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STORICITÀ DEI VANGELI: MISTERO DIVINO E STORIA SECONDO J. RATZINGER

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STORICITÀ DEI VANGELI: MISTERO DIVINO E STORIA SECONDO J. RATZINGER

Floriana Stevanin

La storicità dei Vangeli:
Mistero divino e Storia secondo Joseph Ratzinger

… Quanto è accaduto nell’episodio del cieco nato guarito da Gesù – l’incredulità di fronte all’evidenza dell’avvenuto miracolo – si è verificato e si verifica tuttora di fronte alle descrizioni di fatti che implicano l’intervento divino riportati dai Vangeli: la razionalità ha rifiutato e rifiuta l’idea che Mistero divino e Storia possano coesistere.
Molti studiosi, molti teologi, dall’Illuminismo in poi, hanno analizzato i Vangeli con i metodi di indagine suggeriti dal pensiero filosofico di volta in volta prevalente, ed hanno iniziato ad esprimere dubbi sulla veridicità delle pagine evangeliche che parlano di teofanie, di miracoli, di predizioni.
Intorno alla metà del secolo scorso, i Vangeli sono stati valutati con il metodo della critica storica che parte da una premessa filosofica di notevole peso: nella storia si verifica solo ciò che è attribuibile a cause naturali conosciute oppure all’intervento umano: elementi contrastanti, quali interventi di natura divina non riconducibili alla normale trama dei fatti, non si possono considerare storici: non deve perciò essere preso in considerazione tutto quello che nei Vangeli è relativo alla trascendenza.
Secondo tale presupposto dunque, osserva Joseph Ratzinger, non è possibile che un uomo sia veramente Dio, che compia opere che richiedono un potere divino; e tutto ciò che nella figura di Gesù oltrepassa la dimensione puramente umana, tutto ciò che secondo queste teorie non è veramente “storico”, non è veramente accaduto: non sono vere le rivendicazioni d’autorità divina attribuite a Gesù, e non sono vere le corrispondenti azioni. “Questa convinzione si è impressa in profondità nella coscienza generale, senza risparmiare la comunità dei credenti in tutte le Chiese”.
Egli sottolinea come i Vangeli e la stessa figura di Gesù siano valutati in base a ideologie filosofiche con la conseguenza che “le presupposizioni riguardo a ciò che Gesù non poteva essere (Figlio di Dio), e riguardo a ciò che doveva essere, … fanno apparire come frutto di rigore storico ciò che in realtà è unicamente il risultato di premesse filosofiche”.(1)
Sulla scorta dei vari metodi adottati l’esegesi critica, nel tempo, non solo ha messo in dubbio, ma in molti casi ha negato la veridicità dei Vangeli; parallelamente ha proposto le più diverse immagini di Gesù – il moralista, il rivoluzionario, il pacifista … “in sostituzione della figura viva, quella che in realtà non può essere riconosciuta attraverso l’esclusivo metodo storico, ma soltanto nella fede” – scrive Benedetto XVI, il più grande teologo cattolico del nostro tempo. Egli guida i fedeli ad avvicinarsi a comprendere quale sia la natura di Gesù, e quale sia la “fonte sorgiva” delle sue parole e dei miracoli.
La fede, che si fonda sulla integrità e sulla veridicità dei Vangeli, non misconosce la storia apre però gli occhi per poterla pienamente comprendere.
E aggiunge: quando leggiamo nel vangelo di Giovanni: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (1,18), noi comprendiamo che Gesù vive al cospetto di Dio e, come Figlio, vive in profonda unità col Padre.
“Per comprendere Gesù sono fondamentali gli accenni ricorrenti al fatto che Egli si ritirava sul monte e lì pregava per notti intere, da solo con il Padre. Questi brevi accenni diradano un po’ il velo del mistero, ci permettono di gettare uno sguardo dentro l’esistenza filiale di Gesù, di scorgere la fonte sorgiva delle sue azioni, del suo insegnamento e della sua sofferenza. Questo pregare di Gesù è il parlare del Figlio con il Padre in cui vengono coinvolte la coscienza e la volontà umane, l’anima umana di Gesù, di modo che la preghiera dell’uomo possa divenire partecipazione alla comunione del Figlio con il Padre…
Gesù può parlare del Padre, così come fa, solo perché è il Figlio e vive in comunione filiale con il Padre. Il mistero del Figlio come rivelatore del Padre… è presente in tutti i discorsi e in tutte le azioni di Gesù”(2) nei suoi miracoli, nelle sue profezie.
“Non da teorie filosofiche, non da convinzioni personali, ma da questa comunione con il Padre deve partire ogni approccio alla comprensione della figura di Gesù, … questo è il vero centro della sua personalità. Senza questa comunione non si può capire niente e partendo da essa Egli si fa presente a noi anche oggi”(3)…

Floriana Stevanin

1) Joseph Ratzinger, In cammino verso Gesù Cristo, Ed San Paolo, 2004, p 50-53
2) Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, vol. I, p 27-28
3) vol. I, p 10

GIOVANNI 13, 1-15 – COMMENTO BIBLICO

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GIOVANNI 13, 1-15 – COMMENTO BIBLICO

1 Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: « Signore, tu lavi i piedi a me? ». 7 Rispose Gesù: « Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo ». 8 Gli disse Simon Pietro: « Non mi laverai mai i piedi! ». Gli rispose Gesù: « Se non ti laverò, non avrai parte con me ». 9 Gli disse Simon Pietro: « Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo! ». 10 Soggiunse Gesù: « Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti ». 11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: « Non tutti siete mondi « . 12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: « Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi ».

COMMENTO GIOVANNI 13,1-15

La Pasqua di Gesù   Il racconto dell’ultima cena di Gesù introduce la seconda parte del vangelo di Giovanni (Gv 13-21), solitamente chiamata “Libro della gloria” perché in essa è descritta, non più attraverso i segni, ma in modo chiaro ed esplicito, la realtà trascendente di Gesù, cioè la sua gloria quale si è manifestata nella sua morte e risurrezione. In questa parte del vangelo è contenuta una lunga sezione in cui sono riportati tre discorsi pronunziati da Gesù durante l’ultima cena (Gv 13-14; 15-16; 17), a cui fa seguito il racconto degli  eventi finali della sua vita terrena (Gv 18-21). I discorsi della cena sono chiaramente una composizione giovannea, fatta però a partire da un materiale tradizionale; con essa l’evangelista intende spiegare in anticipo il significato teologico degli eventi in cui tra breve Gesù sarà coinvolto. Il genere letterario di questi capitoli è quello del testamento spirituale, spesso utilizzato nell’AT (cfr. Dt 32-33) e nel giudaismo (cfr. per es. i Testamenti dei XII Patriarchi). È probabile che questi tre discorsi fossero originariamente autonomi. Secondo Marco e Matteo il racconto della cena è preceduta da quello di alcuni fatti importanti (il complotto del sinedrio, l’unzione di Betania, il tradimento di Giuda e i preparativi di rito) e comprende l’annunzio del tradimento di Giuda da parte di Gesù, l’istituzione dell’eucaristia e l’annunzio del rinnegamento di Pietro; leggermente diverso è l’ordine di Luca, che dopo l’istituzione dell’eucaristia inserisce anch’egli un breve discorso di Gesù sul servizio a cui i discepoli sono chiamati. In Giovanni invece, che aveva anticipato alla domenica precedente l’unzione di Betania, il racconto della cena (Gv 13,1-38) si limita alla lavanda dei piedi (vv. 1-20), non menzionata dai sinottici, cui fa seguito l’annunzio del tradimento di Giuda, il quale lascia poi immediatamente la sala (vv. 21-30); Gesù allora dà il comandamento nuovo (vv. 31-35) e preannunzia il rinnegamento di Pietro (vv. 36-38). Il brano liturgico comprende, dopo l’introduzione (v. 1), il racconto della lavanda dei piedi (vv. 2-5), il dialogo di Gesù con Pietro (vv. 6-11) e termina con il commento di Gesù circa lo scopo del gesto da lui compiuto (vv. 12-15).

Introduzione (v. 1) La narrazione inizia con una frase introduttiva: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Con queste parole l’evangelista dà una chiara indicazione circa le circostanze di tempo, i motivi e le finalità di quanto Gesù sta per fare. L’evento ha luogo «prima della Pasqua». Per Giovanni è questa la terza Pasqua celebrata da Gesù durante il suo ministero pubblico, che quindi sarebbe durato più di due anni. D’accordo con gli altri evangelisti, Giovanni colloca l’ultima cena nella sera del giovedì santo, ma, diversamente da loro, ritiene che in quell’anno la Pasqua cadesse il giorno dopo: infatti secondo lui Gesù morirà nel pomeriggio del venerdì santo, nel momento stesso in cui venivano immolati gli agnelli, le cui carni sarebbero servite per il banchetto pasquale (cfr. 19,31). La cena non è quindi un banchetto pasquale in senso proprio, come viene detto nei sinottici.

L’accenno alla Pasqua non ha solo valore cronologico, ma anche teologico: per Giovanni, come per i sinottici, c’è un rapporto molto stretto tra la festa dei giudei e quanto Gesù sta per compiere. La Pasqua è considerata nei testi biblici come un passaggio di Dio (o dello sterminatore) che colpisce i primogeniti degli egiziani e risparmia quelli dei figli di Israele (cfr. Es 12,12.23). Nel mondo ebraico però si era affermata l’idea che nella Pasqua erano stati gli israeliti a passare, sotto la guida di JHWH, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà (cfr. l’Agada pasquale): una volta liberati dalla schiavitù del faraone essi sono diventati, mediante l’alleanza, proprietà speciale di Dio (cfr. Es 19,3-6). Secondo Giovanni, Gesù sapeva che era giunta la sua ora, che consiste nella sua glorificazione mediante la morte in croce (cfr. Gv 12,23-24). Questa ora è presentata qui, in riferimento alla Pasqua, come un passaggio da questo mondo al Padre: con la sua passione e morte Gesù porta dunque a compimento l’opera salvifica di JHWH, conducendo non solo gli israeliti, ma l’umanità intera in un percorso che ha come meta l’incontro con il Padre. È questo dunque il senso profondo della liberazione attuata da Gesù. Il passaggio di Gesù al Padre viene visto come espressione di un amore portato fino alla fine (telos), cioè fino alla morte: infatti non c’è amore più grande di quello che consiste nel dare la vita per i propri amici (cfr. 15,13). L’amore di Gesù è rivolto ai suoi che erano nel mondo, cioè ai suoi discepoli e a tutti quelli che anche in seguito avrebbero creduto in lui (cfr. 17,20): esso non è altro che il riflesso e la conseguenza del suo amore per il Padre e dell’amore del Padre verso di lui, nel quale egli, mediante la sua morte, coinvolge i suoi discepoli, attuando così la libertà piena prefigurata nella Pasqua israelitica.

La lavanda dei piedi (vv. 2-5) L’evangelista passa poi al racconto della lavanda dei piedi, facendolo però precedere da alcune spiegazioni: «Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita» (vv. 2-4). Anzitutto quanto sta per essere narrato è avvenuto «mentre cenavano», quando già Giuda aveva deciso di tradirlo: non si dice nulla dell’intesa di Giuda con i sacerdoti, ma del tradimento di Giuda si era parlato già prima nel vangelo (cfr. Gv 6,70-71; 12,4). Il lettore è già stato avvertito che non si tratta di una cena pasquale, perché ha avuto luogo prima di Pasqua. Manca ogni riferimento all’istituzione dell’eucaristia: ciò è dovuto sicuramente al fatto che Giovanni ha già anticipato questo tema nel discorso sul pane di vita (Gv 6). In esso si diceva che Gesù avrebbe dato ai suoi discepoli un pane che era la sua stessa persona offerta per la vita del mondo: ciò significa che dopo la sua morte, durante la celebrazione della cena, tutti i credenti stabiliranno con Gesù lo stesso rapporto che i primi discepoli avevano avuto con lui durante il suo ministero pubblico. Qui Giovanni si limita a trasporre l’eucaristia in un gesto simbolico, la lavanda dei piedi, che ne rivela il significato profondo. Il fatto che Giuda avesse già deciso di tradirlo viene attribuito a un intervento diretto sul suo cuore da parte del diavolo: sta dunque per attuarsi lo storico confronto tra il Dio liberatore e il principe di questo mondo, che è destinato ad essere «gettato fuori» (cfr. 12,31). In questa circostanza Gesù è pienamente consapevole che «il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava». Egli possiede già fin d’ora quel potere che secondo Matteo ha ottenuto mediante la sua risurrezione (cfr. 28,18): esso gli deriva dal fatto di essere venuto da Dio e di ritornare a Dio, cioè nel suo rapporto intimo col Padre che fa di lui il rivelatore per eccellenza. Quello che egli sta per compiere non è quindi un atto di debolezza, ma la manifestazione di un potere che non consiste nel fare cose straordinarie, ma nell’amore. Per lavare i piedi ai discepoli Gesù «depone» (tithêmi) le sue vesti che poi in seguito «riprende» (lambanô) (cfr. v. 12): questi due verbi sono gli stessi usati a proposito del buon pastore che offre la vita per le sue pecore e successivamente la riprende (cfr. 10,17): è questa dunque un’allusione alla sua morte e risurrezione. Gesù passa poi a compiere un gesto inatteso: «Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto» (v. 5). Il gesto di lavare i piedi, tanto umiliante da non poter essere neppure richiesto ad uno schiavo ebreo, veniva a volte praticato dal discepolo verso il suo maestro come segno di dedizione totale: e difatti Maria, che a Betania aveva unto i piedi di Gesù (cfr. Gv 12,3), era stata presentata come il tipo del discepolo. Ora i ruoli si sono invertiti: non sono i discepoli che lavano i piedi al Maestro, ma il Maestro ai discepoli, manifestando così la sua piena dedizione nei loro confronti. Nel gesto di Gesù l’evangelista vede il simbolo più significativo della sua prossima morte e risurrezione in quanto segno supremo di amore nei loro confronti.

Dialogo con Pietro (vv. 6-11) Il significato di ciò che sta compiendo viene spiegato da Gesù nel dialogo che si svolge tra lui e Pietro. Questi, quando giunge il suo turno, gli dice: «Signore, tu lavi i piedi a me?» (v. 6). Questa domanda tradisce sorpresa, riluttanza e incomprensione. È quest’ultima soprattutto che Gesù mette in luce nella sua risposta: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo» ( 7). L’incomprensione nei confronti di Gesù è una dimensione costante del quarto vangelo. Solo alla fine, dopo la risurrezione e con l’aiuto dello Spirito, i credenti potranno cogliere fino in fondo il significato della persona di Gesù e della sua opera salvifica. L’incomprensione di Pietro sfocia nel rifiuto esplicito: «Non mi laverai mai i piedi!» (v. 8a). Quello che nella sua intenzione era un atteggiamento di rispetto nei confronti del Maestro sfocia così in un’aperta ribellione. Ma Gesù soggiunge: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (v. 8b). La posta in palio è dunque la comunione con il Maestro, la possibilità di partecipare alla sua vita e alle sue scelte, in ultima analisi la possibilità stessa di essere suo discepolo. Pietro capisce almeno questo e va all’eccesso opposto dicendo: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!» (v. 9). Se è necessario farsi lavare da Gesù per essere in comunione con lui, Pietro non ha dubbi: il suo amore sincero per il Maestro e la sua impetuosità sono un dato che appare costantemente da tutti i vangeli. Tuttavia dalla sua risposta risulta che egli, proprio in forza della sua incomprensione, considera la lavanda dei piedi come parte di un bagno rituale che per essere completo deve riguardare anche altre parti del corpo. Ma Gesù taglia corto dicendo: «Chi ha fatto il bagno non ha bisogno di lavarsi (se non i piedi) ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». E l’evangelista si affretta a spiegare che egli ha detto questo perché sapeva chi lo tradiva (vv. 10-11). La risposta di Gesù a Pietro è oscura. L’espressione «colui che ha fatto il bagno» (ho leloumenos) sembrerebbe indicare un gesto anteriore, al quale si aggiunge ora la lavanda dei piedi: in questo caso Gesù vorrebbe dire che i discepoli sono già stati purificati dal rapporto con lui e ora non hanno più bisogno di altri riti purificatori: è sufficiente per loro la lavanda dei piedi, con la quale questo rapporto giunge al suo compimento. Si noti però che le parole «se non i piedi» sono omesse da alcuni manoscritti e sconosciute a numerosi padri. Se si toglie questo inciso, l’espressione «fare il bagno» non può riferirsi se non alla lavanda stessa dei piedi. In questo caso Gesù sembra voler dire che le pratiche rituali, a cui Pietro alludeva, sono ormai abolite, in quanto un’unica abluzione, la lavanda dei piedi (bagno), che è il segno anticipatore della sua morte in croce, è sufficiente per purificare l’uomo. Lavando i piedi dei discepoli Gesù intende stabilire con loro una comunione totale di vita. il suo gesto di umiltà simboleggia dunque la sua morte in croce, mediante la quale la nazione è ricondotta all’unità (cfr. 11,52). E al tempo stesso esso simboleggia l’eucaristia, nella quale si ricorda la sua morte in croce ed egli stesso si mette a sevizio dei discepoli per attuare quella comunione fra loro e con il Padre che è lo scopo della sua venuta. Il rifiuto di Pietro è solo in apparenza un atto di umiltà; in realtà esso nasconde l’orgoglio dell’uomo che non riconosce il suo bisogno di essere salvato. È probabile che il termine «bagno» sia stato scelto per richiamare anche l’idea del battesimo: i discepoli sono mondi perché hanno ricevuto da Gesù questo bagno che, nel battesimo, sarà poi messo a disposizione di tutti i credenti. L’unico a far eccezione è Giuda, il quale sta per tradire il Maestro.

Lo scopo del gesto (vv. 12-15) Nella terza parte del brano Gesù indica il motivo del gesto che ha fatto: «Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (vv. 12-15). Sedendosi, Gesù riprende la posizione tipica del maestro. Le sue parole riecheggiano detti riportati anche nei vangeli sinottici (cfr. Lc 22,24-30; Mc 9,37). L’evangelista li situa in questo contesto perché ritiene che siano utili per comprendere più in profondità il gesto del Maestro. Egli dice di aver fatto ciò per dare loro un esempio: se lui, che è il Maestro, ha lavato i piedi ai suoi discepoli, essi devono imparare a fare altrettanto fra di loro. È significativo che Gesù chieda loro di fare qualcosa non per lui, ma fra di loro: è tipico infatti dell’alleanza biblica che l’obbedienza e il ringraziamento dovuti a Dio per i suoi benefici si manifestino non in atti di culto, ma nei rapporti nuovi che si instaurano tra i membri del popolo: la dimensione verticale tipica della fede è totalmente assorbita in quella orizzontale, in cui si esprime l’amore vicendevole: per questo Paolo parlerà di una fede che opera mediante l’amore (cfr. Gal 5,6). Qui termina il testo liturgico. Nel seguito del brano Gesù sottolinea che i suoi discepoli, per adeguarsi veramente a lui come Maestro, devono mettere in pratica il suo insegnamento (vv. 16-17). In seguito preannunzia, con l’aiuto di una citazione biblica (Sal 41,10; cfr. Mc 14,18) il tradimento di Giuda (v. 18-19). Infine Gesù afferma che, accogliendo i suoi inviati, si accoglie non solo lui stesso, ma anche colui che lo ha inviato, cioè il Padre (v. 20; cfr. Mt 10,40; Mc 9,37; Lc 9,48).

Linee interpretative La lavanda dei piedi simboleggia la morte di Gesù in croce, vista come il gesto supremo d’amore verso il Padre e verso i suoi discepoli. Questa morte assume, come bene suggerisce il gesto di lavare i piedi, il significato di una radicale purificazione dal peccato e di una piena riconciliazione dei discepoli con Dio e fra di loro. L’amore che purifica è quello che ha ispirato la lotta di Gesù contro i detentori del potere politico e religioso e la sua attenzione nei confronti dei più piccoli ed emarginati. Proprio in forza di questo amore egli ha saputo andare incontro a una morte terribile, dimostrando così una fedeltà che non viene meno neppure di fronte alle prove più grandi. In questo modo ha aperto una strada nella quale coinvolge i discepoli e tutti quelli che crederanno in lui. La morte in croce, in quanto preannunziata mediante un bagno purificatore amministrato da Gesù ai discepoli, diventa simbolo del battesimo cristiano, mediante il quale i credenti di tutti i tempi sono coinvolti nella persona e nel progetto di Gesù. Chi riceve il battesimo di Gesù accetta di essere lavato da lui, cioè di entrare in comunione con lui, adottando nella sua vita quei valori in funzione del quale egli è vissuto ed è morto. Mediante il battesimo si aggregheranno sempre nuove schiere di discepoli che manterranno vivi nei secoli il suo sogno e la sua utopia, quella cioè di un mondo riconciliato. Nella lavanda dei piedi Giovanni ha voluto simboleggiare anche il sacramento dell’eucaristia: ad esso aveva già dedicato tutto il c. 6 e non poteva certo dimenticarlo nel contesto dell’ultima cena. In essa Gesù, con il dono del suo corpo e del suo sangue, stabilisce un rapporto strettissimo tra i discepoli i quali, proprio in forza di esso, vengono a formare una comunità che è il suo corpo (cfr 1Cor 10,16-18; 11,23-29). È questo anche il significato della lavanda dei piedi: con essa Gesù mette se stesso totalmente a disposizione dei discepoli allo scopo di creare tra essi rapporti nuovi di comunione e di solidarietà. La lavanda dei piedi è dunque una trasposizione simbolica dell’istituzione dell’Eucaristia.

«MARIA SI MISE IN VIAGGIO VERSO LA MONTAGNA E RAGGIUNSE IN FRETTA UNA CITTÀ DI GIUDA» (LC 39-40).

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LA GRAZIA DI DIO NON CONOSCE RITARDI   «MARIA SI MISE IN VIAGGIO VERSO LA MONTAGNA E RAGGIUNSE IN FRETTA UNA CITTÀ DI GIUDA» (LC 39-40).

È una bella immagine questa di Maria, giovane ragazza coraggiosa e determinata, che, aggregandosi a qualche carovana in marcia verso Gerusalemme, “in fretta” vuole raggiungere l’anziana cugina ad Ain Karen, quasi 150 km a sud di Nazaret. Questo aspetto dinamico della Visitazione è sempre stata fonte di ispirazione e di riflessione per la Chiesa. La mariologia conciliare e quella contemporanea hanno continuato a mettere in rilievo questa “itineranza” di Maria, vedendovi in essa un modello per l’intera Chiesa vista come popolo in cammino verso Dio. Non solo ma anche per ogni singolo discepolo di Cristo alla sequela del Maestro (si veda anche il concetto di “peregrinatio fidei” di Maria in Lumen Gentium n. 58 e Redemptoris Mater n. 2). Come Gesù è la Via al Padre (Gv 14,6), la Chiesa ha sempre indicato Maria come la più perfetta discepola di Cristo (la prima vera “cristiana”), e quindi la via più sicura per andare a Lui e con Lui al Padre. Maria è la “Odighitria” cioè colei che indica la strada per andare a Cristo. L’evangelista Luca aggiunge che Maria aveva “fretta” di raggiungere Elisabetta e di mettersi al suo servizio. Una fretta divina (non quella nostra spesso di natura nevrotica), una fretta posta in lei dallo Spirito. Sant’Anbrogio scriverà: “La grazia dello Spirito Santo non conosce ritardi”. Chi è guidato dallo Spirito non indugia in calcoli umani, spesso solo umani e quindi egocentrici. “Intuiamo che è lo Spirito a muovere Maria e a donarle tale libertà, tale creatività nell’uscire dalle abitudini” (Carlo M. Martini). Maria dopo l’Annunciazione è ormai la “kekaritomene” cioè “colei che è la ricolma di grazia” cioè ricolma di Dio e del suo Dono, lo Spirito. Lei non solo è la “cristofora” perché porta Cristo nel suo grembo, ma è anche la “pneumatofora” cioè “portatrice dello Spirito”. Ma nello stesso tempo è lei stessa portata dal Figlio e dallo Spirito. Quello stesso Spirito presente e determinante per lei non solo nell’Annunciazione, ma anche in seguito: sarà infatti lui che la sosterrà, la consolerà, e la guiderà gradualmente alla verità su Gesù.

Maria è portatrice di pace «Entrata nella casa di Zaccaria salutò Elisabetta». Un saluto alla maniera ebraica, in cui ci si augura la “pace” (Shalom), la vera pace che può essere data solo dal Signore perché “la visita del Signore è la pace per la casa dell’uomo”. Un saluto speciale tra due donne, una era madre ancora vergine, l’altra madre dopo che era stata sterile, l’una giovanissima e l’altra anziana, parenti tra di loro, tutte e due incinte e rese protagoniste dalla bontà divina, sorrette e guidate dallo Spirito. Maria, segno del Nuovo che realizza l’Antico Testamento porta in sé la beatitudine di quel dono che è Dio stesso, principio e principe della pace, compimento di ogni desiderio umano. Il racconto della Visitazione, unico del genere in tutto il Nuovo Testamento, è pieno di bellezza e di delicatezza femminili. Una pagina biblica di vero protagonismo femminile. Ha scritto suor Maria Ko Ha Fong: “Maria ed Elisabetta: due donne protese verso il futuro del loro grembo, due donne che custodiscono dentro di sé un mistero ineffabile, un miracolo stupendo. La coscienza di essere rese oggetto di particolare predilezione di Dio le unisce, la missione comune di collaborare con Dio per un progetto grandioso le entusiasma e le fa esplodere in benedizione ed in canto di lode, l’esperienza della maternità prodigiosa le rende solidali. Il prodigio di Dio in Elisabetta è stato per Maria un segno che l’ha aiutata a pronunciare il suo fiat; ora il prodigio di Dio in Maria è segno per Elisabetta, un segno che suscita in lei una confessione di fede. Così le due donne, sono, l’una per l’altra, luogo di scoperta di Dio, epifania della sua grandezza e motivo per cui lodarlo e ringraziarlo” (Lectio Divina, in Theotokos 1997, p. 177-195). Per questo motivo Elisabetta, guidata dallo Spirito, esulta lei stessa e sente sussultare di gioia il suo bambino. Lei infatti riconosce in Maria il compimento delle promesse fatte ad Israele. In Maria, Elisabetta vede l’Arca della nuova Alleanza, e come l’Arca di Dio portava gioia e benedizione solo con la sua stessa presenza (2 Sam 6,2-11), così Maria. E così, mossa dallo Spirito, Elisabetta la chiama la “Madre del mio Signore”, cioè la Madre del Figlio di Dio, del Messia, invocato e sospirato per tanti secoli. Proprio quella sua giovane cugina portava in grembo l’Atteso delle genti, il Salvatore promesso.

È propriamente la Visitazione di Cristo a Giovanni C’è un bel commento di Sant’Ambrogio su questo incontro di Maria ed Elisabetta: “Elisabetta udì per prima la voce, ma Giovanni percepì per primo la grazia; essa udì secondo l’ordine della natura, egli esultò in virtù del mistero; essa sentì l’arrivo di Maria, egli del Signore; la donna l’arrivo della donna, il bambino l’arrivo del bambino. Esse parlano delle grazie ricevute, essi nel seno delle loro madri realizzano la grazia ed il mistero della misericordia a profitto delle madri stesse: e questo per un duplice miracolo profetizzano sotto l’ispirazione dei figli che portano. Del figlio si dice che esultò, della madre che fu ricolma dello Spirito, ma fu il figlio, ripieno dello Spirito Santo a ricolmare anche la madre. Esultò Giovanni, esultò anche lo Spirito di Maria. Ma mentre di Elisabetta si dice che fu ricolma di Spirito Santo allorché Giovanni esultò, di Maria, che era già ricolma di Spirito Santo, si dice che allora il suo spirito esultò. Colui che è incomprensibile operava in modo incomprensibile nella madre. L’una, Elisabetta, fu ripiena di Spirito Santo dopo la concezione, Maria invece prima della concezione” (Lc 2,19-22). E Adrienne von Speyr precisa: “La visita, nel suo più profondo significato, non è una visita di Maria ad Elisabetta, ma una visita di Cristo a Giovanni. Entrambe le madri fungono ora solo da mediazione per i figli”. Come si vede anche nella Visitazione il protagonista dell’incontro è lo Spirito Santo, lo Spirito di quel Gesù che deve ancora nascere, ma al quale sta preparando il terreno ispirando parole profetiche ad Elisabetta e santificando il figlio. Questi diventerà il “profeta dell’Altissimo, camminerà davanti al Signore” (Lc 1,76), sarà come la sintesi di tutti i profeti perché il precursore di Cristo, il Messia. Due Bambini, ma che differenza tra loro. Commenta San Gregorio di Nazianzio: “Dopo la prima incerta luce del precursore, viene la Luce stessa, che è tutto fulgore. Dopo la voce, viene la Parola, dopo l’amico dello Sposo, viene lo Sposo stesso” (Discorso 45,28).

Maria è la prima missionaria di Cristo Gesù Cristo è stato definito il primo Missionario, cioè il primo inviato ad annunciare il Regno di Dio; per questo egli stesso si autodefinì spesso “Colui che il Padre ha mandato”. Anche Maria è Missionaria, perché, come afferma Giovanni Paolo II nella RM n. 20, essendo Madre di Gesù, è diventata “in un certo senso, la prima discepola di suo Figlio”. Nella stessa enciclica (n. 21) viene messa in risalto la sua sollecitudine materna per gli uomini, “il suo andare incontro ad essi nella vasta gamma dei loro bisogni”. Il suo stile è attivo, solidale, interessato, intraprendente e anche creativo (ricordiamo le nozze di Cana e anche la Visitazione). Anche il Papa Paolo VI così si esprime: “La donna contemporanea, con lieta sorpresa, constaterà che Maria di Nazaret, pur completamente abbandonata alla volontà del Signore, fu tutt’altro che donna passivamente remissiva o di una religiosità alienante… e riconoscerà in lei una donna forte, che conobbe povertà e sofferenza, fuga ed esilio…” (Marialis Cultus, n. 37). Il viaggio di Maria quindi è un viaggio di natura missionaria. Dopo l’Annunciazione lei stessa si percepisce come “Colei che è stata ricolmata di grazia” da parte del Signore Altissimo, che è stata amata totalmente ed “evangelizzata per prima” avendo ricevuto la lieta notizia dell’Incarnazione, prima di tutti gli altri. Nella Visitazione abbiamo insieme la prima evangelizzata che diventa la prima evangelizzatrice diventando così come il prototipo di tutti i missionari proprio perché sospinta solo dall’amore di e per Cristo (2 Cor 5,14). Origene, un Padre della Chiesa, ha scritto: “Gesù, che era nel seno di lei, aveva fretta di santificare Giovanni che si trovava nel grembo della madre” (Omelie su Luca VII, 1). Ecco che Maria diventa lo strumento per attuare questa “fretta evangelizzatrice” di Gesù verso il cugino. Vangelo significa “buona o bella notizia” ed è quella che ha annunciato Gesù Cristo portando nel mondo la salvezza, la riconciliazione con Dio e la gioia. Sono infatti le belle notizie che ridanno la gioia persa ed il coraggio di andare avanti. Il Vangelo è Gesù Cristo stesso (Origene parla di “Autobasileia”), la vera bella notizia che ha riportato nel mondo la gioia, cominciando dalla Madre Maria, da Elisabetta e da Giovanni.

Maria è portatrice di gioia, segno della Nuova Alleanza Ogni nuova vita nel mondo non è che un piccolo riflesso di Dio Creatore ed un invito da parte sua a sperare nel futuro. Lui stesso, Dio della vita e di ogni vita, non può non sorridere davanti ad ogni forma di vita. Ma lo fa specialmente davanti ad un bambino. Dio Padre, anche lui, avrà sorriso di gioia davanti a quelle sue due figlie, ambedue donne incinte e future madri, felici e festanti, perché si sentivano benedette dall’Alto.

Commenta ancora Maria Ko Ha Fong: “La gioia di Maria è ben più grande di quella di qualsiasi madre. Il Figlio nascosto nel suo grembo non è solo un sorriso di Dio, ma è il Dio del sorriso, il Dio della gioia, di una letizia contagiosa, coinvolgente… Intorno a Maria la gioia si espande. Alla sua presenza, anche Zaccaria, chiuso nel suo mutismo incredulo, sente avvicinarsi l’adempimento della promessa fattagli dall’angelo «Avrai gioia ed esultanza» (Lc 1,149)”.

Ed il teologo Bruno Forte precisa ancora: “La gioia nasce dal sentirsi amati: perciò il cristiano, che sa nella fede di essere infinitamente amato da Dio, avvolto e custodito dalla tenerezza del suo amore fedele, è fatto per la gioia… La gioia scaturisce dall’umile riconoscimento dei tanti doni che riempiono l’esistenza, dal cielo sopra di noi, al cuore che batte in noi, all’amore che ci dona coraggio e vita… La gioia è proclamata in maniera nuova e definitiva dalla buona novella dell’Avvento del Dio con noi: «Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10)”.

La Visitazione sembra proprio costituire il primo lampo di gioia messianica portata dalla presenza di Gesù in sua Madre Maria. Quella stessa gioia che sarà portata dal Vangelo predicato e testimoniato da tanti altri missionari e missionarie nel nome di Gesù e sull’esempio di Maria.

Mario Scudu                                                                                                    

GESÙ INCONTRA DELLE DONNE: GESÙ E IL GESTO DELLA VEDOVA

 http://www.cenacoloitalia.it/fermarsi_ripartire/Gesuelavedovaaltempio.html

GESÙ INCONTRA DELLE DONNE: GESÙ E IL GESTO DELLA VEDOVA  

di Giuliana Babini  

Gesù stesso insegna ai suoi discepoli a rileggere le Scritture alla luce degli eventi e a comprendere gli eventi alla luce delle Scritture (cf  Lc 24): invochiamo lo Spirito perché ci aiuti a “vedere” e a “compiere” gesti che  sono  segni di un autentico vissuto, forse anche  inconsapevole, profondamente evangelico.  

Marco 12, 41-44  Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Nel Vangelo di Marco (e  anche in quello di Luca) la visita finale di Gesù al tempio, dopo le dispute con i “grandi” che vi si sentono a casa (farisei, sadducei, scribi), si conclude con Gesù che si siede di fronte alle cassette in cui coloro che si recavano al tempio facevano le loro offerte per il mantenimento del tempio stesso e per i poveri (almeno così doveva essere !). Immaginiamo di essere anche noi lì ad osservare con Gesù chi passa e getta monete. Mostrare di essere generosi è da sempre un piacere  per uomini e donne, ma Gesù, come sempre, non si lascia ingannare dall’esterno, dalla quantità, e guarda all’intimo del cuore, al centro della persona: per lui è questo il vero tempio in cui il Signore viene riconosciuto o ridotto a cosa di poca importanza, a oggetto di ostentazione e mercato. Il tempio di pietre era un  segno come  luogo di preghiera per tutte le genti, luogo di aggregazione, di convergenza sulla Signoria di Dio, ma era diventato un mercato e Gesù aveva cercato di farlo capire (Mc 11,15s). Ma anche il cuore dell’uomo può diventare un mercato ed essere uno spazio in cui passano una infinità di pensieri, sentimenti, illusioni, emozioni  che lo inquinano. Ecco che Gesù vede una persona dal  cuore integro che dona al tempio del Signore, sua roccia, tutto ciò che ha per vivere. Sono due spiccioli, pochissima cosa,  potrebbe calcolare  “uno per me e uno per l’altro (il Signore o il povero)”, invece si affida totalmente nella sua mancanza assoluta di possibilità per il futuro.  Questa persona è una  “vedova”, e una vedova  sola, come appare questa donna, era in Israele figura massima di povertà, di mendicità, anche se la comunità, forse il tempio stesso, avrebbe dovuto soccorrerla, ma non vi era  mai certezza che questo accadesse. Questa vedova, che si ritrova queste due monetine, forse ricevute in offerta, come unica sicurezza per il domani, le “getta” senza che ne abbia l’obbligo, senza che le sia richiesto, le dona ben sapendo che nessuno ci farà caso: la casa del Signore  è la sua casa, il suo baluardo, non vuole altro: è tutta lì nel suo gesto. E Gesù fa notare ai suoi, e a noi lì con Lui nella preghiera, la portata della sua offerta; lei non lo sa, ma Gesù se ne serve per indicare ai discepoli con quale cuore dovrebbero affrontare la prova che li attende, con quale atteggiamento di offerta e affidamento dovrebbero porsi di fronte al nuovo tempio che è Gesù stesso, che sta per consegnarsi   totalmente, quale  seme gettato  in terra per portare frutto di redenzione per tutti (cf Mc 14,35; Lc 13,19; Gv 12,24). Il tutto è troppo duro per i discepoli che restano legati al tempio di pietra, di cui  Gesù annuncerà subito dopo  la distruzione. Si può essere “vuoti”, “mancanti”, ma sempre resteranno due spiccioli di possibilità di relazione che, offerti senza riserva e senza paura dell’insicurezza, faranno fiorire  comunione. La comunione con il Signore e con gli altri poveri è per questa vedova essenziale più del pane. E per noi è forse troppo alto il prezzo?  Quante e quali riserve abbiamo pronti? Maria ai piedi della Croce, “vedova e ormai sola”  getta nelle mani del Signore suo Dio tutto quanto ha per vivere, come un giorno aveva fatto dei suoi sogni di fanciulla. La sua è adesione totale,  integra, al mistero del Figlio nuovo tempio del Signore. Pare che sia lui, il nuovo tempio distrutto e non l’antico, ma Maria con la sua presenza mostra che ha vissuto nella fedeltà, affidata all’unica certezza che quel Figlio gli era stato dato da quel  Dio, a cui lei aveva affidato  gli spiccioli che erano la  sua piccola vita di donna di un oscuro paese di Palestina. In lei anche la Chiesa tutta e ciascuno di noi è chiamato a questo nascosto offrirsi  con cuore integro (solo il Signore lo saprà!) al di là della situazione di vita in cui si ritrova a vivere: solo in offerte così  rifiorisce la speranza e il futuro.  La generosità si misura più da ciò che non si vede che da quello che si vede, è presenza, adesione interiore con il cuore “vedovo”, vuoto di sé e di ogni altro possibile progetto che non sia il gettare tutto nel tempio del Signore che siamo noi stessi, in quella parola che Lui ha pronunciato chiamandoci alla vita. Il Signore ci conduca!

“Signore nelle tue mani è la mia vita e la mia morte” (cf Sl 15,5) 

BEATI I MITI – (GIANFRANCO RAVASI)

http://www.gesusacerdote.org/index.php?option=com_content&view=article&id=492:beati-i-miti-gianfranco-ravasi&catid=45:spiritualita&Itemid=81

BEATI I MITI – (GIANFRANCO RAVASI)

Parole per la felicità/4. Beati i miti

Il filosofo Norberto Bobbio nel suo Elogio della mitezza (1993) aveva celebrato questa virtù come la più «impolitica» e si può comprendere questa sua posizione nel contesto della gestione della politica che ignora ogni compassione e si fonda sul potere e spesso sull’arroganza. In una visione più alta della politica la mitezza avrebbe invece uno spazio rilevante. Essa, infatti, non è né codardia né mera remissività, come osservava lo stesso filosofo: «La mitezza non rinuncia alla lotta per debolezza o per paura o per rassegnazione». Anzi, essa vuole essere come un seme efficace piantato nel terreno della storia per il progresso, per la pace, per il rispetto della dignità di ogni persona. Ma aspira a raggiungere questo scopo rifiutando la gara distruttiva della vita, la vanagloria e l’orgoglio personale e nazionalistico, etnico e culturale, scegliendo la via del distacco dalla cupidigia dei beni e l’assenza di puntigliosità e grettezza. Noi, però, ci interessiamo ora della mitezza evangelica, presente nella terza beatitudine (Mt 5,5), una virtù che non ha solo una dimensione etica, come accadeva nel mondo greco, ma che si rivela come un dono divino, capace di fiorire nel cuore del credente come amore per l’altro, perdono, rigetto della violenza, fiducia nel giudizio di Dio.
Si possono, quindi, assumere tutti i sinonimi che accompagnano la mitezza nel nostro vocabolario per cui la persona mite è paziente, benigna, benevola, docile, buona, dolce, mansueta, clemente, affabile, umana e gentile all’interno di una società crudele, dura, spietata. Tuttavia la mitezza evangelica altro non è che la «povertà nello spirito» della prima delle Beatitudini, colta nella sua connotazione di adesione gioiosa alla volontà e alla legge divina.
Il modello rimane lo stesso Cristo che delinea proprio la mitezza come sua qualità distintiva e fonte di imitazione per il discepolo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). E continua con una citazione del profeta Geremia (6,6): «Così troverete riposo per le vostre anime». L’autoritratto di Gesù si ripresenta nell’evento messianico dell’ingresso a Gerusalemme ove si rimanda al profeta Zaccaria (9,9): «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma» (Mt 21,5).
In questo passo divenuto celebre il Messia è tratteggiato dal profeta non come un guerriero vittorioso né come un condottiero regale lanciato alla conquista, bensì come il Servo obbediente a Dio e misericordioso verso gli uomini. Cristo non assume, dunque, le vesti di un dominatore e neppure quelle di un sacerdote aristocratico e glorioso, né il suo è il profilo di un profeta incendiario.
I suoi concittadini rimarranno, anzi, sconcertati, ricordando la sua modesta anagrafe sociale: «Non è costui il figlio del carpentiere? E sua madre non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi?» (Mt 13,55-56).
Il premio destinato ai miti è espresso attraverso il ricorso a un passo salmico secondo il quale «i poveri erediteranno la terra e godranno di una grande pace» (Sal 37,11): «Beati i miti, perché erediteranno la terra». È curioso notare che questo passo biblico è ripreso anche nel Corano quando Dio afferma: «Noi abbiamo scritto nei Salmi… che la terra l’avrebbero ereditata i miei servi buoni» (XXI,105).
Il tema dell’“eredità” ha nell’Antico Testamento un grande rilievo e prevalentemente esso si raccorda, come nel nostro caso, al tema della terra promessa. Nel Nuovo Testamento l’“eredità” e l’“ereditare” acquistano prevalentemente il significato metaforico che, ad esempio, pone come oggetto di questa eredità il Regno di Dio (Mt 25,34; 1Cor 15,50), oppure la vita eterna (ad esempio, Mt 19,29).
Il simbolo dell’eredità della “terra” è normalmente applicato alla terra d’Israele, la terra promessa, sede della storia e della vita libera del popolo ebraico biblico. Questa realtà, infatti, era molto più di una semplice espressione topografica.
Come si diceva, era già per l’Antico Testamento un simbolo di pienezza, tant’è vero che riceveva descrizioni destinate a superare il mero dato geopolitico: «Terra buona e bella, terra di torrenti, di fonti e di acque sotterranee, sgorganti nella pianura e dalla montagna, terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni, terra di ulivi, di olio e di miele, terra dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla, terra dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame» (Dt 8,7-9).
Per questo possiamo dire che Gesù pensava alla terra biblica ma ovviamente nel suo valore di simbolo di pienezza. La Terra Santa geografica acquista, così, un valore trascendente, affacciato su un futuro perfetto ove lo spazio territoriale della Gerusalemme celeste sarà incastonato nella «terra nuova, perché il cielo e la terra di prima sono scomparsi» (Ap 21,1).
Mentre i potenti allargano con la violenza e la sopraffazione il loro possesso ereditario «aggiungendo casa a casa, unendo campo a campo, così che non vi sia più spazio e restino solo loro ad abitare la terra» (Is 5,8), i miti, che non prevaricano e non pretendono spazi grandiosi sgomitando, saranno da Dio accolti nella terra rinnovata che è sua creazione e suo legittimo possesso.
Purtroppo, in contrasto con la mitezza, rimane l’oscuro fascino che il mostro della violenza esercita sull’uomo, anche nella forma di quel vizio capitale che è l’ira. È ciò che rappresentava in modo brillante un autore ironico come Achille Campanile, nelle sue Vite degli uomini illustri (1975).
Egli metteva in bocca a un Socrate immaginario questo consiglio malizioso, ma anche molto seguito: «Chi ha ragione di solito non urla, non scaraventa oggetti, ma lascia che la ragione s’imponga da sé… Ci scherzate, invece, coi risultati che ottiene uno il quale, sapendo di aver torto e non potendo ricorrere ad altri argomenti, scaraventa oggetti in terra, urla, minaccia, poi sbatacchia la porta e se ne va? Rispettatissimo. Temutissimo».
A tutti è accaduto di imbattersi in scenate analoghe a quella tratteggiata dallo scrittore romano, messe in atto da persone prepotenti e in palese torto: si deve con amarezza ammettere che costoro riescono a generare rispetto e persino a lasciare il sospetto che, in fondo in fondo, un pizzico di ragione forse ce l’abbiano…
La persona mite, calma e pacata, schierata dalla parte del vero e del giusto è, invece, convinta che basti la forza della ragione e della pazienza. Ma il risultato è spesso quello di essere sbeffeggiata o ritenuta poco convincente. L’appello della nostra beatitudine si trasforma, allora, anche in un impegno a resistere serenamente e coraggiosamente di fronte alla tentazione della violenza.
Proprio per questo i “miti”, che le tre religioni monoteistiche esaltano come gli eredi della terra promessa – la quale è, come si è detto, il Regno di Dio nella sua attuazione piena – hanno molteplici lineamenti, morali e spirituali. C’è chi vede in essi appunto i non violenti, gli oppressi che non ricorrono alla forza, coloro che non scelgono il possesso e l’auto-affermazione così da non dominare sugli altri.
C’è chi intuisce in essi il profilo dei mansueti, dei diseredati e degli espropriati; c’è chi pensa agli umili e agli inoffensivi, fiduciosi nella volontà di Dio. C’è chi li considera interiormente forti e, per questo, pazienti, dolci, generosi. In ultima analisi, attraverso questa molteplicità di virtù, nei miti scopriamo in filigrana il volto del vero discepolo di Cristo.

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