Archive pour la catégorie 'BIBBIA. A.T. SALMI'

DONO DEL SIGNORE SONO I FIGLI -SALMO 126

http://camminoin.it/2012/10/17/dono-del-signore-sono-i-figli/

DONO DEL SIGNORE SONO I FIGLI -SALMO 126

Buongiorno a tutti,

oggi percorriamo la via tracciata dal Salmo 126, di seguito riportato:

Se il Signore non costruisce la casa, *
invano vi faticano i costruttori.
Se la città non è custodita dal Signore *
invano veglia il custode.

Invano vi alzate di buon mattino, †
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore: *
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.

Ecco, dono del Signore sono i figli, *
è sua grazia il frutto del grembo.
Come frecce in mano a un eroe *
sono i figli della giovinezza.

Beato l’uomo *
che piena ne ha la farètra:
non resterà confuso quando verrà alla porta *
a trattare con i propri nemici.

Il Salmo ci invita a riflette sull’essere e sull’avere, sul senso della vita e delle cose che possediamo, sul frutto delle nostre fatiche e dei nostri impegni. Il Salmista nel primo verso del Salmo si riferisce a tutte le fatiche e a tutti gli sforzi compiuti dagli uomini per costruirsi una casa. A tal proposito viene spontaneo interrogarsi sul senso di questa affermazione per cercare di comprendere il vero significato della parola casa. Certamente se pensiamo ai castelli e a i palazzi realizzati dall’uomo con le sue attività illecite, con la frode, il ricatto, l’inganno, l’omicidio etc., potremmo pensare che la via del male sia la via certa per realizzare in maniera comoda e veloce grandi imperi dove abitare, e che quindi questa realtà contraddice le parole del Salmo. Il punto è, però, che la vera dimora dell’uomo non è una casa costituita da muri, stanze, saloni arredati, affrescati e muniti di ogni confort, ma è il mondo stesso, il cosmo e la realtà bellissima del Paradiso. Sicuramente con la grazia di Dio, con il suo aiuto e facendo leva sulle capacità che Dio stesso ci ha donato noi siamo all’altezza di realizzare grandi opere e costruzioni, di inventare macchinari sofisticati e di fabbricare ingegnosi e complicati meccanismi per rendere la nostra vita più comoda, più lunga e più sicura, ma tutto questo non serve a darci la felicità interiore, la pace del cuore e la gioia dell’amore. La vera casa dell’uomo non è un luogo materiale all’interno del quale la vita è sicura e felice, un luogo chiuso e protetto ove poter affermare la propria autorità e il proprio potere, un regno in cui noi soli siamo i veri sultani e ove neanche a Dio è consentito di mettere piede, ma è piuttosto una condizione interiore, che, se raggiunta, diventa anche esteriore, in cui Dio è la ragione della nostra vita, in cui Dio è il centro del nostro esistere, in cui Dio è il luogo in cui abitare e in cui vivere la vera vita. Questa realtà interiore, che se raggiunta si materializza anche con l’acquisizione di uno spazio all’interno della Chiesa e con la realizzazione di una vita terrena sensata, non è costruita dall’uomo ma direttamente da Dio. L’uomo non raggiunge questa condizione da solo grazie ai suoi meriti, ma è Dio che tramite Gesù Cristo costruisce questa realtà in cui collocare l’uomo al fine di introdurlo ad una piena comunione con Lui. La casa costruita dal Signore per ognuno di noi non ha mura materiali, ma mura spirituali e fa parte della grande Gerusalemme Celeste, città progettata, costruita e custodita direttamente da Dio. Ciò non significa che questa casa non è abitabile già da ora, dal tempo della nostra vita terrena, al contrario essa è pronta ad ospitarci sin dal giorno del nostro battesimo su questa terra. I muri di questa nostra casa domestica, ove il signore della casa è Dio, possono anche coincidere con i muri della nostra casa terrena, ma non si identificano con essi, perché rimangono edificati e saldi anche quando questi ultimi crollano sotto i colpi distruttivi di un terremoto, di una guerra, o, semplicemente, per effetto del loro naturale decadimento. Sono i muri incrollabili della fede che sostengono tutta la nostra vita e danno senso al nostro essere, rendendoci esseri realizzati. Questi muri sono veramente incrollabili se poggiano le loro fondazioni sulla roccia ferma di Cristo e se si lasciano edificare dalla forza e dal lavoro dello Spirito Santo. E’ tutto lavoro di Dio, che continua l’opera della creazione edificando il suo regno in ciascuno di noi, trasformandoci, attraverso e grazie al Figlio, da creature in figli. I figli di Dio sono partoriti dalla Chiesa, che nel vigore della sua eterna giovinezza non smette mai di donare all’umanità i santi. Questi sono frecce appuntite e robuste consegnate a ciascuno di noi per affrontare i nostri nemici mortali senza restare confusi, senza timore e con un sostegno invincibile.

Capo d’Orlando, 17/10/2012

Dario Sirna

 

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI |on 8 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

ASCESA VERSO L’ALTO – INCONTRO CON L’ »ALTRO » – Enzo Bianchi

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_bianchi31.htm

ASCESA VERSO L’ALTO – INCONTRO CON L’ »ALTRO »

In cammino verso casa, con lo sfondo di pace delle montagne… Il Rifugio Mulaz, tra le Pale di San Martino, nelle Dolomiti trentine! Il tramonto sul Monte Torraggio, in provincia di Imperia, al confine tra Italia e Francia… Dal Trentino, le Torri del Vajolet, nel Catinaccio, in Val di Fassa!
ENZO BIANCHI
(« Jesus », Maggio 2009)

«Sollevo i miei occhi verso i monti, da dove verrà l’aiuto?» (« Salmo 121, 1″). Il « Salmista » non aveva grandi vette davanti a sé: pellegrino verso Gerusalemme, il Monte Sion, spingeva lo sguardo verso un’altura spirituale, verso l’Altro che non poteva che trovarsi in alto rispetto alla comune condizione umana. Invocazione, imprecazione, distacco, estraniamento, abbandono: tutto questo esprimiamo con il nostro levare gli occhi al cielo, con lo sguardo proteso che pare aver bisogno di alture per poter davvero far spiccare il volo al nostro anelito. In realtà, il nostro sguardo, anche quando si alza, « si posa » alla ricerca di un luogo in cui sostare per riprendere il cammino. Quante volte nell’ascendere verso una vetta fermiamo il passo, apparentemente per riprendere il fiato, in realtà per misurarci una volta ancora con l’altrove, segno di un Altro che sembra sempre rinviare l’appuntamento a una cima ulteriore, nascosta rispetto a quella più a ridosso di noi. Allora i nostri occhi si attardano a ripercorrere idealmente sentieri che paiono danzare attorno alle falde della montagna, visitano baite e villaggi, discendono lieti dalle cime innevate ai pendii boscosi fino ai pascoli verdeggianti, rincorrono gli irrefrenabili torrenti, si riflettono nelle calme acque di laghetti alpini…
La montagna invita a una duplice contemplazione, a due prospettive speculari e complementari: salendo si fissa lo sguardo sulla vetta, ci si protende verso l’ »al-di-là », l’ulteriore, quasi a incalzare l’irraggiungibile di cui pure calchiamo le radici rocciose. Una volta in vetta, invece, lo sguardo si distende rappacificato in un volgersi che non è retrospettivo ma piuttosto onnicomprensivo: rileggiamo il percorso appena compiuto e nel contempo la realtà dalla quale ci siamo innalzati, abbracciamo con un solo sguardo il mondo che credevamo di conoscere e a volte, per pura grazia, come San Benedetto poco prima di morire, ci può essere dato di vedere «davanti agli occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole» (cfr. Gregorio Magno, « Dialoghi 11,35″). La terra che tanto amiamo è lì, teneramente abbracciata al cielo cui aneliamo: questa duplice contemplazione che si dischiude nelle altezze parla alle profondità del nostro intimo e ci invita a intraprendere un viaggio la cui lunghezza non si può misurare perché fatto di memorie e di attese, di radici e di desiderio di spiccare il volo.
Capiamo meglio, allora, come mai la montagna – fosse anche «un’umile collina» come il Monte Sion celebrato nei « Salmi » o come il dolce declivio verso il Lago di Tiberiade che ha sentito scorrere sulla sua superficie la pace delle « Beatitudini » e lo sciamare delle folle benedette – ha sempre simboleggiato il distacco dal quotidiano per perseguire l’ascesa, una ricerca di sé non « autistica » ma aperta al futuro, all’inatteso. Sì, accostarsi alla montagna è un cammino di ascesa interiore, vissuto con tutto il proprio corpo: i sensi spirituali si affinano grazie a quanto sperimentano le nostre membra. Così l’incontro tra il cielo e la terra è evocato dalla contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del monte, le alterne vicende dell’esistenza paiono simboleggiate dalla sequenza di salite e discese, la leggerezza e la semplicità sono richieste affinché l’ascesa non sia frenata dall’attaccamento all’inutile o al superfluo, il discernimento è acuito e l’oblio contrastato dal non poter tralasciare nulla di essenziale, per quanto apparentemente trascurabile, la vigilanza è tenuta desta dallo scrutare i segni del tempo e del cielo… Anche il rarefarsi dell’aria, il repentino mutare delle condizioni meteorologiche, il brusco contrasto tra passaggi ombreggiati e accecanti riflessi di sole sulla neve contribuiscono a una purificazione che nasce dalla sorprendente scoperta di come la complementarietà degli opposti plasmi il nostro sentire interiore.
Sì, inoltrarsi in montagna – ma anche solo ripercorrere con la mente e con il cuore le balze che si sono imparate a conoscere dai « racconti biblici » e dalle narrazioni di quanti ci hanno preceduto nel cammino della vita – rappresenta una inesauribile esplorazione interiore: davvero, come scriveva Dag Hammarskjold, uomo di fede e amante della montagna, «il viaggio più lungo è il viaggio interiore». Un viaggio che richiede e al contempo stimola coraggio e resistenza, capacità di ascolto e di silenzio, solidarietà e fiducia in sé stessi e negli altri, attenta valutazione delle proprie forze per metterle al servizio di un’impresa nata in noi stessi ma destinata a dilatarsi su quanti ci stanno accanto.
Davvero muoversi «verso l’alto» può essere l’occasione non di irrefrenabile superbia ma, al contrario, di faticosa e liberante ascesi verso una dimensione più grande di noi e al contempo alla nostra portata. Da dove, infatti, ci verrà l’aiuto? «Dal Signore che ha fatto cielo e terra», canta il « Salmo », dal Signore che ha voluto che cielo e terra si toccassero in un abbraccio infinito.

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI, Enzo Bianchi |on 2 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – SALMO 62, 2-9: L’ANIMA ASSETATA DEL SIGNORE

http://www.ansdt.it/Testi/Liturgia/Papa/

GIOVANNI PAOLO II – SALMO 62, 2-9: L’ANIMA ASSETATA DEL SIGNORE

(LODI DOMENICA 1ª SETTIMANA)

terza Catechesi di SS. Giovanni Paolo II su i Salmi e i Cantici delle Lodi, (mercoledì 25 aprile 2001)

1. Il Salmo 62, sul quale oggi ci fermiamo a riflettere, è il Salmo dell’amore mistico, che celebra l’adesione totale a Dio, partendo da un anelito quasi fisico e raggiungendo la sua pienezza in un abbraccio intimo e perenne. La preghiera si fa desiderio, sete e fame, perché coinvolge anima e corpo.
Come scrive santa Teresa d’Avila, “la sete esprime il desiderio di una cosa, ma un desiderio talmente intenso che noi moriamo se ne restiamo privi” (Cammino di perfezione, c. XXI). Del Salmo la liturgia ci propone le prime due strofe che sono appunto incentrate sui simboli della sete e della fame, mentre la terza strofa fa balenare un orizzonte oscuro, quello del giudizio divino sul male, in contrasto con la luminosità e la dolcezza del resto del Salmo.
2. Iniziamo, allora, la nostra meditazione col primo canto, quello della sete di Dio (cfr vv. 2-4). È l’alba, il sole sta sorgendo nel cielo terso della Terra Santa e l’orante comincia la sua giornata recandosi al tempio per cercare la luce di Dio. Egli ha bisogno di quell’incontro col Signore in modo quasi istintivo, si direbbe “fisico”. Come la terra arida è morta, finché non è irrigata dalla pioggia, e come nelle screpolature del terreno essa sembra una bocca assetata e riarsa, così il fedele anela a Dio per essere riempito di Lui e per potere così esistere in comunione con Lui.
Il profeta Geremia aveva già proclamato: il Signore è “sorgente d’acqua viva”, e aveva rimproverato il popolo per aver costruito “cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (2,13). Gesù stesso esclamerà ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me” (Gv 7,37-38). Nel pieno meriggio di un giorno assolato e silenzioso, promette alla donna samaritana: “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).
3. La preghiera del Salmo 62 s’intreccia, per questo tema, col canto di un altro stupendo Salmo, il 41: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (vv. 2-3). Ora, nella lingua dell’Antico Testamento, l’ebraico, “l’anima” è espressa con il termine nefesh, che in alcuni testi designa la “gola” e in molti altri si allarga ad indicare l’essere intero della persona. Colto in queste dimensioni, il vocabolo aiuta a comprendere quanto sia essenziale e profondo il bisogno di Dio; senza di lui vien meno il respiro e la stessa vita. Per questo il Salmista giunge a mettere in secondo piano la stessa esistenza fisica, qualora venga a mancare l’unione con Dio: “La tua grazia vale più della vita” (Sal 62,4). Anche nel Salmo 72 si ripeterà al Signore: “Fuori di te nulla bramo sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre… Il mio bene è stare vicino a Dio” (vv. 25-28).
4. Dopo il canto della sete, ecco modularsi nelle parole del Salmista il canto della fame (cfr Sal 62,6-9). Probabilmente, con le immagini del “lauto convito” e della sazietà, l’orante rimanda a uno dei sacrifici che si celebravano nel tempio di Sion: quello cosiddetto “di comunione”, ossia un banchetto sacro in cui i fedeli mangiavano le carni delle vittime immolate. Un’altra necessità fondamentale della vita viene qui usata come simbolo della comunione con Dio: la fame è saziata quando si ascolta la Parola divina e si incontra il Signore. Infatti, “l’uomo non vive soltanto di pane, ma l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3; cfr Mt 4,4). E qui il pensiero del cristiano corre a quel banchetto che Cristo ha imbandito l’ultima sera della sua vita terrena e il cui valore profondo aveva già spiegato nel discorso di Cafarnao: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,55-56).
5.Attraverso il cibo mistico della comunione con Dio “l’anima si stringe” a Lui, come dichiara il Salmista. Ancora una volta, la parola “anima” evoca l’intero essere umano. Non per nulla si parla di un abbraccio, di uno stringersi quasi fisico: ormai Dio e uomo sono in piena comunione e sulle labbra della creatura non può che sbocciare la lode gioiosa e grata. Anche quando si è nella notte oscura, ci si sente protetti dalle ali di Dio, come l’arca dell’alleanza è coperta dalle ali dei cherubini. E allora fiorisce l’espressione estatica della gioia: “Esulto di gioia all’ombra delle tue ali”. La paura si dissolve, l’abbraccio non stringe il vuoto ma Dio stesso, la nostra mano s’intreccia con la forza della sua destra (cfr Sal 62,8-9).
6. In una lettura del Salmo alla luce del mistero pasquale, la sete e la fame che ci spingono verso Dio, trovano il loro appagamento in Cristo crocifisso e risorto, dal quale giunge a noi, mediante il dono dello Spirito e dei Sacramenti, la vita nuova e l’alimento che la sostiene.
Ce lo ricorda san Giovanni Crisostomo, che commentando l’annotazione giovannea: dal fianco “uscì sangue e acqua” (cfr Gv 19,34), afferma: “Quel sangue e quell’acqua sono simboli del Battesimo e dei Misteri”, cioè dell’Eucaristia. E conclude: “Vedete come Cristo congiunse a se stesso la sposa? Vedete con quale cibo nutre tutti noi? È dallo stesso cibo che siamo stati formati e veniamo nutriti. Infatti come la donna nutre colui che ha generato con il proprio sangue e latte, così anche Cristo nutre continuamente col proprio sangue colui che egli stesso ha generato” (Omelia III rivolta ai neofiti, 16-19 passim: SC 50 bis, 160-162).

BENEDETTO XVI : SALMO 130 – CONFIDARE IN DIO COME IL BIMBO NELLA MADRE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050810_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 agosto 2005

SALMO 130 – CONFIDARE IN DIO COME IL BIMBO NELLA MADRE

Vespri del Martedì della 3a Settimana

1. Abbiamo ascoltato solo poche parole, una trentina nell’originale ebraico del Salmo 130. Eppure sono parole intense, che svolgono un tema caro a tutta la letteratura religiosa: l’infanzia spirituale. Il pensiero corre subito in modo spontaneo a santa Teresa di Lisieux, alla sua «piccola via», al suo «restare piccola» per «essere tra le braccia di Gesù» (cfr Manoscritto «C», 2r°-3v°: Opere complete, Città del Vaticano 1997, pp. 235-236).
Al centro del Salmo, infatti, si staglia l’immagine di una madre col bambino, segno dell’amore tenero e materno di Dio, come si era già espresso il profeta Osea: «Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato… Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1.4).
2. Il Salmo si apre con la descrizione dell’atteggiamento antitetico rispetto a quello dell’infanzia, la quale è consapevole della propria fragilità, ma fiduciosa nell’aiuto degli altri. Di scena, nel Salmo, sono invece l’orgoglio del cuore, la superbia dello sguardo, le «cose grandi e superiori» (cfr Sal 130,1). È la rappresentazione della persona superba, che viene tratteggiata mediante vocaboli ebraici indicanti «altezzosità» ed «esaltazione», l’atteggiamento arrogante di chi guarda gli altri con senso di superiorità, ritenendoli inferiori a se stesso.
La grande tentazione del superbo, che vuol essere come Dio, arbitro del bene e del male (cfr Gn 3,5), è decisamente respinta dall’orante, il quale opta per la fiducia umile e spontanea nell’unico Signore.
3. Si passa, così, all’immagine indimenticabile del bambino e della madre. Il testo originario ebraico non parla di un neonato, bensì di un «bimbo svezzato» (Sal 130,2). Ora, è noto che nell’antico Vicino Oriente lo svezzamento ufficiale era collocato attorno ai tre anni e celebrato con una festa (cfr Gn 21,8; 1Sam 1,20-23; 2 Mac 7,27).
Il bambino, a cui il Salmista rimanda, è legato alla madre da un rapporto ormai più personale e intimo, non quindi dal mero contatto fisico e dalla necessità di cibo. Si tratta di un legame più cosciente, anche se sempre immediato e spontaneo. È questa la parabola ideale della vera «infanzia» dello spirito, che si abbandona a Dio non in modo cieco e automatico, ma sereno e responsabile.
4. A questo punto la professione di fiducia dell’orante si allarga a tutta la comunità: «Speri Israele nel Signore, ora e sempre» (Sal 130,3). La speranza sboccia ora in tutto il popolo, che riceve da Dio sicurezza, vita e pace, e si estende dal presente al futuro, «ora e sempre».
È facile continuare la preghiera facendo echeggiare altre voci del Salterio, ispirate alla stessa fiducia in Dio: «Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio» (Sal 21,11). «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 26, 10). «Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno» (Sal 70,5-6).
5. All’umile fiducia, come si è visto, si oppone la superbia. Uno scrittore cristiano del quarto-quinto secolo, Giovanni Cassiano, ammonisce i fedeli sulla gravità di questo vizio, che «distrugge tutte le virtù nel loro insieme e non prende di mira solamente i mediocri e i deboli, ma principalmente quelli che si sono posti al vertice con l’uso delle loro forze». Egli continua: «È questo il motivo per cui il beato Davide custodisce con tanta circospezione il suo cuore fino a osare di proclamare davanti a Colui al quale non sfuggivano certamente i segreti della sua coscienza: « Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze »… E tuttavia, ben conoscendo quanto sia difficile anche per i perfetti una tale custodia, egli non presume di appoggiarsi unicamente alle sue capacità, ma supplica con preghiere il Signore di aiutarlo per riuscire a evitare i dardi del nemico e a non restarne ferito: « Non mi raggiunga il piede orgoglioso » (Sal 35,12)» (Le istituzioni cenobitiche, XII,6, Abbazia di Praglia, Bresseo di Teolo – Padova 1989, p. 289).
Analogamente un anziano anonimo dei Padri del deserto ci ha tramandato questa dichiarazione, che riecheggia il Salmo 130: «Io non ho mai oltrepassato il mio rango per camminare più in alto, né mi sono mai turbato in caso di umiliazione, perché ogni mio pensiero era in questo: nel pregare il Signore che mi spogliasse dell’uomo vecchio» (I Padri del deserto. Detti, Roma 1980, p. 287).

BENEDETTO XVI : SALMO 121 – SALUTO ALLA CITTÀ SANTA DI GERUSALEMME

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20051012_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 12 ottobre 2005

SALMO 121 – SALUTO ALLA CITTÀ SANTA DI GERUSALEMME

Primi Vespri – Domenica 4a settimana

1. È uno dei più belli e appassionati Cantici delle ascensioni quello che ora abbiamo ascoltato e gustato come preghiera. Si tratta del Salmo 121, una celebrazione viva e partecipe in Gerusalemme, la città santa verso la quale ascendono i pellegrini.
Infatti, subito in apertura, si fondono insieme due momenti vissuti dal fedele: quello del giorno in cui accolse l’invito ad «andare alla casa del Signore» (v. 1) e quello dell’arrivo gioioso alle «porte» di Gerusalemme (cfr v. 2); ora i piedi calpestano finalmente quella terra santa e amata. Proprio allora le labbra si aprono a un canto festoso in onore di Sion, considerata nel suo profondo significato spirituale.
2. «Città salda e compatta» (v. 3), simbolo di sicurezza e di stabilità, Gerusalemme è il cuore dell’unità delle dodici tribù di Israele, che convergono verso di essa come centro della loro fede e del loro culto. Là, infatti, esse ascendono «per lodare il nome del Signore» (v. 4), nel luogo che la «legge di Israele» (Dt 12,13-14; 16,16) ha stabilito quale unico santuario legittimo e perfetto.
A Gerusalemme c’è un’altra realtà rilevante, anch’essa segno della presenza di Dio in Israele: sono «i seggi della casa di Davide» (cfr Sal 121,5), governa, cioè, la dinastia davidica, espressione dell’azione divina nella storia, che sarebbe approdata al Messia (2Sam 7,8-16).
3. I «seggi della casa di Davide» vengono chiamati nel contempo «seggi del giudizio» (cfr Sal 121,5), perché il re era anche il giudice supremo. Così Gerusalemme, capitale politica, era anche la sede giudiziaria più alta, ove si risolvevano in ultima istanza le controversie: in tal modo, uscendo da Sion, i pellegrini ebrei ritornavano nei loro villaggi più giusti e pacificati.
Il Salmo ha tracciato, così, un ritratto ideale della città santa nella sua funzione religiosa e sociale, mostrando che la religione biblica non è astratta né intimistica, ma è fermento di giustizia e di solidarietà. Alla comunione con Dio segue necessariamente quella dei fratelli tra loro.
4. Giungiamo ora all’invocazione finale (cfr vv. 6-9). Essa è tutta ritmata sulla parola ebraica shalom, «pace», tradizionalmente considerata alla base del nome stesso della città santa Jerushalajim, interpretata come «città della pace».
Come è noto, shalom allude alla pace messianica, che raccoglie in sé gioia, prosperità, bene, abbondanza. Anzi, nell’addio finale che il pellegrino rivolge al tempio, alla «casa del Signore nostro Dio», si aggiunge alla pace il «bene»: «Chiederò per te il bene» (v. 9). Si ha, così, in forma anticipata il saluto francescano: «Pace e bene!». È un auspicio di benedizione sui fedeli che amano la città santa, sulla sua realtà fisica di mura e palazzi nei quali pulsa la vita di un popolo, su tutti i fratelli e gli amici. In tal modo Gerusalemme diventerà un focolare di armonia e di pace.
5. Concludiamo la nostra meditazione sul Salmo 121 con uno spunto di riflessione suggerito dai Padri della Chiesa per i quali la Gerusalemme antica era segno di un’altra Gerusalemme, anch’essa, «costruita come città salda e compatta». Questa città – ricorda san Gregorio Magno nelle Omelie su Ezechiele – «ha già qui una sua grande costruzione nei costumi dei santi. In un edificio una pietra sostiene l’altra, perché si mette una pietra sopra l’altra, e chi sostiene un altro è a sua volta sostenuto da un altro. Così, proprio così, nella santa Chiesa ciascuno sostiene ed è sostenuto. I più vicini si sostengono a vicenda, e così per mezzo di essi si innalza l’edificio della carità. Ecco perché Paolo ammonisce, dicendo: “Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2). Sottolineando la forza di questa legge, dice: “Pieno compimento della legge è l’amore” (Rm 13,10). Se io infatti non mi sforzo di accettare voi così come siete, e voi non vi impegnate ad accettare me così come sono, non può sorgere l’edificio della carità tra noi, che pure siamo legati da amore reciproco e paziente». E, per completare l’immagine, non si dimentichi che «c’è un fondamento che sopporta l’intero peso della costruzione, ed è il nostro Redentore, il quale da solo tollera nel loro insieme i costumi di noi tutti. Di lui l’Apostolo dice: “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1Cor 3,11). I1 fondamento porta le pietre e non è portato dalle pietre; cioè, il nostro Redentore porta il peso di tutte le nostre colpe, ma in lui non c’è stata alcuna colpa da tollerare» (2,1,5: Opere di Gregorio Magno, III/2, Roma 1993, pp. 27.29).
E così il grande Papa san Gregorio ci dice cosa significa il Salmo in concreto per la prassi della nostra vita. Ci dice che dobbiamo essere nella Chiesa di oggi una vera Gerusalemme, cioè un luogo di pace, « portandoci l’un l’altro » così come siamo; « portandoci insieme » nella gioiosa certezza che il Signore ci « porta tutti ». E così cresce la Chiesa come una vera Gerusalemme, un luogo di pace. Ma vogliamo anche pregare per la città di Gerusalemme che sia sempre più un luogo di incontro tra le religioni e i popoli; che sia realmente un luogo di pace.

 

BENEDETTO XVI – SALMO 130 – CONFIDARE IN DIO COME IL BIMBO NELLA MADRE (2005)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050810_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 agosto 2005

SALMO 130 – CONFIDARE IN DIO COME IL BIMBO NELLA MADRE
Vespri del Martedì della 3a Settimana

1. Abbiamo ascoltato solo poche parole, una trentina nell’originale ebraico del Salmo 130. Eppure sono parole intense, che svolgono un tema caro a tutta la letteratura religiosa: l’infanzia spirituale. Il pensiero corre subito in modo spontaneo a santa Teresa di Lisieux, alla sua «piccola via», al suo «restare piccola» per «essere tra le braccia di Gesù» (cfr Manoscritto «C», 2r°-3v°: Opere complete, Città del Vaticano 1997, pp. 235-236).
Al centro del Salmo, infatti, si staglia l’immagine di una madre col bambino, segno dell’amore tenero e materno di Dio, come si era già espresso il profeta Osea: «Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato… Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1.4).
2. Il Salmo si apre con la descrizione dell’atteggiamento antitetico rispetto a quello dell’infanzia, la quale è consapevole della propria fragilità, ma fiduciosa nell’aiuto degli altri. Di scena, nel Salmo, sono invece l’orgoglio del cuore, la superbia dello sguardo, le «cose grandi e superiori» (cfr Sal 130,1). È la rappresentazione della persona superba, che viene tratteggiata mediante vocaboli ebraici indicanti «altezzosità» ed «esaltazione», l’atteggiamento arrogante di chi guarda gli altri con senso di superiorità, ritenendoli inferiori a se stesso.
La grande tentazione del superbo, che vuol essere come Dio, arbitro del bene e del male (cfr Gn 3,5), è decisamente respinta dall’orante, il quale opta per la fiducia umile e spontanea nell’unico Signore.
3. Si passa, così, all’immagine indimenticabile del bambino e della madre. Il testo originario ebraico non parla di un neonato, bensì di un «bimbo svezzato» (Sal 130,2). Ora, è noto che nell’antico Vicino Oriente lo svezzamento ufficiale era collocato attorno ai tre anni e celebrato con una festa (cfr Gn 21,8; 1Sam 1,20-23; 2 Mac 7,27).
Il bambino, a cui il Salmista rimanda, è legato alla madre da un rapporto ormai più personale e intimo, non quindi dal mero contatto fisico e dalla necessità di cibo. Si tratta di un legame più cosciente, anche se sempre immediato e spontaneo. È questa la parabola ideale della vera «infanzia» dello spirito, che si abbandona a Dio non in modo cieco e automatico, ma sereno e responsabile.
4. A questo punto la professione di fiducia dell’orante si allarga a tutta la comunità: «Speri Israele nel Signore, ora e sempre» (Sal 130,3). La speranza sboccia ora in tutto il popolo, che riceve da Dio sicurezza, vita e pace, e si estende dal presente al futuro, «ora e sempre».
È facile continuare la preghiera facendo echeggiare altre voci del Salterio, ispirate alla stessa fiducia in Dio: «Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio» (Sal 21,11). «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 26, 10). «Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno» (Sal 70,5-6).
5. All’umile fiducia, come si è visto, si oppone la superbia. Uno scrittore cristiano del quarto-quinto secolo, Giovanni Cassiano, ammonisce i fedeli sulla gravità di questo vizio, che «distrugge tutte le virtù nel loro insieme e non prende di mira solamente i mediocri e i deboli, ma principalmente quelli che si sono posti al vertice con l’uso delle loro forze». Egli continua: «È questo il motivo per cui il beato Davide custodisce con tanta circospezione il suo cuore fino a osare di proclamare davanti a Colui al quale non sfuggivano certamente i segreti della sua coscienza: « Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze »… E tuttavia, ben conoscendo quanto sia difficile anche per i perfetti una tale custodia, egli non presume di appoggiarsi unicamente alle sue capacità, ma supplica con preghiere il Signore di aiutarlo per riuscire a evitare i dardi del nemico e a non restarne ferito: « Non mi raggiunga il piede orgoglioso » (Sal 35,12)» (Le istituzioni cenobitiche, XII,6, Abbazia di Praglia, Bresseo di Teolo – Padova 1989, p. 289).
Analogamente un anziano anonimo dei Padri del deserto ci ha tramandato questa dichiarazione, che riecheggia il Salmo 130: «Io non ho mai oltrepassato il mio rango per camminare più in alto, né mi sono mai turbato in caso di umiliazione, perché ogni mio pensiero era in questo: nel pregare il Signore che mi spogliasse dell’uomo vecchio» (I Padri del deserto. Detti, Roma 1980, p. 287).

 

DIO È PER NOI UN RIFUGIO ED UNA FORZA

http://www.ilfaro-it.net/Brevi%20meditazioni%20bibliche%20Scuderi1.

DIO È PER NOI UN RIFUGIO ED UNA FORZA

“Dio è per noi un rifugio ed una forza, un aiuto sempre pronto nella difficoltà. Perciò non temiamo se la terra è sconvolta, se i monti si smuovono in mezzo al mare, se le sue acque rumoreggiano, schiumano e si gonfiano, facendo tremare i monti.
C’è un fiume, i cui ruscelli rallegrano la città di Dio, il luogo santo della dimora dell’Altissimo. Dio si trova in essa: non potrà vacillare; Egli fa udire la sua voce, la terra si scioglie. Il Signore degli eserciti è con noi, il Dio di Giacobbe è il nostro rifugio.
Venite, guardate le opere del Signore, Egli fa sulla terra cose stupende. Fa cessare le guerre fino all’estremità della terra. “fermatevi”, dice “e riconoscete che io sono Dio. Io sarò glorificato fra le nazioni, sarò glorificato sulla terra”. Il Signore degli eserciti è con noi; il Dio di Giacobbe è il nostro.
(Salmo 46)

Il Salmo inizia con una certezza di fede: “Dio è per noi un rifugio ed una forza”. Questa è una constatazione che si basa sulle esperienze vissute. Perciò, visto quello che è successo, visto il manifestarsi della potenza di Dio, è scritto “noi non temiamo”, parola che esprime la certezza della fede, dell’essere sicuri perché fondati su quanto è avvenuto nel passato. Così cantava l’antico Israele. Anche oggi la fede nell’azione di Dio nel passato fonda la certezza per l’azione di Dio nel futuro. La fede cristiana infatti è ancorata alla fedeltà di Dio, all’azione divina della storia. Il nostro domani è nelle mani di Dio fedele alle promesse di salvezza e di amore per il suo popolo e per tutti gli uomini.
Ma il Salmo continua: “perciò non temiamo se la terra è sconvolta”. Facciamoci una domanda: oggi possiamo anche noi dire come il salmista: “perciò non temiamo?”.
Consideriamo la nostra situazione oggi. Il testo infatti accenna a possibili situazioni negative. Parla di “terra sconvolta” e “montagne scosse”, questo fa pensare ai terremoti. Il testo parla di “acque che rumoreggiano, schiumano e si gonfiano facendo tremare i monti”, questo fa pensare a nubifragi, frane e maremoti. Siamo così lontani da questa realtà?
Abbiamo ancora eventi naturali che scuotono e che ci danno un forte senso di impotenza. Ma ciò che spesso ci sconvolge è che questi eventi non sono casuali, ma sono la risposta naturale alle manomissioni dell’uomo sulla natura trattata nono come dono di Dio, ma come preda da spartire e violentare per l’arricchimento di pochi. Accanto a questi sconvolgimenti poi esistono i grandi smottamenti dovuti al normale assesto idrogeologico; sconvolgimenti che avvengono solitamente a distanza di secoli, ma che abbiamo vissuto ultimamente. Quanto scritto nel Salmo è storia di oggi.
Ma questo non basta. Il Salmo parla anche di nazioni che rumoreggiano, regni che vacillano. Impossibile elencare la grande quantità di guerre e conflitti etnici esistenti nel mondo. Ci Sono continuamente conferenze e riunioni internazionali nel tentativo di risolvere queste crisi che sorgono all’improvviso o che durano da secoli. Anche in questo Salmo si racconta la storia dei nostri giorni: una situazione negativa che investe il mondo.
Ma qual è la nostra reazione a questa situazione generale?
Come credenti partecipiamo alla vita degli uomini e non possiamo estraniarci dalle responsabilità e dall’impegno umano per arginare le crisi. Ogni tentativo, ogni azione, ogni aiuto umanitario, ogni lotta che la società intraprende per tentare una via di soluzione deve vedere i credenti in prima linea solidali con chi sacrifica se stesso ed i propri interessi per creare a tutti uno spazio vitale, una società aperta e nuova. In questo senso come singoli e come comunità partecipiamo con le nostre voci, con la nostra presenza ed il nostro aiuto a tutte quelle iniziative che rivendicano la pace e la necessità di tutti gli esseri umani senza distinzione, di avere le stesse opportunità e lo stesso diritto alla vita che ha bisogno anche di cibo, vestiti, medicine e tutto il necessario. La tecnica del riccio che quando avverte il pericolo si appallottola su se stessi e tira fuori le spine è irresponsabile sintomo di rinuncia e di viltà. I credenti che si chiudono sono i primi ad essere trascinati nella rovina delle strutture inique della società così come il riccio per quanto spinoso verrebbe travolto dalle “acque schiumeggianti” del nostro testo.
Partecipare alle lotte degli uomini come credenti però significa parteciparvi con metodi e contenuti diversi da quelli dettati dalle parti in causa. Il credente è portatore dei metodi e del messaggio di salvezza di Dio per la storia e per gli uomini e questa la vocazione specifica del popolo di Dio che vive della Sua presenza e su questa fonda la propria azione, la propria testimonianza quotidiana e la certezza della vittoria.
L’antico Israele vedeva la presenza di Dio in Gerusalemme, nel tempio con le sue mura e l’arca, nella città santa, sicuro rifugio. Per noi la presenza di Dio è legata non ad un luogo, ma ad una persona: Gesù Cristo, Dio per noi. E’ con Cristo che deve confrontarsi la storia degli uomini perché Cristo è il Signore degli uomini e della storia. Il credente sa che non saranno le soluzioni umane a salvare l’umanità, ma solo una conversione a Cristo, a Colui che rappresenta un rifugio ed una forza, la roccia su cui fondarci.
Ma per far questo, il Salmo ci grida un messaggio urgente, una visione profetica. E’ un messaggio di richiamo alla realtà: “fermatevi e riconoscete che io sono Dio” (verso 10).
“Fermatevi” significa dire all’uomo che la sua corsa al progresso senza limiti, alla supremazia dell’uomo sull’uomo e delle nazioni, la corsa al denaro, al benessere, è una corsa verso la rovina. La corsa verso soluzioni centrate sull’uomo è soltanto una fuga dalle responsabilità perché tutto ciò che è umano è provvisorio e noi viviamo in questa provvisorietà.
“Riconoscete che io sono Dio” vuol dire date a Dio il primo posto nella vita, vuol dire riscoprite la sovranità di Dio. Riconoscete Dio come Signore vuol dire ritrovare il senso dei propri limiti. Riscoprire l’uomo alla luce di Dio vuol dire avere una nuova etica sociale del lavoro, politica, personale, coniugale. E questo resta valido di fronte a qualsiasi terremoto, sia esso mondiale, sia esso personale quando situazioni avverse, egoismi, malvagità, incapacità nostre od altrui ci hanno portato ad una crisi profonda fino al punto da non farci più sentire la voce di Colui che ci ama.
Dove l’essere umano sa fermarsi per considerare la maestà di Dio lì nasce l’uomo nuovo che vince la crisi e vive la propria storia in modo responsabile per il bene di tutta l’umanità. Chi crede nell’Iddio vivente ed operante ha una visione profetica perché vede come già realizzato il futuro: “egli fa sulla terra cose stupende. Fa cessare le guerre fino all’estremità della terra”. Questo versetto è l’invito a vedere la vittoria di Dio allora sul campo assiro distrutto ed abbandonato, oggi sui disastri della terra e sulle sicurezze costruite dagli uomini. Questo versetto diviene profezia della vittoria del Regno di Dio come regno di pace in cui non ci sarà più alcuna guerra.
I credenti testimoniano perché questo Regno venga, pur sapendo che la venuta del Regno è nelle mani di Dio e la sua realizzazione non sarà frutto delle soluzioni umane. Il nostro compito è indicare agli uomini che solo in Cristo e nel riconoscimento della sua Signoria è l’unica soluzione ai problemi. Predicare questa vittoria sul male è credere che Dio agisce, è operare per manifestare che già in noi Egli è il Signore, è indicare le cose grandi e le soluzioni di Dio e
non noi stessi e la nostra provvisorietà. Allora una Chiesa operante e potente potrà portare frutti di pace e di salvezza e essere segno delle cose grandi di Dio.
Operiamo con fede, testimoniamo con fermezza perché “Dio è per noi un rifugio ed una forza, un aiuto sempre pronto nelle difficoltà” ed Egli “glorificato sulla terra”.

Di Marco Scuderi

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI |on 5 juin, 2014 |Pas de commentaires »

« IN TE È LA SORGENTE DELLA VITA » (SAL 36, 10) – OMELIA DEL CARD. WALTER KASPER

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/documents/rc_pc_chrstuni_doc_20020125_kasper-san-paolo_it.html

CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI

OMELIA DEL CARD. WALTER KASPER

Basilica di san Paolo fuori le Mura

Venerdì, 25 gennaio 2002

Cari fratelli e sorelle, cari amici!

« IN TE È LA SORGENTE DELLA VITA » (SAL 36, 10):

queste sono le parole del salmista scelte come il tema della Settimana della Preghiera di quest’anno. Sono parole di fede e di fiducia, parole di speranza e di coraggio, parole che ci uniscono e ci impegnano.
1. Saluto voi tutti che siete venuti per la celebrazione della conclusione di questa Settimana di Preghiera, nella quale imploriamo Dio affinché invii su di noi il suo Spirito di vita e sia veramente la sorgente di vita nuova, di nuovo slancio per l’unità dei cristiani e per l’unità di tutta l’umanità. Saluto innanzitutto le chiese e le comunità ecclesiali che sono presenti qui Roma, e che si radunano ogni anno con noi per questa occasione in questa Basilica di san Paolo fuori le Mura, luogo davvero significativo ed importante per i molti avvenimenti ecumenici degli ultimi decenni e soprattutto dell’anno giubilare 2000. La vostra presenza e la vostra partecipazione attiva insieme con noi, la nostra preghiera comune è per me il segno di una comunione che è cresciuta e continua a crescere, di un’amicizia promettente, un’occasione di gratitudine, di gioia e di speranza.
Cari fratelli e sorelle, noi tutti siamo ancora presi dalla profonda emozione suscitata dalla Giornata di Preghiera per la Pace di ieri ad Assisi. Un’esperienza veramente commovente, un evento che rimarrà impresso nei nostri cuori. Ringraziamo il Signore per averci donato questa esperienza, attraverso la quale Egli ci ha mostrato la sua presenza nel nostro mondo, nel nostro tempo malgrado e nonostante tutte le inquietudini, le preoccupazioni e le paure e ci ha riempito ancora una volta di speranza, ma allo stesso tempo ci ha impegnati nuovamente ad essere operatori di pace ed essere operatori di pace insieme.
2. Le parole del salmista risuonano come un’eco delle testimonianze e delle preghiere di Assisi. Veramente, Dio è la sorgente della vita! È necessario ricordare questa verità fondamentale, soprattutto dopo i tristi e tragici eventi dell’11 settembre, frutto ed espressione dei poteri della morte, della morte di migliaia di persone innocenti e una minaccia alla vita, ai valori e alla cultura della vita di tutta l’umanità, una minaccia alla pace e alla convivenza civile degli uomini, dei popoli, delle etnie, delle religioni e delle culture. Gli abissi dei poteri della morte e del male si sono dunque aperti.
Questi avvenimenti hanno mostrato la fragilità della nostra civilizzazione, hanno compromesso la certezza della nostra sicurezza. Abbiamo compreso ancora una volta il significato profondo del messaggio del profeta Geremia nell’Antico Testamento: « Dicono: « shalom!, shalom! », « pace! pace! », ma non c’è shalom, non c’è pace » (Ger 8, 14). « Aspettavamo (shalom) la pace, ma non c’è alcun bene » (Ger 8, 15). Nel corso della nostra vita, anche della nostra vita moderna con tutti i sui mezzi sofisticati, scientifici e tecnologici, siamo minacciati dalla morte.
Dov’è dunque la sorgente della vita? È questo il quesito che si pone l’uomo dei nostri giorni; è persino il desiderio, una fame ed una sete espressi da molti contemporanei. Il desiderio della vita, della vita vera, della pienezza della vita abita e vive in ogni cuore umano e molti, soprattutto molti giovani, sperimentano che una civilizzazione dell’avere e del piacere non basta, non sazia, non riempie il cuore, non dà la pace interiore, anzi, conduce ad una sfrenata, e allo stesso tempo frustrante, ricerca ad avere di più e sempre di più.
3. Ad Assisi abbiamo ascoltato un altro messaggio, il messaggio delle religioni, di tutte le religioni. Benché siano molte e così diverse fra loro, esse comunicano un messaggio comune: il mondo e la vita hanno un valore molto più grande di quello che si può vedere, di più di quello che si può toccare con mano, calcolare, fare, ottenere e manipolare, sono espressioni più alte, più profonde, più ricche.
« Gli uomini delle varie religioni – come dice il Concilio Vaticano II – attendono la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e il fine del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte… infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo » (Nostra aetate, 1). « Dai tempi più antichi fino ad oggi presso i vari popoli si trova una certa sensibilità di quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta si riconosce la Divinità Suprema o anche il Padre » (ibidem, 2). Le religioni vogliono essere e mostrare vie alla vita, compenetrare la vita di un intimo senso religioso. La convinzione della santità della vita è un patrimonio comune delle religioni. Uccidere nel nome della religione è una bestemmia, un uso improprio ed una comprensione errata della religione. Per le religioni il divino o la divinità è sorgente di vita.
4. La Bibbia degli ebrei e dei cristiani con la sua fede nella creazione conferma, purifica e arricchisce questa convinzione religiosa. Dio ha creato, « il cielo e la terra e tutte le loro schiere » (Gen 2, 1). Dio, e Dio solo, è la sorgente della vita, una sorgente viva, zampillante, abbondante e traboccante. Lui ha creato tutto, compenetra tutto con il suo soffio di vita, Lui conserva tutto nella vita e Lui alla fine conduce tutto alla pienezza della vita. « In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo » (Atti 17, 28). Lui è – come la Bibbia ci dice – un « amante della vita » (Sap 11, 16).
Nell’Utimo libro della Bibbia è scritto: « Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita » (Ap 21, 6). Perciò alla fine « non ci sarà più lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate » (Ap 21, 4).
Cari fratelli e sorelle! Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è di lottare per la vita e per la santità della vita. La nostra cultura moderna e postmoderna è una cultura secolarizzata che ha perduto la consapevolezza di Dio quale sorgente della vita. L’uomo stesso si è fatto maestro della vita e vuole oggettivare, analizzare, calcolare e manipolare tutto, e così riduce ogni cosa a oggetti morti, anche la vita umana diventa oggetto di calcolo economico.
Proprio perché Dio è la sorgente della vita e perché Dio vuole la pace, noi cristiani dobbiamo essere promotori, ed essere amanti della vita e divenire operatori della pace. Noi cristiani dobbiamo essere protagonisti di una nuova cultura della vita, del dono della vita, del rispetto per la santità della vita, dei valori e della priorità della vita in opposizione alle cose morte. Di fronte all’attuale situazione, alle attuali minacce e agli attuali problemi, i nostri conflitti confessionali sono una doppia vergogna. Noi, tutti i cristiani insieme con gli ebrei, dovremmo riscoprire la comune eredità della verità sulla creazione. Dovremmo stare insieme e dare una testimonianza comune di Dio, sorgente, custode e amante della vita, insieme dobbiamo cooperare per una nuova cultura della vita.
5. Cari fratelli e sorelle! Se riflettiamo sul verso del salmista « In te è la sorgente della vita » scopriamo ancora un’altra dimensione, un elemento distintivo che il Nuovo Testamento ci indica, la dimensione della nuova vita. Nel passaggio del Vangelo di san Giovanni che ci ha accompagnato durante questa settimana, l’incontro notturno di Gesù con un capo dei Giudei, Nicodemo (Gv 3, 1-17), alla sorpresa di Nicodemo, Gesù parla della necessità della nuova nascita da acqua e Spirito, della nascita alla vita nuova e alla vita eterna.
Dietro queste parole c’è la stessa esperienza a cui abbiamo già accennato, l’esperienza della fragilità e l’esperienza delle ferite profonde e delle deformazioni della vita umana, della debolezza e della nostra impotenza nel dare sicurezza e senso alla nostra vita. Dio ha creato il mondo e l’uomo « buoni », persino li ha creati molto buoni; ma l’uomo per il peccato si è distaccato, si è allontanato dalla sorgente della vita.
Nonostante ciò Dio è rimasto fedele alla sua creatura; Dio – come Gesù disse a Nicodemo – ama il mondo. Per questo ha manato il suo Figlio nel mondo. « In lui era la vita » (Gv 1, 4). Lui venne affinché noi avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza (Gv 10, 10). Lui è « la via, la verità e la vita » (Gv 14, 5). È questa la spiegazione che Gesù offre a Nicodemo: Dopo che l’accesso al primo albero della vita nel paradiso è stato negato, nell’albero della croce è stato innalzato il nuovo albero della vita, « perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna » (Gv 3, 15). Perché chiunque beve dell’acqua che Gesù dà non avrà mai sete, anzi quest’acqua diventerà « sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna » (Gv 4, 14). Tramite l’acqua del battesimo Dio è di nuovo sorgente della vita nuova; tramite il battesimo siamo partecipi della nuova vita, siamo fatti uomini (e donne) nuovi, nuova creatura, siamo rigenerati « per una speranza viva » (1 Pt 1, 3).
6. Ecco, cari fratelli e sorelle, questo è l’elemento fondante della fratellanza fra tutti i battezzati, fra tutti i cristiani. Ci sono differenze fra di noi; apparteniamo a Chiese e comunità ecclesiali diverse. Ma quello che ci unisce è più profondo e più forte di quello che ci divide. Nessuna differenza è tanto profonda e nessuna screpolatura tanto ampia e profonda da togliere o distruggere la nostra comunione più sincera e più piena.
Ecco spiegata la comunione reale e profonda di tutti i cristiani nonostante essi vivano in Chiese e comunità ecclesiali diverse. Ecco anche la differenza fra battezzati e non battezzati, fra il dialogo ecumenico, che si fa fra cristiani, e il dialogo interreligioso coi membri di religioni non cristiane. È una differenza qualitativa nel fondamento e anche una differenza qualitativa nello scopo. Mentre il dialogo interreligioso mira alla convivenza pacifica e rispettosa e all’amicizia, il dialogo ecumenico mira alla piena comunione e all’unità della Chiesa.
La lettera agli Efesini ha espresso questa nostra comunione cristiana: « Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti » (Ef 4, 4-6).
7. Ma correremmo il rischio di un gravissimo malinteso nella comprensione di questo alto inno alla nostra comunione, se dicessimo: « Siamo « okay »; siamo contenti; non c’è nulla da cambiare, possiamo rimanere come siamo ». No, assolutamente no! Se pensassimo così dimenticheremmo che Gesù e il Nuovo Testamento hanno parlato della vita nuova, dell’uomo nuovo, della creatura nuova.
Ogni giorno abbiamo bisogno di essere rinnovati, abbiamo bisogno di un rinnovamento personale e di un rinnovamento comunitario della Chiesa. Spesso noi tutti viviamo più in conformità alle leggi di questo mondo vecchio invece che in conformità alla legge nuova della nuova vita, il nuovo comandamento della carità.
Noi non siamo perfetti, e anche la Chiesa, benché santa, è una Chiesa di peccatori. Ciò diventa evidente se guardiamo alle nostre divisioni. Esse sono contro la volontà di Gesù; sono peccato.
Sono una contraddizione all’amore e alla fratellanza cristiana tutti i pensieri negativi, le parole cattive, i pregiudizi, le opere inique e le ingiustizie che avvenivano durante i secoli e che spesso sussistono anche oggi. « Ecclesia semper reformanda » è uno slogan protestante; « Ecclesia purificanda » asserisce il Concilio Vaticano II (Lumen gentium, 8). Le due affermazioni fanno da eco al concetto fondante e al fulcro della buona novella di Gesù sulla venuta del regno di Dio: « Convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1, 5).
La conversione è essenziale per l’esistenza cristiana e non c’è un ecumenismo autentico senza conversione, senza il desiderio di lasciarsi immergere nella novità del regno di Dio. Così ci insegna il Concilio Vaticano II (Unitatis redintegratio, 5-8) e così ribadisce il Papa nella sua enciclica ecumenica « Ut unum sint » (15-16; 33-35). Il movimento ecumenico è dapprima e soprattutto un movimento di conversione alla vita nuova. Ci vuole una purificazione della memoria, un modo di pensare nuovo, un cuore nuovo, una vera spiritualità ecumenica.
8. Sì, una rinnovata spiritualità ecumenica che è il cuore dell’ecumenismo ed è la chiave per un nuovo slancio ecumenico che ci permette di uscire dall’imbarazzo in cui ci troviamo e di fare un balzo in avanti. Occorre attingere continuamente alle sorgenti spirituali della vita: l’ascolto della parola di Dio, i sacramenti, la preghiera. Più ci avviciniamo a Cristo e al suo Vangelo della vita nuova, più ci avviciniamo gli uni agli altri. Soltanto se noi ci rinnoviamo, soltanto se diventiamo uomini (e donne) nuovi possiamo essere testimoni autentici della vita nuova in una cultura nuova della vita. Soltanto se viviamo la novità del Vangelo siamo in grado di essere testimoni della speranza e incoraggiare gli altri ad accompagnarci sul cammino lungo e faticoso, ma gioioso verso l’unità, affinché il mondo creda e trovi la via verso la pace e la fratellanza.
« In te è la sorgente della vita ». Questa frase, cari fratelli e sorelle, vale anche per il movimento ecumenico. Non noi, non il nostro sforzo, neanche il nostro entusiasmo, Dio solo è la sorgente di un ecumenismo nuovo, di una Chiesa rinnovata per essere testimoni di una cultura nuova e per essere operatori di pace. « Vieni Santo Spirito e rinnova i cuori dei tuoi fedeli ». Amen.

 

LA VERITA’ DEL DESIDERIO DELLA META – SAL 84 (83)

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2005_06/02.htm

Lectio Biblica 2005/06, a cura di Stella Morra

2. LA VERITA’ DEL DESIDERIO DELLA META

Salmo 84 (83)

Premessa

Questo salmo è un canto di pellegrinaggio, il cui contenuto è molto serio, e mi sembra il più adatto ad accompagnarci nella quotidianità della vita credente, nella fatica tipica di chi è in movimento. L’ho scelto per ricordarci che la vita cristiana non è un telefilm.
Il tema è quello del cammino; più esattamente il tema di questo salmo è quella che si chiama tecnicamente la dinamica tra presenza e assenza. La fatica di sentire presente uno che concretamente è assente; la gioia di sperimentare nell’assenza le forme della presenza. La fatica di chi ha una meta; ama la meta verso la quale cammina, ma ama anche la strada, perché è quella che lo porta verso la meta; ogni tanto si confonde un po’: ama più la strada che la meta; trova la strada pesante e si stanca, si rimette in cammino… Mi pare un salmo che ci può aiutare nel camminare, ci fa compagnia nella quotidianità.
Alcune note tecniche per entrare nel linguaggio di questo salmo.
E’ il primo di una miniserie, i salmi dall’84 all’88, detta dei “salmi coraiti”. Il salmo 84 è un canto di pellegrinaggio; poi c’è la preghiera per la pace e la giustizia, la tensione in un mondo addolorato, in una storia faticosa, dove l’unico desiderio è la pace; segue la preghiera nella prova personale, la prova del dolore; un canto su Sion, madre dei popoli, Gerusalemme, il posto dove arrivare per stare tranquilli; il salmo ottantotto, forse il più bello di questo gruppo, è una preghiera dal profondo dell’angoscia, uno dei pochissimi salmi in cui non c’è una parola di speranza: è la disperazione più nera, non c’è una parola positiva. Il grido è totalmente davanti a Dio “davanti a te grido giorno e notte … grido a te Dio della mia pace…” Ma è come se non ci fosse risposta.
Questi sono i salmi delle tensioni, del movimento, delle fatiche dei passaggi, dei mutamenti; tempi della vita in cui abbiamo alcune cose belle, ma anche un altro desiderio: vogliamo più pace, più vitalità, più allegria. Sono salmi che ci fanno compagnia, preziosi per i tempi dell’inquietudine. Non danno risposte, non cancellano l’inquietudine, ma consolano; ci dicono che, fin dai tempi più lontani, davanti al Signore ci sono degli inquieti. Lo troviamo nella Parola di Dio, dunque è un tema che ha una sua dignità, fa parte del paradigma di vita che il Signore offre ai suoi figli insieme a tutti i pezzi della vita, insieme ai salmi dell’esultanza, della richiesta di perdono…
Questi salmi di tensione usano spesso la figura della città, del baluardo, della fortezza, delle mura, della stabilità. E’ come tutte le volte in cui uno sta in un tempo di passaggio e dice: “Anche se dovesse andare male, come vorrei che questa situazione fosse risolta!” E’ faticosissimo stare nella tensione, nell’attesa, nella ricerca; stai meglio in una situazione anche non troppo serena, ma che almeno sia risolta, in cui sai come stanno le cose. E’ un discorso teorico; in realtà c’è sempre la speranza che le cose vadano bene. La sensazione della stabilità contrapposta all’instabilità ci dà un senso di riposo, di quiete, di sicurezza, di poter fare i conti. L’immagine più frequente è dunque quella di Gerusalemme come città salda, stabile, città sulla roccia, il contrario della tensione; si sta nelle mura, si sta nella casa … non c’è più niente da cercare, da aspettare!
Ci sono tutta una serie di commenti dell’ordine della psicologia del profondo su questo gruppo di salmi, perché hanno una tematica tipica: le mura, la fortezza, la casa, come contrapposizione all’angoscia del mutamento. Non a caso in questi salmi per ‘casa’ si usa sempre il termine ‘Bet’, che in ebraico antico indica casato, casa nel senso di discendenza, di lignaggio – la casa di Davide, per dire la stirpe di Davide. L’immagine di stabilità non è solo la casa nel senso delle pareti, è proprio il casato, la discendenza, la storia, le radici…

I salmi coraiti
Sono detti salmi coraiti, perché “corath”, radice ebraica, vuol dire tensione, allargamento. Sono quindi salmi della tensione, di allargamento; dal punto di vista religioso usano l’immagine della santità del tempio allargata a tutta Gerusalemme.
Mi spiego: il tempio di Gerusalemme è la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Le sinagoghe sono dei luoghi di studio, non luoghi della presenza di Dio. Distrutto il tempio di Gerusalemme non c’è più “Shekinà”, cioè presenza reale di Dio con il suo popolo. Il tempio era il luogo assolutamente particolare dove il cielo toccava la terra. Si diceva che nel cuore di Sion sta un monte, su questo monte Dio scende. Lì c’era il tempio.
I salmi coraiti estendono questa idea a tutta la città santa; e la città, tutta Gerusalemme, diventa la Gerusalemme ideale. Non la Gerusalemme reale, terrena, bensì quella che i cristiani chiameranno la ‘Gerusalemme celeste’. Non corrisponde alla città storica che sta in Palestina, ma è ‘il dominio di Dio sugli uomini’, dovunque essi siano geograficamente; è l’abitare di Dio con gli uomini. E’ chiaro che, per i cristiani, questo luogo è Gesù. Per questo noi diciamo che Dio è presente in tutte le chiese; non perché sono luoghi magici, ma perché, sotto la forma dell’Eucaristia, c’è Gesù, e Lui è l’espressione di questa universalità dell’abitare di Dio nel mondo. Poiché nell’Eucaristia noi abbiamo la presenza di Gesù in ogni chiesa, diciamo che in ogni chiesa c’è la presenza di Dio. Non è un ritorno moltiplicato all’idea del tempio, – c’è il tempio, noi abbiamo tanti templi – no, è una universalizzazione. Dal tempio, attraverso questi salmi coraiti, si allarga a tutta la città, che diventa l’immagine della Gerusalemme celeste e non più un luogo geografico; questo desiderio, espresso dai profeti, si realizza in Gesù, quindi Dio abita con tutti gli uomini perché prende carne umana, comune, e la presenza di Gesù con noi nell’Eucaristia fa sì che Dio abiti nei luoghi dove noi viviamo.
Questo è il desiderio che passa per i salmi coraiti: la grande tensione è stare con Dio! E Gerusalemme non è solo immagine psicanalitica, immagine di stabilità, casa, difesa, casato, tradizioni…- questa c’è; è la dinamica esistenziale nostra, è quella che ognuno di noi pensa quando è inquieto e sogna di avere un posto suo, tranquillo, dove chiudere la porta e … lasciare tutto fuori … in realtà se uno è agitato dentro, difficilmente trova la pace chiudendo una porta – c’è di più, c’è l’immagine religiosa. Questo luogo, questa stabilità, – casa, mura, città – è la città di Dio!
Faccio un esempio legato alla vita amorosa, che in genere è più semplice da capire. Tutti gli adolescenti passano la fase di ‘vado a vivere per conto mio’, – che vuol dire: ho un posto mio, dove nessuno mi controlla se telefono, se torno tardi, cosa mangio… – senza tener conto che questo comporta il dovere di pagare un affitto, bollette.… Su questa situazione reale, non si va a vivere per conto proprio, perché si ha il desiderio di una casa, ma è un desiderio di difficile realizzazione quando si scontra con la realtà. Quando poi uno cresce, decide di sposarsi, metter su casa; è più o meno lo stesso desiderio che aveva espresso da adolescente, ma il suo pensiero cambia: non desidera più un luogo dove essere ‘libero’, ma pensa alla casa come luogo che ‘ci’ accoglie, accoglie due persone nella loro relazione.

C’è dunque il desiderio di Gerusalemme quasi come luogo di difesa dal mondo, ma c’è un secondo livello, quello religioso: Gerusalemme come luogo dove abito con Dio e dove tutti i popoli della terra sono invitati. Non è più un luogo di difesa, bensì un luogo di esibizione, dove si mostra la ricchezza del proprio amore.
Queste due componenti sono sempre presenti insieme e sempre in conflitto, esattamente come per noi. Nel nostro tempo di angoscia normalmente, se siamo credenti, da una parte avremmo il grande desiderio di una difesa, – se Dio tirasse su un muro e lasciasse fuori tutte le difficoltà! – e dall’altra avremmo il grande desiderio di una rivincita: il poter mostrare che non ci siamo sbagliati, che l’aver creduto in Dio è una cosa seria. Essere fieri non tanto per mostrarlo agli altri quanto, inconsciamente, per mostrarlo quasi a noi stessi … esattamente il contrario dell’atteggiamento difensivo!
Questa è la dinamica della presenza-assenza: tanto mi scoccia che Dio non ci sia, non sia visibile, non si mostri, e vorrei fosse presente per me, per coccolare me, per difendere me, per lasciare fuori tutti gli altri, tanto mi scoccia che sia assente perché pare che io mi sia sbagliato, faccio la figura del credulone. Questi sono i due livelli del salmo.

Salmi cosmici e storici
Questi salmi, e in particolare questo, l’ottantaquattro, sono molto importanti per la nostra vita quotidiana, per la fatica del pellegrinaggio: sono in genere dei salmi insieme cosmici e storici.
I bei salmi cosmici: “Signore mio Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra” sulla natura, sulla creazione sono stupendi; in certi momenti ci fanno bene al cuore, ma spesso per noi sono più un desiderio che una realtà. Sono belli, sereni, luminosi, ma in realtà, nel quotidiano capita raramente il dono di veder la natura così bella.
I salmi storici in genere sono più realistici, ma meno piacevoli; sono pieni di dolori, di litigi, di guerre e somigliano di più alla nostra vita, che nel quotidiano non è bucolica, tranquilla, luminosa e piacevole.
I salmi coraiti in genere tengono insieme il Dio come Dio cosmico, il Signore degli eserciti (in ebraico si dice El Shaddai che vuol dire il Dio delle montagne, delle alture, ed è tradotto Dio degli eserciti perché, di per sé, è il Dio che detiene le alture e nell’arte militare antica, per i metodi di combattimento conosciuti, chi stava in alto aveva il novanta per cento delle possibilità di vincere) il Dio che detiene le alture, che ha tutti i posti in alto, era il Dio degli eserciti, colui che aveva vinto tutte le battaglie e si era assicurato tutti i posti strategici – C’è questo Dio delle alture, dei monti, Dio cosmico, vittorioso e sereno, e insieme ci sono tutte le beghe, le questioni, le fatiche. C’è la dimensione cosmica del rapporto con Dio, il Dio magnanimo – dalla grande anima -, e poi c’è tutta la fatica quotidiana del vivere.
Dal punto di vista tecnico questo testo è molto problematico, perché, avendo una vitalità molto forte, spesso è stato adattato, nel senso che, dentro una storia esistenziale, se un copista non capiva una parola perché non gli tornava nella sua storia biografica, la cambiava e la adattava alla sua storia, per cui abbiamo una serie di manoscritti molto precari. Inoltre questo salmo stava sull’ultimo pezzo di uno dei rotoli di Qumran, -i salmi che stavano all’inizio del rotolo sono i più protetti – ed è stato mangiato dai topi, per cui molte righe sono scomparse. E’ il destino dei manoscritti antichi. In più, siccome i rotoli si aprivano tenendo il capo e srotolandoli, il punto dove si metteva il dito si consumava di più, ed era più fragile. I versetti sei e sette, a metà del testo, sono completamente congetturali perché stavano nel punto dove si metteva il pollice per aprire il rotolo. C’è quindi un problema di interpretazione e di ricostruzione materiale del testo.
In più è un testo difficilmente databile perché è molto esistenziale, ma poco storico; non si nominano fatti o persone che consentano di stabilire la data. Ci sono molte ipotesi, che vanno da una datazione precedente all’esilio, VIII-IX secolo avanti Cristo, fino ad una datazione post-esilio, dell’epoca di Esdra, o di Giosia o della riforma deuteronomista, II secolo avanti Cristo, un arco di sei secoli.
Questo depone a favore di un’interpretazione fortemente esistenziale di questo salmo: va bene per tante epoche. E’ difficilmente databile, perché questo desiderio, questa tensione accomuna gli uomini di molti secoli diversi. Potrebbe essere datato anche nel duemila dopo Cristo!

Canto della soglia
Quanto al genere letterario si trova dentro un po’ di tutto: il tono dell’inno, le motivazioni delle lamentazioni individuali, le benedizioni, la preghiera per il re, la liturgia d’ingresso… I testi che hanno queste caratteristiche vengono chiamati cantici di Sion, cioè canti che hanno origine diversa – individuale, collettiva, liturgica, possono nascere da un episodio particolare, o essere una riflessione quasi di ordine filosofico – che la fede ebraica ha assunto come canti da utilizzare in modo liturgico, come ingresso alla casa di Dio nel pellegrinaggio annuale al tempio.
Non sappiamo in quale occasione sia nato un canto come questo, ma sappiamo che la fede di un popolo credente l’ha riconosciuto come testo liturgico per entrare al tempio, cioè un canto della soglia, del passaggio. Io se dovessi dare un titolo ad un salmo come questo lo chiamerei il canto della soglia. E vi consiglierei di cercare nei vari testi dell’antico e del nuovo testamento tutte le volte che compare questo tema della porta, della soglia.
Vi richiamo due o tre testi, tanto per dirvi tre usi di questa immagine: l’angelo con la spada di fuoco posto sulla porta del paradiso; Anna e Simeone invecchiano sulla soglia del tempio attendendo il bambino Gesù; Gesù che dice ‘Io sono la porta’.
Una delle cose su cui amo molto meditare è l’esperienza della fede come esperienza di un transito, di un passaggio. Nella tradizione cristiana si è spesso insegnato che siamo di passaggio sulla terra: questa è una valle di lacrime. E’ un modo di pensare il passaggio – è una visione un po’ pessimistica.
Cos’è l’esperienza di un passaggio nella nostra vita? Quali sono le esperienze che per noi sono state dei passaggi, delle soglie, delle porte? Quanta paura ha uno ogni volta che deve passare una porta sconosciuta e non sa cosa troverà dall’altra parte? Quanta paura avevamo da bambini ad aprire delle porte che davano su locali per noi non consueti? E contemporaneamente, quanti mondi nuovi ci si aprono ogni volta che apriamo una porta sconosciuta! Spesso quello che troviamo di là ci fa iniziare un gioco da capo, un’altra storia.
Pensate: uno dei primi segni del peccato è un angelo di fuoco posto davanti ad una porta! Cioè una delle prime conseguenze del peccato è non poter più passare soglie, non avere più la gioia dei passaggi, è la tendenza a stare fermi dove si è, perché l’angelo preclude le porte! E Gesù ci riapre le porte del paradiso, ci viene dato di nuovo di passare, di andare oltre.
In questo senso è un cantico di Sion: la fede di un popolo credente ha riconosciuto in questo testo un cantico della soglia, della porta. E proprio perché è un salmo del passaggio, è un salmo molto mobile, che si può leggere di qua o di là dalla porta, mentre si passa… ed ha toni diversi. Lo possiamo leggere con la paura di chi non sa ancora dove andrà, con la gioia di chi ce l’ha fatta a passare da un’altra parte, con lo sperdimento di chi sta lì a metà…
Dicevo prima, c’è un problema testuale abbastanza serio, in particolare sui versetti 6-8, di cui vi dò la versione attualmente più conosciuta, un po’ diversa da quella che trovate sulla vostra Bibbia.

Beati gli uomini il cui rifugio è in te, Beato chi trova in te la sua forza
e i tuoi sentieri sono nel loro cuore. E decide nel suo cuore il santo viaggio.
Attraversando la valle di Bakra Passando per la valle del pianto
la trasformano in un luogo di sorgenti, la cambia in una sorgente
anche la prima pioggia anche la prima pioggia
l’ammanta di benedizioni. l’ammanta di benedizioni.
Essi camminano di baluardo in baluardo Cresce lungo il cammino il suo vigore,
Il Dio degli dei appare in Sion. finchè compare davanti a Dio in Sion.

Bakra è un luogo geografico, indica la valle del pianto, luogo di una sconfitta, uno dei pochi nomi propri di questo salmo. La tradizione cristiana prende di qui l’espressione ‘valle di lacrime’, che ha avuto grande fortuna dal cinquecento in poi, per indicare tutto il pellegrinaggio sulla terra. E può voler dire un posto dove si piange, ma anche l’immagine del postaccio più orrendo che il salmista conosceva, che era la valle di Bakra.
“Il Dio degli dei” è stato mutato perché fa venire in mente il politeismo.
Vi do anche questa versione perché è la più esegeticamente probabile; secondo me ha una forza diversa, è più concreta, meno religiosa. Usa il nome proprio di un luogo, dice il Dio degli dei, che è l’espressione di un’iperbole, una esagerazione.

e basta poco
Il riferimento alla prima pioggia allude alla pioggia d’autunno. In un terreno desertico, come è quello di Israele, la prima pioggia in genere cade per breve tempo su un terreno desertico e non succede niente; solo con la seconda pioggia, quella dell’inverno, un mese intero di piogge, la terra riesce a riprendere vigore. Qui si dice: “…anche la prima pioggia l’ammanta di benedizioni…”. Traduzione: quando si sta per passare basta poco! Quando sei arrivato alla porta ed hai la sensazione che non ce la farai mai, il grosso dello sforzo è già fatto, basta un passo solo.
“Attraversando la valle di Bakra la trasformano in un luogo di sorgenti, anche la prima pioggia l’ammanta di benedizioni”. E’ un versetto che a me fa molta compagnia perché dice: il più è fatto! Bastano due gocce di pioggia e si vedranno spuntare erba e fiori e si raccoglieranno i frutti! Quando sei arrivato fino alla soglia l’ultimo passo è in genere il più pesante, ma anche uno solo; ne hai fatti migliaia per arrivare fino lì, nel tuo tempo di mutazioni!
La struttura del testo: tre strofe: i versetti due-quatto; cinque-nove; dieci-tredici, scanditi da Javhè degli eserciti. C’è quattro volte Javhè degli eserciti, quattro volte solo Javhè e quattro volte Elohim. Dodici volte il nome di Dio in tredici versetti. Quattro volte è il Dio che ha preso la sommità della montagna, quattro volte Dio, e quattro volte Elohim, che è il nome generico.

La casa, l’itinerario, l’intimità
Versetti 2-4.
Il tema sono gli atri, gli altari, la casa.
“Quanto sono amabili le tue dimore,
Signore degli eserciti!
L’anima mia languisce
e brama gli atri del Signore.
Il mio cuore e la mia carne
esultano nel Dio vivente.
Anche il passero trova la casa,
la rondine il nido,
dove porre i suoi piccoli,
presso i tuoi altari,
Signore degli eserciti, mio re e mio Dio.”

Versetti 5-9.
L’itinerario per arrivare lì, all’intimità; il fidanzamento per arrivare ad un matrimonio, se volete.
“Beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi!
Beato chi trova in te il suo rifugio
e decide nel suo cuore il santo viaggio.
Passando per la valle del pianto
la cambia in una sorgente,
anche la prima pioggia
l’ammanta di benedizioni.
Cresce lungo il cammino il suo vigore,
finchè compare davanti a Dio in Sion.
Signore, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio, Dio di Giacobbe.”
Signore Dio degli eserciti, mio re e mio Dio, nell’intimità; Signore Dio di Giacobbe è il Dio del cammino che ha accompagnato tutto il popolo, tutta la casa.

Versetti 10-13.

Tra il cammino e l’intimità, c’è quell’attimo dell’ultimo momento.
“Vedi, Dio, nostro scudo,
guarda il volto del tuo consacrato.
Per me un giorno nei tuoi atri
è più che mille altrove,
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende degli empi.
Poiché sole e scudo è il Signore Dio;
il Signore concede grazia e gloria,
non rifiuta il bene
a chi cammina con rettitudine.
Signore degli eserciti,
beato l’uomo che in te confida.”

L’invocazione è universale: chiunque in te confidi! – non è più il Dio di Giacobbe- perché tutti hanno un tempo in cui stare sulla soglia, anche se non è Dio che li ha accompagnati fino lì.
Questi tre tempi sono la grande strofa dell’arrivo. Va al contrario, ha un’andatura cronologica scompaginata: la strofa del cammino che si guarda indietro e riconosce la storia dei padri, della tradizione, del casato, di Giacobbe, e poi la grande strofa della soglia, dell’attimo fatale che è universale: beato l’uomo che in te confida.
Qualche osservazione sulle parole del testo.
“Quanto sono amabili le tue dimore Signore degli eserciti. L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente”.
L’anima, il cuore, la carne. L’anima brama gli atri del Signore, il cuore e la carne esultano nel Dio vivente. E’ molto bello. L’anima – noi oggi la chiameremmo la psiche – brama una casa, la stabilità; il cuore e la carne bramano una persona, il Dio vivente… che abiti questa casa!
Penso che noi spesso facciamo confusione su queste dimensioni dei nostri desideri; desideriamo stabilità, e a volte siamo disponibili a sacrificare un amore per una stabilità; o desideriamo un amore e a volte siamo disponibili a sacrificare la stabilità. Raramente abbiamo il coraggio di cercare tutte e due le dimensioni insieme. Questo salmo ci invita a cercare in Dio due cose: la vitalità, la forza di un Dio vivente – che chiede continuamente azioni, come un rapporto vivo che ci chiede di essere sempre attenti, vigilanti, nuovi – e insieme la stabilità di una casa. E’ una delle pretese apparentemente impossibili del .cristianesimo.
Poi c’è la bella immagine, quasi francescana: “Anche il passero trova la casa, la rondine i piccoli per porre i suoi piccoli presso i tuoi altari”. Su questo versetto sono state scritte migliaia di pagine. Anche nel discorso di Matteo 5, sulla provvidenza, i passeri rappresentano la cosa di poco conto, irrilevante; nella terra dell’ebreo coltivatore, i passeri danno solo fastidio, perché portano via le sementi, non sono buoni da mangiare; insieme sono abitanti del cielo, belli, lievi, mobili,molto leggeri, non hanno la pesantezza della vita della terra. Anche loro, inutili e leggeri, trovano casa nella stabilità di Dio.
Se volete, lo traduciamo in termini più moderni, più esistenziali: la stabilità di cui Dio ci parla non è staticità! Non è diventare vecchi borghesi in pantofole e televisione, ma è la stabilità di un piccolo nido, di un essere inutile e leggero che rimane molto libero, a cui Dio non mette confini. I salmi funzionano per immagini e non per concetti, per cui concedetevi il lusso di far funzionare le immagini dentro di voi. E’ chiaro che poi, quando funzionano, diventano le vostre immagini, non sono più quelle del salmo, non c’entra più l’autore. In genere i salmi hanno una grande sapienza, usano immagini che in sé danno una certa direzione. Certo l’immagine di un uccello del cielo non darà un’immagine di staticità, pesantezza, ma di ampi orizzonti, di inutile girare.

Rimanere o passare
“Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi! Beato chi trova in te il suo rifugio e decide nel suo cuore il santo viaggio. Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente, anche la prima pioggia l’ammanta di benedizioni”.
Chi sta e chi passa. Io ho qui un bel territorio di riflessione. Cosa vuol dire stare? Dove si sta e perché si sta? Io trovo sempre più simpatico e semplice per me passare nel senso che, come ripeteva un mio amico di New York, ‘sono solo in visita in questo pianeta’; e mi pare già una bella cosa: sono di passaggio! Viaggiatore interessato, che studia le abitudini locali, ma come per dire, io non c’entro. La mia tendenza perenne sarebbe quella di essere uno che passa, che è solo in visita su questo pianeta. Questo ha una fondo di verità: è vero che noi siamo solo in visita su questo pianeta. E’ anche vero, però, che se uno non impara a stare da qualche parte, perlomeno presso se stesso, qualche problema se lo trova, nel senso che se uno continua solo sempre a passare ad un certo punto non sa più chi è. Mi pare che sia un buon tema di riflessione per adulti; “rimanere o passare”. C’è nel vangelo di Giovanni, che dice “rimanete in me”, tutto il tema del rimanere.
In questo salmo si dice che contano tutte e due le cose; io credo che sia molto vero, non solo dal punto di vista cristiano, ma anche di una normale salute psichica. Uno deve essere capace di passare e capace di stare. Qui si dice: “beato chi sta nella tua casa e trova in te il suo rifugio e decide nel suo cuore il santo viaggio”. Chi ha deciso il suo viaggio passa per un posto schifoso che trasforma in sorgenti… Se uno ha il coraggio di passare basta poco perché tutto diventi benedizione, “l’ammanta di benedizioni”. Uno che passa, che decide il santo viaggio, come Tobia, può benedire, dire bene di un luogo schifoso, perché è beato chi abita la tua casa, chi rimane con te.
“Vedi Dio nostro scudo, guarda il volto del tuo consacrato”.
Qui, per favore, non vi distragga il tono un po’ guerresco; questo è un tema totalmente amoroso. Nei più antichi tempi di Israele, l’abito da sposo era l’abito da guerra. L’accoppiamento di forza, di vigore, l’abito da guerra, come immagine di conquista, nel rapporto matrimoniale – a noi può dare fastidio perché non appartiene più alla nostra cultura – intende il Dio pronto per le nozze, il Dio forte e potente. Infatti dice “guarda il volto del tuo consacrato”. Non si sta parlando di una guerra. Il volto non è il luogo di comunicazione della guerra, bensì di un’altra comunicazione. In tutto l’antico oriente c’era la credenza magica che se uno uccideva un nemico in guerra e lo guardava in volto, il fantasma del morto lo avrebbe tormentato per sempre; come a dire che in una guerra uno combatte per una ragione di stato, non ha un problema con una persona, non uccide per cattiveria.
“Per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove, stare sulla soglia della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende degli empi”.
Su questi versetti penso al racconto di Luca 2,22-38, Anna e Simeone, che vi consiglio di leggere. Mi richiama la figura di questi due personaggi, invecchiati negli atri del tempio, sulla soglia della casa di Dio ad aspettare un passaggio; avevano ormai ottantaquattro anni, sembrava non arrivasse più.
“Poiché sole e scudo è il Signore Dio; il Signore concede grazia e gloria, non rifiuta il bene a chi cammina con rettitudine”.
A chi cammina. Per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove. Stare sulla soglia della casa del mio Dio. Dio non rifiuta il bene a chi cammina con rettitudine.
Sarà stare o sarà camminare?

Signore degli eserciti, beato l’uomo che in te confida.

Fossano, 20 maggio 1995

(Testo non rivisto dall’autore)

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI |on 7 mai, 2014 |Pas de commentaires »

Pregare i Salmi con Israele, con Gesù, con il nostro tempo.

http://www.sestogiorno.it/bibbia/Corso_sui_Salmi01.html

HAI MESSO SULLA MIA BOCCA UN CANTO NUOVO

Pregare i Salmi con Israele, con Gesù, con il nostro tempo.

( lo studio prosegue, vedre link)

1 Due racconti per cominciare.

Il Taglialegna
Un giorno venne, dal monaco Bruno, un uomo che nella vita aveva molti impegni anche se nel suo cuore coltivava il desiderio di dedicarsi alla preghiera senza riuscirci, appunto, per i molti impegni. Allora Bruno raccontò questo aneddoto: <Un taglialegna stremato di fatica continuava a sprecare tempo ed energia tagliando legna con una accetta spuntata, perchè diceva di non avere il tempo per fermarsi ad affilare la lama>.Da quel giorno, l’uomo dai molti impegni si alzò sempre un quarto d’ora prima per « affilare la lama ». E alla sera, effettivamente, era meno stanco di prima.

Il menù non sazia
Ad alcuni hassidim, che avevano studiato la santa Toràh, Rabbi Baal Sem disse: <Io vi ho spiegato la carta con l’elenco della portate. Spero che nessuno creda così di aver già mangiato. Un menù, per quanto utile, non è buono da mangiare>. Gli hassidim si prostrarono in preghiera.

PREGARE E CAPIRE I SALMI.
L’accostamento ai Salmi può essere fatto da molte angolature…Come davanti ad una pagnotta: normalmente ci buttiamo sopra al pane per consumarlo; è logico perché il pane è fatto non per essere contemplato e riverito, ma per essere mangiato. Ma non guasterebbe, una volta, almeno una sola volta nella vita, fermare la mano rapinatrice che scatta per catturarlo e la bocca affamata che si avventa per triturarlo: e contemplare in quella pagnotta il seme da cui è nato, il terreno che lo ha accolto e gli ha donato sali e umore, la mano di quel contadino che l’ha seminato, le stagioni che lo hanno custodito e cresciuto, quell’anonimo signore che lo ha polverizzato in farina, quel rozzo camionista che lo ha trasportato, quella gentile signora che ce lo ha venduto, il nostro lavoro che ci ha permesso di acquistarlo…e quel Dio Santo che ce lo ha donato incompiuto perché fosse anche frutto della terra e del nostro lavoro. Così per i Salmi che spesso divoriamo nella recita o nel canto; senza riservare a loro, una volta, almeno una volta nella vita, quello sguardo dolce e penetrante che ci fa godere della loro storia, delle loro passioni e di tutte le bocche che li hanno mormorati, gridati, cantati.
Pregare, dunque, per capire i salmi. Ma anche capire i Salmi per pregarli. I Salmi sono usati da secoli come preghiera della Chiesa; pur riconoscendo onore alla fede dei semplici che li hanno pregati senza porsi troppe domande, bisogna ammettere, con fedeltà alla logica della incarnazione, che sono preghiere composte in altri tempi, in circostanze e culture diverse dalle nostre.

LO CHOC DELLA VITA TRA BISOGNI, PERPLESSITA’ E STUPORI.
La nostra storia la scopriamo come storia di desiderio. L’uomo è tale quando è desiderante. Nella preghiera del Padre nostro e dei Salmi, i nostri desideri coincidono con quelli di Dio. Nella nostra preghiera di domanda di solito chiediamo secondo i nostri interessi. Nella preghiera del Padre Nostro e dei Salmi si desiderano le cose di Dio, di fatto si desidera Lui. Succede come nell’amore: non desidero le tue cose ma Te.
La preghiera non è il primo atto che l’uomo compie; prima dell’orazione di solito esiste uno choc esistenziale e solo dopo sorge l’invocazione, il ringraziamento. Quale choc esistenziale sta alla base del Padre Nostro e dei salmi? (Es Salmi 38, 69, 71). Il mondo ha le vene aperte e perde sangue. La creazione geme (Rom 8,22). Ogni società ha i suoi massacri, i suoi martiri, i suoi crimini collettivi. Il mio essere soffre  » Sono uno sventurato. Chi mi libererà? »(Romani 7,24). I contraccolpi della vita non ricadono solo sulle società, ma lacerano anche il cuore dell’uomo: »Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio »(Rom. 7,19). La vita quotidiana non sfugge all’enigma, all’assurdo e alle nostre cattiverie.
« La creazione attende con impazienza »(Rom. 8,19): di fronte alle assurdità collettive e personali si possono assumere 3 atteggiamenti: rivolta, rassegnazione, speranza. Il Padre Nostro e i Salmi sono la preghiera di chi ha capito ed assimilato la rivelazione dell’Apocalisse: questo tempo è il tempo intermedio di crisi, di tentazioni, di decisioni, Esiste una situazione di urgenza. C’è una coscienza di catastrofe imminente. Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è qui. Dio ha deciso di intervenire per porre fine ad una situazione diabolica. Dio vuole essere l’unico Signore della storia (cfr. Apocalisse). Mentre il Signore ha garantito che il mondo malvagio ha i giorni contati, tuttavia il giudizio tarda e poi sappiamo che non sarà, come diceva il Battista, un giudizio di condanna, ma di gioia perchè finalmente il Regno si instaurerà.

PREGARE IN CRISTO E CON CRISTO.
La preghiera è fatta IN CRISTO. Si dice questo soprattutto della preghiera liturgica, ma anche ogni preghiera personale è fatta IN CRISTO. Noi preghiamo in Lui e con Lui. Lutero disse:  » Noi possiamo rivolgerci al cielo di Dio solo salendo sulla pelle e sulle spalle di Cristo ». Il Padre nostro e i Salmi rappresentano la corretta relazione tra Dio e l’uomo, tra cielo e terra, tra religioso e politico. In queste preghiere la causa di Dio è fatta propria dall’uomo la causa dell’uomo è presa a cuore da Dio. Ciò che Dio ha unito, nessuno separi!

IL PADRE NOSTRO E I SALMI.
Gesù ha pregato i salmi; quando prego un salmo, sono certo che anche Gesù lo ha pregato raccogliendo in esso tutta la storia del suo popolo e tutti i gemiti e le lodi che sarebbero venute dopo di Lui. Tuttavia i discepoli del Signore un giorno si sono sentiti dire da Lui:  » Quando pregate, dite PADRE NOSTRO… ». La preghiera del « Padre nostro » diventa dunque normativa ed è più che una formula.
Più che PREGARE IL PADRE NOSTRO bisognerebbe PREGARE SECONDO IL PADRE NOSTRO che è l’unità di misura di ogni altra preghiera. Più che una preghiera, è una scuola di preghiera. Il Padre Nostro non è l’insegnamento di una formula, ma è l’educazione ad un ATTEGGIAMENTO. Il Padre Nostro non cita direttamente i salmi, ma non c’è una frase o una parola, che non si ritrovi nei salmi. S.Agostino ha detto che il Padre nostro è il Battesimo quotidiano. Tertulliano ha detto che il Padre nostro è la somma di tutto il Vangelo (Breviarium totius evangelii).
« Signore, insegnaci a pregare ». Insegnaci il senso della nostra preghiera. La crisi della preghiera rivela la crisi di fede. A volte anche la crisi della nostra responsabilità nella storia.

IL LIBRO DEI SALMI (Sefer Tehillim = Libro degli Inni).
Formazione, suddivisione, generi letterari.
Dalla preghiera personale alla lode pubblica.
L’israelita ritmava la sua vita sulla preghiera, che lo occupava almeno tre volte al giorno, al tramonto, al mattino e a mezzogiorno come ci testimonia il Salmo 55,18: »A sera, all’alba e a mezzogiorno io piango e sospiro; egli ascolta la mia voce », ma ogni occasione era per lui motivo di preghiera. Per l’Israelita credente di tutti i giorni, Jahwè era <il Dio di tutti i giorni>. La sua preghiera però non era privatistica in quanto si concludeva sempre nell’assemblea del culto.

Dalla lode pubblica alla preghiera personale
Il credente, nel Tempio, pregava, cantava, rinnovava la sua fede, la confessava, la celebrava. Al Tempio imparava il metodo di dialogo con Dio. Tornato nella propria vita privata, riprendeva la preghiera usando i Salmi celebrati al Tempio, come punto di partenza per ogni sua orazione. Come esempio possiamo ricordare il Salmo di Maria (« Magnificat »), il Salmo di Simeone e di Zaccaria.

Una preghiera  » di tutto corpo ».
Israele aveva il senso della festa, quello che noi abbiamo perduto dentro i nostri pudori liturgici e nella nostra cultura concettuale e parolaia. La liturgia al tempio era una festa in cui si partecipava « di tutto corpo »; la preghiera israelita era una « preghiera visibile ». Un ebreo lo si vede pregare, come anche un mussulmano. All’ebreo non basta una preghiera mentale; anche il corpo vi partecipa con movimenti, genuflessioni, inchini, ondeggiamenti, prostrazioni.
Anche la vista deve avere la sua parte sia nella bellezza di quel tempio che è la creazione (con i suoi rumori di tuono e bagliori di fulmini e scroscio d’acque) e sia nella maestosità architettonica del tempio (e delle vesti, dei colori, dei profumi, delle volute di incenso).
I Salmi venivano accompagnati da musica; non erano preghiere da recitare, ma da cantare (in molti salmi sono indicati gli strumenti musicali da usare o le melodie su cui cantare). Al coro dei cantori si rispondeva con AMEN e ALLELUJAH, con versetti ed acclamazioni. Addirittura in certi momenti si lanciava un urlo che oggi chiameremmo EVVIVA o URRA’ molto simile all’urlo degli stadi quando si fa goal; era il famoso « teruah » che era il grido collettivo gioioso dell’esercito quando vinceva una battaglia.
Spesso il popolo partecipava sotto forma di intervento litanico, come appare dal Salmo 136 (“perché eterna è la sua misericordia), o battendo le mani e cadenzando il Nome di Dio « Jahù-Jahù-Jahù ».

Quando e come si è formato il libro dei Salmi.
Il libro dei Salmi non è nato in un tempo breve: cominciò ad essere composto verso il 1000 a.C. e pare che sia terminato nel 300 a.C. ma anche dopo tale data la fonte non si è esaurita, tanto è vero che nella traduzione greca (detta dei Settanta) troviamo 14 salmi che non si trovano nell’originale ebraico. Anche nei manoscritti di Qumran (scoperti dal 1947 al 1956), che coprono dal 100 a.C. al 60 d.C., troviamo molti salmi non contenuti tra i 150 Salmi. Anche in molti altri Libri biblici storici, sapienziali e profetici troviamo salmi e preghiere che non sono state inserite nel Libro dei Salmi dal redattore finale. Il redattore finale si trovò dunque in possesso di una materiale vario preesistente e a volte già raggruppato: esisteva una raccolta di canti per i Pellegrinaggi (Salmi 119-133), una raccolta detta « gruppo Hallel » (Salmi 104-106, 110-117, 134-135, 145-150) per le Feste di Pasqua. Questo lavoro redazionale ha dato anche come effetto, per esempio, che si sono verificate delle ripetizioni: il Salmo 14 (« Pensano tra sè gli empi…) è uguale al 53.

Linguaggio informativo e relazionale.
Quando un bambino dice alla mamma: « Mamma ho un po’ di mal di gola » può significare che le manda un messaggio di informazione (Effettivamente ha un po’ di mal di gola), ma spesso le manda un messaggio relazionale ( Mi stai trascurando, ho voglia di sentirmi al centro della tua attenzione) con cui comunica che più che la gola è ammalata la relazione; la frase del bambino più che esprimere una situazione, illustra un tipo di rapporto. Il linguaggio di informazione non preoccupa la mamma più di tanto; il linguaggio relazionale invece, se viene colto dalla mamma, le pone significativi problemi sul suo ruolo di madre: il linguaggio relazionale ci interpella, ci cambia. I Salmi appartengono al Genere letterario relazionale.

SUDDIVISIONE.
Attualmente il Salterio è diviso in 5 Libri che richiamano i cinque libri del Pentateuco.
LIBRO PRIMO ( dal Salmo 1 al 41 ). dedicato ai salmi che descrivono l’affronto tra il giusto credente e l’empio. I Salmi 1 e 2 andrebbero considerati come unico salmo. Il salmo più rappresentativo di questa parte è il salmo 22.
LIBRO SECONDO ( dal Salmo 42 al 72 ). E’ dedicato ai Salmi che descrivono il desiderio di Dio e del suo Regno. La chiave di volta di questa parte è il salmo 48.
LIBRO TERZO ( dal Salmo 73 all’89 ). E’ un libro-cuscinetto che medita sul passato e anche sul futuro messianico. Lo spazio di questa meditazione è il culto. Il centro di questa parte sta nel Salmo 84.
LIBRO QUARTO ( dal Salmo 90 al 106 ). Celebra la potenza del Signore, pastore, provvidenza, re, giudice.
LIBRO QUINTO ( dal Salmo 107 al 150 ). E’ il libro della lode. E’ una esplosione di gioia verso Dio vincitore degli idoli, liberatore, abitante della città di Sion. Il centro è il Salmo 119.

NOTE CIRCA LA SUDDIVISIONE E NUMERAZIONE DEI SALMI.
Durante le traduzioni del libro dei salmi, la numerazione dei salmi ha subìto alcune modifiche: i salmi numerati come 9 e 10 di fatto sono un solo salmo; dicasi altrettanto dei salmi 42 e 43; i salmi 14 e 53 sono doppioni; il salmo 108 è composto da due metà dei salmi 57 e 60. La numerazione originaria ebraica ha subìto una variazione durante la traduzione dei Settanta in lingua greca e tale numerazione è stata rispettata dalla traduzione Vulgata in lingua latina.

1...34567...9

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31