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OMELIA: 1° DOMENICA DI AVVENTO – “TU SEI NOSTRO PADRE!”

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OMELIA: 1° DOMENICA DI AVVENTO – “TU SEI NOSTRO PADRE!”

«Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani». Questa affermazione del profeta Isaia tratteggia bene la situazione del cristiano che, ogni anno, si ritrova a vivere un nuovo anno liturgico…

Letture:
Isaia 63, 16 – 64, 7
1 Corinzi 1, 3-9
Marco 13, 33-37

«Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani» (Is 64,7).
Questa affermazione del profeta Isaia, che ascolteremo nella prima lettura, tratteggia bene la situazione del cristiano che, ogni anno, si ritrova a vivere un nuovo anno liturgico, ritmato dalla vita e dal vangelo di Gesù: vita e vangelo che devono modellare l’esistenza stessa del cristiano.
Siamo chiamati a diventare noi «vangelo», attraverso l’accoglienza e l’adesione a questo mistero. Accoglienza e adesione che cominciano da una certezza: «Signore, tu sei nostro padre». Certezza di essere, dunque, figli amati, creati, modellati e plasmati da lui: «noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani».
Che meraviglia, che stupore sapere di essere in queste mani! Che gioia e che forza ci dovrebbe comunicare questa affermazione!
Iniziando così l’Avvento, credo che sia più facile fare nostro il grido di questo tempo liturgico: «Maranatha, Vieni Signore Gesù»; un grido che è certezza di una presenza, speranza di una pienezza di vita con lui. Maranatha! Maranatha!Il cristiano sa che il Signore è presente e non abbandona nessuno.
Il profeta Isaia, nella sua riflessione, parla con Dio e più volte gli racconta come vanno le cose: male. “Il nostro cammino è un vagare lontano dalle tue vie, dice Isaia parlando a nome di tutto il popolo; abbiamo peccato contro di te e siamo stati ribelli; le nostre azioni sono come panno immondo, siamo avvizziti come foglie secche, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento; abbiamo sbagliato e tu ci hai lasciato in balia delle nostre iniquità”.
Di fronte a questa realtà, Isaia ricorda il passato: non è sempre stato così, ci fu un tempo in cui il Signore compiva per il popolo cose terribili, apriva la strada davanti ai nemici…
Isaia, ricordando il passato, invoca il Signore e gli dice: torna da noi. È curioso l’argomento che il profeta usa per convincere il Signore; non dice, per esempio: abbiamo capito il nostro errore e non lo rifaremo più; oppure: adesso ci impegniamo, siamo migliorati. Non fa leva sulla propria determinazione a cambiare, ma sui sentimenti di Dio: «Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani».
La salvezza è proprio questa: la fedeltà di Dio! Dunque proprio questo brano ci aiuta a capire l’invito di Gesù del vangelo a vegliare, a non spegnere in noi l’attesa; Isaia ci ricorda che Colui che attendiamo non è uno sconosciuto: già l’abbiamo incontrato, già si è preso cura di noi, già ci ha manifestato il suo amore e la sua clemenza. Egli è fedele e non dimentica. Occorre qualificare l’attesa con la memoria, il ricordo di un Dio per noi e con noi sempre!
Un’attesa fatta di amore, di desiderio. Quanto desiderio c’è nel grido di Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». Quanto desiderio e speranza nel salmo di questa domenica: «Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi». Chi ama il Signore lo desidera; chi lo desidera lo attende; chi lo attende veglia, non si lascia andare.
Come vegliare? Cosa fare? Sono domande giuste, ma prima di tutto c’è un “chi” attendere. Se il nostro desiderio non è tutto per il Signore Gesù Cristo, personalmente amato, il fare ha poco significato.
Cari amici, in questa prima domenica di Avvento, la Parola ascoltata è una grande invocazione di speranza.
«Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». Non è un pio desiderio ma è l’invocazione di un dono che è già stato fatto. Gesù Cristo ha già squarciato i cieli ed è disceso perché nessuna situazione di disagio, di incertezza o di peccato fosse senza uscita. Egli ha vinto la morte. È questo il vero e ultimo desiderio di ogni uomo, la vocazione del cristiano: la risurrezione dei morti, l’ultima speranza dell’uomo.
L’Avvento, nella celebrazione dell’unico Mistero di salvezza ci fa riappropriare di quel culmine e di quella sorgente che è capace in sé di nutrire la fede, la speranza e la carità dei credenti e di rivelarli al mondo. È l’eucaristia che celebriamo e dalla quale anche la nostra fede, ora in questo momento viene nutrita.
Vieni Signore Gesù! Maranatha! «Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani». Vieni Signore Gesù! Maranatha!

ISAIA 25,6-10A – COMMENTO BIBLICO

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ISAIA 25,6-10A

6 Il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto di grasse vivande, per tutti i popoli, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati.
7 Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti. 8 Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; farà scomparire da tutto il paese la condizione disonorevole del suo popolo, poiché il Signore ha parlato.
9 E si dirà in quel giorno: « Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, 10 poiché la mano del Signore si poserà su questo monte ».

COMMENTO
Isaia 25,6-10
Il banchetto escatologico

Nella prima parte del libro di Isaia (Is 1-39), subito dopo gli oracoli contro le nazioni (cc. 13-23) e prima della seconda raccolta di poemi su Israele e su Giuda (cc. 28-35), si trova una sezione tardiva e piuttosto disorganica di oracoli chiamata «grande Apocalisse» (cc. 24-27) perché riguarda la fine del mondo e il giudizio finale. Al centro di questa raccolta si situa l’oracolo che preannunzia il banchetto degli ultimi tempi. Il testo si divide in tre parti: banchetto finale (v. 6); suoi scopi (vv. 7-8); risposta del popolo (vv. 9-10).
Il banchetto viene così descritto: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (v. 6). Il simbolismo del banchetto è noto nella Bibbia. Qui l’autore si riferisce anzitutto al banchetto dell’alleanza, che i capi di Israele avevano consumato sul monte Sinai al cospetto di JHWH (cfr. 24,9-11). In questo caso però il convito viene preparato direttamente da Dio. Anche qui il banchetto viene imbandito sulla montagna, che indica simbolicamente il luogo in cui Dio ha messo la sua dimora. Diversamente dal banchetto del Sinai però sono presenti qui non solo i rappresentanti di Israele, ma «tutte le nazioni»: l’alleanza escatologica non sarà più limitata a un solo popolo, ma si estenderà a tutta l’umanità, come era stata l’alleanza di Noè (cfr. Gen 9,9). La munificenza dei cibi serviti nel banchetto ne indica l’importanza decisiva nella storia della salvezza. Questo banchetto ricorda quello imbandito dalla Sapienza, al quale sono invitati tutti gli inesperti, senza differenza di religione o di nazionalità (cfr. Pr 9,1-6).
Nel corso del banchetto il Signore indica ai convitati, sotto forma di doni simbolici, gli scopi che intende perseguire. Essi sono quattro. Anzitutto Dio «strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti» (v. 7). Sul monte avviene dunque una nuova rivelazione, analoga a quella che aveva avuto luogo sul Sinai. I protagonisti saranno tutti i popoli (‘ammîm, gôjîm). Non si tratta evidentemente della rivelazione di dottrine astratte, ma di un’esperienza personale di Dio messa alla portata di tutti. In secondo luogo «eliminerà la morte per sempre» (v. 8a). Secondo la Genesi la morte era stata la prima conseguenza del peccato di Adamo (cfr. Gen 3,19). Non si tratta però semplicemente della morte fisica, ma della lontananza da Dio che la morte fisica simboleggia e consacra. Nel banchetto sarà assicurata la vita in quanto comunione con Dio, senza precisazioni circa la morte fisica.
Oltre a cancellare per sempre la morte, «il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto» (v. 8b). Anche la sofferenza, di qualunque tipo essa sia, fa parte del triste connubio tra peccato e morte. Per questo nel banchetto finale anch’essa verrà eliminata per sempre. Infine «farà scomparire la condizione disonorevole del suo popolo da tutto il paese poiché il Signore ha parlato» (v. 8c). Nonostante la sua ampiezza universale, la profezia non trascura il posto speciale che spetta a Israele nel piano salvifico di Dio. In un universo rinnovato, anche il popolo di Dio verrà restaurato nella sua terra e sarà liberato dalla sua condizione disonorevole, che consiste nella sottomissione alle potenze straniere. La promessa termina con un riferimento alla parola di JHWH che ne garantisce il compimento.
Alla promessa fatta da Dio per mezzo del profeta il popolo reagisce con un piccolo inno di lode che verrà pronunziato «in quel giorno», cioè quando le promesse si saranno realizzate: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza (v. 9). In questa preghiera predomina la speranza in una salvezza che può venire solo dal Signore. Il popolo esprime la sua fede nella parola di JHWH e aspetta solo da lui l’eliminazioni di quei mali che gli impediscono di godere fino in fondo della sua comunione.
Il testo termina con queste parole: «Poiché la mano del Signore si poserà su questo monte» (v. 10). Questa conclusione si ricollega con la frase iniziale. La «mano del Signore» rappresenta la sua potenza che gli permette di intervenire in modo efficace negli eventi di questo mondo. Ma questa potenza non si esercita più nella guerra contro i suoi nemici, bensì nella riconciliazione di tutte le nazioni con lui e tra di loro.

Linee interpretative
Il pasto sacro significa nella Bibbia la comunione che si instaura tra Dio e i presenti, i quali sperimentano al tempo stesso una profonda comunione reciproca. L’esperienza che il popolo aveva fatto nel convito dell’alleanza ai piedi della santa montagna era stata tenuta viva lungo i secoli dai banchetti sacri che accompagnavano i sacrifici di comunione. In questo contesto sorge l’attesa del banchetto escatologico che rappresenta lo scopo a cui tende tutta la storia della salvezza. Questo banchetto assume una dimensione universale. Se è vero che Dio ha fatto un’alleanza con il popolo di Israele e si è manifestato ad esso in un modo speciale, è pur vero che Egli non fa preferenza di persone e intende elargire la sua salvezza a tutta l’umanità. Il dono di una salvezza universale viene proiettato agli inizi della storia, cioè al momento della creazione, e poi al momento finale, in cui tutte le promesse si compiranno. Questa visione escatologica non deve però essere presa in senso temporale: l’intervento di Dio all’inizio e alla fine indica, come sottolinea il banchetto della Sapienza, il costante agire di Dio nella storia per la salvezza di tutti. In questo contesto il particolarismo che affiora spesso in Israele può essere considerato come un incidente di percorso.
La salvezza prospettata nella profezia del banchetto escatologico ha come primo effetto una pace duratura che consiste non solo nell’assenza di guerra, ma anche e soprattutto in rapporti nuovi tra le persone. Essa comporta l’eliminazione della sofferenza e della morte, cioè una vita piena, liberata da tutti i condizionamenti fisici e morali. La salvezza è dunque essenzialmente una dimensione dello spirito, che però si espande alla vita associata, producendo progresso e sviluppo a tutti i livelli. Uno degli aspetti più importanti del messaggio biblico consiste nel saper unificare la dimensione spirituale con quella materiale dell’esistenza umana. La salvezza è dunque un bene prettamente terreno, anche se il suo compimento viene rimandato simbolicamente al momento finale della storia, in un mondo nuovo che allora verrà creato da Dio ad analogia del paradiso terrestre da cui i primi progenitori erano stati allontanati.

OMELIA ISAIA 5, 1-7 IL CANTO DELL’AMORE DELUSO

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OMELIA ISAIA 5, 1-7

DON MARCO PRATESI

IL CANTO DELL’AMORE DELUSO

Nel famoso « canto d’amore » di Isaia ci sono due insistenze. La prima è sulla concretezza. La parola « fare » ricorre sette volte: « aspettava che facesse uva, e fece agresto » (v. 2); « che cosa dovevo fare ancora che io non abbia fatto? Perché, mentre mi aspettavo che facesse uva, essa ha fatto agresto? » (v. 4). « Ora voglio rendervi noto ciò che sto per fare alla mia vigna » (v. 5). Qui c’è un fare di Dio – la sua cura per la vigna -, al quale non corrisponde il fare da parte della vigna, ossia il suo frutto. A questo mancato rendimento segue un nuovo fare di Dio, che questa volta è punizione.
La seconda insistenza è sull’aspettativa, la speranza che il vignaiolo nutriva nei confronti della vigna, andata delusa (vv. 2 e 4), che è esplicitata nel v. 7: « aspettava diritto ed ecco oppressione; giustizia, ed ecco grida ».
Si tratta dunque di un canto d’amore, ma di un amore molto concreto, che non chiede tanto lo slancio del sentimento quanto la concretezza della risposta. In origine il canto non doveva essere necessariamente legato a quanto gli segue nell’attuale testo del libro di Isaia. Se ci limitiamo ad esso, i frutti che il Signore si aspetta sono « diritto e giustizia », coppia classica nei profeti (cf. per esempio Is 9,6; 28,17; 32,16; 33,5; 54,17; 56,1; 58,2; 59,9). Se poi leggiamo anche il seguito, ci troviamo una serie di sei « guai! » che precisa ulteriormente quei cattivi frutti che la vigna ha prodotto: arricchimento sfrenato (8-10); vita gaudente (11-17); cinismo e scetticismo (18-19); pervertimento del giudizio morale (20); idolatria della propria intelligenza (21); corruzione del potere (22-23). Il quadro è impressionante, anche per la sua prossimità alla situazione attuale.
Il brano ci mette di fronte all’amore di Dio in un modo scomodo. Si dice, giustamente, che l’amore di Dio è gratuito; ma si deve anche dire che esso richiede il contraccambio. Certo, non si tratta di un do ut des; ma l’amore chiede risposta, vuole reciprocità. C’è nell’amore una insopprimibile dimensione di « speranza »: chi ama aspetta qualcosa dall’altro, spera qualcosa. Occorre un discernimento sapiente per saggiare la qualità di queste attese, ma chi ama sogna sempre che l’amore produca qualcosa, che porti un frutto.
Isaia ci ricorda che la perfezione dell’amore è l’opera, il comportamento concreto. Non che l’aspetto soggettivo sia irrilevante, poiché anzi in esso sta la radice; ma quanto sta dentro è reale solo se si fa anche esteriore, il sentimento è vero solo se si fa azione. Esiste anche l’alienazione sentimentalistica dell’amore. L’amore autentico connaturalizza al bene amato, cioè trasforma nel bene che attrae. A partire dall’attrazione, si mette in moto un processo di adattamento, che tende appunto a infondere in colui che ama alcune caratteristiche di quanto ama, creando una consonanza sempre maggiore. Se tale processo non si attiva, si può seriamente dubitare della qualità di un tale amore. È una risposta che non può soddisfare questo vignaiolo innamorato, che tutto fa – anche reagire in malo modo – pur di raccogliere dalle viti della nostra vita grappoli maturi e dolci.

LA GIUSTIZIA CHE SALVA (EZ 18,25-28)

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LA GIUSTIZIA CHE SALVA (EZ 18,25-28)

Posted on 27 settembre 2011

25 Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore.
Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? 26 Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa. 27 E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. 28 Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà.

Riflessione

Pace a voi tutti fratelli e sorelle nel Signore Gesù. Vorrei porre sotto la vostra attenzione un passo del libro del profeta Ezechiele, che tra l’altro animò la liturgia di domenica scorsa 25/09/2011. Ezechiele esercitò il suo ministero all’in circa verso 597 fino al 573 a. C. In un primo tempo operò a Gerusalemme nel tempio fino a che nel 587 fu esiliato a Babilonia, dove completò la sua opera profetica. In questo periodo così difficile e triste per Israele Ezechiele in modo energico e senza indugio confortò il suo popolo ricordandogli che Jahvè non l’avrebbe abbandonato nelle mani degli opressori mi li avrebbe liberati e ricondotti nella loro terra santa. Tuttavia negli oracoli di questo grande profeta non mancano le denuncie e le proteste verso l’infedeltà e la mancanza di fede da parte del popolo eletto. Nel passo in questione vengono fuori non pochi aspetti da illuminare tutt’ora anche la nostra vita, infatti se ci fate caso al verso 25 c’è una provocazione da parte di Dio verso i suoi servi, Dio si immedesima, si cala nel modo in cui l’uomo ragiona tra sè, in questo caso si vede che da parte del polo alcuni erano sfiduciati e pensavano che la condotta di Dio non fosse corretta poichè restava apparentemente inerme al loro sconforto e dolore, ma proprio in quel momento (Questa e’ una peculiarita’ della Rivelazione nell’AT) Dio proprio come un Padre con il proprio figlio interviene e li rimprovera poichè è un Padre giusto, ma al contempo li conforta e li assicura la sua Benedizone. Infatti al verso 26 Dio dice chiaramente che chi commette iniquità sarà punito e dovrà passare inevitabilmente per la sua Giustizia che al confronto della giustizia umana che distrugge, essa edifica e salva! Ma come emerge dai versetti 27 e 28 è necessario il pentimento, il ravvedimento, “uno spirito e un cuore contrito”, affinchè Dio possa operare e così salvare le loro vite. Bene miei cari quante volte anche noi in determinati momenti della nostra vita pensiamo che Dio sia ingiusto e indifferente alla nostra sofferenza? Beh soggettivamenhte parlando a me è capitato spesso e spesso altrettanto mi sono ricreduto. Perchè ritengo che spesso siamo noi a sbagliare a dimenticarci di Lui e del suo Eterno Amore per noi tutti! In ultimo vi esorto a gettare su di Lui tutte le vostre sofferenze e incomprensioni, poichè statene certi che Dio non tarderà a rispondervi.

Preghiera
Signore Iddio Padre santo, ti prego affinchè tu possa modellare sempre più il mio cuore e quello di tutti i fratelli e sorelle che mi hai donato, affinchè guidati dal tuo Spirito e dalla tua Parola possiamo sempre più evitare il male e compiere il bene. Te lo chiedo nel Nome del tuo Figliolo Gesù Cristo Signore della Vita e della Morte. Amen

ISAIA 55,6-9 – (prima lettura di domenica, commento biblico)

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ISAIA 55,6-9

6 Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. 7 L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona.
8 Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie — oracolo del Signore. 9 Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

COMMENTO
Isaia 55,6-9
La ricerca di Dio
Nella seconda parte del libro di Isaia (Is 40-55), opera di un profeta anonimo chiamato Deuteroisaia, si preannunzia e si prepara il ritorno nella loro terra dei giudei esiliati in Babilonia (538 a.C.). La sezione inizia con l’evocazione di una grande strada che si apre nel deserto, lungo la quale gli esuli si incamminano sotto la guida di Dio (Is 40), e termina con un poema nel quale si riafferma la fedeltà di Dio che porterà a compimento tutte le sue promesse (Is 55). Quest’ultimo capitolo si divide in tre parti: 1) il rinnovamento dell’alleanza davidica (vv. 1-5); 2) l’efficacia della parola di JHWH (vv. 6-11); 3) Rinnovamento di tutte le cose (vv. 12-13). Il testo liturgico riprende la prima metà della seconda parte di questo capitolo. Essa inizia con un’esortazione generale alla ricerca di Dio (v. 6), che diventa poi un invito alla conversione (v. 7), seguito da una motivazione di carattere teologico (vv. 8-9).
Il testo liturgico inizia con queste parole: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino» (v. 6). Il tema del «ricercare» (darash) Dio nasce dalla consuetudine diffusa in tutte le religioni di visitare il santuario di una divinità per poterla incontrare nella statua che la rappresenta e ottenere da essa doni e grazie. L’incontro con la statua era l’occasione di una forte esperienza religiosa. Anche in Israele il termine indicava originariamente la visita al santuario di JHWH per richiedere una responso per mezzo di un oracolo (cfr. Dt 17,9;). Il termine assume però altre connotazioni, quali l’essere fedeli a Dio (cfr. Os 10,12; Am 5,4.6; Is 9,12), pregarlo (cfr. Sal 69,23-24; 105,4), compiere la sua volontà (cfr. Is 31,1; Ger 10,21). In questo contesto l’invito a ricercare Dio è parallelo a quello di invocarlo e ha come motivazione il fatto che egli si fa trovare, è vicino. Rivolto agli esuli, questo invito ha lo scopo di renderli attenti alla presenza di Dio nella storia e disponibili lasciarsi coinvolgere nella sua azione, che sta per configurarsi in un intervento risolutivo a loro favore, la liberazione e il ritorno nella loro terra.
L’esigenza di cercare Dio comporta quindi un impegno preciso: «L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona» (v. 7). Il termine «empio» (rasha‘), in parallelismo con «uomo iniquo» (îsh awen) indica colui che non si preoccupa di compiere il volere di Dio nella sua vita quotidiana. In questo contesto indica quei giudei che si erano stabiliti nella terra d’esilio integrandosi nella società in cui si trovavano senza più pensare alla possibilità di un ritorno nella loro terra. L’empio e l’iniquo sono invitati ad abbandonare rispettivamente la loro via e i loro pensieri. Per la legge del parallelismo i due termini sono equivalenti; ma le «vie» sono piuttosto i comportamenti pratici, mentre «pensieri» indicano più direttamente i propositi e i progetti che ne sono la causa. Secondo la mentalità biblica pensieri e azione sono intimamente collegati: per trasformare la prassi è indispensabile mutare la mentalità, il cuore delle persone. Positivamente l’empio è invitato a «ritornare» (shûb) a Dio. Questo verbo indica la «conversione», che consiste in un cambiamento di rotta per ritornare sul proprio cammino e incontrare nuovamente JHWH. Per colui che è andato fuori strada non è facile convertirsi, soprattutto se sussiste l’immagine di un Dio vendicativo e crudele. Perciò il profeta sottolinea che JHWH è un Dio misericordioso e disponibile al perdono. Per colui che si è allontanato un gesto radicale di cambiamento è possibile solo se è sicuro di ottenere il perdono.
Per cogliere fino in fondo la misericordia infinita di Dio bisogna superare la tendenza spontanea a immaginare Dio con categorie umane. È questo il problema di ogni pratica religiosa. Il profeta lo affronta in questi termini: «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (vv. 8-9). Anche Dio ha i suoi pensieri e le sue vie, ma sia gli uni che le altre sono totalmente diversi da quelli dell’uomo. I pensieri di Dio sono i suoi progetti in favore del cosmo e dell’uomo. Le sue vie sono i suoi interventi nella storia. Ciò che Dio pensa e per cui agisce è solo la salvezza del suo popolo e in prospettiva di tutta l’umanità. I pensieri e le vie di Dio non solo sono diversi, ma «sovrastano» quelli dell’uomo, sono più alti di essi come è più alto il cielo rispetto alla terra. I piani di Dio sono quindi sconosciuti all’uomo, e questo non solo perché Dio è un Dio misterioso (cfr Is 45,15), ma anche e soprattutto perché l’uomo è rivolto alle cose che gli interessano, mentre Dio cerca il vero bene di tutti. Dio progetta e dirige la storia in un modo superiore e sovrano. L’esilio e il ritorno lo rivelano a quelli che sanno comprendere.

Linee interpretative
In questo testo il Deuterosisaia presenta Dio da una parte come Colui che è immensamente superiore all’uomo, che ha pensieri e comportamenti diametralmente opposti ai suoi. D’altra parte però lo presenta anche come Colui che è vicino e si lascia trovare dall’uomo. In forza della sua trascendenza, Dio non può essere definito, perché inevitabilmente sarebbe ridotto a categorie umane. Di lui si può dire con più sicurezza quello che non è che non quello che è. Tutto quanto si dice di Lui non può essere che una metafora, un’analogia totalmente inadeguata al suo vero essere. Tuttavia questo Dio inaccessibile si fa vicino all’uomo e gli parla attraverso gli eventi della storia, interpretati dai suoi profeti. Costoro sono persone che hanno una percezione più diretta e immediata del divino così come si manifesta nel mondo e nella storia. La loro parola è luce e guida per tutto il popolo, specialmente nei momenti più cruciali, come è quello del ritorno dall’esilio. Coloro a cui si rivolgono devono ascoltarli: ciò non li esime però da una ricerca personale, senza della quale non potranno discernere i veri dai falsi profeti.
Nel contesto biblico la ricerca di Dio non consiste in una riflessione astratta circa la sua natura e i suoi attributi, ma piuttosto in una «conversione» vissuta, che si esplica nell’impegno quotidiano per vivere secondo i suoi comandamenti. Nella prospettiva profetica questi non coincidono con le numerose prescrizioni della legge mosaica, ma in quello che ne è il fondamento, il decalogo. L’empio non è colui che rifiuta a Dio gesti esterni di culto, ma colui che gli nega il vero sacrificio di lode. Per trovare Dio gli israeliti devono anzitutto instaurare rapporti autentici di giustizia e di solidarietà tra di loro. L’amore del prossimo, mediante il quale si ricostituisce l’unità del popolo, sta alla base di una vera conversione e rappresenta il primo effetto dell’intervento di Dio e la condizione indispensabile perché esso giunga a compimento.

LO SFOGO DI GEREMIA – GER.20,7-18

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LO SFOGO DI GEREMIA – GER.20,7-18

Dal libro del profeta Geremia (20,7-18)
7) Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me.
8) Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: «Violenza! Oppressione!».
Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. 9) Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!».
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.
10) ‘Sentivo le insinuazioni di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo e lo denunceremo». Tutti i miei amici spiavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta».
11) “Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori
cadranno e non potranno prevalere; saranno molto confusi perché non riusciranno, la loro vergogna sarà eterna e incancellabile.
12) Signore degli eserciti, che provi il giusto e scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di essi; poiché a te ho affidato la mia causa!
13) Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori. 14) Maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto.
15) Maledetto l’uomo che portò la notizia a mio padre, dicendo: «Ti è nato un figlio maschio», colmandolo di gioia.
16) Quell’uomo sia come le città che il Signore ha demolito senza compassione.
Ascolti grida al mattino e rumori di guerra a mezzogiorno,
17) perché non mi fece morire nel grembo materno; mia madre sarebbe stata la mia tomba e il suo grembo gravido per sempre.
18) Perché mai sono uscito dal seno materno per vedere tormenti e dolore
e per finire i miei giorni nella vergogna?

Ambientazione
•Il profeta Geremia nasce attorno al 650 a.C., poiché era un figlio tanto atteso, gli venne dato il nome di Géremia che significa: «Jahvè ha liberato il grembo». Nel 626 a.C. il giovane impacciato e timido riceve la vocazione profetica che lo inserisce nel mondo turbolento della vita sociale e religiosa.
•Nel suo libro troviamo alcuni capitoli che ci descrivono il suo dramma interiore, una specie di «confessione» che ci rivela una personalità sensibilissima e fortemente emotiva le cui espressioni sfiorano talvolta l’imprecazione della disperazione.
•Egli vive il dramma di una persona affezionata alla sua patria, alla sua religione, alla vita semplice e pulita, mentre si vede costretto dalla sua missione a fare la voce della Cassandra, ad essere scomunicato, perseguitato dai suoi stessi concittadini e denunciato perfino da amici e parenti. Egli fu chiamato a rinunciare perfino ad una famiglia propria, a vivere da solitario circondato di odio, quasi maledetto da Dio. La sua vita è un segno di contraddizione, tanto che perfino la sua vocazione subisce una profonda crisi contrassegnata da un’estenuante ricerca del perché. Perché Dio comanda ad un uomo di dire cose che nessuno vuole ascoltare? Perché gli empi prosperano e perché i traditori sono tranquilli?
•Il brano che ci viene proposto segue la carcerazione durante la quale Geremia era stato flagellato e tenuto prigioniero legato ai ceppi in prigione. Uscendo, lancia la sua terribile invettiva contro il sacerdote del tempio che lo aveva fatto imprigionare, ma subito dopo accusa anche il Signore di averlo sedotto e maledice il giorno della propria nascita!

La struttura del brano
— Confessione – denuncia contro Dio seduttore (vv. 7-8);
— Descrizione del tormento interiore (v. 9);
— Motivo dello sconforto ed esaudimento della supplica (vv.10-13);
— Maledizione del giorno della propria nascita (vv. 14-18).

I dettagli del racconto
— Confessione – denuncia contro Dio seduttore (vv. 7-8) v. 7: Dio si è comportato con Geremia come un uomo che inganna una donna attraendola per impadronirsi di lei e possederla. Rasentando la bestemmia, il profeta accusa Dio di vigliaccheria, per averlo attratto con inganno facendogli credere una cosa per l’altra! E dopo essersi fidato del Signore egli si trova disilluso. Il ministero profetico gli ha portato solo obbrobrio e disprezzo, come conseguenza degli annunci e della predicazione. Coloro che lo sentono se ne fanno beffe.
v. 8: Le grida del profeta: «Violenza ed oppressione», sono l’equivalente del nostro: «Aiuto!». La missione profetica gli ha creato nemici dai quali il profeta sembra di non essere in grado di difendersi da solo e per questo ogni giorno è costretto a chiedere aiuto.
— Descrizione del tormento interiore (v. 9)
v. 9: La tentazione di rinunciare è fortissima. Anche il profeta giunge alla decisione di non profetizzare più, ossia di rinunciare ad obbedire al Signore. Tuttavia, la Parola di Dio accolta nel suo cuore sprigiona un fuoco incontenibile che tocca ogni fibra del suo essere (= ossa) e che brucia ogni determinazione, anche la più risoluta. La Parola di Dio appare un incendio incontenibile.
— Motivo dello sconforto ed esaudimento della supplica (vv.10-13)
v. 10: Con linguaggio simile a quello dei salmi di lamentazione il profeta descrive anzitutto la congiura scatenata contro di lui, facendo terra bruciata. L’attesa di coloro che attendono una denuncia qualsiasi per scatenarsi ed accanirsi a loro volta. Perfino gli amici lo hanno abbandonato e spiano la sua vita in attesa di vederlo cadere in disgrazia per approfittare della sua debolezza e vendicarsi.
v. 11: Pur nella convinzione di essere stato sedotto da Dio, il profeta sa di non essere da lui abbandonato e vede già la sconfitta di coloro che lo perseguitano. Saranno essi a cadere, a patire la confusione e a subire una vergogna incancellabile.
V.12: Dopo aver rinfacciato a Dio la sua slealtà, ora il profeta lo invoca quale giudice e vendicatore dei giusti.
V.13: Rifacendosi alle prove già superate in passato il profeta invita i suoi lettori a lodare Dio perché lo ha liberato dalle mani dei malfattori, donandoci in questo modo una magnifica preghiera di lamento, di fiducia e di ringraziamento che al di là delle espressioni formali ci permette di sondare le angosce interiori del vero profeta.
— Maledizione del giorno della propria nascita (vv. 14-18)
v. 14: La pausa di refrigerio apportata dalla preghiera non lenisce la profonda ferita; la sofferenza e lo spasimo non accennano a diminuire, forse acuite anche in prossimità dell’ormai inevitabile catastrofe nazionale contro la quale aveva tenacemente ma inutilmente combattuto. Di fronte a tanta amarezza, il profeta preferirebbe non essere mai nato e nella sua esacerbazione maledice il giorno della propria nascita.
vv. 15-18: Nella maledizione del giorno della nascita il profeta coinvolge anche l’uomo, che secondo le usanze del tempo, portava al padre del nascituro l’annuncio dell’avvenimento. L’uomo che portò a suo padre Chelkia trepidante la sospirata buona novella (in ebraico suona come «evangelo») di un maschio continuatore della stirpe paterna, viene maledetto al pari di una città distrutta e fumante, come tante di quelle che gli eserciti di Nabucodonosor lasciavano dietro di sé nella loro temibile avanzata.
In questa riflessione emerge perfino il rammarico di non essere stato soffocato dalle levatrici prima ancora di uscire dal grembo materno e di non aver avuto in esso la propria bara! La vita del profeta trova qui una sintesi drammatica: dalla nascita alla morte, un’intera esistenza condotta fra dolori, tormenti e vergogna!

La parola chiave
La parola chiave di questo brano potrebbe essere colta nel versetto 9, dove il profeta rivela il suo dramma interiore. Egli si sente diviso tra il desiderio di non pensare più al Signore e l’amore insopprimibile verso di lui: «Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».

Che cosa dice di Dio
•Il Signore entrando nella vita di Geremia la sconvolge. Lo
chiama ad una vocazione senza avvisarlo circa quello che in-contrerà nell’esplicare la sua missione. E il profeta accetta di vivere con fedeltà anche una missione scomoda. Quando il Signore chiama non è tenuto a spiegarsi e a rivelarci tutti i suoi piani. Cosicché il rapporto di chi è chiamato con lui è sempre di obbedienza, mai invece concordato: il capostipite di questa tipologia religiosa è nientemeno che Abramo.
•Per il fatto di attirare a sé il profeta per affidargli una missione che lo fa soffrire e che talvolta lo lascia solo, Dio viene descritto con l’immagine ardita del seduttore e in altre occasioni viene chiamato addirittura: «torrente infido». Agli occhi del profeta Dio appare inaffidabile, proprio come dichiara il serpente nel racconto del peccato originale.
•Pare essere soprattutto la debolezza della Parola di Dio il vero motivo della sofferenza del profeta. Egli deve pronunciare oracoli, deve richiamare alla fede persone che non vogliono ascoltare la Parola di Dio, cosicché il profeta si trova con una minaccia che non scuote le coscienze, con una parola che non incute né timore né rispetto. Quella parola che aveva fatto breccia in modo così violento nel suo cuore, sembra una freccia spuntata quando viene rivolta all’uditorio e ai fedeli in genere. Dio, che chiede obbedienza e sacrificio dal suo profeta, sembra rivelarsi quasi incapace di difenderlo nelle insidie.

Che cosa dice di Geremia e di noi
•Il profeta obbediente non teme di gridare la propria delusione sul comportamento «inaffidabile» di Dio. E’ importante sottolineare la crisi del profeta. Forte ed intensa appare la sua preghiera-accusa nei confronti di Dio. Geremia che aveva accettato la missione e che ad essa aveva legato tutta la sua vita, con altrettanta franchezza e libertà apostrofa Dio. Anzi gli rivela perfino la sua decisione di non pensare più a lui e, solo perché incapace di attuare la sua decisione, ritorna sui suoi passi. E bella questa preghiera schietta e libera, che lo fa sentire vicino ad ogni persona che vive un rapporto difficile con Dio.
•L’ acme della crisi arriva al «tedium vitae» che sfocia nella disperazione, quando il profeta dichiara che avrebbe preferito non essere mai nato e maledice il giorno in cui egli vide la luce. L’obbedienza a Dio gli ha fatto perdere il gusto di vivere, quasi anticipo di quella terribile agonia nell’orto del Getsemani. Tuttavia, mentre il Signore Gesù cammina sereno verso Gerusalemme e la sua passione, il profeta sembra sperimentare solo l’amarezza e la fatica dell’obbedienza.
•La preghiera esprime bene la fiducia nel Dio vendicatore, ma sembra fermarsi lì: all’autore resta la magra consolazione di vedere che Dio rende giustizia dei suoi nemici, ma non gli restituisce la gioia di vivere. In tutto ciò questa pagina di Geremia descrive una vicenda in cui la fede obbedienziale appare la porta stretta da valicare, la strada in salita da percorrere, ed in ogni caso tutt’altro che una relazione consolatoria.

Riflessioni
•La pagina di Geremia riguarda innanzitutto coloro che nella Chiesa, oggi, hanno il compito di predicare. Importa ricordarlo anche ai fedeli, affinché possano comprendere le eventuali crisi vocazionali. Questa pagina, infatti, sembra dire che il sacerdote, lungi dall’essere protetto, talvolta è invece esposto alla crisi non da motivazioni esterne, ma anzitutto dalla stessa dinamica della sua missione, che lo espone
all’incomprensione, alla delusione alla tentazione di non pensare più a Dio. Si era impegnato a servire il Signore, fidandosi di lui. E ad un tratto si accorge che quella Parola è debole, non ha il successo assicurato, viene contestata, non ha il potere di compiere miracoli e di cambiare le situazioni. La gente un po’ lo ascolta, e un po’ lo deride, non tiene conto della sua predicazione, lasciandolo deluso e frustrato.

L’esperienza di Geremia non riguarda solamente coloro che hanno una missione simile a quella del profeta, ma riguarda anche tutti coloro che accettano la parola del Signore, che si fidano e che poi si trovano delusi da un Dio seduttore.
Capita dunque anche a noi.
Pensiamo a coloro che accolgono la yocazione alla paternità e alla maternità con chiara motivazione cristiana e poi sperimentano l’insufficienza del loro esempio, l’abbandono di Dio, il tra-viamento dei figli. Dov’è, si chiedono, la potenza della fede?
A che giova l’aver seguito gli insegnamenti della Chiesa?

•Impariamo che, se talvolta la parola del Signore è consolatrice, e lenisce i nostri guai, tante altre volte essa assomiglia ad una spada a doppio taglio che penetra nel nostro cuore e nella nostra vita. A Dio si viene dunque primariamente perché è Dio e non per cercare consolazioni improbabili e comunque non garantite.
La sofferenza ha purificato la fede del profeta. Questa purifica anche la nostra, perché il dramma del profeta non sta tanto nel sentirsi tradito da Dio, quanto piuttosto nel sentirsi attratto ed innamorato da un Dio che lo seduce e poi lo fa soffrire.
Egli non riesce a dimenticare questo Dio, che diventa per lui un tormento.
•Queste confessioni di Geremia ci richiamano infine alla debolezza della Parola incarnata, alla debolezza di Betlemme e del Golgota. Un richiamo che non ci convince mai pienamente e la tentazione è sempre pronta ad affacciarsi provocandoci: perché il Signore non distrugge i nemici, perché non dà alla sua Chiesa la forza, la gloria, le possibilità economiche, le possibilità di avere successo nei mass media? Perché i cristiani debbono lottare contro difficoltà di ogni tipo?
Gesù risponde: Perché in questo modo io ho rivelato il Padre. Questa debolezza è una caratteristica del ministero della missione ed è espressa molto bene nella realtà più povera e più inerme che ci sia: l’Eucaristia. Non c’è nulla di più debole, di più incapace ad agire, di più passivo del pane, del vino, dell’Eucaristia; eppure in essa Dio compie il massimo della rivelazione del suo amore.
Scrive il Cardinale Martini: «Forse non ci basterà una vita per comprendere appieno la lezione; noi tendiamo ad attribuire al nostro ministero e alla Chiesa un certo prestigio e potere mondano: certamente il Signore ci darà delle soddisfazioni umane, ma dobbiamo sapere che la Chiesa è maggiormente se stessa là dove è più simile al Cristo di Betlemme, al Cristo della croce, al Cristo dell’ Eucaristia, cioè alla voce debole e fedele di Geremia».
•Un ultimo insegnamento cogliamo infine tutti noi, preti e fe-
deli, da questa pagina. Quando la Parola ci viene a mancare,
quando è debole in noi che siamo afferrati dallo scoraggiamento e dallo sconforto, noi siamo sempre servi del Signore e le sofferenze che sperimentiamo ci rendono simili all’agnello mansueto.
Non è dunque contrario alla vocazione sacerdotale o matrimo-
niale avvertire stanchezza, disgusto, disagio, ripugnanza, debolezza; se apriamo gli occhi, ci accorgiamo che proprio in tali condizioni è davvero presente il Signore.

ELIA, IL PROFETA CHE INCONTRA DIO NEL SILENZIO

http://www.sermig.org/nponline/164-spiritualita/2552-elia-il-profeta-che-incontra-dio-nel-silenzio

ELIA, IL PROFETA CHE INCONTRA DIO NEL SILENZIO

(prima lettura di questi giorni)

Pubblicato 13 Novembre 2009

Non siamo più abituati al silenzio. Un noto passo della Scrittura racconta l’incontro di Elia con Dio sul monte Oreb avvenuto non nel frastuono, ma nel silenzio e nella quiete.

di Rosanna Tabasso

Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello. Uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia? (1Re 19,11-13)
La Sacra Scrittura al cap. 19 del primo libro dei Re presenta Elia che fugge verso l’Oreb, dove incontra Dio e riceve la missione che dovrà compiere. Nel Regno del Nord – siamo intorno all’ 850 a.C. – il re Acab e sua moglie Gezabele avevano introdotto il culto di Baal. L’autore sacro ci racconta al cap. 18 come Elia sul monte Carmelo sconfigge e distrugge i profeti di Baal. Naturalmente si sente fiero e protagonista perché ha riportato la verità. Gezabele si infuria e promette che Elia sarà ucciso entro una giornata. Elia si impaurisce e fugge nel deserto.
Elia aveva fatto tutto per Dio, ma non aveva ancora capito che era Dio a voler fare tutto per lui. E c’è voluta una crisi, c’è voluta una prova, c’è voluto un momento duro perché questo uomo, pieno di zelo per il Signore, si fermasse e interrompesse la sua “guerra santa”. Allora Dio lo conduce nel deserto e lì Elia apre il suo cuore, parla a Dio: “Basta Signore, prendi la mia vita, perché non sono migliore dei miei padri”. (1Re 19,4)
Inizia a ripensare a sé. Dice la Scrittura che il sonno lo coglie; ma più che un sonno è una fuga, è un desiderio di morte. È voler lasciare la missione per cui si era sentito chiamato da Dio. È successo anche agli apostoli, nell’orto degli ulivi, quando Gesù si preparava alla Passione: non son stati capaci di vegliare, si sono addormentati. Si reagisce a volte così, quando si avverte il fallimento. Elia pensa che sia per lui l’inizio della fine. Pensa realmente alla morte.
Ma Dio ha preparato per lui altre strade. Ci sarà una morte, sì, ma non quella fisica. Ci sarà la morte di se stesso, la morte del suo orgoglio, morirà il suo sentirsi “giusto servitore di Dio”. Dovrà passare attraverso il deserto, purificare il suo cuore e imparare la strada dell’umiltà, perché l’umiltà è la sola strada che conduce a Dio. Dio non si lascia trovare se non da un cuore umile. Dio non forza mai la mano, ma prepara; a volte permette che questa preparazione passi anche attraverso eventi drammatici, come è successo ad Elia, ma anche nella prova più grande non si allontana mai dall’amico.
Così, nel deserto, il deserto del suo cuore più che quello di sabbia, Dio manda ad Elia un angelo a nutrirlo. Il comando è perentorio: “Alzati e mangia” (1Re 19,5), non sei qui per morire. Alzati e mangia, alzati, ascolta la mia parola, nutriti della mia parola, e cammina. La professione di fede di Israele “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio” (Dt 6,4) è ciò che è chiesto ad Elia nel tempo di deserto della sua vita. Elia deve ascoltare. Con la forza di quel cibo camminerà 40 giorni, 40 notti fino al monte di Dio, all’Oreb. Ripercorrerà il viaggio di Mosè e del popolo nel deserto, il viaggio della salvezza, verso la terra promessa. Lo rivivrà sulla sua pelle: anche là il popolo era stato nutrito da Dio con la manna; anche là Mosè aveva implorato Dio che scaturisse acqua dalla roccia. Anche là Mosè era salito fino all’Oreb, da solo. E lì, da solo, aveva visto Dio faccia a faccia, mentre la sua gente rimasta a valle, costruiva il vitello d’oro – ancora una divinità pagana – e tradiva il Dio unico di Mosè. Ma intanto Mosè aveva incontrato Dio faccia a faccia. Elia ripercorre la strada di Mosè, la strada della salvezza del popolo di Israele, e si ritrova sul monte, chiuso in una caverna, per passare la notte.
La caverna, quasi come un utero dove rinascere un’altra volta. Così avviene nella vita spirituale di ognuno di noi, quando ci si ritira in deserto: si arriva ad un tempo in cui si rinasce. Elia si è rifugiato in una caverna per passare la sua notte. La notte è il tempo in cui non si vede nulla, e si attende la luce dell’alba. È il tempo della ricerca, il tempo dell’attesa.
Lì Dio si rivela a Elia. Gli rivolge la Sua Parola: “Che fai qui Elia?”. Nei deserti della nostra vita, nel buio della notte della nostra fede, la parola di Dio prima o poi, arriva sempre, ci trova sempre e non passa senza che una traccia resti nella mente e nel cuore di ognuno di noi. Se ascoltiamo. La parola di Dio, piano, piano, aiuta Elia a fare luce dentro di sé, a fare la verità, anche di se stesso. E mentre Elia spiega a Dio ciò che è successo, comprende meglio se stesso, si spiega: “Sono qui, Signore. Sono pieno di zelo per Te. Io voglio servirti, io volevo liberare questa terra dagli dei stranieri, Signore, ma tutti Ti hanno abbandonato. Sono rimasto solo, cercano di togliermi la vita”.
Elia non si nasconde più la verità, non si nasconde più la sua paura, non pensa più a morire. Finalmente guarda dentro di sé. Guarda se stesso e comincia a leggere la storia di Dio nella sua vita. È pronto finalmente ad incontrare Dio: faccia a faccia. Il Signore lo chiama di nuovo: “Esci, fermati lì, alla mia presenza”. Elia adesso è pronto, attende il Signore nella sua vita; lui che aveva fatto tanto per Dio adesso, fermo, nella notte, nella caverna, in silenzio, finalmente attende l’incontro personale con Dio.
Non sa come riconoscere la Presenza; si rifà alla tradizione del suo tempo e aspetta che Dio gli parli attraverso qualche evento atmosferico: un uragano, un terremoto, un fuoco. Ma Dio parla al cuore, ed Elia avverte la Presenza di Dio “nel sussurro di una brezza leggera”. È una presenza forte, viva, tutta per lui ed Elia si copre il volto con il mantello. Mosè si era tolto i sandali quando aveva avvertito la Presenza nel roveto che ardeva e non bruciava. Quando si incontra Dio ci si copre sempre il volto parchè l’incontro con Lui ci rivela la nostra povertà, la nostra fragilità, il nostro peccato, la nostra inadeguatezza: non siamo mai pronti ad incontrare Dio.
Elia lascia tutto, si ritira in un luogo deserto, silenzioso, lontano da tutti e lì comprende che il Dio di Israele è il suo Dio, comprende che Dio è Dio per lui. Noi dovremmo conoscere “il sussurro di brezza leggera”, dovremmo riconoscere il tocco di Dio, perché l’abbiamo tante volte avvertito nella nostra vita e tante volte l’abbiamo incontrato nei passi del Nuovo Testamento, leggendo la vita di Gesù. Quante volte questo soffio passa da Gesù a qualcuno dei suoi amici, fino al soffio dello Spirito che Gesù risorto dona ai suoi riuniti nel Cenacolo. Eppure anche noi facciamo una gran fatica a cercare spazi di silenzio. Anche noi facciamo fatica a ritirarci da qualche parte, soli, con noi stessi, a cercare l’incontro con Dio. Forse perché abbiamo paura di trovare la miseria che c’è dentro di noi, come aveva paura Elia. Eppure è solo lì che avviene l’incontro.
Quando incontriamo Dio faccia a faccia, quando nel nostro cuore si realizza questo incontro, non siamo più quelli di prima. Come succede a Elia, siamo pronti a riprendere la strada. Elia riceve subito il mandato da Dio: viene riconfermato. Dio gli dice: “Su, ritorna sui tuoi passi”. Gli svela che non è rimasto il solo a credere in Lui, ma che si è riservato un resto: vai da quel resto di gente che mi sono riservato, torna a essere il loro profeta. L’incontro personale con Dio non ci allontana mai dalla gente, non ci allontana mai dalla nostra missione. Anzi, è solo quando incontriamo Dio che incontriamo veramente noi stessi e che incontriamo veramente la missione.
Ogni volta che accogliamo la Parola capita anche a noi di ripercorrere la storia della salvezza, di ritrovare le ribellioni, i tradimenti, le fragilità di chi ci ha preceduto e di trovare anche la nostra vita. E capita anche a noi di ritornare a Dio con tutto il cuore. Questo è ciò che la Parola produce in noi ogni volta che l’accogliamo con il cuore umile che Dio cerca di donare al suo profeta più grande, a Elia. Ho sperimentato tante volte nella mia vita, che devo solo all’incontro con Dio se sono stata vicino alla gente, vicina alle persone che hanno bisogno di me.
Quando si conosce un Amore grande, non si desidera altro che di comunicarlo a tutti quelli che si incontrano. Mi ripeto che vale la pena cercare del tempo per ritirarci in qualche caverna, per ritirarci un po’ dentro noi stessi, e nel silenzio lasciare che Dio faccia rinascere in noi la sua profezia per il nostro tempo.

Arsenale della Pace
Rosanna Tabasso

 

‘EBED JHWH – 8IL SERVO SOFFERENTE, ISAIA)

http://www.donalfonsocapuano.it/index.php?option=com_phocadownload&view=category&id=1:catechesi&download=16:i-canti-del-servo-sofferente-2&Itemid=62.

PARROCCHIA SANTA MARIA DELLA CONSOLAZIONE

I VENERDÌ DI QUARESIMA 2004

‘EBED JHWH

Fino al secolo XVIII, i cristiani interpretarono i testi isaiani che parlano di un servo sofferente sulla scia del Nuovo Testamento, e solo in quest’epoca si affacciò in ambito cristiano un diverso modo di lettura, già tipico del giudaismo, che vedeva riflessa nell’esperienza tragica del servo quella di tutto il popolo d’Israele (o di parte di esso, cioè di coloro che erano tornati rinnovati dall’esperienza dell’esilio). Si deve inoltre ricordare che fino a quell’epoca il libro di Isaia era visto come un tutto organico e appunto al suo interno possiamo rilevare come l’appellativo di <<servo>> sia applicato a più referenti: con esso infatti si indica semplicemente uno schiavo, ma con tale significato il vocabolo ricorre sole due volte nel libro; con <<servo>> si designa invece il profeta stesso, il popolo d’Israele; un personaggio la cui identificazione non trova concordi gli esegeti e infine, al plurale, si indicano i ministri del re assiro, i proseliti, i fedeli Israeliti. Risulta immediatamente da questa breve rassegna che l’attribuzione del titolo di servo non è univoca, anche se dentro un blocco compatto di capitoli (40-50) la preminenza è data all’applicazione a Israele.
Da quando lo studio critico della Bibbia ha mostrato che nel libro canonico del profeta Isaia sono raccolti gli oracoli di tre profeti vissuti in epoche diverse e impegnati a fronteggiare situazioni diverse, il punto di vista è decisamente mutato.
In effetti i passi in cui l’appellativo di servo è applicato al popolo appartengono tutti al Secondo Isaia, così come quei passi in cui non vi è accordo tra gli esegeti sull’identificazione del personaggio in questione (la domanda del funzionario etiope resta attualissima!).
Nel 1892, un esegeta tedesco, B.Duhm, pubblicò un commentario a Isaia in cui propose di isolare entro il Secondo Isaia quattro canti che si riferivano a un “servo” anonimo: Isaia 42,1-4; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12. Questi quattro poemi sarebbero stati composti da un autore post-esilico, vissuto dopo il Secondo Isaia, che avrebbe scritto sotto l’influsso letterario del Secondo Isaia, di Geremia e del libro di Giobbe. Un redattore posteriore avrebbe introdotto i cantici (che in origine appartenevano a un’opera più ampia andata perduta) nel testo del Secondo Isaia.
Secondo Duhm, il <<servo>> dei canti era un maestro della Torah, una guida della comunità giudaica ritornata in Giudea dopo l’esilio. Era un servitore fedele di JHWH, da lui eletto e illuminato, con una missione nei confronti di Israele e degli altri popoli, e visse la sua missione nel silenzio e nella sofferenza che gli inflissero i membri del suo stesso popolo.
Questa interpretazione ha praticamente determinato tutta la ricerca successiva, la quale si è incentrata soprattutto sulla identificazione del <<servo>>, per individuare il personaggio della storia d’Israele corrispondente alla figura che il profeta delinea, ma nessuna proposta ha finora trovato un ragguardevole consenso.
Un’altra linea di ricerca ha invece tentato di dimostrare che i canti del “servo” sono ben inseriti nella raccolta attribuita al Secondo Isaia e perciò vanno compresi al suo interno. Al di là delle differenti interpretazioni, un fatto è comunque ragguardevole: il “servo” di cui si parla nei canti è descritto in modo diverso dalle altre sezioni del libro.
I canto
Isaia 42:1 Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.

Dio parla e presenta il “suo” servo; è Lui che lo ha “scelto”, è Lui che lo sostiene. Ogni elezione nella Scrittura è sempre in vista di una missione per affrontare la quale c’è bisogno della grazia. Dio dice che il suo servo è “cosa buona” e che ha posto in lui il suo Spirito.

Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.

Il termine mispat ricorre tre volte, in assoluto, ad indicare il contenuto della predicazione del Servo: ma come interpretare questa parola?
Il servo deve:
• diffondere tutt’intorno la verità;
• proclamare il diritto di Dio;
• ristabilire la giustizia di Dio.
In fondo potremmo tenere insieme queste possibilità diverse, pensando alla signoria di Dio, al suo essere proclamato e riconosciuto come A e W.
Isaia 42:2 Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
Isaia 42:3 non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.

Il servo non usa la forza per imporsi, non condanna a morte, non spegne la speranza.

Proclamerà il diritto con fermezza;
Isaia 42:4 non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra;
e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.
Si prospetta il rischio che il servo perda la convinzione e la perseveranza. Si
apre una prospettiva di universalismo
Riassumendo
Dio presenta il suo servo, da Lui eletto, per ristabilire la Sua Signoria su tutta la terra. Il servo non userà la forza e passerà attraverso una forma di travaglio.
II canto
Isaia 49:1 Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.
Isaia 49:2 Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all’ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra.

Si tratta di una tipica vocazione profetica modellata su uno schema che è lo
stesso per Isaia 6, 1-13, Geremia 1, 4-10 ed Ezechiele 2, 3 – 3, 9.

Isaia 6, 1-13

Si tratta di un racconto in tre scene:
1) Incontro con Dio (Is 6,1-5)
2) Purificazione (Is 6,6-7)
3) Vocazione-Missione (Is 6,8-13)
Nella prima scena l’uomo incontra Dio; da notare la distanza qualitativa espressa mediante la simbologia spaziale (Dio sta in alto mentre il profeta piccolo piccolo si rannicchia in un cantuccio) e la simbologia fonetica (nella descrizione di ciò che il profeta vede e sente abbondano termini ebraici gutturali che riempiono la bocca mentre nelle parole del profeta prevalgono suoni sibilanti e brevi); significativo il fatto che il profeta senta la sua impurità come localizzata sulle labbra, a significare programmaticamente il senso profondo della sua elezione.
Nella seconda scena assistiamo ad un evento quasi sacramentale; gesti (carbone ardente poggiato sulle labbra) e parole (quelle dell’angelo) combinati insieme trasformano il profeta da uomo impuro e lontano da Dio ad uomo degno di ascoltare e parlare con Dio; anche qui le labbra sono punto di riferimento costante.
L’ultima scena presenta il tema della chiamata-risposta-missione, che è un annunciare per non essere ascoltato con conseguenze negative (la distruzione) epositive (il resto).
In sintesi: il profeta è un uomo, scelto tra gli uomini; non è migliore degli
altri né più capace; è Dio che gli va incontro, che lo purifica e lo rende capace di dirgli di sì; la chiamata ad essere santo si concretizza nella missione agli altri, quale inviato di Dio; questa missione consiste soprattutto nell’annunziare la Parola, nel prestare la voce a Dio, nell’essere suo testimone. Non ascoltato, né compreso, il profeta rimane esposto a tutte le difficoltà.

Isaia 49:3 Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».

Il servo sembra essere identificato con Israele. Ma si tratta di una glossa,
come dimostreranno i versetti successivi.
Isaia 49:4 Io ho risposto: «Invano ho faticato,
per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,
la mia ricompensa presso il mio Dio».

Compare lo scoraggiamento del giusto che non vede i frutti del suo lavoro.
Ne troviamo un esempio in Sal 73 (72).
Isaia 49:5 Ora disse il Signore
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele,
- poiché ero stato stimato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –

Questi versetti dimostrano che nei precedenti l’identificazione del servo con
Israele era frutto di una glossa.
Isaia 49:6 mi disse: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti di Israele.
Ma io ti renderò luce delle nazioni
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra».

Viene ribadito anche qui l’universalismo della missione del servo.

Riassumendo
Il servo, rivolgendosi alle nazioni, si presenta come un Profeta inviato da Dio
ad Israele per la salvezza.
Il servo, dopo una fase di scoraggiamento, si riprende e Dio rilancia la sua
missione per tutte le nazioni.

AGGEO, PROFETA DI FIDUCIA E SPERANZA – 16 DICEMBRE

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AGGEO, PROFETA DI FIDUCIA E SPERANZA – 16 DICEMBRE

Nell’Avvento che ha ora il suo inizio vorremmo lasciare spazio alle figure di alcuni profeti. In questa domenica, facciamo avanzare un personaggio poco noto, Aggeo, un nome che ha nell’originale ebraico un rimando all’idea di “festa”. Assieme a Zaccaria egli è il testimone partecipe e coinvolto della ricostruzione della città santa e del tempio di Sion da parte degli Ebrei reduci dall’esilio babilonese: il Libro di Esdra, che è appunto la narrazione di quegli anni eroici e faticosi, li cita entrambi, Aggeo e Zaccaria, come artefici di una promozione della rinascita di Israele (5,1 e 6,14). Le coordinate cronologiche deducibili dal libretto di Aggeo, fatto di due soli capitoli, parlano di una predicazione limitata nel tempo, da collocare tra l’agosto e il dicembre deI 520 a.C. Del profeta ignoriamo quasi tutto. Dal suo testo sappiamo innanzitutto che egli si rivolge in modo un po’ fremente ai due capi della comunità dei rimpatriati: il principe Zorobabele, discendente dalla famiglia di Davide, responsabile politico dal nome emblematico, in ebraico “germoglio di Babilonia”, ove era nato, e il sommo sacerdote Giosuè, capo religioso. Entrambi sono stimolati da Aggeo ad accelerare i lavori di riedificazione del tempio, vincendo difficoltà, inerzie ed egoismi: «Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre la casa del Signore è ancora in rovina?» (1,4). Zorobabele, Giosuè e il popolo reagiscono assicurando il loro impegno. E, a quanto pare, i lavori riprendono di buona Iena, tant’è vero che il profeta si rivolge di nuovo ai suoi interlocutori esaltando l’opera da essi intrapresa: la gloria di questo secondo tempio — afferma Aggeo (2,1-9) — supererà quella dell’edificio sontuoso eretto da Salomonc e distrutto dai Babilonesi nel 586 a.C, In esso confluirà la ricchezza offerta dai popoli, ossia i contributi dell’impero persiano e quelli degli Ebrei della diaspora. La frase che indica questo atto di munificenza in ebraico suona letteralmeiite così: «Verrà (a Sion) la realtà desiderata (cioè la ricchezza) da parte di tutte le genti» (2,7). Queste parole, però, sono state rilette — a partire dalla traduzione latina di san Girolamo — come un annunzio inessianico e universalistico. Infatti, si era reso quel passo così: «Verrà Colui che è desiderato da tutte le genti», cioè il Messia, speranza di tutti i popoli. È per questa libera interpretazione che possiamo collocare nell’atmosfera dell’Avvento anche Aggeo, che aprirebbe il suo orizzonte a un’attesa universale di salvezza. Ma il suo libretto prosegue con un’altra informazione storica: Israele sta, infatti, attraversando difficoltà di tipo agrario. Allora egli interpreta questo evento secondo un’altra finalità che gli è cara: è necessario riportare nel tempio di Gerusalemme un culto corretto, soprattutto per quanto riguarda i sacrifici. Se si osserveranno le norme rituali con rigore, senza egoismi o interessi privati, il Signore benedirà il popolo assicurandogli benessere e prosperità agricola (2,10-19). Le ultime parole di Aggeo sembrano ritornare all’atmosfera messianica. Egli si rivolge al citato principe Zorobabele e lo esalta con lineamenti gloriosi: «Io ti prenderò, Zorobabele mio servo — dice il Signore — e ti porrò come un sigillo, perché io ti ho eletto» (2,23). Costui era, infatti, un discendente davidico e, al di là delle speranze meramente politiche riposte in lui, c’era forse anche l’attesa sottile che in lui si potesse concentrare la missione del re-messia. Comunque sia, Aggeo col suo breve scritto, composto in un linguaggio letterariamente non eccelso, rimane per noi come la testimonianza di una voce che voleva essere di sprone e di stimolo a una comunità che correva il rischio dello scoraggiamento di fronte alle difficoltà concrete, alla povertà dei mezzi e alla modestia a cui Israele si era ormai ridotto. Compito dei profeti è, infatti, quello di tenere alta la fiaccola della fiducia e della speranza.

COMENTO ALLE LETTURE DELLA DOMENICA – AMOS 6,1A.4-7

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Amos%206,1a.4-7

BRANO BIBLICO SCELTO – AMOS 6,1A.4-7

Così dice il Signore onnipotente:
1 « Guai agli spensierati di Sion
e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria!
4 Essi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani
mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla.
5 Canterellano al suono dell’arpa,
si pareggiano a Davide negli strumenti musicali;
 6 bevono il vino in larghe coppe
e si ungono con gli unguenti più raffinati,
ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.
7 Perciò andranno in esilio in testa ai deportati
e cesserà l’orgia dei buontemponi ».

COMMENTO

I rischi di una vita dissoluta
Nel libro di Amos, dopo una serie di oracoli contro le nazioni (Am 1,3 – 2,16) e prima delle cinque visioni avute dal profeta (Am 7,1 – 9,10), è riportata una raccolta di oracoli contro Israele (Am 3,1 – 6,14). All’ultimo posto si situa un oracolo (6,1-14), la cui unità tematica è indicata dal riferimento alla «casa d’Israele» e dalla menzione di coloro che si sentono sicuri, fiduciosi, e infine dalla contrapposizione tra «la prima fra le nazioni» e «la nazione che li opprimerà». Il testo si articola in due sezioni di sette versetti ciascuna (vv. 1-7; 8-14), che descrivono rispettivamente il comportamento degli empi e la loro punizione. La liturgia riporta solo i vv. 1.4-7 che descrivono le colpe di un gruppo privilegiato, i notabili della «casa d’Israele» (6,1b), e concludono con l’annunzio della punizione che verrà poi specificata in seguito. Il soggetto che parla è il profeta: non c’è infatti alcun segno che indichi una parola di JHWH.
Il testo inizia con questa esclamazione: «Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria!» (v. 1a). L’esclamazione «guai!» introduce una denunzia o un ammonimento (cfr. Am 5,18). L’espressione «spensierati di Sion» indica una categoria di persone che si trovano a loro agio, senza preoccupazione, con una nota di insolenza e di orgoglio. La loro sicurezza deriva dal fatto che risiedono in Sion, cioè in Gerusalemme, dove si trova il tempio di JHWH. In parallelismo sono menzionati «coloro che si considerano sicuri», cioè confidano, sono fiduciosi. Anche questo atteggiamento ha un significato negativo, quando si tratta di persone che pongono la loro fiducia in se stesse, oppure negli alleati militari o negli idoli (cfr. Is 32,9; 36,4-9; Mi 2,8; 7,5).  Qui si tratta di persone che si sentono sicure sulla montagna di Samaria, confidando nelle fortificazioni che difendono la città dai nemici. La denunzia del profeta cade dunque su una certa categoria di abitanti sia del regno di Giuda che di quello di Israele. Essi si ingannano volutamente pensando di evitare un grave danno per il paese. La stessa falsa sicurezza viene loro rimproverata nuovamente nei vv. 1b-3 omessi dalla liturgia. Si introducono così i vv. 4-6 nei quali si descrive il loro modo di vivere.
Il primo rimprovero riguarda i festini a cui partecipano: «Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla» (v. 4). Si tratta dunque di persone che appartengono alle classi più abbienti e politicamente influenti. I due verbi «distendersi» e «sdraiarsi» indicano il loro modo di vita «sciolto» «dissoluto» di vivere (cfr. v. 7). La descrizione dei cibi insiste sul fatto che essi li prendono direttamente dal meglio del gregge e della stalla. La « stalla» è menzionata per indicare i vitelli da ingrasso (cfr. 1Sam 28,24; Ger 46,21; Ml 3,20).
 Oltre che sdraiarsi pigramente nei loro banchetti, coloro a cui si rivolge Amos «canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali» (v. 5). Il verbo tradotto «canterellare» è interpretato abitualmente in riferimento al suonare o al cantare, forse in modo inetto (vociare, urlare, schiamazzare), probabilmente sotto l’effetto del vino. Tale traduzione è congetturale e si basa sulla presenza del termine «arpa». In questo contesto, l’espressione «improvvisare su strumenti musicali come Davide» assume un senso ironico. Forse si tratta semplicemente di utilizzare posate e piatti per accompagnare, come se fosse musica, i loro discorsi di ubriachi.
Infine le persone in questione «bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano» (v. 6). Le coppe del vino sono ampi «crateri», un termine frequente nella descrizione delle offerte (Nm 7) e degli arredi del tempio (1Re 7; Ger 52,18-19) per indicare recipienti assai grandi. L’impiego di questo termine in Amos sottolinea l’abbondanza del vino consumato. Nonostante l’allusione all’unzione  evochi l’unzione di Davide, (cfr. 1Sam 16,12-13; Sal 89,21), di Ieu (2Re 9,3.6), di Aronne e dei suoi figli (Lv 8,12.30), è evidente che qui si tratti semplicemente dei cosmetici usati dai partecipanti alla celebrazione. Il vero rimprovero arriva solamente nel v. 6b: «Non si dolgono per la distruzione di Giuseppe». Il verbo «dolersi» in forma riflessiva esprime non lo stare male fisicamente, ma l’affliggersi interiormente (cfr. Is 17,11; Ger 12,13). «Giuseppe» (cfr. «casa di Giuseppe» in Am 5,6, e «resto di Giuseppe» in Am 5,15), senza alcun’altra determinazione e in chiara contrapposizione ai benestanti («la casa d’Israele» del v. 1b), si riferisce a tutti coloro che sono esclusi da quei banchetti.
Dopo la descrizione del comportamento dei benestanti in Sion e a Samaria, il profeta pronunzia la condanna: «Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti» (v. 7). Introdotta dal minaccioso «perciò» la conclusione è l’annunzio dell’esilio d’Israele (cfr. Am 5,27; 7,11.17). Gli esiliati che vanno in testa sono infatti i «notabili». Il popolo minuto era probabilmente in buona parte risparmiato dall’esilio, per ragioni non certo umanitarie ma tecniche ed economiche. Anche in Am 4,2 si distingue implicitamente tra coloro che vanno in testa e coloro che li seguono nel corteo degli imprigionati. Questa lettura è confermata dal v. 7b che annunzia la fine delle baldorie, alle quali solo partecipavano i notabili (cfr. vv. 3-6). Il termine tradotto con «orgia» appare altrove solamente in Ger 16,5, dove, dal contesto, significa «casa dei banchetti » (di cordoglio). La traduzione «orgia» per Am 6,7 è favorita dalla presenza, per la seconda volta nel testo, dei dissoluti, cioè di «coloro che si sdraiano per i banchetti» (cfr. v. 4).

LINEE INTERPRETATIVE
In questo testo il profeta critica aspramente la corruzione di una classe dirigente che trae vantaggio dalla propria posizione sociale e non si cura del bene comune. Ciò che al profeta sta a cuore non è tanto la giusta distribuzione del benessere economico, ma il senso di responsabilità che dovrebbero avere coloro che sono a capo di una nazione. Essi invece sottovalutano i pericoli, si godono la vita e pongono le premesse di una catastrofe che colpirà tutta la nazione.
Di fronte a questa superficialità dettata dall’egoismo, il profeta annunzia come castigo la conquista nemica e l’esilio. Si tratta proprio del disastro che i notabili di Israele non hanno saputo o voluto prevenire. Quando questo evento capiterà, proprio loro saranno i primi a essere colpiti. Si può dire che essi hanno procurato da se stessi la propria rovina. Su questo sfondo il messaggio del profeta è un invito a cambiare mentalità e ad assumere fino in fondo le proprie responsabilità.

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