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TESTO E COMMENTO A ISAIA 66,18-21

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TESTO E COMMENTO A ISAIA 66,18-21

TESTO

Così dice il Signore: 18 « Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. 19 Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle genti, ai lidi lontani che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle nazioni.
20 Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutti i popoli come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme, dice il Signore, come i figli di Israele portano l’offerta su vasi puri nel tempio del Signore. 21 Anche tra essi mi prenderò sacerdoti e leviti ».

COMMENTO A ISAIA 66,18-21

Una salvezza per tutti
Il testo liturgico è ricavato dalla terza parte del libro di Isaia, chiamato Terzo Isaia (Is 56-66), che consiste in una raccolta di oracoli composti dopo il ritorno dei giudei dall’esilio babilonese. Esso si trova al termine della quarta e ultima raccolta del libro (Is 63-66). Questa si apre con un brano apocalittico (63,1-6), cui fa seguito una lunga meditazione sulla storia di Israele (63,7 – 64,11); dopo una polemica nei confronti dell’idolatria di Israele (65,1-7) e un testo in cui si contrappone la salvezza dei giusti alla rovina dei malvagi (65,8-16), è affrontato il tema apocalittico della nuova creazione (65,17 – 66,24). Nel contesto di quest’ultima parte del libro, il testo liturgico porta un contributo notevole in quanto annunzia la riunione di tutti i popoli intorno al monte di Sion, divenuto centro universale e segno di salvezza per tutta l’umanità.
Il brano inizia con un oracolo in cui Dio stesso dice che cosa sta per fare: «Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle genti di Tarsis, Put, Lud, Mesech e Ros, Tubal e di Grecia, ai lidi lontani che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle nazioni» (vv. 18-19). Richiamandosi all’annunzio della venuta di JHWH per giudicare il mondo (cfr. v. 15), il testo sottolinea che la condanna dei popoli non costituisce l’unico scopo dell’intervento divino. Il Signore viene anzitutto per radunare tutti i popoli e tutte le lingue e promette anche a loro che vedranno la sua gloria, cioè avranno anche loro accesso alla salvezza. Il «segno» posto fra i popoli è probabilmente la presenza in mezzo ad essi dei giudei.
La lista dei popoli, ricavata da Ez 27,10-13; 38,2, contiene nomi che risvegliano l’immaginazione di terre lontane e lingue diverse. Essa serve a situare la promessa in un grandioso scenario geografico che rievoca l’universalità delle genti. Vengono nominate Tarsis, che si trova in Sardegna o nella Spagna meridionale, Put che è situata in Egitto, Lud in Asia Minore, Mesech, Ros e Tubal vicino al mar Nero e infine la Grecia e in particolare le colonie ionie sulla costa occidentale dell’Asia Minore e delle isole. Queste nazioni non hanno sentito parlare di JHWH e non sono ancora venute a contatto con lui. Perciò la presenza fra loro della diaspora giudaica è interpretata come uno strumento per portare nel mondo la conoscenza di JHWH. Questa affermazione è certamente in favore del proselitismo giudaico la cui attività si faceva sentire in tutto il mondo allora conosciuto.
L’autore spiega poi quale sarà la conseguenza dell’intervento divino: «Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutti i popoli come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme, dice il Signore, come i figli di Israele portano l’offerta su vasi puri nel tempio del Signore» (v. 20). In questo versetto si riprende l’immagine del pellegrinaggio escatologico delle nazioni a Gerusalemme e al tempio. È questa una delle idee centrali del Terzo Isaia (cfr. Is 60,1-22; 62,1-9), che preannunzia la venuta a Gerusalemme delle nazioni straniere che portano i loro doni all’unico vero Dio. Qui invece le nazioni non portano doni materiali, ma riconducono alla loro terra tutti i giudei che erano ancora dispersi in tutte le parti del mondo.
Infine Dio indica in prima persona quello che intende fare: «Anche tra essi mi prenderò sacerdoti e leviti, dice il Signore» (v. 21). Questa conclusione è molto rivoluzionaria in quanto indica il superamento di un sacerdozio che appartiene unicamente al popolo di Israele ed è appannaggio della casta sacerdotale. Ormai tutti potranno essere ammessi al servizio del tempio, anche se appartengono a popolazioni straniere che per diritto non potevano entrare neppure nei cortili più interni del tempio.

Linee interpretative
Questo testo del Terzo Isaia, composto con ogni probabilità in un periodo che precede le guerre maccabaiche, dimostra una grande apertura universalistica. JHWH è il Dio di tutte le nazioni e si serve dei giudei sparsi in mezzo alle nazioni per farsi conoscere anche da loro. Di fronte alla rivelazione di JHWH le nazioni si mostrano anche più zelanti dei giudei stessi, in quanto sono proprio loro che prendono l’iniziativa di recarsi a Gerusalemme e portano con se i giudei ancora esitanti a mettersi in cammino.
Il pellegrinaggio delle nazioni al tempio di Gerusalemme resta il simbolo più significativo dell’universalismo giudaico, secondo il quale il popolo eletto è sempre al centro del progetto di Dio. Ma il fatto che anche dalle nazioni straniere vengono presi sacerdoti e leviti significa che la barriera etnica è ormai superata e le nazioni entrano a pieno titolo nel popolo di Dio degli ultimi tempi. Resta pur sempre però una visione in cui la salvezza si realizza mediante la conversione di tutte le nazioni a un’unica forma religiosa, quella di Israele. L’idea di una sinfonia di nazioni, religioni e culture che collaborano alla realizzazione di un mondo migliore senza perdere la propria identità non appare ancora all’orizzonte.

ISAIA 49,13-17: UN AMORE MATERNO (TAIZÉ)

http://www.taize.fr/it_article172.html?date=2008-07-01

TAIZÉ COMMENTI BIBLICI ALLE LETTURE

ISAIA 49,13-17: UN AMORE MATERNO

Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra, gridate di gioia, o monti, perché il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi miseri. Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me. I tuoi costruttori accorrono, i tuoi distruttori e i tuoi devastatori si allontanano da te. (Isaia 49,13-17)
Sembra che Dio abbia dimenticato il suo popolo. In questo momento sono in esilio a Babilonia, abbattuti, nostalgici, depressi. Sion, la loro città natale è così lontana, essa è disertata e in rovina.
Questa esperienza storica, fatta dal popolo di Dio in un dato momento, può gettare una luce su delle esperienze simili che ogni gruppo o ogni individuo può conoscere; la preghiera, se ancora sussiste, diventa un lamento: «Dio mi ha dimenticato».
Per bocca del profeta, Dio risponde a questo lamento con grande forza e infinita dolcezza. Supporre che Dio ci dimentica, è ingannarci pesantemente. Dio si paragona a una madre (le immagini bibliche di Dio non sono unicamente maschili) la cui preoccupazione per il suo bambino non viene mai meno: le attenzioni di Dio sono ancora più fedeli. In un’altra immagine, Dio ha inciso il nome del suo popolo non su qualche monumento esterno, ma sul palmo della sua mano, da cui non può separarsi. Lo stato delle mura della città, in rovina, non significa che Dio sia assente o che non si occupi di essa: no, il popolo gli è sempre presente, sarà ricostruito e ritornerà alla vita.
L’annuncio che il profeta fa dell’amore proveniente da Dio trasforma già la situazione, ancor prima del ritorno concreto dall’esilio; è una buona novella, la cui gioia deborda già dai contorni del popolo di Dio, sulla montagne, sulla terra, in tutto l’universo.
 Quali esperienze ho conosciuto, come individuo o in gruppo, del sentimento d’essere dimenticato da Dio?
 In queste situazioni, che fare per dire a Dio che vorrei accogliere il suo amore, anche se non posso ancora percepirlo?
 Che cosa fare per aiutare coloro che si sentono alienati o «in esilio» a cogliere questo amore che trasforma?

LA VITA È IL MANTELLO DI DIO – (STUDIO SUL PROFETA ELISEO, memoria facoltativa il 14 giugno)

http://www.vangelodellavita.it/la-parola-e-la-vita/tempo-ordinario-anno-c/117-la-vita-e-il-mantello-di-dio.html

LA VITA È IL MANTELLO DI DIO 

(STUDIO SUL PROFETA ELISEO, memoria facoltativa il 14 giugno)

“Partito di lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello . Quello lasciò i buoi e corse dietro ad Elia, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elia disse: “Va’ e torna, poiché sai che cosa ho fatto per te”. Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.” (1Re 19,16b.19-21).
“Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.
Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne” (Gal 5,1.13-18).
“(…) Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”.
Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,51-62).
La liturgia di questa XIII Domenica del T. O. ci fa subito incontrare una parola alquanto comune, una parola chiave, un filo conduttore con cui lo Spirito Santo ha ricamato il tessuto dei testi proposti: la parola “ mantello ” (1Re 19,19).
Il suo significato biblico è illustrato dal racconto della vocazione di Eliseo, nella prima Lettura.
La storia di Eliseo, infatti, comincia con un mantello gettato a sorpresa su di lui da parte del profeta Elia, in cammino lungo la strada che costeggia il campo che egli sta arando con ben ventiquattro buoi (il numero esagerato indica che Eliseo è un contadino benestante).
Quello di Elia è un gesto simbolico che sta a significare l’irreversibile chiamata di Dio: “Il mantello è simbolo del carisma profetico; esso è gettato sulle spalle dell’eletto in una specie di investitura divina” (G. Ravasi).
Ha così inizio la nuova vita di Eliseo al servizio del Signore e del profeta Elia.
Salutati parenti ed amici con un banchetto d’addio, Eliseo segue fedelmente Elia fino al giorno della sua misteriosa dipartita da questa vita, quando sarà trasportato in alto da un carro di fuoco.
A questo punto, caduto per terra dal carro, ricompare il mantello, che Eliseo raccoglie subito gridando “ Padre mio, padre mio ..” (2Re 2,11-13).
Lo spirito del Maestro prende allora definitivo possesso del discepolo, come da padre a figlio primogenito.
La brusca investitura profetica di Eliseo è così commentata dal card. Martini: “ nessuna parola, nessun tentativo di convinzione, ma solo un gesto violento dal significato chiarissimo. Il mantello è simbolo della persona e, in qualche modo, anche dei suoi diritti. Gettare il mantello su qualcuno costituisce un segno di acquisto, di desiderio di alleanza” (C.M.M., “ Il Dio vivente, riflessioni sul profeta Elia” , p.118).
Simbolo della persona, il mantello fa pensare anche al dono-chiamata della vita, che ognuno riceve da Dio senza venire interpellato.
Ciò non toglie che, come il mantello di Elia, anche la vita sia un dono fatto alla libertà dell’uomo, un dono “gettato” su di lui per essere accolto e custodito come il più prezioso di tutti i doni ed il più necessario ed impegnativo dei compiti, se davvero l’uomo vuole vivere felice e realizzare se stesso nell’amore.
E’ quanto suggerisce oggi Paolo: “ Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! ” (Gal 5,13).
L’ironia fin troppo realistica di Paolo non suona esagerata, se pensiamo non solo alla nostra situazione sociale e politica, ma anche alle tristissime incomprensioni e divisioni tra coloro che un unico carisma o una comune vocazione (un solo mantello !) ha costituito fratelli ed operai del regno di Dio.
Occorre precisare che nel vocabolario dell’Apostolo, “ carne ” significa genericamente ogni comportamento dettato da un sentire egocentrico e disordinato. Atteggiamento, questo, che non scaturisce da quella vera libertà che è la capacità di amare nella verità al modo di uno stile di accoglienza, di ascolto senza pregiudizi e nel dominio di sè.
Un esempio “carnale” di essere e di agire, lo da’ oggi la reazione istintiva di Giacomo e Giovanni, contrariati dal rifiuto opposto a Gesù dai Samaritani: “ Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi ?” (Lc 9,54). I due discepoli avevano oggettivamente ragione, ma Gesù “ si voltò e li rimproverò ” (Lc 9,55).
La ricetta di Paolo per discernere e dominare ogni genere di passione disordinata, è semplice ed efficace: “ Vi dico, dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. (…) Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge ” (Gal 5,16.18).
“ La forza del peccato è la Legge ”, scrive altrove Paolo (1Cor 15,56); ed egli per primo sperimenta quanto doloroso sia il peccato di divisione dai suoi fratelli ebrei, tanto zelanti per l’osservanza della Legge da voler uccidere lui che ne va proclamando il compimento in Gesù Cristo.
Ma che significa camminare “ secondo lo Spirito ”?
Vuol dire “ al passo ” dello Spirito, seguendo umilmente il cammino e gli esempi del Signore per entrare nello spazio immenso della sua dolce e trasformante amicizia.
Una chiamata assoluta, tanto affascinante quanto esigente, a giudicare dalle parole di Gesù a colui che chiedeva solo di congedarsi da quelli di casa propria: “ Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio ” (Lc 9,60).
Una simile radicalità non è disumana, ma intrinseca e necessaria alla missione profetica.
Questa, per altro, gode della legge pedagogica della gradualità , come fa intendere la vicenda stessa di Eliseo con la dinamica misteriosa del mantello , in un primo tempo gettatogli sulle spalle da Elia, ma poi “recuperato” a terra dallo stesso Eliseo nel momento del congedo definitivo da lui, come se in precedenza glielo avesse restituito.
Infatti, “ si ha l’impressione, pur se il testo non lo dice, che Eliseo abbia ridato il mantello al grande maestro, per indicare che deve prima imparare, deve prima assimilare i suoi insegnamenti di vita . Di fatto, questo mantello sarà consegnato definitivamente ad Eliseo nel momento del rapimento in cielo di Elia.” (C.M.M., id., p. 120).
E’ quest’ultima spiegazione pedagogica che ci consente di tornare al mantello come simbolo della persona e della vita, per osservare che la pienezza della verità sulla vita umana, da comunicare gradualmente al passo di chi ascolta, è comunque e per tutti solo quella rivelata dalla Parola di Gesù. Ne farà esperienza certa chiunque voglia avvicinarsi a Lui con la fede umile ed audace di quella donna malata, che “ udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”. E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male ” (Mc 5,25-29).

ELISEO Eb.ELISA (“Dio è salvezza”) – 14 GIUGNO (mf)

http://www.parrocchie.it/calenzano/santamariadellegrazie/PROFETeliseo.htm

ELISEO Eb.ELISA (“Dio è salvezza”)  – 14 GIUGNO (mf)

Discepolo di Elia, Eliseo fu un profeta di rilievo, operatore di miracoli, capo di un gruppo profetico e figura religiosa di primo piano in Israele, durante la seconda metà del IX secolo a.C. Divenne discepolo di Elia già nell’861-860 a.C., ma la sua missione profetica cominciò solo dopo che Elia ebbe concluso la sua, nell’850 circa. Pur continuando l’opera del maestro, Eliseo fu una voce meno solitaria e isolata, e piuttosto un profeta tra la gente.
Ascoltando di generazione in generazione le storie tramandate su Eliseo, il popolo amava soprattutto sentire come Dio manifestò il suo potere attraverso le parole e i gesti del profeta.
La maggior parte del secondo libro dei Re, scritto circa 250 anni dopo la morte di Eliseo, è dedicato alla salvaguardia delle tradizioni che lo riguardavano.
Eliseo era figlio di un agricoltore, un uomo di nome Safat, originario dell’antica cittadina di Abel-Mecola, nella fertile vallata del fiume Giordano. Quando Elia lo incontrò, era intento ad arare il suo campo, forse con la speranza di un primo buon raccolto di grano dopo i lunghi anni di siccità, e sembra che non avesse mai pensato di diventare profeta. Stava dirigendo altri 11 aratori, che conducevano ciascuno un paio di buoi attraverso il campo che doveva essere seminato. In quanto conduttore del dodicesimo giogo, Eliseo era in grado di controllare gli altri. Se il padre possedeva 24 buoi, la famiglia doveva essere abbastanza benestante. Ma dopo che Elia ebbe gettato il suo ruvido mantello su Eliseo, ungendolo profeta come gli era stato ordinato durante il suo incontro con Dio sul monte Oreb, la vita del giovane cambiò drasticamente. Dopo avere chiesto di andare a dire addio ai genitori, Eliseo corse dietro al profeta. Prima di partire, però, manifestò la sua rottura con la vita di agricoltore, macellando il suo paio di buoi, cucinandoli sul fuoco fatto con gli attrezzi per arare e distribuendone la carne ai vicini. Benestante o no, doveva diventare un profeta del popolo.
Quando Elia stava per lasciare questo mondo, Eliseo si rifiutò di separarsi dal vegliardo, sebbene Elia gli avesse ripetutamente detto di rimanere indietro. Dopo aver attraversato il Giordano con il suo seguace, Elia chiese a Eliseo: «Domanda che cosa io debba fare per te prima che sia rapito lontano da te»; Eliseo chiese: «Due terzi del tuo spirito diventino miei» (2 Re 2,9), cioè l’eredità del primogenito. Elia rispose che la sua richiesta sarebbe stata esaudita se lo avesse visto partire, insinuando cosi sia che Eliseo avrebbe dovuto avere fede sino alla fine, sia che Dio gli avrebbe concesso la visione. Naturalmente, mentre erano in cammino, Eliseo assistette all’evento: furono separati da un carro di fuoco e dai suoi cavalli, ed Elia fu rapito in cielo da un turbine.
Mentre il profeta ascendeva al cielo, il mantello con cui aveva coperto Eliseo per chiamarlo a essere suo discepolo, cadde a terra. Eliseo lo raccolse, lacerò le proprie vesti in due pezzi e, come aveva già fatto Elia, usò il mantello per dividere le acque del Giordano. L’opera miracolosa di Eliseo, erede sia del mantello sia dello spirito di Elia, era cominciata.
A ovest del Giordano, un gruppo dei cosiddetti « figli dei profeti » riconobbe subito che «lo spirito di Elia si è posato su Eliseo» (2 Re 2,15). Mentre si trovava con costoro a Gerico, Eliseo operò il suo primo miracolo di aiuto concreto. La sorgente dell’oasi di Gerico si era inquinata e provocava scarsi raccolti, aborti e morte. Quando la gente gli chiese aiuto, Eliseo ordinò di riempire di sale una pentola nuova e poi la gettò nella sorgente. Quindi annunciò che il Signore aveva reso «sane queste acque» (2 Re 2,21): la sorgente era purificata.
Il secondo miracolo suscita qualche perplessità nel lettore. Mentre era in cammino verso Betel, il profeta fu preso in giro per la sua calvizie – forse una specie di tonsura — da un gruppo di ragazzi. Il profeta maledisse gli offensori in nome del Signore e due orse «sbranarono quarantadue di quei fanciulli» (2 Re 2,24). L’episodio, che ci appare così sconvolgente, evidentemente voleva inculcare negli ascoltatori del tempo il senso della santità che il profeta impersonava. Come l’arca dell’alleanza che poteva portare morte a chiunque la toccasse, la santità di Eliseo non poteva essere sbeffeggiata senza terribili conseguenze.

IN AIUTO DEI POVERI
Molte delle tradizioni su Eliseo lo dipingono come un uomo compassionevole, che ha il potere di superare le difficoltà. Numerosi episodi, per esempio, comprendono brevi scene di vita ambientate tra i « figli dei profeti », comunità formate prevalentemente da famiglie povere.
Quando uno di costoro morì indebitato, la vedova e i suoi due figli rimasero indifesi alla mercé dei creditori, pronti a vendere i figli come schiavi. La vedova implorò aiuto da Eliseo, che salvò i fanciulli, servendosi dell’unica cosa che la donna possedeva, una giara d’olio. Su comando del profeta, la giara versò il suo liquido prezioso fino a riempire tutti i vasi in possesso della comunità. L’olio fu venduto e i creditori pagati. In un’altra occasione, la carestia costrinse i « figli dei profeti » di Galgala a condividere la pentola di Eliseo, contenente una minestra di erbe selvatiche. Poiché qualcuno per errore vi aveva aggiunto zucche velenose, l’intero gruppo rischiava la morte. Ma Eliseo risolse la situazione. Come in precedenza aveva purificato una sorgente gettandovi del sale, risanò il contenuto della pentola versandovi della farina. E ancora, una volta un uomo offrì 20 pani d’orzo come primizie del suo raccolto e con quei pochi pani il profeta sfamò miracolosamente un centinaio di persone e ci furono anche avanzi.
Circa 1000 anni dopo, miracoli simili verranno attribuiti a Gesù.
In alcune località, le comunità dei profeti vivevano in quartieri comuni, sotto la direzione del grande profeta. Un giorno essi dissero a Eliseo: «Ecco, il luogo in cui ci raduniamo alla tua presenza è troppo stretto per noi» (2 Re 6,1) e perciò sarebbero andati lungo il Giordano a tagliare ceppi dagli alberi che crescevano sulle rive per costruirsi una nuova dimora. Fortunatamente il profeta decise di andare con loro. Mentre uno stava abbattendo un albero con un’ascia presa in prestito, questa uscì dal manico e cadde in acqua, scomparendo; allora il profeta tagliò un ramoscello e lo gettò nel fiume proprio dov’era caduta l’ascia. L’attrezzo di ferro emerse in superficie e fu facilmente recuperato dall’uomo che l’aveva perso.

IL POTERE SULLA VITA
Oltre a numerosi miracoli raccontati in poche parole, il secondo libro dei Re contiene anche narrazioni più ampie, brevi drammi con più scene e caratteri tratteggiati compiutamente.
Il primo e forse più emozionante di questi racconti è quello di Eliseo e della donna benestante di Sunem, città a nord di Izreel. Insieme al marito, la donna aveva deciso di aiutare il profeta nella sua opera, offrendogli cibo e alloggio durante i suoi abituali viaggi attraverso Israele. Volendo ricompensare la loro generosità, e avendo scoperto che la coppia non aveva un erede a cui lasciare la sua considerevole ricchezza, Eliseo promise alla sunammita un figlio entro l’anno. Con comprensibile scetticismo, la donna replicò al profeta di non burlarsi di lei, ma la promessa di Eliseo si realizzò.
La scena successiva si svolge diversi anni dopo. Il ragazzo, che era già abbastanza grande per accompagnare il padre nei campi, improvvisamente esclamò: «La mia testa, la mia testa!» (2 Re 4,19) e cadde esanime, colpito forse da insolazione. Fu portato così dalla madre, che lo tenne tra le sue braccia finché lo vide spirare. Distrutta dal dolore, stese il fanciullo sul letto nella stanza di Eliseo e partì alla volta del monte Carmelo, uno dei luoghi dove Eliseo soggiornava di solito. Appena arrivata, si gettò ai piedi del profeta, implorando aiuto. Sulle prime, Eliseo mandò il suo servo Giezi a toccare il fanciullo con il bastone del profeta, ma la sunammita non volle lasciare il profeta finché egli stesso non decise di tornare con lei.
La scena si sposta quindi, di nuovo, in casa della donna. Giezi non era riuscito a far alzare il fanciullo, ed Eliseo dovette affrontare personalmente la morte. Pregò Dio e si stese sopra il corpicino del morto, «pose la bocca sulla bocca di lui, gli occhi sugli occhi di lui, le mani nelle mani di lui» (2 Re 4,34) e con il suo corpo ridiede calore a quello freddo del fanciullo.
Poi Eliseo si alzò, camminò avanti e indietro e si distese ancora sul ragazzo. Questa volta il fanciullo starnutì sette volte e aprì gli occhi.
Eliseo restituì il figlio alla madre riconoscente.
L’ultimo atto si svolge, infine, alcuni anni dopo. Eliseo aveva avvertito la donna, ormai vedova, che stavano per giungere sette anni di carestia. Elia credette al profeta, abbandonò la sua casa e portò il figlio fuori di Israele, nel territorio dei Filistei, per tutto quel tempo. Quando tornò a casa, si presentò al re per rientrare in possesso della sua proprietà. Proprio in quel momento, il sovrano stava ascoltando Giezi che narrava i miracoli di Eliseo. Poiché la donna e suo figlio erano la prova vivente dei poteri del profeta, il re rimase talmente impressionato da accogliere la sua richiesta. Il lungo racconto ha lo scopo di mostrare come il potere di Dio operava attraverso Eliseo per dare vita, ridare vita e salvaguardare la vita. Sebbene gli episodi siano descritti con vivacità e abbondanza di particolari, i miracoli non vengono mai compiuti per garantire fama o seguito al profeta. La scena finale, poi, rivela che miracoli così grandi erano operati per restare fatti privati; solo molto tempo dopo, un insieme di circostanze fece in modo che il re e la gente venissero a conoscenza delle gesta di Eliseo.

IL POTERE SUI MORBI
Il secondo lungo racconto relativo a Eliseo, nel secondo libro dei Re, riguarda Naaman, un generale siriano, che venne dal profeta per essere guarito perché «era lebbroso» (2 Re 5,1).
Anticamente « lebbra » era il nome dato a varie malattie della pelle e non denotava soltanto il morbo di Hansen, come oggi. Nonostante le sue possibilità, fu una persona da lui ridotta in schiavitù, una serva israelita, a informare il generale sul modo in cui poteva essere liberato dalla malattia. Ella parlò alla moglie di Naaman di un profeta che avrebbe potuto procurargli quella guarigione che gli dei del suo paese non erano in grado di offrirgli.
Naaman era abituato a trattare con gente di rango. Sebbene avesse bisogno di aiuto, decise di andare dal profeta solo dopo che la sua visita fosse stata preparata attraverso i canali ufficiali e preannunciata da una lettera del re di Siria. Si aspettava che il profeta gli sarebbe andato incontro di persona e gli avrebbe procurato direttamente la guarigione. Quanto a lui, lo avrebbe ricompensato munificamente per ciò che avesse fatto. Così, carico di doni preziosi, partì per far visita al re di Israele e presentargli missiva del suo sovrano. Ma il re di Israele, evidentemente poco informato dei poteri di Eliseo , non capì la richiesta del monarca siriano di guarirgli il suo generale: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita?» (2 Re 5,7). Anzi, addirittura pensò che la Siria fosse alla ricerca un pretesto per scatenare un conflitto.
Alla fine Eliseo seppe; del viaggio di Naaman e mandò a chiamarlo. Il generale arrivò alla porta del profeta con cavalli e carri che palesavano la sua elevata posizione. Ma ancora le cose non andarono secondo il previsto. Eliseo non uscì nemmeno per salutarlo o per imporgli le mani. Invece gli inviò il suo servo con queste strane istruzioni: «Va’, bagnati sette volte nel Giordano: la tua carne tornerà sana e tu sarai guarito» (2 Re 5,10).
Naaman si sdegnò.
Voleva un servizio personale, una chiara manifestazione di potere, o almeno un rito solenne da  celebrare, e non recarsi sulle rive di un fiumiciattolo locale e compiervi gesti ordinari di dubbia efficacia. Ancora una volta i servi salvarono il potente, convincendolo a seguire le istruzioni del profeta. Quando fece «secondo la parola dell’uomo di Dio», non solo fu perfettamente guarito, ma addirittura ringiovanì e «la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto» (2 Re 5,14). Nella scena successiva, Naaman è un uomo diverso, un pagano ora convinto che il Dio di Israele è l’unico vero Dio.
Il dramma presenta poi il contrasto stridente tra lo straniero trasformato e Giezi, l’avido servitore del profeta. Giezi vide che Eliseo rifiutava i generosi doni di Naaman e non riuscì a sopportarlo. Rincorse il siriano e gli disse che il profeta aveva cambiato idea e ora voleva qualcosa in dono. Naaman fu ben lieto di dare anche più del richiesto. Ma quando Giezi tentò di nascondere a Eliseo quanto aveva fatto, il profeta lo condannò alla malattia da cui aveva liberato Naaman. La storia finisce con l’avido servitore che se ne va «bianco come la neve» (2 Re 5,27) per la lebbra che ha contratto.

CONSIGLIERE E ORDINATORE DI RE
Fin dall’inizio del suo ministero, Eliseo fu coinvolto in affari di stato. Quando re Ioram scese in guerra per domare una rivolta del suo vassallo Mesa, re di Moab, strinse alleanza con Giosafat di Giuda e con il re di Edom. Mentre marciavano attraverso il deserto per attaccare Moab da sud, i tre sovrani temettero per i loro eserciti rimasti senza acqua. Poiché Giosafat aveva suggerito di consultare un profeta di Yahweh, insieme i tre alleati si recarono a trovare Eliseo.
In un primo momento, l’uomo di Dio non volle avere niente a che fare con Ioram, per l’appoggio che i suoi genitori, Acab e Gezabele, avevano dato ai profeti pagani di Baal.
Tuttavia, per rispetto del re di Giuda, che certo era più fedele al culto di Yahweh, Eliseo acconsentì infine ad aiutarli. Il profeta fece dunque chiamare un musico e «mentre il suonatore arpeggiava, cantando, la mano del Signore fu sopra Eliseo» (2 Re 3,15). Eliseo trasmise un oracolo, promettendo che l’acqua sarebbe affiorata nel deserto e che Israele avrebbe conquistato i Moabiti. Il giorno seguente, infatti, acqua in abbondanza inondò la regione; da principio, la campagna ebbe successo. Ma, di fronte alla sconfitta, Mesa sacrificò il figlio primogenito sulle mura della città. I Moabiti videro nel terribile sacrificio un gesto di devozione al loro dio Camos, la cui ira si sarebbe scatenata contro gli aggressori. Gli Israeliti, temendo la furia del dio dei Moabiti, si ritirarono dal loro territorio.
Qualche tempo dopo, portando a termine una missione che Dio aveva originariamente affidato a Elia sul monte Oreb, Eliseo – si dice – provocò due rivoluzioni politiche, una in Siria e l’altra in Israele. La rivoluzione siriana cominciò quando Eliseo rivelò a Cazael, eminente ministro del re Ben-Adad, che il suo signore sarebbe presto morto e che lui sarebbe diventato «re di Aram» (2 Re 8,13). Immediatamente Cazael si adoperò per la pronta realizzazione di quella profezia, uccidendo re Ben-Adad e usurpando il trono.
La seconda rivoluzione avvenne dopo che Cazael aveva iniziato a portare i suoi attacchi contro il regno del Nord. Dopo una battaglia nella quale re Ioram fu ferito e costretto a cedere, Eliseo mandò segretamente uno dei figli dei profeti da Ieu, un comandante delle truppe israelite, a versargli un’ampolla di olio sul capo recitando le parole: «Dice il Signore: Ti ungo re su Israele» (2 Re 9,3). Quando il gesto compiuto dall’inviato di Eliseo fu reso noto, gli altri generali entusiasti acclamarono Ieu sovrano di Israele. Subito dopo questo avvenimento, in rapida successione, Ioram fu  assassinato, sua madre Gezabele venne gettata da un’alta finestra e il suo corpo fu straziato dai cani, e altri 70 tra figli o nipoti di Acab furono uccisi.
Eliseo visse a lungo, forse fino a 80 o 90 anni, e il suo ministero si protrasse fino agli inizi dell’VIII secolo a.C. Si racconta che i suoi poteri fossero rimasti intatti anche sul letto di morte. Andando a trovare l’anziano ma sempre battagliero profeta, re Ioas di Israele esclamò: «Padre mio, padre mio, carro di Israele e sua cavalleria!» (2 Re 13,14), ripetendo le esatte parole che Eliseo aveva  pronunciato quando il suo maestro Elia era stato rapito in cielo. Eliseo, però, non sfuggì al fato della mortalità com’era accaduto al suo predecessore; la sua morte, comunque, non diminuì il potere delle sue parole ne scalfì la santità della sua persona. Mentre stava per spirare, Eliseo predisse al re israelita il futuro andamento del suo conflitto con la Siria.
L’ultimo miracolo di Eliseo che ci viene tramandato fu forse anche il più impressionante, dal momento che avvenne dopo la sua morte: un corteo funebre che passava vicino alla sua tomba fu attaccato da razziatori moabiti. I partecipanti al corteo, presi dal panico, gettarono la salma che stavano portando sul sepolcro più vicino che, per caso, era proprio quello di Eliseo. Quando il cadavere venne a contatto con le ossa di Eliseo, fu come se la vita prorompesse dal profeta. Si racconta che l’uomo risuscitò e si alzò in piedi. Il profeta fu un donatore di vita sino alla fine e ancora oltre.

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