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Isaia 35,1-10: Aspettando strade appianate (Atrio dei Gentili)

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2005_06/03.htm

ATRIO DEI GENTILI
Lectio Biblica 2005/06
a cura di Stella Morra

3. ASPETTANDO STRADE APPIANATE

Isaia 35,1-10

Premessa
Dopo due mesi di interruzione riprendo brevemente le fila in modo che possiamo rientrare nel percorso iniziato. Il tema del viaggio è antropologicamente molto diffuso in tutte le culture, nell’arte, nella poesia, nella pittura; è un tema di passaggio, che ricorre spesso, e interpella alcune dimensioni fondamentali del nostro vivere, quella di lasciare per cercare, di muoversi, di conoscere, incontrare realtà nuove, persone ed esperienze diverse…

I primi tre testi del nostro percorso, Esodo, il Salmo, Isaia, tratti dall’antico testamento, descrivono le dimensioni umane più comuni del viaggio, anche se, inevitabilmente, dentro ad una storia con Dio, la storia di Israele. Dimensioni umane del viaggio non vuol dire che non nominano Dio, sono dimensioni vissute dentro un’alleanza, un rapporto con Dio, ma caratterizzano l’essere umano anche al di là di questo rapporto specifico con Dio.
Nel testo dell’Esodo il popolo di Israele, ancora schiavo, viene istruito per organizzarsi e prepararsi al viaggio che lo attendeva in seguito alla Pasqua. Il viaggio nasceva da un conflitto, da una ferita molto dura, quella delle piaghe; apparentemente portava ad un altro viaggio, quello della liberazione; in realtà conduceva per quarant’anni nel deserto e sembrava che non ci si sarebbe fermati mai. Spostarsi, lasciare, viaggiare non è mai una decisione qualsiasi; c’è difficoltà nell’individuare il modo e lo stile del viaggiare, la difficile relazione con chi non è nello stesso viaggio, la promiscuità del viaggio, il popolo capace di camminare… Nonostante tutte le chiacchiere poetiche su questo tema, ciò che a noi viene istintivo è stare fermi, non viaggiare. Solo la necessità ci costringe a cercare qualcosa di diverso, altrove; e quando l’abbiamo trovato avremmo il desiderio di fermarci e goderci ciò che abbiamo raggiunto.
A questo proposito mi viene in mente quel versetto del vangelo dove si racconta dell’uomo ricco che aveva costruito granai, ammassato ricchezze e alla sera andò a dormire dicendo: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia” . Mi sembra un atteggiamento profondamente umano. Nessuno di noi cerca la scomodità; tutti vorremmo star bene e comodi, fermi, sicuri, non avere ansia, sapere che cosa ci sta intorno.
Benedizione del camminare
Il versetto 6, al centro del Salmo 84, dice: “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio”.
E’ molto bello; mette bene in luce che per viaggiare bisogna avere un desiderio molto forte, perché se non desideriamo qualcosa non andremo mai da nessuna parte. Nessuno lascia la sua casa senza avere un buon motivo per farlo.
Una domanda forte è: quali sono i nostri buoni motivi? Nella nostra vita abbiamo cose abbastanza forti da spingerci a cambiare, ad affrontare l’incertezza, l’ansia del viaggio?
Il salmo conclude “Sole e scudo è il Signore Dio; il Signore concede grazia e gloria, non rifiuta il bene a chi cammina con rettitudine.”
E’ un salmo di benedizione del camminare.
Nella scrittura raramente si parla di viaggio in termini teorici, come ne parliamo noi, si parla molto di più del camminare; un punto di vista un po’ diverso! Il viaggio è figlio della cultura moderna; solo dopo il cinquecento ‘si viaggia’, si ha una mappa, si fa un programma, si pensa a quanto tempo si impiegherà… Nell’epoca più antica si cammina, si deve, o si desidera, andare in un luogo, ci si mette in cammino e poi si vedrà; c’è poca possibilità di progettare, le mappe sono scarse e imprecise, non è possibile l’organizzazione a priori, bisogna sfruttare quello che accade. La scrittura è tutta sotto il segno di questa cultura antica; lì si cammina, non si viaggia. A noi sembra che le persone non avessero niente da fare, si mettevano in cammino ed avevano a disposizione giorni, settimane, mesi…; in realtà avevano un altro rapporto con il tempo e lavoravano ad altre cose. Noi abbiamo reso tutta la nostra vita più astratta, abbiamo gli orari, i progetti, i percorsi e, se abbiamo una scadenza, siamo innervositi quando impieghiamo più tempo del previsto; in realtà siamo contrariati anche quando arrivare mezz’ora dopo non crea problema a nessuno, se non a noi, che avevamo programmato un tempo inferiore.
Tutto il salmo 84 è dedicato al cammino; fa parte dei salmi del pellegrinaggio che venivano recitati andando verso il tempio e dice del desiderio della meta, il tempio di Gerusalemme, la casa di Dio. E’ la voglia di arrivare lì dove Dio c’è.
. “Chi decide nel suo cuore il suo santo viaggio, passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente, dice il salmo al versetto 7, anche la prima pioggia l’ammanta di benedizioni”. E’ già il cammino che trasforma quello che incontra, rende fiorente il terreno, trasforma in una sorgente la valle del pianto.

Sogni e soddisfazione
E questo salmo dunque ci lascia la domanda: qual è il desiderio? Abbiamo ancora un desiderio di muoverci? Io credo che un grande problema per chi ha superato l’età dell’adolescenza, dell’insoddisfazione biologica – nel senso che dipende dalla crescita – sia il dilemma tra i desideri, i sogni e la soddisfazione, cioè l’essere continuamente oscillanti tra il sapere che ciò che si ha non è poco, e dall’altra il sogno, il desiderio che ci aveva messo in moto e che forse rimane inespresso.

I cristiani questo lo sanno bene e insegnano che l’unico, pieno soddisfacimento del desiderio profondo che li anima sarà l’ultimo giorno e sarà Dio; noi non potremo mai essere non inquieti in questo tempo.

Io credo che siamo sempre oscillanti, non perché siamo dei fifoni e basta, ma perché è vero, in fondo, diventare adulti significa anche sapere che alcune cose che ci sembravano poco da adolescenti, in realtà non sono poco affatto, è molto ciò che abbiamo e, tutto sommato, la possibilità di essere, di vivere, di avere ancora affetti, capacità di gioire, di condividere gioie è davvero molto!
Quali sono i desideri non ancora compiuti? Credo che la domanda del salmo sia su questi desideri, che sarebbero così potenti da farci mettere in viaggio, da farci muovere, cambiare. Forse potremmo dire che non ne abbiamo più e dovremmo chiederci se è una buona risposta. Non c’è più niente così forte da spostarmi, sono pienamente soddisfatto di me? Perché da lì nasce il rischio di diventare l’uomo del vangelo che dice, riposati anima mia goditi la ricchezza: è un passo molto breve! Dall’altra parte essere adulti significa anche sapere che i desideri hanno tempi, modalità, necessità proprie, che non tutti i desideri possono essere esauditi, e alcuni resteranno per sempre inevasi.
Questa grande misura tra desideri e soddisfazione, credo, dovrebbe essere uno dei temi su cui gli adulti ritrovano la capacità di confrontarsi tra di loro in concretezza, uno dei temi su cui confrontarci circa la fede. Dovremmo aiutarci gli uni gli altri, nei luoghi dove siamo credenti insieme, nelle chiese, a verificare nel concreto la nostra costante capacità di equilibrio tra desiderio e soddisfazione. Dovremmo poter condividere luoghi dove misurare insieme, proprio perché è una misura che non si raggiunge una volta per tutte; nella nostra vita di adulti va ricalibrata ogni mese e la tentazione di sbilanciarsi da una parte o dall’altra è sempre talmente forte che solo con l’aiuto degli altri, dello sguardo sulla nostra vita, potremo forse trovare una buona misura. Vi invito a leggere il salmo 84, a cercare qualche criterio per trovare la buona misura tra desiderio e soddisfazione.

Testo messianico
Con il testo di Isaia chiudiamo la parte più antropologica.
Premessa di metodo. La Bibbia, come insegnano i Padri, ogni tanto va letta sub-contrario, cioè all’inverso, che non vuol dire dall’ultima parola alla prima, ma all’inverso come significato. Molto spesso ciò che è scritto è per additare quello che non c’è. I comandamenti, soprattutto nell’antico testamento, sono scritti come comandi perché in genere dicono cose che non ci vengono spontanee. Ci viene detto ‘occhio per occhio, dente per dente’, non per dire che se uno ti toglie un occhio sei obbligato a fare altrettanto, ma esattamente il contrario. Se uno ti toglie un occhio, ti verrebbe di spaccargli la testa. No, al massimo puoi togliergli un occhio. Di per sé ti verrebbe spontanea una reazione molto forte; la legge ti pone un limite. Bisognerebbe pensarci un po’ più spesso. Noi leggiamo le leggi come prescrizioni positive, che prescrivono ciò che bisogna fare; invece ci indicano, in via negativa, quello che noi faremmo e il suo ammorbidimento, il suo correttivo.
Questo è un criterio da tener presente sempre: la scrittura mette dei testi, dei racconti, dei comportamenti e ne fa vedere in genere l’esito migliore, perché dice qualcosa su quello che nella realtà c’è e dunque, attraverso il suo dire fa vedere il sub-contrario, che la realtà potrebbe essere trasformata.
Questo è il caso delle leggi, ma anche dei testi messianici, quelli che dicono come andrà a finire la storia. In genere dicono che andrà a finire benissimo, con un lieto fine clamoroso; stanno dicendo anche il desiderio frustrato dalla storia; cioè dicono che accadrà una cosa bellissima, per dire che, in genere, quello che accade è l’esatto contrario. A seconda di come sono costruiti i testi messianici, noi possiamo avere anche un’idea su come è pensata la storia, perché di per sé il testo messianico sarebbe la soluzione di tutto quello che c’è nella storia. Noi non sappiamo come sarà il cielo, ma tutte le volte che ci scontriamo con una difficoltà in questa terra, immaginiamo che nell’aldilà sarà tutto semplice e chiaro.
Faccio un esempio: spesso le persone si parlano, ma non si capiscono, e l’equivoco dà origine alla tensione, e la tensione….; io penso sempre che in paradiso ci si parla e ci si capisce! Io dico una cosa e l’altro capisce esattamente quello che ho nel cuore, anche se l’ho espresso male; l’altro dice una cosa ed io capisco esattamente quello che lui ha nel cuore. Che voglia di arrivare lì!!! Questa non è una descrizione del paradiso, è una descrizione di quello che io sto vivendo: la fatica di capire e di farmi capire… girata al contrario. I testi messianici dobbiamo sempre leggerli così, non come descrizioni realistiche di quello che accadrà nell’aldilà, ma come il rovesciamento del problema che c’è di qua. Tutto quello che non funziona io lo giro in positivo e dico: il tempo del messia sarà una meraviglia.
Oggi ragioniamo spesso in modo diverso: pensiamo che i problemi devono essere risolti qui, ora e che il bene che c’è sarà prolungato, ciò che ci dà piacere positivamente sarà moltiplicato. E’ un altro modo, ma analogo, per immaginarci qualcosa di un luogo e di un tempo di cui non sappiamo nulla.
Il testo di Isaia è un testo messianico; l’abbiamo letto o sentito leggere da poco, nella liturgia del tempo di Avvento. Dipinge una meraviglia, una di quelle cose che ti allargano il cuore e, … dunque, racconta un po’ meno una meraviglia. Dice che la storia in cui siamo è come tutte le cose belle contenute nel testo, … ma girate esattamente al contrario!
Si parla molto di acqua, perché questo popolo viveva nel deserto; e la cosa migliore che potevano immaginare come stato di benessere assoluto, era non dover risparmiare sull’acqua. In un versetto si dice che la terra bruciata diventerà una palude, come se una palude fosse una bella idea! Vuole intendere il massimo che può pensare chi sta in un deserto: tanta di quell’acqua da far marcire tutto!
Cosa dice a noi che non viviamo nel deserto questo dato storico, di un popolo che vive nel deserto, sperimenta la penuria d’acqua, sa quanto da questa dipenda e immagina la soluzione di tutti i mali con un sacco di acqua? Qual è il sub-contrario con cui lo possiamo leggere? Mi sembra qui la questione interessante di questo testo: dice che si camminerà cantando di gioia e che non ci sarà la fatica dell’attraversamento del deserto; il che significa che normalmente si cammina sputando fatica e il deserto è il luogo in cui siamo; cioè dobbiamo aspettarci dalla nostra vita un tempo di deserto; la storia è un tempo di deserto.

Solidali con il mondo
Il testo è bello, fa tirare un gran sospiro, apre un orizzonte meraviglioso,… ma, in questa chiave sub-contrario, dice: non c’è una via santa, spianata; ci sono sentieri ambigui, gli impuri li percorrono, gli stolti vi si aggirano; la compagnia non è delle migliori, ci sono leoni, siamo tutti un po’ ciechi, un po’ sordi, un po’ muti, abbiamo mani fiacche e ginocchia vacillanti e siamo smarriti di cuore!
“Si rallegrino i deserti e la terra arida. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio”
Il soggetto di questi primi due versetti non sono gli umani, non siamo noi, ma i deserti e la terra arida e sono i primi chiamati a rallegrarsi. E’ la storia così com’è, – il tempo, lo spazio, il luogo, le cose che accadono – e sono i primi chiamati a vedere la gloria del Signore e la magnificenza di Dio! Questi due versetti mi fanno sempre pensare che il mio massimo di essere religioso, di avere fede in Dio, è pensare che Dio mi salverà. Quando sono molto buona comincio a pensare che Dio ci salverà, anche forse qualcuno di quelli che mi stanno antipatici, ma raramente riesco a pensare che Dio salverà questa storia, il deserto e la terra arida che ci ospitano. Invece funziona così, anche attraverso di noi. Con linguaggio moderno, oggi dovremmo dire che, rispetto alla fede, non si può fare a meno di essere politici, dove politico non vuol dire tecnico che si occupa di amministrazione o deputato, ma che non si può non avere altro che un pensiero collettivo, comune, che riguarda l’insieme delle cose. Nessuno si salva da solo e non ci salveremo senza questo mondo!
Da qui derivano una serie di considerazioni molto grandi. Per esempio, non possiamo permetterci di essere troppo duri nel giudizio rispetto a questo mondo, pensare che è luogo del maligno, che può pure andare tutto allo sfascio – anzi sarebbe meglio, così si renderanno conto che hanno bisogno di Dio! Al contrario! Dobbiamo essere molto solidali con questo mondo, portarcelo dietro, difenderlo come un fratellino piccolo, che forse da solo non ce la fa; dobbiamo tirarcelo dietro, perchè senza di lui nessuno sarà salvato.
I primi a vedere la gloria del Signore e la magnificenza del nostro Dio saranno il deserto e la terra arida.
Questa questione è decisiva. Noi non facciamo solo delle cose: lavoro, famiglia, crescere i figli, aiutare chi è nel bisogno, discutere, cercare di non rubare troppo sulle tasse… Un cristiano laico, la cui vocazione propria è salvarsi ordinando le cose del mondo secondo Dio, fa l’atto più religioso della terra nel momento in cui lavora, costruisce la città di questo mondo, si occupa della politica, dell’economia… Piccolo o grande che sia il lavoro, fondamentale, marginale – spazzare le strade, cucinare per i figli, … – tutto questo sono i pezzi di deserto e di terra arida che ci tiriamo dietro; senza di loro non vedremo la gloria del Signore e la magnificenza del nostro Dio, dunque tanto vale tirarceli dietro davvero!
Bisogna ricordarsi che per avere un viaggio ci va un luogo dove viaggiare e questo luogo è la storia in cui siamo; non ne abbiamo un altro. Credo che ognuno di noi potrebbe immaginare se stesso in un altro secolo, in un’altra cultura, in un tempo migliore. Io ho sempre sognato che avrei potuto nascere nel tredicesimo secolo, nel momento aureo della teologia, che sono qua solo per caso, in visita in questo secolo; ma la vita che ho ce l’ho in questo secolo, in questa storia, con questo tempo, questa realtà politica, culturale, economica, con una teologia che non è più considerata la regina delle scienze, ma uno strano inutile hobby. Mi dispiace, ma è così. Questo è il luogo del mio viaggio, non ce n’è un altro.

Noi e Dio… in viaggio
I versetti 3, 4, 5, 6 sono costruiti a libro, hanno una cerniera in mezzo e si corrispondono come due pagine del libro, una di fronte all’altra.

Prima pagina
“Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti.
Dite agli smarriti di cuore: ‘Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio….
cerniera
giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi’…
seconda pagina
Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto,
perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa”.
Si corrispondono in modo speculare: da una parte viene detto, rivolto a noi: irrobustite, rendete salde, dite, è un imperativo, un comando, un invito. Voi che sentite questa parola, occupatevi di altri, delle tre cose che, secondo questo testo, sono necessarie per viaggiare: mani che non siano fiacche, ginocchia non vacillanti, cuori non smarriti.
Dall’altra parte invece si dice quello che accade da parte di Dio: si apriranno gli occhi dei ciechi, si schiuderanno gli orecchi dei sordi, lo zoppo salterà come un cervo, griderà la lingua del muto.
Gli elementi diventano quattro: occhi, orecchi, gambe – di nuovo – e lingua. E’ interessante: queste quattro cose sono come un miracolo, non si capisce chi lo fa. Ma è chiaro: è Dio, perché la cerniera dice: Ecco il vostro Dio che aprirà gli occhi dei ciechi, schiuderà gli orecchi dei sordi, farà saltare lo zoppo, farà gridare di gioia la lingua del muto. Dio toglierà tutti quegli impedimenti che sono irrisolvibili, non dipendono da noi, sono una disgrazia, soprattutto nella cultura antica – sei cieco, sei sordo, sei muto… non ci si può fare niente – che non era una cultura della medicina. Le cose che dobbiamo fare noi, invece, sono riferite ad elementi temporanei, ad infermità passeggere: mani fiacche, ginocchia vacillanti, cuori smarriti.
Questa è la prima differenza: a noi spetta il lavoro facile e Dio si è preso quello impossibile, ma le due cose si corrispondono. Noi dobbiamo occuparci di ridare forza alle cose che l’avevano ma l’hanno persa; Dio invece cambia proprio le cose, le rovescia.
Su questa idea noi ci confondiamo regolarmente. La nostra tentazione è che dobbiamo risolvere noi i problemi, mentre Dio deve consolare! – Ditemi qual è il problema, faccio io, questa è la soluzione, questo va fatto così, si cambia in questo modo… poi, se uno si perde un po’ di coraggio, che preghi! – questa è l’idolatria moderna, si chiama mentalità mercantile! Pensiamo che a noi attengano le soluzioni, Dio è un sentimento consolatorio.
Funziona esattamente il contrario! Noi non possiamo nulla sulla sostanza delle cose, niente di radicale. Poiché non possiamo niente sulla morte, non possiamo niente neppure sulle cose serie. Possiamo fare compagnia, fare coraggio, impedirci reciprocamente che il nostro cuore si smarrisca; dare una mano sulle ginocchia che tremolano un po’, sulle mani troppo stanche per reggere le cose; di per sé le mani sono fatte per reggere, non dobbiamo andare contro corrente. E’ Dio che ha ‘le soluzioni’.
Su queste inversioni, credo, bisognerebbe veramente ragionare un po’, e si potrebbero fare un sacco di esempi. Noi, i credenti, abituati a ragionare con Dio a fianco, abbiamo sempre la tentazione di dire che, sì, Dio è onnipotente, è grande, sa cosa è giusto e cosa è sbagliato, però se qui non organizzo io, le cose non funzionano. La tentazione di metterci al posto di Dio e di lasciare vuoto il nostro posto è sempre molto forte!
Seconda considerazione: a noi competono mani, ginocchia e cuore. Le ginocchia servono per camminare, ma perché proprio mani e cuore? Per corrispondenza ciò che compete a Dio sono sempre le gambe (lo zoppo salterà come un cervo), ma intorno ci sono occhi, orecchie e lingua.
E’ interessante questa differenza. Mi fa venire in mente che occhi, orecchie e lingua sono i luoghi della comunicazione, spesso richiamati anche nei miracoli di Gesù, dove il ‘dentro’ del cuore si incontra col ‘fuori’. L’occhio della persona è il suo specchio (l’occhio è lucerna del corpo), la bocca ci consente di parlare, l’orecchio ci consente di ascoltare; sono le nostre porte, ciò che fa della nostra casa interiore una casa attraversabile. E questo solo Dio lo può cambiare; cioè le nostre porte di casa sono il fortino più segreto, il più protetto, sono il luogo dove noi non siamo disponibili a cambiare. Contemporaneamente ciechi, sordi, muti vuol dire incapaci di relazionarsi; ed è Dio che cambia la nostra impossibilità a relazioni vere.
D’altra parte ciò che spetta a noi è molto di meno e, paradossalmente, anche molto di più: le mani! Gli uomini e le donne sono coloro che fanno! Noi ci identifichiamo con gli altri con quello che facciamo; la produttività è il nostro biglietto da visita, completamente esterno. Lì ci possiamo aiutare, possiamo irrobustire la fiacchezza della produttività altrui. E’ una traduzione un po’ meno poetica, ma rende l’idea di che cosa vuol dire irrobustire le mani fiacche; irrobustire la fiacchezza della produttività altrui, cioè, per esempio, non giudicare ciò che l’altro produce, tentare di capire da dove arriva ciò che l’altro produce, completare gratuitamente là dove è carente. Irrobustire le mani fiacche, tradotto in linguaggio del novecento, vuol dire rinforzare la produttività dell’altro, non la propria! L’esatto contrario di quello che si intende oggi quando si dice ‘regime di concorrenza’, che tende ad irrobustire la propria produttività a scapito della produttività dell’altro, facciamo giudicare il mercato. In questo testo irrobustire le mani fiacche vuol dire esattamente il contrario del regime di concorrenza.
Smarriti è una cosa non tollerabile. “Dite agli smarriti di cuore: Coraggio non temete”. Io credo che noi sottovalutiamo drasticamente questa malattia antica come gli esseri umani, ma più forte che mai in questa cultura: essere smarriti di cuore. Smarriti, confusi, persi. Non riconosciamo mai questa situazione; dobbiamo veramente volere molto bene a qualcuno, da molti anni, per occuparci non tanto di quello che fa, ma di quello che sente, o che è. Anche quando ci occupiamo di quello che sente o che è, facciamo una fatica terribile a riconoscere che l’altro possa essere smarrito, confuso. Viviamo in una società che ha il mito dell’individuo, della tolleranza, del rispetto di tutte le scelte, dunque presupponiamo che tutte le cose siano il frutto di una libera scelta. ‘Hai fatto così perché volevi farlo!’
Alla domanda ‘tu cosa vuoi fare?’ non è prevista la risposta ‘non lo so! Sono smarrito’. Il tempo dello smarrimento è circa il novanta per cento del tempo della nostra vita, perché non siamo dei computer, delle macchine, non abbiamo la somma dei dati, con un risultato preciso. Impariamo sbagliando, proviamo, iniziamo, vediamo l’effetto che fa, possiamo fare un passo indietro… Siamo esseri adattabili e spesso siamo smarriti, non sappiamo; oggi c’è poco di meno pubblicizzabile che lo smarrimento. Non si può mai essere smarriti! Si può essere trasgressivi, in disaccordo, violentemente avversi, contrari, ma smarriti è una cosa non tollerabile.
Penso a quale peso mettiamo sulle spalle dei nostri giovani, degli adolescenti, che sono perennemente smarriti; ma il loro smarrimento ci è intollerabile perché, non riuscendo a sopportare il nostro, non possiamo sopportare il loro. Mai nessuna civiltà ha avuto così forte il problema dell’adolescenza. Gli adolescenti non esistevano; ora esistono e lo smarrimento che li prende in questa terra di nessuno, tra essere bambino ed essere adulto, è diventato, secondo me, la proiezione della nostra coscienza sociale, dei cosiddetti adulti. Siamo tutti tra Scilla e Cariddi, tra la nostalgia di essere bambini e la volontà di potere, di essere degli adulti dominanti. E dunque siamo profondamente smarriti e non sopportiamo i nostri giovani così confusi.
La via del ritorno … coraggio!
Lo smarrimento del cuore spetta a noi, non a Dio. E’ qualcosa che richiede il nostro tempo, la nostra pazienza, il fatto che diciamo ‘Coraggio, non temete’ Dobbiamo farci coraggio. Ci siamo persi questo grande insegnamento biblico e rischiamo tutti di finire preda delle filosofie pseudo o para religiose del tipo new age, del genere ‘pensare positivo’. E’ vero, bisogna guardare in faccia lo smarrimento e farsi coraggio, avere un po’ più di coraggio che di paura. Se tutto è ragionato in termini di problemi a cui trovare la soluzione, bisogna sconfiggere la paura, ma siccome la paura non si sconfigge mai, allora la si nega. Non funziona così; tutti abbiamo paura, e ne abbiamo tanta, e quasi sempre; sono rarissimi i tempi in cui non abbiamo paura. Il trucco è avere un filo più di coraggio di quanta paura si ha e se la paura è tanto grande, bisogna avere tanto coraggio.
I quattro versetti conclusivi hanno al centro, come cardine, il versetto 8:
“Ci sarà una strada appianata e la chiameranno Via santa; nessun impuro la percorrerà e gli stolti non vi si aggireranno”.
Questa figura, per Isaia, per il suo tempo, è legata al tema dell’esilio in Babilonia e del ritorno dall’esilio. L’immagine che usa è “I riscattati del Signore torneranno a Sion con giubilo”. Sta usando un’immagine molto chiara per il suo tempo, questa via santa è la via del ritorno, quella che libera dall’esilio, e riporta a casa. Ma, al di là di questo uso storico, quanto è centrale per noi, di fronte a cuori smarriti, desiderare una via appianata, una via santa, chiara! Il novanta per cento di noi, io lo penso spesso, pensa che ‘se io sapessi cosa fare, lo farei, non è che non voglio impegnarmi, ma non so’…Perché immaginiamo la logica dei secondi versetti – Sapere cosa fare, sarebbe: se io avessi la soluzione per cambiare ciò che è radicalmente ‘incambiabile’, lo farei, sono anche buono … Se io potessi fare Dio, non ci sarebbe problema!
Questo versetto è per dire che le nostre vie non sono appianate e che sono piene di impuri e di stolti. I due aggettivi sono scelti bene: impuri, coloro che si sono confusi troppo e si sono contaminati e sciocchi. Le nostre vie non sono vie sante. Sono vie in cui ci si smarrisce continuamente nel cuore. E solo Dio farà una via piana, aprirà una via santa, dove tutti coloro che cammineranno non saranno impuri né stolti e non ci sarà più il leone, il pericolo che viene dall’esterno.
Per questo non dovremmo dire ‘Se sapessi la soluzione mi impegnerei’, ma dovremmo dire esattamente il contrario: ‘poiché non so la soluzione, mi faccio coraggio’! E provo a vedere, se, come ci dicevano in montagna da piccoli, arrivando fino alla curva vedo finalmente la fine. Tutti noi siamo andati in montagna da piccoli, con adulti che di curva in curva, ci portavano fino alla cima! E’ molto sapiente; la nostra vita non è appianata, è piena di saliscendi, di curve, di asperità, bisogna farsi coraggio…solo fino alla prossima curva! Senza troppo angosciarsi su quante curve ci saranno dopo, se ci saranno leoni, impuri o stolti, strani personaggi… Si arriva fino alla prossima curva, poi si vedrà! Io credo che, sapendo che ci sarà un giorno in cui Dio appianerà la strada, un giorno in cui ci potremo riposare, ma fino alla sera prima di quel giorno lì, no, bisogna farsi coraggio.
“Gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto”.
E’ bella questa immagine: il percorso è tale che uno va più in fretta della propria gioia e felicità, che lo seguono, ci vengono dietro. Noi abbiamo sempre questa idea: se finalmente arrivasse una gioia! Invece ci spingeranno, e tristezza e pianto fuggiranno. E succederà là dove la strada sarà appianata. Per intanto siamo in compagnia di stolti e di impuri, e dunque di tristezza e di pianto, guardiamo gioia e felicità davanti a noi e ci pare di non riuscire mai a raggiungerli, ma questa è la logica:
A noi compete di irrobustire le mani fiacche, rendere salde le ginocchia vacillanti e dire agli smarriti di cuore: coraggio!
Dio farà il resto: aprirà gli occhi dei ciechi, schiuderà gli orecchi dei sordi e scioglierà la lingua dei muti.

Fossano, 14 gennaio 2006
(Testo non rivisto dall’autore)

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