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Il Papa a Napoli: Sepe: dalla visita l’energia per un vero cambiamento

dal sito on line del giornale « Avvenire »: 

Il Papa a Napoli
 Sepe: dalla visita l’energia per un vero cambiamento

 INTERVISTA


 DAL NOSTRO INVIATO A NAPOLI
 SALVATORE MAZZA
 


 L uogo delle contraddizioni. Dove alle mille difficoltà «si intrecciano genia­­lità, arte, voglia di fare». E luogo di u­na Chiesa «viva e presente», che dal Papa si aspetta «incoraggiamento» per rendersi sempre più protagonista del cambamen­to e dello sviluppo di cui la città ha biso­gno.
  È questa la Napoli che, sintetizzata nelle parole del suo arcivescovo, il cardinale Cre­scenzio Sepe, aspetta oggi la visita di Be­nedetto XVI. Alla vigilia dell’incontro di uo­mini e religioni promosso dalla Comunità di Sant’Egidio che, proprio a Napoli, trova «quasi la sua sede naturale», con l’auspicio che si creino le «premesse» per fare della città la sede di «un Forum permanente del­le religioni e del dialogo».

 Napoli, e il Meridione in genere, stanno vivendo una situazione difficile. Che si­gnificato assume per la città l’arrivo del Papa in questo momento particolare?

 Indubbiamente non poche difficoltà inve­stono Napoli, la Campania e tutto il Sud. Sono ben evidenti le conseguenze di uno sviluppo annunciato ma incompiuto e di­storto. Passi in avanti sono stati senz’altro compiuti ma tanto ancora c’è da fare per dare risposte ai nostri giovani, per frenare le nuove emigrazioni, per valorizzare in­telligenze, professionalità e capacità, per uscire dal tunnel del disagio sociale che porta anche alla devianza e alla violenza. Bisogna rifuggire da ogni possibile rasse­gnazione per imboccare, con coraggio, percorsi nuovi per aprire le nostre città a o­rizzonti nuovi fatti di sviluppo e di certez­ze. Noi, Vescovi del Sud, da tempo stiamo lavorando in questa direzione. La visita o­ra del Santo Padre Benedetto XVI è mo­tivo di orgoglio e di profonda gioia, di so­stegno e incoraggiamento, perché ci for­tifica nella fede, ci aiuta a riscoprire i va­lori della nostra storia e delle nostre radi­ci cristiane, per recuperare motivazioni ed energie per imboccare, con rinnovata fi­ducia, la strada del cambiamento e dello sviluppo.

 Questa è la città delle contraddizioni, do­ve gli opposti spesso convivono fian­co a fianco e dove la Chiesa ha un ruolo centrale. Che diocesi, se così si può dire, si troverà di fronte Benedetto XVI?

 Sì, convivono nella nostra città forti contraddizioni, ma si intrecciano anche genialità, arte, capacità e voglia di fare. Si tratta di interpretare e valorizzare in mi­sura giusta, con idee chiare e concreta­mente, questa realtà che è fondamental­mente bella, stimolante e incoraggiante. Bisogna saper ascoltare, capire e condivi­dere disagio, bisogno e aspettative. Rispetto a questo la Chiesa è decisamente in cam­po con la forza della Parola e con l’impe­gno di un clero attento, premuroso e ze­lante e di un laicato sensibile e generoso, stando quotidianamente con e tra la gen­te per costruire, nel nome di Cristo, la spe­ranza che, per essere futuro, parte e deve partire dall’oggi attraverso la valorizzazio­ne delle risorse umane, la formazione, u­na progettualità che va sostenuta con mi­sure adeguate, concrete e chiare. Il Santo Padre Benedetto XVI, quindi, troverà que­sta Chiesa il cui cuore batte all’unisono con il cuore del popolo di Dio.

 Perché Napoli come sede di questo incon­tro di uomini e religioni? Che cosa ha da dire di ‘speciale’ sul fronte del dialogo?

 Io non voglio enfatizzare più di tanto il mo­tivo e il significato di una scelta, ma Napo­li mi sembra quasi la sede naturale di que­sto grande incontro di volontà e di impe­gno per costruire la pace, attra­verso la riflessione e la pre­ghiera. È la storia, antica e nobile, di questa meravi­gliosa città che lo testi­monia, perché Napoli, da sempre, ha saputo parlare alle genti di o­gni civiltà, Napoli ha sa­puto aprirsi al mondo, con la sua antica cul­tura impregnata di valori umani fondamentali e universali quali l’accoglienza la tolleranza, la com­prensione, la generosità. Ancora oggi Na­poli è un formidabile crocevia di razze, di culture, di religioni e di civiltà che vivono e coesistono in un rapporto fortemente in­tegrato con i napoletani e i campani i qua­li, forti proprio delle loro difficoltà e soffe­renze, sanno comprendere e condividere quelle degli altri. Napoli, peraltro, per la sua posizione geografica, assolutamente strategica rispetto ai Paesi del Bacino del Mediterraneo, da sempre è stata aperta al dialogo e alla cooperazione e può svolge­re un fondamentale ruolo di cerniera e di collegamento all’interno di un impegno che in nome dell’Europa avvicini popoli diversi e realizzi obiettivi comuni.
  Che cosa si aspetta da questo evento?
 Mi aspetto, proprio in nome dell’antica cul­tura, un grande coinvolgimento di popo­lo, una profonda comprensione tra reli­gioni e culture diverse, una riscoperta del valore della preghiera, un riaffermato im­pegno al rispetto reciproco e al dialogo, u­na grande volontà di pace che va costrui­ta e resa possibile e forte dentro ciascuno di noi, dentro la famiglia, dentro le comu­nità, dentro le società, nel mondo intero. Sono certo che questo incontro darà frut­ti copiosi e creerà le premesse per realiz­zare un Forum permanente delle religioni e del dialogo proprio a Napoli che saprà essere simbolo di comprensione tra popo­li. Vogliamo fare di Napoli la vera, grande Città della Pace.
 
 

 

Publié dans:Avvenire |on 21 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

L’annuncio del Papa: saranno ventitré i nuovi cardinali

dal sito on line del giornale « Avvenire »: 

L’annuncio del Papa: saranno ventitré i nuovi cardinali
 PIETRO E IL MONDO


 DA ROMA SALVATORE MAZZA 


 Ventitré nuovi cardinali. Diciotto «elettori», ossia che potrebbero entrare in un eventuale Concla­ve, e cinque ultraottantenni. Riceveran­no la porpora il prossimo 24 novembre, «vigilia della solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo», come «con gioia» ha annunciato ieri lo stesso Papa Ratzinger al termine dell’udienza gene­rale. Della lista complessiva fanno parte sei italiani, tra i quali l’arcivescovo di Ge­nova e presidente della Conferenza epi­scopale italiana monsignor Angelo Ba­gnasco. «Ho ora la gioia di annunciare – ha detto Benedetto XVI – che il 24 no­vembre prossimo terrò un Concistoro nel quale, derogando di una unità al limite numerico stabilito dal papa Paolo VI, confermato dal mio venerato predeces­sore Giovanni Paolo II nella costituzione apostolica Universi dominici gregis, no­minerò 18 cardinali».
  A questi, con la cui creazione il numero dei cardinali elettori sale a 121, il Ponte­fice ha voluto aggiungere tre vescovi e due ecclesiastici ultraottantenni, «parti­colarmente meritevoli» per il loro servi­zio alla Chiesa, tra i quali spicca il nome di Sua Beatitudine il patriarca di Babilo­nia dei Caldei Emmanuel III Delly, la cui porpora suona come un omaggio alla co­raggiosa Chiesa irachena.
  Come consuetudine, è stato lo stesso Pa­pa a leggere l’elenco dei nuovi cardinali, a iniziare dagli arcivescovi di Curia Leo­nardo Sandri (Argentina, Prefetto della Congregazione per le Chiese orientali), John Patrick Foley (Usa, pro-Gran Mae­stro dell’Ordine equestre del Santo Se­polcro di Gerusalemme), Giovanni Lajo­lo (Italia, presidente della Pontificia Com­missione e del Governatorato dello Sta­to della Città del Vaticano), Paul Joseph Cordes (Germania, presidente del Pon­tificio Consiglio Cor Unum), Angelo Co­mastri (Italia, arciprete della Basilica Va­ticana), Stanislaw Rylko (Polonia, presi­dente del Pontificio Consiglio per i laici), Raffaele Farina, (Italia, archivista e bi­bliotecario di Santa Romana Chiesa). Quindi gli arcivescovi residenziali: Au­gustin Garcia-Gasco Vicente ( Valencia, Spagna), Sean Bapti­st Brady (Armagh, Ir­landa), Lluis Marti­nez Sistach (Barcel­lona, Spagna), André Vingt-Trois (Parigi, Francia), Angelo Ba­gnasco, Theodor-A­drien Sarr, (Dakar, Senegal), Oswald Gracias (Bombay, India), Francisco Ro­bles Ortega (Monter­rey, Messico), Daniel Di Nardo (Galveston-Houston, Usa), O­dilio Pedo Scherer (San Paolo, Brasile), e infine John Njue (Nairobi, Kenya).
  Quanto ai cinque non elettori, oltre al già citato Delly, il Papa ha creato cardinali monsignor Giovanni Coppa, nunzio a­postolico; monsignor Estanislao Esteban Karlic, arcivescovo emerito di Paranà (Ar­gentina), padre Urbano Navarrete, già rettore della Pontificia Università Grego­riana e padre Umberto Betti, già rettore della Pontificia Università Lateranense. «Tra questi ultimi – ha aggiunto Bene­detto XVI – era stato mio desiderio ele­vare alla porpora anche l’anziano vesco­vo Ignacy Jez, di Koszalin-Kolobrzeg, in Polonia, benemerito presule, che ieri è improvvisamente mancato. A lui va la nostra preghiera di suffra­gio ».
  «I nuovi porporati – ha quin­di detto il Pontefice – pro­vengono da varie parti del mondo. Nella loro schiera ben si rispecchia l’universa­lità della Chiesa con la mol­teplicità dei suoi ministeri: accanto a presuli benemeri­ti per il servizio reso alla San­ta Sede, vi sono pastori che spendono le loro energie a diretto contatto con i fedeli. Altre persone vi sarebbero, a me molto care, che per la loro dedizione al servizio della Chiesa bene meriterebbero di es­sere elevate alla dignità cardinalizia. Spe­ro di avere in futuro l’opportunità di te­stimoniare, anche in questo modo, a es­se ed ai Paesi a cui appartengono la mia stima e il mio affetto. Affidiamo i nuovi eletti – ha concluso – alla protezione di Maria Santissima, chiedendole di assi­sterli nelle rispettive mansioni, affinché sappiano testimoniare con coraggio in ogni circostanza il loro amore per Cristo e per la Chiesa».
  Quello di novembre sarà il secondo Con­cistoro convocato da Benedetto XVI per la nomina dei nuovi cardinali, dopo quel­lo del 24 marzo 2006. La lettura dei nomi è stata sottolineata dagli applausi dei pre­senti, particolarmente intensi quando il Papa ha chiamato quelli di monsignor Ba­gnasco, per la cui elevazione alla porpo­ra la Cei ha espresso «gratitudine al San­to Padre», e di monsignor Comastri, già delegato pontificio a Loreto, la cui comu­nità in un comunicato ha ugualmente e­spresso «gratitudine per l’onore reso alla comunità lauretana e alla persona di monsignor Comastri, sempre vivo nel ri­cordo di tutti i fedeli». «La porpora cardi­nalizia è un grande atto di fiducia del San­to Padre nei confronti del vescovo che la riceve e nei confronti della diocesi che è sede cardinalizia – ha sottolineato Ba­gnasco, ringraziando il Pontefice –. È un grande onore per tutti, sia per il vescovo sia per la sua diocesi. Nel contempo, di­venta motivo di una maggiore responsa­bilità di fedeltà e di vicinanza con il Papa».
 Tra gli arcivescovi elevati Rylko, Lajolo, Cordes, Sandri, Vingt-Trois assieme a loro due rettori emeriti della Gregoriana e della Lateranense
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Publié dans:Avvenire |on 18 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

60 anni dopo, deve ancora essere narrato l’Olocausto dei protagonisti «minori» partendo dai loro scritti, spesso lasciati a metà.

dal sito on line del giornale « Avvenire » 

60 anni dopo, deve ancora essere narrato l’Olocausto dei protagonisti «minori» partendo dai loro scritti, spesso lasciati a metà. 


 Parla Friedländer, Premio per la pace a Francoforte Diari di Auschwitz, Shoà in microstorie 

 DA FRANCOFORTE DIEGO VANZI 


 V iene definito «l’ultimo epico narratore della storia della Shoah». Saul Friedländer compie 75 anni domani e a lui va quest’anno il prestigioso «Premio della Pace» dei librai tedeschi a Fran­coforte: un riconoscimento che nel 1951 venne assegnato ad Albert Schweitzer, nel 1955 a Hermann Hesse e lo scorso anno al sociologo Wolf Lepenies. A Friedländer il pre­mio viene conferito per il suo «opus magnum», due volumi che rappre­sentano la sintesi del suo lavoro: Il

 terzo Reich e gli ebrei.

 Friedländer è forse l’ultimo storico cui è riuscito di coniugare la ricerca e la tragica esperienza vissuta della Shoah. Nato infatti a Praga da geni­tori ebrei di cultura tedesca, aveva 10 anni quando il padre e la madre vengono deportati dalla Francia do­ve avevano cercato scampo dai na­zisti e uccisi ad Auschwitz. Saul rie­sce a sopravvivere sotto falso nome e ospite di un collegio cattolico. Nel 1948 emigra in Israele. Dal 1976 ha insegnato Storia moderna europea all’università di Tel Aviv, cui nel 1987 ha aggiunto una cattedra presso l’U­niversity of California. È considera­to il più importante cronista viven­te della Shoah.
 Professore, i suoi genitori sono sta­ti uccisi ad Auschwitz. Il 14 ottobre, le verrà conferito a Francoforte il «Premio della Pace dei librai tede­schi ». Cosa prova nel ricevere un ri­conoscimento in Germania?
 «Sono riconoscente per tanto ono­re. Credo sia la prima volta che uno storico che si é occupato diretta­mente dell’Olocausto riceva il Frie­denpreis.
  Capisco che il tema dei miei lavori ha contribuito alla deci­sione. Vado però a Francoforte con sentimenti complessi e contrastan­ti; non posso dimenticare di essere in Germania e lo farò presente an­che nella mia risposta alla laudatio ».
 Oggi, a quasi 70 anni dalla «Notte dei cristalli» (il pogrom delle SS con­tro gli ebrei nel novembre 1938), ve­de ancora lacune nel campo della ricerca storica sul nazismo?
 «Senza alcun dubbio, iniziando dal­la ricerca nei piccoli centri, nelle città dell’Europa orientale dove coabita­vano gruppi di differenti etnie. Pren­diamo ad esempio cosa successe in un paese dove vivevano assieme e­brei, polacchi e ucraini ed infine ar­rivarono i tedeschi. Sarebbe neces­sario studiare la situazione prima, durante e dopo la guerra. Sarebbe una specie di ‘microstoria’, una sto­ria cioè vista attraverso le vicende di protagonisti minori, come da voi in altro contesto ha fatto Carlo Ginz­burg. Sarebbe molto importante in questo campo analizzare varie ‘mi­crostorie’ ».
 E la ricerca sul nazismo condotta in Germania? Le sembra sia stata por­tata avanti in maniera adeguata ed esaustiva?
 «Sembrerebbe di sì, pur se ci sono ancor oggi molte voci contrarie. E­sistono però innumerevoli studi scientifici sul periodo nazista ormai da due, tre decenni. Ed inoltre si no­ta un forte interesse soprattutto del­le giovani generazioni».
 Lei ha vissuto a lungo in Israele, o­ra abita a Los Angeles. Che cosa rap­presenta per lei la Germania d’og­gi? Che rapporto ha con questo Pae­se?
 «Come con qualsiasi altro Paese. Non andrei a Francoforte se avessi sentimenti negativi verso i tedeschi.
  Nella Germania oggi mi sento come in qualsia­si altra nazione europea».
 Nel 1998 Martin Walser nel rice­vere lui stesso il Premio della Pa­ce aveva parlato di «strumenta­lizzazione di Au­schwitz ». Ne e­rano sorte forti polemiche e lunghe discussioni. Il recente film di Robert Thalheim «Al­la fine arrivano i turisti» mostra ba­nalità e business ad Auschwitz. Non vede il pericolo che la tragica realtà dell’Olocausto venga screditata, sminuita o addirittura ridicolizza­ta?
  «Sì, il pericolo esiste, e­siste purtroppo già da anni attraverso i media e a causa della cattiva memoria di molti sia in America, come in Euro­pa ed altrove. C’è la ten­denza forse non a bana­lizzare ma a vestire di ‘kitsch’ gli avvenimenti drammatici del passato. A commercializzare le e­mozioni. Purtroppo lo si nota ovunque. Ma per fortuna ci sono anche altre voci e quella delle ‘banalità’ non mi sem­bra la tendenza principale».
 Nella motivazione della giuria, lei viene definito come «colui che ha restituito alle vittime la dignità che era stata loro rubata». Era forse que­sto il fine a cui lei mirava con la pu­b­intervista blicazione dei suoi numerosi libri?
 «Sì, in effetti è proprio quello che vo­levo ottenere soprattutto con i miei due ultimi libri ( Il Terzo Reich e gli e­brei: Gli anni della persecuzione 1933-39. Gli anni dell’annienta­mento 1939-45) Ho voluto integrare la voce delle vittime, degli ebrei nel­la storia più generale, integrare in un contesto più ampio anche le varie voci individuali. Per questo ho uti­lizzato molti, moltissimi diari delle vittime, ne esistono centinaia. La maggior parte sono appartenuti a e­brei poi uccisi ma in cui si può se­guire la vita delle vittime fin quasi a­gli ultimi momenti. Talvolta il diario termina nel mezzo di una frase e si può capire cosa poi sia successo. Ho cercato di inserire tutto ciò in ma­niera massiccia nei miei libri, cosic­ché forse ora esiste un’altra dimen­sione, una dimensione diversa e più completa nel presentare la storia».
 Nei confronti del nazismo lei occu­pa un doppio ruolo: quello cioè di storico e quello del sopravvissuto. Non ha mai avvertito un conflitto tra questi due ruoli?
 «L’ho avvertito da sempre, da quan­do ho cominciato a lavorare e scri­vere sul periodo hitleriano. Lo stes­so vale però anche per gli storici te­deschi della mia generazione che e­rano stati membri della Hitler Jugend
 o del partito nazionalsocialista».
 Con la pubblicazione del secondo volume lei ha completato l’opera monumentale «Il Terzo Reich e gli ebrei». Pensa di aggiungere ancora qualcosa?
 «Solo brevi cose. Sono piuttosto an­ziano, vedrò cosa posso fare ma nei limiti delle mie possibilità».

 

 

Publié dans:Avvenire |on 10 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Myanmar: «Oppositori vivi nei forni crematori»

 dal sito on line del giornale « Avvenire »

Myanmar: «Oppositori vivi nei forni crematori»
 Testimoni raccontano di esecuzioni brutali La Ue: sanzioni al regime al via da lunedì


 DA NEW DELHI PAOLO MARINO 


 I l regime birmano stringe la morsa sul­la comunità monastica. Nel fine set­timana sono stati convocati gli abati dei maggiori monasteri del Paese e im­posto il trasferimento di un gran numero di religiosi per prevenire nuove proteste. «Siamo preoccupati per la sorte di questi monaci – dicono a Yangon fonti riprese dall’agenzia di stampa AsiaNews – non sappiamo di cosa vivranno fuori dalle città, dove sarà difficile raccogliere le ele­mosine, su cui si basa la loro sussistenza». Secondo gli organi d’informazione uffi­ciali, nelle perquisizioni in templi e mo­nasteri sarebbero state trovate armi da fuoco, munizioni e coltelli, che giustifi­cherebbero le decine di nuovi arresti del fine settimana. Il governo ha annunciato che userà il pugno di ferro con «i monaci che non rispettano le leggi di Buddha e del governo», sollevando una serie di nuove reazioni internazionali proprio mentre l’Unione europea si prepara, lunedì pros­simo, a varare una serie di sanzioni che dovrebbero incrementare l’isolamento del regime.
  Ovviamente la repressione non si ferma ai monaci. Sarebbero migliaia gli opposi­tori scomparsi di cui la dissidenza cerca di ricostruire le vicende. «Non pensiate che le uccisioni e le torture di siano fer­mate – si legge su un appello uscito dal Paese –. Le atrocità del regime proseguo­no in località isolate, lontano da occhi in­discreti e dai mass media, nella notte e tra solide mura. Ci sono tuttavia testimo­nianze e fotografie di come dopo avere torturato gente comune e studenti, le u­nità investigative e gli uomini dei servizi segreti li carichino su camion nel mezzo della notte e li portino su strade isolate. Qui i prigionieri – a volte ancora vivi – vengono gettati sulla strada e allineati per poi fargli passa­re sopra autoci­sterne. I corpi resi irriconosci­bili sono getta­ti in fosse sca­vate dagli stessi aguzzini, che così fanno scomparire gli oppositori una volta per tutte. Un regime folle ora mostra la sua faccia più bestiale e le sua atrocità peggiorano di giorno in giorno».
  Sempre fonti locali riprese da AsiaNews
 confermano l’esistenza di un forno cre­matorio alla periferia di Yangon, dove i militari gettano, oltre ai cadaveri degli op­positori anche i detenuti feriti gravemente e arrestati durante le dimostrazioni anti­regime di queste settimane.
  Appare però evidente che non tutto è sot­to controllo come il regime vorrebbe far credere. E la repressione non basta. Il quo­tidiano ufficiale Nuova Luce di Myanmar ieri ha comunicato che il governo sta di­stribuendo cibo, generi di prima necessità e denaro per un totale di 8.000 dollari a u­na cinquantina di monasteri e luoghi di culto nella parte settentrionale dell’ex ca­pitale. Le donazioni, pagate dalla giunta vengono fatte a nome dei singoli soldati o delle loro famiglie. Secondo il giornale, sarebbero accettate volentieri dai mona­ci che nelle scorse settimane avevano mi­nacciato di non accettare più l’elemosi­na dai militari, in questo modo impe­dendo loro di guadagnare meriti spiri­tuali.
  Intanto un coinvolgimento della signora Aung San Suu Kyi nel processo di pacifi­cazione e democratizzazione nazionale, come richiesto dall’inviato Onu Ibrahim Gambari durante la visita nel paese, ri­schia di restare una semplice speranza. Secondo la televisione di Stato, il genera­le Than Shwe, alla guida del regime, ha scelto il vice ministro del Lavoro «per con­tinuare le relazioni con Daw Aung San Suu Kyi nel futuro», ha comunicato la rete te­levisiva, utilizzando un termine onorifi­co per mostrare rispetto nei confronti del premio Nobel per la Pace. Tuttavia, se col­loqui ci saranno, non comporteranno co­munque una maggiore libertà di azione della signora Suu Kyi, che – è stato speci­ficato – resterà agli arresti domiciliari si­no a quando una nuova costituzione non verrà approvata. Ci sono voluti 13 anni affinché un’Assemblea costituente boi­cottata dalle forze democratiche stilasse la bozza di una costituzione, presentata nei giorni scorsi, che ha ancora davanti a sé un lungo cammino prima di diventare esecutiva.
 
 

 

Publié dans:Avvenire |on 9 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

 dal sito on line del giornale « Avvenire »:

 Alessio II a Parigi, la preghiera rafforza il dialogo 

 DA PARIGI DANIELE ZAPPALÀ
 È stato un incontro speciale e denso di significati quello che la Conferenza episcopale francese ha ospitato ieri mattina nella propria casa madre dell’avenue de Breteuil, a Parigi. Tra i partecipanti accolti dal cardinale Jean-Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux e presidente dell’episcopato transalpino, era ospite d’onore il patriarca ortodosso di Mosca e di tutte le Russie, Alessio II.
  Il viaggio in Francia del patriarca della più grande Chiesa ortodossa è stato l’occasione per una serie d’incontri anche col mondo politico, a partire dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Fin dal discorso tenuto a Strasburgo al suo arrivo in Francia però Alessio II aveva chiarito le ragioni eminentemente spirituali che l’hanno spinto ad accettare l’invito offerto dai vescovi francesi. Il patriarca si è in particolare augurato che «l’incontro con i vescovi e i fedeli della Chiesa cattolica porterà frutti e contribuirà all’avanzamento del dialogo fra ortodossi e cattolici in Europa e nel mondo». L’incontro di ieri si è aperto con un intervento di benvenuto del cardinale Ricard centrato sulla storia degli ultimi decenni dell’ecumenismo in Francia e in Europa, così come sui «vecchi legami» fra cattolici e ortodossi russi. «Oggi, nel rispetto, la benevolenza e la stima reciproca – ha detto il porporato –, possiamo condividere i frutti spirituali di rinnovamento nella fede e di dinamismo evangelico che lo Spirito santo non cessa di far crescere in ciascuna delle nostre Chiese».
  Alla fine del suo discorso, il cardinale ha espresso la speranza di un incontro fra papa Benedetto XVI e Alessio II. Un incontro che potrebbe diventare «il punto di partenza comune di un lungo cammino da percorrere assieme al servizio di Dio e al servizio di tutti gli uomini».
  Alessio II ha chiarito a più riprese negli ultimi giorni che «non esclude affatto» questa prospettiva: «Forse non fra un mese, ma fra un anno o due.
  Nondimeno, occorre prepararsi con cura, togliere tutte le difficoltà», ha detto alla stampa francese. Per il patriarca, una comune proclamazione dei valori evangelici trova oggi il suo fondamento «nella prossimità delle posizioni della Chiesa ortodossa russa e della Chiesa cattolica romana su numerose questioni attuali».
  Ieri mattina riuniti attorno alla stessa tavola, c’erano 26 alti esponenti cattolici, protestanti e ortodossi. A cominciare dal cardinale Roger Etchegaray, presidente emerito dei Pontifici Consigli della Giustizia e della Pace e «Cor Unum», da monsignor André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, dal cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione. Per il Patriarcato di Mosca era presente anche il metropolita di Smolensk e Kaliningrad, Kirill.
  È nel tardo pomeriggio, sempre a Parigi, che il patriarca di Mosca ha partecipato al rilevante evento ecumenico che ha ufficialmente motivato il suo viaggio in Francia.
  Monsignor Vingt-Trois ha infatti invitato Alessio II a una cerimonia nella Cattedrale di Notre Dame per una preghiera comune davanti alla Corona di spine del Cristo. Un incontro ecumenico, aperto ai fedeli, che ha avuto come momenti iniziali lo scambio dei doni e la lettura del Vangelo. La preziosissima reliquia della Passione giunse in Francia nel XIII secolo direttamente da Costantinopoli. Posta oggi sotto la protezione dei cavalieri del Santo Sepolcro, viene generalmente esposta ai fedeli ogni primo venerdì del mese e ogni venerdì di Quaresima.
  Salvo occasioni speciali come quella di ieri, che ha subito spinto diversi autorevoli osservatori a sottolineare il carattere «storico» di un viaggio senza precedenti.
 Ieri mattina l’incontro del patriarca ortodosso di Mosca con il cardinale Ricard e il presidente della Repubblica Sarkozy Poi nella cattedrale di Notre Dame con Vingt-Trois davanti alla Corona di spine

 

 

Publié dans:Avvenire |on 4 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

AVVELENATO DA UNO SCONOSCIUTO NEL PARCO D’ABRUZZO

 dal sito on line del giornale « Avvenire »

AVVELENATO DA UNO SCONOSCIUTO NEL PARCO D’ABRUZZO 
 La morte annunciata di Bernardo, orso vittima della stupidità umana 


 GIOVANNI RUGGIERO
 B ernardo era il no­stro orso Yoghi; il Parco nazionale dell’Abruzzo è il nostro Yel­lowstone. Bernardo era più piccolo dell’orso america­no, e più piccolo è questo polmone verde della Mar­sica. Bernardo aveva però tanti amici in que­sto fazzoletto di bosco. Amici che, ogni an­no ad agosto, si ritrovavano là dove i rumo­ri dei grandi assi viari non arrivano e dove re­gna la pace, sperando proprio che Bernar­do si facesse vedere e, perché no, anche fo­tografare. L’orso Bernardo è stato avvelena­to, e con lui sono morti un esemplare fem­mina in età riproduttiva e un altro orsetto più giovane che non hanno nome, perché non li hanno mai censiti. La femmina poteva es­sere Cindy, l’innamorata di Yoghi, e il più pic­colo l’amico Bubu, come gli orsi disegnati da Hanna e Barbera. A Bernardo piacevano i polli, e ogni tanto, uscendo dal fitto dei bo­schi, se ne procurava qualcuno. Un orso dal comportamento ‘deviato’, ma non per col­pa sua. I polli sono stati usati dagli uomini co­me esche olfattive per attirare i plantigradi e censirli. A Bernardo sono piaciuti e, quando poteva, andava a rubarli agli uomini.
  Bernardo fu catturato la prima volta nel lu­glio del 2002 per applicargli un radiocollare così da poterlo seguire. Luglio è dunque il suo compleanno, e i suoi amici, pur di tenerlo lontano dai pollai della Marsica, specie quel­li di Gioia e San Sebastiano dei Marsi, s’era­no inventati di tutto: una ‘mela per Bernar­do’, ad esempio, per spingerlo a ritornare nel proprio habitat e a cibarsi di cose a lui più naturali.
  C’è stata una grande e comprensibile indi­gnazione per l’uccisione dei tre animali che, per molti aspetti, si temeva. Anche per gli orsi le morti possono essere annunciate. Scrivevano nel loro sito gli ‘Amici dell’orso Bernardo’: «C’è però chi è stanco dei ripe­tuti danni subiti dai pollai. Un segnale di in­sofferenza che potrebbe incrinare quell’a­tavico rapporto di rispetto (a distanza) tra il plantigrado e la gente del posto». Così è sta­to. Gli uomini, quando vogliono, sanno es­sere stupidi, e ci riescono benissimo. Chi ha avvelenato Bernardo e i due compagni del branco, che nella Marsica si fa sempre più esiguo, è stato indicato come delinquente e criminale. Invece no. È solo uno stupido che, a differenza del delinquente capace di redi­mersi, non ha nessuna possibilità di uscire dalla propria stupidità. Su di lui è stata mes­sa anche una taglia di 10mila euro, mentre c’è chi chiede di inasprire quell’articolo del codice penale che punisce, con la reclusio­ne da tre a diciotto mesi chi, «per crudeltà e senza necessità», cagiona la morte di un a­nimale.
  Per la Marsica, l’uccisione dei tre orsi è un fatto grave, perché riduce di molto la possi­bilità di questi animali di riprodursi, ma è un episodio che offende tutti quelli che han­no nel cuore e nella mente il sacro rispetto del Creato. L’ambientalismo e l’animalismo, gli stessi che non sono capaci di indignarsi tanto quando la stupidità e la crudeltà u­mana si rivolgono contro gli altri uomini, in questa vicenda c’entrano poco. Chi ha uc­ciso il nostro Yoghi offende quanti rispetta­no la natura, come uomini, perché ne fan­no parte. Nessuno è insorto quando l’allar­me era già grave. Questi ‘amici dell’orso’ annoveravano tra i pericoli per gli animali la frammentazione dell’habitat, lo stato sani­tario, i conflitti con le attività umane e la scar­sa sensibilizzazione e informazione. Poteva succedere, dunque, che uccidessero Yoghi nel nostro Yellowstone. Ed è successo.
 
 

 

Publié dans:Avvenire |on 3 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

CHIESA E NAZI/2 – Maria, martire e avvocato fra gli ebrei

 dal sito on line del giornale « Avvenire »: 

CHIESA E NAZI/2

La Terwiel fu giustiziata con altre 14 persone nel 1943. Cattolica, fidanzata con un evangelico, fu in prima linea per aiutare i perseguitati dal regime. In cella leggeva la Bibbia

Maria, martire e avvocato fra gli ebrei

Di Elio Guerriero

Alla vicenda della «Rosa Bianca», il gruppo di giovani universitari di Monaco di Baviera che si oppose al Nazismo, sono stati dedicati articoli, libri e spettacoli. Non altrettanto fortunati sono stati i giovani resistenti berlinesi spregiativamente chiamati dai nazisti «Orchestra rossa». In realtà non si trattava affatto di un gruppo omogeneo di persone con idee affini, bensì di un’associazione di persone di differente provenienza e formazione, unite dall’avversione per il regime nazista.
Il nome spregiativo e l’accusa di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica hanno finora impedito di rendere il dovuto riconoscimento ai giovani oppositori. Del gruppo facevano parte Maria Terwiel, cattolica, e il fidanzato Helmut Himpel, evangelico.
Maria Terwiel era nata a Boppard sul Reno il sette giugno 1910. Il padre, Johannes, era cattolico e socialdemocratico, un’accoppiata molto rara a quel tempo in Germania. La mamma, Maria Schild, di origine ebraica, si era convertita al cattolicesimo alla vigilia del matrimonio con Johannes. La professione del padre, alto funzionario del governo prussiano, contribuì ai frequenti spostamenti della famiglia. Insieme con i fratelli più giovani, Ursula e Gerd, Maria crebbe in un’atmosfera familiare che garantiva senso di protezione e libertà intellettuale.
Ottenuta la maturità a Stettino, Maria si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Friburgo in Brisgovia. Se la filosofia fu la passione di Edith Stein, il diritto fu l’ispirazione costante di Maria, la cui vita presenta diversi tratti in comune con la santa carmelitana. Nel 1935 ella aveva pronta la sua tesi di laurea, comprese, tuttavia, che, dopo la promulgazione delle leggi razziali, non vi era più per una «mezzosangue ebrea» alcuna possibilità di esercitare la professione di avvocato per la quale si era coscienziosamente preparata. Rinunciò, dunque, a presentare la tesi e raggiunse i suoi a Berlino dove la famiglia si era stabilita dopo che il padre er a stato obbligato anticipatamente alla pensione.
Negli anni di studio a Friburgo Maria aveva conosciuto Helmut Himpel, studente di odontoiatria. I due giovani si erano frequentati e fidanzati e intendevano sposarsi non appena Helmut avesse iniziato la sua attività di dentista. Nel 1937 Helmut riuscì effettivamente ad aprire uno studio dentistico a Berlino ma le leggi razziali impedirono il matrimonio con Maria. Ciò nonostante, Helmut fu accolto come genero nella famiglia Terwiel.
Dal canto suo Maria non dimenticava la sua origine ebraica e lo studio del diritto. Si informava con attenzione sulla legislazione nazista e dal 1940 insieme con Helmut faceva parte di un gruppo di resistenza guidato da Harro Schulze-Boysen e Arvid Harnack. Il loro intento era di aprire gli occhi della popolazione sulla vera natura del regime nazista. Così nel 1941 Maria dattilografò e policopiò con la sua macchina da scrivere le tre prediche divenute famose del vescovo August von Galen.
Nel senso del diritto del vescovo di Münster, Maria ritrovava la propria passione per la giustizia. Dall’autunno del 1941 la situazione degli ebrei rimasti in Germania si aggravò drammaticamente. Helmut, di conseguenza, si recava di nascosto a curare i pazienti ebrei presso le loro abitazioni, Maria forniva loro tessere annonarie e falsi documenti di identità. La loro attività clandestina durò circa un anno, prima di essere arrestati il 17 settembre 1942. Maria venne condotta nel carcere della polizia a Berlino, Helmut fu trasferito nel carcere militare di Spandau. A lungo costretta alla cella di isolamento nei primi mesi, Maria ne subì gravi danni per la salute. Successivamente, dal dicembre 1942, divise la stretta cella con Krystyna Wituska, una giovane polacca che riuscì a mettersi in contatto con i fratelli di Maria e a trasmettere loro notizie della sorella. Il sostegno di Maria e Krystyna era la comune fede cattolica e la parola di Dio. Maria scrisse per l’amica un famoso inno di Paul Gerhardt: «O capo insanguinato e ferito». Krystyna ogni giorno traduceva per lei un piccolo brano dal suo Nuovo Testamento in polacco. Il processo si svolse all’inizio del 1943. Come era ampiamente previsto, Maria ed Helmut vennero condannati a morte insieme con la ballerina Oda Schottmüller e l’utensilista Walter Husemann per alto tradimento e favoreggiamento del nemico. L’esecuzione della condanna si fece attendere alcuni mesi. Venne prima giustiziato Helmut Himpel e, quando apprese la notizia, Maria ebbe un crollo psichico fino a tentare di togliersi la vita.
Superò, tuttavia, la depressione e riacquistò fiducia al punto da consolare i compagni di detenzione e da suggerire loro il modo più opportuno per rispondere agli interrogatori della Gestapo. Diceva spesso a Krystyna: «Peccato che io non ti possa difendere. Credimi: lo avrei fatto bene!» Dopo che un’ultima domanda di grazia rivolta al Führer venne respinta, fu giustiziata insieme ad altre quattordici persone il cinque agosto 1943.
Di lei restano come preziosa testimonianza cristiana il tenero amore per il fidanzato Helmut Himpel e la passione per il diritto e la giustizia che emergeva dalla massima a lei tanto cara: «justitia est fundamentum regnorum: la giustizia è l’unico solido fondamento di tutti gli stati».

Publié dans:Avvenire |on 27 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

POLEMICHE CULTURALI – Camus, Sartre e i cattivi maestri

 dal sito on line del giornale « Avvenire »

POLEMICHE CULTURALI 

Camus, Sartre e i cattivi maestri 

anniversari
Nel 1957 l’autore della «Peste» riceveva il Nobel, poi rifiutato dallo scrittore-filosofo Quel periodo vide la rottura fra i due: il primo difendeva i diritti umani al di là delle ideologie, il secondo restò sempre legato al comunismo 

Di Luca Gallesi  

«Un uomo ricco soltanto di dubbi, abituato alla solitudine del lavoro e al conforto delle amicizie». Con queste semplici parole, pronunciate a Stoccolma il 10 dicembre del 1957, Albert Camus si presentava all’Accademia che gli aveva appena conferito il Premio Nobel per la letteratura. Dopo mezzo secolo, quel suo discorso fa ancora riflettere, in particolare sullo scopo e la funzione della letteratura, che non è fine a se stessa, ma deve unire e affratellare il numero più grande possibile di persone. «L’artista deve essere umile -continua Camus – e accettare di servire tanto la verità, che è misteriosa, quanto la libertà, che è anche pericolosa. Non deve giudicare, bensì capire, senza mai disprezzare nulla».
Molto lontano da questa concezione fu un altro intellettuale francese, che, nel 1964, il Premio Nobel invece lo rifiutò: Jean Paul Sartre, che pure era stato legato ad Albert Camus da una militanza politica e da una amicizia durata una decina d’anni, dal 1944 al 1954. Ammaliati dall’utopia comunista, entrambi però in qualche maniera scendono a patti con i tedeschi invasori della Francia, che apprezzano i testi teatrali di Sartre e le opere di Camus. I primi, infatti, vengono regolarmente rappresentati sui palcoscenici della Parigi occupata, mentre nel 1942, presso Gallimard, escono opere importanti di Camus come il romanzo Lo Straniero e il saggio Il mito di Sisifo, da cui era stato però espunto – con il consenso dell’autore – il capitolo dedicato allo scrittore ebreo Kafka.
Nel 1951 Camus pubblica L’uomo in rivolta, un saggio considerato da Sartre reazionario perché critica la violenza delle rivoluzioni, a cui viene invece contrapposta la rivolta del singolo a favore di una solidarietà tra gli uomini che è la sola via d’uscita all’angoscia dell’esistenza.
La lontananza tra i due intellettuali si trasforma in rottura nel 1954, quando l’impegno politico di Sartre diventa, nel libro I comunisti e la pace, un elogio acritico della dittatura. Camus non tollera la militanza cieca, pronta e assoluta di Sartre che si trasforma in eccesso di zelo quando impedisce la messa in scena della sua pièce teatrale Le mani sporche, perché interpretabile come una critica del bolscevismo.
Un’altra cosa che li unisce, oltre all’ambizione e alla passione politica, è l’ateismo, anche se quello di Camus non gli impedisce di apprezzare il Decalogo, di cui elogia soprattutto la condanna dell’omicidio. La vita, in fondo, è per Camus buona persino quando sembra priva di senso. In Sartre, invece, l’assurdità della condizione umana lo porta all’indifferenza nei confronti della vita umana, che può essere calpestata in nome dell’ideologia. E anche quando, dopo i fatti d’Ungheria, Sartre prenderà a sua volta le distanze dal comunismo russo, non esiterà poi ad abbracciare la causa maoista con la sanguinosa Rivoluzione culturale.
Albert Camus, invece, non ci sta; per lui, «la politica e il destino dell’umanità vengono forgiati da uomini privi di ideali e di grandezza. Gli uomini che hanno dentro di loro la grandezza non entrano in politica». Gli sarà quindi facile etichettare gli intellettuali militanti come cattivi maestri: «La loro scusa è la spaventosa grandezza di quest’epoca. C’è in loro qualcosa che aspira alla servitù». E aveva buon gioco a deridere coloro che, dopo aver demolito tutti i dogmi religiosi tradizionali, si facevano chierici di un altro dogma, questa volta ideologico e politico: il marxismo-leninismo. Per Camus l’unità di misura del valore e della grandezza è l’uomo, con la sua capacità di calarsi nella realtà concreta. Quella stessa realtà concreta, fatta di radici ed esperienze, che ad esempio non gli permette di schierarsi a fianco dell’indipendenza dell’Algeria, perché quella scelta lo avrebbe messo contro la madre, pied-noir che in Algeria viveva ancora. Ed è sempre quella concretezza ricca di pietas che lo spinge, appena ricevuto il Nobel, a telefonare riconoscente al suo maestro, per ringraziarlo, commovente testimonianza di un altro stile e un altro mondo, dove gli uomini erano uomini e le scuole scuole. Ma già dal 1947 Camus con La peste aveva indicato nell’amore e nella solidarietà tra gli uomini la via per superare l’angoscia e la disperazione esistenziale.
Mentre Sartre supera indenne le mode e la contestazione per giungere, riverito maestro, alle soglie degli anni Ottanta, il fato spezza la vita di Camus il 4 gennaio 1960, quando, ad appena 47 anni, si schianta in macchina con il suo editore, Michel Gallimard. In tasca aveva un biglietto del treno, a cui aveva fatidicamente rinunciato all’ultimo momento, ma che restava il suo mezzo di trasporto preferito, consapevole – come aveva spesso pubblicamente affermato – che la morte in automobile è la più assurda di tutte le morti. Sensibile ai temi che oggi verrebbero definiti «ecologisti», aveva intuito già mezzo secolo fa i pericoli di un mondo corrotto, «dove sono mescolate rivoluzioni fallite, una tecnologia impazzita, divinità morte e ideologie consunte».

 

 

Publié dans:Avvenire |on 26 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

TRA FEDE E SCIENZA

 dal sito on line del giornale « Avvenire »:

TRA FEDE E SCIENZA


Owen Gingerich, astronomo dell’Università di Harvard, spiega perché la visione di un mondo frutto del caso ha in sé qualcosa di assurdo. Sulla scia di Keplero, Galileo, Newton e altri teorici del cosmo 

Impronte digitali di Dio nel cosmo 

«Sarebbe bastata una minima discrepanza in uno solo di questi parametri e avremmo avuto un universo totalmente inadatto alla vita e all’uomo» 

Di Luigi Dell’Aglio  

Quando sente parlare i suoi colleghi atei, prova delusione Owen Gingerich, famoso astronomo di Harvard. Fra loro, in particolare, gli risulta disarmante e deprimente Steven Weinberg, con lo slogan: «Più l’universo diventa comprensibile, più appare inutile». Gingerich obietta che questa mancanza di fede è del tutto immotivata. E cita la grande scienza da Giovanni Keplero (1571-1630) a oggi. Keplero, concludendo le sue Harmonices Mundi, scriveva: «Non c’è in me ambizione più grande né desiderio più ardente dello scoprire se posso trovare Dio anche dentro di me; questo Dio che, quando osservo l’universo, riesco quasi a toccare con mano». Profondo come «teologo per passione» non meno che come scienziato, Gingerich, che a Harvard ha insegnato a lungo astronomia e storia della scienza, scende di nuovo in campo con il saggio Cercando Dio nell’Universo (editore Lindau, 14 euro), in questi giorni in libreria. (Molto significativo è il titolo originale del libro: God’s Universe, l’Universo di Dio). E fa capire, da scienziato, le ragioni per cui ritiene che il cosmo sia frutto non di un caso (incomprensibilmente fortunato), ma di un disegno soprannaturale. Quanto ai colleghi atei, sottolinea, sono ovviamente liberi di pensarla come vogliono ma non dovrebbero servirsi della loro posizione «e presentarsi come portavoce della scienza, per propugnare la causa dell’ateismo». «Contro questo atteggiamento» aggiunge «è necessario e legittimo opporre resistenza».
Come si spiegano l’Universo e la vita? Prima di tutto c’è il fine tuning, il bilanciamento dei parametri della fisica. L’astronomo inglese Sir Martin Rees ha accertato che sei sono i numeri-chiave. «Sarebbe bastata una minima discrepanza in uno solo di questi parametri e avremmo avuto un universo totalmente inadatto alla vita» osserva Gingerich. Se l’energia del Big Bang fosse stata minore, il cosmo avrebbe presto avuto termine collassando su se stesso. Se fosse stata magg iore, la forza di gravità si sarebbe ridotta rapidamente. In entrambi i casi, l’universo non avrebbe prodotto gli elementi necessari alla vita. «Se un dipnoo preistorico, strisciando sulla riva, fosse andato a sinistra invece che a destra, l’evoluzione dei vertebrati avrebbe preso un’altra direzione». Quando dalla fisica si passa alla biologia, le «coincidenze» sono ancora più impressionanti, rileva. Il Dna può formarsi per caso? E una proteina, fatta di 2000 atomi? Gingerich dà la parola a Freeman Dyson: «Questo è un universo che doveva già sapere che saremmo arrivati». (Non manca un’apertura a ET. «Nel 1277, il vescovo di Parigi dichiarò « eretico » il limitare alla sola Terra la potenza creatrice di Dio»).
Il libro racconta come i grandi astronomi abbiano posto in cima ai loro pensieri due obiettivi – la conoscenza e Dio – spesso riunendoli in uno. Tipico il caso di Niccolò Copernico (1473-1543), il padre della teoria eliocentrica. Per inciso, Owen Gingerich spiega che il sistema copernicano, poi abbracciato da Galileo Galilei (1564-1642), sarebbe stato provato soltanto dalla legge di gravitazione universale di Isaac Newton (1642-1727) e dal pendolo che nel 1851 Leon Foucault fece oscillare nel Panthéon di Parigi. All’epoca del duro scontro tra geocentristi ed eliocentristi, i primi chiedevano ai secondi la «prova apodittica» del moto terrestre. E astronomi come il danese Tycho Brahe (1546-1601) si domandavano: «Ammettiamo che la Terra ruoti a questa vertiginosa velocità. Ma allora, come mai, quando lanciamo in alto un sasso, questo ricade nello stesso punto, e non più in là? E come fa la Terra – nel suo moto attorno al Sole – a trascinarsi appresso Luna?» Newton avrebbe chiarito tutto con la forza di gravità, ma quasi due secoli dopo. La prova convincente non l’aveva scovata neanche Copernico, che nel 1536 aveva ultimato la sua opera fondamentale, De revolutionibus orbium coelestium libri VI. La Terra che si muove attorno al Sole era ipotesi destinat a a urtare contro la tradizione scientifica di matrice aristotelica e contro l’interpretazione letterale delle Scritture (anche se già Sant’Agostino aveva consigliato di tener conto del valore simbolico del testo biblico). Ma Copernico non aveva alcuna intenzione di contestare la metafisica e scontrarsi con le autorità religiose. Il grande scienziato polacco, fa notare Gingerich, era semplicemente convinto che il sistema eliocentrico, comportando una più armoniosa struttura del cosmo, una coerenza e un’eleganza maggiore, fosse più adatto a rispecchiare la grandezza di Dio. «Troviamo in questo ordinamento un’ammirevole simmetria del mondo, quale altrimenti non è possibile incontrare» scrisse.
Fra gli astronomi animati dalla fede, Gingerich mette se stesso. «Sono persuaso della presenza di un Creatore, dotato di un’intelligenza superiore. E non mi sento in contraddizione con la mia qualità di scienziato». Per l’astronomia ha un amore esuberante; da bambino aveva costruito, con il padre, un telescopio rudimentale. Gingerich crede nella «creatio continua». E trova conferma nei fossili di creature estinte milioni di anni fa. «Non suggeriscono l’idea di un universo progettato per essere ‘istantaneamente perfetto». «Inoltre, se l’universo fosse predeterminato anche nei minimi particolari, l’uomo perderebbe la libertà e la possibilità di scelta. Dio può realizzarsi in molti modi, non solo per mezzo di un progetto di cui fin dall’inizio è previsto ogni dettaglio». 

 

Publié dans:Approfondimenti, Avvenire |on 21 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

Schönborn – «Il Papa in Austria per chiederci un cambio di rotta»

dal sito on line del giornale « Avvenire » 

NEL CUORE DELL’EUROPA Schönborn
«Il Papa in Austria per chiederci un cambio di rotta» 

«Nelle ultime due generazioni i legami tradizionali con la fede cristiana si sono affievoliti. A scuola arrivano molti bambini che non hanno mai sentito parlare di Gesù Siamo chiamati a rendere visibile la novità cristiana»«Il Papa non è una rockstar che canta melodie orecchiabili. Parla a nome di Cristo, dice cose scomode Non possiamo aspettarci che tutti si mettano ad applaudire. Credo che toccherà il cuore di molti, come è già successo in altri viaggi» Dal Nostro Inviato A Vienna
Luigi Geninazzi  

Non capita spesso che il Papa prenda carta e penna per scrivere ai giornali. Lo ha fatto Benedetto XVI rivolgendosi ai lettori dei settimanali diocesani austriaci nell’imminenza della sua visita a Vienna ed a Mariazell. «Amo questo Paese… che ha dato alle fede forme così multiple e luminose da toccare persino uomini che non condividono più la fede ma amano la bellezza che essa ha prodotto», scrive nella sua lettera. È un viaggio un po’ speciale quello che inizia domani e che si concluderà domenica, «un pellegrinaggio nel cuore dell’Europa» come ci dice il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza episcopale austriaca. Portamento aristocratico e sorriso timido, Schönborn è un domenicano di modi affabili e di robusto pensiero. Intellettuale e teologo assomiglia molto a Joseph Ratzinger di cui è stato dapprima allievo e poi stretto collaboratore.
Eminenza, il Papa arriva in Austria, l’unico suo viaggio europeo di quest’anno. Ha scelto questo piccolo Paese per rivolgersi a tutto il continente?
Benedetto XVI conosce molto bene ed ama questo Paese cui è legato fin dall’infanzia. Conosce la società, le tradizioni e la cultura degli austriaci tra i quali ha molti amici. Non è un caso se per tanti anni ha passato qui le sue vacanze. Direi che la sua familiarità con l’Austria è paragonabile solo con la Baviera, la sua terra natale. Questa è probabilmente una delle ragioni per cui il Papa ha accettato subito l’invito rivoltogli dalla nostra Conferenza episcopale. Il suo sarà un pellegrinaggio nel cuore dell’Europa, nel santuario di Mariazell che ha sempre avuto un grande significato per tutti i popoli centro-europei. E certamente sarà l’occasione per richiamare il significato della costruzione europea e le nuove responsabilità che comporta, non solo per l’Austria.
Lei è sempre stato molto vicino a Joseph Ratzinger, ha collaborato con lui, è un suo amico. Con quali sentimenti accoglierà il Santo Padre a Vienna?
Non ho mai osa to definirmi suo amico, ma non posso nemmeno negare che una volta l’ha detto lui, facendomi un grande onore e allo stesso tempo caricandomi addosso una grande responsabilità. Vede, proprio in questi giorni sono andato a rileggermi la lettera che l’allora cardinale Ratzinger mi aveva scritto sedici anni fa, quando venni nominato vescovo ausiliare di Vienna. Parlava dell’importanza dell’Austria dopo la caduta del muro di Berlino: adesso, diceva, può tornare ad essere il cuore della nuova Europa dando concretezza al suo ruolo di ponte tra Est ed Ovest. Anche dal punto di vista della nuova evangelizzazione. Quella lettera la considero un dono ed una consegna sempre valida, una sorta di programma pastorale più che mai attuale. Ed i sentimenti di gratitudine e di gioia che provai sedici anni fa si rinnovano adesso di fronte a colui che è diventato il supremo pastore della Chiesa universale. Proprio perchè lo conosco posso dire che Benedetto XVI arriva in tutta umiltà e semplicità, non in pompa magna. E spero che i miei connazionali sappiano accoglierlo ed ascoltarlo con la stessa semplicità ed umiltà.
Due anni fa, in occasione della visita ad limina dell’episcopato austriaco, il Papa ha richiamato la necessità di un «cambiamento di rotta». A cosa si riferiva?
Si riferiva in modo molto preciso e realistico alla situazione della nostra Chiesa che, come in molte altre parti d’Occidente, si trova a vivere in una condizione di minoranza dentro la società. Certo, la maggioranza dei cittadini è battezzata e si dice cristiana ma i credenti sono un nucleo minoritario. Nelle ultime due generazioni i legami tradizionali con la fede cristiana si sono affievoliti. Oggi a scuola arrivano molti bambini che non hanno mai sentito parlare di Gesù, non conoscono nulla del Vangelo, non sanno pregare. Ci troviamo come nell’impero romano del secondo secolo quando fece irruzione il cristianesimo. Allo stesso modo noi siamo chiamati a rendere visibile la novità cristiana. Benedetto XVI è il Papa scelto da Dio proprio per questo particolare momento storico: con la sua parola e la sua testimonianza ci invita ad un nuovo spirito missionario, nella convinzione che la fede rappresenta una grande risorsa per la società. L’Europa deve tornare a fare i conti con questo. Altrimenti come può pretendere di affrontare le sfide che arrivano dall’esterno come l’islam?
A un anno dal discorso di Ratisbona il Papa tornerà sull’argomento?
A dire il vero la questione centrale affrontata in quel discorso non era tanto il rapporto con l’islam ma quello tra fede e ragione. Da un lato mostrava la profonda ragionevolezza della fede, dall’altro notava che la ragione deve mantenere un’apertura al fatto soprannaturale se non vuole rovesciarsi nell’irrazionalità. Le stesse argomentazioni le troviamo anche nel suo ultimo libro «Gesù di Nazaret» là dove illustra la profonda ragionevolezza del Discorso della Montagna sulle Beatitudini. Lo fa non per il gusto della provocazione, come è stato accusato da qualcuno dopo il discorso di Ratisbona, ma perché va al fondo delle cose. Ed in questo modo stimola tutti alla riflessione.
L’accusa sollevata spesso è che Papa Ratzinger sarebbe poco incline al dialogo…
Guardi, se c’è qualcuno che ama il confronto e la discussione con chi la pensa diversamente è proprio Ratzinger. Da cardinale ha dialogato in pubblico con intellettuali laici come Jurgen Habermas, Marcello Pera, Paolo Flores d’Arcais. Forse sono i non credenti che temono di confrontarsi con lui… Certo, adesso col ministero di Pietro, ha assunto un altro ruolo rispetto a quello dell’intellettuale, non parla più come professore. Tocca a noi riprendere i suoi stimoli e continuare il dialogo dentro la società.
I sondaggi pubblicati in questi giorni dicono che la visita del Papa lascia indifferente la maggior parte degli austriaci. Cosa ne dice?
Qui non serve la statistica. La visita del Papa non può essere ridotta ad un evento mediatico il cui successo si misura in base a ll’indice di gradimento con cui è accolto. Il Santo Padre non è una rockstar che canta melodie orecchiabili. Parla a nome di Cristo e lancia una sfida. Dice cose scomode, non possiamo aspettarci che tutti si mettano ad applaudire. L’importante è che questa voce si faccia sentire e possa arrivare a tutti. Aspettiamo a vedere gli effetti. Benedetto XVI ha il dono della parola, sa unire ragione ed emozione. Io credo che toccherà il cuore di molte persone, come è già successo in altri suoi viaggi.
Durante la visita in Austria il Papa non avrà nessun incontro di carattere ecumenico, il che ha scatenato alcune polemiche…
Sono polemiche assolutamente infondate. Era chiaro fin dall’inizio che non ci sarebbe stato un incontro di questo tipo, per il semplice motivo che negli stessi giorni della visita del Papa i responsabili delle altre Chiese cristiane si trovano a Sibiu, in Romania, per la grande assemblea ecumenica. Vorrei ricordare inoltre che il viaggio di Benedetto XVI in Austria si caratterizza come un pellegrinaggio e non come una visita pastorale in senso stretto. Non sono previsti incontri con gruppi e realtà ecclesiali. Ma ovviamente questo non significa l’assenza della dimensione ecumenica che verrà sottolineata durante le celebrazioni a Mariazell.
Lei accennava prima ai possibili effetti di questa visita. Qual è quello che più desidera?
Che i cattolici in Austria riscoprano il coraggio di manifestare pubblicamente la propria fede. Il Papa ci inviterà a questo. C’è chi darà segni di fastidio e chi invece ne sarà contento. In ogni caso la visita di Benedetto XVI ci farà un gran bene 

Publié dans:Avvenire |on 6 septembre, 2007 |Pas de commentaires »
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