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I. RICCHEZZE DELLA BENEDIZIONE

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I. RICCHEZZE DELLA BENEDIZIONE

Spesso la benedizione evoca soltanto le forme più superficiali della religione, formule borbottate, pratiche vuote di senso, alle quali tanto più si tiene, quanto meno si ha fede. D’altra parte anche la tradizione cristiana vivente non ha ritenuto degli usi biblici se non i meno ricchi di senso, classificando i più importanti nelle categorie della grazia e del
ringraziamento. Di qui una vera indifferenza alle parole di benedizione ed anche alla realtà che esse possono designare.
Tuttavia l’ultimo gesto visibile di Cristo sulla terra, quello che egli lascia alla sua Chiesa e che l’arte cristiana di Bisanzio e delle cattedrali ha fissato, è la sua benedizíone (Lc 24, 50 s). Precisare nei particolari le ricchezze della benedizione biblica significa in realtà mettere in luce le meraviglie della generosità divina e la qualità religiosa dello stupore che questa generosità suscita nella creatura. La benedizione è un *dono che ha rapporto con la vita ed il suo mistero, ed
è un dono espresso mediante la parola ed il suo mistero. La benedizione è sia *parola che dono, sia dizione che bene (cfr. gr. eu-logbìa, lat. benedictio), perché il bene che essa apporta non è un oggetto preciso, un dono definito, perché non appartiene alla sfera dell’avere ma a quella dell’essere, perché non deriva dall’azione dell’uomo, ma dalla creazione di Dio. Benedire significa dire il dono creatore e vivificante, sia prima che si produca, sotto la forma di una preghiera, sia dopo avvenuto, sotto la forma del ringraziamento. Ma, mentre la preghiera di benedizione afferma in anticipo la generosità divina, il ringraziamento l’ha vista rivelarsi. In ebraico, come anche nelle lingue moderne, nonostante l’indebolimento che la parola ha subito, una sola radice (brk, collegata forse al *ginocchio ed all’*adorazione, forse anche alla forza vitale degli organi sessuali) serve a designare tutte le forme della benedizione, a tutti i suoi livelli. Poiché la benedizione è ad un tempo cosa donata, dono di qualche cosa e formulazione di questo dono, tre parole la esprimono: il sostantivo berakah, il verbo barek, l’aggettivo baruk. 1. Benedizione (berakah). – Anch suo senso più profano, più e nel materiale, quello di « dono », la parola implica una sfumatura sensibilissima di incontro umano. I doni offerti da Abigail a David (1 Sam 25,14-27), da David alla gente di Giuda (1 Sam 30, 26-31), da Naaman
guarito da Eliseo (2 Re 5,15), da Giacobbe ad Esaù (Gen 33,11) sono tutti destinati a suggellare un’unione o una *riconciliazione. Ma gli usi di gran lunga più frequenti della parola sono in contesto religioso: anche per designare le ricchezze più materiali, se è scelta la parola benedizione, si è per farle risalire a Dio e alla sua generosità (Prov 10, 6. 22; Eccli 33, 17), ed ancora alla stima delle persone perbene (Prov 11, 11; 28,20; Eccli 2,8). La benedizione evoca l’immagine di una sana prosperità, ma anche della generosità verso i disgraziati (Eccli 7, 32; Prov 11, 26) e sempre della benevolenza di Dio. Questa abbondanza e questa agiatezza è quel che gli Ebrei chiamano *pace, e le due parole sono sovente associate; ma, se evocano entrambe la stessa pienezza di *ricchezza, la ricchezza essenziale della benedizione è quella della *vita e della *fecondità; la benedizione fiorisce (Eccli 11, 22 ebr.) come un Eden (Eccli 40,17). Il suo simbolo privilegiato è l’*acqua (Gen 49,25; Eccli 39, 22); l’acqua è essa stessa una benedizione essenziale, indispensabile (Ez 34,26; Mal 3, 10); simultaneamente alla vita che alimenta sulla terra, per la sua origine ce. leste essa evoca la generosità e la gratuità di Dio, la sua potenza vivificante. L’oracolo di Giacobbe su Giuseppe raduna tutte
queste immagini, la vita feconda, l’acqua, il *cielo: « Benedizioni dei cieli dall’alto, benedizioni dell’abisso nelle profondità, benedizioni delle mammelle e del seno materno » (Gen 49, 25). Questa sensibilità alla generosità di Dio nei doni della natura prepara Israele ad accogliere le generosità della sua *grazia.
2- Benedire. – Il verbo presenta una gamma di usi molto vasta, dal saluto banale ri. volto allo sconosciuto per istrada (2 Re 4, 29) o dalle formule abituali di cortesia (Gea 47, 7. 10; 1 Sam 13, 10) fino ai doni più alti del favore divino. Colui che benedice è per lo più *Dio, e la sua benedizione fa sempre scaturire la vita (Sol 65, 11; Gen 24, 35; Giob 1, 10). Quindi soltanto gli esseri viventi sono suscettibili di riceverla; gli oggetti inanimati sono consacrati al servizio di Dio e santificati dalla sua presenza, ma non benedetti. Dopo Dio la sorgente della vita è il *padre, al quale spetta benedire. Più di qualunque altra, la sua benedizione è efficace, come è terribile la sua *maledizione (Eccli 3, 8), e bisogna che Geremia sia all’estremo delle forze per osare di maledire l’uomo che venne ad annunziare al padre suo che gli era nato un figlio (Ger 20, 15; cfr. Giob 3, 3). Per un singolare paradosso capita sovente che il debole benedica il potente
(Giob 29, 13; Sal 72, 13-16; Eccli 4, 5), che l’uomo osi benedire Dio. E questo perché, se il *povero non ha nulla da dare al ricco, e l’uomo nulla da dare a Dio, la benedizione stabilisce tra gli esseri una corrente vitale e reciproca, che permette all’inferiore di veder traboccare su di sé la generosità del potente. Non è assurdo benedire il Dio che è « al di sopra di tutte le benedizioni » (Neem 9, 5); significa semplicemente confessare la sua generosità e ringraziarlo, costituisce il primo dovere della creatura (Rom 1, 21). 3. Benedetto. – Il participio barulk è, tra tutte le parole di benedizione, la più forte. Costituisce il centro della formula tipica di benedizione israelitica: « Benedetto sia N…! ». Né semplice constatazione, né puro augurio, ancor più entusiastica della *beatitudine, questa formula scaturisce come un grido dinanzi ad un personaggio in cui Dio ha rivelato la sua potenza e la sua generosità e ha scelto « tra tutti »: Jael, « tra le donne della tenda » (Giud 5,24), Israele, « tra le nazioni » (Deut 33, 24), Maria, « tra le donne » (Lc 1, 42; cfr. Giudit 13, 18). Stupore dinanzi a quel che Dio può fare nel suo *eletto. La persona benedetta è nel mondo come una *rivelazione di Dio, a cui appartiene per un titolo speciale; è « benedetto da Jahve », come taluni esseri sono « sacri a Jahve ». Ma, mentre la *santità che consacra a Dio separa dal mondo profano, la benedizione fa dell’essere, che Dio designa, un punto di riunione ed una fonte di irradiazione. Il santo ed il benedetto appartengono entrambi a Dio;
ma il santo rivela piuttosto la sua grandezza inaccessibile, il benedetto la sua generosità inesauribile. Frequente e spontanea come il grido: « Benedetto N…! », anche la formula parallela: « Benedetto Iddio! » sgorga dall’impressione provata dinanzi ad un atto in cui Dio ha rivelato la sua *potenza. Essa non sottolinea tanto la grandezza dell’atto, quanto la sua meravigliosa opportunità, il suo carattere di segno. Nuovamente la benedizione è una reazione dell’uomo alla rivelazione di Dio (cfr. Gen 14, 20, Melchisedec; Gen 24, 27, Eliezer; Es 18, 10, Jetro; Rut 4, 14, Booz a Rut).
Infine, più di una volta, le due esclamazioni: « Benedetto N…! » e « Benedetto Iddio! » sono unite e si rispondono: « Benedetto Abramo dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra! – e benedetto il Dio altissimo, che ha consegnato i tuoi nemici nelle tue mani! » (Gen 14, 19 s; cfr. 1 Sam 25, 32 s; Giudit 13, 17 s). In questo ritmo completo appare la
vera natura della benedizione: è una esplosione estatica dinanzi ad un eletto da Dio, ma non si ferma all’eletto e risale fino a Dio che si è rivelato in questo segno. Egli è il baruk per eccellenza, il benedetto; possiede in pienezza ogni benedizione. Benedirlo non significa credere di aggiungere alcunché alla sua ricchezza, significa lasciarsi trasportare dall’entusiasmo di questa rivelazione ed invitare il mondo a *lodarla. La benedizione è sempre *confessione pubblica della potenza divina e *ringraziamento per la sua generosità.

III. STORIA DELLA BENEDIZIONE
Tutta la storia di Israele è la storia della benedizione promessa ad Abramo (Gen 12, 3) e data al mondo in Gesù, « *frutto benedetto » del « seno benedetto » di Maria (Lc 1, 42). Tuttavia negli scritti del VT l’attenzione rivolta alla benedizione presenta molte sfumature e la benedizione assume accenti diversissimi.
1. Fino ad Abramo. – Benedetti in origine dal creatore (Gen 1, 28), l’uomo e la donna con il loro peccato scatenano la *maledizione di Dio.Tuttavia, se sono maledetti il serpente (3, 14) ed il suolo (3, 17), non lo sono né l’uomo né la donna. Dal loro lavoro, dalla loro sofferenza, sovente a prezzo di un’agonia, continuerà a sorgere la vita (3, 16-19). Dopo il diluvio una nuova benedizione dà all’umanità potenza e fecondità (9, 1). Tuttavia il peccato non- cessa di dividere e di distruggere l’umanità; la benedizione di Dio a Sem ha come contropartita la maledizione di Canaan
(9, 26).
2. La benedizione dei patriarchi. – La benedizione di Abramo è invece di tipo nuovo. Senza dubbio, in un mondo che rimane diviso, Abramo avrà dei *nemici e Dio gli dimostrerà la sua fedeltà maledicendo chiunque (al singolare) lo maledirà, ma il caso deve rimanere un’eccezione, e il *disegno di Dio è di benedire « tutte le *nazioni della terra » (Gen 12, 3). Tutti i racconti della Genesi sono la storia di questa benedizione. a) Le benedizioni pronunziate dai padri, di carattere più arcaico, li presentano in atto di invocare sui loro figli, in genere al momento di morire, le potenze della *fecondità e della *vita, « la rugiada del cielo e le terre grasse » (Gen 27, 28), i torrenti di latte ed « il sangue dell’uva » (49, 11 s), la forza per schiacciare i loro avversari (27, 29; 49, 8 s), una terra in cui stabilirsi (27, 28; cfr. 27, 39; 49, 9) e perpetuare il loro *nome (48, 16; 49,8 …) ed il loro vigore. In questi brani ritmati ed in questi racconti si scorge il sogno delle tribù nomadi alla ricerca di un territorio, avide di difendere la loro indipendenza, ma già coscienti di formare una comunità attorno a qualche capo ed a clan privilegiati (cfr. Gen 49). È, insomma, il sogno della benedizione, quale spontaneamente gli uomini desiderano e sono disposti a conquistare con ogni sorta di mezzi, comprese la *violenza e l’astuzia (27 18 s). b) A questi ritornelli ed a questi racconti popolari la Genesi sovrappone,
non per sconfessarli, ma per collocarli al loro posto nell’azione di Dio, le promesse e le benedizioni pronunziate da Dio stesso. Anche qui si tratta di un *nome potente (Gen 12, 2), d’una discendenza innumerevole (15,5), d’una terra dove stabilirsi (13,14-17), ma Dio prende in mano l’avvenire dei suoi; cambia il loro nome (17, 5. 15), li fa passare attraverso la *tentazione (22, 1) e la fede (15, 6), fissa già loro un comandamento (12, 1; 17, 10). Intende soddisfare il *desiderio dell’uomo, ma a condizione che ciò avvenga nella fede.
3. Benedizione ed alleanza. – Questo legame tra la benedizione e il comandamento è il principio stesso dell’*alleanza: la *legge è il mezzo per far vivere un popolo « sacro a Dio » e per conseguenza « benedetto da Dio ». È quel che esprimono i riti d’alleanza. Nella mentalità religiosa del tempo il *culto è il mezzo privilegiato per assicurarsi la benedizione divina; per rinnovare, al contatto dei luoghi, dei tempi, dei riti sacri, la potenza vitale dell’uomo e del suo mondo, così breve e così fragile. Nella religione di Jahve il culto non è autentico se non nell’alleanza e nella
fedeltà alla legge. Le benedizioni del codice dell’alleanza (Es 23, 25), le minacce dell’assemblea di Sichem sotto Giosuè (Gios 24, 19), le grandi benedizioni del Deuteronomio (Deut 28, 1-14), suppongono tutte una carta d’alleanza che proclama le volontà divine, poi l’adesione del popolo, ed infine l’atto cultuale che sigilla l’accordo e gli conferisce valore sacro.
4. I profeti e la benedizione. – I *profeti non conoscono quasi il linguaggio della benedizione. L’azione di Dio in essi, che pure sono gli uomini della *parola e della sua efficacia (Is 55, 10 s), consci di essere da lui chiamati ed eletti, segni della sua opera (Is 8, 18), è troppo interiore, troppo pesante, troppo poco visibile e splendente per provo. care in essi ed attorno ad essi il grido di benedizione. Ed il loro messaggio che consiste nel ricordare le condizioni dell’alleanza e nel denunciarne le violazioni, non li porta punto a benedire. Tra gli schemi letterari che essi utilizzano, quello della maledizione è loro familiare, quello della benedizione è praticamente sconosciuto. È tanto più notevole il veder sorgere talora, nel bel mezzo di una maledizione di tipo classico, un’immagine od un’affermazione che proclama che la promessa di benedizione rimane intatta, che dalla desolazione sorgerà la vita come « un seme santo » (Is 6, 13). Così la
promessa della pietra angolare in Sion prorompe nel bel mezzo della maledizione contro i governanti insensati che credono la città invulnerabile (Is 28, 14-19), ed in Ezechiele la grande profezia dell’effusione dello spirito, tutta ripiena delle immagini della benedizione, l’acqua, la terra, le messi, conclude, per una logica divina, la condanna di Israele (Ez 36, 16- 38).
5. I canti di benedizione. – La benedizione è uno dei temi principali della *preghiera di Israele; è la risposta a tutta l’opera di Dio, che è rivelazione. È molto vicina al *ringraziamento, alla lode od alla *confessione e costruita sullo stesso schema, ma è più vicina di quelli all’evento in cui Dio si è rivelato, e conserva in genere un accento più semplice: « Benedetto Jahve che fece per me cose meravigliose! » (Sol 31, 22), « che non ci abbandonò ai loro denti » (Sol 124, 6), « che perdona tutti i tuoi peccati » (103, 2). Anche l’inno dei tre fanciulli nella fornace, che convoca l’universo per cantare la gloria del Signore, non perde di vista l’atto che Dio ha compiuto: « Poiché ci ha salvati dagli inferi » (Don 3, 88).

IV. BENEDETTI IN CRISTO
Come potrebbe il Padre, che ha dato per noi il suo proprio Figlio, rifiutarci alcunché (Rom 8, 32)? In lui ci ha donato tutto, e noi non manchiamo di alcun *dono della *grazia (1 Cor 1, 7) e « con *Abramo il credente » (Gal 3, 9; cfr. 3, 14) siamo « benedetti con ogni sorta di benedizioni spirituali » (Ef 1, 3). In lui rendiamo grazie al Padre dei suoi doni (Rom 1, 8; Ef 5,20; Col 3,17). I due movimenti della benedizione, la grazia che discende ed il *ringraziamento che risale, sono ricapitolati in *Gesù Cristo. Non c’è nulla al di là di questa benedizione, e la folla degli eletti, raccolti dinanzi al
trono e dinanzi all’agnello per cantare il loro trionfo finale, proclama a Dio: « Benedizione, gloria, sapienza, ringraziamento… per i secoli dei secoli! » (Apoc 7, 12). Se quindi tutto il NT non è che la benedizione perfetta ricevuta da Dio ed a lui rimandata, tuttavia è ben lungi dall’essere costantemente ripieno di parole di benedizione. Queste sono relativamente rare ed usate in contesti precisi, il che finisce per precisare esattamente il senso della benedizione
biblica. 1. Benedetto colui che viene! – I vangeli non offrono che un solo esempio di benedizione rivolta a Gesù, e cioè il grido della folla in occasione del suo ingresso a Gerusalemme, alla vigilia della passione: «Benedetto colui che viene! » (Mi 21, 9 par.). Nessuno tuttavia corrispose mai come Gesù al ritratto dell’essere benedetto, in cui Dio rivela, mediante splendidi *segni, la sua potenza e la sua bontà (cfr. Atti 10, 38). La sua venuta nel mondo suscita in Elisabetta (Lc 1, 42), in Zaccaria (1, 68), in Simeone (2, 28), nella stessa Maria (senza la parola, 1, 46 s) un’ondata di benedizioni. Egli ne è evidentemente il centro: Elisabetta proclama: « Benedetto il frutto del tuo seno! » (1,42). Personalmente, a parte l’esempio unico della domenica delle palme, egli non è mai benedetto direttamente. Questa assenza non deve dipendere da un caso. Forse riflette la distanza che si stabiliva spontaneamente tra Gesù e gli uomini: benedire qualcuno significa in certo modo unirsi a lui. Forse connota pure il carattere incompiuto della rivelazione di Cristo finché la sua opera non è consumata, l’oscurità che sussiste sulla sua persona fino alla sua morte e alla sua risurrezione. Nell’Apocalisse, invece, quando l’agnello, che era stato messo a morte, viene a prendere possesso del proprio dominio sul mondo, ricevendo il *libro in cui sono suggellati i destini dell’universo, l’intero cielo lo acclama: « Degno è l’agnello sgozzato di ricevere la potenza… la gloria e la benedizione » (Apoc 5, 12 s). La benedizione ha
qui la stessa portata e lo stesso valore della *gloria di Dio.
2. Il calice di benedizione. – Prima di moltiplicare i pani (Mi 14,19 par.), prima di distribuire il pane divenuto il suo corpo (Mi 26, 26 par.), prima di spezzare il pane ad Emmaus (Lc 24,30), Gesù pronuncia una benedizione, ed anche noi « benediciamo il calice di benedizione » (1 Cor 10, 16). Poco importa qui che, in questi testi, la benedizione designi un
gesto speciale, od una formula particolare, distinta dalle parole *eucaristiche propriamente dette, oppure non sia che il titolo dato alle parole che seguono: il fatto è che i racconti eucaristici associano strettamente la benedizione ed il ringraziamento, e che, in questa associazione, la benedizione rappresenta l’aspetto rituale e visibile, il gesto e la formula, mentre il ringraziamento esprime il contenuto dei gesti e delle parole. Tra tutti i riti che il Signore ha potuto compiere nella sua vita, questo è il solo che ci sia conservato, perché è il rito della nuova alleanza (Lc 22, 20). La benedizione vi trova il sue compimento totale; è un dono espresso in una parola immediatamente efficace; è il dono perfetto del padre ai suoi figli, tutta la sua grazia, ed il dono perfetto del Figlio che offre la sua vita al Padre, tutto il nostro ringraziamento unito al suo; è un dono di fecondità, un mistero di vita e di comunione. 3. La benedizione dello Spirito Santo. – Se il dono dell’eucaristia contiene tutta la benedizione di Dio in Cristo, se il suo ultimo atto è la
benedizione che egli lascia alla sua Chiesa (Lc 24, 51) e la benedizione che suscita in essa (24, 53), tuttavia il NT non dice mai che Gesù Cristo sia la benedizione del Padre. Di fatto la benedizione è sempre il *dono, la vita ricevuta ed assimilata. Ora il dono per eccellenza è lo *Spirito Santo., Non già che Gesù Cristo ci sia donato meno dello Spirito Santo, ma lo Spirito ci è donato per essere in noi il dono ricevuto da Dio. Il vocabolario del NT è espressivo. È vero che Cristo è nostro, ma è soprattutto vero che noi siamo di Cristo (cfr. 1 Cor 3,22; 2 Cor 10, 7). Dello Spirito, invece, si dice più volte che ci è dato (Mc 13, 11; Gv 3, 34; Atti 5,32; Rom 5, 5), che noi lo riceviamo (Gv 7,39; Atti 1,8; Rom 8,15) e lo possediamo (Rom 8,9; Apoc 3, 1), tanto che si parla spontaneamentp del «dono dello Spirito » (Atti 2, 38; 10, 45; 11, 17). La benedizione di Dio, nel senso pieno della parola, è il suo Spirito Santo. Ora questo dono divino, che è Dio stesso, porta tutti i caratteri della benedizione. I grandi temi della benedizione, l’acqua che rigenera, la nascita ed il rinnovamento, la vita e la fecondità, la pienezza e la pace, la gioia e la comunione dei cuori, sono parimenti i
*frutti dello Spirito.

I- GUILLET

Publié dans:BENEDIZIONE |on 20 mars, 2014 |Pas de commentaires »

TU SEI UNA BENEDIZIONE – COME INTERPRETANO LA BENEDIZIONE I RACCONTI DELLA BIBBIA

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ANSELM GRÜN

TU SEI UNA BENEDIZIONE

INTRODUZIONE

COME INTERPRETANO LA BENEDIZIONE I RACCONTI DELLA BIBBIA

Negli ultimi anni, soprattutto nella chiesa evangelica, si è destato un nuovo interesse per il tema della benedizione. Due sono gli argomenti su cui riflettono i teologi protestanti: da un lato la benedizione come gesto. La benedizione è qualcosa di più che pregare a parole, si esprime attraverso un gesto. La benedizione può essere sperimentata dalle persone attraverso i sensi. Dall’ altro lato, si è riscoperto Dio come creatore. Ciò significa che Dio non è soltanto il redentore, bensì anche il creatore e come creatore ha benedetto gli esseri umani, facendoli partecipare della ricchezza della sua creazione.

Benedizione e fecondità
La benedizione è uno dei temi centrali della Bibbia. Già al momento della creazione dell’ essere umano Dio benedice Adamo ed Eva: «Dio li benedisse e disse loro: « Siate fecondi e moltiplicatevi »» (Gen 1,28). La benedizione qui è collegata alla fecondità, con la moltiplicazione e l’incremento della vita. L’intero creato è una benedizione di Dio da cima a fondo. Dio copre di doni l’essere umano e fa sì che la sua esistenza porti frutto. È in questo che consiste uno dei desideri primordiali dell’essere umano, che la sua esistenza non resti inutile e infeconda. Quando prospera, quando porta frutto nei figli o in un’ opera, l’essere umano vede un senso nella propria esistenza. La benedizione è una promessa di Dio all’ essere umano che la sua esistenza è sotto la protezione del Signore e partecipa della sua energia creativa, che si esprime e porta frutto nell’uomo.
Il grande cruccio dell’ essere umano sta nel fatto che la sua vita gli appaia priva di significato e che rimanga senza frutto. Le coppie di sposi spesso soffrono per la mancanza di figli. Le persone non sposate hanno talvolta l’impressione di non lasciare nulla in questo mondo. Non possono presentare né figli, né una grande opera. È un desiderio primordiale che la vita porti frutto. Per raggiungere l’armonia con se stesso, l’essere umano ha bisogno della sensazione di generare qualcosa, di creare qualcosa che resta. Non devono per forza essere i figli o una grande opera visibile a tutti. Ognuno, però, ha bisogno della certezza di portare frutto con la propria esistenza, di lasciare in questo mondo un’impronta che può essere lasciata soltanto da lui.
Di una donna incinta diciamo che è fertile. Ciò che vale per lei, è anche una promessa a ciascuno di noi. Anche noi siamo fertili. Nel nostro corpo si esprime la benedizione di Dio. E attraverso il nostro corpo deve fluire benedizione in questo mondo, qualcosa che può prosperare e diventare visibile nel mondo esclusivamente attraverso di noi. Lo psicologo americano Erik Erikson la definisce generatività. È espressione di una persona matura. Parte integrante della buona riuscita dell’ esistenza umana è il fatto che io crei qualcosa che mi sopravviva e vada oltre la mia persona. Quando vado al lavoro o vivo gli incontri con gli altri con la consapevolezza di essere fertile, lo farò confidando nel fatto che da me si sprigiona benedizione, che il mio lavoro diventa una benedizione per gli altri e che il dialogo o lo sguardo amorevole fa scaturire la vita nell’ altra persona. In quanto benedetto posso essere sorgente di benedizione. Ciò conferisce alla mia esistenza un sapore nuovo, il sapore della benedizione e non quello amaro di quanto è sterile e privo di valore.
Ti auguro, caro lettore, cara lettrice, che ti senta benedetto/ a da Dio fin dalla nascita. Su di te c’è sin dall’inizio la benedizione di Dio, che ti dice: «È bene che tu esista. Sei benvenuto/a su questa terra. Vivi la tua vita e sii fecondo/a!». Ringrazia Dio per averti creato così come sei e per tutto ciò che ti ha già donato in questa vita. La gratitudine ti donerà un nuovo sapore, il sapore della vitalità e della gioia.

Abramo, il benedetto
Il patriarca di Israele e padre della fede è Abramo. Dio gli promette: «Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione… In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2s.). Qui la benedizione non consiste soltanto nella fecondità, bensì anche nell’ elezione. Abramo è una persona speciale. Viene scelto da Dio come progenitore di un grande popolo. La benedizione è sempre collegata all’ elezione. Quando benedico una persona, questa sa di essere stata eletta da Dio. Eleggere ha a che fare con volere. La persona benedetta ed eletta sa di essere voluta da Dio, sa di essere accettata e approvata incondizionatamente. La Bibbia associa spesso la benedizione di Dio a un nuovo nome. Anche ad Abramo viene dato un nome nuovo. La benedizione istituisce una nuova identità. L’essere umano non si sente più segnato da un’ onta. Viene chiamato da Dio stesso con un nome nuovo. È creato, plasmato, costituito, amato e accettato interamente da Dio. Trova la sua identità in un’intensa relazione con Dio. Sa di non poter vivere senza questa relazione di amicizia con Dio, che accorda fecondità alla sua vita.
Elezione significa anche che Dio ritiene l’essere umano capace di compiere qualcosa. Dio pretende da Abramo che abbandoni la propria terra, i parenti e la casa paterna. I monaci hanno visto questa partenza come archetipo per ogni essere umano. Ogni essere umano deve abbandonare ogni dipendenza, i sentimenti del passato e le cose visibili con cui si identifica volentieri. Il rischio della partenza, però, può essere corso soltanto da chi sa di essere sotto la benedizione di Dio. Partendo lascia andare tutto ciò con cui finora si è sentito benedetto: i suoi beni, i suoi genitori, i suoi amici, tutto ciò che gli è consueto. Essere sotto la benedizione di Dio significa: percorrere il proprio cammino sotto la sua mano che protegge, confidando nel fatto che in noi Dio crea qualcosa di nuovo e volge a buon fine la nostra esistenza. Abramo non è una persona priva di difetti, esattamente come noi, pur essendo benedetti, continuiamo a essere pieni di difetti e di debolezze. Non di rado soffriamo per i nostri difetti. Ci sentiamo lacerati. La benedizione tiene unito ciò che noi non riusciamo a comporre.
Ti auguro quindi che tu ti sappia benedetto ed eletto da Dio e che la benedizione di Dio unisca dentro di te tutto ciò che talvolta minaccia di lacerarti. Dio ti benedica, affinché tu, come Abramo, possa percorrere la tua strada pieno di fiducia e ti sappia circondato sempre e ovunque dalla vicinanza protettrice di Dio.
«Diventerai una benedizione», dice Dio ad Abramo. È la promessa più bella che possa essere fatta a una persona: essere una benedizione per gli altri, diventare sorgente di benedizione per gli altri. Talvolta diciamo a proposito di una persona che è una benedizione per la comunità, l’azienda, il paese. Di alcuni bambini si dice che sono una benedizione per la famiglia. Intendiamo con questo che quel bambino ha in sé qualcosa che fa bene agli altri. Forse ha un carattere solare. Oppure effonde pace intorno a sé. Oppure c’è in lui qualcosa di schietto e di puro di cui tutti gioiscono. Ogni comunità ha bisogno di persone che siano una benedizione per essa. Alla lunga, senza persone benedette una comunità non può sussistere.
Quando diciamo di un adulto che è una benedizione per la comunità, pensiamo anche all’influenza positiva che si sprigiona da lui. Da una persona del genere si effonde speranza per gli altri. La sua influenza riconcilia, non divide. E da questa persona partono nuove idee. Della sua inventiva, della sua creatività vivono anche un po’ gli altri. Senza di lei la comunità si spaccherebbe. Una persona benedetta unisce le persone. Trasmette ad altri la benedizione che ha ricevuto.
Gli innamorati fanno l’esperienza che il loro amico o la loro amica diventa una benedizione per loro. Gli innamorati rifioriscono. Vicino al partner imparano ad accettare se stessi. Cresce una nuova fiducia in se stessi. Quanto è buio si rischiara, la disperazione sparisce. Lo sconforto se ne va. All’improvviso la vita riacquista fantasia e creatività. Si sviluppano nuove idee. Ciò che era pietrificato diventa vivo.
Alcuni hanno l’impressione che il loro medico, la loro terapeuta o il loro padre spirituale sia una benedizione per loro. Dalla loro guida spirituale si sprigiona qualcosa che fa bene all’ anima. Allora i dubbi su se stessi si disperdono, la svalutazione e la condanna di sé cessano. Da quella persona ricevono nuova speranza che la loro vita vada a buon fine.
Anche tu, caro lettore, cara lettrice, sei una benedizione per altre persone. Dio te ne ritiene capace. Non devi compiere imprese speciali per diventare una benedizione per gli altri. Basta che tu sia interamente te stesso/a. Così come sei, nella tua unicità, sei una benedizione per gli altri. Smetti di svalutarti, e sii grato/ a del fatto che Dio ti ha eletto a sorgente di benedizione per gli altri.

La benedizione notturna di Giacobbe
La Bibbia ci narra una storia singolare. È la storia della benedizione notturna che Giacobbe riceve proprio dall’uomo che ha lottato con lui tutta la notte. Da giovane Giacobbe aveva ottenuto con l’inganno da suo padre Isacco la benedizione del primogenito, suscitando così l’ira di suo fratello Esaù contro di sé. Questa benedizione appare qui come qualcosa di tangibile, qualcosa che non si può dare due volte. Giacobbe è in vantaggio rispetto a suo fratello Esaù. La benedizione del primogenito consiste nel fatto che ora Giacobbe sarà signore dei suoi fratelli.
A Giacobbe sembra riuscire ogni cosa. Torna a casa con grandi ricchezze, le sue due mogli e molti figli. Ma gli viene annunciato che suo fratello Esaù gli sta venendo incontro. Ora si ritrova a fare i conti con la paura. Esaù rappresenta l’ombra di Giacobbe. Giacobbe deve affrontare la propria ombra affinché la sua vita diventi davvero una benedizione. La Bibbia ce lo descrive nella lotta notturna con un uomo oscuro che si fa riconoscere come angelo di Dio. I due lottano nella notte, senza che uno dei due riporti la vittoria. Quando sorge l’aurora, l’angelo prega Giacobbe di lasciarlo andare. Giacobbe ribatte: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!» (Gen 32,27). Giacobbe lotta per la benedizione. Ci tiene tanto a essere benedetto da Dio da lottare come se fosse questione di vita o di morte. Dio in persona benedice Giacobbe e gli dà un nuovo nome: «Non ti chiamerai più Giacobbe [truffatore, ma Israele [colui che lotta con Dio]» (Gen 32,29).
È un paradosso che proprio ciò che è pericoloso per me e mi combatte debba benedirmi. In un primo momento a Giacobbe Dio non appare affatto come colui che benedice, bensì come colui che lo mette in discussione, che gli sbarra la strada. Da un punto di vista psicologico, si tratta di un incontro con l’ombra. Prima che Giacobbe possa riconciliarsi con suo fratello Esaù, deve incontrare l’ombra dentro di sé, la parte che imbroglia, quella falsa, la propria menzogna esistenziale. E proprio l’incontro con l’ombra si trasforma per lui in benedizione. La sua vita acquista una qualità nuova. Non soltanto riesce a riconciliarsi con il fratello, ma diventa uno dei patriarchi di Israele.
Pensiamo di incontrare la benedizione di Dio nelle situazioni in cui abbiamo successo, in cui tutto ci riesce. La storia di Giacobbe ci dimostra che sperimentiamo la benedizione proprio dove abbiamo toccato il fondo, dove incontriamo dolorosamente noi stessi, la nostra falsità, il nostro rifiuto della vita, il nostro sconfinato egoismo. Se diciamo di sì a noi stessi così come siamo, persino la parte debole e falsa di noi può trasformarsi in sorgente di benedizione. Dio non benedice ciò che è perfetto, ma ciò che è imperfetto, non ciò che è intero: ma ciò che è spezzato. Attraverso la benedizione il ramoscello tagliato torna a rifiorire. E la notte si trasforma in giorno chiaro.
Dio ti benedica anche dove ti senti fallito, dove soffri per le tue debolezze, dove sei circondato dall’oscurità. Non darti per vinto, quando tutto sembra privo di vie d’uscita e non sai come andare avanti, quando sei stanco della lotta e preferiresti darti per vinto. Allora, come Giacobbe, grida testardamente nella notte del buio e della tentazione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!».

Benedizione o maledizione
Nel Deuteronomio Dio pone davanti al popolo la benedizione o la maledizione. Mette il popolo davanti all’alternativa di scegliere l’una o l’altra:
«Vedete, io pongo oggi davanti a voi una benedizione e una maledizione: la benedizione, se obbedite ai comandi del Signore vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione se non obbedite ai comandi del Signore vostro Dio e se vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuto» (Dt 11,26-28).
Possiamo dunque essere noi a scegliere tra benedizione e maledizione. Se ci atteniamo ai comandamenti, se viviamo in conformità della nostra natura di esseri umani, siamo benedetti. Se però agiamo contro la nostra natura e ci facciamo condizionare dalle nostre brame e dalle nostre pulsioni, scegliamo la maledizione. Dio afferma il Deuteronomio – ha legato il comportarsi secondo i comandamenti alla benedizione e l’allontanarsi dalla retta via alla maledizione. E sta in mano nostra scegliere l’una o l’altra. Se ci atteniamo ai comandamenti, la nostra vita viene benedetta. Porterà frutto e prospererà. Se invece voltiamo le spalle a Dio, sperimentiamo la maledizione. Per l’Antico Testamento, la maledizione è sempre un indebolirsi della vita. Il maledetto si sente ripudiato da Dio e vive estraniato dal Signore e da se stesso.
Esiste però anche l’esperienza che una persona ne maledica un’altra. Nel libro dei Numeri si narra di come il re Balak, nella sua paura del popolo di Israele, mandi a chiamare l’indovino Balaam. Gli dà l’incarico di maledire il popolo di Israele. Una volta che il popolo sarà maledetto spera di sconfiggerlo. Ma Dio ordina all’indovino: «Non maledirai quel popolo, perché esso è benedetto» (Nm 22,12). Chi è stato benedetto da Dio non può venire maledetto da un essere umano. Molte persone si sentono maledette. La parola tedesca fluchen, maledire, deriva da un gesto a cui si associava il malaugurio. Ci si batteva il petto con il palmo della mano aperta, per esprimere che si augurava il male all’ altra persona.
Torno sempre a incontrare persone che hanno l’impressione di essere maledette. Quando chiedo maggiori dettagli, mi raccontano che il padre, in preda all’ira, ha gridato loro: «Non farai mai strada. Non troverai mai un marito. Vedrai come finirai in malora». Altre sono piene di paura, perché un parente ha augurato loro di avere un bambino disabile o di rimanere sterili. Anche se con la ragione ci rendiamo conto che questi auguri malvagi nascono dall’ amarezza di persone malate, ben difficilmente riusciamo a sottrarci alloro potere. In noi permane la sensazione confusa che le parole non siano soltanto parole, ma abbiano un certo effetto. Talvolta le persone maledette si sentono rose interiormente. Anelano alla benedizione che scioglierà la maledizione che pesa sulla loro anima. Non basta dire loro che la maledizione non ha valore, perché essa dimora nella loro anima. C’è bisogno di una potente benedizione. Impongo le mani a queste persone e, in nome di Gesù Cristo, dico che protegga la loro anima dall’influsso nocivo delle parole altrui e che faccia penetrare sempre più a fondo nel loro cuore la sua parola di vita.
Una volta è venuta da me una donna che durante l’infanzia aveva subito degli abusi sessuali da parte di un sacerdote. Questi l’aveva maledetta. Se mai l’avesse raccontato a qualcuno, sarebbe morta. Quella donna non osava più andare in chiesa. Desiderava ardentemente partecipare alla messa. Ma non appena entrava in una chiesa, quella maledizione scendeva su di lei e la paralizzava. Un’amica la persuase a parlare con me. Quando le andai incontro amichevolmente e le tesi la mano, si tirò indietro. Ebbe il coraggio di parlarmi soltanto perché l’amica entrò con lei nel parlatorio. E ci volle molto tempo, prima che il suo blocco si sciogliesse e trovasse la fiducia di dire ciò che le pesava sull’ anima. Le chiesi se potevo impartirle la benedizione e imporle le mani. Lo volle.
Durante quella benedizione ho sentito che tutti i miei bisogni di mostrare partecipazione o riuscire ad aiutare dovevano passare in seconda linea. Dev’essere una benedizione pura, in cui sono permeabile soltanto allo Spirito di Dio. Ed ero consapevole del fatto che la benedizione ha bisogno di autorità conferita dall’ alto. Benedico in nome di Dio. Benedico con la forza della croce, sulla quale Gesù ha sconfitto il potere dei demoni. Affiorano in me immagini archetipe, per esempio l’immagine che Cristo protegge la donna con il suo potere, che con il segno della croce suggello la fronte affinché non possa entrare niente di negativo. E in questa situazione comprendo all’improvviso la frase di san Paolo, che altrimenti mi risulta piuttosto estranea, cioè che sulla croce Gesù è diventato maledizione per noi, per riscattarci dalla maledizione (cfr. Gal 3 , 13s.).
Forse conosci anche tu parole di maledizione che sono rimaste nella tua anima. Sovrapponi a queste parole oscure la Parola iniziale che ti è stata affidata nel battesimo: «Tu sei il mio figlio diletto. . Tu sei la mia figlia diletta. In te mi sono compiaciuto». Oppure pronuncia nel tuo cuore l’augurio con cui Paolo benedice Timoteo, il destinatario delle sue lettere: «Grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e Cristo Gesù Signore nostro» (2 Tm 1,2).

Donne che si benedicono a vicenda
Quando Maria visitò sua cugina Elisabetta, quest’ultima fu piena di Spirito Santo ed esclamò: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42). La donna più anziana benedice la più giovane. Entrambe le donne sono incinte. È un incontro prodigioso quello che ci viene descritto da Luca nel suo vangelo. In quanto greco, Luca ha una sensibilità particolare per la dignità della donna e per la sua capacità di sentire che il nostro compito più importante è benedirci a vicenda e diventare una benedizione per gli altri. Le donne dicono di se stesse che sono fertili, quando sono incinte. Le donne conoscono la grande benedizione della creazione. Ai giorni nostri sono proprio le donne ad aver sviluppato nuove forme di liturgia della benedizione. Amano benedirsi a vicenda.
Nell’incontro tra Maria ed Elisabetta vedo una dimensione affettuosa nel rapporto reciproco. Lì non è questione di rivalità, come sperimentano spesso gli uomini nelle loro relazioni interpersonali. Lì è questione di gioire per l’altra persona e della capacità di vivere insieme la benedizione di Dio, che è destinata a tutti, e di gioirne insieme agli altri. La benedizione pronunciata da Elisabetta su Maria rende viva anche lei. Il bambino le sussulta nel grembo. Il suo isolamento si trasforma in nuova vitalità. E Maria, la benedetta, prorompe nel canto di lode del Magnificat. Trasmette ad altri la benedizione di Dio. Benedire significa: lodare Dio per tutto ciò che ha fatto per noi. Dio è la fonte di ogni benedizione. Per questo fa parte della benedizione la lode di Dio come nostro creatore, redentore e salvatore.
Con questo racconto l’evangelista ci invita a benedirci a vicenda. Benedirsi a vicenda può avvenire attraverso un gesto, per esempio tracciando una croce sulla fronte dell’ altra persona. Ma può anche semplicemente avvenire attraverso una parola. Elisabetta benedice Maria dicendole qualcosa di buono. La parola greca per ‘benedire’, euloghein, e la traduzione latina benedicere, significano: dire qualcosa di buono, dire bene. Benedire consiste nel dire qualcosa di buono dell’altro, su di lui e rivolto a lui. Elisabetta glorifica Maria come la donna che è benedetta più di tutte le altre, che ha una dignità inviolabile. Nella benedizione Elisabetta vede il mistero di questa giovane donna e del bambino che porta in grembo. Ciò che Elisabetta dice a proposito di Maria vale per ciascuno di noi. Ognuno di noi è una donna benedetta, un uomo benedetto. Ogni donna è sotto la benedizione di Dio. Ognuno è creato e amato da Dio come persona speciale e unica.
Elisabetta non glorifica soltanto Maria, bensì anche il frutto del suo seno. La benedizione che promette a sua cugina si riferisce al bambino che le cresce in grembo. Essere benedetti significa che in me fiorisce qualcosa di nuovo. Nei sogni il bambino rappresenta sempre qualcosa di nuovo e genuino, che desidera aprirsi una strada in me, attraverso tutto ciò che non è autentico e nasconde la mia vera natura. Oggi molte persone soffrono del fatto che la loro vita scorre in maniera monotona e basta, senza che accada nulla di notevole. Si sentono logorate. Tutto segue il suo corso abituale. Essere benedetti come Maria significa che Dio fa fiorire in me qualcosa di nuovo, che mi porta a contatto con l’immagine genuina e originale che egli si è fatto di me.
A proposito del bambino che Maria metterà al mondo, l’angelo dice: «Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,35). Il nostro nucleo più intimo, l’immagine intatta di Dio dentro di noi, sono santi, sacri. In ognuno di noi c’è qualcosa di sacro, di cui gli esseri umani non possono disporre. Il sacro, infatti, è proprio ciò che è sottratto alla signoria del mondo. Per i Greci soltanto ciò che è sacro può risanare. L’angelo promette anche a noi che dentro di noi esiste qualcosa di santo, di sacro, che ha raggiunto salvezza e perfezione, che è intatto e non infettato dalla colpa.
Se sei a contatto con quanto di santo è in te, potrai avere un’zione benefica sugli altri. Allora – benedetto come Maria – anche tu diventerai una benedizione per gli altri. Ti auguro che, come Maria, tu sappia dire di sì al fatto che Dio ti ha benedetto e ti dona un figlio che sarà chiamato santo. È un mistero quello che avviene in te quando il bambino divino nasce dentro di te. Il mistero ha bisogno della tua parola di fede, come quella che ha pronunciato Maria dandoti l’esempio: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38).

La benedizione del vecchio Simeone
Luca ci narra un’ altra splendida storia di benedizione. Quando Maria e Giuseppe portano il loro bambino al tempio, vi incontrano il vecchio Simeone. Simeone prende il bambino tra le braccia per benedirlo. E lodando Dio, dice parole stupende sul neonato. In quel bambino i suoi occhi hanno visto la salvezza, la luce che illumina le genti e la gloria di Israele. È senz’ altro la cosa più bella che si possa dire di una persona: «Quando ti vedo, vedo la salvezza che Dio ha preparato agli uomini». Ogni persona ha una sua profondissima vocazione a portare gli altri alla salvezza, a che gli altri raggiungano attraverso di lei la salvezza e la perfezione.
Con Simeone vorrei dirti: «In te vedo la luce. Sei un raggio di speranza in questo mondo. Rischiari i miei occhi. Sei gloria. In te risplende la bellezza di Dio.
In te un po’ dell’amore di Dio riluce in questo mondo. Attraverso di te il mondo diventa più luminoso e più caldo. Vicino a te mi si riscalda il cuore». Forse pensi che questo, per quanto ti riguarda, non sia vero. Ma le parole benedicenti di Simeone valgono anche per te. Anche tu, infatti; sei benedetto, come il bambino di Maria.
Quando il bambino benedetto da Simeone fu diventato uomo, benedì altri bambini. Evidentemente la gente aveva l’impressione che questo Gesù di Nazaret fosse una persona benedetta. Così gli portavano i loro bambini, affinché imponesse loro le mani e li benedicesse (Mc 10,1316). Volevano che i loro bambini partecipassero della benedizione di quest’uomo Gesù. Sentivano che la presenza di Gesù faceva bene a loro e ai loro bambini, che da Gesù si sprigionavano benedizione, accoglienza, incoraggiamento, vita e amore. Gesù prende i bambini tra le braccia, impone loro le mani e li benedice. È un gesto affettuoso di benedizione. Nell’abbraccio Gesù dimostra loro che sono abbracciati e amati da Dio, che la presenza di guarigione e d’amore di Dio li circonda sempre. Attraverso l’abbraccio, la benedizione si fa concreta. I bambini si sentono amati, accettati. La benedizione ha in sé qualcosa di affettuoso.
Gesù impone loro le mani. Nell’imposizione delle mani non faccio soltanto l’esperienza dello Spirito Santo di Dio e della sua forza risanatrice, che si riversa in me, bensì anche della sua protezione. In tutto ciò che faccio so che Dio stesso tiene le sue mani protettrici sul mio capo. L’imposizione delle mani è il gesto di, benedizione più intenso. In esso l’amore di Dio può essere sperimentato fisicamente come contatto affettuoso e come un flusso che mi pervade. A questo intenso gesto di benedizione, l’imposizione delle mani, Gesù associa una parola buona, una parola di incoraggiamento. La sua parola crea relazione e comunione. Gesù offre ai bambini la sua amicizia personale. Ma attraverso la benedizione comunica loro anche che appartengono al regno di Dio, che si trovano alla presenza risanatrice e protettiva di Dio.
Molti genitori, la sera, prima di andare a dormire, hanno l’abitudine di benedire i loro figli. Quando un figlio è ancora piccolo, attraverso la benedizione si sente al sicuro e protetto. Una madre, ogni sera, posa in silenzio la mano sul capo del suo bambino che è già a letto e prega per lui. Ciò trasmette al bambino l’esperienza che Dio tiene le sue mani buone su di lui e che è bene detto e amato da Dio. Un padre, ogni volta che i figli stanno per andare via da casa per un periodo piuttosto lungo, fa loro un segno della croce sulla fronte. Una madre mi ha raccontato che i suoi figli le presentavano sempre la fronte per ricevere da lei la benedizione. Evidentemente anelavano al tenero affetto della benedizione. In essa facevano l’esperienza della promessa: «Sei benedetto da Dio. Non sono soltanto io a pensare a te, ma Dio tiene la sua mano affettuosa su di te». Quando i figli crebbero, la madre ebbe degli scrupoli a continuare a fare loro il segno della croce sulla fronte. Ma quando tralasciò di farlo, i figli ormai adulti lo reclamano. Per loro costituiva un bisogno sperimentare la benedizione della madre. A che cosa anelavano quei giovani uomini? Dato che non li conosco, posso soltanto fare delle supposizioni. Penso però che volessero sperimentare fisicamente che sono benedetti, che non sono soli, che non è soltanto la madre ad accompagnarli con il suo amore, bensì anche Dio, che è loro vicino, anche se, lontano da casa, si sentono soli. Desidero perciò incoraggiare padri e madri a benedire i loro figli.
Nel segno della croce, nell’imposizione delle mani o nella parola di benedizione metti il tuo amore, la tua benevolenza, le tue premure e la tua fiducia che tuo figlio è benedetto da Dio. La benedizione che dai a tuo figlio ti libera dalle preoccupazioni timorose per lui. Sai che è sotto la benedizione di Dio, che percorre la sua strada da persona benedetta e che la benedizione è come una mano protettrice che lo accompagna e circonda.
Se mi ricordo di come mio padre mi tracciava la croce sulla fronte quando ritornavo in collegio a Miinsterschwarzach, in quel gesto non c’era soltanto un senso di dedizione affettuosa. Con quel piccolo gesto mio padre esprimeva dei sentimenti che altrimenti non riusciva a mostrare con facilità. Era anche la certezza che la benedizione mi accompagnava e che in essa mi accompagnava anche l’affetto di mio padre, quando tornavo nell’atmosfera un po’ più dura del collegio.
Non dovrebbero essere soltanto padri e madri a benedire i loro figli. Possiamo anche benedirci a vicenda. Il ragazzo può tracciare la croce sulla fronte della sua ragazza e viceversa.
Con questo gesto amorevole esprimiamo verso l’altra persona che:
«Vai bene così come sei. Ogni aspetto contrapposto in te è toccato dall’amore di Dio. Appartieni a Dio. Non c’è un re o un imperatore sopra di te. Sei libero. Percorri la tua strada sotto lo sguardo amorevole di Dio, che ti dice: « Sei il benvenuto in questo mondo. Abbi fiducia nella vita. Io vengo con te »».

Benedetti attraverso Gesù Cristo
La lettera agli Efesini vede l’operato di redenzione e riscatto di Dio in Gesù Cristo come benedizione. Con l’immagine della benedizione l’autore esprime ciò che Dio ha fatto per noi in Gesù Cristo. La lettera inizia con un rendimento di lode:
«Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto» (Ef 1,3s.).
La benedizione con cui Dio ci ha benedetti consiste nel fatto che ci ha scelti in Gesù Cristo. In Gesù Dio ha diretto lo sguardo su ciascuno di noi, ricolmandoci di tutto l’amore che ha donato a suo figlio. In Gesù, però, ci ha anche chiamati a essere santi e immacolati al suo cospetto. L’8 dicembre, nella solennità di Maria immacolata, la liturgia riferisce questa frase a Maria, la Madre di Dio. Allo stesso tempo, però, questa frase vale anche per noi. In Gesù Cristo siamo già santi e immacolati. Là dove Gesù è in noi, c’è in noi qualcosa di sincero e di puro. Lì il peccato non ha alcun potere su di noi. In Cristo Dio ci ha benedetti, dicendoci:
«Tu sei buono. Ti ho creato buono. E ai miei occhi sei buono, santo e immacolato. Il mondo non ha potere su di te. In te non c’è nessuna macchia. Quando sei in comunione con il mio figlio è tutto buono in te».
Paolo sviluppa questa grande benedizione che abbiamo ricevuto in Gesù Cristo. Consiste nel fatto che in Gesù ci è stata donata la redenzione, «la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1,7). Redenzione significa in realtà liberazione, riscatto. In Gesù non siamo più in balia di forze demoniache che vorrebbero nuocerci. In Cristo persino il peccato non ha potere su di noi. Siamo sottratti alla sua orbita. Non abbiamo più bisogno di condannarci. In Gesù, infatti, Dio ei ha rimesso i peccati. Non ei gravano più addosso per paralizzarci con i sensi di colpa. Là dove siamo benedetti in Cristo il peccato non conta più. Non dobbiamo scontarlo. Possiamo semplicemente lasciarlo andare. La benedizione è più forte della maledizione che spesso ci infliggiamo da soli quando ci dilaniamo con i sensi di colpa, indebolendo così la nostra energia vitale.
Il terzo effetto che la lettera agli Efesini attribuisce alla grande benedizione in Gesù Cristo è «l’iniziazione al mistero» (Heinrich Schlier, 39 [trad. it. cit., 20s.]). Viene sviluppata in Ef 1,8-10:
«Egli l’ha [la grazia] abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero [mysterion] della sua volontà, secondo quanto, nella sua benevolenza, aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno, cioè, di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra».
In Gesù Dio ei ha resi partecipi della sua sapienza. Abbiamo conquistato la gnosis, a cui le persone dell’epoca tanto anelavano. Gnosis significa: conoscenza, illuminazione, vero sapere. In Gesù siamo diventati sapienti. In lui comprendiamo i veri motivi delle cose. In lui riconosciamo la nostra vera natura. E questa vera natura consiste nel fatto che Cristo è in noi e unisce tutti quei nostri ambiti che non di rado viviamo come separati: tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra, la parte terrena e quella celeste, quella oscura e quella luminosa, quella debole e quella forte, la nostra caducità e l’immortalità di Dio. Il mistero della sua volontà è: «Cristo in noi». Così è stato descritto dalla lettera ai Colossesi:
«Dio volle far conoscere [loro] la gloriosa ricchezza di questo mistero [mysterium] in mezzo ai pagani, cioè Cristo in mezzo a voi, speranza della gloria» (Col 1,27).
Si può tradurre anche come «Cristo in voi, speranza della gloria». In ciò consiste la benedizione più profonda che Dio ei ha donato in Cristo. Cristo stesso è in noi. È in noi come colui che unisce dentro di noi ciò che è separato e scisso. Ed è in noi come speranza della gloria. È come la caparra che cresceremo nella forma (d6xa) che Dio ci ha assegnato, che la gloria di Dio risplenda pura e chiara in noi.
Medita tra te e te l’inizio della lettera agli Efesini e lascia cadere nel profondo del tuo cuore le parole: «Ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto» (Ef 1,3s.). Durante la meditazione non devi tanto riflettere sulle parole quanto accogliere le parole nel tuo cuore) nella fede che «questa è la verità. Questa è la realtà autentica. lo sono benedetto. Sono scelto da Dio, eletto, amato incondizionatamente. Là, dove la benedizione di Dio si posa su me, sono santo e immacolato».

Publié dans:BENEDIZIONE, BIBBIA |on 10 août, 2013 |Pas de commentaires »

LA BENEDIZIONE DEL SOLE. IL MIRACOLO DELLA CREAZIONE

http://moked.it/blog/2009/04/06/verso-pesach-la-benedizione-del-sole-il-miracolo-della-creazione-ogni-28-anni/

LA BENEDIZIONE DEL SOLE. IL MIRACOLO DELLA CREAZIONE

Una preghiera per il sole? Può sembrare un rito pagano ma si tratta di uno dei più rari riti ebraici . Il Talmud (Berakhot 59a) ci dice che ogni 28 anni il sole si trova nella stessa posizione, nella stessa ora del giorno e nello stesso giorno in cui si trovava quando fu creato a Gerusalemme esattamente alle 6 del pomeriggio. Un calcolo piuttosto complicato, quello elaborato dai nostri Maestri, che sottolineano tale evento con la prescrizione della recita di una benedizione “Benedetto tu o Signore, Dio nostro Re del mondo, che fa l’opera della creazione”, seguita da alcuni salmi che allo stesso modo esaltano l’opera della creazione.
Questo della Birkhat ha Chammah è forse il rito più raro della ritualistica ebraica e non scevro da numerose discussioni fra i Maestri che temevano si potesse fraintendere il senso di questa celebrazione. Ciò che si celebra è infatti l’opera della creazione del sole da parte dell’Onnipotente e non il sole in quanto tale.
Fra qualche giorno, esattamente l’otto aprile, vigilia di Pesach, nelle prime ore del mattino, i fedeli usciranno dalle sinagoghe e davanti al sole (speriamo che ci sia) reciteranno questa speciale preghiera. La Comunità Ebraica di Torino quest’anno oltre ad eseguire il rito della Birkhat ha Chammah, celebrerà la pubblicazione di un testo di questa preghiera, che il rav Alberto Somekh ha rintracciato nell’Archivio ebraico Terracini di Torino: un manoscritto proveniente da quella che una volta era la Comunità ebraica di Mondovì.
Rav Somekh ci racconti la storia di questo ritrovamento.
L’archivio Terracini, nato nel 1973 grazie a un notevole lascito di libri e documenti appartenuti ai fratelli Benvenuto e Alessandro Terracini, dispone anche di una biblioteca nella quale sono pervenuti volumi da tutte le comunità ebraiche del Piemonte. Nel fondo della Comunità di Mondovì alcuni anni fa abbiamo trovato un antico manoscritto dell’800 che attesta una Birkhat ha Chammah, e si è deciso di stamparlo nell’ambito di una ricerca che si sta conducendo sul patrimonio storico ebraico di quella città. Ho curato la pubblicazione del testo ebraico con traduzione, introduzione e note esplicative in ebraico e in italiano.
Quali sono gli aspetti liturgici della preghiera?
Vi è un contenuto in versetti e salmi in cui le creature ringraziano l’Onnipotente per l’opera della creazione. Qui a Torino vi sarà una cerimonia che si svolgerà subito dopo la tefillà di shachrit. Saliremo sulle cupole della sinagoga e reciteremo la benedizione.
Quest’anno poi, la celebrazione coincide con la vigilia di Pesach, com’era già avvenuto nel 1925, e questo rende ancora più impegnativa una giornata che già lo è perché alla tefillà ordinaria si aggiunge il digiuno dei primogeniti e la Birkhat ha Chammah.
Questa preghiera non viene un po’ meno al principio di non amare altri dei…
Assolutamente no, e non bisogna cadere in quest’errore. Noi non ci rivolgiamo direttamente al sole, ma al Creatore e lo ringraziamo per l’opera della creazione del sole, per la sua bellezza, per il suo calore, per la sua luce. Non c’è alcuna possibilità di fraintendere. Anzi, questa berachà ribadisce la concezione ebraica del rapporto con il creato.

Or ha Chamma
A cura del rav Alberto Moshè Somekh
Zamorani Editore, pagg. 88, 14 euro

Lucilla Efrati

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Publié dans:BENEDIZIONE, ebraismo |on 10 août, 2013 |Pas de commentaires »

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