità dell’uomo e gli altri possono benissimo non accorgersi di nulla; spirituale, soprattutto perché esso è opera dello Spirito Santo.
Ma una cosa è certa: questa sera scenderà ancora una volta su ognuno di noi, come nel giorno di Pentecoste di duemila anni fa quando Maria e gli apostoli erano riuniti nel cenacolo in preghiera, come lo siamo noi adesso. E come loro, anche noi usciremo da questa Chiesa diversi, da come ne siamo entrati, sicuramente rinnovati interiormente grazie a quello Spirito Santo che abita in noi dal giorno del nostro battesimo e che fa di noi « tempio santo dello Spirito di Dio »!
Lasciamoci fare da Dio; poniamo in Lui e nel Suo agire ogni fiducia.
Vorrei concludere questo intervento con un bel testo dell’apostolo Paolo, del quale stiamo celebrando il giubileo, che parla proprio della riviviscenza, cioè del far rivivere il dono di Dio. Ascoltiamolo come un invito rivolto a ciascuno di noi: « Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza » (2 Tm 1,6-7).

Amen!
Alleluja!

A. Ridolfi

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