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CREAZIONE O EVOLUZIONE: COME SI CONCILIANO BIBBIA E SCIENZA?

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CREAZIONE O EVOLUZIONE: COME SI CONCILIANO BIBBIA E SCIENZA?

Una replica ad una precedente risposta sui primi capitoli del Genesi. Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia alla facoltà Teologica dell’Italia Centrale

Percorsi: BIBBIA – SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
29/01/2014

Nella risposta alla domanda sullo sviluppo della discendenza di Adamo ed Eva, in Toscana Oggi del 5 gennaio scorso, si sostiene che i primi capitoli del Genesi, dedicati alla creazione del mondo e dell’uomo, costituiscono una narrazione che intende comunicarci il «perché» dell’esistenza di tutte le cose e di tutte le creature, e non il «come» quell’esistenza si sia prodotta, compito quest’ultimo della scienza e della storia.
Allora, però, si pone un’altra domanda che interpella alla radice la riflessione teologica: Come si concilia il «mito» biblico della creazione con la consolidata acquisizione scientifica dell’evoluzione cosmica e umana?
Giuseppe Mandorli

Che sia una «consolidata acquisizione scientifica l’evoluzione cosmica e umana» è tutto da dimostrare, che ci sia una certa evoluzione è indubbio, ma che questa parola dica parecchio di più che non semplice trasformazione o sviluppo, è tutto da verificare. Che un seme diventi albero è evidente, ma che un minerale diventi vivente cioè che dalla non-vita scaturisca la vita… sarei curioso di vederla questa evoluzione.
Karl Popper dice che la scienza è di principio falsificabile, non falsificata ancora di fatto. In altri termini un dato assoluto, certo, consolidato, incontrovertibile, non è mai scientifico, ma solo momentaneamente non ancora falsificato, il che significa che non c’è scienza certa e sicura, ma solo buone teorie non ancora falsificate.
Perciò lascerei perdere le «consolidate acquisizioni», e teniamoci solo il fatto che la scienza è alla ricerca di tali origini, quando poi dirà qualcosa di più razionale e logico, la prenderemo in considerazione.
Il «mito» biblico della creazione dell’uomo e della donna e dello sviluppo dell’umanità, come aveva indicato Belli, si può paragonare a ciò che in logica si dice «definizione» di una cosa, che invece di farla con parole è fatta con un racconto. Gesù usa questa modalità con le parabole che sono l’esplicazione visiva, immaginifica, materiale di una realtà diversa ma che presenta il medesimo contenuto significativo. Per es. il Padre sta al figlio prodigo come Dio sta al peccatore; il cercatore di perle sta alla super perla come l’uomo cercator di salvezza sta al Cristo; il pescatore sta alla rete piena di pesci come la predicazione dell’apostolo sta all’umanità; il seminatore sta alla semina come il Cristo discente sta alla folla. Gesù in altri termini non definisce mai il Regno di Dio con parole e con concetti astratti, razionali o con logiche circonlocuzioni, ma usa esempi diretti e visivi, mostrando che tra la parabola e quanto vuol dire c’è una similitudine di significato che è apprensibile a chi sa capire. Dunque il mito della creazione dell’uomo che vuol dire? Nel primo racconto del capitolo 1° di Genesi sembra che il redattore voglia definire l’uomo per genere e differenza specifica, come fa la filosofia. Il genere è il mondo creato, al quale l’uomo appartiene, la differenza sta nel fatto che è un essere razionale e amato da Dio: l’uomo è «molto» buono. La filosofia fa così: il genere è ciò a cui l’oggetto appartiene, la differenza specifica distingue l’oggetto dalle altre cose a esso simili.
Nel secondo racconto sempre di Genesi, dal capitolo 2° in poi, sembra che il redattore voglia perfezionare la definizione cercando di esplicare cosa sia l’uomo in se stesso dandone una descrizione significativa, ossia dicendo anche perché è nel modo come noi siamo. Così ci dice che l’uomo è un essere perfetto e questa perfezione è comunicazione di se stesso, e perché possa comunicare lo «sdoppia» in maschio e femmina, spiegando qui perché c’è l’uomo e la donna, poi rivela il loro stato ideale quando nudi e senza vergogna vivevano nel paradiso (= felicità), ma a causa del peccato sortì l’opposizione e la vergogna. Inoltre il redattore ci vuol dire che l’uomo è un essere fecondo capace di riprodurre se stesso nei figli, e che i figli nascono con lo stesso problema dei genitori ossia nella lontananza da Dio, e che questa ribellione a Dio prosegue nelle generazioni successive, al punto che Dio scorcia la vita perché avevano troppo tempo per compiere il male, e diversifica le lingue perché non si coalizzi nel male. Così via, finché al capitolo 12° si parla di Abramo, l’amico di Dio, e si entra nella storia concreta. Come si vede il mito delle origini dell’uomo va fino a tutto il capitolo 11° con un linguaggio e un racconto verosimile e forse anche con qualche riferimento arcaico reale, ma il contenuto indica il senso essenziale, esistenziale e storico dell’uomo. Questo è l’uomo, ci vuol dire il redattore, che vale per tutti i tempi, luoghi e in qualsiasi modo possa essere venuto all’esistenza.
Per cui quello è l’uomo com’è in se stesso, nel ruolo che ha in questo mondo e nella sua esistenza storica, poi che sia nato qui o lì, da questo o da quello, staremo a vedere, ma il senso, la verità, ciò che l’uomo-umanità è, il redattore di Genesi ce l’ha descritto in quei capitoli. È un racconto che possiamo chiamarlo «trascendentale» rispetto alla storicità umana, nel senso che in qualsiasi momento si pensi l’uomo è e rimane sempre quello che il redattore di Genesi ci ha descritto: quello è l’uomo- verità, è l’umanità in sé e per sé che trascende ogni concreta realizzazione storica e temporale.
Insomma il mito della creazione è una lunga parabola nella quale si disvela il senso, il valore, la verità e la ragione d’essere dell’umanità, dell’uomo e della donna, della generazione e del male, della vita umana e della sua storia. Come ogni parabola ha agganci reali e verosimili, perché non è un racconto di fantascienza, ma l’intento principale è l’esplicazione di quanto c’è di più reale, concreto ed essenziale in noi stessi come singoli e come genere umano.

Athos Turchi

Publié dans:BIBBIA E SCIENZA, CREAZIONE (SULLA) |on 6 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

LE GOCCE DEL TEMPO

http://www.korazym.org/11974/le-gocce-del-tempo/ 

LE GOCCE DEL TEMPO 

1 GENNAIO 2014  

DI DON GIUSEPPE LIBERTO 

Nella scansione ritmica del tempo, ritorna puntuale il momento in cui l’anno che volge al termine si tuffa nell’immenso oceano delle memorie del passato. Mentre si toglie il vecchio calendario, torna insistente l’eterno interrogativo: “Che cos’è il tempo?”.

Anche sant’Agostino, puntando lo sguardo sul passato, sul presente e sul futuro, nella celebre pagina delle Confessioni, s’interroga: Che cos’è il tempo? Chi riuscirà a spiegarlo in modo facile e breve? Chi potrà comprenderne il concetto per poterne dire una parola? Eppure, di che cosa possiamo parlare che sia più familiare e più nota del concetto di tempo?… Se nessuno me lo domanda, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, allora non lo so. Tuttavia affermo con sicurezza di sapere che, se non passasse nulla, non esisterebbe il passato; se nulla divenisse, non ci sarebbe futuro; se nulla esistesse, non ci sarebbe presente (Conf. 11,14).

Prima d’intraprendere la riflessione sul tempo, il Vescovo d’Ippona si era rivolto a Dio chiedendo di aiutarlo a comprendere sia il Verbo creatore del tempo, sia il tempo stesso nel suo alveo esistenziale e così scrive: Troppo preziose sono per me le gocce del tempo. Da molto mi riarde il desiderio di meditare la tua legge, di confessarti la mia conoscenza e la mia ignoranza in proposito, le prime luci della tua illuminazione e i residui delle mie tenebre (Conf. 11,2). Agostino percepisce le “gocce del tempo” come il finito immerso nell’eterno e così armonizza, senza confondere, tempo dell’uomo ed eternità di Dio. Tutto ciò che esiste lo colloca tra un passato e un futuro, unica dimensione possibile alle realtà che esistono; ritiene, inoltre, che non sia semplice la spiegazione del tempo nella sua triplice forma di passato, presente e futuro. Il tempo passato è ormai inesistente, quello futuro non è ancora, il presente esce da un luogo occulto, perché, da futuro diviene presente, così come si ritrae in un luogo occulto, allorché da presente diviene passato (Conf. 11, 17, 22). Il tempo, per Agostino, è percezione dell’anima e può essere solo presente: E’ inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non vedo che siano altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro è l’attesa (Conf. 11, 20, 26). Nella “percezione dell’anima” e nell’“estensione dello spirito” ogni tempo è presente: nella memoria, se è passato; nell’attenzione, se è presente; nell’attesa, se è futuro.  Agostino, nelle sue lunghe e articolate riflessioni, lasciandosi illuminare dalle divine Scritture, ricongiunge nell’uomo, eterno e tempo. Il tempo, in Cristo, diventa tempo di grazia e di salvezza. Il cristiano, infatti, vede nel Verbo incarnato, nelle “gocce del tempo” a lui donate, tutto ciò che esiste, vivendo, nella speranza, l’attesa del riposo del settimo giorno. Generare il tempo cristiano è l’impegno del credente che vive, tra fascino e dramma, nell’oggi della storia.

Nella Santa Scrittura, l’inizio del tempo degli uomini ha origine dal “tempo di Dio”. Dio è Arché, cioè inizio e origine “dal quale” tutto esiste; Dio è Télos, cioè meta e fine “per il quale” tutto esiste. Egli, perciò, è principio e fine, conclusione e perfezionamento d’ogni realtà creata. Presente e futuro, tempo astronomico e antropologico, hanno la loro sorgente in Dio. E’ Lui che sottrae il tempo dalla monotonia ciclica e lo ricrea sempre nuovo con i suoi interventi provvidenziali. Il tempo dell’universo e dell’uomo è “tempo di Dio” e della sua relazione paterna con l’umanità. Nel tempo, il Creatore entra in dialogo con le sue creature e con esse costruisce la storia. E’ lo stesso Dio, quindi, che orienta il tempo verso la fine misteriosa, in cui raggiungerà il suo termine e insieme la sua pienezza. La Bibbia, in questo modo, “desacralizza” il tempo e lo “santifica” superando il panteismo con la trascendenza. La chiave di lettura del tempo non è la cosmogonia, ma la storia. Il tempo, come le altre creature, è nelle mani di Dio, anzi è proprio lui a ordinarlo e a condurlo, ogni determinismo cosmico e pagano viene così superato. La Rivelazione diventa realtà storica e la storia evento di Rivelazione. Il profeta, infatti, incontra il suo Dio nei fatti storici che per lui sono “Parola di Dio” che, rivelandosi agisce e nell’agire si rivela. Il tempo non è più visto come l’opposto dell’eternità, ma, carico d’eternità è proiettato verso l’eterno.

Il tempo ha un’arché e un télos, non è circolo vizioso chiuso in se stesso, ma spirale protesa verso un fine e un compimento di pienezza escatologica. Abramo, non come Ulisse, abbandona per sempre Ur di Caldea e si mette in cammino verso la terra che Dio gli darà. All’amara e sconfortata nostalgia di Ulisse, la Santa Scrittura oppone la speranza serena nell’attesa gioiosa. Il Dio della Bibbia è sperimentato come il Dio degli eventi che vive e che salva il suo popolo senza tirarlo fuori dalla storia. Egli escogita e attua una serie di fatti che si dispiegano in determinati momenti storici chiamati kairòi, eventi con i quali Dio costruisce la storia dell’uomo in un’ininterrotta manifestazione della sua misericordia. Il tempo, allora, non sarà più kronos mitologico che divora gli uomini e la storia, ma kairòs teologico che è “sacramento” mediante il quale Dio lavora per salvare il suo popolo. Culmine e centro è l’evento Cristo, kairòs per eccellenza che, nella “pienezza dei tempi”, dà senso compiuto alla dimensione temporale, spaziale e creaturale (cf Ef 1,10). Dio crea il tempo e lo offre in dono all’uomo perché sia l’alveo prezioso per accogliere Colui che del tempo è la pienezza: Cristo Signore, punto fisso che orienta tutta storia prima e dopo di lui, è Kairòs luminoso che ricapitola passato, presente e futuro.

Al momento dell’Incarnazione, il tempo, nel suo naturale fluire, non subisce un arresto, ma entra misteriosamente nel nuovo movimento impresso dal Verbo Redentore. Da Lui è rinnovato, consacrato e reso mezzo di salvezza. L’incarnazione inaugura il tempo nuovo attraverso l’evento unico e definitivo della salvezza che è il Mistero pasquale di Passione-Morte-Risurrezione-Ascensione-Dono dello Spirito. Tutta quanta la realtà spazio-temporale è orientata progressivamente verso l’eschaton, verso la nuova creazione sulla quale il tempo si apre per raggiungere la sua pienezza.

Gli eventi del passato e l’attesa del futuro sono vissuti da Israele e dalla Chiesa nell’“Oggi” del tempo liturgico. Il tempo liturgico non è invecchiamento, ma il sempre nuovo rifiorire della giovinezza della Chiesa, Sposa immacolata e Corpo senza rughe di Cristo, Signore del tempo e della storia. Il tempo allora trova la sua scaturigine, il suo svilupparsi e il suo completarsi nel mistero di Dio incarnato: Dio si è fatto tempo – afferma sant’Ireneo – affinché noi, uomini temporali, divenissimo eterni e mostra che il temporale culmina nell’eterno fin da quaggiù.

La liturgia del tempo appare, così, come “sacramento” dell’eternità che integra il tempo cosmico nel Logos-Kronokrator, Verbo-Signore del tempo. In Lui, il “fine” ultimo della storia trova il suo adempimento, anche se non trova compimento la “fine” della storia. E’ Cristo il pieno compimento e la speranza realizzata del futuro. E’ Lui il “già” e “non ancora”. Il cosmo, la storia e l’umanità, per Cristo, con Cristo e in Cristo, sono ormai inseriti nel mistero del tempo nuovo della Chiesa. Questo tempo non è fine a se stesso, ma appartiene già agli “ultimi tempi”, anche se non ancora in modo definitivo, perché tutto è orientato verso la pienezza del compimento futuro. L’“Oggi liturgico” non sarà nostalgia del passato, ma tensione e desiderio ardente del futuro la cui gioia è anticipata nel presente. Desideri e tensione ci aiuteranno a trascendere il tempo cosmico e a vivere l’unione tra celeste e terrestre, tra invisibile e visibile, in piena comunione trasfigurante del divino nell’umano e dell’umano nel divino. La Chiesa di Cristo, comunità escatologica, celebrando quel che già possiede, è protesa verso ciò che attende. Passato, presente e futuro salvifici sono già contenuti nel Memoriale del Signore.

A che serve sapere usare il metronomo, se poi non si comprende cos’è la musica nel ritmo? A che serve possedere orologio e calendario, se poi non si è capaci di comprendere cos’è il tempo nel misterioso fluire degli anni?

Il salmo 90 è una meditazione sulla vita umana alla luce di Dio. Contemplando l’eternità di Dio, il salmista si abbassa a guardare la caducità umana che, per contrasto, punta gli occhi sull’eternità di Dio e invoca: Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio (Sal 90,12). Le gocce del tempo non andranno mai perdute come lacrime nella pioggia, ma saranno perle preziose immerse nell’eterno.

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA E SCIENZA, FILOSOFIA |on 17 février, 2014 |Pas de commentaires »

IL MERAVIGLIOSO SENSO DELLA VISTA

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IL MERAVIGLIOSO SENSO DELLA VISTA

Se si osserva con attenzione il corpo umano non si può fare a meno di restare ammirati e stupefatti della perfezione dei suoi organi. Noi, in effetti, siamo un “prodigio”, un “miracolo” che cammina. Il capo, il cervello, gli occhi, l’orecchio interno ed esterno, il naso, la bocca… ma perfino le estremità, le mani, i piedi hanno un criterio di “progettazione” ed un funzionamento che lascia strabiliati per l’efficienza e la precisione con cui operano trasformando le intenzioni della nostra volontà in atti concreti. Per non parlare poi degli organi interni: intestini, cuore, fegato, milza, reni, pancreas, ghiandole endocrine e ghiandole esocrine…, i quali costituiscono un insieme di complessità enorme ed incalcolabile fondato sulla trasmissione di segnali nervosi, sull’emissione o ricezione di ormoni, di enzimi, di secrezioni che, senza neanche che ce ne accorgiamo, mantengono l’omeostasi cioè lo stato d’equilibrio del nostro organismo. All’occhio dello scienziato noi appariamo come “macchine” perfette, concepite e realizzate per interagire con l’ambiente della Terra.
L’uomo e la donna occupano veramente il vertice della Creazione perché non esiste un altro essere vivente neanche lontanamente paragonabile a loro. Il pensiero astratto, l’intelligenza, la creatività artistica, la scienza, la filosofia, la vita sociale, soprattutto la Conoscenza di Dio, la Fede e la Religione, il Libero Arbitrio lo rendono unico ed ineguagliato nel panorama così variegato della vita sul pianeta Terra.
Scendendo nei particolari, analizzando i dettagli della sua conformazione corporea si accentua e si accresce la sensazione di essere davanti ad un’“opera” magnifica che non può non provenire che dalle mani di un Creatore infinitamente sapiente e potente.
Prendiamo per esempio l’occhio e il senso della vista. Rapidissimo, mobilissimo, ultra utile, precisissimo riesce, tramite una complessa interazione nervosa con la corteccia visiva che è nel cervello, a misurare le distanze, a percepire i colori (le frequenze della luce), a posizionarci nello spazio, a riconoscere il volto e l’espressione di una persona tra le migliaia e migliaia che sono stipate nella nostra memoria, il tutto in una frazione di secondo! Come afferma il dottor Alessandro Verri, docente di Computer Science a Genova (vedi Focus n. 234, aprile 2012, pp. 22, 28): «Un computer può riconoscere una faccia, ma soltanto se gli vengono presentate fotografie della stessa persona molto simili… gli occhi e il cervello dell’uomo, lavorando in coppia, restano enormemente superiori a qualsiasi apparato meccanico o elettronico». E pensare che anche un bambino è capace di riconoscere l’identità di una persona da una caricatura, da un disegno satirico, da pochi tratti di pennello con una velocità e una facilità che destano impressione.
Che dire poi della capacità dell’occhio di trasmettere all’esterno lo stato d’animo e i sentimenti? Gli studiosi hanno osservato come se siamo impauriti o stiamo pensando intensamente ad una decisione da prendere rapidamente la pupilla si dilata. Viceversa se ascoltiamo una spiegazione complicata e abbiamo difficoltà a capirla, oppure se siamo disgustati dalla scena che osserviamo la pupilla si restringe. Pertanto questo delicatissimo organello situato all’interno dell’occhio non serve solo a “dosare” la quantità di luce che deve arrivare sulla retina per darci una corretta visione, ma “esprime” le emozioni che agitano il nostro animo: l’occhio è la finestra dell’anima. Dice bene Nostro Signore: «La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!» (Mt 6,22).
Dentro di noi la dimensione materiale, fisica, biologica non è separabile dalla dimensione spirituale che informa la parte corporea: sono interconnesse ed interagenti. Nessun altro organo più dell’occhio manifesta questa sinergia, questa fusione intima che c’è tra anima e corpo. Da un punto di vista meramente “meccanico” l’occhio si presenta come una specie di piccola “macchina fotografica” o, se volete, come una minuscola “telecamera”. O forse dovremmo dire più propriamente che l’homo tecnologicus con tutta la sua scienza non ha trovato un sistema ottico-meccanico o un modello più perfetto dell’occhio per realizzare le telecamere.
Ad ogni modo l’occhio funziona così: la luce, che è una radiazione elettromagnetica di una frequenza compresa tra i 564 (rosso) e i 420 (blu) nanometri, entra attraverso la parte anteriore dell’occhio che è trasparente: la cornea. La cornea è già di per sé una lente convessa che serve per mettere a fuoco le immagini. Dietro di essa è situato l’iride che è un delicatissimo “diaframma” costituito da tenuissime strutture muscolari capaci di farlo contrarre e distendere cosicché si stringe o si allarga il foro in esso praticato: la pupilla. Se una luce violenta colpisce l’occhio, un sistema automatico (sic!) immediatamente fa contrarre l’iride e riduce la pupilla ad un forellino di pochi millimetri in modo che non restino danneggiate le parti interne più delicate dell’occhio. Al contrario se siamo di notte o al buio, la pupilla si dilata per far entrare quanta più luce è possibile. Segue poi il cristallino che forse è la parte più sorprendente di quest’organo. È letteralmente una lente bi-convessa come quelle degli obiettivi fotografici, ma al contrario di questi che sono di vetro indeformabile, è morbida e flessibile al punto che può variare il suo spessore e così facendo mette a fuoco sulla retina le immagini osservate. Chi fa contrarre il cristallino? Un delicatissimo sistema muscolare situato dietro la “zonula ciliare” il quale, controllato da cellule nervose, realizza con tessuto biologico quel sistema sofisticato che noi chiamiamo autofocus per cui le immagini risultano sempre a fuoco. Che meraviglia! I raggi luminosi, penetrando attraverso il corpo vitreo raggiungono la retina dove si forma l’immagine capovolta del campo visivo. Tale immagine si “raddrizza” a livello della corteccia cerebrale nel senso che noi la percepiamo diritta solo quando è capovolta: in effetti sulla retina la scena osservata è doppiamente capovolta perché il nord è al posto del sud e la sinistra è al posto della destra. Nella retina, che si può paragonare alla vecchia pellicola fotografica o al moderno sensore CCD delle videocamere, il nervo ottico sfiocca, si allarga in formazioni dette “coni” e “bastoncelli”, i primi sensibili ai colori e i secondi al movimento. Il segnale “grezzo” costituito da impulsi elettrici viaggia dentro il nervo ottico, una specie di “cavo” formato da 1,1 milioni di nervi uniti insieme, verso il cervello in una zona ben precisa di questo: la corteccia visiva. A sua volta la corteccia visiva è suddivisa in tante “aree” ognuna specializzata a “catturare” particolari caratteristiche della scena presentata: ci sono neuroni che reagiscono in presenza di righe o oggetti allungati orizzontalmente, altri per quelli verticali, altri ancora che si attivano solo se c’è un movimento oppure una faccia di una persona e così via.
A questo punto la scienza si arresta e tutto diventa un mistero. Perché tutto questo lavorio e fermento di neuroni (le cellule del cervello), di segnali, di neurotrasmettitori, di sinapsi e quant’altro “diventa” la nostra coscienza? (Non la Coscienza nel senso spirituale ma la coscienza nel senso della nostra percezione di identità, del nostro io cosciente). In altri termini che rapporto c’è tra mente e cervello? Noi non siamo costituiti di solo corpo, noi abbiamo un’anima e in un modo attualmente inesplicabile l’anima interagisce, si affaccia alla “realtà” spazio-temporale attraverso il cervello. In conclusione il cervello è una specie di interfaccia, di “terminale”, una sorta di quadro di comando dal quale e sul quale l’anima riceve e trasmette informazioni con la realtà fenomenica-fisica.
Domanda finale: l’occhio con la sua meravigliosa struttura e funzionalità, e più in generale tutto l’essere umano, può essere frutto solo delle forze cieche del caso e degli eventi naturali o piuttosto ci appare come il prodotto di un sapientissimo progetto creativo divino? Alla luce di quanto abbiamo esposto ognuno di noi può tentare di dare una risposta a questa interessante domanda. Antonio Farina (Fonte: IL SETTIMANALE DI PADRE PIO)

LE STELLE NELLA BIBBIA

dal sito:

http://www.astrodavid.it/starbib.html

LE STELLE NELLA BIBBIA

Sia il termine ebraico kohkhàv che quelli greci astèr e àstron si riferiscono genericamente a qualsiasi corpo luminoso nello spazio, tranne il sole e la luna, per i quali vengono usati altri nomi.
Ordine delle stelle. Inoltre in diversi brani Biblico scritturali viene messa in risalto la disposizione ordinata di questi corpi celesti, con riferimento a « statuti », « regolamenti » e « orbite » (« corso », VR). (Ger 31:35-37; Gdc 5:20; cfr. Gda 13). Le enormi forze che determinano la posizione relativa di certe stelle secondo le leggi fisiche sono indicate dalle domande che Dio rivolse a Giobbe: « Puoi tu allacciare i legami della costellazione di Chima, o puoi sciogliere le medesime corde della costellazione di Chesil? Puoi tu far uscire la costellazione di Mazzarot al suo tempo fissato? . . . Hai conosciuto gli statuti dei cieli, o potresti porre la sua autorità sulla terra? » (Gb 38:31-33; vedi AS; CHESIL n. 1; CHIMA; MAZZAROT). Pertanto un dizionario biblico dice: « Affermiamo dunque che la Bibbia coerentemente presume l’esistenza di un universo pienamente razionale, e di enormi dimensioni, a differenza della tipica idea secolare contemporanea, secondo la quale l’universo non era razionale, e non era più grande di quanto si potesse effettivamente constatare con i soli sensi ». — New Bible Dictionary, a cura di J. D. Douglas, 1985, p. 1144.

AS
Il fatto che `Ash o `Àyish e altri termini ebraici siano usati in relazione a sole, stelle e cielo indica che si riferiscono a qualche costellazione. (Vedi Gb 9:7-9; 38:32, 33). È impossibile attualmente sapere a quale costellazione si riferissero e quindi è più sicuro traslitterare il nome ebraico (come in questa voce) che cercare di tradurli con nomi specifici come « Arturo » (gr. Arktoùros, lett. « custode dell’orsa ») (Ri), oppure « Orsa » (CEI; VR).Il fatto che Giobbe 38:32 menzioni As « insieme ai suoi figli » dà ragione di ritenere che si tratti di una costellazione. È opinione comune che si tratti dell’Orsa Maggiore, costellazione formata di sette stelle principali che potrebbero essere i « suoi figli ». Il punto importante del versetto non è la precisa identificazione della costellazione, ma la domanda: « Li puoi condurre? » Dio ribadisce così a Giobbe la sua sapienza e potenza quale Creatore, in quanto è assolutamente impossibile per l’uomo dirigere il moto di questi immensi corpi stellari.

CHESIL(Chèsil).
[Ebr. kesìl, "stupido"]. Anche se questo termine è usato molte volte col significato fondamentale di « stupido » (cfr. Sl 49:10; 92:6; Pr 1:22), in quattro casi (Gb 9:9; 38:31; Am 5:8; Isa 13:10 [qui al pl.]) il contesto indica che si riferisce a una costellazione o insieme di stelle.
Molti ritengono che si tratti di Orione, o « il cacciatore », costellazione assai notevole di cui fanno parte stelle gigantesche come Betelgeuse e Rigel. La Vulgata latina rende kesìl con « Orion » in Giobbe 9:9 e Amos 5:8 e la maggior parte delle traduzioni fanno altrettanto. Un Targum e antiche versioni siriache hanno « gigante », che corrisponde al nome arabo di Orione, gabbar, « forte », (equivalente ebraico, gibbòhr).
In Amos 5:8 il termine è usato nel riprendere Israele per non aver cercato il vero Dio, il Fattore delle costellazioni celesti. In Isaia 13:9, 10, dove troviamo il plurale kesilehhèm (reso « le loro costellazioni di Chesil »), viene descritto il « giorno di Dio », in cui i tiranni superbi e altezzosi saranno umiliati e i corpi celesti non daranno più la loro luce.

CHIMA
Termine che ricorre in Giobbe 9:9; 38:31 e Amos 5:8 a proposito di una costellazione. Viene riferito in genere alle Pleiadi, ammasso stellare formato di sette stelle maggiori e altre minori, avvolto in nebulosità e situato a circa 300 anni luce dal sistema solare. In Giobbe 38:31 Dio chiede a Giobbe se può stringere « i legami della costellazione di Chima », e secondo alcuni ciò si riferisce alla compattezza dell’ammasso delle Pleiadi, ben visibili a occhio nudo. Anche se l’identificazione con una particolare costellazione non è sicura, il senso della domanda è evidentemente se un semplice uomo può unire insieme un gruppo di stelle onde formino una costellazione permanente. Quindi con questa domanda Dio fece capire a Giobbe l’inferiorità dell’uomo rispetto a Lui, il Sovrano Universale.

MAZZAROT(Mazzaròt).
Secondo il Targum aramaico, Mazzarot corrisponde alle mazzalòhth di 2 Re 23:5, « costellazioni dello zodiaco » o « dodici costellazioni ». (NM; Ri) Alcuni ritengono che il termine derivi da una radice che significa « cingere » e che Mazzarot si riferisca all’anello zodiacale. Tuttavia in Giobbe 38:32, nell’espressione « al suo tempo fissato », in ebraico viene usato un pronome singolare, mentre in 2 Re 23:5 è al plurale. Sembra dunque che Mazzarot si riferisca a una determinata costellazione e non all’intero anello zodiacale, anche se attualmente non è possibile identificarla.
In Giobbe 38:32 Dio chiede a Giobbe: « Puoi tu far uscire la costellazione di Mazzarot al suo tempo fissato? E in quanto alla costellazione di As insieme ai suoi figli, li puoi condurre? » Quindi, anche se non si sa di quali costellazioni si tratti, Dio chiede a Giobbe se è in grado di dirigere i visibili corpi celesti, facendo apparire una costellazione nella sua stagione o guidandone un’altra nel suo stabilito corso celeste.
L’osservazione dell’apostolo Paolo circa la diversità fra le singole stelle può essere ancor più apprezzata alla luce dell’astronomia moderna, che ha rivelato la differenza esistente fra le stelle in quanto a colore, grandezza, luminosità, temperatura e densità relativa. — 1Co 15:40, 41.
Adorazione delle stelle. Mentre l’adorazione delle stelle era assai diffusa fra le antiche nazioni del Medio Oriente, il concetto scritturale condiviso dai fedeli servitori di Dio era che quegli astri erano semplici corpi materiali soggetti alle leggi e all’autorità di Dio, che non dominavano l’uomo, ma servivano come luminari e indicatori del tempo. (Ge 1:14-18; Sl 136:3, 7-9; 148:3) Nell’esortare Israele a non fare alcuna rappresentazione del vero Dio, Mosè comandò di non lasciarsi indurre ad adorare il sole, la luna e le stelle, (De 4:15-20; cfr. 2Re 17:16; 21:5; 23:5; Sof 1:4, 5). Le nazioni pagane identificavano particolari divinità con alcune stelle e quindi avevano un concetto nazionalistico di quei corpi stellari. Saccut e Caivan, menzionati in Amos 5:26 come dèi adorati dall’Israele apostata, si ritiene siano nomi babilonesi del pianeta Saturno, chiamato Refan nella citazione del versetto fatta da Stefano. (At 7:42, 43) L’adorazione delle stelle era particolarmente rilevante a Babilonia, ma risultò vana al momento della sua distruzione. — Isa 47:12-15.
La « stella » vista dopo la nascita di Gesù. Gli « astrologi [che] vennero da luoghi orientali », quindi dalle vicinanze di Babilonia, la cui visita al re Erode dopo la nascita di Gesù provocò la strage di tutti i bambini maschi di Betleem, evidentemente non erano servitori o adoratori del vero Dio. (Mt 2:1-18; vedi ASTROLOGI). In quanto alla « stella » (gr. astèr) che videro, sono state avanzate molte ipotesi: una cometa, una meteora, una supernova o, più semplicemente, una congiunzione di pianeti. Nessuno di questi corpi celesti poteva logicamente essersi ‘fermato sopra il luogo dov’era il fanciullino’, identificando così la sola casa del villaggio di Betleem in cui si trovava il bambino. È pure degno di nota che solo quegli astrologi pagani ‘videro’ la stella. A motivo del fatto che praticavano l’astrologia, benché fosse condannata,

ASTROLOGI
Il termine gazerìn ricorre solo nella parte di Daniele scritta in aramaico (Da 2:4b–7:28), e ha il significato fondamentale di « tagliare », a indicare, si pensa, coloro che dividono i cieli in configurazioni. (Da 2:34) Alcune versioni italiane (Di, CEI) traducono la parola originale aramaica gazerìn « indovini ». (Da 2:27; 4:7 [v. 4, CEI]; ÞDan. Ü5:7, 11) Gli astrologi erano coloro « che, dalla posizione delle stelle all’ora della nascita, con varie arti di calcolo e divinazione . . . determinavano il fato degli individui ». (Gesenius’s Hebrew and Chaldee Lexicon, trad. inglese di S. P. Tregelles, 1901, pp. 166, 167). L’astrologia è essenzialmente politeistica; la sua origine nella bassa Mesopotamia risale probabilmente a poco dopo il Diluvio quando gli uomini si allontanarono dalla pura adorazione di Dio. Il nome « caldeo » col tempo divenne praticamente sinonimo di « astrologo ».
Secondo la falsa scienza dell’astrologia si credeva che un dio diverso controllasse ciascuna sezione dei cieli. Ogni movimento e fenomeno celeste, come il sorgere e il calare del sole, gli equinozi e i solstizi, le fasi lunari, le eclissi e le meteore, era attribuito a questi dèi. Perciò si osservavano i movimenti cosmici, si tracciavano elaborati grafici e si compilavano tabelle della loro ricorrenza, e su questa base venivano predetti avvenimenti terrestri e casi umani. Ogni cosa, pubblica e privata, si credeva fosse determinata da queste divinità astrali. Di conseguenza non si prendevano decisioni politiche o militari senza invitare gli astrologi a leggere e interpretare i presagi ed esprimere un parere. In tal modo questa classe sacerdotale acquistò grande potere e influenza nella vita della gente. I sacerdoti vantavano grande sapienza, percezioni e poteri soprannaturali. Nessun grande tempio costruito dai babilonesi mancava del suo osservatorio astronomico.
Nell’VIII secolo a.E.V. il profeta Isaia, nel predire la distruzione di Babilonia, sfidò i consiglieri astrologici che osservavano le stelle a salvare la città condannata: « [Tu, Babilonia,] ti sei stancata della moltitudine dei tuoi consiglieri. Stiano in piedi, ora, e ti salvino, gli adoratori dei cieli, quelli che guardano le stelle, che alle lune nuove divulgano conoscenza circa le cose che verranno su di te ». — Isa 47:13.
Chi erano i magi che fecero visita al bambino Gesù?
Alcuni astrologi (gr. màgoi; reso di solito in italiano « magi »; « uomini sapienti », PS; « maghi », ED) portarono doni al bambino Gesù. (Mt 2:1-16) Discutendo su chi fossero questi màgoi, un dizionario biblico dice: « Secondo Erodoto i magi erano una tribù della Media [I, 101], asserivano di interpretare i sogni, e avevano l’incarico ufficiale dei sacri riti . . . erano, in breve, la classe dotta e sacerdotale, e avevano, si supponeva, l’abilità di trarre dai libri e dall’osservazione delle stelle una percezione soprannaturale di eventi futuri . . . Ricerche successive tendono a considerare Babilonia piuttosto che la Media e la Persia il centro dell’attività dei magi. ‘In origine i sacerdoti medi non erano chiamati magi . . . Dai caldei ereditarono tuttavia il nome di magi riferito alla casta sacerdotale, e così si spiega quanto dice Erodoto secondo cui i magi erano una tribù della Media’ . . . (J. C. Müller nell’encicl. di Herzog) ». — The Imperial Bible-Dictionary, a cura di P. Fairbairn, Londra, 1874, vol. II, p. 139.A ragione dunque Giustino Martire, Origene e Tertulliano, nel leggere Matteo 2:1, considerarono i màgoi degli astrologi. Tertulliano (De idolatria, IX) scrive: « Conosciamo la mutua alleanza fra magia e astrologia. Gli interpreti delle stelle furono dunque i primi . . . a presentare [a Gesù] doni ». Il nome magi divenne comune « in Oriente come termine generico per astrologi ». — The New Funk & Wagnalls Encyclopedia, 1952, vol. 22, p. 8076.
Tutto indica dunque che i màgoi che fecero visita al bambino Gesù erano astrologi. Infatti La Sacra Bibbia a cura del Pontificio Istituto Biblico di Roma nella nota in calce a Matteo 2:1 dice in parte: « Si dava il nome di ‘magi’ ai sacerdoti e ai sapienti persi, medi e babilonesi, i quali erano dediti . . . specialmente alla scienza degli astri ». Molto appropriatamente quindi diverse traduzioni bibliche in varie lingue ha « astrologi » in Matteo 2:1, Non è rivelato quanti di questi astrologi venuti « da luoghi orientali » portarono « oro, olibano e mirra » al bambino Gesù; non c’è alcuna prova concreta a sostegno della tradizione secondo cui erano tre. (Mt 2:1, 11) Essendo astrologi erano servitori di falsi dèi e, consapevolmente o inconsapevolmente, erano guidati da qualcosa che sembrava loro una « stella » in movimento. Essi avvertirono Erode che era nato il « re dei giudei », ed Erode, a sua volta, cercò di far uccidere Gesù. Il piano però non riuscì. Dio intervenne e si dimostrò superiore agli dèi demonici degli astrologi, i quali perciò, dopo aver ricevuto « in sogno divino avvertimento », anziché tornare da Erode si diressero verso il loro paese per un’altra via. — Mt 2:2, 12.
Uso figurativo. Le stelle sono usate nelle scritture ebraico aramaiche e greco cristiane (Bibbia) in senso figurato e in metafore o similitudini per rappresentare persone, come per esempio nel sogno di Giuseppe in cui i genitori erano rappresentati dal sole e dalla luna, e gli 11 fratelli da 11 stelle. (Ge 37:9, 10) Giobbe 38:7 fa un parallelo fra « le stelle del mattino » che gridarono gioiosamente alla fondazione della terra e gli angelici « figli di Dio ». Il risuscitato e glorificato Gesù parlò di se stesso come della « luminosa stella del mattino » e promise di dare « la stella del mattino » ai suoi seguaci vittoriosi, evidentemente per indicare che avrebbero condiviso con lui la posizione e la gloria celeste. (Ri 22:16; 2:26, 28; cfr. 2Tm 2:12; Ri 20:6). I sette « angeli » delle congregazioni, ai quali vengono recapitati messaggi scritti, sono simboleggiati da sette stelle nella destra di Cristo. (Ri 1:16, 20; 2:1; 3:1) Anche « l’angelo dell’abisso » chiamato Abaddon è rappresentato da una stella. — Ri 9:1, 11; vedi ABADDON.
Il detto proverbiale riportato in Isaia capitolo 14 presenta il vanaglorioso e ambizioso re di Babilonia (cioè la dinastia dei re babilonesi rappresentata da Nabucodonosor), definito il « risplendente » (ebr. hehlèl; « Lucifero », CEI), che cerca di elevare il suo trono « al di sopra delle stelle di Dio ». (Isa 14:4, 12, 13). La metafora di una « stella » viene usata profeticamente a proposito dei re di Giuda discendenti di Davide (Nu 24:17), e la storia biblica mostra che con la conquista di Gerusalemme la dinastia babilonese per qualche tempo si elevò effettivamente al di sopra di quei re giudei. Una profezia simile in Daniele capitolo 8 descrive il piccolo « corno » di una futura potenza mondiale nell’atto di calpestare alcune stelle appartenenti « all’esercito dei cieli » e avanzare contro il Principe dell’esercito e il suo santuario (Da 8:9-13); mentre in Daniele capitolo 12, mediante una similitudine, coloro che « hanno perspicacia » e portano altri alla giustizia sono raffigurati nel « tempo della fine » luminosi « come le stelle ». (Da 12:3, 9, 10) Invece le persone immorali che deviano dalla verità sono paragonate a « stelle senza corso stabilito ». — Gda 13.
L’oscurarsi delle stelle, come pure del sole e della luna, è una figura che ricorre spesso in avvertimenti profetici di disastri risultanti dal giudizio di Dio. (Isa 13:10; Ez 32:7; Ri 6:12, 13; 8:12; cfr. Gb 9:6, 7). L’offuscarsi di questi luminari è anche usato in Ecclesiaste 12:1, 2 per descrivere gli ultimi anni di vita delle persone anziane. Altrove si parla di stelle cadenti o scagliate sulla terra. (Mt 24:29; Ri 8:10; 9:1; 12:4) « Segni » nel sole, nella luna e nelle stelle sono stati predetti come evidenza del tempo della fine. — Lu 21:25.

Publié dans:BIBBIA E SCIENZA |on 11 août, 2011 |Pas de commentaires »

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