Archive pour la catégorie 'BIBBIA. A.T. SALMI'

SALMO 4 : PREGHIERA DEL GIUSTO

http://www.adonaj.net/old/preghiera/salmo4.htm

SALMO 4 : PREGHIERA DEL GIUSTO

Quando ti invoco, rispondimi, Dio, mia giustizia:
dalle angosce mi hai liberato;
pietà di me, ascolta la mia preghiera.
Fino a quando, o uomini, sarete duri di cuore?
Perché amate cose vane e cercate la menzogna?
Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele:
il Signore mi ascolta quando lo invoco.
Tremate e non peccate,
sul vostro giaciglio riflettete e placatevi.
Offrite sacrifici di giustizia e confidate nel Signore.
Molti dicono: “Chi ci farà vedere il bene?”
Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.
Hai messo più gioia nel mio cuore
Di quando abbondano vino e frumento.
In pace mi corico e subito mi addormento:
tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare.

Commento

Il salmo esprime la fiducia in Dio che tranquillizza lo spirito, l’anima e il corpo dell’uomo. E’ così suddiviso:
Versetto 2 : La fiducia presente è basata sulla preghiera esaudita nel passato;
Versetti 3-6 : Reprimenda seguita da un comando:
Versetti 7-9 : Descrivono la gioia e la pace che nulla può scuotere.

Questa preghiera sfugge ad una classificazione precisa per il suo carattere particolarmente personale e spontaneo: tuttavia il suo tema principale è quello della confidenza con Dio il quale va incontro a chi lo cerca con fede e ascolta la supplica dei suoi fedeli.
Il salmo è meraviglioso e si rivolge a quanti sono demoralizzati, delusi. Depressi, disperati, impauriti, insoddisfatti a causa della difficile situazione sociale e nazionale. L’orante raggiunge la vera pace dell’anima, dello spirito e la tranquillità del corpo grazie alla sua incrollabile fiducia in Dio.
Come gli Ebrei dell’Esodo avevano imparato e capito di elevare suppliche a Dio affinché li salvasse, anche Davide, insidiato dal figlio Assalonne, scongiura Dio di vendicare il suo giusto diritto. Già confortato dal Signore, lo prega di essere esaudito. Il ricorrere a Dio per ottenere giustizia è gradito a Dio. Infatti, Egli non vuole che ci facciamo giustizia da noi stessi.
Pregato e supplicato Dio, Davide si rivolge ai principi e ai potenti che, invece di parteggiare per la giustizia, si sono schierati dalla parte del ribelle Assalonne. Davide inveisce mettendoli in guardia. Devono stare attenti poiché Dio, come nel passato, correrà in sua difesa. Quindi evitino di macchiarsi di qualsiasi delitto. Al contrario meditino giorno e notte sulla giustizia di Dio, e offrano sacrifici d’espiazione. Soltanto in quel modo potranno sperare nella divina misericordia.
Il comportamento degli Ebrei dell’Esodo e di Davide, fortifica la nostra fede e ci permette oggi, nei momenti di crisi, d’aridità, di nutrire la più completa fiducia in Dio, certi di un esito giusto.
Il salmo inizia con un’accorata invocazione a Dio come Redentore, come colui che ha manifestato la sua profonda giustizia attraverso il suo progetto di salvezza. I malvagi, i perversi, tutte le invenzioni dell’uomo tendenti a cancellare dalla memoria l’esistenza del divino, non conoscono le meraviglie che Dio compie per i suoi figli, specialmente per quelli che gli sono fedeli. Nulla sanno della gioia e della pace del cuore, e neppure della pienezza di una vita ricca di frutto e d’amore. Ignorano l’intima comunione con Dio, in Cristo Gesù, e della felicità di ottenere risposta alle proprie preghiere.
La maggior parte dell’umanità è ignara del fatto che Dio padre desidera instaurare un’intimità amorevole con ogni essere umano. La prima fase di questa unione consiste nel temere Dio (=rispetto di Dio) e di allontanarsi dalle situazioni di peccato con tutta la volontà che ci è propria (vedere “Le tentazioni” e “La salvezza”, dalla sezione meditazioni, per approfondimento).
Qualcuno potrà obiettare: “Com’è possibile, per esempio, non arrabbiarsi?” E’ giusto sentirsi arrabbiati o disturbati per qualcosa, ma ciò non ci autorizza usare questo sentimento come pretesto per ferire verbalmente o fisicamente un’altra persona. La violenza verbale, non scordiamolo mai, può danneggiare quanto al violenza fisica ( vedere da meditazioni “La maldicenza”, per approfondimento)
La fase successiva si compie in momenti di serena meditazione e in preghiera, nella solitudine, lontano dagli altri. Se uniamo queste due fasi alla lettura riflessiva della Sacra Scrittura, Dio ci rivela una prospettiva d’esistenza totalmente nuova e affascinante. E’ così che ci accorgiamo quanto siano chimeriche e vane le cose che trattengono l’uomo lontano da Dio, e quanto sia insignificante ciò che impedisce ai servitori di Dio di raggiungere la vera grandezza.
A mano a mano che nel nostro rapporto personale col Signore ci avviciniamo ,maggiormente a lui, notiamo che le parole del salmo 4 acquistano vigore, un significato più profondo; iniziamo a chiedere a gran voce la liberazione del più grande di tutti i nemici (=ego) che si nasconde nel nostro cuore.
Certo, lo so, costa sacrificio, ma viene ricambiato con una gioia traboccante che nessuno può toglierci. Questa è anche la via che i figli di Dio devono indicare agli uomini i loro fratelli.
La serenità della coscienza è ordinariamente caparra di sicuro successo. Del resto, anche se questo venisse meno, non ci mancherà il premio eterno. Perciò Gesù ci ammonisce di non temere coloro che possono danneggiare il corpo, ma soltanto Dio.

San Paolo ha sviluppato questo concetto ricordandoci:
“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione o l’angoscia, la fame o la nudità, il pericolo o la persecuzione, o la spada?…Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per opera di Colui che ci ha amato. Poiché io son persuaso che né morte, né vita, né Angeli, né Principati, né Virtù, né cose attuali, né future, né potestà, né altezza, né profondità, né alcuna altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, Signore Nostro (Rom.8,35-39).

Preghiera
Signore, a noi, che mettiamo nelle tue mani la cura della nostra difesa, concedi di superare tutte le avversità della vita e di godere le pacificanti gioie dello spirito, che soltanto da Te, fonte d’eterno gaudio, ci possono venire. Amen.
Amen, alleluia, amen!

Publié dans:BIBBIA. A.T. SALMI |on 7 février, 2012 |Pas de commentaires »

«Sollevo i miei occhi verso i monti, da dove verrà l’aiuto?» (« Salmo 121, 1″) (Enzo Bianchi)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_bianchi31.htm

ENZO BIANCHI

(« Jesus », Maggio 2009)

«Sollevo i miei occhi verso i monti, da dove verrà l’aiuto?» (« Salmo 121, 1″).

Il « Salmista » non aveva grandi vette davanti a sé: pellegrino verso Gerusalemme, il Monte Sion, spingeva lo sguardo verso un’altura spirituale, verso l’Altro che non poteva che trovarsi in alto rispetto alla comune condizione umana. Invocazione, imprecazione, distacco, estraniamento, abbandono: tutto questo esprimiamo con il nostro levare gli occhi al cielo, con lo sguardo proteso che pare aver bisogno di alture per poter davvero far spiccare il volo al nostro anelito. In realtà, il nostro sguardo, anche quando si alza, « si posa » alla ricerca di un luogo in cui sostare per riprendere il cammino. Quante volte nell’ascendere verso una vetta fermiamo il passo, apparentemente per riprendere il fiato, in realtà per misurarci una volta ancora con l’altrove, segno di un Altro che sembra sempre rinviare l’appuntamento a una cima ulteriore, nascosta rispetto a quella più a ridosso di noi. Allora i nostri occhi si attardano a ripercorrere idealmente sentieri che paiono danzare attorno alle falde della montagna, visitano baite e villaggi, discendono lieti dalle cime innevate ai pendii boscosi fino ai pascoli verdeggianti, rincorrono gli irrefrenabili torrenti, si riflettono nelle calme acque di laghetti alpini…
La montagna invita a una duplice contemplazione, a due prospettive speculari e complementari: salendo si fissa lo sguardo sulla vetta, ci si protende verso l’ »al-di-là », l’ulteriore, quasi a incalzare l’irraggiungibile di cui pure calchiamo le radici rocciose. Una volta in vetta, invece, lo sguardo si distende rappacificato in un volgersi che non è retrospettivo ma piuttosto onnicomprensivo: rileggiamo il percorso appena compiuto e nel contempo la realtà dalla quale ci siamo innalzati, abbracciamo con un solo sguardo il mondo che credevamo di conoscere e a volte, per pura grazia, come San Benedetto poco prima di morire, ci può essere dato di vedere «davanti agli occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole» (cfr. Gregorio Magno, « Dialoghi 11,35″). La terra che tanto amiamo è lì, teneramente abbracciata al cielo cui aneliamo: questa duplice contemplazione che si dischiude nelle altezze parla alle profondità del nostro intimo e ci invita a intraprendere un viaggio la cui lunghezza non si può misurare perché fatto di memorie e di attese, di radici e di desiderio di spiccare il volo.
Capiamo meglio, allora, come mai la montagna – fosse anche «un’umile collina» come il Monte Sion celebrato nei « Salmi » o come il dolce declivio verso il Lago di Tiberiade che ha sentito scorrere sulla sua superficie la pace delle « Beatitudini » e lo sciamare delle folle benedette – ha sempre simboleggiato il distacco dal quotidiano per perseguire l’ascesa, una ricerca di sé non « autistica » ma aperta al futuro, all’inatteso. Sì, accostarsi alla montagna è un cammino di ascesa interiore, vissuto con tutto il proprio corpo: i sensi spirituali si affinano grazie a quanto sperimentano le nostre membra. Così l’incontro tra il cielo e la terra è evocato dalla contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del monte, le alterne vicende dell’esistenza paiono simboleggiate dalla sequenza di salite e discese, la leggerezza e la semplicità sono richieste affinché l’ascesa non sia frenata dall’attaccamento all’inutile o al superfluo, il discernimento è acuito e l’oblio contrastato dal non poter tralasciare nulla di essenziale, per quanto apparentemente trascurabile, la vigilanza è tenuta desta dallo scrutare i segni del tempo e del cielo… Anche il rarefarsi dell’aria, il repentino mutare delle condizioni meteorologiche, il brusco contrasto tra passaggi ombreggiati e accecanti riflessi di sole sulla neve contribuiscono a una purificazione che nasce dalla sorprendente scoperta di come la complementarietà degli opposti plasmi il nostro sentire interiore.
Sì, inoltrarsi in montagna – ma anche solo ripercorrere con la mente e con il cuore le balze che si sono imparate a conoscere dai « racconti biblici » e dalle narrazioni di quanti ci hanno preceduto nel cammino della vita – rappresenta una inesauribile esplorazione interiore: davvero, come scriveva Dag Hammarskjold, uomo di fede e amante della montagna, «il viaggio più lungo è il viaggio interiore». Un viaggio che richiede e al contempo stimola coraggio e resistenza, capacità di ascolto e di silenzio, solidarietà e fiducia in sé stessi e negli altri, attenta valutazione delle proprie forze per metterle al servizio di un’impresa nata in noi stessi ma destinata a dilatarsi su quanti ci stanno accanto.
Davvero muoversi «verso l’alto» può essere l’occasione non di irrefrenabile superbia ma, al contrario, di faticosa e liberante ascesi verso una dimensione più grande di noi e al contempo alla nostra portata. Da dove, infatti, ci verrà l’aiuto? «Dal Signore che ha fatto cielo e terra», canta il « Salmo », dal Signore che ha voluto che cielo e terra si toccassero in un abbraccio infinito.

Publié dans:BIBBIA. A.T. SALMI, Enzo Bianchi |on 30 janvier, 2012 |Pas de commentaires »

Chiamati a Vivere – Salmo 139 (Ravasi)

dal sito:

http://www.apostoline.it/riflessioni/salmi/Salmo139.htm

I SALMI CANTI SUI SENTIERI DI DIO
 
Chiamati a vivere (Salmo 139)   
                                                              
 
C’è una vocazione primordiale che sta alla radice del nostro stesso essere, è la chiamata alla vita. Dice il Signore a Geremia nel giorno della sua vocazione profetica: « Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu venissi alla luce, ti avevo consacrato » (1,5), e questa frase sarà ripresa anche da Paolo per descrivere la sua vocazione nella lettera ai Galati (« Dio mi scelse fin dal seno di mia madre » 1,15). È celebre il detto di Cartesio « Cogito, ergo sum », « penso, quindi esisto ».il teologo K. Barth ha introdotto in questa frase una piccola variante che però la rivoluziona: « Cogitor, ergo sum » « sono pensato (da Dio) e quindi esisto ». È questa la tipica visione della Bibbia che alla radice della nostra esistenza pone l’amore di Dio e la sua parola: « In principio Dio disse: Facciamo l’uomo…! ».
Ora, questa grande vocazione che si irradia su tutta la nostra esistenza, su tutto lo spazio che percorreremo, su tutti nostri anni, i mesi, i giorni, le ore della nostra vita  è stupendamente cantata in un salmo, il 139, un testo piuttosto lungo che non possiamo ora citare integralmente ma che invitiamo a riprendere e a leggere con attenzione sulla propria Bibbia. « Il Salmo 139 è una delle più penetranti riflessioni sul significato e sulla presenza di Dio in tutta la letteratura religiosa. Vi si avverte,  più che altrove, il senso miracoloso, avvincente e straordinario di Dio che si proietta in ogni direzione, al di sopra, al di sotto, innanzi e indietro ». Queste parole del teologo anglicano A. T. Robinson in un libro che a suo tempo fece scalpore, Dio non è così (Firenze 1965), colgono il cuore di questo splendido ma molto difficile cantico sapienziale.
La libertà delle immagini, il bagliore delle intuizioni, la forza dei sentimenti, la mutevolezza delle tonalità, il tormento del testo a noi giunto non impediscono al Salmo di avere una struttura nitida e un suo rigore ideologico. La sostanza del messaggio è subito percepibile. Dio tutto sa e tutto può e l’uomo non può sottrarsi a lui. Lo scopo ultimo del poema è quello di far convergere verso l’abbraccio salvifico di Dio tutte le dimensioni, tutta la realtà, tutta l’umanità. Citando due poeti greci, Arato e Cleante, Paolo ad Atene affermava: « In lui viviamo, in lui ci muoviamo ed esistiamo » (Atti 17,28). In un testo aramaico di El-Amarna  (Egitto) leggiamo questa frase: « Se noi saliamo in cielo, se noi scendiamo negli inferi, la nostra testa è nelle Tue mani ».
La prima strofa (vv.1-6) è la celebrazione dell’onniscienza divina, come è attestato dal riecheggiare del verbo « conoscere », che nel mondo semitico indica la penetrazione totale del conoscente nell’oggetto conosciuto. Dio mi conosce « quando seggo e quando mi alzo, quando cammino e quando sosto »: le azioni « polari » estreme della vita che riassumono tutte le altre non sfuggono allo sguardo di Dio, come gli sono familiari il nostro pensiero e la nostra parola prima ancora che essi sboccino.
All’onnipresenza divina è dedicata la seconda strofa (vv. 7-12) in cui si descrive il « folle volo » dell’uomo per sottrarsi a Dio. Tutto lo spazio è percorso, dalla verticale cielo-inferi all’orizzontale est-ovest (aurora- mare Mediterraneo). Tutto il tempo con la sua sequenza notte-giorno è perlustrato da Dio a cui non resiste né la morte né la tenebra.
Leggiamo ora la terza strofa (vv. 13-18) che si fissa sulla realtà più mirabile dell’essere, l’uomo, il « prodigio » di Dio.
Sei tu che hai creato i miei reni,
mi hai intessuto nel grembo di mia madre.
Ti ringrazio perché con atti prodigiosi mi hai fatto mirabile:
meravigliose sono le tue opere
e la mia anima le riconosce pienamente.
Il mio scheletro non ti era nascosto
quando fui confezionato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra.
Anche l’embrione i tuoi occhi l’hanno visto
e nel tuo libro erano tutti scritti
i giorni che furono formati
quando ancora non ne esisteva uno.
Quanto sono insondabili per me i tuoi pensieri, o Dio,
quanto è complessa la loro sostanza!
Se li conto sono più numerosi della sabbia.
Mi risveglio ed ecco sono ancora con te.
 
Attraverso il simbolismo « plastico » del vasaio e dello scultore e quello « tessile » del ricamo si dipinge l’azione di Dio all’intero del grembo della gestante. Quel grembo notturno e oscuro, che è paragonato a quello della madre Terra, è trapassato dallo sguardo creatore di Dio e diventa come un cantiere del nostro destino fisico e spirituale. La funzione della donna è vista dal poeta in parallelo a quella della terra: come il seme cade nel terreno e fa esplodere la sua energia nell’humus che espleta la funzione di matrice, così il seme maschile nel grembo della donna, alimentato dal sangue mestruo (secondo l’antica fisiologia orientale) si trasforma in creatura vivente. Il miracolo della creazione e dell’esistenza è contemplato dal nostro poeta con lo stupore della poesia e della fede.
L’ultima strofa (vv. 19-24) è piuttosto sorprendente perché con la sua veemenza sembra in opposizione alla pace della contemplazione precedente. Il tema è quello del giudizio divino sul male nei cui confronti l’orante si dichiara puro. Anzi, egli « odia con odio implacabile » i nemici di Dio. Si tratta di un’espressione molto forte, di sapore orientale, per indicare lo sdegno contro l’ingiustizia che dilaga nel mondo e per esprimere la propria amorosa adesione al bene. È quasi una scelta di campo  che l’orante fa, ben sapendo che a Dio egli deve tutto e che a lui vuole tutto consacrare.
Si chiude così questo canto di gloria al Dio creatore dell’uomo. « Numerose sono e meraviglie del mondo ma la più grande delle meraviglie resta l’uomo », scriveva il poeta greco Sofocle nell’Antigone. Il nostro salmo è un canto di adorazione al Creatore di un simile capolavoro. Lo scrittore ebreo tedesco Joseph Roth, l’autore della Leggenda del santo bevitore, in un’altra sua opera esprimeva suggestivamente questa sensazione: « Nell’istante in cui potei prendere tra le braccia mio figlio provai un lontano riflesso di quella ineffabile sublime beatitudine che dovette colmare il Creatore il sesto giorno quando egli vide la sua opera  imperfetta pur tuttavia compiuta. Mentre tenevo fra le mie braccia quella cosina minuscola, urlante, brutta, paonazza,sentivo chiaramente quale mutamento stava avvenendo in me. Per piccola, brutta e rossastra che fosse la cosa tra le mie braccia, da essa emanava una forza invincibile ».

GIANFRANCO RAVASI

(da SE VUOI)
 

God gives the law and covenants to his people

God gives the law and covenants to his people dans APOCRIFI A.T. 10%20ENLUMINURE

http://www.artbible.net/1T/Exo1901_Law_covenants/index_2.htm

Salmo 103 (104) Inno a Dio creatore

dal sito:

http://www.perfettaletizia.it/bibbia/salmi/salmo103.htm
     
Salmo 103 (104) Inno a Dio creatore  
 
Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Sei rivestito di maestà e di splendore,

avvolto di luce come di un manto,
tu che distendi i cieli come una tenda,

costruisci sulle acque le tue alte dimore,
fai delle nubi il tuo carro,
cammini sulle ali del vento,

fai dei venti i tuoi messaggeri
e dei fulmini i tuoi ministri.

Egli fondò la terra sulle sue basi:
non potrà mai vacillare.

Tu l’hai coperta con l’oceano come una veste;
al di sopra dei monti stavano le acque.

Al tuo rimprovero esse fuggirono,
al fragore del tuo tuono si ritrassero atterrite.

Salirono sui monti, discesero nelle valli,
verso il luogo che avevi loro assegnato;

hai fissato loro un confine da non oltrepassare,
perché non tornino a coprire la terra.

Tu mandi nelle valli acque sorgive
perché scorrano tra i monti,

dissetino tutte le bestie dei campi
e gli asini selvatici estinguano la loro sete.

In alto abitano gli uccelli del cielo
e cantano tra le fronde.

Dalle tue dimore tu irrighi i monti,
e con il frutto delle tue opere si sazia la terra.

Tu fai crescere l’erba per il bestiame
e le piante che l’uomo coltiva
per trarre cibo dalla terra,

vino che allieta il cuore dell’uomo,
olio che fa brillare il suo volto
e pane che sostiene il suo cuore.

Sono sazi gli alberi del Signore,
i cedri del Libano da lui piantati.

Là gli uccelli fanno il loro nido
e sui cipressi la cicogna ha la sua casa;

le alte montagne per le capre selvatiche,
le rocce rifugio per gli iràci.
Hai fatto la luna per segnare i tempi
e il sole che sa l’ora del tramonto.

Stendi le tenebre e viene la notte:
in essa si aggirano tutte le bestie della foresta;

ruggiscono i giovani leoni in cerca di preda
e chiedono a Dio il loro cibo.

Sorge il sole: si ritirano
e si accovacciano nelle loro tane.

Allora l’uomo esce per il suo lavoro,
per la sua fatica fino a sera.

Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.

Ecco il mare spazioso e vasto:
là rettili e pesci senza numero,
animali piccoli e grandi;

lo solcano le navi
e il Leviatàn che tu hai plasmato
per giocare con lui.

Tutti da te aspettano
che tu dia loro cibo a tempo opportuno.

Tu lo provvedi, essi lo raccolgono;
apri la tua mano, si saziano di beni.

Nascondi il tuo volto: li assale il terrore;
togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.

Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.

Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.

Egli guarda la terra ed essa trema,
tocca i monti ed essi fumano.

Voglio cantare al Signore finché ho vita,
cantare inni al mio Dio finché esisto.

A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore.

Scompaiano i peccatori dalla terra
e i malvagi non esistano più.
Benedici il Signore, anima mia.
Alleluia.
—————————————————–
 
Commento
 
Il salmista esordisce con un invito a se stesso a benedire il Signore. Di fronte alla grandezza, alla bellezza, alla potenza della creazione esprime il suo stupore e la sua lode a Dio: “Sei tanto grande, Signore, mio Dio!”.
Egli contempla Dio nella sua sovranità universale, tratteggiandolo “avvolto di luce come di un manto”. Una luce gloriosa, non terrena, non degli astri, ma divina, con la quale illumina gli spiriti angelici, nel cielo.
Egli ha separato la luce dalla notte e con l’albeggiare stende il cielo “come una tenda”; cioè stende la calotta azzurra del cielo. Così, pure, stende le tenebre della notte: “Stendi le tenebre e viene la notte”. Sovrano del cielo e della terra, pone la sua dimora di re sulle acque, cioè sulle nuvole alte e bianche, là dove nessuno può fare una dimora. Sovrano difende i suoi sudditi fedeli dai nemici, facendo delle nuvole basse e buie il suo carro da guerra trainato dal vento visto come un essere alato: “Costruisci sulle acque le tue alte dimore, fai delle nubi il tuo carro, cammini sulle ali del vento”. I venti annunziano il suo arrivo nella tempesta, mentre le folgori presentano la sua potenza sulla terra: “Fai dei venti i tuoi messaggeri e dei fulmini i tuoi ministri”.
Il salmo, che segue l’ordine della prima narrazione della creazione (Gn 1,1s), continua presentando la primordiale situazione della terra, ora fermamente salda “sulle sue basi”, intendendo per basi niente di formalmente vincolante, ma solo un’immagine tratta dalle congetture dell’uomo.
L’onnipotenza divina viene presentata come dominatrice delle acque che coprivano la terra: “Al tuo rimprovero esse fuggirono, al fragore del tuo tuono rimasero atterrite”. Le acque si divisero in acque sotto il firmamento e in acque sopra il firmamento (le nubi, pensate ferme in alto per la presenza di una invisibile calotta detta firmamento), così cominciò il ciclo delle piogge e le acque “Salirono sui monti, discesero nelle valli, verso il luogo (mare) che avevi loro assegnato”. Dio provvede, nel tempo privo di piogge, al regime delle acque, e fa scaturire nelle alte valli montane acque sorgive che poi scendono lungo i canaloni tra i monti per dissetare gli animali. Gli uccelli trovano dimora nei luoghi alti e cantano tra le fronde degli alberi. Tutto è predisposto perché non manchi il cibo: “Con il frutto delle tue opere si sazia la terra. Tu fai crescere l’erba per il bestiame e le piante che l’uomo coltiva…”.
E anche gli alberi alti sono sazi per la pioggia “sono sazi gli alberi del Signore (cioè gli alberi altissimi: nell’ebraico il superlativo assoluto è reso con un riferimento a Dio), i cedri del Libano da lui piantati”. (I cedri del Libano raggiungono anche i 40 m. di altezza, con un diametro alla base di 2,5 m.)
Dio per segnare le stagioni ha fatto il sole e la luna. Ritirando a sera la luce stende “le tenebre e viene la notte”; e anche nella notte prosegue la vita: “si aggirano tutte le bestie della foresta; ruggiscono i giovani leoni in cerca di preda”. Con i loro ruggiti “chiedono a Dio il loro cibo”. Il salmo presenta che gli animali carnivori sono stati creati così da Dio. Il libro della Genesi (1,30) presenta un mondo animale che si cibava di erbe nella situazione Edenica; ma è un’immagine rivolta a presentare come all’inizio non ci fosse la ferocia tra gli animali, benché non mancassero animali carnivori, creati da Dio, come il nostro salmo presenta.
L’uomo comincia il suo lavoro col sorgere del sole: “Allora l’uomo esce per il suo lavoro, per la sua fatica fino a sera”.
Il salmista loda ancora il Signore per le sue opere.
Passa quindi a considerare le creature del mare; in particolare il Leviatan, nome col quale l’autore designa la balena.
Il mondo animale è oggetto pure esso dell’assistenza divina: “Nascondi il tuo volto: li assale il terrore; togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere”. Se Dio ritrae la sua assistenza gli animali periscono, non hanno più l’alito delle narici “togli loro il respiro”. Ma se manda il suo Spirito creatore sono creati. Lo Spirito di Dio è all’origine della creazione: (Gn 1,2).
Il salmista chiede che sulla terra ci sia la pace tra gli uomini, affinché “gioisca il Signore delle sue opere”. “Scompaiano i peccatori dalla terra e i malvagi non esistano più” dice, augurandosi un tempo dove gli uomini cessino di combattersi. Questo sarà nel tempo di pace che abbraccerà tutta la terra, quando la Chiesa porterà Cristo a tutte le genti; sarà la società della verità e dell’amore. Noi dobbiamo incessantemente impegnarci con la preghiera e la testimonianza per questo tempo che invochiamo nel Padre Nostro dicendo: “Venga il tuo regno”.

Publié dans:BIBBIA. A.T. SALMI, salmi |on 18 juillet, 2011 |Pas de commentaires »
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