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Atti 9,26-31 – Testo e commento

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IL SITO NICODEMO

BRANO BIBLICO SCELTO

Atti 9,26-31

In quei giorni Paolo, 26 venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo.
27 Allora Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. 28 Così egli poté stare con loro e andava e veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore 29 e parlava e discuteva con gli Ebrei di lingua greca; ma questi tentarono di ucciderlo. 30 Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso.
31 La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria; essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito santo.

COMMENTO
Atti 9,26-31

Prima visita di Paolo a Gerusalemme
Nella seconda parte della sua opera (8,5–14,28) Luca descrive la prima espansione del cristianesimo in Palestina, Antiochia e poi in Siria e Anatolia. Dopo aver narrato l’evangelizzazione della Samaria e la conversione di un eunuco etiope per opera di Filippo, uno dei sette ellenisti scelti per il servizio delle mense, egli riferisce la conversione/vocazione di Saulo (9,1-19), di cui riporterà in seguito altri due resoconti mettendoli sulla bocca dello stesso protagonista (cfr. 22,3-21; 26,9-20). Questi era già venuto alla ribalta come fiero avversario dei seguaci di Gesù in occasione della morte di Stefano (cfr. 7,58; 8,1.3); ora egli fa una profonda esperienza interiore che lo porta a Cristo (cfr. Gal 1,11-19). Col nome di Paolo, egli sarà il grande testimone del vangelo e il protagonista del racconto degli Atti a partire dal c. 12. La liturgia non riporta tutto il racconto della vocazione di Paolo, ma si limita a proporre la lettura del testo in cui si narra la prima visita di Saulo alla comunità di Gerusalemme.
Subito dopo il suo battesimo Saulo si ferma per un po’ di tempo («alcuni giorni») con i cristiani di Damasco, presentandosi nelle sinagoghe e annunziando che Gesù è «il Figlio di Dio» (v. 20). I suoi ascoltatori «rimangono meravigliati» (existanto, erano fuori di sé) e si domandano: «Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti?» (v. 21). Il racconto continua: «Saulo frattanto si rinfrancava sempre più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo» (v. 22). Saulo attribuisce dunque a Gesù i due titoli fondamentali della cristologia primitiva, quello di Cristo e quello di Figlio di Dio, che in questa fase della predicazione cristiana si identificano (cfr Mc 1,1). La sua dialettica irresistibile richiama quella del suo predecessore Stefano (cfr. 6,10), e come nel suo caso suscita una reazione violenta: «Trascorsero così parecchi giorni e i Giudei fecero un complotto per ucciderlo; ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo» (vv. 23-24a). È questa la prima manifestazione di un odio tenace contro il «disertore», un odio con cui Paolo si scontrerà per tutto il resto della sua vita. A differenza di Stefano però Saulo non si lascia cogliere di sorpresa, ma corre ai ripari: «Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta» (vv. 24b-25). Nel suo resoconto personale Paolo dice invece che, dopo il suo incontro con il Risorto, era andato in Arabia e poi era tornato a Damasco (Gal 1,16-17); da lì era poi fuggito facendosi calare per il muro in una cesta per sfuggire al governatore del re Areta (2Cor 11,32-33). Dopo tre anni, non è detto se dalla sua vocazione o dal ritorno a Damasco, si era recato a Gerusalemme per consultare Cefa ed era rimasto presso di lui solo quindici giorni (cfr. Gal 1,18).
Luca racconta invece che, dopo aver lasciato Damasco, Saulo si reca a Gerusalemme, il luogo da cui era partito. Lì egli «cercava di unirsi ai discepoli», cioè di entrare a far parte della loro comunità, ma essi reagiscono con incredulità e paura «non credendo ancora che fosse un discepolo» (v. 26). La cosa è più che logica: il ricordo della sua avversione nei loro confronti doveva essere ancora vivo. Allora Barnaba, dimostrandosi fedele al suo nome («figlio della consolazione»), perora la causa di Saulo davanti agli apostoli (v. 27). Egli racconta loro che anche Saulo, durante il viaggio a Damasco, aveva visto il Signore (e non soltanto una grande luce, come si racconta in 9,3) che gli aveva parlato e in Damasco «aveva avuto coraggio nel nome di Gesù». L’espressione «avere coraggio» traduce il verbo parrêsiazomai, che deriva da parrêsia, la facoltà di «dire tutto», che era concessa ai cittadini della polis greca. Questa facoltà spettava solo agli uomini liberi, ma per avvalersi di essa era necessaria una buona dose di coraggio: essa diventa quindi sinonimo sia di libertà che di franchezza. Anche Saulo ha dunque dimostrato di possedere, nell’annunziare il nome di Gesù, quella parrêsia che caratterizzava la testimonianza degli apostoli (cfr. 2,29; 4,13).
In seguito all’intervento di Barnaba, Saulo entra a far parte della comunità di Gerusalemme (egli «andava e veniva» nella città: cfr. At 1,21), mostrando anche qui lo stesso coraggio (parrêsiazomai) che aveva avuto a Damasco nell’annunziare il nome del Signore (vv. 28-29). Come Stefano (cfr. 6,9), anche Saulo si mette a discutere con gli ellenisti, cioè i giudei di lingua greca (il gruppo a cui egli stesso aveva appartenuto) e come lui suscita il loro odio e la volontà di «ucciderlo» (anaireô, togliere di mezzo). I fratelli, avendolo saputo, lo conducono allora a Cesarea, da dove lo «inviano» (exapesteilan) a Tarso: quello che era un espediente per toglierlo da una situazione di pericolo, viene presentato implicitamente da Luca come un invio, il conferimento di una missione, la stessa che lo impegnerà per tutta la vita. Anche Paolo conferma la notizia del suo ritorno in patria («nelle regioni dell Siria e della Cilicia»: Gal 1,21) dopo la visita a Gerusalemme. Del periodo che egli trascorre nella sua città natale non viene detto nulla né da lui né da Luca. Questi ritornerà a parlare di Saulo in occasione della visita che gli farà Barnaba per condurlo ad Antiochia (11,25).
Luca conclude il brano e tutta la sezione dedicata alla vocazione di Saulo con il suo solito ritornello riguardante la pace e la crescita della chiesa (v. 31; cfr. 2,48; 6,7; 12,24).

Linee interpretative
Nella trama degli Atti l’adesione di Saulo al nascente movimento cristiano ha un’importanza decisiva. È lui infatti che porterà il vangelo fino a Roma, dando così attuazione al compito che il Risorto aveva affidato ai suoi discepoli (At 1,8). Egli però non è un discepolo della prima ora. Luca perciò si preoccupa di non dare l’impressione che la diffusione del cristianesimo tra i gentili sia opera di un personaggio di secondo piano, che non aveva nulla a che fare con il gruppo originario dei testimoni della risurrezione di Cristo. Perciò dispone con cura il suo racconto, mostrando anzitutto che Saulo è venuto alla fede mediante un’esperienza che, pur avendo avuto luogo quando le apparizioni ufficiali di Cristo erano ormai concluse, comportava un incontro diretto con il Risorto.
In questa prospettiva è importante per Luca sottolineare i contatti che Paolo ha avuto con la chiesa di Gerusalemme. Paolo affermerà sì di essersi recato a Gerusalemme tre anni dopo la sua vocazione, ma preciserà di esservi rimasto solo quindici giorni e di non aver incontrato nessuno se non Cefa e Giacomo, fratello del Signore (cfr. Gal 1,18-19). Egli aveva i suoi motivi per dare poca importanza a questa visita (cfr. Gal 1,11-12), mentre per Luca era determinante mostrare come il futuro protagonista dell’espansione del cristianesimo fino a Roma fosse diventato a tutti gli effetti membro della chiesa madre di Gerusalemme. Di conseguenza egli attribuisce tutta la responsabilità della sua espulsione da Gerusalemme alla persecuzione dei giudei e passa sotto silenzio le difficoltà che la comunità stessa poteva avere avuto nei suoi confronti, come prima le aveva avute con Stefano.
Al di là di una ricostruzione esatta dei fatti, oggi non più possibile, bisogna riconoscere che, nonostante i dissidi, Paolo stesso si è sentito molto legato alla comunità di Gerusalemme: lo accenna espressamente egli stesso al termine della lettera ai Romani, dove sottolinea che il suo apostolato ha avuto inizio proprio a partire da Gerusalemme (Rm 15,19), dove si sta recando per portare il denaro della colletta fatta nelle sue comunità (15,25). Paolo ha dunque avuto un’idea molto chiara dei rapporti che collegano tutto il movimento cristiano alla comunità dei primi testimoni costituitasi a Gerusalemme subito dopo la risurrezione di Gesù. Su questo punto egli è del tutto d’accordo con Luca. Tuttavia né l’uno né l’altro hanno inteso questo rapporto nei termini di una dipendenza gerarchica, bensì in quelli, molto più profondi, di una comunione nella fede in Gesù Cristo. È questo che Luca ha voluto esprimere in forma narrativa nel racconto della visita di Paolo a Gerusalemme.

GIOVANNI PAOLO II – (I CARMI DEL SERVO DI YHWH)

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1987/documents/hf_jp-ii_aud_19870225.html

GIOVANNI PAOLO II – (I CARMI DEL SERVO DI YHWH, Isaia, Antico e Nuovo Testamento)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 25 febbraio 1987

1. Durante il processo dinanzi a Pilato, Gesù, interrogato se fosse re, dapprima nega di esserlo in senso terreno e politico; poi, richiesto una seconda volta, risponde: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità” (Gv 18, 37). Questa risposta collega la missione regale e sacerdotale del Messia alla caratteristica essenziale della missione profetica. Il profeta, infatti, è chiamato e inviato a rendere testimonianza alla verità. Come testimone della verità egli parla in nome di Dio. In un certo senso egli è la voce di Dio. Tale fu la missione dei profeti che Dio mandò lungo i secoli a Israele.

È particolarmente nella figura di Davide, re e profeta, che la caratteristica profetica è unita alla vocazione regale.

2. La storia dei profeti dell’Antico Testamento indica chiaramente che il compito di proclamare la verità, parlando a nome di Dio, è anzitutto un servizio in relazione sia al divino mandante, sia al popolo, al quale il profeta si presenta come inviato da Dio. Ne consegue che il servizio profetico è non solo eminente e onorevole, ma anche difficile e faticoso. Ne è un esempio evidente la vicenda occorsa al profeta Geremia, il quale incontra resistenza, rigetto e perfino persecuzione, nella misura in cui la verità proclamata è scomoda. Gesù stesso, che più volte ha fatto riferimento alle sofferenze subite dai profeti, le ha sperimentate personalmente in modo pieno.

3. Questi primi accenni al carattere ministeriale della missione profetica ci introducono alla figura del servo di Dio (“Ebed Jahwe”) che si trova in Isaia (precisamente nel cosiddetto “Deutero-Isaia”). In questa figura la tradizione messianica dell’antica alleanza trova un’espressione particolarmente ricca e importante se consideriamo che il servo di Jahvè, nel quale spiccano soprattutto le caratteristiche del profeta, unisce in sé, in certo modo, anche la qualità del sacerdote e del re. I Carmi di Isaia sul servo di Jahvè presentano una sintesi vetero-testamentaria sul Messia, aperta a sviluppi futuri. Benché scritti tanti secoli prima di Cristo, servono in maniera sorprendente all’identificazione della sua figura, specialmente per quanto riguarda la descrizione del servo di Jahvè sofferente: un quadro così aderente e fedele che si direbbe ritratto avendo sotto gli occhi gli avvenimenti della Pasqua di Cristo.

4. È doveroso osservare che i termini “Servo” e “Servo di Dio” sono largamente impiegati nell’Antico Testamento. Molti eminenti personaggi si chiamano o sono definiti “servi di Dio”. Così Abramo (Gen 26, 24), Giacobbe (Gen 32, 11), Mosè, Davide e Salomone, i profeti. Anche ad alcuni personaggi pagani che svolgono una loro parte nella storia di Israele, la sacra Scrittura attribuisce questo termine: così per esempio a Nabucodonosor (Ger 25, 8-9) e a Ciro (Is 44, 26). Infine tutto Israele come popolo viene chiamato “servo di Dio” (cf. Is 41, 8-9; 42, 19; 44, 21; 48, 20), secondo un uso linguistico di cui troviamo eco anche nel cantico di Maria che loda Dio perché “ha soccorso Israele, suo servo” (Lc 1, 54).

5. Quanto ai Carmi di Isaia sul servo di Jahvè constatiamo anzitutto che essi riguardano non un’entità collettiva, quale può essere un popolo, ma una persona singola, che il profeta distingue in certo modo da Israele-peccatore: “Ecco il mio servo che io sostengo – leggiamo nel primo Carme -, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta . . . non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra . . .” (Is 42,1-4). “Io, il Signore . . . ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” (Is 42, 6-7).

6. Il secondo Carme sviluppa lo stesso concetto: “Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane: il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra” (Is 49, 1-2). “Mi disse: È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe . . . Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is 49, 6). “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola” (Is 50, 4). E ancora: “si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui chiuderanno la bocca” (Is 52, 15). “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità” (Is 53, 11).

7. Questi ultimi testi, appartenenti ai Carmi terzo e quarto, ci introducono con impressionante realismo nel quadro del servo sofferente al quale dovremo ancora tornare. Tutto quanto Isaia dice sembra preannunziare in modo sorprendente ciò che all’alba stessa della vita di Gesù predirà il santo vecchio “Simeone”, quando lo saluterà come “luce per illuminare le genti” e insieme come “segno di contraddizione” (Lc 2, 32.34). Già dal Libro di Isaia la figura del Messia emerge come profeta, che viene al mondo per rendere la testimonianza alla verità, e che proprio a motivo di questa verità sarà respinto dal suo popolo, divenendo con la sua morte motivo di giustificazione per “molti”.

8. I Carmi sul servo di Jahvè trovano ampia risonanza “nel Nuovo Testamento”, fin dall’inizio dell’attività messianica di Gesù. Già la descrizione del battesimo nel Giordano permette di stabilire un parallelismo con i testi di Isaia. Scrive Matteo: “Appena battezzato (Gesù) . . . si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui” (Mt 3, 16); in Isaia è detto: “Ho posto il mio spirito su di lui” (Is 42, 1). L’evangelista aggiunge: “Ed ecco una voce dal cielo che disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3, 17) mentre in Isaia Dio dice del servo: “il mio eletto in cui mi compiaccio” (Is 42, 1). Giovanni Battista indica Gesù che si avvicina al Giordano, con le parole: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo” (Gv 1, 29), esclamazione che rappresenta quasi una sintesi del contenuto del terzo e del quarto Carme sul servo di Jahvè sofferente.

9. Un rapporto analogo lo si trova nel brano in cui Luca riporta le prime parole messianiche pronunziate da Gesù nella sinagoga di Nazaret, quando Gesù legge il testo di Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4, 17-19). Sono le parole del primo Carme sul servo di Jahvè (Is 42, 1-7; cf. anche 61, 1-2).

10. Se poi guardiamo alla vita e al ministero di Gesù, egli ci appare come il Servo di Dio, che porta salvezza agli uomini, che li guarisce, che li libera dalla loro iniquità, che li vuole guadagnare a sé non con la forza ma con la bontà. Il Vangelo, specialmente quello secondo Matteo, fa spesso riferimento al Libro di Isaia, il cui annuncio profetico viene attuato in Cristo, come quando narra che “Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8, 16-17; cf. Is 53, 4). E altrove: “Molti lo seguirono ed egli guarì tutti . . . perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta Isaia: Ecco il mio servo . . .” (Mt 12, 15-21), e qui l’evangelista riporta un lungo brano dal primo Carme sul servo di Jahvè.

11. Come i Vangeli, così anche gli Atti degli Apostoli dimostrano che la prima generazione dei discepoli di Cristo, a cominciare dagli apostoli, è profondamente convinta che in Gesù ha trovato compimento tutto ciò che il profeta Isaia ha annunciato nei suoi Carmi ispirati: che Gesù è l’eletto Servo di Dio (cf. per esempio At 3, 13.26; 4,27.30; 1 Pt 2, 22-25), che compie la missione del servo di Jahvè e porta la Legge nuova, è luce e alleanza per tutte le nazioni (cf. At 13, 46-47). Questa medesima convinzione la ritroviamo quindi nella “Didaché”, nel “Martirio di san Policarpo”, e nella Prima Lettera di san Clemente Romano.

12. Bisogna aggiungere un dato di grande importanza: Gesù stesso parla di sé come di un servo, alludendo chiaramente a Is 53, quando dice: “Il Figlio dell’uomo . . . non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45; Mt 20, 28). Lo stesso concetto egli esprime quando lava i piedi agli apostoli (Gv 13, 4.12-15).

Nell’insieme del Nuovo Testamento, accanto ai brani e alle allusioni al primo Carme del servo di Jahvè (Is 42, 1-7), che sottolineano l’elezione del servo e la sua missione profetica di liberazione, di guarigione e di alleanza per tutti gli uomini, il numero maggiore di testi fa riferimento al terzo e al quarto Carme (Is 50, 4-11; Is 52, 13-53,12) sul servo sofferente. È la medesima idea così sinteticamente espressa da san Paolo nella Lettera ai Filippesi, quando inneggia a Cristo:

“Il quale, pur essendo di natura divina, / non considerò un tesoro geloso / la sua uguaglianza con Dio; / ma spogliò se stesso / assumendo la condizione di servo / e divenendo simile agli uomini . . . / umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2, 6-8).

 

IL PANE QUOTIDIANO…

http://www.liturgiagiovane.it/new_lg/articoli.asp?nf=documenti/ARTICOLI/2561.htm&l0=3&l1=100&l2=0&nr=2561

IL PANE QUOTIDIANO…

Padre Davide ripercorrerà nei suoi articoli i pasti di Gesù evidenziandone la dimensione conviviale della sua vita. L’incontro con uomini e donne di ogni stato e condizione di vita sarà l’occasione per cogliere l’amabilità del Cristo che anche attorno ad una tavola ha riportato la speranza e ha donato la salvezza

Autore: Davide Carbonaro

Tratto da: L’Emanuele del 01/01/2005
La vita terrena di Gesù, Figlio di Dio, è segnata a più riprese nella narrazione dei Vangeli dall’esperienza conviviale. Gesù lascia “tracce visibili” del suo incontro con l’umanità, attraverso i pasti consumati con alcune figure espressive che ricevono luce nuova dal singolare evento. Non per niente un teologo qualche tempo fa affermava che le cose più belle Gesù le ha realizzate a tavola. O, come spesso mi capita ascoltare dai confratelli anziani: “a tavola non ci s’invecchia mai”. Con probabilità questo detto popolare come altri, riconosce nell’atto conviviale una delle esperienze alte di vita che la cultura umana ha tenuto da sempre in gran considerazione. L’atto di prendere il cibo insieme, esercitando il dono reciproco dell’ospitalità, è dunque legato alla vita. Da sempre l’uomo si è scontrato con il problema del pane quotidiano; è spesso ha dovuto fare i conti con l’esperienza dolorosa della fame. Mentre il nostro occidente opulento si può permettere il lusso di fare delle diete, una buona parte dell’umanità grida a Dio in tanti modi: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”. La Bibbia da sempre, ha raccolto l’esperienza conviviale dell’uomo e il grido per la sussistenza solidale.

Dio commensale dell’uomo
“Essi (i settantadue) videro Dio e tuttavia mangiarono e bevvero” (Es 24,11). Così nell’Esodo è descritta l’alleanza conclusa con il popolo nel Sinai. Mangiare e bere è garanzia di vita e Dio, inaccessibile per la religiosità ebraica, diventa paradossalmente commensale per l’uomo. Nella stipula dell’Alleanza gli ospiti sono chiamati a mangiare un cibo offerto a Dio che egli ridona loro come segno della sua benevolenza. Dio, rimane per Israele, colui che dà il cibo ad ogni vivente ponendo così rimedio all’inevitabile ingiustizia degli uomini (Sal 136,25; 145,15-16; 107,36-38; Is 65,13; Pr 22; Gb 31,17). Su questa linea si pone Gesù rievocando nei pasti comuni i valori di condivisione e di solidarietà che il gesto richiama. Nello stesso tempo egli annunzia che Dio attua le sue promesse attraverso un rinnovamento finale. Tale novità è segnalata nei pasti che Gesù condivide con gli ultimi e i peccatori, anticipando in essi il segno profetico della cena pasquale indissolubilmente connesso con il sacrificio della croce. I pasti nel Vangelo, diventano così occasioni per consegnare ai commensali, non solo degli insegnamenti, ma la stessa salvezza (Lc 19,9; 23,43). La Chiesa riceverà questo modo di agire del Maestro di Nazareth, rinnovando nell’Eucaristia le parole di vita e i pasti condivisi con coloro che egli amò sino alla fine.

Dal tavolo di lavoro…
Le prime battute del Vangelo riservano alla chiamata dei discepoli un posto rilevante. Il Maestro di Nazareth acquista sempre più popolarità tra la gente per gli insegnamenti e le opere che compie (Mc 2,12). Il racconto che consideriamo in queste riflessioni, si riferisce alla chiamata di Levi (Mc 2,13-17) ed è diviso in due scene strettamente dipendenti: la chiamata del figlio di Alfeo ed il banchetto con i pubblicani e i peccatori. È l’evangelista Marco, a detta degli studiosi, che lega queste due scene già esistenti come materiale tradizionale indipendente. D’altra parte lo schema di vocazione segue quello di Mc 1,16-20, mentre l’abbinamento pubblicani peccatori s’incontra in contesti analoghi (vedi Mt 11,19; Lc 15,1). La presenza di Gesù lungo il mare, oltre alla indicazione geografica, presenta un richiamo simbolico. Il cammino del Maestro tra i passi quotidiani della gente, rammenta chi è Gesù: il Figlio di Dio venuto tra gli uomini (Mc 1,1; 2,13). Il suo passaggio s’impiglia ai confini della povertà e ai margini della debolezza umana (Mc 2, 1-11).

Il primo evangelista tra gli ultimi
Lo sguardo di Gesù incrocia quello di Levi. La chiamata avviene lungo la strada, tra la gente, lungo la via che dal lago va a Cafarnao. Sulla linea di frontiera è giustificabile il banco delle imposte. Un lavoro disprezzato dal popolo e quanti lo esercitavano, erano considerati avidi e sfruttatori, rinnegati dal punto di vista religioso e politico. I pubblicani avevano il compito di riscuotere i tributi per conto del potere romano soprattutto su quelle merci che attraversavano i confini. La riscossione avveniva non per mezzo di impiegati dello stato, ma attraverso appaltatori: i pubblicani appunto. Ora, il contesto, c’induce a pensare che Levi-Matteo fosse uno di questi (Mc 2, Mt 9,9; Lc 5,27). Alla sequela di Cristo c’è posto per tutti, basta rispondere senza mezze misure o reticenze alla sua chiamata. Il racconto evangelico, è di una essenzialità disarmante. L’imperativo appartiene a Gesù: “Seguimi!”. Al discepolo spetta la risposta confermata nel gesto concreto: seguire e mangiare insieme. Non sono questi i presupposti dell’Eucaristia che la Chiesa riconosce come “luogo” della chiamata, del convito e della guarigione? La Tradizione riserva a Matteo un certo primato: il suo Vangelo è il primo della lista. Forse questo per ricordarci che è testimone chi ha sperimentato il passaggio dagli ultimi ai primi, dalla morte alla vita.

Quale casa?
Il racconto non precisa di quale casa si tratta, se quella di Levi o quella di Gesù. Luca elimina ogni dubbio: l’ospite è Levi (Lc 5,29); mentre lo stesso Matteo non specifica (Mt 9,10). In Mc 1,29 e 2,1 si fa riferimento alla casa di Simone a Cafarnao, in essa le parole autorevoli del Maestro s’intrecciano con il gesto di guarigione fisica e interiore. Il caso della guarigione della suocera di Pietro termina con un pasto: “si mise a servirli” (Mc 1,29-31); mentre la doppia guarigione del paralitico si conclude con l’invito di Gesù a tornare nella propria casa (Mc 2,1-12). La figura del pubblicano, per le esigenze della legge d’Israele, non poteva avere dimora religiosa o appartenenza comunitaria, egli per l’impurità del suo mestiere era accomunato ai ladri, agli usurai, ai pastori e agli schiavi; ed escluso dall’alleanza. Si comprende a questo punto che Gesù frequentando la sua casa o viceversa, rimane impigliato nell’accusa d’impurità legale tanto più che consumare un pasto, era ritenuto in Israele un atto di sacralità e di comunione profonda. Il gesto compiuto da Gesù, oltre alla manifesta dissidenza con la legislazione corrente che dimentica la persona (Mt 9,13), dimostra che la dimora di Dio e dell’umanità s’intrecciano mirabilmente e ogni uomo che risponde generosamente alla chiamata diventa suo commensale. D’altro canto l’allusione alla tribù di Levi (Nm 18,20.24; 26,62) separata dal resto delle tribù e senza luogo nella terra promessa, ricorda che Gesù chiama il nuovo Israele a ricevere in eredità non la terra, ma il regno di Dio. In definitiva, la chiamata di Levi è figura della chiamata degli esclusi d’Israele questi, accomunati ai pagani, sono inseriti tra le primizie del regno di Dio.

… alla mensa della salvezza
La chiamata di Levi inaugura il messaggio universalista di Gesù che rifiuta in modo esplicito le barriere innalzate nel nome di Dio o per il sentire degli uomini. Se da una parte a Gesù non interessano i precedenti o il vuoto mormorio che riempie le strade, dall’altra, al discepolo è chiesta una decisione autentica e liberante: “alzatosi lo seguì”. Il tavolo delle imposte (Mc 2,14) è ricordo del passato di Levi, mentre la mensa del banchetto (Mc 2,15) è memoriale della salvezza ricevuta. Fra queste coordinate si estende la seconda scena che i tre Evangeli sinottici riservano al banchetto che Gesù consuma con i peccatori. Tale gesto, posto in apertura del Vangelo, riassume la missione del Maestro di Nazareth ed è annuncio del pasto salvifico che egli morto e risorto, condividerà con i suoi discepoli in ogni tempo.

Gli invitati: i seguaci di Gesù
Il racconto presenta subito il biglietto da visita degli invitati al banchetto: gli esattori (pubblicani) uniti ai peccatori sono i primi della lista; poi Gesù e i suoi discepoli. Questi ultimi, appaiono per la prima volta nella narrazione. Infine con i molti che lo seguivano, il racconto lascia intravedere un numero indeterminato di persone. A tutti è rivolto l’invito-chiamata che si prolungherà nel tempo e nella storia coinvolgendo una moltitudine di uomini e donne cercatori della salvezza. È la comunità formata da uomini nuovi provenienti da Israele e dalle genti, primizia della futura “comunità universale”. La casa e il banchetto ne rappresentano il segno visibile. Gesù è descritto da Marco mentre “giace a mensa” (Mc 2,15). Il verbo giacere, stare sdraiato, coricato è detto degli infermi (la suocera di Pietro Mc 1,30; il paralitico Mc 2,4; i morti Mc 5,40; Simone il lebbroso Mc 14,3); forse tale congiunzione linguistica, ha delle tracce nel detto popolare: “chi mangia lotta con la morte”. D’altro canto, per descrivere la posizione di quelli che mangiano insieme a Gesù, si dice “adagiati”. Con questa leggera sfumatura Marco anticipa nel gesto di Gesù il mistero della Pasqua. Egli invita al banchetto nuovo la comunità che è frutto della sua morte e risurrezione.

La guarigione come salvezza
Il banchetto è immagine dell’Eucaristia, annunciata nelle pagine del Vangelo e celebrata dalla Chiesa. Il nutrimento offerto, non è il cibo dei perfetti o di quelli che si ritengono tali. È medicina dei deboli, compagnia di Dio nella fragilità, farmaco d’immortalità per l’uomo pellegrino. Ogni volta che la Chiesa si raduna, confessa la paralisi del peccato e sente la distanza tra la sua vita, le sue scelte e l’amore di Dio. Chi colma questo vuoto? Chi permette al cuore di esercitare la sua libertà? Solo chi è venuto a chiamare i peccatori e non i giusti, i deboli e non i sani. Cos’è allora la salvezza? Accogliere l’amore gratuito e universale di Gesù che per noi si è fatto peccato (2Cor 5,21). Tale incontro salvifico che accorcia le distanze tra Dio e l’uomo, si compie nel pasto conviviale, e ci rende familiari di Dio e suoi commensali (Ef 2,19). Gesù non solo perdona i peccati, gesto che solo Dio può compiere (Mc 2,6), ma entra in comunione con l’uomo condividendo la sua vita divina.

EBREI 4,14-16; 5,7-9 – LETTURA E COMMENTO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Ebrei%204,14-16;%205,7-9

EBREI 4,14-16; 5,7-9

Fratelli, 14 poiché abbiamo un grande sommo sacerdote che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. 15 Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno.
5,7 Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; 8 pure essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

COMMENTO
Ebrei 4,14-16; 5,7-9

Gesù sacerdote misericordioso
Nella seconda sezione dello scritto (3,1-5,10) viene affrontato il tema del sommo sacerdote «misericordioso e fedele», preannunziato in 2,17-18. L’autore procede però in un ordine inverso rispetto a quello adottato nell’annunzio tematico. Anzitutto Gesù può e deve essere considerato come il sommo sacerdote «fedele» (3,7-4,13). Ma Gesù è anche un sommo sacerdote «misericordioso»: questa prerogativa viene spiegata in 4,14 – 5,10. Questo brano termina con l’affermazione che proprio nella passione, dove «imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (5,8), Gesù è stato «proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek» (5,10). Viene così anticipata la terza parte della lettera, quella centrale (5,11 – 10,39), in cui si dimostra che il sacerdozio di Cristo supera gli schemi del culto veterotestamentario, che avevano la loro più alta espressione nel sacerdozio levitico, in quanto realizza il misterioso sacerdozio «secondo l’ordine di Melchisedek» dei cui si parla il Sal 110,4.
In Eb 4,14 – 5,10 l’autore mostra dunque come la piena solidarietà di Cristo con gli uomini rappresenti un elemento costitutivo del suo sacerdozio. Il testo si può facilmente dividere in due parti: nella prima (4,14-16), di evidente carattere esortativo, l’autore si esprime alla prima persona plurale («…manteniamo ferma la professione della nostra fede… Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia»); la seconda parte contiene invece una descrizione del ruolo e della condizione del sommo sacerdote dell’AT, cui fa seguito l’applicazione a Cristo (5,1-10). La liturgia propone solo la prima parte e alcuni versetti della seconda.

L’adesione a Cristo sommo sacerdote (Eb 4,14-16)
Precedentemente l’autore aveva presentato Gesù come un sacerdote degno di fede. Ora riprende questo tema, facendone il punto di partenza di una pressante esortazione: «Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede» (v. 14). Sebbene il sacerdozio di Cristo sia stato consumato sulla croce (cfr. 5,9), esso continua a esercitarsi ancora oggi nei «cieli», dove egli è penetrato con la sua morte cruenta e ormai siede alla destra della maestà «divina» (cfr. 1,3). L’appellativo «Figlio di Dio», sul quale è stato messo l’accento nel prologo (cfr. 1,1-4) e nella prima parte della lettera (cfr. 1,5-8), è attribuito qui direttamente al «Gesù» storico, allo scopo di sottolineare ancora una volta il fondamento del suo ruolo sacerdotale (cfr. 3,6): in quanto Figlio, egli è un sacerdote potente, capace di «salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore» (7,25). In Gesù morto e risorto si è attuato quel «sacerdozio» di cui le istituzioni cultuali dell’AT erano soltanto un’«ombra» (10,1; cfr. 8,5): questa certezza deve spingere il credente a «mantenere salda», cioè a rinnovare e rinvigorire la sua «professione di fede». Solo così potrà entrare in un rapporto vivo con lui e godere i frutti della sua mediazione sacerdotale.
All’esortazione iniziale fa seguito una frase esplicativa con cui si esclude una possibile interpretazione errata del sacerdozio di Cristo: «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (v. 15). La grandezza del sacerdozio di Cristo non esclude, anzi esige che egli sia solidale con la famiglia umana, che deve rappresentare davanti a Dio: egli infatti è «uomo» in mezzo agli uomini e perciò è capace di comprendere fino in fondo i loro limiti e i loro peccati. Il verbo «compatire» (sympatheō) è tipico della lettera agli Ebrei (cfr. 10,34): esso non significa semplicemente una qualche partecipazione alla sorte dell’altro, ma una vera e propria consonanza di affetti profondi: è l’amore che spinge a patire con chi patisce! Gesù ha dimostrato questa sua compassione perché proprio lui, che è e rimane sempre il «Figlio di Dio» (cfr. v. 14), si è assoggettato ai limiti e alle prove comuni della vita, compreso il dramma della morte (cfr. 5,7-10), come un qualsiasi essere umano (cfr. 2,14-18). Precedentemente l’autore aveva detto che Gesù, «proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18).
La solidarietà di Gesù con l’umanità ha però un limite: egli si assimila in tutto alla condizione umana «escluso il peccato». Si afferma così la perfetta santità di Cristo, che esclude ogni sua partecipazione alla comune situazione di peccato. In realtà questa prerogativa non diminuisce la sua solidarietà con gli uomini, anzi rappresenta la condizione indispensabile perché egli possa effettivamente andare loro incontro e salvarli. Un peccatore infatti ha bisogno prima di tutto di essere lui stesso salvato: solo chi è santo può salvare gli altri! Per questo si dirà tra poco che il sacerdozio antico era inefficace perché il sommo sacerdote doveva offrire sacrifici prima di tutto per i propri peccati (cfr. 5,3). La santità quindi non impedisce a Cristo di essere totalmente simile a noi, partecipe dello stesso sangue e della stessa carne (cfr. 2,14): al contrario, gli consente di essere «redentore» in senso pieno, senza limiti di sorta. Inoltre lo costituisce modello della vita nuova, redenta, che tutti i credenti devono ormai condividere.
L’autore conclude con una nuova esortazione: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno» (v. 16). L’invito iniziale a mantenere salda la professione di fede viene qui ripreso, dopo lo sviluppo riguardante la compassione di Gesù, sotto forma di richiamo ad accostarsi con piena fiducia al «trono della grazia», cioè alla presenza del Dio misericordioso. Dopo che Cristo «ha attraversato i cieli», Dio non deve essere più ricercato in un santuario terreno, ma proprio là dove egli si trova, cioè nel suo santuario celeste. In forza della mediazione di Cristo i credenti devono ormai sentirsi sicuri che Dio non negherà loro la salvezza e l’aiuto necessario tutte le volte che ne avranno bisogno.

Cristo sommo sacerdote «compassionevole» (Eb 5,7-9)
Nella seconda parte della pericope l’autore mostra come il sacerdozio di Cristo debba essere compreso specialmente a partire dal suo atteggiamento di solidarietà e compassione nei confronti dei peccatori. A tale scopo egli propone anzitutto una definizione di sacerdote quale emerge dall’esperienza del popolo ebraico e poi la applica a Cristo (5,1-10). La liturgia omette la descrizione del sacerdozio levitico e le affermazioni riguardanti la chiamata di Cristo come sacerdote, proponendo soltanto i versetti riguardanti la sua solidarietà con l’umanità, quale appare dalla sua preghiera per essere liberato dalla morte: «Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà » (v. 7). Se è vero infatti che per ottenere il sommo sacerdozio bisognava essere chiamati, così come era stato chiamato Aronne, è vero anche che esso era un onore (cfr. 5,4), per ottenere il quale parecchi erano disposti persino ad affrontare aspre guerre. Il sacerdozio di Cristo invece è tale che neppure l’unico abilitato ad esercitarlo aveva il desiderio di accedervi perché implicava già in partenza l’identificazione con la vittima, e quindi la totale offerta di sé al Padre; l’onore certamente sarebbe venuto con l’ingresso nei cieli, ma la via per accedervi passava per la croce. È questo che ha spaventato Cristo stesso quando stava ormai per raggiungere il culmine della sua opera sacerdotale.
Egli infatti, giunto al termine della sua vita terrena «offrì» (prosenenkas) a Dio preghiere e suppliche. Questo verbo è il participio aoristo di prosferō, il verbo tecnico con cui indica solitamente l’attività sacrificale propria del sacerdote («offrire in sacrificio»; cfr. 5,1.3; 8,3) e l’offerta che Cristo ha fatto di se stesso sulla croce (cfr. 7,27; 9,14.28). Prima che sulla croce, la sua offerta sacrificale ha avuto dunque luogo nell’orto degli Ulivi, dove ha rivolto al Padre la sua preghiera, accompagnata da «forti grida e lacrime». Le «preghiere e suppliche con forti grida e lacrime» sono quasi certamente quelle che Cristo ha elevato a Dio durante la sua passione. (cfr. Mc 14,33-36 e par.). In questo testo non si parla di «forti grida e lacrime», ma solo di una preghiera accorata di Cristo: è chiaro che l’autore di Ebrei, pur avendo in mente i fatti accaduti nel Getsemani, non si riferisce ai vangeli scritti, ma alla tradizione orale, che egli ha ulteriormente drammatizzato.
Più difficile da spiegare è il significato della frase «fu esaudito per la sua pietà (apo tēs eulabeias, Vg: pro sua reverentia)». Se con la sua preghiera Gesù voleva ottenere di essere liberato dalla morte, di fatto non è stato esaudito, come appare chiaramente dal racconto evangelico. Perciò alcuni studiosi hanno supposto che nel testo originale fosse scritto che egli «non» fu esaudito, sebbene fosse figlio di Dio; in seguito il «non» sarebbe stato eliminato per motivi dottrinali. Questa ipotesi però non è accettabile, in quanto non è suffragata da testimonianze o varianti di codici; inoltre, essa toglierebbe non poco alla drammaticità del testo e alla sua densità teologica. Altri invece, facendo leva sul fatto che il termine eulabeia significa anche «timore», «paura», traducono così il passo: «… fu esaudito (venendo liberato) dalla paura (della morte)». Ma anche questa spiegazione non convince, perché Gesù ha realmente pregato per essere liberato dalla morte, come risulta anche dal racconto dei vangeli.
Secondo una terza interpretazione, l’autore non intenderebbe semplicemente la morte fisica, ma il tipo di morte affrontata da Cristo. Questi ha voluto partecipare alla comune condizione umana «per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (2,14-15). La morte è intesa qui come lo strumento mediante il quale gli uomini sono tenuti sotto la schiavitù del diavolo, e di conseguenza riguarda direttamente solo i peccatori (cfr. Sap 2,24; 3,1). Da questa morte Cristo è stato effettivamente liberato non solo perché Dio gli ha dato la forza per superare la prova, ma anche e soprattutto perché si è servito della sua morte fisica per eliminare la morte stessa in quanto realtà strettamente collegata con il peccato, trasformandola in un grande gesto di affidamento a Dio.
L’autore fa poi questa riflessione: «Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì» (v. 8). L’«obbedienza» (hypakoē) che Cristo imparò dalla sua sofferenza consiste nell’adesione radicale al progetto di Dio, che lo ha guidato nelle scelte decisive della sua vita. La sottomissione alla volontà del Padre viene presentata spesso nel NT come un aspetto caratteristico del comportamento di Gesù (cfr. Mc 14,36; Gv 4,34; 10,18). Paolo in modo speciale sottolinea come l’obbedienza di Cristo si sia manifestata nella sofferenza della morte (cfr. Fil 2,8; Rm 5,19). Ma ciò che la lettera agli Ebrei mette maggiormente in luce, in piena sintonia con il racconto evangelico della passione, è il fatto che questa obbedienza non è stata spontanea e quasi scontata, ma ha richiesto una notevole dose di impegno e di fatica per superare la naturale paura della morte. L’aspetto più specifico del sacerdozio di Cristo sta quindi nell’accettazione libera, anche se sofferta, della morte, che certo non è stata voluta dal Padre, ma imposta dalle circostanze concrete della storia. Le modalità con cui è stata esaudita la sua preghiera aiutano dunque a comprendere retrospettivamente in che cosa essa consisteva.
Dall’esperienza terrena di Cristo l’autore ricava questa conclusione: «Reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek» (vv. 9-10). Proprio a causa della sua obbedienza Cristo «fu reso perfetto» (teleiōtheis). Nell’AT l’appellativo di «perfetto» (ebr. tamîm) compete non a Dio, ma all’uomo che adempie tutto ciò che, in campo morale o rituale, è richiesto per poter accedere a Dio (cfr. Gn 17,1; Dt 18,13; 2Sam 22,26). Il verbo teleioō, « perfezionare » è molto importante per l’autore della lettera agli Ebrei, che lo usa ben nove volte, delle quali tre applicato a Cristo (2,10; 5,9; 7,28) come espressione dell’opera di Dio in lui. La «perfezione» ottenuta da Cristo non deve però intendersi in senso morale: essa è piuttosto quella che gli deriva dall’aver raggiunto il «fine» (tēlos) della sua esistenza terrena, cioè dall’attuazione della salvezza che il Padre aveva progettato di realizzare per mezzo suo in favore degli uomini. L’obbedienza di Cristo ha come risultato la salvezza eterna di tutti coloro che «gli obbediscono». Obbedire significa qui accettare la totalità del messaggio di Cristo, ma soprattutto seguire l’esempio che egli ha offerto a tutti nel suo affidarsi all’amore del Padre, anche quando poteva sembrare che il Padre l’avesse abbandonato (cfr. Mt 27,46). Il Padre dal canto suo ha talmente accettato l’offerta sacrificale di Cristo da proclamarlo, proprio in virtù di essa, «sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek».

Linee interpretative
L’autore della Lettera agli Ebrei si è assunto l’arduo compito di presentare la vicenda umana di Gesù in termini sacrificali. Il concetto di sacerdozio, quale di fatto si ricava sia dall’AT sia dalla più normale esperienza religiosa, implica la possibilità di compiere un’efficace mediazione tra Dio e gli uomini: «Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati» (5,1). La mediazione perfetta però esige che il sacerdote sia veramente rappresentativo delle due parti in causa: solidale con Dio e al tempo stesso con gli uomini. In questo senso Gesù rappresenta il sacerdote ideale, perché è il «figlio di Dio» (4,14; 5,8), «che ha attraversato i cieli» e gode di una potenza di intercessione infinita presso «il trono della grazia» (4,16); ma nello stesso tempo si è fatto simile a noi, «essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4,15).
La prova più grande (che è stata anche una forte tentazione), a cui è stato sottoposto Gesù nel suo radicale assimilarsi agli uomini, è la morte: da essa egli, in quanto Figlio, aveva il diritto di essere esentato, e invece le è andato incontro coscientemente, pur sentendone la naturale ripugnanza (5,7). Nell’accettazione, pur sofferta, della morte Gesù realizza il massimo di amore verso Dio e verso gli uomini. Verso Dio tale amore si manifesta in forma di radicale «obbedienza» (5,8); verso gli uomini assume i caratteri della più totale «condivisione».
Proprio per questa dimensione di amore, totalmente libero e perciò anche estremamente sofferto, la morte di Cristo è presentata come un vero «sacrificio»: la stessa preghiera, con cui domanda di essere liberato dalla morte, ma al tempo stesso si affida al Padre, diventa un’offerta sacrificale (5,7). Non stupisce pertanto che il Padre gradisca questa offerta al punto tale da farla rifluire, come dono di salvezza, su tutti gli uomini: «E, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (5,9). A questo sacrificio totalmente nuovo e diverso si ricollega il sacerdozio di Cristo, che l’autore definisce come un sacerdozio «alla maniera di Melchisedek» (5,10), il misterioso personaggio che è presentato come «re di Salem» e «sacerdote del Dio Altissimo» (Gen 14,17-20). Con questo riferimento a Melchisedek però egli, più che definire la natura del sacerdozio di Cristo, vuole affermarne la novità e anche la rottura nei confronti del vecchio sacerdozio levitico.
La presentazione in termini sacrificali dell’esperienza di Gesù ha un alto significato teologico, comprensibile soprattutto a persone che vivevano l’esperienza sacrificale di Israele. In pratica però, pur affermando la solidarietà di Gesù con l’umanità, l’autore rischia di perdere la dimensione vissuta della sua partecipazione alle sofferenze, alle lotte e al cammino di liberazione dei più poveri quale appare dai vangeli. Senza volerlo, l’autore ha aperto la strada a una nuova ritualizzazione del cristianesimo che ha fatto sentire i suoi effetti nei secoli successivi.

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L’INCONTRO DI GESU’ CON NICODEMO: « RINASCERE DALL’ALTO » GV. 3,1-21

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L’INCONTRO DI GESU’ CON NICODEMO: « RINASCERE DALL’ALTO » GV. 3,1-21

Gv. 3,1-21
Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui».
Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».Gli disse Nicodemo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?».
Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Gli replicò Nicodemo: «Come può accadere questo?».
Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo.
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Chi rappresenta Nicodemo?
Giovanni ci racconta di Nicodemo che cerca Gesù, nella prima visita alla città santa, il primo pellegrinaggio pasquale, dopo il battesimo al Giordano e lo Spirito che lo consacra Servo di Yahvè, figlio diletto. Vedremo Nicodemo come rappresentante dell’esperienza religiosa ebraica. In questo senso Nicodemo può pure rappresentare noi cristiani di oggi, che cerchiamo un’esperienza religiosa che ci scaldi il cuore, dopo periodi di delusione e stanchezza. In particolare ascolteremo, con Nicodemo, cosa significa nascere di nuovo; vogliamo anche noi vivere l’esperienza dello Spirito, come aria che respiriamo, come vento sulle nostre vele.
Con Nicodemo e con Giovanni conserveremo nel cuore l’eco delle parole di Gesù: “Dio ha tanto amato il mondo da donare l’unico Figlio”. Cosa significa, per noi oggi, che Dio ama tanto il mondo? Vogliamo scoprire nel volto di Gesù come Dio guarda noi, nati da donna; noi oggi, a volte inquieti nel vedere una storia umana che va avanti per conto suo come se Dio non ci mettesse mano.

Chi era Nicodemo?
Dunque, Nicodemo di Gerusalemme. È un notabile, un anziano, capofamiglia benestante; appartiene alle prime famiglie tornate da Babilonia, che hanno preso possesso delle terre migliori, lasciando a chi arriva dopo le colline seminate a sassi, dove gli altri capifamiglia aspettano in piazza di venire assunti a giornata come braccianti agricoli precari (Mt 20, 6-7).
È “maestro in Israele”, testimone della novità religiosa che la famiglia di Abramo conserva gelosamente di fronte alle altre religioni, tutte ‘pagane’. Sa che può dire la sua parola nel Consiglio del Sinedrio, dare del tu alle persone importanti del popolo. È uomo di cultura tra i colleghi Scribi, esperti di Bibbia e di leggi sociali, che sanno a chi va la casa della vedova e il campo dell’orfano.
L’iniziativa coraggiosa di Nicodemo per incontrare quel Gesù non amato da chi ha il potere nelle mani.
Nicodemo va da Gesù di notte. Fuori città, lontano dagli occhi dei colleghi. Essi provano fastidio per questo nuovo rabbì senza diploma, che viene da una Nazaret da niente, da una Galilea dei pagani da cui non è mai venuto fuori un profeta. Conosce bene il disprezzo dei colleghi per il popolo ignorante, che non conosce la Torà ed è maledetto (Gv 7, 49), e si lascia « abbindolare » da questo profeta dai sandali polverosi, che vende speranze a chi non ha roba da parte.
Nicodemo è stato colpito da Gesù, non lo cercava, non l’aspettava. A Gerusalemme la religione c’era già; il tempio era splendido, le liturgie solenni; le regole morali erano chiare fino ai dettagli. Non c’era nessun problema di fede, quella era già detta e ridetta. Restava il problema della morale, cioè di mettere in pratica i comandamenti e i precetti e le sante tradizioni. Perché c’è sempre chi cerca di farla franca con la moglie di un altro, chi non paga le decime per il tempio, chi ruba nel campo del padrone, le prostitute dei bassifondi. Piccole cose diciamo, bastano già i Farisei a ridire le regole e controllare i comportanti. Gesù era un di più, non era aspettato, tutto era già a posto.

Nicodemo si lascia affascinare da Gesù!
Ma Gesù lo ha colpito. Nessuno ha mai parlato come quest’uomo. Sembra acqua di sorgente, non quella tirata fuori dalla vecchia cisterna. Quando parla di Dio gli si illumina il volto, pare che lo veda con gli occhi. Già, come diceva Davide: “Il tuo volto, Signore, io cerco”.
Ma è vero! Gli altri esperti di religione e di riti sono fieri dei paramenti, sono protagonisti delle liturgie, sembrano incaricati di tirare l’attenzione; forse cercano solo la gloria gli uni dagli altri.

La novità di Gesù: « l’Abbà amabile »
Gesù è libero, è innamorato di Dio. Certo, lo chiama Abbà, lo chiama suo Padre; no, qui deve stare attento, gli chiederò spiegazioni. Ecco, Gesù ha spostato l’attenzione dalla Legge al volto di Dio. Siamo abituati a spiegare alla gente quello che deve fare per Dio, e Gesù spiega quello che Dio fa per l’uomo. Noi, a parte i grandi pellegrinaggi; noi abbiamo sempre il problema che la gente pratica poco, che è poco interessata. Ma quelli che vanno dietro a Gesù anche nei giorni feriali sembrano avere scoperto un Dio che attira; un Dio che, una volta incontrato, non hai più voglia di mollarlo. Gesù presenta un Dio amabile, quello che “la luce del suo volto” illumina i nostri volti, e anche i poveri sotto gli stracci sporchi si sentono importanti per Dio.

Anch’io Gesù ho bisogno di parlarti!
E Nicodemo va. Sa che Gesù coi suoi amici è accampato sotto gli alberi, dorme sotto gli olivi. “Sì, Gesù, ho bisogno di parlarti, di ascoltare da te altre cose. Sono sicuro che vieni da Dio, benedetto il suo Nome. Ascoltate dalla tua bocca, le parole del Signore riprendono il sapore del miele, come diceva il nostro padre Davide. E poi, le opere che fai, di sicuro vengono dall’alto. Pare che Dio metta di nuovo mano al mondo, porti a compimento l’opera iniziata, restauri la sua casa caduta in rovina. Ci fai incontrare un Dio che si impegna per l’uomo, e vuole che la festa non finisca. E la festa sono le nozze, l’Alleanza, sentirci dentro la storia di Dio che ama il suo popolo. A volte pare che il suo braccio si sia fatto corto, che sia mutata la destra dell’Altissimo. Perché la miseria lima gli orfani e le vedove e i forestieri; i malati non hanno nessuno che li guardi; i ricchi portano animali da sacrificare al tempio, ma non si curano delle vere pecore, che è il popolo dei poveri di Yahvè. La religione vera non può essere una liturgia di sacrifici, senza la misericordia della vita. Ecco, Gesù, vorrei ascoltare da te parole che mettono luce nuova alle mie conoscenze”.
Forse hai messo i comandamenti al primo posto; prova a metterci l’Amore, cambierà tutto.
Ma non si tratta di aggiungere capitoli nuovi alle conoscenze antiche: si tratta di nascere di nuovo. Non basta mettere in bella l’insegnamento già dato, bisogna essere persone nuove, uscite inedite da un grembo che genera vita. No, non parlo del grembo della tua vecchia madre, inaridito come quello di Sara. Ciò che nasce dalla carne è carne. Bisogna nascere dallo Spirito, per essere figli di Dio, a immagine e somiglianza di chi ci ha fatti con sapienza e amore. Perché eterno è il suo amore per noi. Invece Dio dice, per bocca di Osea profeta: “L’amore del mio popolo è breve come la rugiada del mattino, che secca al primo sole”. È lo Spirito che ci fa partecipi della Vita che è in Dio. È lo Spirito che ci fa vivere al ritmo dell’Amore che Dio ha per noi. Solo chi nasce dallo Spirito può avere questa qualità di Vita, questa qualità di Amore. Cos’è la vita, senza l’Amore? Avete messo i comandamenti al primo posto; prova a metterci l’Amore, cambierà tutto. Cosa dobbiamo fare per avere questo? Ma è dono! Senti il vento tra gli alberi: non lo vedi, ma fa danzare le foglie. Lo Spirito di Dio è gratuito come il vento, come l’aria da respirare, ma fa danzare l’anima di festa.

Il segreto della felicità: sentirsi amati e poter amare.
Perché i bambini sono felici? Perché sanno di essere amati. La felicità è qui, il senso della vita è qui: sentirsi amati e poter amare. Chi si lascia colmare dall’amore, farà traboccare questo amore come sorgente che non secca, come la sorgente di Siloe che non secca nella lunga arsura estate. È Dio, questa sorgente di Siloe, come diceva Isaia. È Dio, che non desidera altro che effondere il suo amore, e colmarci, e renderci capaci di amare. Ecco: Dio ha tanto amato il mondo, da donare l’unico figlio. Sì, hai capito giusto. Dio non ha mandato il Figlio a giudicare il mondo, ma a farlo vivere.
Avete troppo insistito sulla legge. La Legge è stata data per mezzo di Mosé, la grazia e la verità per mezzo del Figlio. Grazia, gratuità, volto grazioso del nostro Dio: tu queste cose le sai. Verità è la stessa cosa che fedeltà: Dio è Amore, non può essere altro che Amore. L’Amore può essere festa, può essere dolore, ma sarà sempre soltanto amore, amore a caro prezzo. Le grandi acque non possono spegnere l’Amore, e il vento « dello spirito » le rafforza

L’anelito del rinascere di nuovo, vedi l’esperienza dell’iniziazione in Africa.
In varie luoghi dell’Africa ho notato che si realizza ancora, sebbene ora con minor durata, un antico rito di iniziazione, che permette ai ragazzi di diventare adulti e poter così assumere una vita di responsabilità con tutti i suoi diritti e doveri. In questa esperienza di iniziazione, obbligatoria per far parte del clan, viene chiesto al giovane di dire addio alla vita passata da bambino e di non voltarsi indietro quando lascia i suoi genitori per andare nella foresta, sebbene la madre pianga a causa della paura e del timore di perdere per sempre il proprio figlio.
Al giovane iniziato viene insegnata la saggezza degli antenati, i comportamenti da assumere in ogni situazione di vita; gli vengono anche presentati modelli di vita vissuta per imitarli. L’iniziato poi deve dimostrare di saper costruire la propria casa, di aver il coraggio di cacciare animali pericolosi, passare varie prove di resistenza e di isolamento e lasciarsi incidere sul proprio corpo il segno di appartenenza (v. circoncisione).
Alla fine di tutto per accedere alla comunità degli adulti, viene chiesto all’iniziato di affrontare il saggio maestro mascherato che lo aspetta sotto l’albero (simbolo della vita), il quale lo esamina bene e poi gli chiede di avvicinarsi a lui e di imitare la nascita di un bambino. Alla fine di tutto gli rivela che ora è rinato ad una nuova vita, la vita della comunità degli adulti, i quali ora possono contare su di lui in qualsiasi momento.
Da quel momento gli viene dato un nome nuovo, un padrino che lo accompagna nella vita, gli viene preparato un bagno di purificazione e lo si accoglie con danze e gioia grande. Da qui in poi potrà assumere incarichi per il bene di tutti e potersi anche formare una famiglia. Questa esperienza fatta, non potrà più dimenticarla perché viene ritenuta sacra.
Quante analogie ci sono con il nostro cammino cristiano di iniziazione (l’addio alla vita di bambino, il padrino, gli istruttori, la comunità, gli insegnamenti, le prove, le esperienze pratiche, il nome nuovo, il bagno con l’acqua, la festa, la possibilità di accedere alla vita degli adulti, vedi con i sacramenti,… ), ma ciò che più segna è la convinzione di essere rinato nuovamente.
La comunità o il clan, solo ora lo potrà ritenere una persona a pieno titolo, rimarcandogli che ha lasciato per sempre « quel bambino che era prima e le cose usate nella sua infanzia ». Ora avrà davanti a se nuovi ideali, un modo nuovo di vivere e dovrà fare scelte coraggiose e responsabili, dove potrebbe anche essere disposto a perdere la vita per il bene della sua comunità.

La rigenerazione dell’Africa o « rinascita dall’alto » in Comboni.
Che stupendi insegnamenti di vera saggezza di vita si trovano proprio in questi luoghi della terra sperduti in questo continente, ma altrettanto amati da Dio e anche dal caro Daniele Comboni. Lo stesso Comboni ci ha insegnato che Gesù lo ha chiamato a collaborare per la rigenerazione dell’Africa per mezzo degli stessi africani, cioè farla rinascere nuovamente con la forza della Parola del Vangelo e dello Spirito donato dal Salvatore. Ora se ci abita nel cuore la stessa passione del Comboni e permettiamo a Dio di farci rinascere dall’alto, possiamo dire che tocca a noi fare la nostra parte, affinché la pienezza della vita del Figlio di Dio sia offerta a tutta l’umanità.

 

I RACCONTI DELLA PASSIONE DI GESÙ CRISTO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/b_maggioni_la_passione1.htm

I RACCONTI DELLA PASSIONE DI GESÙ CRISTO

Bruno Maggioni

Prefazione di p. Massimo Casaro, 1996

Prefazione

La fede cristiana è un passaggio, simile al concentrarsi progressivo e sempre più intenso della luce in un raggio. Fino a raggiungere un punto, un solo punto luminosissimo. Il punto luminosissimo è Cristo e la sua luce filtra attraverso lo spessore della croce. Non è luce pervasiva, totale. E’ luce che geme « per le doglie del parto ».
Luce che non può illuminare, che non sa promettere se non filtrando attraverso quello spessore, quell’ombra. Infatti c’è sempre, e sempre ci sarà, la tentazione di: scegliere la gloria senza la carne, la risurrezione senza la croce, la libertà senza i costi della liberazione, i frutti senza la fatica del lavoro… di negare, ignorare o sottovalutare la Sua carne. Ma è il limite dell’uomo, che Dio si è preso per manifestarsi a lui.
Cardo salutis caro! La concretezza della persona di Gesù – la debolezza della sua carne – è lo scandalo ineliminabile della fede in un Dio che è amore, simpatia e solidarietà totale con noi. Ma insieme è anche l’unica salvezza possibile della nostra storia concreta (SILVANO FAUSTI, « LETTERA A SILA »).
La proposta che, in questo libro, il biblista don Bruno Maggioni rivolge al lettore, con l’immediatezza e la concretezza che gli sono abituali è, allora, un fissare lo sguardo su Gesù, un guardare, un ascoltare, per vivere e attendere. Inoltre, per ogni « stazione », abbiamo cercato qualcosa che ampliasse l’eco suscitata dalla passione di Gesù Cristo nel cuore del credente, che rendesse ogni sosta ancora più vera, intensa e fruttuosa.
Una serie di testimonianze letterarie di grandi credenti, dunque, fanno da contrappunto ai passi di Gesù perché diventino il più possibile i passi di ogni discepolo.
p. Massimo Casaro

I testi proposti e commentati in quest’opera sono affrontati, in modo più ampio e approfondito, nel libro di don Bruno Maggioni « I racconti evangelici della passione », ed. Cittadella, Assisi, 1995.

LO SCANDALO DELLA CROCE
La croce: compimento della rivelazione
Prima di entrare nel vivo dell’analisi dei racconti della passione, occorre fare alcune premesse, necessarie non solo per definire il metodo con cui affrontare i testi, ma anche per anticipare alcune convinzioni che sono alla base di tutto il discorso.
Il primo quesito che sorge spontaneo è perché i racconti della passione sono così ampi e simili tra loro. La risposta è significativa: la croce è l’evento più alto e anche più imprevedibile, luogo denso di contraddizioni. E’ qui che i cristiani possono comprendere fino in fondo chi è il loro Dio e che senso ha il compimento messianico.
Nel Nuovo Testamento troviamo diversi modi di parlare della croce, che si possono raggruppare in tre diverse accentuazioni.
Il primo è lo « schema del contrasto ». Si trova, per esempio, negli Atti degli Apostoli, in particolare nei discorsi missionari: gli ebrei hanno appeso il Cristo al legno, ma Dio lo ha fatto risorgere. Con questo schema non solo si cercava di risolvere lo scandalo della croce, ma, soprattutto, si sottolineava la grande importanza della risurrezione, riducendo la passione a un momento di passaggio, non particolarmente carico di significato.
Emerge, dunque, il contrasto tra il modo di pensare degli uomini e il modo di pensare di Dio. Sono due modi opposti di « immaginare » Dio.
Alcuni, guardando Gesù, hanno dichiarato che lì non poteva esserci Dio; altri lo riconoscono proprio per quel tipo di morte e risurrezione. La conversione cristiana, dunque, è prima di tutto una conversione « teologica » che, cioè, riguarda l’idea di Dio, l’immagine di Dio.

Il secondo schema è quello contenuto nell’inno cristo logico della lettera ai Filippesi (2,5 ss.). Paolo, raccontando in questo inno l’intera storia di Gesù, vuole mostrare l’identità del Cristo – vero uomo e vero Dio, due nature in una persona – la cui originalità consiste nel modo in cui si è rivelato. Ecco, allora, che mette in luce soprattutto la logica che ha guidato le varie tappe della vita di Gesù. E la croce rientra in questa logica: ne è il punto culminante. A Paolo interessa dimostrare che la croce di Gesù non è altro che la realizzazione piena, l’andare fino in fondo di un ragionamento partito in Dio. Volendo Dio diventare uomo, ha condiviso la condizione dell’uomo, non un’umanità all’altezza della sua divinità, ma simile a quella di un uomo qualunque. La croce è il punto culminante sia dell’ obbedienza di Gesù, sia della sua condivisione con l’umanità che ha assunto.
Il terzo schema è quello dei testi eucaristici, in cui emerge la dimensione salvifica della croce. La costante di tutti i racconti eucaristici è il « per »: per le moltitudini, per voi, a favore di…
C’è un’altra premessa che fa da pilastro all’ analisi che stiamo per intraprendere. Paolo sia al primo capitolo (dove parla delle due sapienze), sia all’undicesimo (dove è riportato il più antico testo eucaristico) della prima lettera ai Corinti, parla della croce.
Nel primo brano (1 Cor 1,17 ss) Paolo se la prende con i predicatori missionari che non hanno il coraggio di esporre la passione e la croce nella loro chiarezza e cercano di sorvolare questo punto nevralgico con delle attenuanti.
L’apostolo ha davanti agli occhi due tipologie di missionari: quella dei giudei e quella dei pagani. I primi vogliono scolorire lo scandalo della croce, per conciliare insieme la gratuità della salvezza con la necessità delle opere. I secondi valorizzano maggiormente la risurrezione per salvaguardare la potenza di un Dio che è già scandaloso per il semplice fatto di essersi fatto uomo, rinunciando alla sua immagine di essere infinito, assoluto, immobile, immateriale. Il tentativo, dunque, è quello di far apparire la croce un incidente felicemente superato.
Ma c’è anche un’astuzia ancora più sottile che consiste nel voler sostituire la croce con lo slogan « Dio è amore », che si può conciliare con il credo di qualunque altra religione: parliamo di Dio amore e… l’ecumenismo è fatto! Solo che, così, l’evento di Gesù passa in secondo piano. Paolo vuole restituire il primato al crocifisso (scandalo e stoltezza), senza neppure citare la risurrezione, se non implicitamente.
Nel secondo brano (1 Cor 11,23 ss) Paolo, che pure è ben convinto della risurrezione di Gesù, mette bene in risalto la sua morte, e la morte di croce, per invitare i cristiani a fermarsi e a riflettere. Questo perché è fondamentale non vedere la passione e la croce solo come salvezza, ma anche e soprattutto come rivelazione.
Se si sottolinea solo la salvezza è come dire che Gesù è morto esclusivamente per riparare un peccato. Ma la croce è di più, ha un’altra funzione: rivelare fino a che punto Dio si è inserito nella storia dell’uomo, fino a che punto Dio ama l’uomo, condividendone la sua esperienza. Dunque il luogo più rivelatore è la croce, e la risurrezione serve a confermare che il crocifisso è proprio Dio.
Quando un giusto viene condannato, siamo portati a pensare che si ripete la solita storia: i furbi trionfano e gli onesti sono uccisi. L’attenzione si concentra sullo scandalo della giustizia sconfitta. E Gesù è stato condannato. Se dopo tre giorni si sa che quel giusto è risorto, la reazione è immediata: «Meno male che lui ce l’ha fatta». L’attenzione va sulla risurrezione.
Ma se, dopo qualche giorno ancora, si viene a sapere che quello è il Figlio di Dio, questa volta il fatto che stupisce è che un Dio abbia deciso di morire come un uomo qualunque. La meraviglia, dunque, non è tanto che un Dio sia risorto (ci mancherebbe altro che Dio non risorgesse), quanto che un Dio abbia deciso di morire come me.
Questa è la verità della croce, la novità del Figlio di Dio crocifisso. Crocifisso con due ladroni, poi! A dimostrazione del fatto che non solo è morto per i peccatori, ma insieme ai peccatori, confuso con loro, come un ladrone. E’ una novità sconcertante.
Allo stesso modo vanno interpretati la passione e i miracoli. Avendo Gesù fatto i miracoli, la gente era portata a chiedersi: Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo (Mc 15,31-32). Allora, se Gesù non scende dalla croce, pur potendo farlo, significa che ci sarà un motivo, che non è quello della debolezza.
A questo punto, vorrei introdurre una riflessione: questo Dio crocifisso che sconcerta, in realtà è il Dio dell’ amore di cui parlano tutti. Infatti sulla croce è vissuta fino in fondo, nella sua verità, la logica dell’amore. E l’amore, per sua natura, è debole, perché non vuole sopraffare l’altro. Se Dio fosse sceso dalla croce, non avrebbe compiuto fino in fondo il suo gesto d’amore. Ecco come questo Dio, che sembrava così diverso, lo ritrovo familiare, amico. Immaginate che disastro sarebbe stato se Gesù fosse sceso dalla croce! Si sarebbe dimostrato un dio pagano, il dio della potenza, del terremoto, il dio che vuole convincere a ogni costo.
Quando parliamo della futura venuta di Gesù, preannunciamo che sarà « in potenza e gloria ». Ma bisogna intendere bene questa frase, altrimenti si potrebbe pensare che Gesù, visti i risultati deludenti ottenuti con la sua prima venuta nell’amore, abbia deciso di tornare con potenza. Ma così si stravolge la logica del Signore. A questo proposito Luca ci racconta una parabola escatologica: quella del padrone e dei servi. Quando il padrone tornerà, se troverà i servi al lavoro, li farà sedere a tavola e si metterà a servirli. Questa è la natura di Dio: servizio e amore che si dona.
L’attesa del Messia coincide con l’attesa del compimento della storia e noi crediamo che Gesù abbia compiuto questa attesa. Ma quando ci guardiamo intorno e vediamo che le cose continuano come prima, come sempre, ci chiediamo come si deve intendere questo compimento.
Forse si potrebbe dire che il compimento è tutto nell’altra vita. Ma adesso?
Forse si potrebbe dire che il compimento, così come lo ha realizzato Gesù, è il compimento della rivelazione: Gesù ha rivelato fino a che punto Dio ama l’uomo. E più di così, più che rivelarlo dentro la nostra storia, non poteva fare.
Se Dio condivide la storia dell’uomo, vuol dire che la storia ha un valore, benché siano molti i segni che dicono il contrario, e che la storia può essere migliorata attraverso la trasformazione dell’ uomo e delle sue azioni.
Ma il compimento di Gesù parla anche del lato nascosto di Dio. E’ abbastanza naturale che un uomo muoia per Dio, come per la patria, la bandiera, un’idea; è del tutto impensabile invece, anche se noi ce ne siamo un po’ abituati, che Dio muoia per l’uomo. Questa è la novità radicale: il Figlio di Dio è venuto nel mondo per rivelarmi questo aspetto impensabile di Dio, il lato in ombra della luna, quello che gli uomini, con tutta la loro buona volontà, il loro acume, non possono scoprire. Il vangelo, infatti, racconta di più quello che Dio ha fatto e fa per noi, piuttosto che quello che noi dobbiamo fare per lui. Allora il cristiano, il testimone, non deve mostrare al mondo come amare Dio, quanto è disposto a fare per Dio, ma deve mostrare al mondo come Dio lo ama e come Egli ama il mondo, ogni uomo, tutti gli uomini. Solo così morire per i fratelli sarà un vero martirio, una testimonianza.

Crudeltà senza limiti
Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime.
Tranne che una volta. L’Oberkapo del 52° commando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due metri… Aveva al suo servizio un ragazzino, un pipe/, come li chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello, incredibile in quel campo. Questo piccolo servitore dell’olandese era adorato da tutti. Aveva il volto di un angelo infelice.
Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell’Oberkapo olandese. E lì, dopo una persecuzione, fu trovata una notevole quantità di armi! L’Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si sentì più parlare. Ma il suo piccolo pipe/ era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.
Un giorno che tornavamo dal lavoro, vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipe/, l’angelo dagli occhi tristi.
Le S.S. sembravano più preoccupate, più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco.  » capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva. Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia. Tre S.S. lo sostituirono. I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
«Viva la libertà!» gridarono i due adulti. Il piccolo, lui, taceva.
«Dov’è il Buon Dio? Ma dov’è?», domandò qualcuno dietro di me. Ad un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.
«Scopritevi!» urlò il capo del campo. La sua voce sembrava rauca. Quanto a noi, noi piangevamo. «Copritevi!».
Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente, il bambino viveva ancora… Per più di mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare: «Dov’è dunque Dio?».
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: «Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…».
E. Wiesel, «La notte», Giuntina, Firenze, 1993

L’ebreo Elie Wi esel (1928, vivente), premio Nobel per la pace nel 1986, giornalista e docente all’Università di Boston, non potrà mai dimenticare la sua fanciullezza. Nato nel 1928 in Transilvania, durante la Seconda guerra mondiale viene deportato ad Auschwitz. E’ solo un adolescente, ma non gli viene risparmiato nulla, neppure di assistere all’impiccagione di un coetaneo. Nel suo librodiario « La notte » rievoca l’agghiacciante episodio riportato.

BRANO BIBLICO SCELTO: 1 PIETRO 3,18-22

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Pietro%203,18-22

BRANO BIBLICO SCELTO

1 PIETRO 3,18-22

Carissimi, 18 Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti per ricondurvi a Dio, messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.
19 E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; 20 essi avevano un tempo rifiutato di credere, quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua.
21 Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo, 22 il quale è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.

COMMENTO
1 Pietro 3,18-22
Battesimo e salvezza in Cristo
La Prima lettera di Pietro è uno scritto cristiano della fine del I secolo che si presenta come opera del grande apostolo di cui porta il nome, ma che secondo gli studiosi moderni è una raccolta di tradizioni che al massimo potrebbero risalire in qualche modo a Pietro o al suo ambiente. In mancanza di chiari riferimenti epistolari nel corpo dello scritto e a motivo del suo carattere esortativo si ritiene oggi che esso non sia una lettera vera e propria, ma un’omelia inserita in una cornice epistolare. Alcuni studiosi, basandosi sugli accenni al battesimo che vi sono contenuti, affermano che si tratti di una predica battesimale, forse organizzata in modo da riflettere la celebrazione di un battesimo comunitario.
Il brano preso in considerazione fa parte della sezione centrale dello scritto, nella quale si danno direttive per la partecipazione dei cristiani alla vita sociale (2,11-4,11). Questo tema è enunciato in 2,11-12 e poi viene sviluppato in tre momenti: a) Codice di comportamento familiare e sociale (2,13-3,12); b) Vita cristiana e sofferenza (3,13-22); c) Rinunzia alle passioni e servizio dei fratelli (4,1-11). Nel brano intermedio (3,13-22) l’autore esorta anzitutto i credenti, fatti oggetto di vessazioni da parte dei loro connazionali, perché siano sempre pronti a dare ragione della speranza che è in loro (vv. 13-17); nei successivi vv. 18-22, che sono riportati nel testo liturgico, egli accenna prima alla risurrezione di Cristo (v. 18), poi spiega il significato della sua discesa agli inferi (vv. 19-20) e infine affronta il tema del battesimo (vv. 21-22).
La risurrezione di Cristo (v. 18)
Ai cristiani perseguitati (cfr. 3,13-17) l’autore ricorda che essi devono ispirare la loro vita al modello di Cristo e associarsi alle sue sofferenze e alla sua morte dolorosa (cfr. 2,21-24). Pietro non si limita però a richiamare le sofferenze di Cristo, ma ne mette in luce il significato. Anzitutto Cristo è morto «una volta per sempre» (apax), cioè con il suo gesto ha raggiunto pienamente, una volta per tutte, il suo scopo. Inoltre egli è morto «per i peccati» (peri amartiôn) cioè per liberare l’uomo dai peccati che lo tengono schiavo. Proprio lui, che era giusto, ha dato la vita per uomini ingiusti, attuando così il compito di ricondurli a Dio: costoro sono identificati con i destinatari dello scritto, i quali sono stati liberati dai peccati e hanno sperimentato l’amicizia di Dio.
Infine Pietro sottolinea che l’opera di Cristo si è attuata secondo la dialettica carne-Spirito. Cristo è stato messo a morte «nella carne», cioè nella sua realtà umana, povera e limitata, che lo accomuna a tutta l’umanità, ma è stato reso «vivo nello Spirito», cioè in forza della potenza stessa di Dio che egli possiede nella sua pienezza. In altre parole l’autore vuole dire che, dopo e in forza della morte che lo ha colpito come ogni altro essere umano, lo Spirito di Dio ha attuato in lui una vita nuova, che si manifesta mediante la sua resurrezione, e da lui si estende a tutti i credenti (cfr. Rm 1,4).
La discesa di Cristo agli inferi (vv. 19-20)
Pietro prende lo spunto dalla morte di Cristo per parlare della sua discesa agli inferi. Egli collega questa nuova riflessione con la precedente mediante l’espressione «nel quale» (en hôi). Questo pronome relativo può riferirsi in generale agli eventi di cui ha appena parlato, cioè alla sua morte e risurrezione: anche la discesa agli inferi fa parte degli eventi fondamentali con cui Cristo ha concluso la sua vita. Ma il relativo può riferirsi anche allo Spirito, che è stato appena nominato: Cristo sarebbe quindi disceso agli inferi «in forza di esso», cioè con la potenza dello Spirito. Questa interpretazione è più probabile in quanto l’autore dimostra la tendenza a riferirsi, col relativo, a un sostantivo espresso immediatamente prima (cfr. 1,6.8; 2,4, ecc.).
La discesa di Cristo negli inferi è così descritta: «Andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua» (vv. 19-20). L’autore allude qui allo Sheol, che era considerato come il regno dei morti, nel quale vanno a finire le anime dei trapassati, per i sadducei senza alcuna speranza di cambiamento, per i farisei in attesa della risurrezione finale. Secondo la terminologia ebraica “andare agli inferi” era semplicemente una circonlocuzione per indicare la morte. Pietro invece la interpreta come una visita in quella regione tenebrosa, nella quale secondo lui erano tenuti come prigionieri tutti coloro che erano vissuti al tempo del diluvio universale (cfr. Gen 6-9). Costoro, pur vedendo che Noè costruiva l’arca, invece di approfittare dell’ultima possibilità che veniva loro concessa dalla pazienza di Dio, non avevano creduto in modo da essere salvati. In altre parole si tratterebbe dell’umanità che è stata sterminata per la sua malvagità al tempo di Noè. Ma forse l’autore pensa più in generale a tutta l’umanità vissuta prima di Cristo, che egli vede contrassegnata dallo stesso peccato che ha provocato la distruzione del diluvio.
A questi spiriti racchiusi nello Sheol come in una prigione Cristo andò a «predicare» (kêryssô). Come oggetto di questo annunzio le traduzioni mettono la parola «salvezza», ma il testo greco non dice che cosa ha annunziato Gesù. Secondo una interpretazione egli non ha annunziato la salvezza, ma la condanna definitiva. Ma è più probabile che si tratti invece di un’offerta di salvezza, una liberazione vera e propria, riferita ai giusti dell’Antico Testamento. È questa l’opinione di Agostino, seguito dalla maggior parte dei Padri e degli esegeti moderni.
Il battesimo (vv. 21-22)
Nell’ultima parte del brano l’acqua del diluvio è presentata come la «figura» (antitypon) del battesimo: l’autore intravede una qualche analogia tra il diluvio e il battesimo cristiano. È vero che l’acqua del diluvio è stata soprattutto strumento di morte, mentre quella del battesimo porta la salvezza; ma bisogna riconoscere che ambedue hanno in comune l’effetto di purificare dal contagio del peccato. Il battesimo è presentato anzitutto come un mezzo di salvezza che opera «ora»: questo avverbio, più che riferirsi al momento liturgico del battesimo, indica l’attualità presente della salvezza battesimale, contrapposta alla sua figura, l’acqua del diluvio, che ha operato in un remoto passato.
L’autore precisa che il battesimo non è un mezzo per togliere la sporcizia del corpo, ma una «invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza», cioè la richiesta a Dio perché mantenga l’impegno da lui preso in favore di chi lo riceve con retta intenzione. La preghiera che accompagna il rito battesimale, non può non essere esaudita se chi la pronunzia non ha una «coscienza buona», cioè le disposizioni del cuore che sono richieste per ritornare a Dio. Queste disposizioni non vengono dalla buona volontà dell’uomo, ma sono anch’esse un dono di Dio, che le opera «in virtù della risurrezione di Gesù Cristo».
Il brano termina con una professione di fede cristologica: questo Cristo che è risorto «è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze». Questa frase riprende le affermazioni delle lettere deuteropaoline circa l’esaltazione di Cristo (cfr. Ef 1,20-21; Col 2,15), alle quali Luca ha dato forma narrativa nel racconto dell’ascensione (At 1,9), facendole poi enunciare da Pietro nella sua prima predica dopo la Pentecoste. In esse si esprime la sovranità cosmica di Cristo, in forza della quale egli diventa il salvatore universale.

Linee interpretative
La morte di Cristo non è stata dunque un incidente di percorso, ma un evento accettato volontariamente da lui perché era l’unico che gli permetteva di manifestare pienamente la sua fedeltà al Padre e la solidarietà con l’uomo limitato e peccatore. Solo accettando fino in fondo il suo destino Gesù poteva esprimere la radicalità della sua scelta a favore degli uomini, soprattutto gli ultimi, i più poveri e diseredati. Proprio per la sua radicalità questo gesto ha un impatto profondo su coloro che ne vengono a conoscenza e li spinge a sopportare le proprie sofferenze con lo stesso spirito e per lo stesso scopo.
Nel contesto del mistero pasquale, Cristo ha dunque ricevuto la pienezza dello Spirito per proporre la salvezza a tutti gli uomini, anche a quelli che erano vissuti prima di lui, non esclusi i peccatori più pervertiti, come quelli del tempo di Noè. Con questa immagine di tipo mitologico e leggendario, propria delle concezioni cosmologiche di allora, l’autore vuole affermare che la salvezza portata da Cristo opera misteriosamente a favore di tutti gli uomini, anche di coloro che sono vissuti prima di lui. Infatti nella sua esperienza personale si rende visibile, in modo chiaro e urgente, quella spinta che ha portato uomini di ogni razza e religione a dare la vita per i loro fratelli.
Il coinvolgimento nell’esperienza di Cristo ha la sua radice nel rito del battesimo, che produce in chi lo riceve effetti di purificazione dal male e di rinnovamento interiore. Chi lo riceve si impegna a vivere come figlio di Dio, in conformità a Cristo. Ma questa partecipazione non dipende dalla buona volontà del soggetto, bensì da un dono di Dio che viene chiesto nel rito del battesimo e si attua in forza dell’influsso salvifico di Cristo risorto e asceso al cielo. Il battesimo è dunque un rito accompagnato da una preghiera con cui viene portata a termine la salvezza inaugurata da Dio nell’Antico Testamento.

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Nuovo Testamento |on 20 février, 2015 |Pas de commentaires »

BEATI GLI AFFLITTI… SANT’AGOSTINO, In Ps 85,24

http://www.iviandantidellamore.net/Meditazioni%20(beatitudini2).htm

BEATI GLI AFFLITTI…

SANT’AGOSTINO, In Ps 85,24

1. Gesù, venuto ad annunciare la buona novella ai poveri, è venuto anche « a predicare ai prigionieri la liberazione… a rimettere in libertà gli oppressi » (Lc4, 18 ). Ecco il segno inconfondibile della salvezza promessa da Dio al suo popolo e annunciata dai profeti: il Messia si china su tutte le miserie umane per salvarle, per dare sollievo e gioia agli afflitti, per consolare chi piange. Tuttavia gli afflitti, come i poveri, non mancheranno mai nel mondo. Le guarigioni miracolose operate dal Signore – « ciechi riacquistano la vista, zoppi camminano, lebbrosi vengono mondati, sordi odono » (Lc 7,22) – non sono che il simbolo di una salvezza più profonda ed essenziale. L’opera di Gesù non si ferma ai corpi, ma va più a fondo: tocca i cuori e li sana dal più grande dei mali: il peccato. Le afflizioni fisiche e mentali, le malattie, i lutti, le oppressioni, gli affanni della vita diventano il veicolo attraverso il quale l’opera della salvezza raggiunge più facilmente l’uomo.
« Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete », ha detto Gesù (Lc 6,25). Chi vive nel godimento, chi ha tutto ciò che vuole e non manca di nulla, corre un rischio tremendo. Soddisfatto di sé e della vita terrena, non avverte la precarietà della sua situazione, non sente il bisogno di essere salvato, non apre il cuore alla Speranza, delle cose celesti. Al contrario l’afflitto, impotente a liberarsi dalle sue tribolazioni, si rende conto che Dio solo può aiutarlo: da lui solo può essere salvato per il tempo e per l’eternità. Gli afflitti che, come i poveri, accettano dalle mani di Dio la loro sorte, che si sottomettono a lui con umiltà, e pur soffrendo non cessano di credere al suo amore di Padre e alla sua provvidenza infinita, sono proclamati beati da Gesù « perché saranno consolati» (Mt5,4). E se la consolazione piena sarà soltanto nella vita eterna, qui in terra, in mezzo alle loro angustie, non saranno privi del conforto di sentirsi più vicini a Cristo che porta con loro e per loro la croce.
2. Quando i mali fisici o morali tormentano l’uomo e sembrano inchiodarlo in situazioni irrimediabili, non è facile credere alla beatitudine proclamata dal Signore. Eppure il dolore nasconde sempre un mistero di vita e di salvezza. «Quanti seminano fra le lacrime mieteranno nel giubilo – dice il salmo -. Chi all’andare cammina in pianto, portando il seme da spargere, al ritorno viene con giubilo, portando i suoi covoni » (Sal 126, 5-6). Come il chicco di grano deve marcire nel solco per dar vita a nuove spighe, così l’uomo deve essere macerato nella sofferenza per dare frutti di letizia eterna. Ma bisogna aspettare e sperare la propria consolazione solo da Dio. Bisogna attendere lui, l’Unico che salva e cambia il pianto in gioia vera. Bisogna avere il coraggio di abbracciare la croce non solo con rassegnazione, ma con amore, con volontà decisa di seguire Gesù sofferente fino al Calvario, fino al sepolcro, perché soltanto dalla morte può fiorire la risurrezione. E questo farlo con cuore dilatato dalla carità che accetta di patire e di morire anche per la risurrezione dei fratelli. Allora si capisce perché S. Paolo ha potuto dire: «Sono ricolmo di consolazione, pervaso di gioia nonostante ogni nostra tribolazione» (2 Cr 7,4). È là beatitudine della sofferenza che incomincia ad avverarsi quaggiù per chi sa patire con Cristo per la salvezza del mondo.
Ma per coloro che amano Dio ci sono altri motivi di pianto. Sono le lacrime roventi di S. Agostino che non cessa di lamentarsi: « Tardi ti ho amato, o Bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato» (Conf. X, 27, 38 ). Sono le lacrime della Maddalena penitente e di Pietro che piange il suo fallo. Sono le lacrime di chi, pur amando sinceramente Dio, deve ogni giorno rimproverarsi qualche debolezza, qualche infedeltà; lacrime sante di compunzione, dono dello Spirito Santo, che purificano dal peccato e uniscono a Dio. E lacrime ancora per tutto il male che, dilagando nel mondo, fa tante vittime, travolge tanti innocenti, fa deviare dalla fede, travaglia la Chiesa, offende Dio. Anche queste lacrime, che sono una partecipazione al pianto di Cristo su Gerusalemme e alla sua agonia nell’orto del Getsemani, saranno consolate, perché chi soffre con Cristo sarà con lui glorificato (Rm 8, 17).

PREGHIERA: Mio Dio, eccomi davanti a te, povero, piccolo, spoglio di tutto. lo non sono nulla, non ho nulla, non posso nulla… Tu sei il mio tutto, tu sei la mia ricchezza.
Mio Dio, ti ringrazio di aver voluto che io non fossi nulla davanti a te… Ti ringrazio delle delusioni, delle ingiustizie, delle umiliazioni. Riconosco che ne avevo bisogno. O mio Dio, sii benedetto quando mi provi. Annientami sempre più. Che io sia nell’edificio non come la pietra lavorata e levigata dalla mano dell’artista, ma come il granello di sabbia oscuro, sottratto alla polvere della strada.
Mio Dio, ti ringrazio di avermi lasciato intravedere la dolcezza delle tue consolazioni. Ti ringrazio di avermene privato. Non rimpiango nulla se non di non averti amato abbastanza. Non desidero nulla se non che la tua volontà sia fatta. O Gesù, la tua mano è dolce, perfino nel culmine della prova. Che io sia crocifisso, ma crocifisso per te.
GENERAL DE SONIS, Vie (par A. Bessières)

Tu, o Signore, mi hai consolato nella tristezza. Nessuno infatti cerca la consolazione se non è nella miseria… Questa, purtroppo, è la regione degli scandali, delle tentazioni, di tutti i mali; ma se qui gemiamo, meriteremo di godere lassù; se qui soffriamo, meriteremo di essere consolati lassù… Questa è la regione dei morti. Scompare la regione dei morti, viene la regione dei viventi. Nella regione dei morti c’è la fatica, il dolore, la paura, la sofferenza, la tentazione, il gemito, il sospiro; Qui ci sono i felici all’apparenza e gli infelici nella realtà, perché falsa è quaggiù la felicità mentre vera è la miseria. Ma riconoscendo di essere ora nella vera miseria, sarò poi nella vera felicità; E appunto perché ora sono misero, ascolto te, o Signore, che dici: « Beati coloro che piangono ».
Si, veramente beati quelli che piangono! Niente è tanto affine alla miseria come il pianto; nulla è tanto lontano e contrario alla miseria quanto la beatitudine; eppure tu parli di piangenti e li chiami beati… Ma perché sono beati? Per ciò che sperano. Perché invece piangono? Per ciò che sono attualmente. Fa’, o Signore, che io pianga in questa vita mortale, nelle tribolazioni della vita presente, nel mio esilio; ma poiché riconosco di essere in tali miserie e ne gemo, fa’ che io sia beato.

1 CORINZI 7,32-35 -COMMENTO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Corinzi%207,32-35

1 CORINZI 7,32-35

Fratelli, 32 Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; 33 chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, 34 e si trova diviso!
Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.
35 Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni.

COMMENTO
1 Corinzi 7,32-35
Il celibato cristiano
Nel c. 7 Paolo risponde a uno dei quesiti che i corinzi gli avevano posto per iscritto, quello cioè riguardante la vita sessuale nel matrimonio e nel celibato. L’esposizione si apre con alcune direttive pratiche riguardanti anzitutto i coniugi, i non sposati e le vedove (vv. 1-16); egli passa poi a delineare il principio generale a cui si ispira, quello cioè secondo cui ciascuno deve restare nella condizione di vita in cui si trovava al momento della conversione (vv. 17-24). Infine ritorna alle situazioni specifiche, soffermandosi soprattutto sul tema del celibato (vv. 25-40). In questa parte del capitolo egli, dopo aver raccomandato il celibato, accenna all’imminente fine del mondo e a ciò che essa implica per il credente; poi torna alla situazione in cui vengono rispettivamente a trovarsi, in questo contesto, i celibi, confrontandola con quella degli sposati. Egli si introduce con un principio generale (v. 32a) che esplicita poi in riferimento a uomini e donne sposati e non sposati (vv. 32b-34) e termina con una frase conclusiva (v. 35).
Egli esordisce con le parole: «Io vorrei che foste senza preoccupazioni (amerimnoi)» (v. 32a). Il termine amerimnoi deriva da merimnaô, che significa, in senso negativo, essere ansiosi, aver paura di perdere o di non conseguire qualcosa che sta a cuore (cfr. Mt 6,25-34), ma può significare anche in senso positivo «prendersi cura di»: ambedue sono presenti nel verbo italiano «preoccuparsi di». A prima vista sembrerebbe che egli voglia sollevare i suoi interlocutori da qualsiasi preoccupazione. Dal seguito del discorso appare invece che egli vuole evitare solo un certo tipo di preoccupazioni che, cozzando con altre, portano a una divisione.
Paolo passa poi a mettere in luce il tipo di preoccupazioni a cui si riferisce; egli si esprime con due frasi parallele, in cui considera rispettivamente la situazione dell’uomo e quella della donna. Chi non è sposato si preoccupa (merimnâi) delle cose del Signore, come possa piacere al Signore mentre chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e perciò è diviso (memeristai) (vv. 32b-33a). Parallelamente la donna non sposata, così come la vergine (parthenos), si preoccupa delle cose del Signore per essere santa nel corpo e nello spirito, mentre la donna sposata si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito (v. 34b); è sottinteso che anche costei si trova divisa. In questo contesto il Signore (Kyrios) è Gesù (cfr. il precedente v. 25).
Si suppone che la preoccupazione per le cose del Signore sia comune alle persone sposate così come a quelle celibi: si tratta infatti di cristiani che hanno fatto una scelta fondamentale per il Signore e sono preoccupati di «piacere» (o «far piacere») a Lui in ogni cosa. Chi non è sposato può dedicarsi totalmente a questa preoccupazione. Per quanto riguarda la donna non sposata l’apostolo aggiunge che la rinunzia al matrimonio le conferisce una «santità», cioè un’intima comunione con Dio, che coinvolge tutta la sua persona (corpo e spirito). Chi è sposato invece deve preoccuparsi anche di «piacere» (o far piacere) al proprio coniuge. E questo, secondo l’apostolo, crea una divisione, cioè una lacerazione interiore. È chiaro che il celibato viene qui raccomandato in vista di un rapporto personale più intimo e profondo con il Signore. Non si tratta dunque esattamente del celibato «per il regno dei cieli» di cui parla Gesù nel vangelo (cfr. Mt 19,12), ma è chiaro che l’adesione a Cristo implica la disposizione a ricevere il regno e quindi a mettersi in sintonia con esso.
A conclusione di questa riflessione l’apostolo soggiunge che, se ha consigliato ai corinzi questa scelta, lo ha fatto per il loro bene, non per gettare loro un «laccio» (brochon), ma per indirizzarli a «ciò che è degno» (euschêmon) e a ciò che li tiene «assiduamente uniti» (euparedron) al Signore «senza distrazioni» (aperispastôs) (v. 35). Il celibato è lo stato di vita più raccomandabile, in quanto rappresenta un mezzo per realizzare un’unione più profonda con Cristo, senza quelle divisioni che la vita coniugale comporta. Ma resta la possibilità che esso diventi un laccio, cioè un ostacolo che può arrecare gravi danni alla persona proprio nel suo cammino di fede: è sottinteso che uno, per scegliere questo tipo di vita, deve averne il dono corrispondente (cfr. v. 7). Ma al di là di tutto, ciò che interessa a Paolo è l’unione personale e profonda dei credenti con Dio. L’espressione «senza distrazioni», che richiama una terminologia familiare al filosofo Epitetto, denota un certo influsso filosofico sulle valutazioni dell’apostolo, anche se il contesto religioso e culturale è diverso. Non è chiaro se questa unione piena con Cristo è possibile anche per le persone sposate, ma da quanto precede sembrerebbe di no: essa si attua soltanto nel celibato, il quale appare così come una via migliore per raggiungere una vita spirituale più alta.

Linee interpretative
Paolo riconosce l’importanza del matrimonio con tutto ciò che esso comporta, ma non nasconde la sua preferenza per il celibato. Egli esprime il suo punto di vista sullo sfondo di un mondo la cui fine è stata ormai decretata, nel quale il credente può vivere correttamente solo relativizzando tutte le realtà terrene, di cui pure deve fare uso. In questa prospettiva il celibato appare come una libera scelta, che uno fa per esprimere in un modo più radicale il suo distacco da un mondo destinato a finire e la sua ricerca di una dedizione totale a Cristo. Appunto nell’imminenza della fine il celibato permette al credente di superare meglio la tribolazione finale, togliendogli quelle preoccupazioni che invece lo stato matrimoniale comporta.
L’apostolo non pensa certo che il celibato possa eliminare del tutto le preoccupazioni legate alla vita in questo mondo, ma è convinto che possa attenuarle, affinché il credente sia unicamente preoccupato per le cose del Signore. In altre parole vorrebbe che il cuore del credente non fosse diviso tra due preoccupazioni che tendono ad escludersi l’una con l’altra, ma che fosse totalmente proiettato verso Cristo e verso i valori del mondo futuro. Secondo lui chi ha rinunziato al matrimonio ha trovato la sua unità profonda nell’appartenere totalmente a Cristo. Chi invece è sposato deve tendere anche lui alle realtà ultime del regno, ma servendosi di un mezzo, il proprio coniuge, che facilmente, per la debolezza umana, tende a separarlo da Cristo e a porsi come fine autonomo della sua vita. Per questo il matrimonio è da lui considerato come meno idoneo del celibato alla situazione escatologica del credente. Pur essendo in se stesso buono e compatibile con la vita cristiana, esso fa parte di quelle realtà di cui bisogna usufruire «come se» non si possedessero, creando così una tensione interiore che egli vorrebbe risparmiare ai suoi destinatari.
È chiaro quindi che la proposta del celibato non si basa su una svalutazione del matrimonio o della sessualità, ma sull’attesa della venuta ormai imminente degli ultimi tempi e del regno di Dio. Paolo non può ignorare che anche il matrimonio cristiano ha senso solo se è vissuto in vista del regno di Dio (cfr. Ef 5,21-33). Sembra inoltre che egli proponga il celibato ponendone in luce soprattutto i vantaggi, mentre a proposito del matrimonio sottolinea specialmente i limiti. Infine egli rischia di fare del coniuge un potenziale concorrente di Dio nel cuore del credente. Se è vero che l’impegno per il coniuge e per la famiglia può ostacolare la piena dedizione a Dio e ai fratelli, non bisogna ignorare che anche il celibato comporta il rischio di uno spiritualismo che non fa i conti con le esigenze reali delle persone. Il matrimonio infatti impone un continuo e diretto confronto con l’altro (il coniuge, i figli e la società), al quale il celibe può facilmente sfuggire.
La scelta celibataria mantiene tutto il suo valore anche per chi non pensa più ad una prossima fine del mondo, ma è convinto della sua transitorietà e caducità. Tuttavia la preferenza che Paolo esprime per il celibato rappresenta un aspetto marginale del suo messaggio, influenzato dalle attese di una fine imminente tipiche dei primi decenni del cristianesimo. Più che la priorità di uno stato di vita sull’altro è invece utile sottolineare l’esigenza di una loro interazione all’interno della comunità.

LA FEDE DELLE NONNE – Vangelo – Lc 10,1-9

http://www.zenit.org/it/articles/la-fede-delle-nonne

LA FEDE DELLE NONNE -

Meditazione quotidiana sulla Parola di Dio

Roma, 26 Gennaio 2015 (Zenit.org) Redazione

Vangelo – Lc 10,1-9

Lettura
Per la memoria dei santi Timoteo e Tito, discepoli e collaboratori di san Paolo, si leggono due brani dalle lettere che l’Apostolo ha loro indirizzato. Dal Vangelo di Luca, invece, si proclama il brano che narra l’invio dei settantadue discepoli, episodio registrato solo dal terzo Evangelista, il più aperto alla missione della Chiesa verso i pagani. Il numero settanta, infatti, rimanda all’elenco dei popoli nati dai figli di Noè, dopo il diluvio. I discepoli di Gesù devono raggiungere tutte le nazioni, anticipando in tal modo, la missione della Chiesa che è di per sé “cattolica”, cioè universale.

Meditazione
Siccome «la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai», Gesù, dopo aver istituito i Dodici, «designa settantadue discepoli» e li invia con la missione di annunciare il regno di Dio. Al collegio degli Apostoli si aggiungono così questi “missionari”, in modo che il Vangelo sia trasmesso a tutte le genti, fino ai nostri giorni. Se gli Apostoli hanno i loro successori nei Vescovi, i “settantadue” li hanno nei nostri sacerdoti. Ma tutti questi non sono bastati a colmare la scarsità di “operai” per il Regno. Ed ecco allora il preziosissimo contributo femminile nella trasmissione della fede. Ne abbiamo una testimonianza nella seconda lettera che san Paolo scrive a Timoteo, in essa l’Apostolo gli riconosce la fede schietta che fu prima nella sua nonna Lòide, poi in sua madre Eunìce. Perciò, nella stessa lettera, Paolo non ha paura di mettere accanto alla Scrittura, le sane parole che Timoteo ha udito da lui e le catechesi ricevute in famiglia, raccomandando al discepolo di rimanere saldo in quello che ha imparato e di cui è convinto, sapendo da chi l’ha appreso: la nonna, la mamma e lo stesso Paolo. Questo tipo di trasmissione della fede “al femminile” attraversa tutta la storia della Chiesa, soprattutto quando questa è costretta a nascondersi, perché perseguitata. Ne sanno qualcosa le Chiese dell’Est europeo che, durante la lunga persecuzione sovietica, hanno trasmesso la fede e il battesimo da madre a figlia, da nonna a nipote. Noi non siamo una Chiesa perseguitata, ma viviamo in una società scristianizzata nella quale le nonne hanno di nuovo la missione di trasmettere la fede ai nipotini. In troppe famiglie i genitori non educano più alla fede i loro bambini, ed ecco la “supplenza” delle “nonne a tempo pieno” che devono sentire l’obbligo morale d’insegnare ai nipotini a pregare, ad avere Gesù e la Madonnina per amici.

Preghiera
Signore, ti ringrazio d’avermi dato una famiglia che mi ha trasmesso il dono della fede. Mantienimi in questa fede e dammi la forza di testimoniarla con tutta la mia vita, per trasmetterla, così, in modo credibile, ai miei figli e nipoti. Amen.

Agire
Oggi dirò una preghiera di suffragio per quella nonna che più ha inciso sulla mia vita spirituale.

Meditazione a cura dei Monaci dell’Abbazia di Sant’Eutizio (Piedivalle di Preci – Perugia), tratta dal mensile “Messa Meditazione”,

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