Archive pour la catégorie 'Bibbia – Antico Testamento'

OSEA: un canto di fedeltà

dal sito:

http://www.apostoline.it/riflessioni/profeti/osea.htm

I PROFETI  

OSEA: un canto di fedeltà
 
di LUIGI VARI, biblista
 
Osea è vissuto nel regno del Nord nella seconda metà del secolo VIII. La situazione politica era molto simile a quella che abbiamo incontrato per Amos che precedo solo di poco Osea. Una situazione che appariva positiva, ma che portava in sé l’annuncio della fine.
Osea si trova in una situazione di corruzione morale e religiosamente molto indebolita per la presenza di una idolatria diffusa nel popolo. Il tema degli idoli non è nuovo, ma è nuova la situazione del popolo che non avverte più la esclusività del rapporto con il Dio dei propri padri.
La tentazione è quella del compromesso, un rapporto religioso dove gli opposti si incontrano, dove non si sceglie mai. Pensiamo a questa gente che viveva in mezzo a popoli che avevano un modo diverso di pensare la vita, un modo per certi versi anche più pratico, meno problematico; e possiamo anche comprendere il desiderio di garantirsi quella ricetta che rendeva semplice la vita: l’idolatria appunto.
Idoli: una tentazione di sempre
La mentalità idolatra tende a rendere assoluto ciò che è solamente un mezzo, molto semplicemente si divinizza tutto quello che immediatamente ci porta un vantaggio o anche un danno. È tutto molto semplice, in questo senso, perché siamo esonerati dal guardare più in là del nostro naso, e possiamo costruirci un mondo  che non ci pone problemi, e non perché questi non ci siano, ma solamente perché ci rende incapaci di vederli. La Bibbia infatti parlando degli idoli dice: « hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono… sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida ».
Il popolo vorrebbe vivere questo rapporto con il Dio di Mosé, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, in un rapporto molto formale senza tante conseguenze e che salvi le apparenze.
È una tentazione di sempre, la tentazione che coglie spesso anche noi, quando pensiamo alla religione come ad un correttivo sociale, ad una cosa che può essere utile, ma che non merita un coinvolgimento serio. Sono altre le cose serie, sono altre le cose che fanno girare il mondo e che quindi devono far girare anche la nostra vita: gli idoli appunto.
La logica dell’amore
Il profeta Osea è chiamato a dire la verità alla sua gente, e lo deve fare sposando una prostituta. Con la sua vita deve mostrare quello che pensa e che prova Dio davanti al comportamento del popolo: « và, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore » (1,2).
La vita di Osea diventa una presenza vivente del dolore di un amore offeso, e una passione che consuma, segno reale della passione che Dio sente per l’uomo. Non può esistere un rapporto di comodo con il Signore, perché Lui si è impegnato totalmente, come uno sposo si impegna con la sua sposa. Non è questione di idee diverse, ma di un tradimento che ferisce e che, soprattutto, non ha senso.
Il capitolo 2 è una delle pagine più belle della Bibbia ed è un canto pieno di doloro e di speranza; il canto di Dio per l’uomo che, in ogni tempo, perde l’orientamento e la speranza. Vi è la descrizione dei pensieri che nascono davanti al tradimento e le soluzioni che vengono in mente per recuperare un amore al quale non si vuole rinunciare.
« Accusate vostra madre, accusatela perché essa non è più mia moglie ed io non sono più suo marito. Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni, e i segni del suo adulterio dal suo petto » (2,4). Descrivendo poi il tradimento: « la loro madre si è prostituita, la loro genitrice si è coperta di vergogna. Essa ha detto: « seguirò i miei amanti che mi danno il mio pane e la mia acqua, la mia lana ed il mio lino,il mio olio e le mie bevande » (2,7).
Il tradimento è proprio questo: le cose che lei andava cercando era quanto in un matrimonio il marito doveva garantire. Tradire non è cercare qualcosa che non trova da chi dovrei; ma non accorgermi che l’amore che vado cercando, i beni dei quali sento i bisogno sono a mia disposizione.  Cercare il significato della nostra vita in mille angoli, rifiutando di prenderlo da Dio, questo è il tradimento. Allora… lo sposo offeso cerca varie soluzioni del tipo: « gliela farò vedere io! », ed abbiamo un quadro della vita dell’uomo qualora Dio si allontanasse da lui (vv. 8-15), è un quadro di disperazione; ma non è la soluzione. Dio rifiuta ogni logica che non sia quella dell’amore, è questa la consapevolezza che ci rende sicuri  e capaci di fidarci di Lui. E infatti è la strada dell’amore che viene scelta per ritrovare la sposa infedele:
« Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. E avverrà in quel giorno, oracolo del Signore, mi chiamerai marito mio e non mi chiamerai più mio padrone. Le toglierò dalla bocca i nomi dei baal che non saranno più ricordati » (vv. 14-17).
È una strada perdente? È LA STRADA DI DIO. È l’unica strada. Capita spesso che le esperienze che ci appaiono più certe di questa, più remunerative ci si presentino con un conto salato, ed è inevitabile, perché chi non ama e chi non ti ama non cerca l’altro, ma solo se stesso. È solo l’amore che cerca e ti cerca per farti « sposa », per trasformare le tue lacrime (questo è uno dei significati della parola Acor), in porta di speranza. Evito, per non cadere in un moralismo da poco, di fare applicazioni; ma Osea ci dice delle cose che devono farci pensare. Vorrei finire con un brano di san Paolo (Rm 5,6-8), proposto dalla Bibbia TOB a commento del messaggio di Osea: « Sì, quando noi eravamo ancora senza forza, Cristo, nel tempo stabilito, è morto per gli empi. Difficilmente si trova qualcuno che accetterebbe di morire per un giusto: forse per un uomo buono uno accetterebbe di morire. Ma in questo Dio prova il suo amore verso di noi: Cristo è morto per noi quando noi eravamo ancora peccatori ».

(da « Se vuoi »)

Publié dans:Bibbia - Antico Testamento |on 18 octobre, 2011 |Pas de commentaires »

CCC. I DIECI COMANDAMENTI

dal sito:

ho letto, in diversi siti internet che ai ragazzi, al catechismo, non insegnano i dieci comandamenti (in realtà me lo immaginavo), così metto io qualcosa

http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2_it.htm

CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

PARTE TERZA

LA VITA IN CRISTO

SEZIONE SECONDA

I DIECI COMANDAMENTI

«Maestro che cosa devo fare…?»

2052 « Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? ». Al giovane che gli rivolge questa domanda, Gesù risponde innanzi tutto richiamando la necessità di riconoscere Dio come « il solo Buono », come il Bene per eccellenza e come la sorgente di ogni bene. Poi Gesù gli dice: « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti ». Ed elenca al suo interlocutore i comandamenti che riguardano l’amore del prossimo: « Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre ». Infine Gesù riassume questi comandamenti in una formulazione positiva: « Ama il prossimo tuo come te stesso » (Mt 19,16-19).
2053 A questa prima risposta se ne aggiunge subito una seconda: « Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi » (Mt 19,21). Essa non annulla la prima. La sequela di Gesù implica l’osservanza dei comandamenti. La Legge non è abolita,1 ma l’uomo è invitato a ritrovarla nella persona del suo Maestro, che ne è il compimento perfetto. Nei tre Vangeli sinottici, l’appello di Gesù, rivolto al giovane ricco, a seguirlo nell’obbedienza del discepolo e nell’osservanza dei comandamenti, è accostato all’esortazione alla povertà e alla castità.2 I consigli evangelici sono indissociabili dai comandamenti.
2054 Gesù ha ripreso i dieci comandamenti, ma ha manifestato la forza dello Spirito all’opera nella loro lettera. Egli ha predicato la giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei3 come pure quella dei pagani.4 Ha messo in luce tutte le esigenze dei comandamenti. « Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere [...]. Ma io vi dico: chiunque si adira contro il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio » (Mt 5,21-22).
2055 Quando gli si pone la domanda: « Qual è il più grande comandamento della Legge? » (Mt 22,36), Gesù risponde: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti » (Mt 22,37-40).5 Il Decalogo deve essere interpretato alla luce di questo duplice ed unico comandamento della carità, pienezza della Legge:
« Il precetto: Non commettere adulterio, Non uccidere, Non rubare, Non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore » (Rm 13,9-10).

Il Decalogo nella Sacra Scrittura
2056 La parola « Decalogo » significa alla lettera « dieci parole » (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4). Queste « dieci parole » Dio le ha rivelate al suo popolo sulla santa montagna. Le ha scritte con il « suo dito »,6 a differenza degli altri precetti scritti da Mosè.7 Esse sono parole di Dio per eccellenza. Ci sono trasmesse nel libro dell’Esodo8 e in quello del Deuteronomio.9 Fin dall’Antico Testamento i Libri Santi fanno riferimento alle « dieci parole ».10 Ma è nella Nuova Alleanza in Gesù Cristo che sarà rivelato il loro pieno senso.
2057 Il Decalogo si comprende innanzi tutto nel contesto dell’Esodo che è il grande evento liberatore di Dio al centro dell’Antica Alleanza. Siano esse formulate come precetti negativi, divieti, o come comandamenti positivi (come: « Onora tuo padre e tua madre »), le « dieci parole » indicano le condizioni di una vita liberata dalla schiavitù del peccato. Il Decalogo è un cammino di vita:
« Ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi » (Dt 30,16).
Questa forza liberatrice del Decalogo appare, per esempio, nel comandamento sul riposo del sabato, destinato parimenti agli stranieri e agli schiavi:
« Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso » (Dt 5,15).
2058 Le « dieci parole » riassumono e proclamano la Legge di Dio: « Queste parole pronunciò il Signore, parlando a tutta la vostra assemblea, sul monte, dal fuoco, dalla nube e dall’oscurità, con voce poderosa, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede » (Dt 5,22). Perciò queste due tavole sono chiamate « la Testimonianza » (Es 25,16). Esse contengono infatti le clausole dell’Alleanza conclusa tra Dio e il suo popolo. Queste « tavole della Testimonianza » (Es 31,18; Es 32,15; Es 34,29) devono essere collocate nell’« arca » (Es 25,16; 40,1-3).
2059 Le « dieci parole » sono pronunciate da Dio durante una teofania (« Il Signore vi ha parlato faccia a faccia sul monte dal fuoco »: Dt 5,4). Appartengono alla rivelazione che Dio fa di se stesso e della sua gloria. Il dono dei comandamenti è dono di Dio stesso e della sua santa volontà. Facendo conoscere le sue volontà, Dio si rivela al suo popolo.
2060 Il dono dei comandamenti e della Legge fa parte dell’Alleanza conclusa da Dio con i suoi. Secondo il libro dell’Esodo, la rivelazione delle « dieci parole » viene accordata tra la proposta dell’Alleanza11 e la sua stipulazione,12 dopo che il popolo si è impegnato a « fare » tutto ciò che il Signore aveva detto e ad « obbedirvi ».13 Il Decalogo non viene mai trasmesso se non dopo la rievocazione dell’Alleanza (« Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un’Alleanza sull’Oreb »: Dt 5,2).
2061 I comandamenti ricevono il loro pieno significato all’interno dell’Alleanza. Secondo la Scrittura, l’agire morale dell’uomo prende tutto il proprio senso nell’Alleanza e per essa. La prima delle « dieci parole » ricorda l’iniziativa d’amore di Dio per il suo popolo:
« Poiché l’uomo, per castigo del peccato, era venuto dal paradiso della libertà alla schiavitù di questo mondo, per questo la prima parola del Decalogo, cioè la prima voce dei comandamenti di Dio, tratta della libertà dicendo: « Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione di schiavitù » (Es 20,2; Dt 5,6) ».14
2062 I comandamenti propriamente detti vengono in secondo luogo; essi esprimono le implicanze dell’appartenenza a Dio stabilita attraverso l’Alleanza. L’esistenza morale è risposta all’iniziativa d’amore del Signore. È riconoscenza, omaggio a Dio e culto d’azione di grazie. È cooperazione al piano che Dio persegue nella storia.
2063 L’Alleanza e il dialogo tra Dio e l’uomo sono ancora attestati dal fatto che tutte le imposizioni sono enunciate in prima persona (« Io sono il Signore… ») e rivolte a un altro soggetto (« Tu… »). In tutti i comandamenti di Dio è un pronome personale singolare che indica il destinatario. Dio fa conoscere la sua volontà a tutto il popolo e, nello stesso tempo, a ciascuno in particolare:
« Il Signore comandò l’amore verso Dio e insegnò la giustizia verso il prossimo, affinché l’uomo non fosse né ingiusto, né indegno di Dio. Così, per mezzo del Decalogo, Dio preparava l’uomo a diventare suo amico e ad avere un solo cuore con il suo prossimo [...]. Le parole del Decalogo restano validissime per noi. Lungi dall’essere abolite, esse sono state portate a pienezza di significato e di sviluppo dalla venuta del Signore nella carne ».15

Il Decalogo nella Tradizione della Chiesa
2064 Fedele alla Scrittura e in conformità all’esempio di Gesù, la Tradizione della Chiesa ha riconosciuto al Decalogo un’importanza e un significato fondamentali.
2065 A partire da sant’Agostino, i « dieci comandamenti » hanno un posto preponderante nella catechesi dei futuri battezzati e dei fedeli. Nel secolo quindicesimo si prese l’abitudine di esprimere i precetti del Decalogo in formule in rima, facili da memorizzare, e positive. Sono in uso ancor oggi. I catechismi della Chiesa spesso hanno esposto la morale cristiana seguendo l’ordine dei « dieci comandamenti ».
2066 La divisione e la numerazione dei comandamenti hanno subito variazioni nel corso della storia. Questo Catechismo segue la divisione dei comandamenti fissata da sant’Agostino e divenuta tradizionale nella Chiesa cattolica. È pure quella delle confessioni luterane. I Padri greci hanno fatto una divisione un po’ diversa, che si ritrova nelle Chiese ortodosse e nelle comunità riformate.
2067 I dieci comandamenti enunciano le esigenze dell’amore di Dio e del prossimo. I primi tre si riferiscono principalmente all’amore di Dio e gli altri sette all’amore del prossimo.
« Come sono due i comandamenti dell’amore, nei quali si compendia tutta la Legge e i Profeti – lo diceva il Signore [...] –, così gli stessi dieci comandamenti furono dati in due tavole. Si dice infatti che tre fossero scritti su una tavola e sette su un’altra ».16
2068 Il Concilio di Trento insegna che i dieci comandamenti obbligano i cristiani e che l’uomo giustificato è ancora tenuto ad osservarli.17 Il Concilio Vaticano II afferma: « I Vescovi, quali successori degli Apostoli, ricevono dal Signore [...] la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del Battesimo e dell’osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza ».18

L’unità del Decalogo
2069 Il Decalogo costituisce un tutto indissociabile. Ogni « parola » rimanda a ciascuna delle altre e a tutte; esse si condizionano reciprocamente. Le due tavole si illuminano a vicenda; formano una unità organica. Trasgredire un comandamento è infrangere tutti gli altri.19 Non si possono onorare gli altri uomini senza benedire Dio loro Creatore. Non si potrebbe adorare Dio senza amare tutti gli uomini sue creature. Il Decalogo unifica la vita teologale e la vita sociale dell’uomo.

Il Decalogo e la legge naturale
2070 I dieci comandamenti appartengono alla rivelazione di Dio. Al tempo stesso ci insegnano la vera umanità dell’uomo. Mettono in luce i doveri essenziali e, quindi, indirettamente, i diritti fondamentali inerenti alla natura della persona umana. Il Decalogo contiene un’espressione privilegiata della « legge naturale »:
« Fin dalle origini, Dio aveva radicato nel cuore degli uomini i precetti della legge naturale. Poi si limitò a richiamarli alla loro mente. Fu il Decalogo ».20
2071 Quantunque accessibili alla sola ragione, i precetti del Decalogo sono stati rivelati. Per giungere ad una conoscenza completa e certa delle esigenze della legge naturale, l’umanità peccatrice aveva bisogno di questa rivelazione:
« Una completa esposizione dei comandamenti del Decalogo si rese necessaria nella condizione di peccato, perché la luce della ragione si era ottenebrata e la volontà si era sviata ».21
Noi conosciamo i comandamenti di Dio attraverso la rivelazione divina che ci è proposta nella Chiesa, e per mezzo della voce della coscienza morale.

L’obbligazione del Decalogo
2072 Poiché enunciano i doveri fondamentali dell’uomo verso Dio e verso il prossimo, i dieci comandamenti rivelano, nel loro contenuto essenziale, obbligazioni gravi. Sono sostanzialmente immutabili e obbligano sempre e dappertutto. Nessuno potrebbe dispensare da essi. I dieci comandamenti sono incisi da Dio nel cuore dell’essere umano.
2073 L’obbedienza ai comandamenti implica anche obblighi la cui materia, in se stessa, è leggera. Così l’ingiuria a parole è vietata dal quinto comandamento, ma non potrebbe essere una colpa grave che in rapporto alle circostanze o all’intenzione di chi la proferisce.
«Senza di me non potete far nulla»
2074 Gesù dice: « Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla » (Gv 15,5). Il frutto indicato in questa parola è la santità di una vita fecondata dall’unione con Cristo. Quando crediamo in Gesù Cristo, comunichiamo ai suoi misteri e osserviamo i suoi comandamenti, il Salvatore stesso viene ad amare in noi il Padre suo ed i suoi fratelli, Padre nostro e nostri fratelli. La sua persona diventa, grazie allo Spirito, la regola vivente ed interiore della nostra condotta. « Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati » (Gv 15,12).

In sintesi
2075 « Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? » – « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti » (Mt 19,16-17).
2076 Con il suo agire e con la sua predicazione, Gesù ha attestato la perennità del Decalogo.
2077 Il dono del Decalogo è accordato nell’ambito dell’Alleanza conclusa da Dio con il suo popolo. I comandamenti di Dio ricevono il loro vero significato in questa Alleanza e per mezzo di essa.
2078 Fedele alla Scrittura e in conformità all’esempio di Gesù, la Tradizione della Chiesa ha riconosciuto al Decalogo un’importanza ed un significato fondamentali.
2079 Il Decalogo costituisce un’unità organica in cui ogni « parola » o « comandamento » rimanda a tutto l’insieme. Trasgredire un comandamento è infrangere tutta la Legge.22
2080 Il Decalogo contiene un’espressione privilegiata della legge naturale. Lo conosciamo attraverso la rivelazione divina e con la ragione umana.
2081 I dieci comandamenti enunciano, nel loro contenuto fondamentale, obbligazioni gravi. Tuttavia, l’obbedienza a questi precetti comporta anche obblighi la cui materia, in se stessa, è leggera.
2082 Quanto Dio comanda, lo rende possibile con la sua grazia.
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(1) Cf Mt 5,17.
(2) Cf Mt 19,6-12.21.23-29.
(3) Cf Mt 5,20.
(4) Cf Mt 5,46-47.
(5) Cf Dt 6,5; Lv 19,18.
(6) Cf Es 31,18; Dt 5,22.
(7) Cf Dt 31,9.24.
(8) Cf Es 20,1-17.
(9) Cf Dt 5,6-22.
(10) Cf, per esempio, Os 4,2; Ger 7,9; Ez 18,5-9.
(11) Cf Es 19.
(12) Cf Es 24.
(13) Cf Es 24,7.
(14) Origene, In Exodum homilia, 8, 1: SC 321, 242 (PG 12, 350).
(15) Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 16, 3-4: SC 100, 566-570 (PG 7, 1017-1018).
(16) Sant’Agostino, Sermo 33, 2: CCL 41, 414 (PL 38, 208).
(17) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, canoni 19-20: DS 1569-1570.
(18) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 24: AAS 57 (1965).
(19) Cf Gc 2,10-11.
(20) Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 15, 1: SC 100, 548 (PG 7, 1012).
(21) San Bonaventura, In quattuor libros Sententiarum, 3, 37, 1, 3: Opera omnia, v. 3 (Ad Claras Aquas 1887) p. 819-820.
(22) Cf Gc 2,10-11.                            

DIO PROMETTE UN FIGLIO AD ABRAMO (Gen. 15, 1-21)

dal sito:

http://www.corsobiblico.it/genesi.htm#_Toc73414970

DIO PROMETTE UN FIGLIO AD ABRAMO

(Gen. 15, 1-21)

Si apre davanti a noi una duplice scena che ha per protagonisti Dio e Abramo.
 
1)   La prima scena occupa i vv. 1-6 del cap. 15, ed è una specie di nuovo racconto della vocazione di Abramo, dopo quello che ab­biamo letto nel cap. 12. Alcuni studiosi ipotizzano che si trat­ti dell’ingresso nel libro della Genesi di una nuova antica, Tra­dizione, accanto a quelle già note: Jahwista e Sacerdotale. Essa è convenzionalmente chiamata “Elohista”, perché usa come nome divino “Elohim” = Dio.
Abramo è ora tratteggiato con la fisionomia di un Profeta, cioè di uno di quegli inviati del Signore che in seguito appari­ranno nella storia d’Israele.
Infatti si usano le espressioni tipiche per introdurre i mes­saggi dei profeti: “La Parola del Signore fu rivolta a…” (vv .l e 4). Inoltre Abramo incontra Dio in “visione” (v.1) non si trat­ta di un sogno o di un’estasi ma di un modo per indicare un’es­perienza superiore rispetto a quella quotidiana e umana (il pro­feta era detto anche “veggente”). Come accadrà a Geremia nel giorno della sua vocazione (1 cap. del suo libro), così anche Abramo riceve da Dio un segno di speranza: in una notte stella­ta Dio gli indica il numero sterminato delle stelle per rivelar­gli l’immensità della sua futura discendenza. Più avanti, nel racconto del cap. 20, si dirà esplicitamente che Abramo è un profeta (v.7).
Ma la promessa così grandiosa del Dio “scudo” di Abramo, sem­bra in contrasto con la realtà concreta. Abramo è senza figli e, secondo un uso attestato da alcuni testi del II millennio a.C., una coppia che non aveva figli, poteva adottare un servo o uno schiavo, nominandolo erede: costui poi assumeva gli obblighi propri del figlio nel sostenere e assistere i “genito­ri” nella vecchiaia: così anche Abramo secondo gli usi corren­ti nomina come erede il suo maggiordomo, Eliezer di Damasco.
La scelta di Abramo è un rischiare sulla parola di Dio ed è espressa dal v.6: “Egli credette al Signore che glielo accreditò a giustizia. Questo versetto sottolinea la fede di Abramo che credette alla promessa del Signore. A partire da qui, Abra­mo è stato considerato nella tradizione ebraica, cristiana e musulmana, come “padre dei credenti”. 5. Paolo riprenderà ques­to versetto e la figura di Abramo nel cap. 4 della lettera ai Romani, per sottolineare il ruolo della fede.
Tre sono le componenti della fede di Abramo:
a) Abramo crede (in ebraico il verbo è lo stesso che dà origine all’ ”Amen” con cui concludiamo le nostre preghiere e significa “appoggiarsi a…”, “fidarsi di…”. Il patriarca si fida di Dio e a lui consegna se stesso e il suo futuro.
b) “Questo gli viene accreditato”. Il verbo “accreditare” viene usato nella Bibbia per indicare i sacrifici validamente celebrati. Il nuovo, vero sacrificio da offrire a Dio è perciò l’atto inte­riore della fede.
c) Abramo diventa, allora, “giusto”, cioè fedele all’impegno di alleanza che lo lega al suo Dio: il Fedele e Giusto per eccel­lenza.
2)  La seconda scena (a partire dal v.7), è dipinta con colori crepuscolari e pittoreschi. Attraverso un rito documentato an­che nell’Antico Oriente, secondo cui, quando si stipulava un pat­to o un’alleanza fra due parti (re o tribù), si compiva anche un rito simbolico. Tale rito consisteva nel tagliare in due parti uno o più animali; in mezzo agli animali squartati e posti su due file, passavano i contraenti del patto (gli animali in questo caso non servivano per il sacrificio, ma facevano parte di un rito di alleanza). Il significato era imprecatorio: il trasgressore del patto avrebbe fatto la stessa fine di quegli animali. Da questa pratica deriva l’espressione ebraica “stipulare un’alleanza”. Gli “uccelli rapaci” sono simbolo dei pericoli che minacceranno l’alleanza; essi sono per così dire scacciati dalla fede di Abramo.
Ma, sopraggiunta la notte, un “sonno profondo” cade su Abramo, che si accorge di essere di fronte ad una apparizione divina, misteriosa.
Il termine ebraico “tardemah” = “sonno” è lo stesso che de­scrive il torpore di Adamo alla vigilia della creazione della donna (Gen. 2,21). Questa esperienza è collegata con una gran­de manifestazione di Dio, chiamata dagli studiosi “teofania” (vocabolo greco che significa “manifestazione”). Tale manifes­tazione avviene mentre l’uomo si trova in uno stato “passivo” (il sonno), per sottolineare la priorità dell’azione di Dio.
Il tema del “sonno” si trova anche nel racconto evangelico della Trasfigurazione di Gesù: “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal “sonno” (Lc. 9,32).
Dopo un annunzio della storia futura di Israele (la schiavi­tù d’Egitto e l’Esodo), il Signore passa in mezzo agli animali divisi, sotto il simbolo del fuoco (forno e fiaccola), tema caro alla Bibbia. E’ lui solo ad impegnarsi solennemente nei confronti di Abramo, e questo è affermato per ricordarci che l’alleanza è soprattutto dono che nasce dalla libera e gratui­ta iniziativa divina e che comprende (come già si è detto), la promessa della terra e della discendenza.

Publié dans:Bibbia - Antico Testamento |on 7 août, 2011 |Pas de commentaires »

IL DEUTERONOMIO

dal sito:

http://www.paoline.it/Conoscere-la-Bibbia/LIBRI-DELLA-BIBBIA/articoloRubrica_arb62.aspx

IL DEUTERONOMIO

(FILIPPA CASTRONOVO)

Deuteronomio attualizza nel presente l’unica legge data da Dio al popolo. Alla base del libro vi è la predicazione dei profeti Elia, Amos ed Osea, raccolta dai leviti. La parola chiave è “Ascolta Israele”, cui sono collegate le espressioni: ricorda, osserva, ama.Il Deuteronomio è il quinto libro del Pentateuco, tradizionalmente attribuito a Mosè.
Il termine Deuteronomio (dal greco déuteros, « secondo » e nómos, « legge ») significa seconda legge. Si presenta come una serie di discorsi pronunciati da Mosè, prima di morire.
Di fatto questo libro né fu scritto da Mosè né contiene una seconda legge in contrapposizione o come completamento della prima, ma attualizza nel presente l’unica legge data da Dio al popolo.
La storia del Deuteronomio e la sua forma letteraria è lunga ed interessante.
Il nucleo più antico del libro (capp. 5-11. 12-26. 28) risale all’epoca del re Giosia (640-609 a.C) il quale durante il suo regno promosse una importante riforma religiosa (cfr 2Re 22,8, ss.
Essa si rese necessaria perché la legge data da Dio a Mosè, quando il popolo era nomade e di medesima condizione sociale, non rispondeva più alla situazione presente sedentaria e piuttosto agricola, caratterizzata dall’ingiustizia dei ricchi verso i poveri, dalla minaccia dei culti pagani, dalla chiamata alle armi…. Era necessaria una rilettura della legge che facesse vivere nell’oggi la fedeltà all’unica alleanza stipulata da Dio con Israele. In seguito sono stati composti gli altri capitoli.
Alla base del Deuteronomio vi è la predicazione dei profeti Elia, Amos ed Osea, raccolta dai leviti. Quattro sono i discorsi che caratterizzano il Deuteronomio e ciascuno è introdotto da un titolo proprio:
1,1: queste sono le parole che Mosè rivolse ai figli d’Israele. In questo discorso si fa memoria delle opere di Dio che fondano l’alleanza tra Dio e il popolo.
4,44: Questa è la Torah. Questo secondo titolo richiama l’impegno che Israele deve assumere nella sua situazione storica, in particolare quello di orientare tutta la sua persona a Dio, che deve amare e seguire, osservandone le leggi.
28,69: Queste sono le parole dell’alleanza, titolo che richiama il rito dell’alleanza con le benedizioni e maledizioni ad esso connesso nel caso di infedeltà. La benedizione, tuttavia, caratterizza il futuro della storia del popolo di Dio.
33,1: Questa è la benedizione, presenta Mosè che benedice Israele e la sua storia.
La parola chiave del Deuteronomio è “Ascolta Israele” cui sono collegate le espressioni: ricorda, osserva, ama.
Il Deuteronomio con il suo linguaggio affettivo vuole insegnare la fedeltà a Dio e convincere all’obbedienza che è via alla felicità. La mescolanza del pronome plurale ‘voi’ e del singolare ‘tu’ che caratterizza il libro indica che il popolo è uno (voi), ma ogni credente è responsabile della sua risposta personale a Dio (tu). Il richiamo alla coerenza è collocato nell’orizzonte di una grande speranza, perché anche nell’esperienza della propria infedeltà, non viene meno la fedeltà di Dio.

Da sapere che
A differenza del libro dell’Esodo che narra l’evento dell’alleanza sul monte Sinai (Es 19, 4), il Deuteronomio parla del monte Oreb (cfr Dt 1, 6 ). La differenza di nomi riconduce al simbolo biblico del monte, luogo che indica il discendere di Dio verso l’uomo e l’ascesa di questi verso Dio, che gli viene incontro.
Il capitolo 26, 1-11 presenta il credo storico d’Israele. Questa memoria storica mostra che sia la fede giudaica come quella cristiana si basa su di una narrazione che si fa ‘memoriale’ da narrare, soprattutto in contesto liturgico.

Filippa Castronovo

1. Testimonianza e martirio nell’Antico Testamento

dal sito:

http://www.monasterodibose.it/content/view/2616/26/1/1/lang,fr/

Testimonianza e martirio nella Bibbia  

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1. Testimonianza e martirio nell’Antico Testamento

a) Martirio e profezia

Secondo la tradizione giudaica, confluita per es. nel testo apocrifo Vite dei profeti – composto all’epoca della fine del secondo tempio ma trasmesso dai cristiani –, la sorte dei profeti autentici è quella di essere perseguitati. In particolare, il martirio e la morte violenta sono il sigillo per eccellenza della missione profetica, il culmine della testimonianza resa a Dio di fronte all’idolatria dominante e alla disobbedienza degli uomini alla sua volontà. È con questa consapevolezza che, nella liturgia espiatrice celebrata al ritorno dall’esilio, i leviti confessano che «[i nostri padri] si sono ribellati contro di te, o Dio, si sono gettati la Torah dietro le spalle, hanno ucciso i tuoi profeti che li ammonivano per farli tornare a te e ti hanno insultato gravemente» (Ne 9,26). Gesù stesso si porrà nelle parole e nei fatti in questo solco; e Stefano nel lungo discorso che precede la sua lapidazione chiede ai suoi aguzzini: «Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?» (At 7,52).
Questa lunga storia si apre con Mosè, «servo del Signore» (Dt 34,5) duramente contestato e messo alla prova in vari modi dai figli di Israele durante il cammino nel deserto (cf. Es 17,1-7, ecc.). In una tradizione ripresa da Osea vi sono due versetti che, pur essendo di interpretazione molto incerta, sembrano testimoniare le sofferenze fino al sangue inflitte al grande profeta. Ve ne fornisco una traduzione letterale:
Per mezzo di un profeta il Signore fece uscire Israele dall’Egitto e per mezzo di un profeta lo custodì. Ma [Efraim] lo provocò fino all’amarezza: perciò il suo sangue ricadrà su di lui e il suo obbrobrio gli renderà il suo Signore (Os 12,14-15).
Ma il martirio dei profeti è attestato con certezza già da Elia, a metà del ix secolo a.C. Mentre fugge dalla persecuzione della regina Gezabele verso la montagna di Dio, l’Oreb-Sinai, al Signore che gli chiede: «Che fai qui, Elia?», egli risponde: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio dell’universo, poiché i figli di Israele hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita» (1Re 19,9-10.13-14). La «colpa» dei profeti è quella di opporsi al potere idolatrico, fonte di oppressione economica e sociale per i poveri: è attraverso la loro difesa della giustizia che essi testimoniano la sovranità assoluta di JHWH e confessano la loro fede in lui fino al dono della vita.
Si potrebbero citare altri esempi di profeti perseguitati fino al martirio, tra cui spiccano quello di Uria (cf. Ger 26,20-23) e quello di Zaccaria, ricordato anche da Gesù (cf. 2Cr 24,17-22; Mt 23,35; Lc 11,51). Ma io vorrei soffermarmi solo sul caso paradigmatico di Geremia, vissuto a cavallo tra il vii e il vi secolo a.C. Tutto il suo ministero profetico può essere letto come un’ininterrotta passione, che nasce dal contrasto tra il suo annunciare la parola di Dio – la quale «è per lui causa di vergogna e di scherno tutto il giorno» (cf. Ger 20,8) – e il suo essere perseguitato dalle autorità religiose legittime (cf. Ger 18,18), al punto che egli si sente «come un agnello mansueto condotto al macello» (Ger 11,18). Il sacerdote Pascur lo fa fustigare e mettere in prigione (cf. Ger 20,2) e, in seguito alla sua profezia sul tempio, Geremia viene arrestato e riceve una sentenza di morte, sventata all’ultimo momento (cf. Ger 26).
Come già aveva fatto Zaccaria in punto di morte (cf. 2Cr 24,22), anche Geremia chiede a Dio di vendicarlo (cf. Ger 15,15). Dio però non interviene contro i suoi nemici, lascia che il profeta scenda allo she’ol della disperazione, lo mette a confronto con i falsi profeti senza che appaia con chiarezza l’autenticità della sua testimonianza: Geremia vedrà bruciare il rotolo su cui sono scritte le sue parole (cf. Ger 36,l-26), finirà in una cisterna fangosa rischiando la morte (cf. Ger 38,1-12) e sarà trascinato in Egitto, solidale col peccato del suo popolo (cf. Ger 43,1-7). Nei momenti tragici dell’esistenza di quest’uomo, Dio sembra abbandonarlo e rifiutargli la sua testimonianza; eppure Geremia dà sempre la sua testimonianza a Dio, gli rimane fedele fino alla morte fuori della terra santa. Una morte che, secondo la rilettura della tradizione giudaica, è un vero e proprio martirio: «Geremia morì a Tafni, in Egitto, lapidato dal popolo» (Vite dei profeti 2).
b) Il Servo del Signore
All’interno del nostro itinerario un posto particolare spetta alla misteriosa figura dell’‘eved Adonaj, il Servo del Signore descritto dal Deutero-Isaia a metà del vi secolo a.C., nei cosiddetti quattro «Canti del Servo» (cf. Is 42,1-9; 49,1-7; 50,4-11; 52,13-53,12). Si tratta di testi estremamente ricchi e complessi, che hanno ricevuto lungo i secoli numerose interpretazioni. Tra di esse si segnalano quella messianica individuale, già presente nel giudaismo e poi attestata con continuità dalla tradizione cristiana, e quella collettiva che vede nel Servo il popolo di Israele, inteso come personalità corporativa (cf. Is 49,3).
In quest’ultima ottica, all’interno di una sorta di processo istruito davanti ai gojim, il popolo esiliato e osteggiato è reso testimone dal Signore stesso. Per tre volte l’oracolo del Signore risuona con forza: «Voi siete i miei testimoni!» (‘edaj [mártyres secondo i lxx]: Is 43,10.12; 44,8). La testimonianza essenziale resa da Israele a Dio è quella della perseveranza pur in una situazione di estrema sofferenza. Nella sua apparente passività il popolo resta «il servo che Dio si è scelto» (cf. Is 43,10) e, in tal modo, fornisce una testimonianza pubblica attraverso la sua fede che resta salda anche in mezzo alle persecuzioni.
Ma i canti del Servo descrivono anche un profeta individuale. Ripieno dello Spirito di Dio, egli è investito della missione di «manifestare alle genti il mishpat» (Is 42,1), «giudizio radicale in nome dell’unico amore di Dio, e perciò giudizio di salvezza per tutti gli uomini» (Alberto Mello). La sua missione sembra però segnata soltanto dall’insuccesso: profeta respinto a causa della testimonianza resa alla parola di Dio, egli subisce ingiurie e persecuzioni; tuttavia continua a confidare in Dio e si dichiara disposto a testimoniare in tribunale davanti ai nemici (cf. Is 50,4-9). Nel quarto canto l’oltraggio riservato al Servo giunge al culmine, facendone «l’uomo dei dolori, familiare col patire» (Is 53,3), condannato a subire un’ingiusta morte violenta e una sepoltura tra gli empi (cf. Is 53,8-9). Come agnello afono l’‘eved Adonaj è condotto al macello (cf. Is 53,7), eppure la sua morte appare come un vero sacrificio di espiazione che permette la realizzazione del disegno di Dio. Proprio a causa della sua fine ignominiosa, infatti, egli vedrà la luce, sarà un segno per le moltitudini (rabbim), sarà fonte di giustificazione grazie alla sua intercessione per i peccatori (cf. Is 53,11-12).
Nella vicenda di questo martire anonimo c’è la testimonianza pubblica di fronte ai poteri mondani, la morte volontariamente accettata, il valore espiatorio del sacrificio e la conseguente benedizione che ricade su tutti gli uomini, tra cui vanno annoverati i suoi carnefici. Essi alla sua vista non possono non riconoscere: «Era trafitto dai nostri peccati, spezzato per le nostre iniquità … Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5). Ecco l’assoluta unicità del Servo: egli, non imputando il peccato alle moltitudini ma prendendo su di sé la loro violenza, pone fine alla violenza; la colpa dei carnefici ricade sul Servo, il quale assume l’ingiustizia di cui è stato vittima e si interpone quale arbitro tra Dio e i peccatori, per chiedere a Dio misericordia e trasmettere il perdono alle moltitudini.
Come emerge da molti passi dei vangeli, Gesù deve aver pensato la propria vocazione più profonda alla luce di questa figura del Servo, assumendola come forma della propria vita, fino a interpretare attraverso di essa la propria fine. Non ha forse detto ai suoi discepoli poco prima di essere arrestato: «Deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra i malfattori” (Is 53,12)» (Lc 22,37)? Di conseguenza, la figura del Servo diventerà un riferimento imprescindibile in ogni riflessione cristiana sul martirio.
c) Il martirio dei Maccabei
Se facciamo un salto cronologico agli inizi del ii secolo a.C., l’epoca della persecuzione ellenistica, incontriamo il martirio affrontato per amore di Dio e della sua Legge da parte di alcuni fedeli (chassidim) e di alcuni sapienti (maskilim). La loro testimonianza, narrata dai libri di Maccabei e riletta teologicamente da Daniele, assumerà un valore esemplare per i cristiani oppressi dall’impero romano: non a caso i martiri Maccabei furono ben presto inseriti nei martirologi cristiani e la loro tomba ad Antiochia fu occupata dai cristiani che volevano onorarne la memoria.
Antioco iv Epifane (175-164 a.C.), re della dinastia dei Seleucidi, scatenò un’aspra persecuzione contro i fedeli alla Torah che si opponevano all’introduzione dei costumi pagani e dell’idolatria in Israele. L’abolizione della Torah, la sostituzione della festa delle Capanne con i Baccanali e infine l’introduzione del culto di Zeus nel tempio – evento definito «abominio della desolazione» (Dn 9,27; cf. 1Mac 1,54) – trovarono una fiera opposizione guidata dalla famiglia di stirpe sacerdotale dei Maccabei. Deprivata dei suoi elementi nazionalistici e dei suoi tratti di «guerra santa», visibili soprattutto nella figura di Giuda Maccabeo, questa opposizione rivela caratteristiche paradigmatiche per la prassi del martirio, come si evince da alcuni passi dei libri di Maccabei. Ai nemici che li attaccano in giorno di sabato
essi non risposero, né lanciarono pietra, né ostruirono i nascondigli, dichiarando: «Moriamo tutti nella nostra innocenza. Ci sono testimoni il cielo e la terra che ci fate morire ingiustamente». Così quelli si lanciarono contro di loro in battaglia ed essi morirono con le mogli, i figli e il bestiame, in numero di circa mille persone (1Mac 2,36-38).
Anche lo scriba Eleazaro si avvia prontamente al supplizio, dicendo sotto i colpi: «Il Signore sa bene che, potendo sfuggire alla morte, soffro nel corpo atroci dolori sotto i flagelli, ma nell’anima sopporto volentieri tutto questo per il timore di lui» (2Mac 6,30-31). Ma la testimonianza più impressionante e destinata a godere di un’enorme fortuna è quella dei sette fratelli e della loro madre, pronti a morire piuttosto che rinnegare la Torah (cf. 2Mac 7). Mentre vengono torturati uno a uno, attestano alla presenza del re che Dio darà loro consolazione, risuscitandoli a vita nuova ed eterna; che è bello morire a causa degli uomini per attendere da Dio il compimento della speranza di essere da lui resuscitati. Essi sacrificano la propria vita con parrhesia e piena fede nel Dio unico, che confessano come loro vendicatore.
Il senso della testimonianza di questi credenti è ben compreso da Daniele il quale, retroproiettando all’epoca del regno babilonese i fatti storici del suo tempo, assimila i martiri Maccabei ai tre giovani gettati nella fornace ardente da Nabucodonosor (cf. Dn 3,8-97); al contrario, giudica la rivolta armata come un tentativo fatto da mani d’uomo, «un piccolo aiuto» (Dn 11,34), incapace di fermare la persecuzione perché poco fiducioso nel vero aiuto, quello di Dio (cf. Dan 2,34; 8,25). Egli riconosce come testimoni di Dio «quei sapienti (maskilim) che ammaestreranno le moltitudini, ma cadranno di spada, saranno dati alle fiamme, condotti in schiavitù e oppressi per molti giorni … Alcuni di essi cadranno perché tra di loro ve ne siano di quelli purificati, lavati, resi candidi fino al tempo della fine» (Dan 11,33.35). La loro speranza indefettibile è quella della resurrezione: per questo Daniele può affermare che «risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come stelle per sempre» (Dan 12,3).
Questi ultimi elementi sono ormai molto prossimi alla concezione cristiana del martirio. Potremmo dire che manca una sola cosa, quella essenziale: l’evento e la persona di Gesù Cristo, causa di vita e di morte per i suoi discepoli. Ma prima di passare alla seconda parte della mia riflessione vorrei leggere un ultimo brano, tratto dal libro della Sapienza, composto alle soglie dell’era cristiana. L’autore, paragonando la sorte dei giusti e quella degli empi, scrive parole che costituiscono un trait d’union ideale con quanto seguirà:
I giusti che muoiono sono nella mano di Dio, nessun tormento può colpirli: agli occhi degli stolti sono ritenuti dei morti, la loro scomparsa giudicata una disgrazia, ma essi sono nella pace per sempre. Se agli uomini sono sembrati tribolati, essi hanno sperato in una vita senza fine: dopo una breve sofferenza ricevono una grande ricompensa … Nel giorno della visita del Signore risplenderanno, brilleranno come scintille di fuoco, giudicheranno le genti, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro (Sap 3,1-5.7-8
).

Ufficio delle Letture del 18 gennaio 2011: Deuteronomio 6, 4-25; Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa

UFFICIO DELLE LETTURE DEL 18 GENNAIO 2011

PRIMA LETTURA         

Dal libro del Deuteronomio 6, 4-25

La legge dell’amore

    In quei giorni Mosè, parlò al popolo dicendo: «Ascolta, Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.
    Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto entrare nel paese che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti; quando ti avrà condotto alle città grandi e belle che tu non hai edificato, alle case piene di ogni bene che tu non hai riempito, alle cisterne scavate ma non da te, alle vigne e agli oliveti che tu non hai piantato, quando avrai mangiato e ti sarai saziato, guardati dal dimenticare il Signore, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile. Temerai il Signore Dio tuo, lo servirai e giurerai per il suo nome. Non seguirete altri dèi, divinità dei popoli che vi staranno attorno, perché il Signore tuo Dio che sta in mezzo a te, è un Dio geloso; l’ira del Signore tuo Dio si accenderebbe contro di te e ti distruggerebbe dalla terra. Non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa. Osserverete diligentemente i comandi del Signore vostro Dio, le istruzioni e le leggi che vi ha date. Farai ciò che è giusto e buono agli occhi del Signore, perché tu sia felice ed entri in possesso della fertile terra che il Signore giurò ai tuoi padri di darti, dopo che egli avrà scacciato tutti i tuoi nemici davanti a te, come il Signore ha promesso.
    Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore nostro Dio vi ha dato? tu risponderai a tuo figlio: Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa. Ci fece uscire di là per condurci nel paese che aveva giurato ai nostri padri di darci. Allora il Signore ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi, temendo il Signore nostro Dio così da essere sempre felici ed essere conservati in vita, come appunto siamo oggi. La giustizia consisterà per noi nel mettere in pratica tutti questi comandi, davanti al Signore Dio nostro, come ci ha ordinato».

SECONDA LETTURA         

Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa

(Capp. 49-50; Funk 1, 123-125)
Chi può spiegare il mistero della carità divina?

    Colui che possiede la carità in Cristo mette in pratica i comandamenti di Cristo. Chi è capace di svelare l’infinito amore di Dio? Chi può esprimere la magnificenza della sua bellezza? L’altezza a cui conduce la carità, non si può dire a parole.
    La carità ci congiunge intimamente a Dio, «la carità copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4, 8), la carità tutto sopporta, tutto prende in santa pace. Nulla di volgare nella carità, nulla di superbo. La carità non suscita scismi, la carità opera tutto nella concordia. Nella carità tutti gli eletti di Dio sono perfetti, mentre senza la carità niente è gradito a Dio.
    Con la carità Dio ci ha attirati a sé. Per la carità che ebbe verso di noi il Signore nostro Gesù Cristo, secondo il divino volere, ha versato per noi il suo sangue e ha dato la sua carne per la nostra carne, la sua vita per la nostra vita.
    Vedete, o carissimi, quanto è grande e meravigliosa la carità e come non si possa esprimere adeguatamente la sua perfezione. Chi è meritevole di trovarsi in essa, se non coloro che Dio ha voluto rendere degni? Preghiamo dunque e chiediamo dalla sua misericordia di essere trovati nella carità, liberi da ogni spirito di parte, irreprensibili.
    Tutte le generazioni da Adamo fino al presente sono passate; coloro invece che per grazia di Dio sono trovati perfetti nella carità, restano, ottengono la dimora riservata ai buoni e saranno manifestati al sopraggiungere del regno di Cristo. Sta scritto infatti: Entrate nelle vostre stanze per un momento anche brevissimo fino a che non sia passata la mia ira e il mio furore. Allora mi ricorderò del giorno favorevole e vi farò sorgere dai vostri sepolcri (cfr. Is 26, 20; Ez 37, 12).
    Beati noi, o carissimi, se praticheremo i comandamenti del Signore nella concordia della carità, perché per mezzo della carità ci siano rimessi i nostri peccati. È scritto infatti: Beati coloro ai quali sono state rimesse le colpe e perdonata ogni iniquità. Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male e sulla cui bocca non c’è inganno (cfr. Sal 31, 1). Questa proclamazione di beatitudine riguarda coloro che Dio ha eletto per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

« Come sei bella, amata mia, come sei bella » (sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio)

dal sito:

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=147

« Come sei bella, amata mia, come sei bella »

La bellezza dell’amore nel Cantico dei Cantici

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 16 dicembre 2000
Possiamo assegnare il seguente sottotitolo all’incontro di oggi: La bellezza dell’amore nel Cantico dei Cantici.Il Cantico è un libretto poetico formato da otto brevi capitoli.

il Cantico nella tradizione biblica
Il Cantico ha avuto difficoltà ad entrare nella bibbia ebraica, incluso poi tra i Ketubiim (gli altri scritti), insieme ai Salmi, ai Proverbi, a Giobbe e ad altri scritti recenti. Ci sono stati contrasti e perplessità. C’era chi si opponeva e chi, come il grandi Rabbi Aqiba, che sosteneva che L’intero mondo non vale il giorno in cui il Cantico fu dato ad Israele.
Una volta stabilito nell’assemblea di Jamnia (90 d.C.) il carattere sacro del testo, questo venne accolto anche dal canone cristiano, che si rifaceva a quello ebraico. Anzi nel mondo ebraico il Cantico venne utilizzato come testo liturgico in occasione della pasqua ebraica.

le interpretazioni del Cantico
Sin dai tempi antichi ha avuto molto successo la lettura allegorica. I due innamorati del libretto raffigurano Dio e il popolo di Israele. Effettivamente in molti brani della bibbia, soprattutto nella letteratura profetica, il rapporto tra Dio e il suo popolo è rappresentato in termini sponsali (Osea, Ezechiele, Geremia). Ma mentre in questi testi profetici si dice esplicitamente che Dio è lo sposo e il popolo di Israele la sposa, nel Cantico, che è una raccolta di canti di amore erotico, carnale, non si dice assolutamente nulla, non si nomina mai Dio o il popolo di Israele.
La lettura allegorica ha avuto degli sviluppi in ambito cristiano, dove l’innamorato è Dio o Cristo e l’innamorata la chiesa, facendo riferimento ad alcuni testi del Nuovo Testamento. Nei mistici poi l’innamorata diventa l’anima. Dio è l’amante a cui aspira l’anima credente. Lutero stesso sosterrà un’interpretazione simbolica. E anche in tempi recenti alcuni studiosi hanno riproposto una lettura allegorica.
La lettura letterale del testo, il suo senso primo e ovvio ci mostra che il Cantico è costituito da canti di amore di due innamorati, in un insieme difficilmente articolabile. Difficile è stabilire con esattezza epoca e ambiente di composizione dei testi.
Allo stesso modo è difficile individuare il piano dell’opera, anche se ci sono delle costanti, dei motivi che ritornano, come il motivo della contemplazione della bellezza dell’amato e dell’amata, il motivo del desiderio dell’uno verso l’altro, il motivo dell’attrazione dell’amplesso, il motivo dell’abbandono, della ricerca, e del ritrovamento, in un contesto di natura primaverile.
Oltre ai due protagonisti c’è anche un coro, che però ha un ruolo minore rispetto a quello assegnatogli nelle tragedie greche.
La poesia del Cantico e ricca di immagini che sono espressione di canoni di bellezza un po’ lontani dalla nostra sensibilità odierna. Inoltre si fa uso frequente del travestimento. I protagonisti assumono di volta in volta abiti diversi: una volta l’innamorato è il re, poi un pastore, altre volte addirittura Salomone. Lo stesso vale per l’innamorata.

esaltazione della bellezza
Questi canti sono l’esaltazione della bellezza.Sono anzitutto esaltazione della bellezza dell’innamoramento, non dell’amore. Il tema centrale è l’innamoramento tra amanti, non legati ad alcuna istituzione. Non è l’amore sponsale procreante, ma l’amore di amanti. E’ l’esaltazione dell’innamoramento per se stesso, senza altri scopi. E’ la bellezza di un amore travolgente.
E’ una bellezza dei corpi, presentati e descritti quasi anatomicamente, anche nelle parti più intime.
Ma non è solo una bellezza statuaria delle forme esterne, ma è una bellezza interiore, che si esprime attraverso la voce e lo sguardo. Occhi e voce sono espressione dell’interiorità e grazie a loro tutto il corpo diventa espressione del mondo interiore dei due innamorati.
In questo quadro è esaltata la bellezza dell’amplesso tra i due, della loro unione estatica, attraverso le immagine ardite del pascere, del bere e del mangiare.
E’ una bellezza che coinvolge tutti i sensi. Quindi non solo la vista, ma anche l’ascolto della voce, l’odore dei profumi, il gusto dei frutti, il contatto dello stringere. La bellezza affascina e prende tutta la persona, anima e corpo.
Questa bellezza suscita e appaga il dei due che si cercano, che si ritrovano, che si uniscono. E il desiderio rinvia all’estasi gioiosa della mutua appartenenza: « io sono tua e tu sei mio ». Ma più che possesso reciproco, c’è mutua donazione. Non c’è nessuna violenza, nessun dominio, nessuna oppressione dell’uno sull’altro. I possessivi « tuo » e « mio » nel Cantico si coniugano nella reciprocità.
E’ poi la bellezza di un amore esclusivo. Alla fontana sigillata può abbeverarsi solo l’innamorato: Nel Cantico viene esaltato l’amore esclusivo, senza respingere evidentemente altre forme di rapporto.
La bellezza dell’innamoramento viene rappresentata sullo sfondo di una natura piena di vita. L’innamoramento è espressione della vitalità interpersonale.
Altra caratteristica, che sembra obsoleta nella nostra società dove tutto è ostentazione, esibizione e curiosità indiscreta, è la dimensione dell’intimità. E’ una bellezza rispettosa dell’intimità.
La bellezza dell’amore di questi innamorati conosce il dramma, le difficoltà, le incomprensioni. Non tutto è esaltazione e gioia, c’è anche distanza e separazione che spinge alla ricerca insonne.
Ma come possiamo inserire questa esaltazione della bellezza dell’innamoramento al di dentro di un’esperienza religiosa, di una credenza in Dio? Questi canti si collocano bene all’interno del quadro della creazione, del mondo che Dio ha creato e che ha fatto bella ogni cosa. La natura e le persone del Cantico fanno parte della creazione e quindi l’innamoramento, l’amore estasiante e anche drammatico tra i due, fa parte della creazione, è dono di Dio.
E’ vero che nella bibbia, soprattutto in alcuni libri sapienziali, si ritrova un approccio moralistico, che storce la bocca di fronte alla bellezza (vana est pulchritudo), poco in sintonia con lo sguardo incantato sulla bellezza del mondo creato da Dio proprio del Cantico.
Se la bellezza di cui si parla nel Cantico è la bellezza dell’innamoramento vuol dire allora che questa bellezza esaltante e beatificante riguarda solo una stagione della vita, che farà comunque sentire i suoi effetti su tutte le altre stagioni della vita, sui momenti più prosaici, quando l’amore è anche fatica, accettazione sofferta, reciproca sopportazione.
Nel Cantico troviamo la bellezza del piacere e del piacersi. Il piacere è un piacere scambiato, è un piacere condiviso, è un piacersi reciprocamente. In quanto piacere condiviso è un dono di Dio, e fa parte della creazione di Dio.
Nel Cantico al centro non c’è l’ammirazione per la bellezza di oggetti esteriori, sia oggetti della natura che oggetti prodotti dall’uomo. La bellezza si colloca all’interno dell’innamoramento, all’interno dell’esperienza del rapporto tra due persone. Non è il rapporto tra un oggetto, che può estasiarci, e noi, ma tra un tu che mi estasia e un io che estasia il tu.
Viviamo in una società delle cose, non delle persone e pertanto oggi è poco considerata la bellezza del rapporto, del piacersi l’un l’altro.
Nel Cantico c’è una carnalità, ma è una carnalità di persone: non una carnalità oggetto, ma una carnalità del tu e dell’io in relazione 

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 22 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

« Magari fossero tutti profeti nel popolo! » (Numeri 11,29)

dal sito:

http://www.apostoline.it/riflessioni/riflessioni.htm

 I PROFETI  … Testimoni dell’alleanza

di LUIGI VARI, biblista

« Magari fossero tutti profeti nel popolo! » (Numeri 11,29)

Mosè risponde così a chi si mostra preoccupato per il fatto che alcuni uomini parlano in nome di Dio, senza l’autorizzazione di Mosè.

Forse si potrebbe prendere questo episodio come paradigmatico del modo di porsi di tutte le generazioni davanti alla profezia.

Da una parte ci sono quelli che non sono in grado di comprenderla nella sua funzione, e sono quelli perennemente preoccupati della presenza di una parola non controllata e non controllabile all’interno di una comunità; dall’altra ci sono quelli che, come Mosè, comprendono l’essere profeta e non solo permettono, ma auspicano la presenza non di una sola, ma di molte voci che dicano una parola imprevedibile o semplicemente nuova, alla comunità.

Stiamo parlando della parola di Dio, e allora possiamo anche dire che la differenza nasce dal modo di pensare Dio: se lo pensiamo come uno stanco burocrate che non vuole dire niente di nuovo e al quale si ricorre solo per confermare i punti fermi, abbiamo poche possibilità per capire la profezia; ma se invece, quando pensiamo a Dio, pensiamo ad uno che vuole intervenire nella nostra storia e lo fa con grande libertà e fantasia, allora il cammino dei profeti diventa non solo significativo, ma entusiasmante e diventa nostra la parola di Mosè che dice: « magari tutti fossero profeti! ».

Mosè è l’uomo che nel Deuteronomio (Dt 34,10) viene considerato come il più grande dei profeti e, al di là dei problemi di interpretazione, questo giudizio è importante e mostra un riconoscimento dato a questo uomo, il primo a permettere alla parola di Dio di entrare nella sua vita in maniera tanto determinante e significativa per un intero popolo.

Diventare voce di Dio
Può essere riconosciuto profeta chi porta le parole di Dio sulla propria bocca, chi parla con l’autorità di Dio e chi vede confermare dagli eventi quelle parole:

« È un profeta come te che io susciterò per loro in mezzo ai loro fratelli; metterò le mie parole sulla sua bocca ed egli dirà loro tutto ciò che gli ordinerò. E se qualcuno non ascolta le mie parole, quelle che il profeta avrà detto nel mio nome, allora io stesso gliene domanderò conto. Ma se il profeta ha la presunzione di dire in mio nome una parola che io non gli avrò ordinato di dire, o se parla in nome di altri dei, allora è il profeta che morrà. Forse ti domanderai: « come riconosciamo noi che non è una parola detta dal Signore? ». Se ciò che il profeta ha detto nel nome del Signore non si verifica, allora non è una parola detta dal Signore » (Dt 18,18-22).

In Mosè questo modello della profezia diventa reale. Tutta la storia di Mosè dice il desiderio di Dio di intervenire nelle vicende del suo popolo: « salvato dalle acque », « costretto alla fuga », « chiamato sul monte nel momento della vocazione ». Preparato da Dio viene chiamato ad avere il coraggio di diventare voce di Dio e perché questo avvenga deve prima di tutto allargare gli orizzonti della propria vita; non può essere profeta se non sa staccarsi dal comodo esilio che vive per ricordarsi del dolore del suo popolo. Dovrà essere custode della più importante parola che mai a nessun uomo sia  stata confidata: il nome stesso di Dio.

Con la forza che viene da quel nome Mosè dovrà affrontare il faraone, la paura della sua gente davanti alle responsabilità che nascono dalla libertà ed iniziare un cammino che è diventato modello dell’umanità che cerca sinceramente un sentiero degno d’essere percorso verso la terra promessa, qualunque essa sia.

Spazio all’imprevedibile
La libertà fondamentale che vive Mosè è, forse, quella dalla logica che spesso ci sembra inattaccabile, e cioè la logica degli eventi. Solo chi non accetta che gli eventi siano definitivi può muovere un popolo, mettendolo nel rischio concreto, in nome di una promessa e con la forza di un nome. La libertà che vive Mosè è la libertà di Dio. Tracciamo così il primo tratto del profeta, un uomo pieno della libertà di Dio che accetta di diventare una porta attraverso la quale gli eventi che spesso appaiono inattaccabili diventano discutibili e possono essere cambiati.

La profezia di Mosè, che ha come unica forza quella del nome di Dio, è una profezia di base, una profezia comune a tutti gli uomini che hanno buona volontà ed è comprensibile l’augurio di Mosè: « magari tutti fossimo profeti! ».

Per capire l’esperienza del popolo guidato da Mosè, che fa spazio all’imprevedibile per cambiare la situazione di fatto e inattaccabile, sarebbe non poco interessante rileggersi molti giornali del 1988 e 1989. Ci accorgeremmo per esempio della ironia con la quale venivano rispettosamente liquidati i protagonisti della fine dell’impero dell’Est: « c’erano i fatti… una nazione potente… motivi economici e politici… », e nessuno prevedeva il precipitare degli avvenimenti, proprio perché nessuno poteva o sapeva mettere nella dinamica della storia questa profezia di base che muove i popoli con gesti e parole che sembrano solo sogni, una profezia di base che è forte spesso solo di una promessa e della voglia di un bene negato.

Certamente l’esperienza biblica ha una portata diversa, ma può essere paradigmatica di ogni esperienza autenticamente umana.

(da « Se vuoi ») 

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 22 octobre, 2010 |Pas de commentaires »

Dal « Commento sul Libro di Giobbe » di S. Gregorio Magno : La forza dell’accettazione

un breve commento al Libro di Giobbe, il motivo è che la prima lettura della messa di questa settimana – escluso mercoledì – è tratta da questo libro, leggendolo mi sembra di averlo già postato, me lo ricordo…dal sito:

http://www.viedellospirito.it/web/index.php?option=com_content&task=view&id=395&Itemid=118

Dal « Commento sul Libro di Giobbe » di S. Gregorio Magno    
 
La forza dell’accettazione 

Gli uomini santi, pur se torchiati dalle prove, sanno sopportare chi li percuote e, nello stesso tempo, tener fronte a chi li vuole trascinare nell’errore.
Contro quelli alzano lo scudo della pazienza, contro questi impugnano le armi della verità. Abbinano così i due metodi di lotta ricorrendo all’arte veramente insuperabile della fortezza.
All’interno raddrizzano le distorsioni della sana dottrina con l’insegnamento illuminato, all’esterno sanno sostenere virilmente ogni persecuzione.
Correggono gli uni ammaestrandoli, sconfiggono gli altri sopportandoli. Con la pazienza si sentono più forti contro i nemici, con la carità sono più idonei a curare le anime ferite dal male.
A quelli oppongono resistenza perché non facciano deviare anche gli altri.
Seguono questi con timore e preoccupazione perché non abbandonino del tutto la via della rettitudine.
Consideriamo quanta fatica sia sopportare al medesimo tempo le avversità all’esterno e difendersi allo interno contro le proprie debolezze.
L’apostolo Paolo all’esterno sopporta battaglie, perché è lacerato dalle battiture, è legato da catene; all’interno tollera la paura, perché teme che la sua sofferenza rechi danno non a sé, ma ai discepoli.
Perciò  Paolo scrive loro: “nessuno si lasci turbare in queste tribolazioni. Voi stessi  infatti sapete che a questo siamo destinati” (1^ Ts.3,3).
Nella propria sofferenza temeva la caduta degli altri, e cioè che i discepoli, venendo a conoscenza che egli veniva percosso per la fede, ricusassero di professarsi fedeli.
O sentimento di immensa carità!
Sprezza ciò che egli stesso soffre, e si preoccupa che nei discepoli non si formino concezioni sbagliate.
Sdegna in sé le ferite del corpo, e cura negli altri le ferite del cuore.
I grandi infatti hanno questo di particolare che, trovandosi nel dolore della propria tribolazione, non cessano di occuparsi dell’utilità altrui; e, mentre soffrono in se stessi sopportando le proprie tribolazioni, provvedono agli altri, consigliando quanto loro abbisogna.
Sono come dei medici eroici, colpiti da malattia: sopportano le ferite del proprio male e provvedono gli altri di cure e di medicine per la guarigione.

Publié dans:Bibbia - Antico Testamento, Papi |on 27 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

IL SIGNORE HA DATO, IL SIGNORE HA TOLTO» (Giob. 1,21)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_i.htm#

IL SIGNORE HA DATO, IL SIGNORE HA TOLTO» (Giob. 1,21)

 San Gregorio Magno *

San Gregorio Magno (540-604) fu successivamente prefetto della città di Roma, monaco e fondatore di monasteri, diacono e legato a Costantinopoli, ed infine papa in un contesto storico molto fosco. Questo grande mistico, che conservò sempre in cuore la nostalgia della sua vita monastica, seppe essere un pastore ammirevole. I suoi scritti spirituali hanno profondamente influenzato la pietà medioevale.

Dopo aver perduto tutti i suoi beni e tutti i suoi figli, Giobbe si alzò, si stracciò le vesti, si rase il capo e, prostrandosi a terra, adorò (cfr. Giob. 1, 20). Lo stracciarsi le vesti, il gettarsi a terra col capo raso, mostrano bene che egli sentiva il dolore di queste sventure. Ma quell’«adorò» che vi si aggiunge sta a testimoniare che, sia pure nel dolore, egli non si ribellava contro la decisione di chilo colpiva. Ascoltiamo quello che disse allora: Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò (Giob. 1, 21)… Poiché per volontà del Signore era stato privato di tutto, per poter conservare la pazienza si richiamò alla mente il tempo in cui non possedeva ancora nulla di ciò che aveva perduto; e così il pensiero di non aver avuto, una volta, nessuno di quei beni, mitiga il dolore di averli perduti. E’ infatti una consolazione grande, quando perdiamo i nostri beni, ricordarci del tempo in cui non li possedevamo.
Poiché la terra ci ha generati tutti, non è sbagliato chiamarla nostra madre. Per questo la Scrittura dice: Un giogo pesante grava sui figli di Adamo, dal giorno della uscita dal seno della loro madre, fino al giorno del ritorno alla madre dI’ tutti (Eccli. 40, 1). E il beato Giobbe, per piangere, sì, ma nella pazienza, quello che ha perduto in questo mondo, considera attentamente lo stato in cui era quando vi giunse; e, per potersi mantenere più sicuramente in un atteggiamento di pazienza, pensa con un’attenzione ancora più grande allo stato in cui lo lascerà: Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. E’ come se dicesse: la terra mi ha portato alla luce nudo al mio ingresso nel mondo, la terra mi accoglierà nudo quando lo abbandonerò. Mi è stato tolto quel che avevo ricevuto e che dovevo lasciare: che cosa ho dunque perduto che fosse realmente mio?
E siccome la consolazione non ci deve venire soltanto dal pensiero del nostro stato, ma anche dalla considerazione della giustizia del nostro Creatore, ben a ragione Giobbe continua così: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come piacque al Signore, così è avvenuto (Giob. 1, 21 Vulg.). Quest’uomo aveva perduto tutto per la tentazione dell’avversario; ma sapendo che Satana non avrebbe avuto il potere di tentarlo senza il permesso di Dio, non disse: «Il Signore ha dato, il diavolo ha tolto»; ma: 1/ Signore ha dato, il Signore ha tolto. Forse ci sarebbe stato motivo di lamentarsi se quel che il Creatore gli aveva dato, il nemico gliela avesse portato via; ma siccome chi ha tolto è proprio colui che ha dato, egli non ha portato via cose nostre: si è soltanto ripreso le sue. Se da lui infatti riceviamo i beni di cui facciamo uso in questa vita, perché lamentarci se egli vuole che restituiamo quello che nella sua bontà ci aveva prestato?…
Ascoltiamo ora Giobbe che conclude la sua preghiera lodando il suo giudice con queste parole di benedizione: Sia benedetto il nome del Signore (Giob. 1,21). Questo benedire il Signore è come la conclusione di tutto ciò che Giobbe ha pensato di giusto… Quest’uomo, anche quando è percosso da Dio, gli innalza un inno di gloria.

* Moralia, Il, 29-32: PL 75,569-571.

Publié dans:Bibbia - Antico Testamento, Papi |on 23 septembre, 2010 |Pas de commentaires »
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