Archive pour la catégorie 'Bibbia – Antico Testamento'

IL « Decalogo » di Gianfranco Ravasi

http://www.tanogabo.it/religione/DECALOGO.htm

IL “DECALOGO”

Io sono il Signore, tuo Dio… Non avrai altri dèi di fronte a me! (Esodo 20,2-3)

(Gianfranco Ravasi)

« Decalogo” è il termine greco usato per definire quelle “dieci parole” fondamentali che reggono la morale biblica, ma che hanno in filigrana anche i valori etici generali e naturali. Certo, il fatto che queste “parole” siano Parola di Dio che è comunicata dalla vetta del Sinai, il monte dell’alleanza tra il Signore e Israele, imprime al Decalogo una radicale qualità religiosa, attestata soprattutto dal primo comandamento che ha ben tre formulazioni: teologica («Non avrai altri dèi…»), pastorale («Non ti farai idolo né immagine alcuna…») e liturgica («Non ti prostrerai davanti a loro nè li servirai»).
La sequenza dei precetti è affidata a imperativi netti e negativi del tipo:
«Non fare!». In realtà, questo è un modo per esaltare anche il contenuto positivo che essi posseggono, così da non rendere la morale biblica solo un’etica del proibito. Potremmo commentare il primo comandamento, cardine di tutti gli altri, con le parole dello Shema’ l’”Ascolta!”, la professione di fede cara a ogni ebreo: «Ascolta, Israele! Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo! Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Deuteronomio 6,4-5).
Il secondo comandamento — «Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio» —‘ più che la bestemmia, quasi inconcepibile nell’antichità nella forma volgare praticata presso di noi, condanna l’idolatria, essendo l’idolo una cosa “vana”. Si rigetta, così, ogni degenerazione religiosa. Il sabato, terzo comandamento, è l’oasi spirituale del culto, incastonata nel tempo feriale: attraverso essa si entra nel “riposo” divino, l’eternità, e si scopre l’armonia con la creazione e si esalta la libertà. Il quarto comandamento è il cardine della vita sociale, tant’è vero che è seguito da una benedizione: nel padre e nella madre, che sono l’asse della famiglia, si riassumono tutte le relazioni sociali.
Il «non uccidere» del quinto comandamento celebra in positivo il diritto alla vita. Certo, nell’Antico Testamento esistevano eccezioni sancite dalla legge del taglione o dall’”anatema”, la strage sacra, o dalla pena capitale. Sarà Cristo che ricondurrà il precetto alla sua radicalità autentica (vedi Matteo 5,21-22). Il «non commettere adulterio» — sesto comanda- mento — esalta il diritto al matrimonio e propone un uso umano e corretto della sessualità. Il settimo comandamento, prima ancora che la tutela della proprietà, ha di mira la libertà personale (il «non rubare» vuole, infatti, colpire le razzie coi relativi sequestri di persona).
La verità, soprattutto in ambito processuale, decisiva in una civiltà di tipo orale, è l’oggetto dell’ottavo comandamento che tutela il diritto all’onore contro ogni «falsa testimonianza» processuale. Il nono e il decimo comandamento puntano al diritto della proprietà familiare: tra i beni (casa, schiavi, bue, asino) è inserita anche la donna, considerata, in una società patriarcale e maschilista, un tesoro in quanto fattrice di figli e non un “tesoro” in senso affettivo.
È, questo, il segno dell’incarnazione della Parola di Dio che non deve farci dimenticare i valori sottesi a formulazioni che sono spesso contingenti e vincolate a epoche storiche determinate. Il Decalogo rimane, comunque, come diceva lo stesso Lutero, «lo specchio migliore in cui tu possa vedere ciò che ti manca e ciò che devi cercare».

LE PAROLE PER CAPIRE
CASA – Nel linguaggio biblico bajit, “casa”, non designa solo l’edificio materiale ma anche il “casato”, ossia le persone che in esso vivono. Per questo la promessa che Dio fa a Davide di erigergli una “casa” significa la scelta divina di essere presente nella dinastia davidica (il “casato”) fino all’apparire del Messia (2 Samuele 7). ‘Casa” per eccellenza è anche il tempio di Sion.
IMMAGINE – A differenza della nostra concezione, per un orientale l’immagine partecipa della realtà in modo efficace. Per questo non è lecito costruire un’immagine divina perché sarebbe un atto di magia, una sorta di possesso e di manipolazione di Dio (idolatria). L’unica immagine di Dio autentica è la creatura umana, voluta dallo stesso creatore (Genesi 1,26-27). 

MOSÈ: IL DIO MISERICORDIOSO SI RIVELA LIBERANDO, FACENDO ALLEANZA E PERDONANDO I SUOI FIGLI. LIBRO DELL’ESODO

http://www.collevalenza.it/CeSAM/02_CeSAM_0007.htm

MOSÈ: IL DIO MISERICORDIOSO SI RIVELA LIBERANDO, FACENDO ALLEANZA E PERDONANDO I SUOI FIGLI. LIBRO DELL’ESODO

Roberto Lanza

Nella tradizione biblica, il perdono è una delle manifestazioni del mistero stesso di Dio che si rivela « misericordioso »(1) . Il libro dell’Esodo, l’avvenimento fondatore della liberazione e della fede del popolo di Israele, evidenzia in maniera determinante questa misericordia di Dio: « Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti: conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo »(Es 3,7).
Per il popolo dell’Alleanza, la misericordia di Dio è per prima cosa frutto di un’esperienza, durante tutto il corso della sua storia esso ha preso coscienza che Dio è una presenza viva e il suo amore gratuito, in Lui tutto è grazia. L’essere misericordioso diventa quindi un aspetto privilegiato dello stesso essere di Dio, Dio resta fedele al suo impegno, il Suo è un amore fedele perché non può rinnegare se stesso; esiste dunque uno stretto legame fra l’amore e la fedeltà, la misericordia è innanzi tutto questa fedeltà di Dio verso sé stesso, fedeltà verso la sua parola che è promessa.
Ed è in questo contesto di misericordia che la figura di Mosè acquista un importanza fondamentale, Egli rappresenta lo sforzo di Dio per liberarci continuamente, per rimettere in gioco la nostra autenticità ed identità di figli, è l’uomo che sa rischiare, sa battersi per una giusta causa, sa affrontare i potenti, sa incoraggiare il suo popolo timoroso e disobbediente.
La sua audacia, il suo coraggio, la sua tempra di guida del popolo hanno un segreto: Mosè sa parlare con Dio fino al punto che ne diventa strumento di misericordia.
Sul monte Sinai Mosè riceve la rivelazione del cuore di Dio: « Mosè invocò il nome del Signore e il Signore passò davanti a lui proclamando…. il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa […] (Es 34,6). Israele oppresso dalle colpe avendo infranto l’Alleanza non può, secondo la semplice giustizia, avanzare un diritto alla misericordia di Dio; tuttavia, malgrado le sue infedeltà, i profeti lo invitano sempre a conservare la fiducia e la speranza poiché Dio è fedele a sé stesso responsabile e coerente del proprio amore: « Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati » (Ez. 36,22). Ma Dio ama ed usa misericordia soprattutto in senso materno, lo lega all’uomo lo stesso rapporto che unisce la madre ad un figlio, una relazione unica, forte, un amore particolare, un’esigenza del cuore stesso di Dio, una tenerezza gratuita fatta di pazienza e comprensione: « Sion ha detto il Signore mi ha abbandonato, si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai » (Is. 49,15).
Il Signore si presenta, come Uno di cui si può aver fiducia: qui sul monte, la liberazione si è compiuta, si realizza la promessa: « Questo è il segno che sono Io a mandarti: quando tu condurrai il popolo fuori dall’Egitto, voi servirete Dio su questa montagna » (Es 3, 12), è ciò che aveva detto YHWH a Mosè, nel luogo del roveto ardente.
La storia stessa è Rivelazione; gli avvenimenti e le esperienze, celano insegnamenti e sono segni dell’intervento di YHWH. »…vi ho fatti venire fino a me » è il senso di tutto lo sforzo di Dio, per liberare i suoi: è questo l’incontro mediante il quale Egli voleva farsi conoscere e legarsi a loro; si tratterà allora, di ascoltare attentamente la sua voce e, poiché questa voce ha parlato di « alleanza », è necessario « fare veglia » su di essa.
Talvolta, infatti, si è portati a credere che l’espressione « concludere l’alleanza » indichi un punto d’arrivo, una situazione definitiva: l’alleanza è piuttosto l’inizio di una storia che comincia; osservarla significa custodirla nella verità e nella fedeltà, comprenderne e viverne il senso, il valore, la forza, riconoscendo ad essa uno spessore concretamente vitale per l’esistenza di ognuno di noi. Nel caso della relazione fra Dio e l’uomo, la distanza, la disparità è massima ma questo non impedisce la costituzione di un rapporto né tantomeno l’amicizia e la comunione.
Nel concetto biblico di « beryt » (alleanza), il proponente (Dio) è chiamato ad un impegno di fedeltà assoluta, irrevocabile; il destinatario, al contrario, resta più libero, più svincolato. Nel proporre questo tipo di alleanza, Dio rivela la sua scelta di fedeltà assoluta che non vacilla neppure quando l’uomo tradisce e consegna alla controparte la libertà di ricambiarlo.
L’alleanza dunque non è un contratto, ma una relazione, un impegno, un modo di vivere insieme, un rapporto tra persona e persona.
« … Se vorrete ascoltare la mia voce … » non si richiede un impegno forzato, l’alleanza si compie in piena libertà, si offre a un popolo libero; e questa libertà si trasforma in proprietà elettiva « …sarete per me la proprietà tra tutti i popoli ».(Es 19.5)
Per il cristiano la nuova alleanza, stipulata con il sangue di Cristo, conduce ad una nuova relazione con Dio: « Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui, e prenderemo dimora presso di lui » (Gv 14,23). La nuova alleanza è diventata una relazione intima, personale, non più scritta sulle Tavole ma nel cuore ma resta valido il principio della libertà. Il carattere che conferisce originalità a questa relazione, è l’amore: sono note le frequenti immagini sponsali con le quali i profeti, primo dei quali Osea, descrivono l’incontro, le fughe, i riavvicinamenti d’Israele al suo Dio.
L’iniziativa d’amore non poteva che venire da Dio, in quanto essa costituisce una rivelazione di senso possibile solo al Signore della storia; definendo infatti la natura del legame che lo unisce a Israele, Dio rivela l’essenza stessa del popolo: l’essere cioè costituito quale oggetto del suo amore; l’alleanza si muove dall’Essere di Dio, » Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo » (Es 24, 7 b). Non ci potrebbe essere affermazione migliore, che riassuma l’atteggiamento del popolo di Dio, nella perfetta fedeltà al suo Signore.

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento, biblica |on 23 février, 2012 |Pas de commentaires »

Omelia sulla prima lettura di Isaia: Grandi cose ha fatto il Signore per noi

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/9568.html

Omelia (25-03-2007)

don Marco Pratesi

Grandi cose ha fatto il Signore per noi

Isaia si rivolge a Israele esiliato in Babilonia e dice: « Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche ». Invito ben strano, se si pensa che il ricordare è uno dei doveri principali dell’Israelita, il quale non dovrà mai lasciar cadere il ricordo della storia del suo popolo. L’Antico Testamento è in fondo una grande, continua rilettura della storia della salvezza, e l’idea stessa di memoriale, celebrazione che attualizza il passato, vi è fondamentale.
A prima vista verrebbe da interpretare l’invito del profeta come una esortazione a dimenticare i dolori e le sofferenze del presente, l’esilio, viste non solo come sul punto di finire ma, in una anticipazione profetica, già passate. Il contenuto dell’esortazione sarebbe allora tutto sommato esiguo: « passerà, non pensiamoci ». Qualcosa di simile a quelle consolazioni a buon mercato nelle quali tante volte ci produciamo nel volenteroso tentativo di consolare qualcuno che soffre.
Ma qui si dice altro. L’invito a dimenticare si riferisce ai fatti dell’Esodo e al passaggio del Mar Rosso dei quali, in un’apparente contraddizione, il profeta fa menzione. Israele si era abituato a riferirsi a quell’episodio come prototipo dell’intervento salvifico di Dio; ma proprio questo è da dimenticare! Nel senso che adesso Dio sta per intervenire con un nuovo intervento paragonabile a quello: il ritorno di Israele in patria. Come aveva aperto una strada nel mare, ne aprirà una nel deserto. Ci sarà un nuovo esodo.
La salvezza di Dio non sta mai solo nel passato, essa è qui, per noi, adesso. Il fare memoria del passato, cosa doverosa, non può portarci a perdere di vista che è nel presente che Dio sta costruendo qualcosa, magari sotto forma di piccolo, appena visibile germoglio. Fare memoria della storia della salvezza serve esattamente a questo: aiutarci a capire e a vedere l’opera di Dio ora.
Con ciò si apre anche il futuro. Colui che sa discernere l’azione di Dio nell’oggi (personale, ecclesiale, universale), passa da una prospettiva chiusa – non ci sono strade, non si va da nessuna parte – a una aperta – Dio sta aprendo una strada dove umanamente non c’è passaggio -. La storia quindi va da qualche parte, il futuro si apre, la speranza rinasce.
Le dimensioni di passato, presente e futuro sono indissolubilmente unite nella vita cristiana, l’una non potrebbe reggersi senza l’altra.
Tutto ciò trova la sua concentrazione massima – fonte e vertice – nella celebrazione eucaristica, memoriale liturgico della pasqua di Gesù. Il suo passaggio da questo mondo al Padre, passaggio attraverso la morte nell’amore, costantemente e sempre nuovamente letto alla luce di tutta la storia della salvezza, ci apre il presente come luogo della manifestazione di Dio, e il futuro come strada attraverso la quale egli senza sosta viene a noi.

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

Il libro di Giobbe (« il mondo della sofferenza » citazione mia dal testo)

http://www.santaluciagonfalone.it/RiflessioniLibrodiGiobbe.pdf

Il libro di Giobbe  (« il mondo della sofferenza »)

Nel mondo degli «invisibili» della nostra città non  è difficile incontrare il volto di Giobbe. Improvviso crollo finanziario, una congiura di incomprensibili circostanze e lo vedi con il cappotto logoro, la barba lunga, i vestiti sporchi, affannosamente alla ricerca  di un po’ di ristoro da una mensa all’altra. Sempre in attesa di           qualcheamico che gli  parli.  Riconosci il suo viso nelle nuove camere dell’ospedale, con                                   belle tende verdi. Lacrime soffocate e silenzi imbarazzanti.  Nelle celle delle carceri. Urla oltre ogni barriera. Percepite sempre in ritardo  Giobbe.  Straordinario personaggio biblico, di ieri e di oggi. Volto dai  tratti inconfondibili della sofferenza e del dolore di ogni genere.  Il testo biblico «vetta della letteratura mondiale» ha un fascino del tutto particolare. Non solo si legge e rilegge,  ma si è letteralmente  attratti.  «Io non lo leggo con gli occhi come si legge un altro libro, me lo metto per così dire sul cuore e in uno stato di clairvoyance interpreto i singoli passi nella maniera più diversa. Come il bambino che mette il libro sotto il cuscino per essere certo di non aver dimenticato la lezione quando al mattino si sveglia, così la notte mi porto a letto il libro di Giobbe» (Kierkegaard). Sia con le pagine in prosa, sia con quelle in poesia il lettore è accompagnato, dal vecchio Giobbe, alla conoscenza dell’uomo, alla esplorazione dell’assurdo mondo della sofferenza, ma soprattutto è introdotto al cospetto di Dio. Il nucleo del libro è proprio questo: l’appassionata ricerca di Dio. 
«Magari sapessi come incontrarlo,
come giungere al suo tribunale!
Esporrei davanti a lui la mia causa, con la bocca colma di argomenti,
saprei con che parole mi risponde
e comprenderei ciò che mi dice» (Gb23,3-5).
La vicenda inizia con l’improvviso cambiamento di scenario, che capovolge radicalmente e «senza ragione» la  felice esistenza di Giobbe, uomo giusto, onesto e pio. Nonostante tutto però, egli non si rivolta contro Dio, come avrebbe atteso e desiderato Satana.
«Nudo uscii dal grembo di mia madre
nudo vi ritornerò. 
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto:
sia benedetto il nome del Signore!» (1,21).
Perfino quando è toccato nella sua pelle. «Dalla testa ai piedi coperto di piaghe». Giobbe non si rivolta. La sua stessa moglie, parlando da «insensata» e vedendolo soffrire, esclama: «Maledici Dio e muori».  Quante volte, anche a noi, la fine appare migliore di un lento dissolversi. Le inutili ed interminabili notti. Gli insopportabili giorni. Alcuni amici si avvicinano a Giobbe. In un primo tempoprovano imbarazzo. Come tutti dinanzi alla sofferenza. «Quando lo videro da lontano, non lo riconoscevano più e scoppiarono a piangere; …si sedettero con lui per terra sette giorni e sette  notti senza dirgli una parola, vedendo l’atrocità della sua sofferenza» (2,12-13).  Quando finalmente l’angosciante silenzio è rotto con un urlo dallo stesso Giobbe, gli amici, consapevoli difensori di Dio, cominciano ad esprimere il loro pensiero. Presumono di aiutare Giobbe a comprendere la sua situazione: accusandolo. Si avventurano, da esperti, in una «logica» e «ragionevole» difesa del Creatore. Sono teologi, ma  ormai superati dalla storia.  Con competenza e dovizia di particolari, in un immaginario e grandioso processo, difendono Dio ed accusano Giobbe.  Elifaz di Teman, Bildad di Shuk e Sofar di Naamat sono la punta di diamante del retribuzionismo: ogni sofferenza, spiegano, è sanzione di peccati personali.  Pur avendo tale dottrina varie e diversi livelli di applicazione fondamentalmente il ritornello è sempre lo stesso: «Dio non rigetta l’uomo giusto né dà man forte al malvagio». Veramente Giobbe, immerso nell’assurdità di una esistenza carica di sofferenza, gratuita ed ingiustificata, aveva toccato il lembo estremo della preghiera dell’uomo: gridare a Dio il non senso di ciò che gli è toccato vivere. Incatenato dal dolore e come  conficcato  sulla nuda terra, dal profondo grida:
«Muoia il giorno in cui nacqui,
la notte che disse: “han concepito un maschio”.
Quel giorno sia tenebra….
Si oscurino le stelle dell’aurora, 
attenda la luce e non giunga
non veda il palpebrare dell’alba …
Perché ha dato luce ad un disgraziato
e vita a chi la passa in amarezza
a chi brama la morte che non viene
e scava per cercarla più di un tesoro …
Vivo senza pace, senza quiete, senza riposo
in una agitazione continua» (3 passim).
Agli amici, avvocati e convinte guardie del corpo di Dio, il personaggio Giobbe sembra riassumere le obiezioni di ogni tempo alla religiosità dell’uomo, alla professione del suo credo.  Giobbe con calore sostiene che l’esperienza non è affatto come dicono gli amici. Non solo egli si proclama innocente, ma sostiene che i fatti smentiscono le tesi degli amici teologi. È sotto gli occhi di tutti l’opposto di quanto essi affermano:
«Perché i malvagi continuano a vivere
e invecchiando si fanno sempre più ricchi? …
La verga di Dio non li sferza».
«Ma Dio riserva il castigo per i suoi figli» (21, 7.19).
Giobbe, come ogni lettore che lo segue attentamente,  non accetta una falsa consolazione. Si ribella all’immagine di Dio che viene presentata dai suoi amici. Man mano che la lettura prosegue, Giobbe sembra dar voce a tutte le nostre obiezioni. Non abbiamo visto anche noi gente senza scrupoli arricchirsi rapidamente e facilmente? A loro tutto va a gonfie vele. E anche noi dal profondo  abbiamo gridato:
Ma Dio dov’è? È divenuto insopportabile il suo silenzio.  Anche noi abbiamo toccato con mano. Abbiamo parlato perché toccati nel vivo. La vita di chi è retto, onesto sembra sempre in salita. La sua strada è aspra. Le prove pare non finiscano mai. «Dio ha allentato la mia corda e mi ha umiliato …La notte mi penetra nelle ossa poi che  non dormono le piaghe nelle ossa. …Lui mi afferra con violenza per la veste …mi getta nel fango e mi confonde con la polvere e la cenere» (30,11.18-19).
Neppure l’inserimento di un nuovo interlocutore convince Giobbe.  «I tre non replicarono più a Giobbe, persuasi del fatto che lui si ritenesse giusto. Allora Elihu, figlio di Berekel del clan di Ram, originario di Buz, s’indignò contro Giobbe, perché pretendeva giustificarsi davanti a Dio. Il suo sdegno esplose anche contro i tre amici, poiché non trovando una risposta, avevano messo Dio dalla parte del torto» (32,1-4).  L’indignazione del giovane Elihu ha un sapore tutto teologico. Il libro ha lo scopo di far riflettere il lettore su quale sia la sua immagine di Dio.   Le argomentazioni di Elihu sono ambigue. Sembra ispirato nel suo linguaggio, ma allo stesso tempo appare quasi troppo sicuro di sé.
«Parlerò e mi sfogherò
Aprirò le labbra per rispondere.
Non prenderò partito per nessuno
nessuno adulerò
perché non so adulare
e perché mi eliminerebbe il mio Creatore» (32,20-22).
Neppure la difesa erudita, documentata di Elihu convince Giobbe. L’uomo, sembra concludere Elihu, non può raggiungere Dio. Si contenti quindi Giobbe delle risposte che abbiamo. Non si ponga altre domande. Tutti gli avvocati di Dio, parziali e troppo a suo favore, non danno una spiegazione convincente a chi è inchiodato sulla nuda terra, con le piaghe sempre sanguinanti. Che fare?  Quale strada prendere? Giobbe osa l’impensabile.  Dio. Sia lui a parlare. «Allora il Signore parlò a Giobbe di mezzo alla tempesta» (38,1). «Giobbe oscilla tra la spasmodica ricerca di Dio e l’esaltante esperienza di Dio. Il Signore sfidato diviene a sua volta sfidante dell’uomo» (G. Ravasi). 
Come Giacobbe, l’uomo rappresentato da Giobbe, è chiamato a  lottare con tutte le forze con Dio. In questa lotta, corpo a corpo, è la sua più bella ed esaltante avventura. Dio non potrà mai essere afferrato, non potrà mai essere preso. Non è possibile racchiuderlo nei nostri schemi. Egli sfugge ad ogni presa. È sempre al di là. Seduce e scompare. Lo abbracci e lo ricerchi. Giobbe, nella lotta, assapora la sua indicibile presenza. Anche sotto interrogatorio, gusta la sua Parola e «riconosce davanti alla sfilata dei segreti cosmici della requisitoria di Dio, di non essere in grado di sondare che qualche particella microscopica, mentre Dio sa percorrerli con la sua onniscienza ed onnipotenza» (G. Ravasi). 
Partendo dalla ragione, l’uomo farà l’esperienza di Dio solo superando la ragione stessa. Nell’assurdità della sofferenza, parabola mai compiuta dell’esistenza umana, Giobbe accetta che ci sia un altro piano. Quanto deciso su quel piano Giobbe, ora avvolto dal Mistero: lo accetta. 
Arreso. Guarito.
«Ti conoscevo per sentito dire
ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5).
Giobbe, ora davvero felice, riprende i suoi passi nel giardino
della storia.

P. Franco Incampo cmf

Rettore S. Lucia del Gonfalone

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 11 février, 2012 |Pas de commentaires »

“Il profumo non manchi mai sul tuo capo” (Qoelet 9,8) – Gioia e feste nella Bibbia*

dal sito:

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/migrants/pom2002_88_90/rc_pc_migrants_pom88-89_bieberstein.htm
 
Pontifical Council for the Pastoral Care of Migrants and Itinerant People

People on the Move – N° 88-89, April – December 2002

“Il profumo non manchi mai sul tuo capo” (Qoelet 9,8)

Gioia e feste nella Bibbia*

Dott.ssa. Sabine Bieberstein,
Bamberg

“Il profumo non manchi mai sul tuo capo…”. Ignoro quando è stata l’ultima volta che avete avuto l’olio profumato sul capo… Forse per alcuni di voi non è nemmeno troppo estraneo a ciò che fa parte del vostro lavoro: truccarsi e prepararsi, ungersi e farsi belli. Per me personalmente sarebbe un’idea strana, perché non uso ungermi la testa, benché il pensiero di oli preziosi e di profumi inebrianti sia in qualche modo attraente anche per me.
Per lo scrittore biblico che noi chiamiamo Qoelet, quest’olio profumato sul capo è segno di un modo di vita molto festoso e lieto. Qoelet vede il mondo e tutto ciò che avviene con uno sguardo molto realistico. Chiama le cose con il loro nome: per esempio certuni vivono alle spalle degli altri, e noi ci manteniamo a galla attraverso molta ipocrisia. Riconosce la caducità della ricchezza quanto la fragilità della vita umana. Ne deduce che tutto è fumo al vento. Tuttavia questo non significa per lui che dobbiamo rassegnarci e diventare fatalistici, ma, al contrario, che dobbiamo prendere il giorno come esso si presenta, stimarlo e festeggiarlo:

Va’, mangia con gioia il tuo pane,
bevi il tuo vino con cuore lieto,
perché Dio ha già gradito le tue opere.
In ogni tempo le tue vesti siano bianche
e il profumo non manchi sul tuo capo.
Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace,
che Dio ti concede sotto il sole,
perché questa è la sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole. (Qoelet 9, 7-9)

L’ultimo richiamo, quello cioè di godere la vita con la sposa amata, fa pensare che sia indirizzato da un uomo ad un altro. Ma è un particolare trascurabile. Per Qoelet il mangiare e il bere bene e con diletto fa parte della gioia di vivere, così come i vestiti belli e puliti, l’olio profumato e l’amore. Cose che ancora oggi mettiamo in relazione con le feste e con un buon tenore di vita.
La Bibbia sembra intendersi della gioia di vivere e di festeggiamenti e questo per parecchi è forse una sorpresa, perché molte persone la considerano un librone fuori moda ed antiquato. Ma, una volta aperto, è pieno di sorprese, e di gioia di vivere, di feste, di musica, di danza, ecc.
Per una vera festa occorre il vino buono
Secondo la Bibbia, per una buona festa occorre, in tutti i casi, un buon pranzo. Il mangiare compare in quasi ogni pagina della Bibbia e varrebbe la pena di far notare una volta solo questi brani.
Qualche esempio:
Per un buon pranzo occorre un buon vino. Non è a caso che il primo miracolo che Gesù compie nel Vangelo di Giovanni sia la trasformazione dell’acqua in vino in occasione di uno sposalizio, perché la gente possa continuare a festeggiare e la festa non debba finire prima del tempo.
La considerazione del mangiare e del bere in comune arriva a descrivere anche il giudizio universale con immagini di un banchetto. Nel libro di Isaia per esempio sta scritto:

Il Signore degli eserciti preparerà su questo monte
un banchetto di grasse vivande,
un banchetto di vini eccellenti,
di cibi succulenti, di vini raffinati. …
Eliminerà la morte per sempre.
Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto. (Isaia 25,6.8)

Dio stesso, così afferma questa immagine audace, porrà fine ad ogni dolore, vincerà la morte, asciugherà le lacrime di tutti i popoli e questo viene provato e festeggiato in un meraviglioso banchetto dove Dio si mostra come vero buongustaio e intenditore di vini. Un’immagine stupenda e affascinante. In una terra che spesso è stata travolta da guerre in quanto fantoccio delle nazioni superpotenti, che è colpita da siccità e carestia e dove non era certo che tutti gli uomini avessero cibo sufficiente e potessero vivere in pace, – in questa terra per la festa celeste è necessario che tutta questa miseria, la guerra e la morte onnipresente abbiano fine, e che Dio stesso sieda a tavola e festeggi la vita nella sua magnificenza e nella pace fra i popoli.
Anche Gesù parla del Regno di Dio usando immagini di un grande banchetto: questo Regno di Dio, dice, è come quell’uomo che aveva invitato ad un banchetto ed aveva preparato tutto per la festa: aveva macellato dei vitelli, decorato la sala e preparato il vino; poi un ospite dopo l’altro cominciò a scusarmi di non poter partecipare: uno si era appena sposato, un altro aveva comprato dei buoi e un altro ancora un campo. Erano tutti motivi meritevoli di attenzione, ma se tutti gli ospiti disdicono, non si può fare certamente la festa. Perciò il padrone di casa della nostra parabola reagisce in modo irritato. Non disdice la festa, ma orda al suo servo di uscire per la strada e condurre nella sua casa tutte le persone che avrebbe trovato: mendicanti, pubblicani, prostitute, ecc. Tutti trovano un posto – e la festa può cominciare (vedi Luca 14,16-24).
Vestiti di festa per la preziosità dell’occasione
Ritornando al nostro testo nel libro di Qoelet notiamo che, secondo il concetto biblico, per una festa occorrono pure abiti da festa. La lingua tedesca conosce il proverbio “i panni rifanno le stanghe” e forse esistono simili espressioni anche in altri ambienti culturali. Questo proverbio dice anzitutto che i vestiti sono la manifestazione esteriore della posizione o della situazione di una persona, come pure che sono l’espressione della sua condizione interiore. Non a caso esistono vestiti da lutto o divise oppure vestiti per determinate occasioni, di conseguenza anche per la festa. Chi non avesse i mezzi per abiti da festa adeguati, farà di tutto per prepararsi ad una festa con i mezzi che ha a disposizione. I vestiti vanno perlomeno lavati e si esprime l’atmosfera festosa con qualsiasi piccolo oggetto.
Anche nella parabola di Gesù del banchetto celeste compaiono dei vestiti di festa. Qui invece viene gettato fuori dalla sala chi non indossa un abito da festa (Mt 22,1-14). Il Regno di Dio assomiglia dunque ad una festa, ma per tale festa occorrono certi preparativi come gli abiti da festa. Lo si può forse spiegare con la necessità di adeguati modi di comportarsi conformi a questa festa del Regno di Dio. Parlerò più tardi di questo significato.
Olio profumato per la dignità di ogni persona
All’inizio abbiamo visto un’ulteriore ingrediente per la festa: l’olio profumato sul capo. Certi olii ed unguenti, per esempio con nardo (indiano), mirra, cannella o estratto aromatico, erano preziosissimi nell’antichità e in Israele.

In Israele, come pure nei paesi confinanti, i re ed i profeti venivano unti con l’olio.
Si ungevano pure i morti per rendere loro le onoranze funebri. Nel vangelo di Marco (14,3-9) leggiamo che quando Gesù, poco prima del suo arresto, stava a mensa nella casa di Simone, giunse una sconosciuta. Aveva con sé un vasetto di olio prezioso, lo ruppe e versò l’olio sul capo di Gesù. Con questo gesto ella lo unse quale Messia, ma anticipò pure la sua estrema unzione che non poté essere eseguita regolarmente, perché venne giustiziato come rivoltoso politico.
L’olio e gli unguenti preziosi spettavano pure alle feste. Le padrone di casa ungevano – spesso all’inizio e alla fine della festa – i loro ospiti con olio, come descritto da Dio nel Salmo 23,5:

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.

Anche qui si parla di Dio come di un padrone di casa che si prende interamente cura del benessere dei suoi ospiti e non prepara loro solo un pranzo, ma li unge con l’olio. Anche secondo il Salmo 104,15 è Dio stesso che provvede perché “l’olio faccia brillare il volto dell’uomo”.
Tali unzioni venivano considerate un’opera di bene. Il Salmo 133 parla di un’opera di bene, quando fratelli e sorelle abitano insieme in armonia “è come olio profumato o sul capo, che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste” (Salmo 133,2). Questo strano modo, per noi, di esprimersi indica che gli unguenti venivano portati sul capo come coni di grasso, e col tempo, grazie al calore, si scioglievano e propagavano il loro inebriante profumo. Un bene sotto molti aspetti, specialmente in un ambiente dove non era facile attuare l’igiene quotidiana del corpo.
Tali unzioni in occasione della festa esprimono ancora di più: la preoccupazione per il benessere è un primo aspetto. Quando le persone vengono unte con olio prezioso viene attribuita loro una adeguata dignità e preziosità. è un segno meraviglioso se reciprocamente ci si può aggiudicare questo e se viene anche detto da Dio. Che incoraggiamento: Dio attribuisce a te e a me tale dignità.
Cosa è una festa senza musica e danza?
Se si guarda alle vostre personali usanze di festa, vi fanno certamente parte diverse altre cose. Per esempio la musica e la danza, cose che troviamo anche nella Bibbia. Alle feste in diverse occasioni troviamo persone che fanno musica, cantano, danzano. Mirjam, sorella di Mosè e Aronne, si serve, dopo il riuscito passaggio del mare di canne (Schilfrneer), del tamburo a mano e precede cantando e danzando tra le donne per accogliere con giubilo la salvezza del popolo di Israele e per festeggiare:
Allora Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un timpano: dietro di lei uscirono le donne con i timpani, formando cori di danze. Maria fece loro cantare il ritornello: « Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare cavallo e cavaliere!” (Es 15,20-22).
Dopo la vittoria di Davide e Saul sui Filistei, uscirono le donne da tutte le città d’Israele a cantare e a danzare incontro agli eroi con timpani, con grida di gioia e con sistri (1 Sam 18,6).
- Illustrazione Keel 313: Donna che, battendo sul collo, produce un alto tono di trillo
Quando l’arca di Dio veniva portata da Baala a Gerusalemme, Davide e tutta la casa d’Israele danzavano davanti all’arca con tutte le loro forze (2 Sam 6,5), con canti e con cetre, arpe, timpani, sistri e cembali. Purtroppo, Davide con questo eccessivo comportamento attirò su di sé l’indignazione di Michal, sua moglie, figlia di un re.
Non si festeggia soltanto dopo le vittorie militari. Sono occasione di festeggiamento anche gli sposalizi, oppure altri avvenimenti di gioia nella vita di una persona, di una famiglia, di una stirpe o città. In modo particolare la lode di Dio è motivo per servirsi di tutti i mezzi possibili per esprimere gioia e giubilo. Perciò i Salmi sono pieni di musica e di danza. I tipi di strumenti usati per la lode di Dio e per la festa sono molti e differenti:

Come esempio citiamo il Salmo 150:

Alleluia. Lodate il Signore nel suo santuario, lodatelo nel suo santuario.
Lodatelo per i suoi prodigi, lodatela per la sua immensa grandezza.
Lodatelo con squilli di tromba, lodatelo con arpa e cetra.
Lodatelo con timpani e danze, lodatelo sulle corde e sui flauti.
Lodatelo con cembali sonori, lodatelo con cembali squillanti.
Ogni vivente dia lode al Signore. Alleluia!

Penso che le cose non si siano svolte sempre ordinatamente. Cantare a piena voce, lodare a voce alta, e contemporaneamente danzare, fa pensare che la gioia non abbia sempre seguito le regole delle forme liturgiche. Il danzare nudo di Davide davanti all’arca di Dio fa arguire uno stato di trance o di ebbrezza e, se un re ha danzato fino a cadere in trance, altri avranno potuto fare altrettanto.
Nessuna festa senza regali – neanche per i poveri
La fine del libro di Ester fa notare un ulteriore aspetto delle feste bibliche: talvolta anche i regali fanno parte di una festa. Così alla fine del libro di Ester viene introdotto nell’ebraismo la festa dei Purim in cui l’intero popolo ricorda la salvezza dall’insidia e dalla persecuzione da parte dei suoi nemici:

Ester 9,21-23
Egli ha stabilito che ogni anno celebrassero il quattordici ed il quindici del mese di Adar come giorni di festa. Questi sono i giorni in cui gli ebrei ebbero tregua dagli attacchi dei nemici e il mese in cui il loro dolore era mutato in gioia, il loro lutto in festa, e perché facessero di questi giorni di banchetto e di gioia, nei quali si mandassero regali scambievolmente e si facessero doni ai poveri.
Fino ad oggi la festa dei Purim è una festa molto allegra, una festa per i bambini che si mascherano, fanno chiasso e ricevono regali – ma anche per i poveri di cui ci si ricorda particolarmente in quei giorni.
Scandire l’anno con le feste
Con la lode di Dio nei Salmi e ora anche con la festa dei Purim siamo definitivamente giunti alle feste religiose e di queste racconta la Bibbia più di tutto. Tali feste religiose scandivano l’anno – come da noi le feste solenni – tanto per quanto riguarda la vita pubblica quanto per la vita di famiglia e quella dei singoli individui.
I testi biblici indicano quattro feste principali che, con lo scorrere del tempo, hanno subito dei cambiamenti e hanno sovrapposto il loro significato. Per esempio, la festa di Pessach e Massot, che inizialmente erano due feste differenti, e poi si sono unite in una sola festa. Secondo i calendari di festa più antichi (Esodo 23,14-17; 34, 18; 22-23) vengono festeggiate tre feste principali che hanno un’origine rurale, anzitutto con la speranza in un buon raccolto ed il ringraziamento per questo. In occasione di queste tre fasi, gli israeliti dovevano fare un pellegrinaggio a Gerusalemme – cioè andare a piedi fino a Gerusalemme (il che poteva voler dire un viaggio di diversi giorni) – e presentare le loro offerte nel tempio, macellare gli animali e fare festa nell’ambito della famiglia. Queste tre feste primordiali erano la festa di Massot, la festa della settimana e la festa della vendemmia o festa dei tabernacoli.
La festa di Massot (festa del pane azzimo) ha origine nell’usanza che i contadini mangiavano, all’inizio di ogni nuovo raccolto, il pane di quello stesso raccolto in onore della divinità. Trattandosi di pane del nuovo raccolto veniva preparato senza lievito, cioè senza parte del cereale proveniente dalla vecchia raccolta. Nel mese di Abib, il “mese delle spighe”, si doveva far festa per sette giorni (cosa sono i nostri due giorni di Natale di fronte a sette giorni di festa!). Più tardi questa festa venne collegata con l’Esodo, spiegandola come segue: come gli israeliti nell’uscita dall’Egitto, per mancanza di tempo, dovettero mangiare il pane azzimo, lo si deve pure mangiare ora in ricordo di questo Esodo.
La festa della settimana era originariamente una festa dei raccolti e veniva festeggiata all’inizio della raccolta del grano. In questa occasione venivano offerte le primizie del raccolto alla divinità.
Se le due feste citate finora si riferiscono all’inizio del raccolto ed esprimono la speranza che l’intero raccolto fosse buono – la terza festa viene festeggiata in autunno, a raccolto avvenuto: la festa del raccolto o festa dei tabernacoli. Secondo l’Esodo (23,16) era questa l’inizio del nuovo anno, secondo Esodo 34,22 era la fine del vecchio anno, ma in ogni caso cadeva a capodanno, in autunno. Questa festa veniva festeggiata fuori, all’aperto, in mezzo ai campi e ai vigneti; forse per questo si costruivano originariamente delle capanne come alloggio provvisorio per il periodo della festa ed è possibile che il nome venga da qui. Ma anche questa festa veniva poi messa in relazione con l’Esodo: si spiegava la festa della raccolta o dei tabernacoli col fatto che gli israeliti abitavano durante l’emigrazione dall’Egitto in simili capanne, in modo che i loro discendenti dovessero ricordarsi di questa emigrazione.
La quarta festa è la festa di Pessach che non è di origine rurale, ma risale ad un rito che i pastori usavano fare all’inizio del cammino verso il pascolo estivo. Con il sangue, messo all’ingresso delle tende, doveva essere trattenuto il “corruttore”, un demonio che poteva essere pericoloso per uomini e bestiame. Anche questa festa veniva messa in relazione con l’Esodo. Con questa festa va ricordata la salvezza dall’uccisione dei primogeniti in Egitto ed il “corruttore” viene tramutato in un assistente di Dio (Esodo 12,23). Più tardi la festa di Pessach venne unita a quella di Massot in un’unica grande festa a ricordo della liberazione dall’Egitto. Così esistono nuovamente tre grandi feste.
Accanto a queste feste principali esistevano ulteriori feste, come quella già citata del Purim o festa di consacrazione del tempio.
Le feste rafforzano la comunità
Le grandi feste scandiscono l’anno. Marcano dei punti importanti nella vita di una comunità: l’inizio del raccolto, la fine del raccolto, l’inizio della grande e pericolosa marcia verso i pascoli, ecc. Sono forse paragonabili a feste che vengono celebrate ai passaggi importanti nella vita dei singoli: alla nascita oppure al Battesimo, all’ingresso nella vita da adulti, al matrimonio e alla morte. “Rites de passage” – passaggi nella vita, celebrati liturgicamente nell’ambito della comunità, che così sono più facili da superare.
Simili feste hanno una ancora maggiore importanza nella vita di una comunità. Ho già fatto notare che tutte le grandi feste dell’Antico Testamento, eccetto la festa della settimana, nel corso della storia della fede di Israele sono state collocate nell’Esodo. Di conseguenza, con queste grandi feste tutta la comunità si ricorda della sua liberazione avvenuta all’inizio della sua storia e che segna la fondazione del popolo di Israele. I festeggianti si ancorano anno per anno e festa per festa a questa storia di fondazione, riscongiurano questa storia su cui è basata la comunità di oggi. Queste feste hanno dunque una grandissima importanza per la comunità: creano identità, la rafforzano e la consolidano in occasione di ogni festa. Una comunità si ricorda di dove viene, quali sono le sue radici, in cosa si costituisce la sua identità. Essa inscena questa storia e l’identità comune – collettiva – nella festa.
Così simili feste hanno una funzione fondamentale nella vita di una comunità, e naturalmente questo vale per tutte le comunità e non solo per quella israelitica-ebraica. Le feste creano una identità collettiva. Esse confermano, rafforzano e rinnovano la comunità. Ciò è possibile anche con altri mezzi: per esempio, raccontandosi ripetutamente la storia comune, oppure raffigurandola in pietre, cioè in monumenti architettonici o nel modo come si costruisce una città. Chi guarda questi monumenti si ricorderà della storia – e viene legata ad essa. Non è a caso che oggi i soldati israeliti prestino il loro giuramento a Massada, luogo dove si cristallizza in modo particolare l’identità dello Stato di Israele.
L’identità di una comunità può essere messa in scena anche con le feste. E allora è specialmente sentita in modo appassionato.
Queste feste che si ripetono annualmente, rompono la monotonia della vita ordinaria. Le feste sono, per così dire, “l’opposto della vita quotidiana”. Il quotidiano è spesso caratterizzato da dolore, contrasti, scarsità o routine. Ogni giorno è uguale (routine, noia). Ogni giorno c’è la battaglia per sopravvivere (scarsità, dolore). Le feste invece si manifestano con pienezza e consapevole messa in scena. è bello, è festoso, c’è di tutto in abbondanza, le preoccupazioni possono per una volta essere lontane, le feste cambiano il tempo (ordinario), gli danno un altro ritmo e aprono un po’ una “finestra” attraverso la quale viene ancorata la vita quotidiana in altro tempo. La profonda dimensione del quotidiano si fa percepire e di fronte al “tempo ordinario” si inserisce un “tempo sacro”. Così si ricrea il collegamento con la storia della fondazione.
La festa ebraica di Pessach, ma anche la Pasqua cristiana, si intendono come messa in scena della identità collettiva, come un rendere visibile la memoria collettiva. La storia della fondazione viene richiamata alla mente attraverso la festa. è decisivo che questa storia della fondazione sia in ambedue i casi una storia della liberazione e della speranza. Questa liberazione viene continuamente messa in scena e richiamata alla mente. Viene commemorata nella cena, nella celebrazione e progettato nel futuro come visione della speranza, così che la celebrazione diventa nello stesso tempo l’anticipazione di tale visione della speranza.
Quanto ognuno di noi è ancorato in queste feste e quanto la nostra identità è legata in queste comuni tradizioni, dimostra un fenomeno che Voi forse conoscete specialmente bene: quando delle persone devono lasciare la loro patria – qualunque siano i motivi – se il lavoro le costringe a cambiare posto, se devono fuggire o vengono cacciate – esse troveranno spesso nella terra straniera come un “pezzo di patria” nelle vecchie collettive feste e tradizioni che tentano di vivere più fedelmente possibile. Ecco perché le colonie europee in Sudamerica cercano di dare alla festa di Natale un’apparenza d’inverno, come era a casa, almeno con un po’ di neve in ovatta. Ciò può aiutare a non essere del tutto sradicati e di conservare la propria identità.
Per una festa della liberazione occorre una prassi liberatrice
Ma occupandoci della Bibbia, non ci è permesso fermarci soltanto sulle belle feste. Infatti, la Bibbia è piena di critica al loro riguardo – oppure ad una certa prassi di feste. Anzitutto nei libri dei Profeti troviamo una parzialmente impetuosa critica alla prassi del culto e delle feste del loro paese.

Così Amos impreca nel nome di Dio:
Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostreriunioni.
Se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni,
e le vittime grasse come pacificazione io non le guardo.
Lontano da me il frastuono dei tuoi canti; il suono delle tue arpe non posso sentirlo!
Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne.
(Amos 5,21-24)

Motivo per questa collera del profeta (e di Dio, nel cui nome egli parla) non è una fondamentale o, in qualche modo, ascetica riservatezza nei confronti di feste e sensualità. Il vero motivo è che il personale del tempio, cioè i sacerdoti e l’intero strato superiore del paese, riescono apparentemente bene a conciliare le feste manomettendo il diritto nel paese, sfruttando i poveri e facendo uso di violenza nei confronti dei deboli.

Amos 8,4-10 lo esprime chiaramente:
Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese,
voi che dite: Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano?
Quando sarà terminato il sabato? Vogliamo smerciare il frumento,
diminuendo le misure e aumentando il siclo e usando bilance false.
Vogliamo comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali.
Venderemo anche lo scarto del grano. …
Cambierò le vostre feste in lutto e tutti i vostri canti in lamento:
farò vestire ad ogni fianco il sacco, renderò calva ogni testa;
ne farò come un lutto per un figlio unico
e la sua fine sarà come un giorno d’amarezza.

Parole dure e insopportabili che hanno la loro giustificazione nella prassi che il profeta osserva nel suo paese e che, d’altra parte, sono per lui insopportabili: l’ipocrisia di celebrare le feste religiose, i sabati e il novilunio – per ritornare dopo alla prassi dell’ingiustizia, dello sfruttamento e della corruzione, come se l’uno non avesse niente a che fare con l’altro. Questo, dice il profeta, ha per conseguenza l’annientamento e la morte. Dio scruta il cattivo gioco, non si lascia illudere da nessun culto e da nessun canto per quanto bello sia, perché in questo paese regna l’ingiustizia.
Se invece prendiamo sul serio in che cosa consiste l’identità di Israele e le sue feste, cioè nel ricordo della liberazione dalla schiavitù in Egitto, allora la reazione dei profeti è coerente. Se Dio ha fatto uscire il suo popolo dall’Egitto, « perché mi celebri una festa nel deserto” (Ex 5,1), se li ha strappati all’oppressione, perché possano vivere da liberi nella terra promessa, allora deve anche mantenere una prassi adeguata: una prassi di giustizia, di diritto e di liberazione. Chi ancora l’inizio della propria storia in una tanto profonda esperienza della liberazione, non può che realizzare questa liberazione nella propria prassi.
Non a caso numerosi comandamenti della Bibbia sono basati sul fatto che Dio ha liberato Israele dalla schiavitù in Egitto. Per esempio il comandamento del Sabato.

Sabato: festeggiare la vita
Una delle motivazioni per cui il popolo di Israele deve osservare il Sabato, è proprio questa liberazione dalla schiavitù in Egitto:
Osserva il giorno del sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava riposino come te. Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso. Perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato(Dtn 5,12-15).
Qui viene stabilito un giorno di riposo, il Sabato, in ricordo della grande liberazione dalla schiavitù in Egitto. Poiché Israele ha provato la liberazione, è tenuto a donare e può donare a se stesso e agli altri questa giornata di bene, come tempo libero e fatto dono, un tempo in cui nessuno deve lavorare, in cui uomo e bestiame possono riposare e respirare. In fondo, si tratta di un pensiero grandioso: designare un giorno, che cade con regolarità e con sicurezza, che è diverso da tutti gli altri giorni. Un giorno liberato dal peso del lavoro. Un giorno non determinato dal dovere del rendimento e del guadagno. Un giorno libero dalla schiavitù del profitto e della redditività. Un giorno che annuncia un altro tempo, un tempo del poter vivere, del poter essere. Annuncia un tempo sacro, un tempo che va festeggiato.
Il libro dell’Esodo dà un’altra spiegazione del Sabato: Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro (Ex 20, 11).
Il Sabato è dunque legato alla creazione. Viene ancorato all’ordine della creazione stessa, anzi, è l’obiettivo della creazione, poiché Dio stesso, così racconta la Bibbia, si è riposato il settimo giorno. Chi fa altrettanto, vive un po’ in conformità con l’ordine della creazione. Secondo il racconto biblico, Dio ha fornito quotidianamente la manna ad Israele nel deserto. Il sesto giorno Israele ha scoperto che il raccolto era il doppio di quello dei giorni precedenti (Es 16). Per rendere possibile il giorno di riposo, Dio dà al sesto giorno pane per due giorni (Es 16, 29). Chi raccoglie di più, non ha di più; chi vuole di più, non lo riceve. Israele prova su se stesso che la rinuncia ad ulteriore lavoro e maggiore profitto aumenta la ricchezza della vita e non la diminuisce.
èproprio questo che va riscoperto oggi con il Sabato, o la Domenica. Oppure conservato. Oppure difeso dalle nuove sollecitazioni di utilità e di effettività e dalle costrizioni per cause economiche. Il Sabato consente in modo unico degli spazi liberi. Egli è tempo donato che serve alla vita e rende possibile essere vicino a Dio.
Il Sabato sembra essere una anticipazione di un altro tempo, un tempo colmo di Dio, in cui uomo, bestiame e natura possono vivere, in cui sperimentano la vita in pienezza, come dice la Bibbia. Il Sabato – la Domenica – come assaggio di questo tempo diverso, è come un sopravvenire di questo tempo differente nel nostro quotidiano.
Siamo ora giunti ad un aspetto del tema che ci porta definitivamente al Nuovo Testamento, a Gesù ed al suo modo di vivere e di festeggiare, come ne hanno parlato i Vangeli.
Festeggiare al cospetto del Regno di Dio
Gesù è stato rimproverato dai suoi contemporanei di essere un mangione, un beone (Lc 7, 34). Sembra che tale rimprovero non sia del tutto infondato. Infatti, secondo i Vangeli, lo si vedeva continuamente a tavola con qualsiasi gente a mangiare e a bere. E, in compenso, non lavorava nemmeno. Al contrario: non ha solo lasciato la sua famiglia, ma ha pure abbandonato il suo mestiere e gira per il paese come un predicatore ambulante. Con questo non può guadagnarsi il proprio sostentamento di vita e tanto meno quello delle donne e degli uomini che lo seguono, ma dipende da ciò che la gente gli dà. E quelli che gli hanno dato, che lo hanno invitato e lo hanno sostenuto erano molti, e con loro la gente per bene non vuole avere a che fare: pubblicani, peccatori, prostitute ed altre figure a margine della società ordinata: “Ecco un mangione e beone, amico dei pubblicani e dei peccatori”, lo ha rimproverato la gente (Lc 7, 34). Un fannullone che non lavora, ma che celebra ugualmente le feste e gozzoviglia a carico degli altri. E per di più sulle spalle di gente che ha lavorato insieme a quelli che hanno sfruttato e ricattato il paese. Intendo i pubblicani con i quali Gesù è stato, i quali hanno dovuto collaborare con i Romani e con la gente del re Erode, perché era il loro mestiere incassare le tasse e appaltare i diritti di pesca sul Lago di Genesaret. Questi erano presso a poco gli ‘ultimi’ per la popolazione gaelica rurale. E – fra altro – con questa gente Gesù si circondava e celebrava feste.
Alla domanda, perché le sue discepole e discepoli non digiunavano come i discepoli di Giovanni o i farisei, Gesù ha domandato loro: “Possono digiunare gli ospiti al banchetto nuziale, quando lo sposo sta insieme a loro?”. Gesù intende questo come una grande festa – una festa, come promessa per il ‘periodo ultimo’ secondo le tradizioni della Bibbia ebraica, cioè è Dio stesso che prepara un grande banchetto per tutti i popoli con cibi succulenti e vini raffinati. è un testo che abbiamo già visto (Isaia 25,6-8).
Alla vista di Gesù, queste promesse si stanno per compiere: Dio riunisce il suo popolo proprio fra gli emarginati di Israele; Dio rialza chi è zoppicante e debole, come annuncia Amos 4,6-7; i demoni si ritirano, gli uomini respirano con sollievo, i ciechi vedono, i paralitici camminano, il pane basta per tutti. Dio è il Re. La grande festa è iniziata.
Nelle sue parabole Gesù racconta come questo regno di Dio si imporrà o già si impone: irrefrenabilmente, nonostante tutte le avversità, come un grano di senapa che, una volta seminato, nasce e diventa una pianta grande, oppure come il grano che, nonostante le erbe cattive, le spine e gli uccelli rende possibile un grande raccolto, oppure come il lievito che solleva una grande quantità di farina. Gli uomini devono lasciarsi prendere da questa festa del regno di Dio e partecipare a questo nuovo tempo. I pranzi che Gesù festeggia con la sua gente anticipano la pienezza e la gioia del regno di Dio. Così la nuova e particolare ‘comunanza’ praticata in questo regno di Dio diventa già ora percepibile e si festeggia.
Evidentemente non tutti i giorni erano per Gesù e la sua gente giorni di festa. Vi saranno stati numerosi giorni in cui la gente li avrà messi alla porta o mandato via, dal paese e in cui saranno rimasti senza cibo. Non a caso viene raccontata una scena come quella, quando di sabato i discepoli hanno raccolto delle spighe sul campo per mangiarle. Pativano la fame. Erano davvero poverissimi. Nella maggior parte dei casi, i loro pranzi non saranno stati molto abbondanti. Un pezzo di pane, un pesce (Lc 11,11-13) sarà spesso stato tutto. Ogni giorno si trattava di ‘farcela a stento’. Non a caso c’è nella preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi la supplica per il pane quotidiano. Lavoratori a giornata e gente che ha abbandonato tutto, dovevano preoccuparsi giorno dopo giorno di trovare il pane per sopravvivere.
Ma di tanto in tanto c’erano anche i pranzi in comune e addirittura le feste. E allora diventava percepibile ciò che Gesù intendeva quando diceva: « Benedetti voi poverissimi, perché a voi apparterrà il regno di Dio”. Questo è l’inizio di ciò che in Israele viene chiamato la signoria di Dio.
Che questo regno di Dio ha da fare in qualche modo con una festa, si manifesta anche nella parabola della donna povera che ha perso una delle dieci dracme e la cerca in tutta la casa fino a ritrovarla e che poi celebra una festa insieme alle sue amiche. Altrettanto, così dice la parabola, Dio celebrerà una festa. E questo non è poi una brutta previsione..
Festeggiare la vita
Molto di più di quanto potevo elencare qui, la Bibbia parla di feste e di celebrazioni. Mi domando dove tutto ciò è rimasto nella nostra storia del cristianesimo, perché spesso di cristiano è rimasto solo il moralismo, l’ordinario e il dovere. In verità, un tale cristianesimo non è molto attraente. Non dico che la Bibbia ci fornisca delle ricette su come migliorare la nostra situazione. La Bibbia non è un libro di ricette, ma invita a guardare qui e là. E racconta di feste e di gioia e di vita riuscita. Per tutti gli uomini.
èessenziale lasciarsi prendere da questa gioia impetuosa del regno di Dio e dalla “sconvenienza” dei festeggiamenti e del “nonostante tutto questo” espresso nei testi. Perché queste feste donano un tempo prezioso e non utilitaristico. Così si sottolinea la dignità e la preziosità di ogni persona – una dignità che non viene misurata sul rendimento e sull’utilità, ma che è semplicemente donata e può essere festeggiata. Chi festeggia, ha speranza. è chi ha speranza, ha un avvenire. Forse è questo che la Bibbia vuole insegnarci.

*Relazione in occasione del Congresso dei circensi nell’Europapark Rust, mercoledì 20 marzo 2002

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 9 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

Il Libro dei Proverbi – introduzione

questo studio è originariamente in inglese, tradotto dal sito stesso, forse la traduzione non è perfetta, ma vale ugualmente, io l’ho letta in inglese (cioè: si fa per dire), dal sito:

http://www.bibbiaweb.org/doc/jam_libro_dei_proverbi.html

Il Libro dei Proverbi

Jacques-André Monard

Il Messaggero Cristiano (settembre 1979)

Indice:
 
1. Scopo del libro dei Proverbi
2. La saggezza
3. Le parole
4. Le influenze
5. Il matrimonio
6. La correzione dei figli
7. La riprensione
8. La retribuzione
9. La fiducia
——————————————
1. Scopo del libro dei Proverbi
Vorremmo incoraggiare i credenti a leggere, studiare e meditare il Libro dei Proverbi. I principi presentati in questo libro portano poco il carattere dell’economia che ha preceduto il Cristianesimo. Se, in qualche caso, è necessario tener conto dei caratteri che distinguono l’economia giudea da quella cristiana, si può dire che la maggior parte dei principi hanno un’applicazione letterale in ogni tempo.
L’espressione «figlio mio», così spesso ripetuta, ci fa capire a chi Dio si rivolge soprattutto: a colui che è in relazione con Lui e che possiede la sua vita, cioè al credente. Ma il credente vive in un mondo pieno di pericoli e di tranelli, un mondo i cui pensieri sono contrari a quelli di Dio. A queste difficoltà esteriori si aggiungono tutti i pericoli che hanno la loro sorgente nel suo proprio cuore. È dunque necessario che il credente sia messo in guardia verso tutto ciò che rischia di farlo cadere e che sia istruito sul cammino che deve avere chi occupa la posizione di figlio. Questo è lo scopo principale del libro; scopo essenzialmente pratico. Ma vi sono avvertimenti e istruzioni salutari non solo per i credenti ma per tutti gli uomini (vedere 8:4).
Dio ha cura di rivelarci il suo pensiero su argomenti che riguardano la vita di ogni giorno. Queste cose sono scritte «per farti conoscere cose certe, parole vere» (22:21). Nel mondo di oggi, in cui tutto è rimesso in discussione, abbiamo più che mai bisogno di norme di vita sicure, di origine divina. Il Libro dei Proverbi è particolarmente utile per fornircele, e per rimettere in sesto ciò che in noi è così facilmente deformato dall’influenza del mondo.
Vorrei ora soffermarmi, senza pretesa di completezza, su alcuni soggetti che sono sviluppati in questo libro. Al lettore sarà utile cercare tutti i passi citati, trovarne altri che completino i pensieri espressi e raccogliere egli stesso l’insegnamento del libro su altri argomenti.
2. La saggezza
La saggezza non è data all’uomo alla sua nascita. Al contrario, «la follia è legata al cuore del bambino» (22:15). La saggezza, quindi, è tutta da acquistare. «Il principio della saggezza è: Acquista la saggezza» (4:7). È Dio che la dà (2:6), ma non la dà se non a quelli che la cercano con impegno: «Se la cerchi come l’argento, e ti dai a scavarla come un tesoro… Acquista la saggezza; sì, a costo di quanto possiedi… » (2:4-5, 4:7). La saggezza non è data una volta per sempre, ma in modo progressivo: «Il saggio ascolterà e accrescerà il suo sapere» (1:5). E anche chi è già considerato saggio ha ancora bisogno di essere ripreso (9:8).
Dà prova di saggezza chi ascolta l’insegnamento dei genitori (13:1), chi si lascia consigliare (13:10), colui che vedendo il male teme di cadere, lo evita e si nasconde (14:16, 22:3), chi è lento all’ira (19:11), chi dirige il suo cuore per la retta via invece di lasciarsi dirigere dal suo cuore (23:19), chi è padrone delle sue labbra (10:19). Si potrebbe continuare. Il saggio non si stima saggio da se stesso; c’è più da sperare da uno stolto che da chi si crede saggio (26:12). Poiché è Dio che li istruisce, i saggi sono in grado di comunicare ad altri la preziosa conoscenza ricevuta; la loro lingua è ricca di scienza (15:2). I saggi sanno anche tenere in serbo la saggezza (10:14) e spargerla al momento opportuno (15:7).
«Il principio della saggezza è il timore dell’Eterno» (9:10). Il più saggio uomo del mondo non può avere, quindi, nemmeno i primi rudimenti della vera saggezza, poiché il primo atto è temere l’Eterno, prendere il proprio posto davanti a Dio. Tutti quelli che rifiutano di prendere questo posto sono degli stolti (1:7).
In alcuni importanti brani del Libro dei Proverbi è la saggezza stessa che parla (1:20-33 e 8:1-32). In questi essa si identifica con Colui che è la Parola stessa di Dio, espressione perfetta di ciò che Dio è e di ciò che pensa. È una meravigliosa rivelazione dei Figlio, delizie eterne del Padre (8:30). È Lui che il Nuovo Testamento chiama «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Corinzi 1:24) e che da Dio «è stato fatto per noi sapienza» (v. 30).
3. Le parole
«La bocca dello stolto è la sua rovina» (18:7); egli prende piacere a manifestare ciò che ha nel cuore (18:2). Senza alcun ritegno, la sua bocca sgorga follia (15:2) e si compiace nelle cose basse (26:11). Se gli capita di dire una parola saggia, questa è senza forza e senza effetto alcuno (26:7 e 9).
Per contro, la bocca del giusto è una fonte di vita (10:11), la sua lingua è argento eletto (10:20), le sue labbra conoscono ciò che è grato (10:32) e pascono molti (10:21). «Le parole gentili sono un favo di miele; dolcezza all’anima, salute alle ossa» (16:24). «Le parole dette a tempo sono come frutti d’oro in vasi d’argento cesellato» (25:11).
Poiché la bocca può far uscire parole di valore diverso, in bene o in male, bisogna custodirla (13:3). «Chi sorveglia la sua bocca e la sua lingua preserva sé stesso dall’angoscia» (21:23). Bisogna evitare la precipitazione (29:20), meditare la risposta (15:28), moderare le proprie parole (17:27) e non pronunciarne troppe (10:19). Così esse sono fonte di gioia per chi le pronuncia e per chi le ascolta. «Le parole della bocca di un uomo sono acque profonde; la fonte di saggezza è un ruscello che scorre perenne» (18:4).
4. Le influenze
I contatti che abbiamo con l’uno e con l’altro, specie se sono frequenti, esercitano su noi un’influenza e lasciano un’impronta, sia nel bene che nel male. È dunque importante scegliere bene le persone che frequentiamo. «Chi va con i saggi diventa saggio, ma il compagno degli insensati diventa cattivo» (13:20). È un prezioso incoraggiamento a ricercare la compagnia di quelli che hanno acquisito saggezza alla scuola di Dio; molto utili e preziosi sono i contatti con credenti anche di età differenti.
«Non fare amicizia con l’uomo collerico, non andare con l’uomo violento, perché tu non impari le sue vie ed esponga te stesso a un’insidia» (22:24-25). Che si tratti degli empi e dei malvagi (4:14-15), dello stolto (14:7) o dell’uomo violento (16:29) o anche di chi apre troppo le labbra (20:19), è sempre grande il pericolo di lasciarsi trascinare; per questo siamo esortati a fuggire, a non immischiarci, ad andarcene lontano. Se temiamo il Signore e non confidiamo nel nostro proprio cuore (28:26) eviteremo il più possibile ogni rapporto d’amicizia con quelli che non hanno la vita di Dio o che disprezzano l’insegnamento divino. Che ci sia una testimonianza da rendere e un servizio da compiere verso quelli che Satana sta trascinando alla perdizione, è certo (24:11-12), ma ciò non significa che dobbiamo camminare con loro.
5. Il matrimonio
Le istruzioni concernenti il matrimonio sono presentate dal punto di vista dell’uomo, non della donna, sia perché è l’uomo il rappresentante dinanzi a Dio della razza umana, sia perché è lui responsabile della scelta della sua compagna (alcuni traducono Proverbi 30:19: «la traccia dell’uomo verso la giovane»).
A più riprese il giovane è messo in guardia verso le seduzioni della donna straniera. Come, colui che è chiamato figlio, potrebbe unirsi ad una donna che non appartiene al popolo di Dio? Quand’anche il suo aspetto esteriore fosse attraente, «la fine a cui conduce è amara come il veleno, è affilata come una spada a doppio taglio» (5:4), una fossa profonda, un pozzo stretto (23:27). «Non desiderare in cuor tuo la sua bellezza» (6:25) poiché «una donna bella, ma senza giudizio, è un anello d’oro nel grifo di un porco» (11:22) e «la grazia è ingannevole e la bellezza è cosa vana» (31:30).
Ma se la donna che fa vergogna è un tarlo nelle ossa di suo marito (12:4), una donna virtuosa è la sua corona. «La donna che teme l’Eterno è quella che sarà lodata» (31:30); il suo pregio «sorpassa di molto quello delle perle» (31:10). «Chi la troverà?» Domanda solenne! Che i nostri ragazzi si affidino a Dio perché sia Lui a farla trovar loro. «Una moglie giudiziosa è un dono dell’Eterno» (19:14); Dio non rifiuterà questo favore (18:22) a chi confida in Lui e gli è fedele.
Nell’attesa di aver messo in ordine gli affari di fuori e in buon stato i suoi campi (24:27), e nell’attesa del momento scelto da Dio, sappia il giovane custodire il suo cuore più d’ogni altra cosa «poiché da esso provengono le sorgenti della vita» (4:23).
6. La correzione dei figli
La disciplina di un padre verso il suo figlio, figura di quella di Dio verso i suoi, è la prova di un vero amore (3:12). Questa disciplina non si limita a una riprensione a parole: c’è anche la verga: «La verga e la riprensione danno saggezza» (29:15). «Chi risparmia la verga odia suo figlio, ma chi lo ama, lo corregge per tempo» (13:24). È un lavoro paziente, da compiere con diligenza nel timore e nella fiducia in Dio, che porterà il suo frutto (22:15, 23:13-14, 29:17). «Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà» (22:6).
7. La riprensione
I figli non sono i soli ad aver bisogno di riprensione. Essa è necessaria ad ogni uomo, anche al saggio (9:8) e all’intelligente (17:10, 19:25). Correzione e riprensione sono spesso legate, e sono una il completamento dell’altra (3:11, 5:12, 10:17, 12:1, 13:18, 15:5, 15:32). Beato chi ascolta la riprensione (15:31-32), chi dà retta (13:18 e 15:5) ! Diventerà saggio, acquisterà buon senso, sarà onorato, «abiterà tra i saggi» (15:31).Per contro, «chi odia la riprensione è uno stupido» (12:1). «L’uomo che, dopo essere stato spesso ripreso, irrigidisce il collo, sarà abbattuto all’improvviso e senza rimedio» (29:1). Il modo con cui un uomo accoglie la riprensione è un test del suo stato naturale; «il beffardo non ama che altri lo riprenda» (15:12), mentre il saggio lo ama (9:8).
Ma se vi sono esortazioni ad accettare la riprensione, vi sono anche incoraggiamenti a farla (24:24-25). «L’uomo che corregge sarà, alla fine, più accetto di chi lusinga con la sua lingua» (28:23). Bisogna, ovviamente, che siano parole dette a proposito e con saggezza (25:12). Il suo valore è grande se testimonia di un vero amore. «Chi ama ferisce, ma rimane fedele» (27:6). È in questo modo che l’amore può coprire moltitudine di peccati (10:12; Giacomo 5:19-20). L’amore cerca sempre di ricondurre quelli che si sviano.
8. La retribuzione
Il principio della retribuzione, o del governo di Dio, costituisce la trama del Libro dei Proverbi: «Ecco, il giusto riceve la sua retribuzione sulla terra, quanto più l’empio e il peccatore!» (11:31). Ci può essere differenza nel modo con cui questo governo di Dio viene esercitato, perché c’è differenza tra la condizione dei Giudei e quella dei Cristiani. Ma la grazia che è venuta per mezzo di Gesù Cristo e che è il solo fondamento della nostra salvezza non annulla il principio divino della retribuzione. Per questo nel Nuovo Testamento leggiamo: «Quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà» (Galati 6:7).
I Proverbi ci insegnano che la benedizione di Dio è su quelli che camminano secondo i suoi insegnamenti, mentre il suo giudizio è sospeso su quelli che fanno il male, ed è eseguito quando la pazienza divina giunge al termine (3:33, 11:8, 13:21, 16:7, 21:12).
Come chi semina grano o zizzania raccoglierà grano o zizzania, così la retribuzione sarà dello stesso tipo del male commesso. «Chi chiude l’orecchio al grido del povero, griderà anch’egli, e non gli sarà risposto» (21:13); «chi scava una fossa vi cadrà, e la pietra torna addosso a chi la rotola» (26:27). Chi rifiuta di ascoltare quando Dio chiama, griderà un giorno e Dio non gli darà risposta (1:24-28). Dio «schernisce gli schernitori» ma anche «fa grazia agli umili» (3:24). Dio eleva chi si abbassa (15:33, 29:23), e riempie di abbondanza i granai di chi lo onora coi suoi beni (3:9-10). «Chi ha pietà del povero presta all’Eterno, che gli contraccambierà l’opera buona» (19:17). E, materialmente come spiritualmente, «chi annaffia sarà egli pure annaffiato» (11:25).
9. La fiducia
«Chi confida nel proprio cuore è uno stolto» (28:26). Chi confida nelle ricchezze cadrà (11:28) benché, nella sua immaginazione, le consideri come una «roccaforte» (18:11). Ma colui che confida nell’Eterno è beato (16:20) e sarà saziato (28:25). È lui che, nel giorno cattivo, troverà un alto rifugio (18:10, 29:25).
«Confida nell’Eterno con tutto il cuore e non ti appoggiare sul tuo discernimento. Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri» (3:5-6).

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Antico Testamento |on 11 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

Il dilemma dei Rabbi: uno sguardo ad Isaia 53

dal sito:

http://camcris.altervista.org/ebrisaia.html

Il dilemma dei Rabbi: uno sguardo ad Isaia 53

di Rachmiel Frydland

Questo argomento non è mai stato discusso nella mia scuola ebraica negli anni antecedenti alla guerra, in Polonia. Nell’educazione rabbinica che ho ricevuto, il capitolo 53 di Isaia è stato evitato continuamente in favore di altri argomenti più « importanti » da imparare. Eppure, quando lo lessi, la mia mente si riempì di domande.
Di chi parla questo capitolo? Le parole sono chiare – parla di un Servo del Signore il cui aspetto è sfigurato, ed è afflitto e ferito. Egli non ha meritato dolori o ferite, ma fu ferito per le nostre trasgressioni e colpito per le nostre iniquità, ed attraverso le sue ferite noi siamo stati guariti. Il testo presenta il Servo sofferente del Signore che muore come un korban, una ricompensa per la colpa. Egli è quindi sepolto con il ricco e malvagio, ma risorge gloriosamente alla vita. Dio permette che Egli sia percosso e, alla fine, esalta il Servo che ha patito tale sofferenza per cancellare i peccati di molti.
Ma chi è il Servo? I nostri antichi commentatori d’accordo ritenevano che il testo si riferisse all’Unto del Signore, il Messia. La traduzione Aramaica di questo capitolo, ascritta a Rabbi Jonathan Ben Uzziel, un allievo di Hillel del secondo secolo C.E. riporta questo, e c’è la stessa interpretazione nel Talmud babilonese (Sanhedrin 98b). Allo stesso modo accade nel Midrash Rabbah, in una spiegazione di Ruth 2:14, e nel Midrash Tanhuma, parashà Toldot, fine della sezione. Queste sono solo alcune delle antiche interpretazioni che attribuiscono questo capitolo al Messia.

Rashi (Rabbi Shlomo Itzchaki, 1040-1105) e alcuni dei rabbini seguenti, però, interpretano il capitolo come riferentesi ad Israele. Loro sapevano che le antiche interpretazioni lo riferivano al Messia. Ma Rashi viveva in un tempo in cui era praticata una distorsione medievale del cristianesimo. Egli voleva preservare il popolo ebraico dall’accettare tale fede e, anche se le sue intenzioni erano sincere, altri rabbini e leaders ebrei si resero conto dell’inconsistenza della sua interpretazione. Essi presentano una obiezione basata su tre punti. Primo: le antiche interpretazioni. Secondo: fanno notare che il testo è al singolare. Terzo, notano il versetto 8. Questo versetto presenta una difficoltà insormontabile per quelli che riferiscono Isaia 53 ad Israele (leggere il versetto). E’ forse il popolo ebreo tagliato fuori dalla terra dei viventi? No! In Geremia 31:35-37, Dio promette che noi esisteremo per sempre. Siamo orgogliosi del fatto che Am Yisrael Chai « il popolo di Israele è molto vivo e vitale ». Ed è impossibile dire che Israele soffrì per le trasgressioni del « mio popolo », che chiaramente intende il popolo di Isaia. Il popolo di Isaia non sono i gentili, ma gli ebrei.

Moshe Kohen, un Rabbino spagnolo del 15° sec., spiega questo paragrafo:
« Questo capitolo, spiegano i commentatori, parla della cattività di Israele, nonostante venga usato il singolare. Altri hanno supposto che parli del mondo attuale, in cui siamo tormentati e oppressi…ma altri, alterando il numero dal singolare al plurale, cambiano il senso naturale dei versetti. E ciò che mi sembra, è che abbiano dimenticato la conoscenza dei Savi, e interpretato secondo la durezza dei loro cuori…io sono felice di interpretarlo, in accordo con l’insegnamento dei nostri rabbini, come referentesi al re Messia. »

Per lo stesso motivo il Rabbino Moshe Alsheikh, Rabbino di safed, 16° sec., dice: io sottolineo che i nostri rabbini unanimemente affermano che il profeta stia parlando del Re Messia.
Herz Homberg (1749-1841) dice: secondo l’opinione di Rashi e Ibn Ezra, questo capitolo si riferisce ad Israele alla fine della cattività. Ma se è così, qual’è il significato del versetto « fu ferito per le nostre trasgressioni »? Chi fu ferito? Chi sono i trasgressori? Chi ha portato il dolore e la malattia? Il fatto è che questo capitolo si riferisce al re Messia.
Eliezer HaKalir ha messo in rima il capitolo nel 9° sec., e viene recitato allo Yom Kippur, nella preghiera di Kether.
Le parole del profeta Isaia sono parole di speranza. Abbiamo un glorioso futuro ed un abbondante presente se ci appropriamo della salvezza reas possibile dall’Uno che fu ferito per le nostre trasgressioni e colpito per le nostre iniquità.

In conclusione, io chiedo: ma dove nella Scrittura ebraica è detto che ogni generazione ha il suo Messia? E poi, cos’è un Messia? Un Messia è un Salvatore. Ma da cosa? Dai nemici politici? Davvero un buon governo cambierebbe le cose sulla terra? Le cose cambiano solo se cambia il cuore dell’uomo, e questo solo un Messia spirituale può farlo.
Il punto è se si pensa di dover essere salvati da qualcosa, a livello spirituale. Il discorso è puramente accademico, se si pensa di non avere bisogno di un Salvatore. Se si crede che la propria giustizia sia sufficiente per stare davanti al Santo, non c’è bisogno, ovviamente, di un Salvatore.

Nota aggiunta: Quali rabbini sostengono che Isaia 53 è un capitolo messianico e ha connessioni con Gesù? Daniel Zion, ex rabbino capo della città di Jaffa escluso dal ruolo dopo aver creduto in Yeshua, dà il seguente elenco: Mosheh El Sheikh, Yepheth Ben Ali, Don Ytzchak Abarbanel, lo Zohar, Rabbi Shimon Ben Yohai, Moshe Kohen Ibn Crispin, Rabbi Shlomoh Astric, Sa’adiyah Ibn Donan, Yoseph Albo, Meir Ben Shimon, Rabbi Samuel Lanyado, Midrash Konen, Asereth Memroth, Yakov Yoseph Mordecai Chaim Passami, Ytzchak Troki, Rabbi Naphtal

Il Dio violento nelle Scritture ebraiche (Giuseppe Barbaglio)

dal sito:

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=91

Il Dio violento nelle Scritture ebraiche

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 19 novembre 1994
il problema teologico delle immagini di Dio

Il problema della violenza investe il problema teologico delle immagini di Dio. Per violenza intendiamo qualsiasi azione contro la vita, dal renderla amara al toglierla del tutto.
Occorre distinguere anzitutto tra una violenza ingiusta espressione della malvagità umana e una violenza « giusta », perché operata per una giusta causa o per conseguire nobili fini (es. l’uccidere per legittima difesa). Ciò che fa problema non è la violenza ingiusta, ma quella « giusta », quella ad es. degli oppressi contro gli oppressori al fine di giungere ad una liberazione.
La violenza inoltre può essere direttamente ascrivibile all’uomo, come singolo o come collettività, oppure può essere comandata o compiuta da Dio stesso. Fa problema soprattutto quella violenza che la bibbia attribuisce direttamente a Dio.
Tra violenza dell’uomo però e quella di Dio non c’è una netta demarcazione: un uomo violento può avere solo un’immagine di Dio violento. L’uomo, nelle sue concezioni religiose, proietta ciò che è o ciò che sperimenta di essere. A sua volta l’immagine del Dio violento contribuisce a confermare e a legittimare la violenza umana. I rapporti sono di reciprocità.
L’uomo tende a proiettare in Dio non solo gli aspetti positivi, ma anche quelli aggressivi, violenti. E questa violenza proiettata in Dio entra nell’arte, nella cultura, diventa patrimonio culturale di tutti.
Il problema della violenza ha anche le proprie radici in immagini del Dio violento.
la rimozione della violenza delle Scritture ebraiche: il Dio bifronte
Chi legge la bibbia ebraica rimane impressionato dagli episodi di violenza. È bene, per rispetto verso gli ebrei, parlare di bibbia ebraica piuttosto che di Antico Testamento: la bibbia ebraica deve essere presa nella sua autonomia, senza utilizzare chiavi di lettura tratte dal Nuovo Testamento, chiavi di lettura legittime ma confessionali.
Schwager ha elaborato una statistica impressionante: più di 600 passi parlano espressamente di attacchi con annientamento e uccisioni di gruppi o di popoli; in circa 1000 passi si parla del fatto che l’ira di Dio divampa e punisce con morte e rovina. Più di 100 passi testimoniano che Jahvé ordina espressamente di uccidere uomini. Per N. Lofhink « la storia della esegesi della bibbia è una storia di rimozione della violenza ».
Solo la lettura delle opere di René Girard mi ha fatto aprire gli occhi sul macroscopico problema della violenza, sulla funzione della violenza sacrificale (religiosa) come valvola di sfogo della violenza della società e quindi come fonte di ricompattamento sociale.
Questa commistione tra violenza e sacro è presente anche nella bibbia. Per Girard, forse con una lettura un po’ parziale, la bibbia è l’unico testo nel quale si ode la voce degli oppressi che denuncia il meccanismo della violenza nei confronti del capro espiatorio. Nella bibbia invece c’è anche una violenza che viene deificata, che diventa uno strumento utile e necessario per ottenere pace e salvezza. La violenza messa in Dio significa che Dio stesso dipende dalla violenza. Non si vuole vedere il carattere mostruoso della violenza, della nostra violenza proiettata in Dio.
Rudolph Otto nell’opera « Das Heilige » (Il sacro), mostra come il divino, il sacro presente nella tradizione ebraica, cristiana e musulmana, è un Giano bifronte: un mysterium fascinans, affascinante, fonte di vita di bontà, di grazia, e un mysterium tremendum che aggredisce e che porta alla morte. Nella bibbia è il Dio che dà la vita e dà la morte, innalza e abbassa, crea e distrugge.
Quando diciamo che Dio è buono ma anche giusto, vogliamo dire che è anche violento per conseguire la giustizia.
Mentre nelle religioni monoteistiche l’uomo proietta nell’unico Dio gli aspetti tremendi e fascinosi che sono propri dell’uomo stesso, nelle religioni dualistiche l’uomo proietta nel principio del bene gli aspetti positivi e nel principio del male quelli negativi. Ora nella bibbia è presente solo questa immagine di un Dio bifronte, fascinoso e tremendo, fonte di vita e di morte o c’è anche un’altra immagine, minoritaria ma significativa, che, come un fiume carsico, ogni tanto esce allo scoperto?
tre soluzioni al problema del Dio bifronte

Marcione: netta contrapposizione tra bibbia ebraica e bibbia cristiana
Marcione, armatore del II sec. convertitosi alla fede cristiana e folgorato dalla lettura di Paolo, accoglie delle Scritture solo quelle parti che parlano di un Dio che è puro amore, escludendo l’intera bibbia ebraica, e parte del Nuovo Testamento (accoglie solo il vangelo di Luca e Paolo). Marcione risolve il problema delle contrastanti immagini di Dio eliminando una parte consistente della bibbia. Ha sicuramente avuto il merito di non aver rimosso il problema, anche se la soluzione adottata è vicina a una posizione dualistica, manichea.
Bultmann e la soluzione di tipo dialettico
Per Bultmann la funzione della bibbia ebraica è di rinviare per contrapposizione al Dio di Gesù Cristo, passando dal Dio della legge al Dio della grazia, dall’uomo religioso che pensa di poter entrare in comunione con Dio attraverso l’osservanza rigorosa della legge all’uomo che si affida ciecamente all’amore gratuito di Dio.
la soluzione evoluzionistico
È la soluzione più comune. Antico e Nuovo testamento sono un’unica storia che evolve progressivamente. È la soluzione più apprezzata dai cristiani, anche perché maggiormente consolatoria: mentre gli ebrei costituiscono il punto di partenza i cristiani si collocano al punto di arrivo. È una soluzione però non pienamente fedele al dato biblico.
assumere lo scontro di immagini presenti nella bibbia
Ma in Gesù non c’è solo l’immagine di un Dio d’amore, c’è anche il tema della condanna dei malvagi al fuoco eterno. Non esiste cioè una progressiva evoluzione da un’immagine di un Dio violento ad una che esclude totalmente la violenza.
Solo Giovanni è riuscito quasi sempre ad avere un’immagine di Dio senza violenza, in particolare quando afferma che Dio ha mandato il suo figlio nel mondo non per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi. Non è presente qui il Dio che giudica premiando e castigando. Non è Dio che condanna l’uomo ma è l’uomo stesso che si autocondanna chiudendosi alla parola. Siamo noi giudici e sanzionatori di noi stessi. Il giudizio non si compie alla fine, ma attraverso le scelte che operiamo. Solo in un’occasione Giovanni parla della collera di Dio, tema invece ricorrente in Paolo.
Nella bibbia, anche in quella cristiana, abbiamo lo scontro non di due divinità, ma di due immagini di Dio. Quando leggiamo la bibbia non incontriamo direttamente Dio, ma le immagini di Dio di Mosè, del popolo di Israele, di Gesù, di Paolo ecc. « Dio nessuno lo ha mai visto, ma il Figlio suo ce lo ha narrato » (Paolo).
Ora se di Dio si hanno solo immagini umane quale è il valore della bibbia? Quali immagini rispecchiano il volto di Dio? Il polo negativo, violento è nostro, non di Dio. Noi esportiamo in Dio la nostra distruttività e negatività per poterla giustificare. Noi siamo i violenti. Dio è tutt’altro. Nell’ottica di fede scorgiamo nelle immagini contrastanti di Dio la presenza dello Spirito che non soffoca né i processi proiettivi né quelle immagini folgoranti di un Dio puro. Dio è all’interno di questo scontro.
Abbiamo un’immagine troppo divina della bibbia. Non lo è di fatto. Lo stesso Gesù Cristo non è un puro Figlio di Dio, ma è figlio di Giuseppe e Maria e figlio di Dio allo stesso tempo.
Noi siamo chiamati a scegliere nello scontro di immagini tra un Dio bifronte, insieme mysterium fascinans et mysterium tremendum, o un Dio solo mysterium fascinans.
La nostra ipotesi è che l’immagine di un Dio bifronte, anche se quantitativamente nettamente maggioritaria, circa l’80-90% dell’intera bibbia, è una produzione umana, una proiezione degli aspetti positivi e negativi dell’uomo in Dio. È un meccanismo culturale. L’elemento originale invece è l’immagine di Dio che è solo fonte di vita. In una visione di fede è la voce profetica che emerge dal meccanismo culturale.
l’immagine del Dio bifronte nelle Scritture ebraiche

il diluvio: una violenza « giusta » per combattere una violenza « ingiusta »
La tradizione Jahvista (Gen 6, 1-4), che più volte aveva parlato della violenza dell’umanità originaria (disobbedienza, fratricidio) per spiegare il diluvio accenna solo alla misteriosa unione, percepita come mostruosa commistione, dei figli di Dio con le figlie dell’uomo da cui sarebbero nati i giganti. La tradizione Sacerdotale, che è sostanzialmente pacifista e nettamente contraria alla violenza umana, ritiene che il peccato originale consista nella diffusione della violenza (Hamas in ebraico) sulla terra (Gen 6, 11-13). La terra sta tornando al caos originario. Il diluvio stesso, conseguente alla violenza umana, è un ritorno al caos originario, alla morte, alle acque che invadono nuovamente la terra. Il diluvio è espressione anche della concezione di un Dio sanzionatore che retribuisce il bene con il bene e il male con il male. Il Sacerdotale non si accorge della contraddizione di voler condannare la violenza umana attraverso la violenza distruggitrice del diluvio. Mentre prima del diluvio l’uomo era vegetariano (visione non violenta) dopo il diluvio potrà cibarsi di carne di animali (Gen 9,3). E i comandamenti di Noè (Gen 9, 6-7) esprimono insieme una netta condanna della violenza umana (violenza ingiusta) e una sanzione altrettanto violenta della violenza (violenza giusta): « Chiunque verserà il sangue di un uomo per mezzo di un uomo il suo sangue sarà versato ».
l’esperienza dell’Esodo
« Dio ci ha tratto dall’Egitto (Dio liberatore) con mano forte e braccio disteso (Dio sanzionatore) ». Nel libro dell’Esodo si narra epicamente l’uscita dall’Egitto di tribù oppresse che sperimentano un Dio efficacemente liberatore, che libera gli oppressi sprofondando gli oppressori nel mare dei giunchi, con modalità diverse secondo la tradizione Jahvista (Dio fa soffiare il vento da oriente che prosciuga il mare) o la tradizione Sacerdotale (Dio, per mezzo di Mosè, separa le acque). È un Dio che dona la vita agli uni seminando la morte tra gli oppressori.
il dono della terra
La storia dell’esodo e dell’entrata delle tribù nella terra è la storia di una promessa. Dal punto di vista storico la penetrazione delle tribù israelitiche nella terra di Canaan avvenne in tempi diversi e in modi diversi, sia mediante infiltrazioni pacifiche in zone disabitate o scarsamente popolate sia per mezzo di colpi di mano militari.
Il racconto biblico parla invece di un unico capo, Giosuè, che, con tutto il popolo di Israele, in 3 o 4 campagne militari sconfigge e annienta tutti i cananei: È questa la visione della tradizione deuteronomista, redatta al tempo del re Giosia (640-609), rinvenibile nei libri del Deuteronomio e di Giosuè. Questa racconto nasce in un tempo di forte nazionalismo, quando Giosia vuole ricostituire l’impero davidico. Il progetto sarà sostenuto e giustificato dai circoli deuteronomistici, originari del Nord e venuti a Gerusalemme dopo la caduta di Samaria (721). La legittimazione avviene attraverso l’esposizione dell’ideale della guerra sacra: Dio, nella spartizione della terra ai popoli, ha assegnato a Israele la terra di Canaan, pertanto legittimamente è possibile annientare gli abitanti di quella regione perché lascino il posto agli israeliti. Anzi Dio stesso interviene per sbaragliare il campo nemico e quindi i combattenti non devono temere (Dt 20, 1-4). Tutta la normativa sulla guerra sacra è esposta in Dt 20, 1-17: se una città rifiuta di sottomettersi si farà la guerra, uccidendo tutti i maschi se la città conquistata è straniera, annientando ogni essere vivente (herem) se è cananaica. È impressionante la ferocia di questa prassi enunciata dalla tradizione deuteronomistica, legata al diritto divino del popolo di Israele alla terra di Canaan. La tradizione sacerdotale, pacifista, narra che l’ingresso della comunità israelitica in Canaan avviene senza nessuna violenza, anzi si compie con la celebrazione della Pasqua con i frutti della terra.
il giudizio di Dio
L’anima più profonda, laica, di tutto l’ebraismo è la sete di giustizia. Di fronte all’evidente ingiustizia nella società, soprattutto nei poveri nasce la speranza che la giustizia sia fatta da parte del re. Date le deludenti prove fornite dai re, la speranza viene proiettata in Dio, visto come l’unico giudice imparziale, sanzionatore, che rende a ciascuno secondo le sue opere. È un’immagine di Dio che scaturisce da bisogni sociali e che svolge una funzione sociale, infliggendo ai malvagi la pena dovuta e ai buoni il premio.
P. Ricoeur ritiene che siano stati gli uomini ad elaborare il mito della pena che deve ristabilire l’equilibrio rotto dalla colpa, e, senza molta congruenza, di una pena corporale per una colpa morale. Dio entra in questo schema mitico, dato che Dio sa leggere i cuori, sa misurare bene la colpa e pertanto anche la sanzione adeguata.
Sodoma e Gomorra
La tradizione Jahvista (Gen 18, 26 ss.) narra della distruzione di Sodoma, città divenuta esemplare per corruzione umana e per giusta e tremenda punizione divina.
Per l’anima ebraica il giusto è la distinzione (chiaro e scuro, asciutto e bagnato, terra e acqua, bene e male, maschile e femminile). Mentre il disordine, il caos, il male è la confusione. Per questa mentalità pertanto la omosessualità è un terribile male in quanto confusione di sessi.
Dio, giudice giusto, distruggerà le due città perché in esse non si trova nessun giusto. Dio punisce solo i malvagi e risparmia i giusti. Il giusto giudizio di Dio sarà ricorrente nella predicazione profetica. Ma a partire da Amos i profeti affermano che Dio sarà impietoso giudice del suo popolo infedele alle clausole del patto.
i profeti
Amos (9,7-8) mette sullo stesso piano il popolo di Israele e gli altri popoli (« Io lo sterminerò dalla faccia della terra »).
Ezechiele sottolinea con forza che il popolo di Giuda si è meritato la distruzione di Gerusalemme e l’esilio: « Ora tra breve rovescerò il mio furore su di te e su di te darò sfogo alla mia ira. Ti giudicherò secondo le tue opere… » (Ez 7,8-9).
letteratura apocalittica
Nel postesilio compare anche la visione del giudizio universale, quando saranno annientati tutti i malvagi e finalmente sarà ricreato un mondo di giustizia e di pace. È la letteratura apocalittica. Addirittura i malvagi saranno resuscitati per poter essere condannati e annientati: è una resurrezione per la morte! Emerge qui con evidenza la forza dello schema del giudizio di Dio.
l’invocazione della « vendetta » divina
La vendetta nelle Scritture ebraiche non ha a che fare con l’arbitrio o con un particolare sadismo, ma si pone all’interno della legge, per perseguire efficacemente la giustizia. La vendetta è la difesa di un diritto conculcato. La vendetta, addirittura, oltre che un diritto, è un dovere, perché è necessario ristabilire l’ordine leso.
Nei salmi i poveracci chiedono la vindicatio, la vendicazione del proprio diritto. In altri salmi si invoca la vendetta con violenza distruggitrice contro l’oppressore a favore dell’oppresso.
« Tu fa’ di loro un turbine, Dio mio, come paglia al vento » (Salmo 83,14). « Sorgi, Jahvè; nell’ira tua scagliati, contro la rabbia dei miei nemici » (Salmo 7,7). « In tribunale sia condannato, la sua difesa sveli i suoi delitti. Brevi siano i suoi giorni, un altro prenda il suo lavoro. Restino orfani i figli e vedova sua moglie. Si sperdano i suoi figli a mendicare, li scaccino lontani dalla casa in rovina. L’usuraio estorca ogni suo bene, gente straniera lo depredi d’ogni guadagno. Nessuno gli serbi pietà o si commuova dei suoi orfani. Sterminio alla sua discendenza, non viva il suo nome più di una generazione » (Salmo 109,7-13: un israelita lancia tremende maledizioni contro le persone che lo hanno accusato e perseguitato ingiustamente. Sembra quasi che la sete di vendetta prevalga sul desiderio di giustizia). « Gioisca il giusto che ha visto la vendetta, lava i suoi piedi nel sangue dell’empio » (Salmo 58,11).
l’immagine profetica del Dio di grazia, di perdono, di vita

il perdono di Dio
I profeti annunciano un Dio che perdona, che rompe la logica del nesso colpa – pena, facendo seguire alla colpa il perdono.
Osea parla dell’eterna comunione di vita tra Jahvè e il suo popolo: « Ti farò mia sposa per sempre » (2,21).
Per Geremia Israele sarà sempre il popolo di Jahvè e non sarà più rigettato (31,36-37).
In Ezechiele Dio afferma: « Non mi adirerò più » (16,42). Così Gioele: « Non farò più di voi il ludibrio delle genti » (2,19). E Naum: « Se ti ho afflitto non ti affliggerò più » (1,12).
Il secondo Isaia afferma che Israele non berrà più il calice dell’ira di Jahvè (51,52). Per Ezechiele Dio è con Israele per sempre, anche quando gli si rivolterà contro (20,9.14.22.44).
il Dio che Giona non può accettare
Giona non vuole obbedire all’ordine di Dio di recarsi a Ninive per invitare il popolo alla penitenza e fugge. Ripreso e condotto a forza nella città, è adirato per l’esito favorevole della sua predicazione. Non può accettare un Dio di sola grazia. Da fedele israelita si è costruito un’immagine di Dio bifronte, benigno verso Israele e punitore nei confronti degli altri popoli, soprattutto se nemici. Ma Jahvé ribatte così a Giona, che si era preoccupato per la morte della pianta di ricino: « Io non dovrei aver compassione di Ninive, quella grande città, nella quale ci sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere tra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali? » (4,11).
Qui Dio ha un solo volto, quello del mysterium fascinans, che dà solo la vita, non la morte. Dobbiamo stupirci per il fatto che un 10% della bibbia ebraica ci parli di un Dio di solo amore e di sola vita.

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – COMMENTO ALLA PRIMA LETTURA

dal sito:

http://www.parrocchiasantaluciapa.it/?p=2108#more-2108

a cura di P. Luigi Consonni

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

1a lettura (Es 22,20-26)

Il testo raccoglie alcune delle molte norme che riguardano il corretto compimento dell’Alleanza.
Il forestiero, la vedova e l’orfano sono le persone più esposte allo sfruttamento. Queste persone vivono indifese ed essendo le più vulnerabili a ogni tipo di sopruso, sono le più bisognose di aiuto per sopravvivere.
Ecco, allora, l’indicazione del Signore “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”. Nel vissuto sociale odierno è estremamente attuale questa indicazione riguardo agli immigrati. Il fatto è che, come allora, anche oggi ci si dimentica degli antenati che furono forestieri in altre terre, delle loro sofferenze, dei loro disagi…
Svanisce dalla memoria il loro dramma e la loro sofferenza, anche perché è insito nel vissuto umano distanziarsi dal passato che fu motivo di grandi sofferenze. Ma l’invito del Signore è non dimenticare, ma al contrario, incentivare la memoria, per sintonizzarsi con il vissuto di coloro che nell’attualità sono nelle stesse condizioni, e, soprattutto, per attivare la compassione e la misericordia nei loro confronti.
Essi non hanno via uscita dalle sofferenze di cui sono vittime. Pertanto, agire nei loro riguardi con compassione e misericordia è imitare il Signore. Il loro clamore, il loro grido, è ascoltato e accolto dal Signore “quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido (…) quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso”. L’attenzione verso loro trova in Dio il modello adeguato. Lui non è un Dio distratto né indifferente e, meno ancora, insensibile.
La partecipazione di Dio alle loro sofferenze è così intensa da provocargli uno stato emozionale veemente, al punto da pronunciare uma sentenza durissima “Se tu lo maltratti (…) la mia ira si accenderà e vi faro morire di spada: Le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani”. L’adesione al Signore si manifesta nell’assumere la sua stessa enorme indignazione e collera.
La minaccia che segue fa capire che l’oltraggio all’Alleanza allontana da Dio e dalla sua protezione. Con l’oltraggio viene a mancare il motivo, la convinzione e la forza per sostenere il rapporto fraterno e solidale, nell’osservare il diritto e la giustizia. A coloro che permangono in questa lontananza è riservata la stessa condizione di coloro che sono da loro stessi sfruttati ed oppressi senza pietà.
Sarà come ritornare nelle stesse condizioni della schiavitù in Egitto (Egitto è sinonimo di male e del peccato – N.d.A.). Sarà come se mai fosse successa la liberazione e l’uscita dal paese: di nuovo morte prematura e ingiusta; di nuovo vedove e orfani; di nuovo dominio del male e del peccato…
Il Signore aggiunge un altro importante e deleterio aspetto “Se presti denaro a qualcuno (…) non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse (..) quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso”. In effetti, il cuore dell’usuraio si fa sempre più duro e insensibile, si disumanizza. E la vittima è maltrattata al punto tale da non avere le condizioni indispensabili per ripararsi dal freddo e poter riposare di notte.
Il testo tocca aspetti drammatici dell’attualità. E’ triste constatare come l’insegnamento del Signore è ignorato nello stabilire rapporti interpersonali e sociali. Sono parole che cadono nel vuoto. Il rapporto con il Signore è svuotato della sua forza rinnovatrice e trasformatrice. L’adesione di “fede”- tra virgolette, perché si fa per dire – a Lui è solo funzionale ai propri progetti, molte volte semplicemente egocentrici.
Il risultato è tragico. E’ tutto il contrario di ciò che Dio si aspetta in virtù della sua continua azione amorosa, in fedeltà al patto stabilito.

Debora (Le donne nella Bibbia)

dal sito:

http://www.paoline.it/Conoscere-la-Bibbia/PERSONAGGI-DELLA-BIBBIA/articoloRubrica_arb78.aspx

DEBORA

(Le donne nella Bibbia)

[FILIPPA CASTRONOVO]

Tra le donne forti dell’Antico Testamento emerge Debora “la madre di Israele” che sa difendere il suo popolo dalle divinità straniere facendo trionfare il Dio dei padri.Debora fa parte delle donne forti dell’Antico Testamento che, con il loro coraggio e fedeltà al Dio dell’Alleanza, hanno dato un’impronta particolare alla storia di salvezza. Ella è l’unica donna che, nella storia biblica, ha vissuto il compito di giudice del popolo.
Il suo nome significa ape la cui caratteristica è di pungere e dare anche il miele. Debora, infatti, fa prendere coscienza delle situazioni, suscita responsabilità e ridona la gioia di vivere. Le azioni che la riguardano sono narrate nei capitoli 4-5 del libro dei Giudici. Di lei si afferma che era anche profetessa e moglie di un uomo illustre, Lappidot (fiaccola), di cui non si hanno altre notizie. E’ soprattutto una donna saggia che, seduta sotto la palma, valuta i problemi giudiziari, dirime le controversie e indica agli israeliti la via della fedeltà al Signore.
Al tempo di Debora, la vita degli israeliti era in pericolo da più fronti: non vi era sicurezza per i viandanti, dominava l’autarchia e ognuno faceva quello che voleva. Il popolo era diventato idolatrico. Terrorizzava, inoltre, la presenza del vicino nemico Iabin: «Era cessata ogni autorità di governo, era cessata in Israele, fin quando sorsi io, Debora, fin quando sorsi come madre in Israele. Si preferivano divinità straniere e allora la guerra fu alle porte» (Gdc 15,7-8).
Debora prende l’iniziativa di liberare il popolo dalle mani di Iabin. Comunica al generale Barak, il cui nome significa folgore, la strategia che il Signore vuole mettere in atto. In tal modo la vittoria sarà del Signore e non del timoroso Barak. Costui parte per la battaglia solo a condizione che Debora parta con lui, per continuare a dargli consigli e indicare le giuste strategie. Debora si rivela energica, risoluta, forte e coraggiosa. Segue l’esercito e nel momento giusto indica a Barak come intervenire: «Alzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sisara nelle tue mani. Il Signore non esce forse in campo davanti a te?». Debora è la guida alla battaglia. Dio, non Barak, è il vittorioso.
Il capitolo quinto che, in forma di cantico, celebra la vittoria sul nemico è sicuramente il testo scritto più “antico” dell’Antico Testamento. Debora è chiamata madre d’Israele perché si è impegnata con coraggio a difendere il suo popolo, che versava in condizioni pietose. Il cantico è scritto in un linguaggio che può sorprendere per le immagini e le parole usate. Concretamente esso esalta la figura di questa donna che ha saputo gestire persone e avvenimenti, e invita con entusiasmo a benedire il Signore che libera il suo popolo dai nemici, ad essere fedele alle proprie responsabilità e al Signore. Termina affermando: «Ma coloro che ti amano siano come il sole, quando sorge con tutto lo splendore».

Da sapere che
La palma nella Bibbia indica la ‘gloria di Dio’. Debora seduta sotto la palma è una donna che con i suoi consigli saggi e le sue azioni responsabili dà gloria a Dio.
Nell’Antico Testamento altre due donne hanno portato questo nome: la prima è la balia di Rebecca, che fu sepolta sotto la ‘Quercia del pianto’ a Betel, città chiamata con questo nome dal patriarca Giacobbe (Gen 28,19). In questa città opera Debora, giudice del popolo e profetessa. L’altra donna chiamata Debora è la moglie di Ananiel e madre di Tobiel (Tob 1,8).

Filippa Castronovo

Publié dans:Bibbia - Antico Testamento |on 20 octobre, 2011 |Pas de commentaires »
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