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LE DONNE ANZIANE NELLA BIBBIA

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LE DONNE ANZIANE NELLA BIBBIA

DI LILIA SEBASTIANI

Riflettere su questo argomento presenta qualche difficoltà di metodo. E’ difficile soprattutto identificare i materiali utili: cioè decidere in modo attendibile quando la Scrittura parli di donne anziane, ovvero quando il fatto di essere anziana abbia qualche peso nella fisionomia e nel ruolo della persona di cui si parla. Si rende perciò necessario disporre di un criterio, sia pure approssimativo ed elastico.
Il primo caso che consideriamo è quello delle donne che la Bibbia ricorda esplicitamente come avanzate negli anni; ed è piuttosto raro. Il secondo caso, più frequente, è quello in cui, benché dell’età nulla venga detto, le circostanze sembrano suggerire l’idea che si tratti di una donna non giovane. (Magari semplicemente perché non se ne parla in senso più o meno direttamente inteso alla riproduzione; o perché i figli sono adulti).
C’è però una discontinuità di fondo tra il mondo della Bibbia e il nostro, ed è necessario esserne consapevoli. Per noi ‘anziano’ è spesso sinonimo ed eufemismo per ‘vecchio’. L’idea di vecchiaia varia secondo le epoche e gli ambienti: nella Bibbia – come in molte civiltà antiche e, in certe culture, ancora oggi -, una donna che sia suocera e nonna, perciò ascrivibile alla classe degli anziani in senso sociale e culturale se non biologico, potrebbe anche essere sui trent’anni.
La vecchiaia – diciamo anzi “la maturità”, e non per volontà eufemistica, ma perché arrivare alla vecchiaia come noi la intendiamo non era poi facilissimo – è l’età in cui, con figli adulti e nipoti, la donna si trova di solito affrancata dal suo ruolo riproduttivo e in cui può esercitare finalmente una qualche autorità, seppure circoscritta. Ben diverso, certo, il caso in cui le sia toccata in sorte la sterilità, intesa come maledizione e vergogna e sempre indiscutibilmente colpa sua, anche qualora la biologia fosse di parere diverso: se il ruolo attivo nella generazione dei figli è riconosciuto solo all’uomo e a lui appartengono i figli, la sterilità o, poco meno grave, la sventura di partorire solo femmine, è a carico della donna.
La vedovanza, considerazioni affettive a parte, poteva rendere migliore o peggiore la condizione femminile. Una vedova ricca di una certa età è talvolta quanto di più simile a una donna indipendente si possa trovare nell’antichità: emancipata dalla soggezione diretta a un uomo e dal controllo della propria famiglia (infatti se troppo giovane, senza figli ecc., era spesso costretta dai parenti a riprendere marito), in certi casi può amministrare i beni del marito in nome dei figli, o anche possedere dei beni a titolo personale. Invece la vedova povera resta completamente affidata al buon cuore dei figli adulti se ci sono, o si trova ridotta alla miseria e alla mendicità con i figli piccoli.

PRIMO TESTAMENTO
Le mogli dei patriarchi sono le prime figure femminili su cui la Bibbia si soffermi con qualche attenzione alla fisionomia individuale. Per l’argomento di cui ci occupiamo, è Rebecca a suscitare maggiore interesse.
Non Sara – benché della sua età avanzata si faccia esplicita menzione -: anche se la maternità tardiva per dono divino è importante nella storia della salvezza, aspirazioni, caratteristiche e ruolo di Sara sono interamente circoscritti dalla tradizionale funzione materna. Rebecca ha un ruolo molto più attivo.

La saggia Rebecca
Presentata dapprima come bella e saggia fanciulla nel momento in cui il servo di Abramo va a prenderla nel paese di suo padre, poi come madre (con le solite difficoltà iniziali) dell’aspettata discendenza, acquista un ruolo singolarmente incisivo in età matura, quando i suoi figli Esaù e Giacobbe sono cresciuti.
Le viene attribuita dall’autore sacro una preoccupazione ricorrente nel Primo Testamento: il dolore e lo sdegno perché Esaù ha sposato due donne hittite1. Il movente non è etnico-razziale, ma religioso (antiidolatrico). L’autore sacro evidentemente collega con questo fatto la sua preferenza per il secondogenito Giacobbe. Rebecca lo consiglia e lo aiuta a carpire la benedizione paterna, che spetterebbe a Esaù. Il suo ruolo nella vicenda è fondamentale anche rispetto allo sposo Isacco, qui presentato non solo come anziano e cieco ma, quantunque venerabile, lievemente rimbambito.
… Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù. (…) Rebecca disse al figlio Giacobbe: «Ecco, ho sentito tuo padre dire a tuo fratello Esaù: Portami la selvaggina e preparami un piatto, così mangerò e poi ti benedirò davanti al Signore prima della morte. Ora, figlio mio, obbedisci al mio ordine: Va’ subito al gregge e prendimi di là due bei capretti; io ne farò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto. Così tu lo porterai a tuo padre che ne mangerà, perché ti benedica prima della sua morte». Rispose Giacobbe a Rebecca sua madre: «Sai che mio fratello Esaù è peloso, mentre io ho la pelle liscia. Forse mio padre mi palperà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione». Ma sua madre gli disse: «Ricada su di me la tua maledizione, figlio mio! Tu obbedisci soltanto e vammi a prendere i capretti». Allora egli andò a prenderli e li portò alla madre, così la madre ne fece un piatto secondo il gusto di suo padre. Rebecca prese i vestiti migliori del suo figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe; con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo. Poi mise in mano al suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato. … (Gen 27,5-17 passim).
In una cultura per cui l’autorità del padre sulla moglie e sui figli costituisce un assioma, è certo singolare il fatto che l’agire di Rebecca sia riferito senza alcuna sfumatura di disapprovazione. Rebecca è entrata nella tradizione cristiana come modello di saggezza. Nell’antichità i confini tra saggezza e astuzia non sono molto netti.
Ancora decisivo sarà poi il ruolo di lei nel salvare Giacobbe dalla vendetta di Esaù, inviandolo a casa del proprio fratello Labano in Paddan-Aram e assicurando per lui la scelta di una sposa che non sia hittita; anche in questo caso Isacco non farà altro che ratificare con la propria autorità e la propria benedizione quanto Rebecca ha già organizzato (Gen 27,41-28,4).

Miriam, atto terzo
Miriam sorella di Mosè ha da giovane il suo ruolo fondamentale nella storia della salvezza: è lei a salvare il fratellino dalla morte che gli sarebbe decretata dal Faraone d’Egitto, lei ad assicurare, dopo che il bambino è stato raccolto dalla figlia del Faraone, che venga allattato dalla donna stessa che lo ha partorito.
Compare di nuovo al centro della scena molti anni dopo: nel momento in cui il popolo d’Israele esce dall’Egitto grazie all’aiuto del Signore, Miriam, guidando i cori delle donne, interpreta in chiave teologica ed epica quanto è avvenuto: il suo cantico (“Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato”) ha una forza e uno sviluppo superiori a quelli del cantico di Mosè.
Più difficile e strano, meno noto, interessante anche se presentato dall’autore sacro in una luce implicitamente negativa, il terzo momento: nel corso della traversata dell’Esodo, secondo una tradizione biblica, Miriam e Aronne, sdegnati contro Mosè a causa del suo matrimonio con una straniera etiope (in fondo la stessa ragione per cui Rebecca aveva tolto il suo appoggio a Esaù), insidiano l’esclusività della sua leadership: “Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?” (Nm 12,2). Il Signore li punisce perché hanno parlato contro il suo servo e amico; di fatto la punizione colpisce solo Miriam, che istantaneamente si ammala di lebbra e sarà poi risanata dall’intercessione di Mosè.
Troppi elementi mancano per una lettura corretta dell’episodio, ma è chiaro che qui è in gioco un problema di autorità, che l’autorità di Miriam (o l’importanza della profezia femminile) è anche maggiore di quanto comunemente si creda e che Miriam, nonostante questo o forse proprio per questo, viene penalizzata nella lettura patriarcale della memoria d’Israele. Interessante un passaggio del profeta Michea in cui a Miriam viene attribuito lo stesso ruolo di guida dei suoi fratelli nell’Esodo:

Popolo mio, che cosa ti ho fatto?
In che cosa ti ho stancato? Rispondimi.
Forse perché ti ho fatto uscire dall’Egitto,
ti ho riscattato dalla casa di schiavitù
e ho mandato davanti a te
Mosè, Aronne e Miriam? (Mi 3,3-4)

Debora, profeta e giudice
Nel libro dei Giudici c’è un’interessante figura femminile, assai poco nota ai non specialisti: Debora, che riunisce in sé le caratteristiche di giudice e di profeta.
Il suo collaboratore Barak si trova rispetto a lei in posizione nettamente subordinata: è, per così dire, il suo braccio armato; ma il personaggio autorevole e carismatico è Debora. Tanto è vero che, dovendo affrontare i nemici, Barak esce in queste stupefacenti parole rivolte alla donna: “Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò”.
In quel tempo era giudice d’Israele una profetessa, Debora, moglie di Lappidot. Essa sedeva sotto la palma di Debora, tra Rama e Betel, sulle montagne di Efraim, e gli Israeliti venivano a lei per le vertenze giudiziarie. Essa mandò a chiamare Barak, figlio di Abinoam, da Kades di Nèftali, e gli disse: «Il Signore, Dio d’Israele, ti dà quest’ordine: Va’, marcia sul monte Tabor e prendi con te diecimila figli di Nèftali e figli di Zàbulon. Io attirerò verso di te al torrente Kison Sisara, capo dell’esercito di Iabin, con i suoi carri e la sua numerosa gente, e lo metterò nelle tue mani». Barak le rispose: «Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò». Rispose: «Bene, verrò con te; però non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini; ma il Signore metterà Sisara nelle mani di una donna». (Gdc 4,4-9a)
All’inizio dell’episodio, si trova la presentazione dell’eroina in termini apparentemente convenzionali: “Debora, moglie di Lappidot”. La donna è sempre x di y, sempre definita in relazione a qualcun altro – anche quando, come in questo caso, la donna sia importante e gloriosa e il marito un perfetto sconosciuto. Ma è proprio il marito? L’espressione ebraica eshet lappidoth viene abitualmente tradotta “donna (= moglie) di Lappidot”, benché questo strano nome proprio non appaia altrove. E’ stato osservato che potrebbe tradursi “donna coraggiosa” o “donna animosa”… E qui viene in primo piano la natura profondamente ideologica delle traduzioni. Sentiamo ancora come suona convenzionale e casalingo (non del tutto, visto che si parla comunque di una donna che è giudice e profeta) l’inizio in questi termini: “A quel tempo era giudice in Israele una profetessa, Debora, moglie di Lappidot”. Confrontiamolo con quest’altro inizio: “A quel tempo era giudice in Israele la profetessa Debora, una donna valorosa”. Non sembra differenza da poco.
Dopo la vittoria su Sìsara (in cui assume un certo rilievo l’agire di un’altra donna, Giaele), il senso provvidenziale e salvifico di quanto è avvenuto viene interpretato dal cantico di Debora, in cui predominano le espressioni di riconoscenza al Signore, ma non mancano tratti di orgogliosa consapevolezza di sé:

… Era cessata ogni autorità di governo,
era cessata in Israele,
fin quando sorsi io, Debora,
fin quando sorsi come madre in Israele. (Gdc 5,7)

Giudice e profeta, Debora non è ricordata come madre, non si sa se abbia generato figli (neppure, abbiamo visto, se avesse un marito), ma è “come madre in Israele”: la sua funzione materna, protettrice e ispiratrice, si estende a tutto intero il suo popolo.

Noemi
La giovane straniera Rut, così mite, affettuosa e coraggiosa, può considerarsi senz’altro la protagonista del libro omonimo, con il suo attaccamento alla suocera Noemi e la sua scelta affettiva di far parte del popolo d’Israele, lei che è moabita; ma l’ispiratrice degli eventi è Noemi, la suocera. Forse vi entra il fatto che ebrea è Noemi, non Rut. E’ Noemi a volere una sistemazione per Rut, Noemi a decidere quale sposo è giusto in ogni senso per lei, Noemi infine a dare a Rut le ‘istruzioni seduttive’ nei confronti di Booz.
Il comportamento di Rut potrebbe considerarsi alquanto spregiudicato anche per i criteri attuali; ma nella Scrittura il suo agire non riceve neppure un’ombra di biasimo.
Noemi, sua suocera, le disse: «Figlia mia, non devo io cercarti una sistemazione, così che tu sia felice? Ora, Booz, con le cui giovani tu sei stata, non è nostro parente? Ecco, questa sera deve ventilare l’orzo sull’aia. Su dunque, profumati, avvolgiti nel tuo manto e scendi all’aia; ma non ti far riconoscere da lui, prima che egli abbia finito di mangiare e di bere. Quando andrà a dormire, osserva il luogo dove egli dorme; poi va’, alzagli la coperta dalla parte dei piedi e mettiti lì a giacere; ti dirà lui ciò che dovrai fare». Rut le rispose: «Farò quanto dici». Scese all’aia e fece quanto la suocera le aveva ordinato. (Rt 3,1-6)
Tutto andrà come stabilito, e Rut sarà la bisnonna del re David (quindi, per noi, antenata di Gesù stesso). In questa storia al femminile, nel rapporto delle due donne colpisce l’affetto profondo e disinteressato, la solidarietà, l’assenza totale dei soliti schemi familiari e di potere.

Giuditta ‘post clamores’
Giuditta è una delle figure femminili più gloriose e positive presenti nella tradizione ebraica. Tutti la conoscono, per così dire, in azione: quando cioè, giovane vedova bellissima, ricchissima, virtuosissima…, insomma donna fatta di superlativi, si introduce nell’accampamento del comandante nemico, lo seduce e lo uccide, ottenendo per questa via la salvezza di Betulia. A noi però ora non interessa tanto questa Giuditta nel fiore degli anni. Anche perché, pur se non ignoriamo il significato teologico di fondo a cui l’autore sacro vuole rinviare (il Signore si serve di ciò che è debole, come appunto una donna, per abbattere la superbia dei forti), restiamo sempre soggetti ad anacronistiche reazioni personali: così non possiamo del tutto ignorare la sensazione di fondo che sia poco simpatico e nemmeno tanto eroico fare uso della menzogna e di quelle che sono – secondo gli uomini – le più tradizionali arti femminili, per uccidere a tradimento un uomo inerme e ubriaco, per di più dopo avergli fatto balenare la prospettiva di tutt’altro.
Nel libro di Giuditta è importante anche la conclusione, in cui l’eroina viene presentata di scorcio negli anni successivi, fino ad età avanzatissima (nella Bibbia la longevità è la ricompensa dei giusti), volontariamente sola, senza figli né nipoti eppure amata e rispettata da tutti come una gloria nazionale, come un’istituzione, come vivente difesa del suo popolo.
Dopo quei giorni, …Giuditta tornò a Betulia e dimorò nella sua proprietà e divenne famosa in tutta la terra durante la sua vita. Molti ne erano anche invaghiti, ma nessun uomo potè avvicinarla per tutti i giorni della sua vita (…). Essa andò molto avanti negli anni protraendo la vecchiaia nella casa del marito fino a centocinque anni: alla sua ancella preferita aveva concesso la libertà. Morì in Betulia e la seppellirono nella grotta sepolcrale del marito Manàsse e la casa d’Israele la pianse sette giorni. (…) Né vi fu più nessuno che incutesse timore agli Israeliti finché visse Giuditta, e per un lungo periodo dopo la sua morte. (Gdt 16,21-25 passim).

SECONDO TESTAMENTO
Elisabetta e Anna
All’inizio e alla fine del vangelo dell’infanzia secondo Luca si incontrano due coppie di vecchi santi: il sacerdote Zaccaria e sua moglie Elisabetta, la profetessa Anna e il vecchio Simeone. Nelle intenzioni dell’evangelista esprimono le attese e la fede d’Israele all’inizio dei tempi nuovi.
Sterile da sempre, Elisabetta diventerà madre nella sua vecchiaia per l’intervento di Dio. Il suo sposo Zaccaria è destinatario del relativo annuncio recato dall’angelo, e inoltre è un sacerdote, quindi ‘mediatore del sacro’ per eccellenza; ma Elisabetta viene presentata come superiore a lui nella fede. Se Zaccaria ha accolto l’annuncio non proprio con incredulità, ma con difficoltà palese, chiedendo all’angelo le sue credenziali (“Come conoscerò questo?”), di Elisabetta vengono ricordate nel vangelo solo fede, accoglienza e gratitudine e, come effetto di queste cose, la sua calma, autorevole, armoniosa lettura profetica degli eventi. Nel momento in cui si incontrano Maria ed Elisabetta – la giovane e l’anziana, entrambe in attesa di un figlio umanamente impossibile -, sarà Elisabetta a mettere in parole il senso salvifico di quanto si sta compiendo.
… Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore». (Lc 1,41-45)
Qui Elisabetta ha senz’altro un ruolo profetico: invasa dalla forza dello Spirito, legge i fatti umani alla luce delle intenzioni di Dio, e proclama il proprio entusiastico riconoscimento “a gran voce”. La sua intuizione diventa annuncio.
In rapporto con la sua fede e il suo ruolo profetico è poi il fatto che, contro l’uso abituale, sia lei a dare il nome al figlio quando nasce. Nella cultura d’Israele, dare il nome significa interpretare e prefigurare il destino del nominato.
… All’ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. (Lc 1,59-64)
Nel capitolo successivo del terzo vangelo, dopo la nascita di Gesù, viene raccontata la sua presentazione al Tempio: in questo episodio, fondamentale come anticipazione simbolica e misterica della vicenda terrena di Gesù e di tutta la storia della salvezza, ha grande importanza la figura di una donna anziana di nome Anna.
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. (Lc 2,36-38)
Si deve all’inserimento della figura di Anna se l’episodio della presentazione di Gesù al Tempio non si conclude in modo del tutto tragico e negativo con la seconda profezia di Simeone (le parole rivolte a Maria: “anche a te una spada trapasserà l’anima”).
Il personaggio di Anna – è stato spesso osservato, e del resto è evidente – appare in parte ricalcata sull’immagine ideale della vedova cristiana dei primi tempi della Chiesa. Ma c’è qualcosa di più: ancora una volta spicca in lei, fondamentale, la dimensione profetica. Anna è l’unica donna a cui, nel Nuovo Testamento, sia dato il titolo di profeta2. Anche nel fatto che di lei vengano specificati il nome del padre e la tribù, cosa insolita per le donne, riconosciamo l’intenzione dell’evangelista di conferirle una speciale dignità.
Ricordiamo che nel Primo Testamento il nome di due donne che vengono chiamate ‘profetesse’ è rimasto associato a due cantici (cantico di Miriam; cantico di Debora). Elisabetta e Anna non proferiscono cantici, ma sia l’una che l’altra vengono presentate nella luce di un cantico: cioè il Benedictus per Elisabetta, per Anna il Nunc dimittis. Non sembra del tutto fuori posto, anche se mancano argomenti risolutivi per sostenerlo, che in origine i cantici fossero piuttosto associati con le due figure femminili, e siano stati attribuiti a Zaccaria e a Simeone in seguito, allo scopo di acquistare maggiore autorevolezza.

Le donne intorno a Gesù
Le donne, lo sappiamo, sono molto presenti nell’evento di Gesù e nell’esperienza della prima Chiesa. Anche qui però si deve ripetere quanto detto per la Scrittura in genere: se ben riconoscibili sono i casi in cui la donna compare o viene nominata come madre effettiva o futura, scarse sono le altre determinazioni, anche perché i testi biblici sono molto parchi di tutte quelle informazioni accessorie – di contorno, di coloritura psicologica, di atmosfera – che dal nostro punto di vista sembrano, se non proprio fondamentali, tanto importanti. Come non si dice nulla dell’aspetto fisico delle persone (salvo il caso in cui siano molto malate e l’aspetto fisico lo manifesti, perché in tal caso il dato è importante come punto di partenza), così non si parla dell’età, e sono poche le informazioni biografiche in genere.
Anche sull’età di Gesù gli evangelisti sono estremamente vaghi, perciò non può stupirci il fatto di ignorare l’età della maggior parte delle persone che sono intorno a lui.

Maria sua madre
A cominciare dalla madre. Un’età approssimativa di Maria è stata congetturata tradizionalmente a partire dal fatto noto – non però assolutamente fisso – che le fanciulle ebree potevano venir promesse in sposa dopo i dodici anni e sposate dopo i tredici. Così si ritiene di solito che Maria fosse sui quarantacinque-cinquant’anni durante la vita pubblica di Gesù. A quel tempo, un’età considerevole.
Maria è molto presente nei vangeli dell’infanzia – solo in quello di Luca, veramente; il racconto di Matteo è condotto nella prospettiva di Giuseppe -, molto meno durante la vita pubblica di Gesù. Ha un rilievo forte nell’opera di salvezza solo in due luoghi giovannei: il racconto delle nozze di Cana (Gv 2,1-11) e il racconto della morte di Gesù in croce (Gv 19,25-27). Sappiamo che tre evangelisti su quattro non la ricordano presente alla morte di Gesù. Nessuno la ricorda fra le testimoni della Resurrezione. Comunque la sua non è importanza ‘materna’ nel senso tradizionalmente inteso. Anzi, Gesù nel corso di tutta la sua vita pubblica parla poco a sua madre e pochissimo di sua madre; in diverse occasioni le sue parole e il suo atteggiamento sembrano rivolti a relativizzare l’importanza dei legami familiari, quale era intesa nel suo tempo e nel suo ambiente, sottolineando che nella logica del Regno l’unico legame forte e vincolante è piuttosto quello che si stabilisce sulla base della scelta discepolare.
L’episodio giovanneo delle nozze di Cana è il più importante per riflettere sulla fisionomia ‘matura’ di Maria, non certo in senso biografico (il vangelo non autorizza né supporta simili speculazioni), ma storico-salvifico. E’ un episodio noto ed enigmatico, in cui proprio la fisionomia ovvia di Maria, cioè quella materna, sembra in qualche modo respinta da Gesù, o meglio ‘ridisegnata’ in funzione di un’altra fisionomia. E’ valorizzato il ruolo di Maria in quanto discepola: le sue parole ai servi: “fate quello che vi dirà”, che sembrano modeste e circoscritte, vibrano di una totalità misteriosa e alludono all’atteggiamento discepolare nel suo insieme.
Sul piano umano, storico – comunque difficilmente raggiungibile a partire dai racconti evangelici, soprattutto quando la trasposizione teologico-spirituale sia tanto forte – l’agire di Maria è abbastanza atipico. Una comune donna ebrea di quel tempo, dinanzi a una risposta recisa anzi brusca quale “che ho da fare con te, o donna?” data dal proprio figlio maschio adulto (che si deve supporre capo della famiglia, se il padre è morto), non avrebbe osato replicare. Invece Maria agisce con tranquilla autorità proprio come se Gesù avesse acconsentito; anche questo testimonia da parte sua una singolare penetrazione profetica.
Maria appare qui come una donna attenta alle urgenze: alle urgenze del quotidiano come a quelle della salvezza. Solo nella mentalità patriarcale incline alle divisioni i due piani sono nettamente contrapposti. Addirittura la sua comprensione profetica qui giova a far cambiare idea a Gesù, che sembra avere della propria missione un’idea ancora un po’ astratta e teorica. La tranquilla autorevolezza di Maria sembra trasformare il quasi-rifiuto di Gesù in un consenso che va oltre la richiesta e oltre il bisogno cosciente.

La suocera di Pietro
Una donna ‘anziana’ sempre secondo i criteri detti prima, che compare solo per un momento nel primo vangelo, è la suocera di Pietro. E’ a letto con la febbre (che però non è una malattia, bensì un sintomo), e parecchio è stato scritto nei nostri tempi sul possibile significato spirituale e simbolico di questa infermità inespressa, che sembra piuttosto uno stato di disagio esistenziale connesso con una difficile fase di passaggio. Quali saranno state le reazioni della famiglia di Pietro in seguito alla sua scelta di sequela, che ovviamente metteva in discussione tutti gli equilibri precedenti? Il vangelo dice solo che Gesù risana istantaneamente la donna per mezzo del contatto: “Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo” (Mt 8,15). Il verbo ‘servire’ è importante nei vangeli (seguire e servire insieme caratterizzano l’agire del discepolo) e sembra sottintendere tutta una maturazione liberante avvenuta in questa donna in seguito all’incontro con Gesù. Non è più solo suocera, nel senso di madre postuma e intensificata; la famiglia non è più al centro dei suoi pensieri.

La madre dei figli di Zebedeo
Considerazioni non inutili ci vengono ispirate da una delle donne del gruppo discepolare, l’unica a cui possiamo attribuire (sempre molto approssimativamente) un’età matura, in quanto i suoi figli sono adulti e discepoli di Gesù: la madre dei figli di Zebedeo.
Sulle prime, ciò che soprattutto colpisce in lei è proprio questa denominazione in obliquo, per noi così strana: va bene che nella Bibbia una donna è molto più spesso la madre o la moglie o la figlia o la sorella di qualcuno, che non una persona a tutto tondo, con un nome proprio e un significato autonomo; ma perché non dire almeno “la moglie di Zebedeo”? Oppure “la madre di Giovanni e Giacomo”? La denominazione indiretta e obliqua all’orecchio moderno suona artificiosa, come se i figli di suo marito non fossero anche suoi, come se fossero passati attraverso lei solo incidentalmente.
Si trova solo nel vangelo secondo Matteo ed è ricordata solo come madre. E’ passata nella tradizione come personaggio familiare e simpatico, ma di secondo piano. Eppure questa donna non è un tipo comune. Altre madri avrebbero avversato la scelta dei figli di mettersi alla sequela di un rabbi itinerante e irregolare, lasciando un’esistenza sicura e ben avviata. Lei invece sembra compiere una scelta simile alla loro, anche se possiamo domandarci: segue Gesù o segue i suoi figli, all’inizio? (Ci piacerebbe anche sapere che cosa pensasse Zebedeo di tutta la faccenda; ma è noto che con certe nostre curiosità i Vangeli non sono compiacenti).
La scena narrata da Matteo ha qualcosa di strano e ‘predisposto’:
… Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli soggiunse: «Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio». (Mt 20,20-23)
Insomma, questa donna chiede una collocazione privilegiata e un ruolo onorifico per i suoi figli nel Regno, da lei evidentemente concepito con caratteri molto terreni: secondo il cerimoniale e l’iconografia dell’antico Oriente, alla destra e alla sinistra del re in trono sedevano i più alti dignitari. E’ fin troppo facile rilevare che sul Regno ha perlomeno le idee alquanto confuse.
E, come sempre, la laconicità del racconto evangelico fa germogliare una piccola selva di interpretazioni di scarsa utilità. L’iniziativa è davvero della donna?3 Forse è già d’accordo con i figli? Forse Giovanni e Giacomo (da Gesù soprannominati con un certo umorismo i “figli del tuono” a causa del loro temperamento esplosivo), erano in qualche modo gelosi di Pietro, del suo ruolo di capo e portavoce? Non possiamo dirlo, ma è chiaro – e affiora anche nei vangeli – che nel gruppo discepolare qualche attrito e qualche conflitto di potere dovette delinearsi fin dai giorni della vita terrena di Gesù. Essere discepoli non significa automaticamente essere santi, né d’altra parte essere santi coincide con l’impeccabilità.
La tradizione ha visto sovente nella madre dei figli di Zebedeo il modello della “madre del prete”. Irreprensibile e pia, ma focalizzata con devoto egoismo sul proprio figlio – prolungamento di se stessa -, e inoltre con un debole per il potere, come modello suscita perplessità. Nella Riforma è stata considerata modello della virtuosa e austera madre protestante. Dal che si evince che le confessioni religiose cambiano e gli stereotipi restano.
Questa madre patriarcalmente esemplare vive solo nei suoi figli, davvero si potrebbe dire che “dimentica se stessa” nel chiedere, eppure la sua richiesta manca del tutto il bersaglio e, proprio nella logica del Regno, risulta di una stoltezza sconcertante. Gesù non le dà una risposta diretta: si rivolge solo ai figli. Le non-risposte di Gesù sono sempre eloquenti, ma spesso non chiare. Se in questo caso si tratti di un silenzioso rimprovero, oppure di un modo d’ignorare generosamente la meschinità della richiesta, è difficile dirlo. Certo è che Gesù sembra dire alla madre dei figli di Zebedeo, e non a lei soltanto, che “non sa quello che chiede”; che non la vuole così, brava madre dimentica di sé, ma vuole lei come persona autentica e intera.
Comunque siano andate le cose in questa circostanza, non dobbiamo dimenticare che la madre dei figli di Zebedeo più tardi giunge ad affrancarsi dalle strettoie della sua mentalità e della sua cultura. Sempre secondo il racconto di Matteo, infatti, si trova presente alla crocifissione di Gesù,4 insieme a Maria di Magdala e a un’altra discepola. Tutti i discepoli maschi hanno dato pessima prova di sé: uno ha consegnato Gesù, uno lo ha rinnegato, tutti l’hanno abbandonato e sono fuggiti. Solo alcune donne sono lì, a condividere e testimoniare: “da lontano”5, ma vicine nello spirito. E fra loro c’è la madre dei figli di Zebedeo, senza i suoi figli questa volta. Alla destra e alla sinistra di Gesù, in quel momento supremo, si trovano due ladri, due disgraziati condannati alla stessa pena. E certo lei ha compreso finalmente che cosa significa, nell’ottica del Regno, la collocazione privilegiata.

Per concludere
Alle figure qui rapidamente considerate potremmo aggiungere ancora (benché, secondo il solito, della loro età nulla si dica) alcune delle donne nominate nel libro degli Atti e nelle lettere di Paolo come apostole, come animatrici di chiese domestiche: e ogni comunità ecclesiale è ‘domestica’, nella primissima Chiesa!
Questo argomento è uno di quelli che rendono superflua la conclusione aggiunta. Solo una semplice osservazione che emerge dal Primo e dal Secondo Testamento: nella Bibbia sembra assente o quasi, e comunque ben poco importante, anche nell’immaginario, la figura della brava vecchietta occupata solo da incombenze domestiche/affettive e prodiga di consigli. Se c’è un aspetto che accomuna le donne pensabili come anziane, è semmai il fatto che la dimensione familiare, senza essere azzerata, è molto meno centrale di quanto lo sia per altre donne o per altre fasce di età: queste donne acquistano maggiore libertà di movimento, maggiore iniziativa e una fisionomia individuale più precisata.

In Gen 26, 34-35, questo sentimento è attribuito a lei e a suo marito Isacco insieme; in Gen 27,46 è ripetuto in modo più vibrato in riferimento a Rebecca sola.
2. Più generica la menzione delle quattro figlie di Filippo, “nubili, che avevano il dono della profezia”. In At 21,9.
3. Il passo parallelo, Mc 10,35-45, racconta l’episodio in esclusivo riferimento a Giovanni e Giacomo e ignora la madre; un episodio corrispondente, ma in termini più generali, viene narrato da Luca nel contesto dell’ultima cena. E’ ben possibile che l’iniziativa fosse stata dei figli, in origine, e che poi qualcuno avesse trasmesso così il fatto, nella primissima Chiesa, per evitare una brutta figura a quelli che erano ormai i capi venerati della comunità. (E’ vero che in compenso si faceva fare una brutta figura a una donna; ma le donne non contano…).
4. Mt 27, 55-56: “C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo”.
5. Solo il quarto evangelista colloca i dolenti “presso la croce”, però con intento teologico: realisticamente è certo più probabile che a parenti e amici dei condannati non venisse concesso di avvicinarsi troppo.

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L’ANZIANO NELLA BIBBIA

http://www.unionecatechisti.it/Catechesi/Esper/PPast/Anziani/Anz06.htm

L’ANZIANO NELLA BIBBIA

( A cura di Mons. Lino Baracco e don Alberto Chiadò )

Per la Bibbia, la vecchiaia e la morte compaiono sulla scena dell’umanità con il primo uomo.
Afferma la Genesi che « l’intera vita di Adamo fu di novecentotrenta anni, poi morì » ( Gen 5,5 ).
La storia di Dio con il suo popolo è inaugurata proprio da una coppia di persone anziane: Sara la sterile e Abramo carico di anni non si aspetta nulla dall’avvenire ( Gen 11,29s ).
In tutta la S. Scrittura l’anzianità merita grande rispetto: nel libro del profeta Daniele, Dio stesso è chiamato il « Vegliardo » ( Dn 7,9-22 ).
Il termine ebraico che definisce la persona anziana e che all’origine indica « colui che porta la barba », fa riferimento sia al vecchio che all’anziano, con una concezione e un ruolo diversificati.
I vecchi hanno visto i loro anni moltiplicarsi, sono riconoscibili dai capelli bianchi o grigi e meritano onore ( Lv 19,32; Pr 20,29 ).
Gli anziani svolgono un ruolo fondamentale nella società israelitica e devono prendere decisioni importanti nella vita politica e sociale; il Deuteronomio attribuisce loro una funzione giuridica di primo piano ( Dt 19 ).
Però non tutti gli « anziani » sono « vecchi », anche se più che quarantenni e viceversa la nozione di anzianità, anzi della vecchiaia, oscilla tra i cinquanta e i settant’anni: Le donne anziane forse erano più numerose.
I mezzi di sussistenza delle persone da 60 anni in poi dovevano essere molto scarsi.
Vediamo ora alcune immagini emblematiche dell’anzianità nell’Antico Testamento, da cui emerge che la vecchiaia è dono di Dio, non idealizzando un’età carica di acciacchi e affanni, e considerando che l’anzianità riserva molte sorprese in bene e in male.
Infine ricorderemo i compiti sociali e i carismi propri dell’età anziana.

1. La vecchiaia come dono di Dio
Per vivere in modo positivo la vecchiaia, si deve innanzi tutto accettare il fatto che si è vecchi.
Tuttavia occorre avere coscienza che essa è spesso carica di problemi, paure, sofferenze – non ultima la prossimità della morte.
La vecchiaia è corona del giusto ( Pr 10,27 ).
« I giusti nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi » ( Sal 92,15 ), come Abramo e gli altri patriarchi amici di Dio.
Il giusto muore « sazio di giorni » ( Gen 25,8 ) cosciente che la sua vita è stata piena ( Sir 44,14-15 ).
Un esempio è Tobia morto a 112 anni: Aveva 62 anni quando divenne cieco: dopo la sua guarigione visse nella felicità, praticò l’elemosina e continuò sempre a benedire Dio e a celebrare la sua grandezza ( Tb 14,2 ).
La stessa morte è vissuta nella benedizione riconoscente, attorniata dai figli e nipoti a cui si dà esempio anche nel morire ( vedi Giacobbe, Gen 49 ).
La morte è vissuta anche come sereno martirio, piuttosto che accettare l’idolatria, lasciando così nobile esempio ai giovani ( vedi Eleazaro in 2 Mac 6,23-28: « …preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa »).
Quell’incamminarsi deciso verso la morte dà la misura della statura morale dell’anziano, un esempio per i giovani che cercano modelli che incarnino i valori e le convinzioni, prima ancora di proclamarli.

2. Il disincanto
Sembra essere la prima, insostituibile medicina contro ogni precoce invecchiamento.
Il vecchio Giacobbe dichiara al Faraone; « Gli anni del mio pellegrinaggio sono 130.
Pochi e infelici sono stati gli anni della mia vita, e non hanno raggiunto il numero degli anni dei miei padri, al tempo della loro vita nomade. » ( Gen 47,8-9 ).
Il Sal 32,3-4 descrive con realismo il decadimento biologico: « Sono diventato arido come un coccio, si sono consumate le mie ossa, svanito il mio vigore come da arsura estiva ».
Il libro di Giobbe, pone un problema teologico: si domanda se Dio sia giusto, dal momento che molti malvagi vivono una vecchiaia sana e felice, e invece molti giusti si trascinano in una vecchiaia squallida e triste oppure sono colti nel pieno vigore da una morte immatura.
Il volto veramente oscuro della vecchiaia emerge da una cupa e suggestiva rappresentazione metaforica che ne dà il Qo 12,1-8 (Qohelet significa « il predicatore »).
« Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire:
« Non ci provo alcun gusto », prima che si oscuri il sole, la luce, la luna e le stelle (facoltà celebrali) e ritornino le nubi dopo la pioggia;
quando tremeranno i custodi della casa (le braccia) e si curveranno i gagliardi (le gambe) e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste in poche (i denti) e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre (gli occhi) e si chiuderanno le porte sulla strada (le orecchie);
quando si abbasserà il rumore della mola (la voce) e si attenuerà il cinguettio degli uccelli (sonno leggero) e si affievoliranno tutti i toni del canto (la sordità);
quando si avrà paura delle alture (difficoltà a salire) e degli spauracchi della strada (la difficoltà a camminare);
quando fiorirà il mandorlo (la canizie) e la locusta si trascinerà a stento (il corpo diventa pesante) e il cappero non avrà più effetto (perdita di capacità sessuale).
L’uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada; prima che si rompa il cordone d’argento e la lucerna d’oro si infranga e si rompa l’anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo e ritorni la polvere alla terra, come era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato.
Vanità delle vanità, dice Qohelet e tutto è vanità ».
Anche i salmi sovente esprimono, in ambito sapienziale, i profondi interrogativi di una vita chiamata all’esistenza e alla gioia da un Dio che poi permette il disfacimento totale della sua creatura.
« Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani…
È forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre?
Può Dio aver dimenticato la misericordia, aver chiuso nell’ira il suo cuore ? » ( Sal 77 ).
Gli increduli provocano: « Dov’è il tuo Dio ? » ( Sal 42,4 ); oppure il lamento esce dal profondo del cuore: « Perché mi hai abbandonato? » ( Sal 22,2 ).
L’esegesi contemporanea risalta un’interpretazione del messaggio di Qohelet che mette in luce l’eloquenza del silenzio della parola di Dio: Dio parla anche quando tace.

La brevità della vita.
Ma il disincanto degli anziani di fronte ai più tristi eventi della vita nella Bibbia deve sgorgare da una riflessione matura come quella del Sal 90 che è una meditazione sulla brevità della esistenza umana, indebolita dalle sventure e minacciata dalla morte:
« Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua ira, finiamo i nostri anni come un soffio.
Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica e dolore; passano presto e noi ci dileguiamo ». ( Sal 90 )
Tra le considerazioni da farsi, viene spontaneo pensare ai lunghi tratti di tempo che le persone anziane hanno a loro disposizione e che spesso non sanno come utilizzare.
Solo chi ha imparato a ritagliarsi spazi adeguati alla solitudine e per il silenzio non proverà tedio, se gli capiterà di passare ore e ore da solo. Il rimedio, secondo la Bibbia, è la meditazione, letture distensive e istruttive, audizione di musica, dialoghi e visita a persone amiche; viaggi e pellegrinaggi per aggiornarsi culturalmente e per dilatare gli spazi della carità.
Il rimedio infine, può essere la preghiera che concentra le energie e le fa convergere verso Dio, rasserena l’animo, lo innalza verso l’alto, lo apre verso i fratelli.

Bibbia è il manuale della preghiera per eccellenza!
3. Le sorprese
La vecchiaia può essere anche l’età delle sorprese: Dio ama rivelarsi in modo sempre nuovo e imprevedibile; talvolta sceglie proprio persone anziane, per farci capire che dinanzi a Lui tutte le stagioni della vita umana sono significative e preziose.
a) A non poche persone anziane – donne e uomini – Dio ha voluto donare un figlio.
Tra tutte le coppie di cui parla la Bibbia ricordiamo Abramo e Sara ( Gen 15 ), Zaccaria e Anna ( Lc 1 ).
Solo Dio può procurare tale gioia a una persona anziana, perché il servizio alla vita è possibile a ogni stagione dell’esistenza.
b) Agli occhi di Dio, le stagioni della vita umana, pur distinguendosi, non si contrappongono, né si annullano.
In un passo della Sap 4,7-16 il saggio identifica la longevità con la maturità spirituale: « il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo.
Vecchiaia veneranda non è la longevità, ma sta nella sapienza ».
Nella Bibbia ebraica la vita è inseparabile dalla « qualità della vita »: la vita è e resta dono di Dio, benedizione di Dio, che non annulla le perdite, ma arricchisce e fornisce la possibilità di crescere spiritualmente.
c) Purtroppo gli anziani talvolta diventano l’emblema della malvagità, della dissolutezza, dell’empietà.
Questo compare nella storia di Susanna ( Dn 13 ) e nella vicenda della donna adultera, nel Nuovo Testamento ( Gv 8,1-11 ).
Figure squallide di anziani che rattristano l’animo, sono pure i cosiddetti « amici » di Giobbe che si alternano nell’accusarlo.

4. Il carisma
Quale apporto possono e devono dare alla comunità sia civile che religiosa gli anziani, tenendo conto anche del ricco contributo che ci proviene dalla Bibbia.
a) Anzitutto « rileggere » la propria vita con quel supplemento di saggezza che essi hanno acquisito col volgere degli anni.
Vedi il Sal 73: il giusto capisce che, nonostante le sue sofferenze o difficoltà, ha una sorte migliore dell’empio che in terra ha goduto di tanta prosperità.
Questa posizione di particolare dignità comporta per tutti l’obbligo di rendere onore all’anziano e alla sua sapienza: « Alzati davanti a chi ha i capelli bianchi, onora la persona dell’anziano e temi il tuo Dio. Io sono il Signore ». ( Lv 19,92 )
L’apostolo Paolo prescrive a Timoteo: « Non riprendere duramente un uomo anziano, ma esortalo come fosse tuo padre; i più giovani come fratelli; le donne anziane come madri e le più giovani come sorelle, in tutta purezza » ( 1 Tm 5,1-2 )
L’onore da rendere all’anziano è strettamente connesso al quarto comandamento: « Onora tuo padre e tua madre ».

b) Poi il prezioso servizio di « consigliare ».
Si legge in Sir 25: « Come si addice la sapienza dei vecchi, il discernimento e il consiglio alle persone eminenti ».
L’anziano ha anche l’importante ruolo di trasmettere la Rivelazione di Dio alle giovani generazioni; egli è la tradizione vivente della storia sacra.
Nell’Esodo, il più giovane della famiglia deve alzarsi e chiedere al più anziano la memoria dell’evento costitutivo del popolo ebraico, la Pasqua ( Es 12 ).
Anche il Sal 44,2: « O Dio, noi udimmo con le nostre orecchie i nostri padri ci hanno raccontato l’opera da Te compiuta nei loro giorni ». Vedi anche Sal 92.
Possiamo dedurre dai testi esaminati quanto sia importante nella Bibbia il rapporto tra anziani e le giovani generazioni, a diversi livelli, ma con prospettive sostanzialmente identiche.
A livello genetico la continuità della vita dell’anziano nel giovane assicura il futuro, la sopravvivenza personale del padre nel figlio e la perpetuità della famiglia.
Noi occidentali usiamo il cognome, cioè il nome della famiglia, della razza, dell’etnia…, gli orientali indicano il riferimento immediato al proprio genitore: Isacco figlio di Abramo.
A livello carismatico la benedizione di Dio per sé e per gli altri, di cui è portatore il padre anziano, passando nel figlio, permette alla storia di Dio con il popolo eletto di essere storia di salvezza per tutta l’umanità.
A livello etico l’anziano che si propone come modello al giovane, assicura la continuità dell’identità più profonda di un popolo, quella culturale, religiosa e morale.
Questo se la generazione nuova ha dei punti di riferimento etici nelle generazioni che la precedono.
c) Agli anziani compete anche un certo modo di pregare, trasformando i loro anni in un cantico di lode e di ringraziamento a Dio, datore di ogni bene e sorgente di ogni dono.

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ESSERE FRATELLI: UNA SCELTA – (SITO DI BIBLICA)

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ESSERE FRATELLI: UNA SCELTA – (SITO DI BIBLICA)

Carlo Broccardo

Che cosa significa “essere fratelli”? Che cosa cambia in questo mondo il fatto che Dio non abbia creato gli uomini ciascuno per conto suo, ma legati tra di loro da relazioni di tipo fraterno? Il racconto di Caino e Abele ha dato la sua risposta, come s’è visto nell’articolo precedente, sottolineando tre dimensioni del rapporto di fratellanza o fraternità tra i figli di Adamo.
La prima: fratellanza è sinonimo di differenza, diversità. Stando a Gn 1,1-2,4a, l’uomo non è creato «secondo la propria specie», ma «a immagine di Dio»: siamo tutti uguali, con pari dignità[1]. Però uguali non vuol dire identici: la nascita di Abele pone accanto a Caino un altro uomo, che è diverso da lui.
La seconda dimensione: purtroppo la differenza è accettata da Caino solo fino a un certo punto; quando Dio fa la sua scelta e preferisce l’offerta di Abele, Caino cede al peccato, si lascia ghermire dalla sua bramosia e uccide il fratello. Fin dagli inizi, la fratellanza è macchiata di sangue: il tempo di un versetto, e dall’insegnamento di Dio che invita a dominare il peccato si passa al sangue che grida vendetta.
Infine, la terza dimensione della fratellanza che emerge da Gn 4,1-16 è su un versante teologico: in questa storia di “fratelli-coltelli”, Dio s’intromette molto spesso. Nella storia di Caino e Abele incontriamo un Dio che non elimina, anzi accentua la differenza tra i due; ma al contempo cerca in ogni modo di evitare il sangue: non con un intervento diretto che faccia cadere le armi dalle mani dell’omicida, ma invitando Caino a camminare a testa alta e proteggendolo quando ormai il misfatto è compiuto.
Essere fratelli si coniuga dunque con tre dimensioni della vita: la diversità, la violenza, la presenza di Dio. Seguiamo i solchi tracciati dal primo testo biblico che parla di fratellanza, per vedere come vengono approfonditi e dove ci conducono.
La diversità
Il primo aspetto della fratellanza – la diversità – è evidente già solo dall’uso del termine “fratello” nella Bibbia. Per cominciare, tentiamo approssimativamente una statistica: in tutto l’Antico Testamento il vocabolo ebraico ’ah (fratello) ritorna tantissime volte, più di seicento; se poi aggiungiamo il corrispondente greco adelfós per quanto riguarda i libri propri della Settanta e per il Nuovo Testamento, dobbiamo aumentare fino a superare le mille ricorrenze. Qualcosa in più ancora, non molto in verità, se includiamo parole come “sorella” e “fratellanza”. Sono moltissimi, dunque, i passi biblici in cui si parla di rapporti fraterni.
Detto questo, facciamo un passo in avanti, chiedendoci che cosa sta a indicare la parola “fratello” nei brani in cui viene utilizzata. Visto il numero di ricorrenze, è un lavoro improbo, per il quale conviene servirsi di alcuni studi specialistici che già hanno fatto questa ricerca[2]. Il risultato condiviso dai più è che il vocabolo “fratello” non ha sempre il significato originario, quello cioè di «figlio della stessa madre» (noi diremmo: fratello in senso biologico). Ci sono certamente i casi in cui il senso è appunto questo: il brano più conosciuto è proprio quello di Caino e Abele, poi altri come Esaù e Giacobbe o i primi discepoli di Gesù (Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni: cf. Mc 1,16.19). Ci sono dunque episodi biblici i cui protagonisti sono fratelli in senso stretto; ma non si tratta della maggior parte dei testi.
Molte volte nell’Antico Testamento il vocabolo prende un senso più ampio, indicando semplicemente un parente, un membro della stessa famiglia; per estensione, spesso sono chiamati fratelli i membri della stessa tribù o del popolo di Israele. Si veda per esempio l’inizio del Deuteronomio, quando Mosè ricorda il giorno in cui disse ai giudici: «Ascoltate le cause dei vostri fratelli e giudicate con giustizia le questioni che uno può avere con il fratello o con lo straniero che sta presso di lui» (Dt 1,16, in cui è evidente che fratelli sono gli appartenenti al popolo, distinti appunto dagli stranieri). Si nota una traccia di questa mentalità nelle parole di Paolo ad Antiochia di Pisidia; comincia infatti il suo discorso in sinagoga dicendo: «Fratelli, figli della stirpe di Abramo» (At 13,26). Il concetto di “fratello” si va identificando, in alcuni casi, con il vocabolo “prossimo”, che sta a indicare abitualmente colui che appartiene al popolo di Israele; famoso il detto del Levitico: «Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18).
Con il Nuovo Testamento ci sarà ancora uno slittamento di significato, perché verrà superata ogni distinzione precedente e fratelli saranno tutti coloro che condividono la stessa fede in Gesù. Eppure la medesima realtà costituita dai fratelli in Cristo avrà espressioni concrete molto diverse: dalle Lettere di Paolo e dagli Atti degli apostoli si intuisce che non tutte le prime comunità cristiane avevano lo stesso stile né un’identica organizzazione interna. Addirittura, all’interno della stessa piccola comunità si potevano scorgere diversi carismi (è il tema di 1Cor 12-14) e perfino nell’annuncio del vangelo c’erano diversità e talora contrasti: si veda, come esempio, la separazione di Paolo e Barnaba, raccontata in At 15,36-40.
Ricapitolando: da quando Eva ha dato a Caino un fratello, le differenze nell’umanità si sono moltiplicate in ogni direzione. Non solo alcuni uomini sono diventati pastori e altri agricoltori, alcuni hanno edificato città e altri hanno preferito la vita nomade; l’uso del vocabolo “fratello” testimonia che la diversità all’interno della famiglia si è poi riflessa nella vita della tribù, del popolo, del mondo intero (guardando alla prospettiva universale del Nuovo Testamento). La fratellanza dice dunque differenziazione tra gli uomini, diversità.
La violenza
Nel primo fascicolo del 2007, in questa stessa rivista, l’articolo di L. Mazzinghi metteva in luce tra gli altri temi la bontà della creazione, che emerge con vigore dall’analisi del primo capitolo della Genesi: una delle frasi che ricorre come ritornello è «Dio vide che era cosa buona»; in Gn 1,31 ancora meglio: con uno sguardo complessivo, «Dio vide tutto quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona». Insomma, Dio guarda la sua opera ed esprime la convinzione che questa è buona, utile, bella. Contro ogni sguardo pessimista sulla creazione, «Gn 1 è come una grande ouverture che dona all’intera Scrittura un tono positivo»[3].
Nello stesso articolo però, solo una pagina più avanti, si fa notare che basta arrivare fino a Gn 11 per trovare già cinque volte il verbo “maledire”. Anzi, possiamo approfondire rilevando che nei primi undici capitoli della Genesi la violenza segue una linea crescente, in espansione: prima c’è una frattura dei rapporti dell’uomo con Dio, poi tra fratelli, quindi all’interno dell’umanità intera, fino a giungere ai livelli inaccettabili che portano al diluvio. Non che Gn 1-11 sia una storia di violenza; piuttosto, si alternano maledizione / morte / inimicizia e benedizione / vita / solidarietà tra persone e popoli. Solo che l’escalation della violenza non lascia presagire nulla di buono[4].
Significa forse che la valutazione fatta da Dio contemplando la sua creazione era sbagliata? Speriamo di no; però notiamo la somiglianza tra Gn 1 e Gn 6[5]:
E Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa buona/utile/bella (1,31).
Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male (6,5).
Dio vide la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra (6,12).
Il panorama di Gn 6 non è dei più esaltanti. Occorre però tornare indietro e ricordare, come già detto, che in principio tutto è buono; non solo: è altrettanto importante andare in avanti, oltre il c. 11 della Genesi, per respirare una boccata di fiducia. Leggiamo quando scrive in proposito L. Alonso Schökel, a conclusione del suo studio sulle pagine di fraternità nel libro della Genesi:
Al principio tutto era buono e la totalità era molto buona. Venne il peccato e il bene diventò male: la terra fertile dà cardi e spine, la fecondità è dolorosa, l’amore è passione e sottomissione. La prima fraternità termina in un fratricidio e Lamec proclama il principio della vendetta, che è il trionfo del male moltiplicato. Lamec ha potuto dire al male: «Cresci e moltiplicati».
Dio interviene, staccando dal corso della storia un uomo eletto, Abramo. A partire da questo momento, benché continui l’ostilità e la lotta tra male e bene, il bene seppur faticosamente incomincia a trionfare. Le divisioni per interessi dei fratelli, Abramo e Lot, si compongono pacificamente, la rottura di Giacobbe e di Esaù viene risanata. Nel finale della storia di Giuseppe e dei suoi fratelli, anche il male si pone al servizio del bene, per l’azione di Dio[6].
Potremmo dire, interpretando le parole ora citate, che l’episodio di Caino e Abele ha messo in luce una dimensione della fraternità: come ogni altra relazione tra persone, non è scontato che funzioni. Ma questo non significa che dopo le prime battute positive la Bibbia sia solo una raccolta di fallimenti. Anzi, se con Gn 1-11 le relazioni tra gli uomini sprofondano in modo drammatico, a partire da Gn 12 cominceranno lentamente a riaffiorare.
Scorrendo una concordanza biblica, come abbiamo fatto all’inizio dell’articolo, ci accorgiamo che la maggior parte dei passi che parlano di fraternità si trovano nei libri storici dell’Antico Testamento. Se la Bibbia parla molto della fratellanza, non lo fa in astratto: racconta episodi in cui i personaggi chiamati in causa sono fratelli. Certo, ci sono anche gli insegnamenti, contenuti per esempio nel libro del Levitico o nelle lettere di Paolo; ma prevale la narrazione. Storie di uomini e donne, che quando entrano in relazione tra di loro non solo danno vita a una grande diversità (sia essa di consanguineità, di status sociale o di appartenenza religiosa), ma spesso tingono tale incontro col colore rosso del sangue.
La violenza non è l’ultima parola, dal momento che con Abramo la storia inverte la rotta pericolosa imboccata prima; eppure la Bibbia raccontando la storia della salvezza non nasconde che la violenza c’è, al punto che può stupire la quantità di testi violenti presenti nelle Sacre Scritture. Così è la Bibbia:
Uno spaccato della storia umana come storia di alienazione e di peccato che Dio non si rassegna ad abbandonare per cui interviene con la sua fantasia di onnipotente per capovolgerla e sovvertirla, riaprendo in essa lo spazio amicale originario di quando lui passeggiava insieme con l’uomo nel giardino dell’eden[7].
Con quest’ultima citazione ci introduciamo già nella terza sottolineatura, emersa dall’analisi di Gn 4,1-16: se c’è una via di uscita alla spirale della violenza è non solo perché Dio ha creato ogni cosa buona, utile, bella; ma anche perché lui stesso continua ad accompagnare la storia dell’uomo. Proprio come ha fatto con Caino, seppure invano.
La presenza di Dio
Ritorniamo alla narrazione di Gn 4,1-16: oltre a Caino, il personaggio che per più tempo sta sotto i riflettori è Dio. Strana presenza, la sua: si comporta in un modo non sempre comprensibile. La difficoltà più grande la incontriamo quando ci rendiamo conto che non tratta i due fratelli alla stessa maniera, ma fa un’evidente preferenza per il più fragile, Abele. Abbiamo visto nel commento al testo che non ci sono motivi nel comportamento dei fratelli che giustifichino tale preferenza: è una libera scelta di Dio, che Caino dimostra di non condividere. Perché Dio si comporta in questa maniera? L’autore della Genesi non ha una risposta da offrirci.
Anzi, le perplessità si infittiscono quando notiamo che Dio aveva dimostrato e continuerà a dimostrare una predilezione proprio per Caino! Quando si accorge che sta camminando a testa bassa, intuisce che qualcosa non va; gli rivolge allora la parola e lo invita a scegliere il bene e non il male; e quando poi la scelta è fatta e purtroppo è quella sbagliata, non abbandona Caino ma lo protegge da ogni possibile violenza. Ma non aveva fatto nulla per difendere Abele!
Come si può notare, Dio non è un personaggio di contorno nella narrazione di Caino e Abele: non se ne sta fuori dalle vicende dei fratelli. Certo, il suo modo di intervenire non è facilmente decifrabile…
Riconoscersi figli per essere fratelli
Approfondiamo il discorso a partire dalla scelta di Dio in favore di Abele. In modo secco e quasi inquietante, G. von Rad commenta così l’uccisione raccontata in Gn 4,8: «Si giunge così al primo omicidio, per una contesa riguardante Dio!»[8]. Non che si voglia attribuire colpe al Signore; ma solo notare che il motivo che spinge Caino ad uccidere il fratello non sta in qualcosa compiuto da Abele, ma nella scelta fatta da Dio. Il racconto di Caino e Abele, in modo tragico, apre questa prospettiva: nei rapporti tra fratelli, è fondamentale il modo di porsi nei confronti di Dio, la maniera di reagire alle sue scelte.
Per chiarire il concetto, e per notare che ritorna ancora nella Bibbia, prendiamo un esempio dal Nuovo Testamento; è un episodio molto noto, la parabola detta del figliol prodigo o del padre misericordioso (Lc 15,11-32). L’inizio è semplicissimo: «Un uomo aveva due figli…». Tutto il resto della parabola si gioca su questo campo, quello dei rapporti familiari: la situazione molto diversa in cui i due figli si trovano a vivere li porta a esprimere quello che pensano, a dire a voce alta cosa significa per loro “essere figli” ed “essere fratelli”.
Seguiamo l’ordine di Luca e iniziamo dal figlio minore; fa la sua scelta, gli va male ed è ridotto alla fame, allora rientra in se stesso e dice: a casa di mio padre anche i servi hanno da mangiare e io qui muoio di fame; meglio se torno. Nelle sue parole s’intravede un calcolo ben escogitato; si nota con tristezza che è disposto a vendere la sua figliolanza per un pezzo di pane: trattami come uno dei garzoni, ma dammi da mangiare.
Il figlio maggiore ragiona esattamente come il fratello, anche se le scelte della vita l’hanno portato a rimanere sempre in casa; dice infatti: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con gli amici» (v. 29). A chi sta parlando? A suo padre o al suo datore di lavoro? Come il fratello più giovane, lui pure non considerava suo padre per quello che era: un padre! Non lo chiama mai così; di più: quando parla del fratello minore non lo chiama mai nel modo più semplice, fratello! Al v. 30 leggiamo: «Questo tuo figlio è tornato…». Come tutti ben sappiamo, non è lo stesso dire “mio fratello” o “questo tuo figlio”…
Come Caino, il fratello maggiore della parabola non è d’accordo con la scelta del padre; perché in realtà non l’ha mai considerato come un genitore; la rottura con lui, di conseguenza, porta a non riconoscere l’altro come fratello. Bisogna riconciliarsi con Dio, comprenderne e condividerne le scelte, per poter vivere la fraternità senza spargimento di sangue.
Dio misterioso, ma salvatore
Occorre accettare le scelte di Dio, certo; ma bisogna anche ammettere che non sempre si riesce a capirle: lo stesso autore della Genesi non riesce a spiegarci come mai Abele è stato preferito a Caino. Non dobbiamo dimenticare che con quell’episodio siamo nelle prime pagine della Bibbia, poco dopo il grande poema della creazione: il Dio che preferisce uno al posto dell’altro è il Creatore del cielo e della terra, colui che «ha misurato con il cavo della mano le acque del mare e ha calcolato l’estensione dei cieli con il palmo» (Is 40,12). Le sue non sono scelte arbitrarie: c’è un progetto, solo che non sempre è visibile dal punto di vista di chi si trova a viverlo.
Un esempio chiaro di tutto ciò è la storia di Giuseppe venduto dai fratelli: ancora un brano che racconta la fratellanza. La vicenda è ben nota: siccome Giuseppe, il prediletto del padre Giacobbe, vantava pretese di superiorità sui suoi fratelli (basta leggere i sogni narrati in Gn 37), questi alla prima occasione lo eliminano; non lo uccidono, ma lo vendono come schiavo. Attraverso varie traversie, però, Giuseppe diviene viceré d’Egitto e alla fine i suoi sogni si realizzano, perché effettivamente i fratelli si prostrano davanti a lui, come i covoni del sogno.
Il racconto di Giuseppe è uno dei più “atei” di tutta la Genesi, nel senso che non si parla mai di Dio: dov’è mentre i suoi fratelli lo maltrattano? Perché non difende l’innocente? Compare solo alla fine, quando lo stesso Giuseppe spiega il senso dell’accaduto:
Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita (…). Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d’Egitto (Gn 45,5.7-8).
Dio ha prediletto Abele, ma poi non l’ha protetto; ha messo in guardia Caino dal compiere il male, ma non gliel’ha impedito; non ha difeso Giuseppe dall’ira cieca dei suoi fratelli. È difficile capire perché Dio ora interviene ora no, più difficile ancora comprendere perché si comporta così. La storia di Giuseppe ci invita a fidarci di lui, a credere che – seppure per noi incomprensibili – le scelte di Dio hanno un senso. Direbbe Isaia: «Veramente tu sei un Dio misterioso/nascosto, Dio di Israele, salvatore» (Is 45,15). Misterioso, nascosto, apparentemente assente; eppure salvatore.
Non è questo il luogo per farlo, dal momento che c’è una rubrica dedicata appositamente a tale dimensione; ma per completare il discorso sarebbe da aprire una finestra sul mistero di Gesù. Egli infatti è Dio stesso, che decide di essere presente nelle vicende dei fratelli, non solo guidandole in modo misteriosamente salvifico, ma divenendo lui stesso fratello.
Questione di scelte
È tempo di giungere alla conclusione della nostra riflessione sulla fraternità.
Siamo partiti dalle tre piste tracciate dal racconto di Caino e Abele: essere fratelli significa essere diversi; tale diversità può sfociare nella violenza; in questa intricata rete di relazioni fraterne Dio non sta a guardare. Percorrendo questi sentieri abbiamo incontrato altre figure bibliche, da Giuseppe fino a Gesù; perché di fratelli la Bibbia è piena, specialmente se non ci fermiamo al senso stretto del termine.
Dove ci ha condotti questa esplorazione della fraternità? In una parola, potremmo riassumere il percorso fatto con il termine “scelta”. È vero che all’inizio la relazione tra fratelli è una questione che non dipende dalla loro decisione; diversamente dal rapporto coniugale o da quello amicale, la fratellanza non si sceglie: fratelli si nasce. Se essere fratelli è un dato, però, vivere da fratelli è una scelta. Caino, i fratelli di Giuseppe, il figlio maggiore della parabola… tutti hanno scelto di non accettare la diversità del loro fratello; è stata una loro scelta, libera. Dio l’aveva chiarito bene fin dal suo primo insegnamento, quello rivolto a Caino (Gn 4,7): escludere il fratello non è una tragica fatalità, è una decisione presa nella libertà. Nessuno li ha costretti: l’hanno deciso loro.
Se talvolta la vita tra fratelli si macchia di sangue, allora, è perché è governata dalla legge della libertà. E di fronte alla libertà dell’uomo, lo stesso Dio è limitato nel suo agire: non ferma la mano di Caino, non sventa il complotto ordito contro Giuseppe, non costringe a forza il figlio maggiore a entrare in casa per far festa. Dio non scende dalla croce: questa è la sua scelta.
Molti studi sulla fraternità nella Bibbia citano il Sal 133; è così bello che conviene proprio concludere con le sue parole. Alla fine del nostro percorso, però, non lo leggeremo ingenuamente, come dicendo: oh, che bello se fosse vero! Lo gusteremo consapevoli che è vero: non c’è niente di più bello dei fratelli che vivono insieme; certo, bisogna che scelgano di farlo.
Ecco quanto è buono e quanto è soave
che i fratelli vivano insieme!
È come olio profumato sul capo,
che scende sulla barba,
sulla barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste.
È come rugiada dell’Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Là il Signore dona la benedizione
e la vita per sempre.

[1] Cf. J.L. Ska, La parola di Dio nei racconti degli uomini, Cittadella, Assisi 1999, 26.
[2] Cf. H. Ringgren, «’ah, ’ahot», in Grande lessico dell’Antico Testamento, I, Paideia, Brescia 1988, 400-404; U. Falkenroth, «Fratello, prossimo», in Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento, EDB, Bologna 1976, 721-722.
[3] L. Mazzinghi, «La parola, la profezia, il tempo, la benedizione: un itinerario tematico attraverso Genesi 1», in Parole di vita 1 (2007) 43.
[4] Per questa panoramica si veda: G. Cappelletto, Genesi (capitoli 1-11), EMP, Padova 2000, 137; J.A. Soggin, Genesi 1-11, Marietti, Genova 1991, 93.
[5] Cogliamo qui un suggerimento di A. Wénin, Non di solo pane… Violenza e alleanza nella Bibbia, EDB, Bologna 2004, 68-69.
[6] L. Alonso Schökel, Dov’è tuo fratello? Pagine di fraternità nel libro della Genesi, Paideia, Brescia 1987, 381.
[7] C. Di Sante, Bibbia, la grande storia. Trama narrativa e tematica, Cittadella, Assisi 2006, 14.
[8] G. von Rad, Genesi. Capitoli 1-12, Paideia, Brescia 1969, 127.

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA: TEMI VARI |on 15 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

IL MAESTRO NELLA BIBBIA – DI MONS. GIANFRANCO RAVASI

http://www.stpauls.it/studi/maestro/italiano/ravasi/itarav03.htm

IL MAESTRO NELLA BIBBIA

Atti del Seminario internazionale su « Gesù, il Maestro »

(Ariccia, 14-24 ottobre 1996)

DI MONS. GIANFRANCO RAVASI

II. Gesù Divin Maestro

Entriamo nel Nuovo Testamento e, in maniera particolare, nei vangeli. Il titolo dato a questa sezione, «Gesù Divin Maestro», ci permette ora di costruire un vero e proprio profilo della figura di Gesù come didàskalos. Ripercorriamo due momenti diversi per comporre la figura di Gesù didàskalos. (torna al sommario)

1. Il ritratto di Gesù Maestro
Nel Nuovo Testamento si usa il termine didàskalos 58 volte, di cui 48 nei vangeli, prevalentemente applicato a Gesù; e 95 volte il verbo didàskein, insegnare, due terzi di esse nei vangeli, anche in questo caso prevalentemente applicato a Gesù. Quindi Gesù è per eccellenza il « maestro » della comunità cristiana.
Questo ritratto può essere ora abbozzato in tre lineamenti:
º. Gesù è chiamato rabbì. Due passi tra i molti, come esempio: Mc 9,5 e 10,51. È un rabbì che parla in pubblico, come facevano i maestri di Israele: nelle sinagoghe, nelle piazze, nel tempio. Gesù è un maestro circondato dai mathetài, cioè dai discepoli, ha una sua scuola.
Inoltre Gesù usa le tecniche dei maestri, cioè ha anche un’attrezzatura pedagogica, didattica. Certo, ha qualcosa di originale. C’è soprattutto un aspetto curioso da sottolineare subito. A differenza degli altri rabbì di Israele, egli sceglie i suoi discepoli. È l’esatto contrario di ciò che facevano i rabbì, i quali si comportavano nella stessa maniera dei predicatori di Hyde Park: incominciavano a parlare nelle piazze, e chi si convinceva li seguiva. Gesù fa il contrario. Gli studiosi parlano di una « discontinuità » del Gesù storico col mondo-ambiente e la cultura entro cui era inserito. Ai discepoli egli dice nei discorsi dell’ultima cena: «Non siete stati voi a scegliere me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).
º. Gesù è un maestro autorevole. È incisiva la frase di Marco (1,22): «Li ammaestrava come uno che ha autorità, e non come gli scribi». È un maestro che si erge non col potere dell’autorità, ma con l’autorità dell’autorevolezza. Un altro passo di Marco (12,14) è molto significativo: «Maestro, sappiamo che sei sincero e non ti preoccupi di nessuno, perché non guardi in faccia alle persone, ma insegni la via di Dio secondo verità». Questo è un ritratto stupendo del vero maestro, che non piega le ginocchia, che non insegna secondo la convenienza. Quanti maestri sono falsi maestri in questo senso! «Ma insegni la via di Dio secondo verità»: ancora una volta via e verità unite insieme, e concretamente via e vita unite insieme.
º. La radice del suo insegnamento è trascendente. Due passi sono emblematici in questo senso: Gv 8,28: «Come mi ha insegnato il Padre (didàskein), così io parlo», e Mt 11,27: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo». L’insegnamento di Gesù è l’insegnamento del mistero del Padre, è un insegnamento trascendente.
Ecco dunque alcuni lineamenti essenziali del ritratto di Gesù Maestro. Riassumendo: Gesù è un Maestro storico, che usa le tecniche di un mondo in cui è inserito (le parabole per esempio), ma egli ha qualcosa già di diverso e di originale, come la scelta dei discepoli; inoltre è maestro autorevole e libero; infine, è un maestro trascendente, che insegna una verità che va oltre i confini del sapere umano e che promana da una rivelazione. (torna al sommario)
2. Le sette qualità del Cristo Maestro
Per restare fedeli alla simbolica dei numeri e al sistema didascalico frequente nella Bibbia, possiamo riassumere in sette elementi le qualità del Cristo Maestro in azione. Con questi sette tratti (naturalmente esemplificativi) si vuole rappresentare le modalità con cui Cristo insegna, come presenta il suo messaggio.
1º. Cristo è maestro dell’annunzio fondamentale del Regno. Cristo è l’annunziatore perfetto della sostanza del messaggio cristiano. Basti come esempio la prima predica di Gesù. Naturalmente essa è redazionale, offerta secondo la teologia dei Sinottici e della catechesi delle origini cristiane. La troviamo ben formulata in Marco (1,15). I contenuti dell’annuncio di Gesù sono quattro elementi: due secondo la dimensione teologica, due secondo la dimensione antropologica.
a. «Il tempo è compiuto», anzi, secondo il verbo greco pleroùn, il tempo è giunto a pienezza. Cristo afferma che egli è venuto per dare senso alla storia. Come dice il titolo di un saggio di Conzelmann sulla teologia di Luca, Cristo è die Mitte der Zeit, cioè il punto di mezzo, il centro, il perno del tempo. Affermando che il «tempo è compiuto», Gesù viene a dire: « Io do senso, con la mia parola e con la mia azione, a tutta la vicenda secolare delle azioni salvifiche di Dio ». Il tempo, che è composto di tanti elementi dispersi, di tanti atti disseminati, riceve un nodo d’oro che lo tiene insieme e gli dà senso.
b. «Il regno di Dio è vicino». Il termine greco énghiken (dal verbo engùzein) merita una certa attenzione, perché ha vari significati: anzitutto il verbo è al perfetto e quindi indica il passato: vuol dire che il regno di Dio è già attuato, accaduto, instaurato in Cristo. Però il perfetto in greco indica un’azione del passato, il cui effetto perdura nel presente. Quindi vuol dire che il regno di Dio è ancora in azione oggi. Inoltre, il verbo, semanticamente, indica qualcosa che riguarda il futuro: è vicino, è prossimo. E allora si sottolinea che il regno di Dio abbraccia tutte le dimensioni della storia della salvezza. Noi siamo nell’oggi, ma partecipiamo di un evento passato, il cui effetto agisce dinamicamente nell’oggi, nell’attesa della pienezza, cioè di quella vicinanza che è sempre in azione e che si completerà solo alla fine della storia. Il regno di Dio significa il progetto di salvezza di Dio, che attraversa tutta la storia. Queste sono le due dimensioni dell’azione di Dio, che Gesù Maestro annuncia: « il tempo ha la sua pienezza in me », ed « è un tempo che è tutto irradiato dal regno di Dio », cioè dall’azione e dal progetto di gioia, di libertà e di speranza che Gesù è venuto ad annunciare. Di conseguenza:
c. Metanoéite, convertitevi. È la reazione che deve avere il credente, il discepolo: cambiare mentalità e vita, dopo aver ascoltato questa lezione.
d. Pistéuete tò euanghelìo, credete sul vangelo, come dice il greco. Ritrascrivendo l’ebraico, perché nella Bibbia il verbo del credere, l’amen, regge la preposizione be-, e quindi indica un « appoggiarsi su » (letteralmente, « fondarsi su »): fondate la vostra vita sul vangelo. Così, in questa prima grande lezione di Cristo, Maestro dell’annunzio, troviamo anche il contenuto del nostro annuncio: noi dobbiamo annunciare il regno. E questo annuncio genera conversione e fede; deve essere accolto nella fede e nell’esistenza. (torna al sommario)
2º. Gesù è un maestro sapiente, che usa la parabola, il simbolo, la narrazione, il paradosso, l’immagine folgorante. Qui basterebbe soltanto leggere i Vangeli; non c’è bisogno di aggiungere molto di più. Rispetto alle nostre squallide, grigie, modeste predicazioni, che passano sopra la testa dei fedeli, Gesù parlava, come ha detto uno studioso, passando dai piedi, dalle mani, dalla polvere della terra. Consideriamo, per esempio, Lc 11,12: «Se un figlio chiede a un padre un uovo, gli darà forse uno scorpione?». Gesù parla dal contesto vivo: in Palestina c’è uno scorpione – lo scorpione bianco palestinese, velenoso – grosso come un uovo e che si annida tra le pietraie del deserto. A partire da quest’immagine, Gesù costruisce in maniera icastica la sua lezione sull’amore del Padre. Se tu gli chiedi l’uovo, non ti darà mai lo scorpione che ti avvelena. Un altro esempio: Gesù deve rappresentare la propria morte e la sua funzione salvifica; i teologi userebbero (e a ragione) tutte le categorie della soteriologia; però la gente resterebbe insoddisfatta. Gesù, invece, parte dal chicco di grano (Gv 12,24): «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto». Il morire e l’entrare nel sepolcro, comparato al morire del seme cui segue lo stelo e la spiga, esprime la fecondità pasquale della morte di Cristo, e anche del credente.
Esemplari le sue parabole: come insegnare l’amore meglio di quanto faccia la parabola del buon samaritano? E farlo soprattutto con quello spostamento d’accento, dall’oggettività del prossimo: «Chi è il mio prossimo?», alla soggettività: «Chi si è comportato da prossimo?», che stabilisce una radicale differenza nella visione morale cristiana. Così la parabola delle dieci vergini per la tensione escatologica. Le parabole di Gesù partono sempre dalla storia concreta, dall’esistenza: figli in crisi, i portieri di notte, le relazioni sindacali (la parabola dei lavoratori della vigna), i giudici corrotti, le previsioni meteorologiche, la donna di casa, i pescatori, i contadini, il tarlo, gli uccelli, i gigli ecc. Questo parlare porta la Parola di Dio all’interno della quotidianità, fecondandola.
Un detto rabbinico dice: «È molto meglio un grano di pepe che un cesto di cocomeri». L’insegnamento prolisso come il cesto di cocomeri, il parlare grigio, incolore, insapore non regge il confronto con il grano di pepe, che riesce a dare sapore a una massa di cibo. Gesù ha usato anche l’immagine del lievito e del sale. Egli ci insegna una comunicazione sàpida, vivace, incisiva e « narrativa ». Dobbiamo recuperare, sulla base di Gesù e della Bibbia, la nostra capacità di comunicazione, le grandi doti che la tradizione cristiana ha avuto di annunziare la fede attraverso il racconto, l’immagine, la bellezza, l’estetica. E qui ci soccorre la grande lezione di von Balthasar e dei grandi autori cristiani del passato, come Agostino, che aveva tutto il rigore anche del linguaggio formale, quando era necessario, ma che usava fare teologia « al tu », col dialogo: una teologia-preghiera, che conosce tutta la ricchezza della comunicazione umana e che è un’avventura straordinaria dello spirito. Il mondo è ricco, la storia è continuamente creativa, il nostro linguaggio rincorre sempre la realtà. C’è un verso di Borges, scrittore argentino, che afferma: «el universo es fluido y cambiante – el lenguaje rígido»: l’universo è fluido e mutevole, il linguaggio è rigido, per cui occorre uno sforzo per rendere il linguaggio, soprattutto religioso, sempre più caldo, più mobile. E Gesù è stato un grande maestro anche in questo.
3. Gesù è un maestro paziente, che si adatta al nostro lento viaggio, cioè al nostro lento apprendimento. Nel vangelo di Marco ci è presentato un Gesù maestro « progressivo » che lentamente porta alla luce il discepolo, passando attraverso l’oscurità delle resistenze umane. Prima lo conduce al riconoscimento della messianicità («Tu sei il Cristo», Mc 8,27-29) e poi gli svela la pienezza, alla conclusione del vangelo, quando il pagano, centurione romano, giunge alla fede, e dice: «Veramente quest’uomo era figlio di Dio» (15,39). Ma quale cammino bisogna fare! Il cammino della croce. Gesù, che è un maestro « progressivo », ci fa passare dall’oscurità alla luce non in maniera sconcertante, ma in modo paziente e lento. Il capitolo 9 di Giovanni (il cieco nato) illustra questo cammino coi titoli cristologici usati in progressione. Si parte da «un tale di nome Gesù » e si arriva all’ultima frase: «Credo, kyrie, credo, o Signore»: è ormai la scoperta di Gesù come il kyrios per eccellenza, cioè come Dio.
4. Gesù maestro polemico. In Lc 11, ma ancor più in Mt 23, Gesù ci appare anche come un maestro polemico, provocatore, sdegnato. I suoi sette « guai » o sette « maledizioni » (che vengono usate tra l’altro secondo un genere profetico come in Is 5,8ss) sono una testimonianza che il vero maestro non teme di denunciare i male, come d’altronde fa il Battista: «Non ti è lecito!» (Mt 14,4). Il vero maestro corre il rischio anche dell’impopolarità. Cristo è stato condannato anche per le sue parole, che erano colpi di staffile. La parola del Maestro conosce non la rabbia, non la collera, che è un vizio, ma lo sdegno, che è una virtù: Gesù ci ha rivelato spesso il suo messaggio attraverso una parola che è fuoco, come lui stesso ha detto: «Io sono venuto a portare una spada che divide padre da figlio, madre da figlia, suocera da nuora…» (Mt 10,35). Questo aspetto occorre recuperarlo anche nella nostra comunicazione religiosa. Non è contraddittorio rispetto al precedente: dobbiamo avere la pazienza, ma anche, quando è necessario, dobbiamo introdurre la parola che sconcerta, la parola dei profeti. Dobbiamo dire « sì sì, no no; tutto il resto viene dal maligno » (cf Mt 5,37). E per reazione (giusta) a una retorica o all’enfasi del passato (i grandi predicatori che atterrivano!), non si deve perdere la dimensione della parola che attacca, che non è adulterata (cf 2Co 2,17; 4,2), mercanteggiata; dobbiamo riconoscere che la Parola di Dio è spesso, come si è detto, offensiva.
5. Gesù è stato anche un maestro profetico, nel senso autentico del termine. Profeta non vuol dire colui che tele-vede, che indovina il futuro. Il profeta biblico è colui che interpreta invece i segni dei tempi. È l’uomo del presente, colui che attualizza la Parola. È esemplare al riguardo la predica che Gesù fa nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16ss). Egli prende la Parola di Dio da Isaia; la legge e la commenta: come? «Oggi questa parola si è qui adempiuta». Ecco l’attualizzazione! La Parola di Dio viene incarnata in un evento, in una persona presente! Tutto il Nuovo Testamento è in questa linea. L’Apocalisse, che tante volte viene contrabbandata come oroscopo della fine del mondo, è invece una lezione per le Chiese dell’Asia Minore in crisi interna ed esterna e perseguitate. La Chiesa di Laodicea, per esempio (cf Ap 3,14-22), genera la nausea di Cristo. È un’immagine durissima, espressa con il verbo emésai, vomitare, per indicare la nausea di Cristo verso una comunità tiepida. Ebbene, a quella Chiesa in crisi la Parola di Dio arriva con la funzione di dare un senso, di indicare una meta, un fine. L’Apocalisse infatti non insegna la fine del mondo, ma indica il fine del mondo. Non è tanto la rappresentazione della distruzione, bensì della meta verso cui noi siamo orientati. Il profeta insegna dove dobbiamo camminare mentre siamo nella storia, nel presente. Ecco allora la definizione di Gesù secondo Lc 24,19 (nel viaggio di Emmaus): «Gesù era profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo». Profeta potente in opere e in parole: è questo il Gesù maestro profetico.
6. Gesù maestro-Mosè. Con una espressione paradossale, Lutero diceva: Gesù è il Mosissimus Moyses; il Mosè all’ennesima potenza. Il riferimento è al Discorso della montagna, che è la pienezza della torah: «Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo la parola, edìdasken, (li ammaestrava, insegnava loro) dicendo…» (Mt 5,1ss). Come è evidente, il Discorso della montagna è una lezione, ed essa avviene su un monte non storico (Luca anzi, secondo una nota più attenta alla storia, colloca il discorso in una pianura « campestre »). Esso per Matteo è il nuovo Sinai. Questa lezione segna l’inizio del « pentateuco cristiano ». Gesù non fa che portare a pienezza il messaggio della torah: il suo è un messaggio che non introduce una legge limitata nella sua sequenza di commi, di articoli, di norme, ma una legge tendente all’infinito. Gesù insegna la radicalità: «Siate perfetti…», non come un santo, ma «come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,48). Ed è questo il messaggio cristiano: un infinito viaggio nell’infinito mistero di Dio. Non esiste mai la tappa di arrivo, noi andiamo sempre oltre fino ad entrare in Dio. L’insegnamento del vero Maestro, del vero Mosè cristiano si lega a una « scontentezza » continua, a un superamento sistematico; bisogna sempre andare oltre. È l’esatto contrario di un certo nostro insegnamento tante volte fondato solo sul buon senso, con un messaggio che potrebbe essere il minimo comun denominatore di tutte le religioni: una genericità, una vaga solidarietà, una vaga fede sentimentale in Dio. Ma il Mosissimus Moyses è radicale. Teresa d’Avila fece due osservazioni in proposito: «I predicatori oggi non convertono più perché hanno troppo buon senso e quindi non hanno più il fuoco di Cristo». E riguardo alla preghiera: «O Signore, liberami dalle sciocche devozioni dei santi dalla faccia triste». Ecco, è necessario ritornare all’annuncio e all’impegno radicale del Mosissimus Moyses.
7. Gesù è maestro supremo, è il Maestro Divino. Come annunciavano i profeti nell’Antico Testamento? Essi dichiaravano: «Koh ‘amar Adonai: Così parla il Signore», cioè io sono la bocca del Signore. Gesù ha ripreso questa frase, ma l’ha deformata, in maniera quasi blasfema: «Egò dè légo hymìn»: «io vi dico»; è «stato detto agli antichi, io vi dico». Una parola efficace, imperativa, estrema. Una parola decisiva nei confronti del male; una parola che sfida i tempi; una parola eterna. Ed è in questo senso che dobbiamo intendere il motto: «Io sono la via, la verità e la vita». È una parola supremamente « blasfema », perché si arroga tutto ciò che è di Dio. Anzi è una parola così divina da continuare a risuonare attraverso lo Spirito che egli ci manda nell’interno della Chiesa e del singolo, nei secoli. Giovanni riporta (14,26) le parole dell’ultima sera terrena di Gesù: il Padre nel nome di Cristo manderà lo Spirito Santo, «che vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto». Chi è dunque il Divin Maestro che continuamente opera dentro di noi ora, nella Chiesa, e in noi singoli e nella comunità? È lo Spirito Santo, mandato nel nome di Cristo dal Padre, per « ricordare ». La memoria biblica non è un’evocazione pallida, non è la commemorazione della festa nazionale, ma è la memoria viva, operante, il memoriale celebrativo ed efficace. (torna al sommario)

10. VERA SAGGEZZA (GIACOMO 3:13-18).

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10. VERA SAGGEZZA (GIACOMO 3:13-18).

(da: Tempo di Riforma)

Quando si è di fronte ad un problema pratico e non si sa come risolverlo, si chiamano “gli esperti”, cioè coloro che conoscono bene per conoscenza ed esperienza un particolare campo, che hanno lunga pratica ed abilità nella loro arte o nella conoscenza di qualcosa. Può essere, ad esempio, l’idraulico, l’elettricista o il muratore se si hanno problemi con la nostra abitazione; il medico specialista se si hanno particolari problemi di salute; lo psicologo o lo psichiatra se ci si trova di fronte a problemi comportamentali o di salute mentale; un avvocato, se si hanno problemi di carattere legale; il matrimonialista o sessuologo, se si hanno problemi in quel particolare campo. Un ministro di culto, un teologo, lo si intende normalmente come “esperto di problemi religiosi”.
E’ bene consultare gli esperti qualificati in un certo campo e riconoscere umilmente di non sapere tutto e di avere bisogno di consiglio “da chi se ne intende”. Non dobbiamo vergognarcene.
Nei programmi televisivi vi è anche la figura dell’esperto che viene convocato per discutere di un particolare problema ed offrire dei consigli, come anche quella del “tuttologo”, un neologismo scherzoso e di tono ironico riferito a chi pretende boriosamente di sapere tutto e di poter quindi parlare o scrivere di qualsiasi argomento vantando o attribuendosi conoscenze in ogni campo. I programmi televisivi si avvalgono spesso di questi presunti “tuttologi”. Un noto “tuttologo” dei fumetti di Walt Disney è Pico de Paperis# che fa il verso al famoso filosofo dell’umanesimo Giovanni Pico della Mirandola#, passato popolarmente alla storia come grande sapientone…
C’è qualcuno fra di voi che si ritiene “esperto” in ogni campo, sempre pronto ad elargire a tutti i suoi consigli a noi “inesperti”? Questa è la domanda che sostanzialmente si fa l’apostolo Giacomo nel testo biblico della sua lettera che consideriamo quest’oggi. Si chiede difatti, in questo senso: “Chi tra voi è saggio e intelligente?”.

Il testo biblico
In questo brano Giacomo, dopo aver discusso l’uso e l’abuso della lingua, scrive dell’importanza di vivere con autentica saggezza. Che cosa vuol dire “saggezza”? Da dove possiamo trarre la saggezza che ci serve per vivere una vita giusta e buona? Quali sono le conseguenze pratiche della saggezza? Con il termine che noi traduciamo “saggezza”, e che si sovrappone a “sapienza”, Giacomo ricalca i termini della verità rivelata nella letteratura sapienziale dell’Antico Testamento (dal libro di Giobbe al Cantico dei Cantici). Essa, infatti, distingue due categorie: una sapienza-saggezza puramente umana (con tutti i suoi gravi limiti e problemi) che considera come valida la logica e il “saperci fare” di questo mondo, e la sapienza-saggezza “che scende dall’alto”, quella che Dio possiede e Egli si compiace di impartire. Giacomo opera dunque una distinzione fra sapienza terrena e sapienza celeste.
« Chi fra voi è saggio e intelligente? Mostri con la buona condotta le sue opere compiute con mansuetudine e saggezza. Ma se avete nel vostro cuore amara gelosia e spirito di contesa, non vi vantate e non mentite contro la verità. Questa non è la saggezza che scende dall’alto; ma è terrena, animale e diabolica. Infatti dove c’è invidia e contesa, c’è disordine e ogni cattiva azione. La saggezza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia. Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace » (Giacomo 3:13-18).
Giacomo considera la saggezza come un’ulteriore test per verificare una fede che possa dirsi vivente. Il tipo di saggezza posseduto da una persona, dice, è rivelato dal suo modo di vivere. Allo stesso modo in cui Giacomo poco prima ci aveva messi in guardia a fare molta attenzione a voler essere considerati “maestri” (3:1), così dobbiamo fare attenzione a vantare di essere degli “esperti” sempre pronti ad elargire i nostri consigli, perché è dal modo in cui viviamo che si dimostra se davvero siamo quegli esperti, quei “sapienti” che diciamo di essere. Anche in questo caso, senza un comportamento coerente in armonia con la vita e l’insegnamento di Cristo, dimostriamo solo di avere quella che spesso è la pseudo-sapienza di questo mondo che, magari, “funziona”, ma a che prezzo! Peggio, dimostriamo di non avere alcun autentico rapporto salvifico con Gesù Cristo, nessun reale desiderio di rendergli culto, adorarlo e servirlo, perché è dai fatti che lo si verifica. D’altro canto, coloro che possiedono autentica fede salvifica e lo dimostrano, manifestano « la saggezza che scende dall’alto », la saggezza di Dio.

Saggezza e sapienza
Chiariamo prima di tutto i termini. In italiano il termine “saggezza” significa generalmente la capacità di seguire la ragione nel comportamento e nei giudizî, moderazione nei desiderî, equilibrio e prudenza nel distinguere il bene e il male, nel valutare le situazioni e nel decidere, nel parlare e nell’agire. La saggezza è la dote che deriva dall’esperienza, dalla meditazione sulle cose, e che riguarda soprattutto il comportamento morale e in genere l’attività pratica. Si dice, ad esempio, “una persona di grande saggezza”, “parlare, agire con saggezza”, “dare prova di saggezza”, “parole piene di saggezza”; “la saggezza delle persone anziane, dei contadini”, “la saggezza condensata nei proverbî”; con particolare riferimento al modo di operare: “la saggezza di un consiglio, di una decisione, di un provvedimento legislativo”. E’ determinante per la nostra discussione sapere quale sia il modello rispetto al quale definiamo il comportamento saggio.

Il termine “sapienza”, invece, indica un profondo sapere, la condizione di perfezione intellettuale che si manifesta col possesso di grande conoscenza e dottrina, come “la sapienza degli antichi filosofi”. Con senso più ampio, dote, oltre che intellettuale, anche spirituale e morale, intesa come saggezza unita a oculato discernimento nel giudicare e nell’operare, sia sul piano etico, sia sul piano della vita pratica. Anche in questo caso dobbiamo determinare quale sia il contenuto di questa conoscenza ed i criteri rispetto ai quali determiniamo ciò che è buono.
Sia nelle sacre Scritture che con gli antichi filosofi, la sapienza, o saggezza, è una virtù altamente valorizzata. In senso lato, nella Bibbia, “sapienza” o “saggezza” non è semplicemente il possedere conoscenze speculative, ma la capacità di sapere applicare in modo appropriato ed efficace quelle conoscenze alla vita pratica. Il “saggio” o “sapiente”, di conseguenza è chi possiede conoscenze e le sa applicare alla vita pratica.
Il Nuovo Testamento definisce una persona s?f?? (sophos) nel senso (variamente tradotto) di (1) saggio, abile, esperto, competente; (2) colto, dotto, istruito, abile nelle lettere; (3) saggio in senso pratico, cioè una persona che nell’azione è governato da pietà ed integrità; (4) Saggio in senso filosofico, in grado di elaborare i piani migliori ed usare i mezzi migliori per eseguirli. Giacomo usa qui il termine « saggio » nel terzo significato, vale a dire saggezza pratica, la persona moralmente integra e consacrata a Dio che si comporta nel modo più appropriato e conforme alla volontà di Dio. Di conseguenza, per esempio, è pure la persona più adatta per giudicare in caso di contese e di sistemare la questione, come quando l’apostolo Paolo scrive: « È possibile che non vi sia tra di voi neppure una persona saggia, capace di pronunciare un giudizio tra un fratello e l’altro? » (1 Corinzi 6:5). Gli ebrei ai quali si rivolgeva Giacomo comprendevano che la vera sapienza non era qualcosa di semplicemente intellettuale, ma comportamentale. Il più grande stupido era considerato chi conosceva la verità e falliva nell’applicarla. Per gli israeliti sapienza o saggezza significava abilità nel vivere in modo giusto.

Esposizione
1. “Chi fra voi è saggio e intelligente? Mostri con la buona condotta le sue opere compiute con mansuetudine e saggezza” (13).
Per “intelligente” si intende “avere intelligenza di” e in altri contesti si riferisce allo specialista o professionista che è in grado di applicare con maestria la sua perizia, la sua arte, a situazioni pratiche. E’ tradotto anche “accorto” (CEI). Giacomo chiede chi veramente sia abile ed esperto nell’arte di vivere. Un sinonimo lo troviamo in quanto Gesù disse una volta: “I figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce” (Luca 16:8). Per “mansuetudine” si intende l’opposto dell’arroganza e dell’auto-promozione. I greci la descrivevano come avere “un potere sotto controllo”.
Immaginiamo una persona che si professa cristiana e che ci dica: “Io so come si vive in questo mondo. So come si deve trattare con la gente, so ‘farmi strada’ nella società”. Indubbiamente lo sa e lo pratica perché oggettivamente egli pare essere “una persona di successo”. Quali sono, però, i principi che applica per “vivere in questo mondo” ed “avere successo”? I princìpi che in questo mondo determinano “il successo”, ad esempio: l’arroganza, la prevaricazione, il ricatto, l’egoismo, il calpestare gli altri nei loro diritti per imporre sé stessi, la corruzione (la pratica delle “bustarelle”), la volgarità, la disonestà ecc. Si tratta di una persona indubbiamente abile e “sapiente”, una persona “che ci sa fare”, ma che pratica la sapienza “di quaggiù” e, nonostante si professi cristiana, è coerente con la sapienza di questo mondo, e non con la sapienza di Dio.
2. “Ma se avete nel vostro cuore amara gelosia e spirito di contesa, non vi vantate e non mentite contro la verità” (14).
Si tratta di una persona che “ci sa fare” in questo mondo, ma nella sua “sapienza” applica i principi dell’andazzo di questo mondo. Ai cristiani di Efeso, l’apostolo Paolo scrive: “Un tempo vi abbandonaste seguendo l’andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell’aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli” (Efesini 2:2).
Che cosa produce lo spirito di questo mondo? Ne abbiamo qui alcuni esempi. “Amara gelosia”. In greco l’aggettivo “amaro” è riferito all’acqua non potabile. Quando questo aggettivo è congiunto a “gelosia” definisce un atteggiamento duro e risentito verso gli altri. Con “Spirito di contesa”. si riferisce all’ambizione egoistica che genera antagonismo e partigianeria, lo spirito competitivo in negativo. Il termine greco descrive pure chiunque entri in politica per ragioni egoistiche, cercando vantaggi personali, cercando di ottenere quel a cui aspira ad ogni costo, anche calpestando gli altri. Indubbiamente:
3. “Questa non è la saggezza che scende dall’alto; ma è terrena, animale e diabolica” (15). Si tratta di una sapienza tutta incentrata in noi stessi consumata con ambizioni personali non è “dall’alto”, vale a dire da Dio.
Giacomo la definisce ulteriormente come: “terrena, animale (o carnale), diabolica”. E’ la descrizione della sapienza umana limitata a questo mondo, caratterizzata dai principi delll’umanità corrotta dal peccato, fragile e non redenta, sollecitata da forze sataniche, quelle che vorrebbero persuaderci che contravvenire alla legge morale di Dio ci garantisce in questo mondo il successo che vogliamo. Era una delle tentazioni a cui era stato sottoposto anche il Signore Gesù. Dice il vangelo di Matteo: “Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: « Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto »».” (Matteo 4:8-10). Sicuramente Satana avrebbe potuto dare a Cristo tutte quelle cose se solo avesse applicato i suoi principi, quelli che seguono i figli di questo mondo per avere successo mondano. Gesù, però, rifiuta queste tentazioni ed un successo fondato su principi malvagi ed effimeri. Gesù avrebbe alla fine avuto “successo”, ma in altro modo!
4. “Infatti dove c’è invidia e contesa, c’è disordine e ogni cattiva azione” (16). Sì, dove prevale la sapienza di questo mondo viene generato solo “disordine” (o turbamento). Si tratta del disordine che risulta dall’instabilità e dal caos della sapienza umana non informata da Dio. E non solo disordine, ma “ogni cattiva azione” (o “opere malvagie”), letteralmente “ogni opera priva di valore” ultimo. Denota cose che in sé stesse potrebbero anche non essere un male, ma non servono a nulla, non contribuiscono a far crescere e sviluppare il regno di Dio a Sua gloria. .
5. “La saggezza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia” (17). Queste sono le caratteristiche della sapienza di Dio incarnata nella vita e nella morte di Gesù. Sono i principi che Gesù esprime in quelli che sono conosciute come “le beatitudini” espresse da Lui nel cosiddetto “sermone sul monte”. Rileggiamo questo testo:
“Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli. Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati. Beati i mansueti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi” (Matteo 5:1-11).
Qui il termine “pura” si riferisce all’integrità spirituale ed alla sincerità morale. Ogni cristiano autentico ha queste motivazioni che provengono dal suo cuore. Per “pacifica”, si intende quella di coloro che amano e promuovono la pace. Il termine tradotto con “mite” è un tentativo di rendere una parola di difficile traduzione, ma che si approssima al tratto caratteriale di chi è gentile, paziente, umile, senza pensieri di odio o di vendetta. Per “conciliante”, il termine originale descrive qualcuno che è disposto ad essere istruito, flessibile, facile da persuadere. Con “piena di misericordia” si intende il dono di mostrare sincero interesse e partecipazione per coloro che sono afflitti e soffrono, come pure la capacità di perdonare prontamente. Con “imparziale” si intende “senza parzialità”. Questo termine ricorre nel Nuovo Testamento solo in questo testo, e denota una persona coerente, che non si piega, indivisa nel suo impegno e convinzioni, la quale non fa ingiuste distinzioni.
6. “Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace” (18). Se vogliamo raccogliere “giustizia”, vale a dire quella che veramente conta e vale davanti a Dio bisogna “seminare”, cioè operare “in pace con Dio” e in accordo alla Sua volontà rivelata nella Sua Parola. “Il frutto della giustizia” sono le buone opere che sono il risultato della salvezza (cfr. v. 17), quelle che Dio considerano tali e sono espressione di coloro che “si adoperano per la pace” vale a dire la pace con Dio. La giustizia fiorisce in un clima di pace spirituale ed amicizia con Dio e non “in pace col mondo”, cioè in armonia con i suoi principi, la sua condotta, la sua sapienza.
Indubbiamente il comportamento che è insegnato e vissuto dal Cristo e che è espresso dalle Beatitudini è cosa che il mondo disprezza e mette in ridicolo come stupido ed inefficace, “un’etica da perdenti”, da sciocchi. E’ così? Solo apparentemente perché il successo di questo mondo è di breve durata e produce alla fine solo disastri. Ciò che veramente vale – e alla fine lo si comprova sempre vero e realmente efficace – è l’etica di Dio, i Suoi principi, la Sua sapienza, la Sua saggezza, quella che viene “dall’alto”. “E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Giovanni 2:17).

Conclusione
Se una persona professa fede salvifica in Gesù Cristo e pretende di avere la saggezza che viene da Dio, ma il suo cuore è piuttosto in linea con la sapienza di questo mondo, con il suo andazzo distruttore, apparentemente saggio; se si comporta nella società, per “avere successo” in modo arrogante, orgoglioso, e centrato in sé stesso, come pure vive una vita mondana, sensuale al servizio di sé stesso, le sue pretese di essere cristiano sono del tutto inconsistenti e false, perché i fatti lo comprovano.
La saggezza che libera dal male è quella che viene espressa da Dio nell’Antico Testamento da libri come quello dei Proverbi. Al capitolo 2 leggiamo: “Figlio mio, se ricevi le mie parole e serbi con cura i miei comandamenti, prestando orecchio alla saggezza e inclinando il cuore all’intelligenza; sì, se chiami il discernimento e rivolgi la tua voce all’intelligenza, se la cerchi come l’argento e ti dai a scavarla come un tesoro, allora comprenderai il timore del SIGNORE e troverai la scienza di Dio. Il SIGNORE infatti dà la saggezza; dalla sua bocca provengono la scienza e l’intelligenza. Egli tiene in serbo per gli uomini retti un aiuto potente, uno scudo per quelli che camminano nell’integrità” (Proverbi 2:1-7).

Domande di approfondimento
Chi è la persona più saggia che conosci? Spiega che cosa vedi in quella persona che tu giudichi esprimere sapienza.
Quanto conta la vera saggezza quando si tratta di eleggere i responsabili di una comunità cristiana oppure dei leader politici?
Secondo te, qual è il segreto per acquisire vera sapienza?
In che modo possiamo manifestare saggezza?
In che modo questo brano descrive la saggezza che proviene da Dio? (Si consideri: Giobbe 28; Salmo 104:24; Proverbi 1:7; Daniele 1:17; Romani 11:33).
Che cosa intende Giacomo quando si riferisce a “mansuetudine e saggezza” (v. 13; si consideri Matteo 5:5; Galati 5:22-23).
Elenca i “frutti” della sapienza terrena e quelli di provenienza celeste che Giacomo menziona. Confrontali. In che modo differiscono? Quali sono i risultati o conseguenze di ciascuno di essi? (Si consideri: Matteo 5:6; 1 Corinzi 1:18-31; 2:6-16; Galati 5:22-23; Filippesi 1:11).
Che cosa significa che la sapienza di Dio è pura (v. 17)? (Si consideri Salmo 24:3-4; Matteo 5:8).
Sottolinea in Proverbi 2:1-7 tutti i sinonimi di “saggezza”. Che cosa rivelano sulla natura della saggezza?
Qual’è la fonte della saggezza autentica? In che modo la conseguiamo?
Leggi Colossesi 2:2-3. Che cosa dice questo testo su Cristo e la sapienza?
In che modo si può dire se la saggezza che abbiamo è quella di Dio o del mondo?
In che misura la sapienza mondana controlla i tuoi pensieri, opinioni e valori? Perché?
Quali sono alcuni modi concreti attraverso i quali si può acquisire la sapienza di Dio?

Appendice
Come viene tradotto il termine “sophos”
Abile, esperto. « saggi nel fare il bene » (Romani 16:19); « esperto architetto » (o « sapiente architetto), cfr. »abile incantatore » (o « esperto di incantesimi », « intendente nelle parole segrete (Diodati).
Abile nelle lettere, istruito. sapiente, colto, dotto. « sapienti » (Romani 1:14,22), detto dei filosofi greci ed oratori. « Io farò perire la sapienza dei saggi » (la sapienza di chi si ritiene di sapere);: « Se qualcuno tra di voi presume di essere un saggio in questo secolo, diventi pazzo per diventare saggio » o « Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; » (CEI). Detto dei teologi israeliti: « Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti » (Matteo 11:25; cfr. Luca 10:21), o dei maestri cristiani: « Perciò ecco, io vi mando dei profeti, dei saggi e degli scribi » (Matteo 23:34).
Saggio in senso pratico, cioè una persona che nell’azione è governato da pietà ed integrità. « Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi » (Efesini 5:15). « Chi fra voi è saggio e intelligente? Mostri con la buona condotta le sue opere compiute con mansuetudine e saggezza » (Giacomo 3:13). Di conseguenza è la persona più adatta per giudicare in caso di contese e di sistemare la questione:  » È possibile che non vi sia tra di voi neppure una persona saggia, capace di pronunciare un giudizio tra un fratello e l’altro? » (1 Corinzi 6:5).
Saggio in senso filosofico, in grado di elaborare i piani migliori ed usare i mezzi migliori per eseguirli. Così è di Dio « Dio, unico in saggezza, per mezzo di Gesù Cristo sia la gloria nei secoli dei secoli » (Romani 16:27); « poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini » (1 Corinzi 1:25).

IL PANE E LA BIBBIA: IL PANE È LA PACE

http://www.toscanaoggi.it/Cultura-Societa/Il-pane-e-la-Bibbia-il-pane-e-la-pace

IL PANE E LA BIBBIA: IL PANE È LA PACE

Nell’ambito del Festival del Pane di Prato, domenica 9 giugno, alle ore 10,30, nella Sala rossa del Palazzo vescovile, Elena Giannarelli (docente di Letteratura cristiana antica all’Università di Firenze) terrà una conferenza su «Il pane nella Bibbia»: «’Presto, prendi la farina e impastala’. Dall’Antico al Nuovo Testamento, dalla focaccia al pane». All’incontro, organizzato da Toscana Oggi, parteciperà anche Pasquale Mauro, del Forno del Ponte (nella zona di San Giusto a Prato) che da qualche anno propone il « Pan biblico » di cui farà omaggio ai partecipanti. Ecco un’anticipazione dei temi che verranno trattati nell’incontro.

Percorsi: BIBBIA
Parole chiave: pane (7)
Il pane e la Bibbia: il pane è la pace
04/06/2013

I grandi poeti e gli storici dell’antichità classica hanno spesso sottolineato l’importanza del pane, alimento la cui presenza si perde davvero nella notte dei tempi, come l’archeologia ha poi confermato. Nei miti dei greci e dei latini, addirittura gli dei avrebbero insegnato agli uomini come fabbricarlo: per gli Elleni Demetra, madre della terra feconda e delle messi, ne era alle origini; secondo i Romani ci vollero addirittura due abitanti dell’Olimpo per inventarlo: Cerere, divinità del frumento e Pan che insegnò a cuocerlo. Il pane si chiama panis in latino e quindi pane da noi, pain in francese e pan in spagnolo proprio per la sua origine legata al dio di questo nome. E’ una significativa paraetimologia.
In realtà, il sostantivo greco che vale pane «artos» è da mettersi in relazione con la radice «ard», «farina» in persiano e con «arta», dallo stesso significato in iraniano. La farina di cereali cotta appartiene dunque a civiltà antichissime; inoltre per il latino panis gli studiosi pensano ad una connessione con il verbo pasco, «nutrire, mantenere, alimentare».
In ebraico, lehem significa «nutrimento»: i figli di Adamo chiamavano così il pane, l’alimento per eccellenza e il più comune, indispensabile alla vita. Da spezzare, non da tagliarsi, per il rispetto di cui doveva essere oggetto.
Nella Bibbia appare strettamente legato alla fatica del lavoro, in seguito al peccato dell’uomo: «Mangerai il pane col sudore del tuo volto» (Genesi 3,19). Da quel momento abbondanza o penuria di questo alimento saranno segno della benedizione o del castigo di Dio: in Esodo 16, 1-36 il cammino del popolo ebraico nel deserto sarà scandito dalla pioggia di manna, il pane dal cielo, in quantità sufficiente per ciascuno: quanta ognuno ne potrà mangiare.
In Deuteronomio 8,3 si legge: «Dio ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca di Dio».
Nel suo significato concreto e simbolico, allora, il pane è un dono dall’alto, da chiedere con umiltà e da aspettare con fiducia: proprio per questo suo stretto rapporto con Dio diventa immagine della sapienza: in Proverbi 9,5 essa invita: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che vi ho preparato». Nello stesso libro al cap. 17,1 si afferma: «Un tozzo di pan secco con tranquillità è meglio di una casa piena di banchetti festosi e di disordine». Il Siracide 29,28 afferma: «Indispensabili alla vita sono l’acqua, il pane, il vestito, una casa che serva da riparo».
Il tutto però non deve rimanere legato alla dimensione egoistica del singolo: in Deuteronomio 10,17-18 il Signore Dio di Israele è il «dio grande, forte, terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito». Il viandante viene accolto e sfamato: alle querce di Mamre (Genesi 18,1-8) Abramo chiede a Sara di impastare la farina e farne focacce per i tre uomini appena arrivati.
Se il profeta Eliseo moltiplicò i pani per sfamare la gente (2Re 4,42ss), se Geremia 31,12 dipinge una dimensione escatologica caratterizzata dall’abbondanza di grano, mosto ed olio, il pane era parte integrante da sempre della liturgia ebraica. Si può richiamare Levitico 24, 5-9 , con le dodici focacce di fior di farina, a indicare le tribù di Israele, poste sulla tavola d’oro puro davanti al Signore; in Esodo 12,15-20 il pane della Pasqua, all’inizio del nuovo anno, sarà pane azzimo, in ricordo della liberazione, quando la fretta di uscire dall’Egitto aveva impedito di far fermentare la pasta.
Questo e molto altro ancora, per l’Antico Testamento. Il Nuovo fa sue molte di queste antiche idee, a cominciare dalla necessità della carità. Gesù di Nazaret moltiplica pani e pesci, per indicare agli apostoli, che volevano congedare la folla perché ognuno provvedesse a se stesso, quale fosse in realtà il loro dovere. «Date loro voi stessi da mangiare» (Matteo 14, 13-21). Non è un caso che la parola «compagno» sia etimologicamente legata alla fraterna condivisione del pane (cum+panis). Non meraviglia quindi che al padre comune si chieda «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» e che sia Gesù stesso ad insegnare che i figli devono attendere tutto dal padre con fiducia (Matteo 6,11). Il dovere di lavorare per mangiare è ripresa dell’antica prescrizione di Genesi; la consapevolezza che il vero nutrimento sia la parola di Dio, vero pane, è affermato dallo stesso Signore nella prima delle tentazioni. Così diventa logico, sia pure nella sua sconvolgente realtà, che Gesù stesso si faccia e si dica «pane»: come parola (Logos) e come carne del sacrificio; e il vino si faccia sangue nella eucarestia. In Giovanni 6,48-51, dopo la moltiplicazione dei pani, si legge: «Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
E l’eucarestia sarà il sacramento dell’unità dei fedeli e dell’unità della Chiesa.
Gli scrittori ecclesiastici e i Padri della Chiesa rifletteranno a lungo sul pane e sulle sue valenze. Il martire Ignazio di Antiochia scrive ai Romani perché non facciano niente per evitargli il martirio: «Lasciate che io sia pasto per le belve, per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono il frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo» (Lettera ai Romani 4,1-2).
Il grande Agostino, dal canto suo, fa suoi tutti i significati del pane fin qui emersi. Nel De civitate Dei 17,4,4 lo identifica nella Scrittura, primo nutrimento dell’uomo. Fa tuttavia anche un passo ulteriore e in un Sermone (357,2) del maggio 411 istituisce un parallelismo fra la pace e il pane. «Basta che tu ami la pace ed essa istantaneamente è con te. La pace è un bene del cuore e si comunica agli amici, ma non come il pane. Se vuoi distribuire il pane, quanto più numerosi sono quelli per cui lo spezzi, tanto meno te ne resta da dare. La pace invece è simile al pane del miracolo, che cresceva nelle mani dei discepoli mentre lo spezzavano e lo distribuivano».
L’attualità della Bibbia e dei Padri non finirà mai di stupirci.

Elena Giannarelli

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA: TEMI VARI |on 29 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

INTRODUZIONE ALLA BIBBIA / 7 – I GENERI LETTERARI

http://www.sambrogiodimignanego.it/Sito%20Parrocchia/n_rifles/Bib007.htm

INTRODUZIONE ALLA BIBBIA / 7 – I GENERI LETTERARI

[Parrocchia di S. Ambrogio in Mignanego (GE) ]

Oggi non ci si veste come ieri, né domani come oggi; né nella stessa epoca ci si veste allo stesso modo in tutti gli angoli della terra.
Qualcosa del genere accade anche riguardo al nostro modo di parlare e di scrivere: oggi non si scrive come ieri, né l’o­rientale scrive come l’occidentale.
Perfino le stesse parole non hanno sempre lo stesso signifi­cato. La differenza aumenta quanto più gli uomini sono distanti nel tempo e nello spazio. Un orientale di tremila anni fa è diverso in tutto da un occidentale dei nostri giorni. Inoltre c’è diversità nei modi di esprimere il pensiero: esi­stono la poesia, la storia, l’allegoria, il romanzo, ecc. Il poeta non scrive come uno studioso: il primo si permette certe libertà (immagini, paragoni, iperboli), mentre il secondo deve attenersi ai dati precisi, ai termini esatti.
I diversi modi di esprimere per iscritto il pensiero, che si sono usati e si usano in determinate epoche e luoghi, ven­gono chiamati generi letterari. La loro conoscenza è di grande importanza: essi possono aiutarci a chiarire alcune cose fondamentali riguardanti la Bibbia, a leggerla e com­prenderla meglio.
Infatti, come in ogni letteratura di qualsiasi paese o nazione, anche nei Libri Sacri, che sono scritti da uomini per gli uomini, si ha notevole diversità di generi letterari.
Nei 73 libri della Bibbia troviamo, infatti, storie vere, roman­zi storici, allegorie, favole, parabole, poemi, poesie, leggen­de, proverbi, simbolismi, antropomorfismi (cioè attribuzio­ni a Dio di forme umane), ecc. Perfino in uno stesso libro o capitolo a volte coesistono generi letterari diversi.
Molte persone, senza rendersene conto, nel leggere la Bibbia assumono lo stesso atteggiamento che se leggessero un autore moderno. Ma non può essere così! Non si può parla­re, per esempio, del lago di Tiberiade, descrivendolo come se fosse il lago di Garda! Sarebbe un controsenso.
Gli scrittori biblici, infatti, come Isaia, Geremia, Giovanni, ecc., sono molto diversi da noi oggi. Vissero tanti anni fa le stesse verità che viviamo noi, ma le espressero in modo molto differente.
E noi, se li leggiamo come autori moderni, corriamo il rischio di fermarci solo al loro modo di dire le cose e di non arriva­re a capire ciò che vollero dire.
Così finiamo per non comprendere la Bibbia.
È dunque necessario per noi affrontare, sia pure in breve, l’importante problema dei generi letterari.

CHE COSA INSEGNA LA CHIESA
Pio XII, affrontando questo tema nell’enciclica che scrisse sullo studio delle Sacre Scritture, la Divino afflante Spiritu, ci ricorda: « Gli antichi orientali non impiegavano sempre le stesse forme e gli stessi modi di dire di noi oggi, ma quelli che erano usati correntemente dagli uomini del loro tempo e dei loro paesi ».
Quindi aggiunge che, per conoscere il vero senso degli scritti sacri, occorre determinare bene il genere let­terario a cui appartengono.
In un’altra enciclica, la Humani generis, lo stesso Pio XII afferma a proposito della Genesi: « È in un certo senso assolutamente necessario che l’interprete retroceda con il pensiero ai lontani e remoti secoli dell’Oriente, in modo che, aiutandosi con le risorse della storia, del­l’archeologia, dell’etnologia e delle altre scienze, possa discernere e riconoscere quali generi letterari hanno voluto impiegare e hanno usato di fatto gli autori di quell’età antica ».
Perciò il cristiano, nel leggere la Bibbia, deve saper riconoscere quale genere letterario ha davanti a sé, cioè deve saper distinguere tra la realtà e la fin­zione, tra il nucleo storico e il rivestimento lettera­rio che lo esprime. Altrimenti finisce per imbatter­si in infiniti controsensi.
Per prevenire il lettore da certe delusioni, nate in massima parte dall’ignoran­za, tutte le Bibbie cattoliche recano note esplicative. Molte di esse contengono un’introduzione per ciascun libro, per far sì che il lettore, prima di accingersi alla lettura, acquisisca una certa ambientazione. Non si assume lo stesso atteg­giamento di fronte a un racconto storico o a una poesia o a un romanzo.
Di conseguenza, dobbiamo fare attenzione a non attribuire al testo ispirato un senso che non ha. Invece di accomodarlo al nostro modo di intendere, dobbia­mo accomodare noi stessi ad esso e attribuirgli il senso che gli ha dato l’autore. Questa osservazione è di capitale importanza se vogliamo, nella lettura della Bibbia, ascoltare la Parola di Dio e non la parola umana.
Una maggiore conoscenza dell’Antico Oriente e l’applicazione dei generi lette­rari permettono di dare interpretazioni più ragionevoli a passi biblici che prima erano interpretati comunemente alla lettera.
Per esempio:
• il frutto dell’albero del paradiso
• la creazione di Eva dalla costola di Adamo
• il potere misterioso dei capelli di Sansone
• il carro di fuoco di Elia ed Enoc
• la balena di Giona, ecc.
Senza dubbio è molto difficile interpretare rettamente molti passi biblici, in particolare dell’Antico Testamento. La loro retta comprensione richiede uno studio serio e impegnativo. E per aver dimenticato questo, molti cristiani cadono in un’interpretazione superficiale e troppo letterale della Sacra Scrittura, disattendendo penosamente ciò che è più impor­tante, cioè il messaggio racchiuso nei fatti fondamentali.

CERCARE I FATTI FONDAMENTALI
Noi occidentali oggi ci esprimiamo in modo realistico e diretto, mentre gli anti­chi popoli orientali erano soliti esprimersi attraverso fantasie, immagini o rap­presentazioni animate.
Ora, leggendo i loro testi, noi dovremo imparare a distinguere e cercare anzi­tutto le idee e i fatti fondamentali.
Un esempio
I primi undici capitoli della Genesi
Essi ci rendono conto, in forma di poema popolare, di alcuni fatti e verità fon­damentali della religione:
• l’esistenza di un Dio personale, superiore al mondo
• la creazione del mondo e dell’uomo da parte di Dio
• la dignità della persona umana
• il matrimonio
• il peccato originale e la promessa di un Redentore.
Per di più ci danno anche la risposta ai problemi umani più vitali:
• chi è Dio?
• chi è l’uomo?
• perché esistono il male, la sofferenza, la morte?
I racconti di questi capitoli sono espressi in forma di scene animate, il loro gene­re letterario ha rapporto con la storia, con la leggenda popolare, con la parabo­la, con l’apocalisse cosmogonica (rivelazione sulla formazione dell’universo), e tuttavia non è né storia in senso stretto, né pura leggenda e tanto meno mito (favole, finzioni astratte).
Così anche i libri di Tobia, Giuditta, Ester, Giona apparten­gono a questo genere letterario, chiamato midrash, che è simile a una parabola o a un racconto storico, ma in realtà si propone di dare un insegnamento morale.

MA PERCHÉ DIO NON HA PARLATO IN MODO PIÙ CHIARO?
Viene da obiettare: se la Bibbia dice cose tanto importanti, se ci comunica il pensiero di Dio, la sua parola, perché Dio non ci ha parlato più chiaramente? Così potremmo capirlo tutti senza tanti sforzi.
Invece dobbiamo costatare che la Bibbia riflette una menta­lità, una cultura e un linguaggio molto diversi dai nostri. Ad esempio, per l’uomo biblico « i cedri del Libano » simbo­leggiano un qualcosa d’imponente, che mette soggezione per la sua bellezza e superiorità; « mangiare carni grasse » o vedere come « l’olio profumato discende dalla barba di Aronne » era una squisitezza sopraffina.
E come è difficile interpretare il senso di peccato di cui parla Genesi (il « frutto proibito »), o ricevere come Parola di Dio il comando di sterminare i nemici!
Nonostante ciò, esistono testi fonda­mentali, che contengono verità irri­nunciabili, abbastanza comprensibili da un lettore senza troppi pregiudizi. Per esempio dal racconto della crea­zione (Gn 1), senza entrare in una spiegazione dettagliata sui diversi modi di raccontare lì presenti, emer­ge con facilità la verità di fede: Dio ha creato tutto l’esistente con la potenza della sua parola (« Disse… e così fu fatto ») e quanto è stato da lui creato è buono (« E vide Dio che tutto era buono »).
I progenitori sono stati collocati nel centro stesso della creazione.
In linguaggio dotto diciamo che la Bibbia è la Parola di Dio inculturata, cioè che ha trovato la sua espressione in una cultura, una lin­gua, una mentalità determinate, quelle del popolo ebraico.
(Cultura = forma basilare di pensare, sentire e vivere la real­tà, propria di un gruppo di persone, in un luogo e in un tempo determinati).

LA BIBBIA PARLA DI DIO CON LINGUAGGIO UMANO
Chi ha scritto la Bibbia aveva come evidente obiettivo di raccontare come Dio si è fatto compagno di viaggio d’un intero popolo.
O se si vuole, dal punto di vista umano, come un popolo, di generazione in generazione, ha sperimentato, creduto, amato, servito e disobbedito questo Essere trascendente chiamato DIO, con la convinzione che tra lui e Dio esisteva una relazione indelebile, a volte difficile, però sempre bella: la relazione dell’Alleanza.
Si può comprendere così come, a causa di questa motiva­zione religiosa, la Bibbia sia piena di indicazioni religiose, e che di conseguenza impieghi con tanta abbondanza un lin­guaggio simbolico, costellato di immagini.
Si comprenderà, quindi, come Dio invada la storia, grande e piccola, degli uomini:
• entri nella tenda di Abramo
• abiti in un tempio
• susciti profeti
• compia miracoli
• ascolti il grido di dolore del popolo
• abbia compassione dei suoi peccati, ecc.
Persino il Figlio di Dio si fa uomo ed abita tra gli uomini, è persona dentro la storia e portatore di un mistero sovruma­no. Come parlare di tutto questo senza rompere qualsiasi schema troppo rigido?
La Bibbia è una testimonianza di fede impressionante. Impressionante perché, dentro fatti concreti, lo scrittore biblico legge il mistero, un progetto di salvezza, la presenza di un TU incomprensibile, ma personale, vivo e reale.

Publié dans:BIBBIA: TEMI VARI, biblica |on 16 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

L’ANZIANO NELLA SACRA SCRITTURA

http://www.cistercensi.info/monari/1997/m19970315.htm

Caritas – Commissione anziani

L’ANZIANO NELLA SACRA SCRITTURA

15 marzo 1997

Introduzione
Provo a dire quali sono le linee fondamentali di riflessione sull’esperienza dell’anziano, così come emergono dalla Sacra Scrittura. Naturalmente non aspettatevi che la Bibbia possa o voglia rispondere a tutti i problemi che pone la condizione dell’anziano dal punto di vista sociologico, culturale e pastorale. Noi viviamo in una situazione notevolmente diversa da quella che la Bibbia testimonia, quindi molti problemi la Bibbia non se li è nemmeno posti; quello che ci può dare non è la soluzione a tutti gli interrogativi della vita quotidiana, ma la prospettiva fondamentale di lettura dell’esperienza dell’anziano dentro al progetto di Dio. C’è un progetto di Dio che si chiama “storia di salvezza”, in cui sono coinvolti tutti gli uomini in tutte le loro esperienze ed età; in questo progetto di Dio gli anziani sono certamente coinvolti.
In che modo l’esperienza caratteristica dell’anziano entra a realizzare il progetto di Dio? che cosa la caratterizza in modo specifico?
Vi propongo tre riflessioni molto semplici:
L’anzianità come esperienza di povertà e di debolezza.
Il valore dell’anzianità in quanto tale: la ricchezza e pienezza di vita che possiede, secondo alcuni aspetti caratteristici che nella Bibbia sono: la sapienza, la fede, la vita sociale.
La condizione dell’anziano come una chance, un’opportunità della vita di fede nelle mani del Signore; come apertura a una speranza che va al di là della quantità di energie e di capacità che l’anziano possiede dal punto di vista fisico o psicologico.
I. L’anzianità come esperienza di povertà e debolezza
I.1. Barzillài il Galaadita

Partiamo da un testo del secondo Libro di Samuele. Ricordate che Assalonne si era ribellato contro suo padre Davide. Davide aveva rischiato di perdere il regno e la sua stessa vita; poi, consigliato e aiutato da alcune persone, è riuscito a sfuggire la cattura e a riorganizzare la resistenza. Finalmente riesce a far rientrare la ribellione, vince, torna a Gerusalemme deciso a punire gli avversari e a ricompensare gli amici.
Gli si fa incontro il vecchio Barzillài il Galaadita, un uomo che era ricco e che aveva aiutato Davide al momento del pericolo:
Il re disse a Barzillài: Vieni con me; io provvederò al tuo sostentamento presso di me, a Gerusalemme. Ma Barzillài rispose al re: Quanti sono gli anni che mi restano da vivere, perché io salga con il re a Gerusalemme? Io ho ora ottant’anni; posso forse ancora distinguere ciò che è buono da ciò che è cattivo? Può il tuo servo gustare ancora ciò che mangia e ciò che beve? Posso udire ancora la voce dei cantori e delle cantanti? E perché allora il tuo servo dovrebbe essere di peso al re mio signore? Solo per poco tempo il tuo servo verrà con il re oltre il Giordano; perché il re dovrebbe darmi una tale ricompensa? Lascia che il tuo servo torni indietro e che io possa morire nella mia città presso la tomba di mio padre e di mia madre. Ecco qui mio figlio, il tuo servo Chimàm; venga lui con il re mio signore; fa per lui quello che ti piacerà (2 Sam 19, 34-38).

Sono parole significative che dicono un sentimento di malinconia di fronte alla vita che ormai va verso la sua conclusione, ma che contengono una dimensione di realismo e di consapevolezza. Quest’uomo a ottant’anni e percepisce chiaramente la sua situazione, come dice il Salmo 90: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma la maggior parte sono fatica e dolore; passano presto e noi ci dileguiamo» (Sal 90, 10). Barzillài non se la sente più di vivere tutte le tensioni della vita politica nella reggia di Davide a Gerusalemme. È vero che la vita nella reggia è interessante, è piena di possibilità, ci sono esperienze sempre nuove, produce degli intensi piaceri. Ma tutto questo non fa più per lui: «posso forse ancora distinguere ciò che è buono da ciò che è cattivo?». Questo non vuol dire che sia venuto meno il senso morale, la capacità di valutare il bene in male; vuol dire che è venuto meno il gusto delle cose; le cose buone non lo entusiasmano più come un tempo; e le cose cattive non hanno più una presa così grande come una volta. Barzillài preferisce ritirarsi nella sua città e prepararsi alla morte, che vuol dire per lui ricongiungersi con i suoi padri. A tutto questo aggiunge una richiesta: che Davide prenda con sé il figlio Chimàm, lui è giovane e potrà vivere l’aspetto della lotta e di piacere che la vita nella reggia gli può offrire.
Allora ci sono già in questo brano alcuni aspetti elementari evidenti, ma importanti dell’esperienza dell’anziano:
La percezione del limite. L’anzianità è una diminuzione della vitalità, un venire meno delle forze e delle capacità. È saggezza rendersene conto e accettare con serenità (anche se con una punta di malinconia) la propria situazione (si direbbe il proprio destino).
Il desiderio di Barzillai di tornare nella propria città, che sembra una delle costanti della vita dell’anziano: il desiderare l’ambiente familiare e rassicurante della propria casa; godere nel sentire il legame che unisce ai propri padri anche alle persone care già morte; perché sembra che il pensiero dei propri morti aiuti ad affrontare con più serenità il problema della propria morte.
Barzillài lascia il posto nella vita al figlio. Non cade nella tentazione di considerare la vita misera perché lui non la può più gustare del tutto; piuttosto sa e accetta che la vita appartenga ormai ad un altro: a suo figlio, a Chimàm, lui farà l’esperienza. Barzillài gli lascia il posto e vive ormai con questa gioia o fierezza di avere preparato per suo figlio un posto onorevole nella reggia di Davide.
Barzillài è un uomo saggio che ha imparato a valutare correttamente la vita, come dice ancora il Salmo 90: «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Sal 90, 12). E vuol dire: aiutaci a capire fino in fondo la fragilità della nostra vita, a contare i nostri giorni, quanto sono brevi i nostri giorni; questo ci renderà saggi, equilibrati nelle scelte.
Una percezione di questo tipo è presente in una lunga serie di testi della Sacra Scrittura che dicono il realismo e l’accettazione dell’anzianità così com’è, senza romanticismi e illusioni. Non serve negare tutto questo e volere attribuire alla vecchiaia una bellezza che non possiede. Dicevamo: “vecchiaia” è diminuzione della vitalità, quindi esperienza di debolezza e di fragilità; è consapevolezza del proprio cammino verso la morte. È vero che il cammino verso la morte incomincia il primo giorno di vita, ma è altrettanto vero che solo nella vecchiaia la morte diventa una possibilità concreta che si sente vicino.
I.2. Il Libro di Qoèlet

Un altro esempio bellissimo dal punto di vista letterario è l’ultimo capitolo del Libro di Qoèlet. Qoèlet (una volta si chiamava Ecclesiaste) è la riflessione di un uomo anziano che ha fatto un esperimento della vita: si è chiesto se la vita valga la pena di essere vissuta, quale sia il salario che si può ricavare dal lavoro del vivere. Vivere è un lavoro, è una fatica, tutte le fatiche hanno un loro salario. Qoèlet ha cercato di fare questa esperienza e siccome era re di Israele in Gerusalemme, quindi aveva delle possibilità che il singolo cittadino non possiede, ha potuto fare tantissime esperienze: si è dato da fare, è vissuto intensamente e a ripensato e riflettuto alla sua esperienza. Poi, fa il bilancio di quello che ha trovato: «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità» (Qo 1, 2). Dove “vanità” vuol dire un soffio, come uno che vuole raggiungere il vento e chiude nel pugno dell’aria, non c’è niente, né sostanza, né un vero salario.
L’ultimo capitolo di questo Libro dice:
Ricordati del tuo creatore nel tempo della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni in cui dovrai dire: Non ci provo alcun gusto, prima che si oscuri il sole, la luce, la luna e le stelle e ritornino le nubi dopo la pioggia; quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste in poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre e si chiuderanno le porte sulla strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto; quando si avrà paura delle alture e degli spauracchi della strada; quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto, poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada; prima che si rompa il cordone d’argento e la lucerna d’oro s’infranga e si rompa l’anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo e ritorni la polvere alla terra, com’era prima, e lo spirito torni a Dio che lo ha dato. Vanità delle vanità, dice Qoèlet, e tutto è vanità (Qo 12, 1- 8).

Si capisce che con queste parole Qoèlet cerca di descrivere il progressivo venire meno della vitalità; per chi è anziano anche il sole diventa oscuro e si oscurano la luna, la luce, le stelle. Quando Dio aveva creato il mondo aveva fatto brillare la luce in mezzo alle tenebre (cfr. Gen 1, 3-4), ma ora per l’anziano anche questa luce si oscura e le tenebre sembrano riprendere il sopravvento. Così gli astri, il sole, erano stati creati da Dio per misurare il tempo (cfr. Gen 1, 16), ma adesso per l’anziano il tempo perde la sua consistenza, i giorni e le stagioni si confondono. Dice il proverbio: «dopo la pioggia viene il bel tempo»; ma dice Qoèlet: questo è vero solo fin che si è giovani, quando si è vecchi accade piuttosto che “dopo la pioggia ritornano le nubi”. Allora: «tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste in poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre». Pensate ad un palazzo o a un castello, dove per molto tempo si è lavorato e c’erano molti servi, molte persone impegnate ciascuna nella propria mansione, era come un mondo alacre e rumoroso che dava il senso della vita. Ma adesso il castello si spopola, “i custodi incominciano a tremare”; gli operai che un tempo erano attivi si “curvano”; “le donne che macinano smettono di lavorare”, sono rimaste in poche; quelle che erano curiose che “guardavano dalle finestre si offuscano”, non vedono più bene; “si chiudono le porte sulla strada e si abbassa il rumore della mola”. Insomma, la vita che un tempo era fervente si raffredda, il rumore della vita ammutolisce. Questa è ancora la descrizione di un’esistenza diminuita dal punto di vista fisico, psichico e sociale.
È interessante l’interpretazione che danno molti rabbini di questo testo di Qoèlet che abbiamo letto, perché secondo loro:
«i custodi della casa che tremano», sono le mani che perdono la fermezza di un tempo;
«i gagliardi che si curvano», sono i ginocchi che non sono più saldi e dritti;
«le donne che macinano e che rimangono in poche», sono i denti che smettono di lavorare e che nella dentatura rimangono pochi;
«le donne che guardano dalla finestra», sono gli occhi che pian piano si chiudono come se fossero stanchi di osservare lo spettacolo della vita;
«si chiudono le porte sulla strada», cioè i sensi che mettevano in comunicazione con il mondo si ottundono e la nostra vita pian piano si rinserra in se stesso;
«i toni del canto si affievoliscono», perché gli orecchi diventano duri e i suoni non li sentono più bene;
«quando si avrà paura delle alture e degli spauracchi della strada»; è vera la descrizione del vecchio che sente la vertigine per ogni piccola lettura e che tentenna impaurito quando deve attraversare la strada;
«quando fiorirà il mandorlo», quindi i capelli cominciano a diventare bianchi;
«quando la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto»; è anche il vigore sessuale che non è più così grande; anche il cappero (un afrodisiaco) non riesce più a ridare la forza della giovinezza.
Questo è il primo aspetto da vedere con lucidità e con serena obiettività. “Serena” vuole dire: quando la ricchezza della vita viene meno c’è un aspetto di tristezza e un senso di malinconia, ma la saggezza sta nel riconoscere che questa è la struttura della vita. Bisogna imparare ad accettare la lezione di questo cammino, e vuol dire: imparare a cogliere la ricchezza della vita fino a che il Signore ti dà la forza.
Il capitolo 12 di Qoèlet cominciava così: «Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: Non ci provo alcun gusto» (Qo 12, 1). Il gusto della vita prendilo fino a che il Signore te lo dona: sta lieto o giovane nella tua giovinezza.
II. L’anzianità come esperienza di pienezza della vita
C’è un secondo aspetto da considerare. Nell’esperienza dell’uomo biblico l’anzianità è anche una ricchezza, è la pienezza della vita. Dal punto di vista fisico e sociale è una sorta di “diminuzione” della vita, è invece pienezza di vita dal punto di vista della sapienza, della saggezza.
II.1. L’arte di vivere la vita dal punto di vista della sapienza e la saggezza

Il termine sapienza, ohk’mah, nella Bibbia vuol dire l’arte di vivere, cioè la capacità di muoversi dentro alla complessità della vita e di muoversi in un modo positivo, raggiungendo quello che oggi chiameremmo il successo o in ogni modo la realizzazione della propria esistenza.
La sapienza così intesa deve appartenere a tutti gli uomini, ma appartiene in modo specifico agli anziani. L’anzianità è l’età della saggezza. La canizie (i capelli bianchi) nella prospettiva della Scrittura è il segno di un’esperienza che si è consolidata e che si è rivelata positiva.
Nella società di oggi sono cambiate molte cose e i giovani fanno fatica a riconoscere la saggezza degli anziani. I motivi del cambiamento sono più che evidenti. Duemila anni fa, quando la Bibbia è stata vissuta e scritta, la vita si viveva attraverso tecniche che si imparavano essenzialmente dagli anziani.
Io faccio il contadino e come imparo l’arte di fare il contadino? Vado a scuola di agraria? No. Imparo dagli anziani, da quelli che hanno fatto il contadino prima di me e che sanno quando è tempo di seminare e di arare, come si fa a mietere e a vendemmiare.
Quello che vale per il lavoro vale per tutta la vita. La vita si impara attraverso la Tradizione, ricevendo gli insegnamenti dagli anziani, che erano la sorgente di tutte le conoscenze necessarie per vivere, anche dal punto di vista tecnico del lavoro.
Il lavoro si tramanda di padre in figlio; le conoscenze necessarie si trasmettono con l’esperienza.
Naturalmente oggi le cose sono molto cambiate perché viviamo in un mondo di trasformazione velocissime. Quello che sapeva mio padre mi serve praticamente poco o quasi niente. Debbo imparare le tecniche nuove che sono state inventate ieri e che sono state messe sul mercato; per questo devo andare a scuola, istruirmi con la televisione, fare corsi di aggiornamento sul computer e cose di questo genere. La conoscenza degli anziani dal punto di vista tecnico è meno preziosa di una volta, perché le conoscenze di lavoro vengono recuperate da un altro contesto che non è della famiglia, né della tradizione della trasmissione per esperienza.
Ma l’arte di vivere non è solo quella di fare il contadino o il meccanico o un qualunque mestiere ma è soprattutto quella di entrare in rapporto con gli altri, di sapere che cosa conta e non conta nella vita, di avere una gerarchia corretta di valori.
In questo l’anziano può e deve essere maestro; non può oggi insegnarmi le tecniche di lavoro perché quello che imparo oggi sono migliori di quelle che utilizzavano i miei antenati (non faccio fatica a lavorare meglio di loro dal punto di vista positivo). Ma la questione rimane aperta per i valori umani: l’amicizia, l’amore, il rispetto della persona, la verità della comunicazione, la solidarietà. Anche queste sono cose che s’imparano per contagio, per trasmissione di esperienza.
Nel famoso libro, L’arte di amare, Fromm dice: «l’amore è un arte». Per “arte” intende un’abilità che s’impara come a fare il falegname o il pittore.
Ma come si fa per imparare un arte? Dice Fromm: ci si mette vicino ad un esperto; se voglio imparare a dipingere (si diceva una volta: vado a bottega) mi metto accanto ad un pittore che sia bravo e guardo come fa a dipingere e pian piano imparo la tecnica corretta.
Anche l’arte di amare è di questo genere, così è anche per l’arte di vivere. Anche per questo si richiede una tecnica vitale che non s’impara studiando, ma frequentando quelli che hanno l’esperienza, che sanno vivere, conoscere e amare.
Per questo sono necessarie delle persone mature che hanno imparato dalla vita ad amare con gratuità, con generosità e con fedeltà. Se sto vicino a loro riesco ad imparare quasi per connaturalità: prendo la ricchezza e i valori di certi tipi di comportamento e di atteggiamento. Pensate alla fedeltà e all’importanza che ha nella vita sociale avere qualcuno di cui mi posso fidare e non essere costretto a diffidare e a dubitare. Questo è fondamentale per vivere in società, ma è una qualità che s’impara non studiandola sui libri, anche se sui libri posso imparare l’importanza della fedeltà nella vita sociale dal punto di vista speculativo. La pratica della fedeltà s’impara stando vicino a qualcuno che me la trasmette con il suo esempio e con una parola personale.
In questa trasmissione vitale l’anziano è istintivamente maestro di sapienza e di saggezza.
Pensate al Libro dei Proverbi. I proverbi sono dei condensati di esperienza, ripetuta per tante volte diventa una frase capace di illuminare il comportamento di quelli che vengono dopo. Dentro ai proverbi c’è l’esperienza degli anziani. Il proverbio era una volta una delle forme più usuali di conoscenze tipiche che l’anziano trasmetteva. Oggi non ci interessano più i proverbi come formule, ma quello che ci sta dentro: l’esperienza vitale di cui i proverbi sono l’espressione.
II.2. L’arte di vivere la vita dal punto di vista della saggezza biblica

Quindi l’anzianità è anche una ricchezza dal punto di vista della sapienza, della pienezza della vita e dell’arte di vivere con saggezza, però con una correzione dal punto di vista biblico.
Perché è vero che l’anziano per natura è un saggio, però è altrettanto vero che non basta l’anzianità anagrafica per essere veramente saggi. L’anziano è saggio perché ha esperienza della vita e si è misurato con le difficoltà della vita sociale, ma perché l’anziano sia effettivamente saggio bisogna che abbia saputo imparare davvero dalla vita, che abbia saputo interiorizzare l’esperienza nel modo giusto.
Scrive il Libro del Siracide:
Nella giovinezza non hai raccolto; come potresti procurarti qualcosa nella vecchiaia? Come s’addice il giudicare ai capelli bianchi, e agli anziani intendersi di consigli! Come s’addice la sapienza ai vecchi, il discernimento e il consiglio alle persone eminenti! Corona dei vecchi è un’esperienza molteplice, loro vanto il timore del Signore (Sir 25, 3-6).

Tipico, dote e caratteristica dell’anziano è la capacità di giudicare, di valutare le cose, intendersi di consigli, il discernimento. L’esperienza molteplice che l’anziano ha fatto gli permette di dire delle parole più sagge e di valutare con lucidità le cose; ma a condizione che l’anziano abbia il timore del Signore.
“Timore del Signore” vuol dire: il riconoscimento rispettoso della sovranità di Dio che permette all’uomo di collocarsi nell’atteggiamento giusto davanti alla vita, senza presunzione o arroganza, e quindi di acquisire la sapienza. L’anziano è capace di fare tesoro dell’esperienza solo se vivendola sa riconoscere e accettare Dio e la sua volontà. L’età anagrafica da sola non basta, anzi ci possono essere delle situazioni di anziani che appaiono stolti e privi di quella loro caratteristica che è la sapienza.
Dice sempre il Siracide: «Tre tipi di persone io detesto, la loro vita è per me un grande orrore: un povero superbo, un ricco bugiardo, un vecchio adultero privo di senno» (Sir 25, 2).
Queste persone esprimono una specie di contraddizione interna: un povero non può essere superbo; un ricco non ha nessun motivo di mentire per mentire, il vecchio non dovrebbe essere adultero. Un vecchio che, nonostante sia anagraficamente anziano, non ha ancora imparato la fedeltà, né l’amore e il dono di sé, non è bello, non è una figura giusta, ha qualche cosa di contraddittorio che per il Siracide non è possibile accettare.
Allora, il messaggio diventa questo: l’anzianità è sorgente di saggezza, però a condizione che la vita sia vissuta e capita in obbedienza alla Parola di Dio, in un atteggiamento di fedeltà e di disponibilità a questa Parola.
Per cui il Salmo famoso 119 può dire:
Io sono più saggio degli anziani, perché ho meditato la tua Parola. Più saggio degli anziani mi ha fatto la tua Parola (Sal 119, 99-100).

L’ascolto della Parola del Signore dà una ricchezza di vita che l’età da sola non è in grado di conferire.
Il Libro della Sapienza, che riassume in questo la tradizione dei saggi, può dire:
Vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni; ma la canizie per gli uomini sta nella sapienza; e un’età senile è una vita senza macchia (Sap 4, 8-9).

Sapienza e vita senza macchia sono la vera vecchiaia.
Possiamo aggiungere riflessioni o esortazioni che si trovano nel Nuovo Testamento in riferimento esattamente agli anziani: nella lettera a Tito al cap. 2, si fa una descrizione ideale del credente anziano:
I vecchi siano sobri, dignitosi, assennati, saldi nella fede, nell’amore e nella pazienza. Ugualmente le donne anziane si comportino in maniera degna dei credenti; non siano maldicenti né schiave di molto vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, ad essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non debba diventare oggetto di biasimo (Tt 2, 2-5).

Insomma, dietro a questo modo di parlare c’è la Tradizione sapienziale, l’arte di vivere che s’impara e di cui il maestro naturale è l’anziano.
II.3. L’arte di vivere dal punto di vista della fede

L’anziano ha un patrimonio di esperienza che gli permette di insegnare ai giovani la saggezza. Ma l’anziano ha la possibilità anche di trasmettere la fede: è il trasmettitore naturale della fede, perché anche la fede nasce e si trasmette come esperienza.
Di fatto qual è il contenuto essenziale della fede? È la memoria dei grandi avvenimenti di salvezza che Dio ha operato per il suo popolo.
E chi è il custode della “memoria” se non l’anziano. L’anziano vive di memoria. Il credente anziano vive della “memoria della fede”, e proprio per questo è il maestro naturale. La fede s’impara dagli anziani e dai genitori, che trasmettono l’educazione e la memoria di fede, che permette un’esperienza personale.
Dice il Salmo 44, 2:
Con le nostre orecchie abbiamo udito, i nostri padri ci hanno raccontato l’opera che hai compiuto ai loro giorni, nei tempi antichi.

E prosegue nel narrare il fondamento della fede.
Il fondamento della fede, dal punto di vista biblico, è il racconto di quello che Dio ha fatto per noi: noi eravamo schiavi in Egitto e il Signore… (cfr. Es 20, 2); noi eravamo servi in Babilonia e il Signore…; noi siamo stati portati dal Signore sul Sinai e il Signore…
Tutte le esperienze di fede nascono come narrazioni di fatti del passato. L’esperienza di fede biblica, cristiana, è il ricordo dell’amore di Dio in senso storico, cioè dei fatti, degli avvenimenti della storia della salvezza in cui Dio ha manifestato il suo amore.
Questo incontro – ricordo – lo abbiamo attraverso la testimonianza degli anziani.
È vero che ci sono i preti e i catechisti che trasmettono il contenuto della fede, ma sono soprattutto i genitori e i nonni che trasmettono un’esperienza della fede, non solo come trasmissione dei contenuti dogmatici, ma come esperienza di vita.
L’anziano è in grado di trasmettere la fede con una forza e grande chiarezza perché la sua fede ha affrontato e superato le prove della vita. Un anziano se ha mantenuto la fede, vuol dire che le prove della vita non sono state capaci di schiacciargliela e rubargliela. È una fede provata e ormai salda.
Uno dei precetti fondamentali che rileviamo dai testi del Deuteronomio è dire ai figli quello che si è conosciuto e sperimentato. La generazione che è uscita dall’Egitto ha il dovere di trasmettere ai figli la propria esperienza e così ai nipoti, ai pronipoti e così via in futuro (cfr. Dt 6, 1-9).
Da questo punto di vista l’anziano è il custode della tradizione. “Custode della tradizione”, vuol dire custode degli avvenimenti di salvezza. “Custodi degli avvenimenti di salvezza”, vuol dire custode del fondamento della fede. La fede si costruisce così.
S. Paolo ricorda a Timoteo che la sua fede è dovuta alla mamma e alla nonna:
Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te (2 Tm 1, 5).

Da questo punto di vista, come l’anziano è ricchezza di sapienza e di saggezza da trasmettere, così è ancora ricchezza di fede da trasmettere.
II.4. L’autorità dell’anziano nella comunità sociale

Tra gli elementi che esprimono la ricchezza dell’anziano dobbiamo aggiungere l’autorità. Nella struttura sociale di Israele gli anziani hanno sempre avuto una importanza decisiva. Le decisioni politiche che riguardano la città vengono prese dal consiglio degli anziani; e quando c’è una causa, un giudizio da pronunciare in tribunale, sono gli anziani che debbono valutare e decidere.
È vero che l’essenziale non è ancora l’anzianità anagrafica, ma è anche vero che l’anziano, a motivo della sua saggezza, ha la possibilità di valutare e di decidere per il bene della comunità in cui vive.
La parola “prete” viene da Presbitero che vuol dire anziano. Questo non significa che un prete debba essere anagraficamente anziano però è significativo che per esprimere il servizio di guida della comunità si usi esattamente questa parola. Se ne potevano utilizzare molte altre, invece quella che ha prevalso è proprio “Presbitero”, anziano.
L’autorità in quanto tale quindi, da chiunque sia esercitata, fa riferimento alla pienezza di vita che è propria dell’anziano; se è un giovane che ha questa autorità, dovrà supplire in qualche modo, perché il suo servizio sia effettivamente saggio, quindi sia arricchito della pienezza che è propria dell’anziano.
III. La condizione dell’anziano, come vita di fede e di speranza che può essere realizzata più pienamente
A questo punto debbo aggiungere un ultimo elemento che credo sia importante e che prendo dalla fine del cap. 40 di Isaia:
Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: La mia sorte è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio? Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, crescono loro ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi (Is 40, 27-31).

Provo spiegare questo testo che a me sembra stupendo. Gli Ebrei sono in esilio in Babilonia e vivono una condizione di miseria: si lamentano e hanno l’impressione di essere stati abbandonati da Dio: «Siamo in balia dei nostri avversari. Dio ci ha abbandonato». E a questi Ebrei rassegnati risponde il profeta Isaia con la speranza della fede, e il suo ragionamento è questo: «Perché dici: Dio mi ha abbandonato? Non sai che Dio è grande e che per la sua grandezza non si stanca mai, non si affatica; la sua intelligenza è inscrutabile, non aver paura che Dio si sia stancato, non temere che Dio abbia dovuto confessare la sua debolezza perché è incapace di fronte alla potenza di Babilonia. Dio è perennemente giovane».
Daniele dice: «Dio è l’antico di giorno, quello che ha visto tanti giorni nella sua vita ma che è rimasto vigoroso come all’inizio, il suo braccio non diventa stanco, né incapace di salvare, anzi dà forza allo stanco».
«Anche i giovani a forza di operare faticano, a volte inciampano e cadono, ma se uno spera nel Signore riacquista forza, crescono loro le ali come di aquile, corrono e non si stancano, camminano e non si affaticano».
Qui la parola fondamentale è la speranza: «a quelli che sperano in lui Dio rinnova le forze». Ci sono delle forze fisiche che decadono con il passare del tempo, però man mano che il tempo passa la speranza si rinnova, si rigenera, perché è speranza in Dio che è eternamente giovane.
Allora, anche colui che è anche anagraficamente anziano diventa capace di produrre una vita ricca proprio a motivo della speranza. Al di là della situazione fisica e psicologica dell’anziano c’è una realtà di speranza che produce una capacità nuova di vita, una rigenerazione della vita.
La speranza è assumere la sfida del mondo, del tempo, della povertà e rispondere a questa sfida poggiando sulla forza e potenza di Dio, che certamente il tempo non diminuisce.
Tanto che S. Paolo può scrivere di Abramo nella lettera ai Romani:
Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza (cioè “sperando”, quando dal punto di vista esterno non aveva dei motivi di sperare, dei fondamenti mondani di speranza) e così divenne padre di molti popoli… Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia… Anche a noi sarà accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4, 18-22.24-25).

Abramo ebbe fede sperando contro ogni speranza quando dal punto di vista umano non c’era più niente da sperare. Abramo ha cent’anni, non può certamente sperare in un figlio dal punto di vista umano, della potenza umana. Allora Abramo si è illuso? No, al contrario; ha sperato nella promessa divina. Dio gli aveva promesso un figlio da sua moglie Sara, così la condizione di debolezza di Abramo è paradossalmente quella che ha consentito a Dio di manifestare la sua potenza; è diventato il luogo di manifestazione dell’amore di Dio, del compimento della speranza umana.
Il discorso fondamentale è questo: la vecchiaia è una perdita di energie, ma non pensate che questo significhi una sconfitta per la vita; è proprio in quel momento che l’uomo deve imparare a giocare la sua speranza.
Sperare da giovani è facile perché ha davanti a sé molte possibilità, ogni hanno che passa alcune di queste possibilità vengono portate via ma è lì che si gioca il vero valore della speranza.
La speranza di dare senso alla vita, del riconquistare il valore dell’esistere, dello stare in mezzo agli altri, dell’amare, donare e ricevere. È la fede nella promessa di Dio che deve essere giocata; fede che proprio nella vecchiaia può essere giocata con il massimo di serietà.
Dal punto di vista della speranza la vecchiaia è un momento critico.
L’anziano ha una grande memoria del passato ma tende ad avere meno speranza per il futuro. Ma è proprio lì che si gioca la speranza teologale: non è il progetto che si potrà fare l’anno prossimo ma la speranza nella fedeltà e nell’amore di Dio, nel senso della vita, nella capacità di trasformare la propria vita in amore, di vivere abbandonandosi fiduciosamente nel Signore. Da questo punto di vista la vecchiaia è il momento in cui la vita di fede e di speranza può essere realizzata più pienamente.
S. Paolo nella seconda lettera ai Corinzi parla di «una spina nella carne» che secondo lui era un impedimento a vivere con pienezza la sua vocazione di apostolo, e dice: «per tre volte ho chiesto che Dio me la allontanasse», lo liberasse da questa condizione di debolezza. E la risposta di Dio è stata : «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12, 7-9a).
Capite perché la vecchiaia da questo punto di vista diventa un momento privilegiato nell’esperienza della speranza: «la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».
Proprio perché la vecchiaia è fisicamente debolezza, è il momento in cui la potenza di Dio si può manifestare con il massimo di forza e lucidità. Continua ancora S. Paolo: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 9b-10).
Dicevamo, la vecchiaia è debolezza (è il primo punto della nostra riflessione), ma proprio per questo è una chance, è come una sfida che può aprire la via a una fede più intensa e più pulita; perché è una fede che ormai ha perso molti appoggi mondani, nelle capacità, nelle forze e nelle possibilità dell’uomo.
Quando l’uomo si scontra con il suo limite, Dio manifesta la sua potenza; allora la fede e la speranza diventano ancora più luminose. Questo non vuol dire che debbo creare il limite, ma vuol dire che debbo cercare di vivere la condizione del limite senza lasciarmene vincere, senza esserne sconfitto dall’avvilimento, ma scoprendo nel limite la sfida alla fede e alla speranza, quella speranza di Abramo che «ha sperato contro ogni speranza».
La domanda che ci eravamo posti era: come si può leggere il significato dell’anzianità, della vecchiaia, dentro al progetto di Dio? Le linee fondamentali del pensiero biblico dicono quelle tre cose che abbiamo considerato.
L’anzianità è esperienza del limite e della povertà, quindi si tratta di incominciare ad accettare questo limite e povertà.
Però l’anzianità è anche esperienza di ricchezza, di pienezza di vita, nella logica della sapienza e della fede, e della presenza nella comunità.
Proprio perché è esperienza di povertà, la vecchiaia vissuta nella fede diventa una chance, una vita offerta a Dio; perché Dio in quella vita manifesti la sua potenza di salvezza; che la debolezza fisica non impedisce affatto, anzi che la rende ancora più evidente, perché è una potenza di Dio che si manifesta senza appoggi o stampelle umane.
* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore ma dall’Ufficio Caritas.
* Questa relazione è stata tenuta nel corso di un cammino formativo dal titolo «Anziani e territorio» proposto dalla commissione Anziani della Caritas diocesana a volontari impegnati con e per gli anziani nel territorio.

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA: TEMI VARI |on 9 octobre, 2014 |Pas de commentaires »
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