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AVVENTO E ATTESA

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AVVENTO E ATTESA

Ab. Donato Ogliari osb

« Avvento » – dal latino « adventus », venuta – è il nome del tempo liturgico che precede il Natale. Esso indica la duplice venuta di Gesù: quella compiutasi con la sua incarnazione duemila anni fa, e quella del suo ritorno glorioso che avverrà alla fine dei tempi. Naturalmente, parlare di « venuta » significa anche parlare di « attesa », dal momento che le due dimensioni sono generalmente correlate.
La gamma delle situazioni nelle quali facciamo l’esperienza dell’attesa è molto ampia. Vi sono circostanze quotidiane, come l’attendere che i figli rientrino dalla scuola o al lavoro e che il pasto sia pronto per mettersi a tavola, che l’autobus sia puntuale, che l’imbottigliamento del traffico si risolva quanto prima, che arrivi il proprio turno in un ufficio pubblico, che il PC termini di scaricare il file desiderato, che il fidanzato giunga puntuale all’appuntamento fissato e così via. Accanto a queste situazioni, diciamo così, ordinarie e prosaiche, ve ne sono naturalmente di più complesse e difficili, come l’attesa di un referto medico che potrebbe decidere del futuro della propria vita, o l’attesa che si risolva un’incomprensione, un disaccordo, una lite che ha provocato dissapori e amarezza con qualche familiare o amico. D’altra parte vi sono anche attese cariche di positività, come quella di una mamma « in attesa » che fa il conto alla rovescia, o quelle riguardanti un’annunciata promozione in campo lavorativo o un traguardo accademico. A seconda del loro tenore, ognuna di queste attese può essere vissuta con serena pazienza o con malcelata sopportazione o presi dall’impressione che il tempo non passi mai.
In ogni caso, qualunque sia il tenore dell’attesa, essa raggiunge sempre un segmento della nostra vita. Proprio per questo, il credente crede fermamente che in ciascuna di esse – indipendentemente dalla loro natura – Dio sia al nostro fianco. In fondo risiede qui il senso profondo dell’Avvento, il motivo per cui continuiamo a celebrare l’attesa del Salvatore, Cristo Gesù, nel fatto cioè che Egli – il Signore del tempo e della storia – continua a riempire di Sé anche la nostra piccola o grande quotidianità.
Se così non fosse – se cioè non sentissimo la presenza salvifica di Dio accanto a noi in tutto quello che avviene – ogni attesa risulterebbe un segmento vuoto e insulso. Così, ad esempio, la pensa il drammaturgo Samuel Beckett, cantore del nulla e dell’assurdo della vita, il quale, nella sua opera teatrale Aspettando Godot, allude all’inutile attesa di un Dio Salvatore – « God-ot » appunto – nella trama della propria esistenza. Di fatto, i due protagonisti Vladimiro ed Estragone attendono la venuta del signor Godot in un quadro beffardamente tragico e assurdo, dove il tempo, immobile e pietrificato, è ermeticamente chiuso ad una qualsiasi salvezza proveniente dall’esterno. Così, ogni qualvolta essi si dicono l’un l’altro: « Andiamo? », rispondendo: « Sì, andiamo », in realtà non muovono un passo e rimangono inchiodati al suolo in un’attesa senza tempo e senza senso.
L’attesa del cristiano, al contrario, è sostenuta dalla fiduciosa certezza che il Signore viene sempre ed è continuamente all’opera nella nostra vita fino a che « si compia la beata speranza », fino a che, cioè, Egli ritorni nell’ultimo giorno. È questa precisazione che rende autentica l’attesa del credente. Nello scorgere e decifrare i segni di Dio nelle realtà di quaggiù, egli si apre nello stesso tempo alla dimensione ultra-mondana e divina. È proprio questa capacità di guardare « oltre » a far sì che il nostro cuore non si senta mai appagato da alcun paradiso terreno, o presunto tale, e continui a protendersi in avanti, verso il futuro di Dio. Lì, e lì solamente, nel suo Regno di Vita infinita, che abbraccia il passato, il presente e il futuro, le nostre piccole vite possono trovare un ancoraggio che permetta ad esse di attingere ogni giorno daccapo l’intimo senso che le sostiene.
Su questa trama procede, cresce e si sviluppa anche il nostro cammino di fede, in un susseguirsi di attese e di compimenti nei quali trova consistenza la nostra quotidiana ricerca di Dio. È infatti in entrambi questi ambiti – quello della nostra vita che si dipana nel tempo e nello spazio, e quello della nostra fede che l’accompagna – che siamo chiamati a vivere ogni giorno un’attesa dinamica e operosa che, in qualche modo, ci fa già pregustare il compimento verso il quale essa ci proietta. Anche se questo non avviene in maniera meccanicistica, ma sotto la luce e la guida della nostra libertà, corroborata dalla ragione, illuminata dalla fede e sostenuta dalla grazia. Così, l’Avvento, che ci fa protendere lo sguardo oltre il tempo, nell’attesa della venuta finale del Cristo, è lo stesso Avvento che ci invita ad attendere e ad accogliere, con gli occhi del cuore e della mente ben spalancati, il Cristo che continua a incarnarsi nelle nostre storie personali, familiari e comunitarie; il Cristo che, senza sosta, viene incontro alle nostre miserie, alle nostre inadempienze e alle nostre infedeltà allo scopo di incoraggiarci a camminare ogni giorno nella luce gioiosa del suo Amore che dà pace e salvezza.
Al di là di tutte le preoccupazioni e i problemi che ci assillano nell’attuale contesto segnato da mutazioni profonde e per certi versi drammatiche, l’Avvento ci sprona a rinsaldare la nostra speranza, a non farcela rubare – come direbbe papa Francesco – e ad accogliere con fede il « domani » che Dio vuole realizzare con noi, portando a compimento le attese più vere e profonde e rendendo sempre più vigile e forte l’attenzione reciproca e la solidarietà fraterna. Come credenti, non esitiamo a spalancare i nostri cuori, le nostre menti e le nostre azioni al soffio irruente e dolce della Vita di Dio, e gridiamogli con tutte le nostre forze: « Marana-tha! Vieni, Signore Gesù! ».

Publié dans:AVVENTO NATALE 2018 |on 17 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI AVVENTO (C) COMMENTO

https://combonianum.org/2018/12/05/commento-al-vangelo-della-domenica-15/

II DOMENICA DI AVVENTO (C) COMMENTO

Lavori in corso

commento di Antonio Savone

A contatto con il Dio che raggira la via dell’ufficialità. È qui che ci porta la liturgia della II Domenica di Avvento, mentre ci chiede di farci pellegrini verso il deserto. Chi l’avrebbe mai detto che Dio potesse rivelarsi a un uomo che per scelta decide di collocarsi nel luogo dell’anti-apparenza e dell’irrilevanza qual è un deserto? Il luogo che per eccellenza è il simbolo del silenzio diventa il luogo da cui parte un messaggio di rinnovamento. Sempre così: il deserto rappresenta una sorta di terapia di riabilitazione usata da Dio quando vengono meno gli abituali punti di riferimento. Se da una parte il frequentare il deserto è invito a misurarsi con ciò che conta davvero, esso è altresì invito ad una esperienza di condivisione: chi si avventura da solo è presto destinato a scomparire. Non scontata la scelta del deserto: non poche volte, infatti, pur di evitare il confronto con gli interrogativi di fondo dell’esistenza, è più seducente rincorrere altre proposte che, se immediatamente sono più allettanti, non tardano a diventare vere e proprie forme di schiavitù.
Mentre la storia ufficiale sembra procedere inalterata, per il suo corso, Dio sceglie figure a tutta prima marginali per dischiudere nuovi orizzonti di senso. Dio parla e si rivolge a chi ha scelto di non appesantire il suo cuore da cose inutili, a chi, pur abitando nella zona più profonda della terra (com’era la regione del Giordano), non ha smesso il desiderio di cose vere.
Riempie il cuore di speranza ascoltare un brano come quello del vangelo. Mentre tutto lascerebbe pensare che le cose non possano cambiare, quando in maniera rassegnata ci ritroviamo a registrare solo smentite e disfatte, Dio non resta spettatore muto e già va intessendo una nuova trama, quella che sa intravedere e riconoscere chi non teme di abbandonare le risposte obsolete dei palazzi e muove i passi là dove qualcuno propone un messaggio che ha plasmato non poco la sua persona e la sua vicenda. A dare una svolta alla storia non sarà Tiberio, non sarà Erode, non saranno Anna e Caifa: sarà proprio colui per il quale costoro non muoveranno un dito perché possa vedere salvata la sua esistenza. Anzi.
Per questo è necessario imparare a leggere la storia attraverso la trama e l’ordito: la complessità delle nostre vicende non è mai un impedimento al compiersi della parola di Dio. D’ora in avanti, capitale di un possibile riscatto non saranno più i centri del potere ma chi è completamente libero da condizionamenti e compromessi.
Preparate la via del Signore…
La proposta di Giovanni è una sorta di “lavori in corso” mai del tutto compiuti. E proprio come quando si tratta di delineare un nuovo percorso, è necessario individuare le voragini delle nostre paure che sono da colmare, ciò che sembra insormontabile e che invece è da abbassare, ciò che è contorto ed è da raddrizzare.
Non dimentichiamolo: non è da chissà quali strategie politiche che riparte la vita di un popolo; non è da chissà quali riforme dall’alto che conosciamo il rinnovamento della vita ecclesiale. I segni del nuovo cominciano da un uomo – Giovanni, figlio di Zaccaria – che si lascia trasformare – lui, personalmente – dalla parola di Dio.
Anche se la sua situazione storica ha un carattere deprimente e la politica religiosa tocca il fondo dello squallore, Giovanni non si lascia distogliere dall’abitare il deserto come luogo di verità e di essenzialità. Non fuori dalla storia e neppure sotto i riflettori. A lungo la sua voce risuonerà nel nascondimento e nella marginalità, ma il lavoro operato dentro di lui lo renderà capace di chiedere conversione e di indicare ad altri la via per vedere la salvezza di Dio. È proprio questo acconsentire al fatto che la parola trasformi lui, che gli conferisce autorevolezza in un contesto in cui l’autorità è rappresentata da altri che, tuttavia, non sono all’altezza della situazione.
Accostare quest’oggi la figura di Giovanni significa per noi accogliere come provocazione l’invito a:
non rifuggire il momento presente (caro salutis cardo: è la carne, la storia, il cardine della salvezza)
essere sobri nella vita (frequentare il deserto),
rimuovere ogni prevaricazione (ogni colle sia abbassato),
non vivere ripiegati su se stessi (ogni valle sia colmata)

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