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Lo spazio per l’uomo nelle nuove tecniche di comunicazione

dal sito:

http://www.zenit.org/article-24528?l=italian

Lo spazio per l’uomo nelle nuove tecniche di comunicazione

ROMA, sabato, 13 novembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della relazione tenuta da mons. Gerhard Ludwig Müller, Vescovo di Regensburg, in occasione dell’Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, che si è tenuta a Roma dal 10 al 13 novembre sul tema “Cultura della comunicazione e nuovi linguaggi”.

* * *

I canali mediatici di cui si serve la Chiesa non sono, nella maggior parte dei casi, gli abituali canali delle persone che si stanno estraniando dalla fede. Uno dei target per noi più importanti, d’età compresa tra i 17 e i 35 anni — i ragazzi e i giovani adulti che, entrando nel mondo del lavoro, cominciano improvvisamente a chiedersi quanto valga la Chiesa per loro — per lo più non leggono i giornali, la domenica non vengono a messa, non si sintonizzano su programmi d’informazione radiofonici o televisivi, né scelgono di navigare sulle nostre homepage. Come vescovo diocesano, nel corso delle tante visite pastorali alle parrocchie o negli incontri con i membri di associazioni e circoli, io vengo naturalmente in contatto con persone di ogni età che, nello spirito del cristianesimo, si organizzano all’interno della Chiesa e perseguono determinati obiettivi. La testimonianza personale resterà sempre l’incontro primario con la fede, con una vita all’insegna della fede e della Chiesa.

Ma la nuova epoca della comunicazione si serve anche di strumenti tecnici per diffondere, su scala mondiale e in tempo reale, dati, informazioni e notizie. Ciò rappresenta senz’altro un inedito spazio di incontro con le idee e le concezioni di altre culture e di religioni diverse.

Anche l’intensità dello scambio scientifico ha indubbiamente beneficiato dell’internazionalizzazione prodottasi con internet. Navigando in rete, è possibile reperire sui siti delle più svariate istituzioni accademiche dati aggiornati sulle pubblicazioni e lo stato attuale del dibattito intorno a un determinato tema, e tenerne debitamente conto nella formulazione delle proprie tesi. Internet significa quindi anche la possibilità di evitare prese di posizioni egocentriche, e attraverso la gamma di informazioni disponibili, ricevere ulteriori impulsi per modellare attivamente il mondo che ci circonda.

La disponibilità a servirsi delle tecniche, dell’autostrada informatica della rete, costituirà in futuro un caso normale di interazione e di scambio a livello privato e professionale.

E la Chiesa può servirsi di questa rete mondiale di collegamenti tra gli uomini anche per svolgere il suo mandato di evangelizzazione. Proprio la Chiesa che, conformandosi alla volontà missionaria di Gesù, fin dalle origini ha vissuto il suo comando di andare per il mondo con profondo impegno e per la gioia di coloro che vivono nella speranza di salvezza in Gesù Cristo, può avviare qui nuovi percorsi per la diffusione dell’annuncio evangelico e del magistero.

Giovanni Paolo ii, nella sua lettera apostolica Il rapido sviluppo del 24 gennaio 2005, ha ricordato che nei moderni mezzi della comunicazione la Chiesa trova «un sostegno prezioso per diffondere il Vangelo e i valori religiosi, per promuovere il dialogo e la cooperazione ecumenica e interreligiosa, come pure per difendere quei solidi principi che sono indispensabili per costruire una società rispettosa della dignità della persona umana e attenta al bene comune». E ha sottolineato il fatto che essa «li impiega volentieri per fornire informazioni su se stessa e dilatare i confini dell’evangelizzazione, della catechesi e della formazione», in quanto «ne considera l’utilizzo come una risposta al comando del Signore: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Marco, 16, 15)» (n. 7).

La Chiesa è la maestra dell’umanità proprio nelle tematiche etiche e morali sulle quali è continuamente necessario riportare l’accento. Prestiamo attenzione ai vicendevoli collegamenti dei mezzi di comunicazione sociale che interagiscono tra politica, economia, media e cultura; e alle dipendenze e agli obblighi che ne derivano, e che sovente sfociano in un sistema di oppressione mediatica e di monopolizzazione dell’opinione pubblica. In quanto maestra dell’umanità, la Chiesa avrà il compito di sensibilizzare gli utenti della comunicazione alla dignità e centralità della persona, e di ancorarne la tutela come punto fermo nella compagine della tecnica moderna. Internet non deve diventare la piattaforma di uno spazio franco, in cui i fondamentali valori umani del matrimonio, della famiglia, dell’incondizionata tutela della vita — dal principio alla fine — vengono ignorati o addirittura combattuti. La comunicazione deve svolgersi all’insegna di un’interazione tra persone che sono reciprocamente correlate. Deve nascere una cultura di corresponsabilità nei confronti del progresso tecnico, affinché sia lo stesso sviluppo a smascherare come incompatibili con la dignità umana dei contenuti pericolosi e lesivi come la pornografia, la criminalità e così via.

Accanto alla tutela della dignità del singolo individuo, la Chiesa maestra dell’umanità considera altrettanto importante esigere una «pratica di solidarietà al servizio del bene comune» quale impegno decisivo per la propria azione nel campo delle nuove tecnologie. La tecnologia può essere un mezzo per risolvere i problemi umani, per incentivare lo sviluppo complessivo della persona e per costruire un mondo orientato sui parametri della giustizia e della pace. Già nel 1971 l’istruzione pastorale Communio et progressio redatta dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, ammoniva i media, ricordando che ormai tutti gli uomini della Terra diventano «partecipi delle difficoltà e problemi che incombono su ciascun individuo e su tutta l’umanità».

Internet può contribuire alla realizzazione e messa in atto di questo nobile postulato? È in grado di tutelare o addirittura incentivare la dignità dell’individuo e la solidarietà fra gli uomini? C’è una possibilità per il singolo, per gruppi e nazioni diverse, e infine per l’umanità intera, di far diventare realtà questa visione? La soluzione risiede nella rete? O non è questo il campo di dissoluzione della sfera privata, perdita di diritti, violazione della sicurezza? Costituisce soltanto una piattaforma per diffondere calunnie, odio o disinformazione? O funge invece da corrente di informazioni sui valori fondamentali, pluralità culturale e responsabilità globale, motore di un dialogo interculturale che mette in risalto gli elementi comuni e sa reagire opportunamente alle differenze?

Nell’ottica della costituzione Gaudium et spes del concilio Vaticano ii, internet è un’eccellente possibilità per mettere in rilievo la responsabilità della Chiesa nella formazione di una cultura umana collettiva, per la quale la società odierna, con la sua rete di connessioni internazionali — globali — fornisce del resto degli ottimi presupposti. La dignità umana spetta a ogni persona, indipendentemente dalla sua appartenenza etnica o provenienza politica o nazionale. Dal canto suo, internet offre l’opportunità di una diffusione a vasto raggio dell’annuncio evangelico, diretto a tutti gli uomini e recepibile in ogni angolo del pianeta. Allo stesso tempo ci mette dunque in condizione di fare un considerevole passo in avanti nella tutela della persona umana in tutto il mondo. Il diritto a disporre di informazioni affidabili, indispensabile per formarsi un’opinione, il libero accesso a dati e contenuti dottrinali, equivale a prendere l’uomo sul serio e consente un progresso a livello educativo e di autodeterminazione anche in Paesi soggetti alla repressione e alla censura.

Al contempo, un atteggiamento umanitario su scala mondiale può condurre a una nuova consapevolezza reciproca fra i vari Stati e Paesi. Basti pensare allo scambio d’informazioni in tempo reale in occasione di catastrofi come lo tsunami di quattro anni fa, o il recente salvataggio dei minatori cileni. L’ondata di solidarietà con le vittime e i superstiti, i soccorsi messi a disposizione da tutto il mondo e la disponibilità ad attivarsi in maniera incondizionata e diretta a favore di tutti i colpiti, hanno senza dubbio cambiato la faccia del mondo.

Possiamo dunque sperare che Giovanni Paolo ii fosse nel giusto descrivendo l’aspetto umano e personale della comunicazione mondiale come «la capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio» e di servire il fratello, portando «i pesi gli uni degli altri» (Galati, 6, 2).

Giovanni Paolo ii, nel suo messaggio in occasione della xxxiii Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, nel 1999, ha coniato il concetto della «cultura ecclesiale della sapienza», che deve preservare la cultura dell’informazione dei mass media «dal divenire un accumularsi di fatti senza senso».

Non sarà facile imparare o trasmettere il comportamento giusto nei confronti di internet. La rete può essere un arricchimento — a condizione che l’utente venga guidato a considerarla un mezzo per migliorare le condizioni di vita degli uomini, sfruttandola ad esempio a favore di organizzazioni umanitarie che agiscono a livello mondiale, o per sostenere la ricerca in tutti i campi di attività scientifica. In questo caso si mette al servizio della dignità personale e unisce gli uomini.

Posizioni radicali, estremismi politici, atti di violenza e attività criminali diffusi in rete, al contrario, separano gli uomini. In questo senso, bisogna guardarsi dall’impugnare la «libertà di opinione» come mero pretesto per manipolazioni, travisamenti o interessi egoistici. È infatti così che si mandano in scena il delinquente e la vittima, l’amico e il nemico, il truffatore e il truffato.

Gesù Cristo ci insegna che la comunicazione dev’essere un comportamento morale: «L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato» (Matteo, 12, 35-37). E l’Apostolo Paolo raccomanda agli Efesini (4, 25-29): «Perciò, bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membra gli uni degli altri. (…) Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano».

Non è la tecnica a rendere colpevoli, bensì l’uso sbagliato che se ne fa. Perciò, nell’educazione dei futuri utenti, sarebbe importante sottolineare il fattore etico e far uscire la rete dalla zona grigia del disimpegno pedagogico. Chi mette in rete dei contenuti contrari alla persona e alla dignità umana, si ribella alla creazione e diffonde — in tutto il mondo — una visione dell’uomo che rinnega qualsiasi rimando alla trascendenza. Il «tutto è lecito e possibile» della concezione liberale del mondo ha trovato in internet il proprio medium — se non ci sono stati in precedenza un’educazione e un avviamento ai valori cristiani, sulla base dell’antropologia cristiana. I bambini e gli adolescenti dovrebbero essere guidati alla fruizione dei media con un approccio adeguato all’età e alle circostanze, per metterli in grado di resistere alla facile tentazione di un consumismo passivo e abituarli a compiere personalmente un’analisi critica delle offerte mediali.

Giovanni Paolo ii, nella sua enciclica Redemptor hominis si chiedeva «se l’uomo, come uomo, nel contesto di questo progresso, diventi veramente migliore, cioè più maturo spiritualmente, più cosciente della dignità della sua umanità, più responsabile, più aperto agli altri, in particolare verso i più bisognosi e più deboli, più disponibile a dare e portare aiuto a tutti» (n. 15).

In questo senso, la Chiesa è chiamata a dare il suo contributo al world wide web. E in ultima analisi, solo lei può rispondere in maniera soddisfacente agli interrogativi che si celano dietro ogni ricerca e riflessione umana: «Chi sono io?». «Dopo la morte, che cosa c’è?» e ancora: «E io, da dove provengo?». «Cos’è l’uomo?». E anche oggi — come da oltre 2000 anni — può continuare a fornire la risposta sempre valida e liberatoria enunciata nella costituzione pastorale Gaudium et spes sull’attualità della Chiesa nel mondo contemporaneo: «Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (n. 22).

Ci consola la promessa dell’immortalità futura (commemorazione di tuti i fedeli defunti, Tettamanzi, 2 novembre 1998)

dal sito:

http://www.diocesi.genova.it/documenti.php?idd=343

Dionigi Tettamanzi

Arcivescovo di Genova

Cattedrale di S. Lorenzo,
2 novembre 1998

Ci consola la promessa dell’immortalità futura

Omelia per la S.Messa nella Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Nel giorno dei morti, e dunque della vita che finisce, la Chiesa ci parla con coraggio della vita immortale, ossia della vita che non conosce il tramonto. È una grande lezione per noi, che siamo venuti al cimitero; anzi, è una vera e propria sfida alla nostra fede, a noi che ci riteniamo credenti. In realtà, proprio la fede è la ragione più vera del nostro essere qui: non è in questione oggi semplicemente il ricordo dei nostri cari defunti, un ricordo intessuto di gratitudine, di affetto, di preghiera; è in questione piuttosto la nostra fede, che viene provocata in un suo contenuto essenziale e qualificante.

1. Abbiamo ascoltato alcune affermazioni dell’antico Libro della Sapienza sull’immortalità. Sono affermazioni che lasciano sconcertata la cultura materialista di cui è ampiamente imbevuta la nostra società: nel pensiero di molti, infatti, la morte è considerata la fine di tutto. Ma allora non possiamo sottrarci alla domanda: che significato può avere per tante persone la visita al cimitero? Ma c’è di più, perché le affermazioni del Libro della Sapienza lasciano meravigliato lo stesso pensiero spiritualista, che pure è presente, almeno in parte, nella nostra società e cultura. È questo un pensiero che interpreta e dà voce a quel bisogno profondo di non morire che pervade il cuore di ogni uomo: lo ritroviamo, questo pensiero, nell’antica filosofia greca, come ad esempio in Platone, per il quale l’immortalità è una qualità dell’anima umana che è spirituale e quindi incorruttibile. Ben più alto, addirittura inimmaginabile da mente umana, è il concetto di immortalità di cui ci parla l’autore sacro: l’immortalità consiste nella comunione piena con Dio, e quindi è un dono totalmente libero e gratuito di Dio all’uomo, che viene pertanto chiamato a condividere la vita eterna di Dio stesso.

Così la nostra fede, accogliendo questa rivelazione divina, apre davanti a noi spazi di speranza e di pace, nonostante tutto. Già ora, in questa « valle di lacrime », siamo nelle mani e nel cuore di Dio, che ci è Padre. Certo, ora non mancano prove e sofferenze, difficoltà e paure, oscurità e tragedie: non è questo, forse, il desolante spettacolo che le famiglie, la società e l’umanità intera sono costrette a vedere e a sperimentare ogni giorno? Certo, la morte sembra un fallimento che nulla riesce a scongiurare. Ma non è qui tutta la realtà! Se veramente crediamo, nonostante tutto siamo nella pace, perché la nostra speranza è « piena di immortalità ».

Riascoltiamo ancora una volta, con una grande calma interiore e chiedendo al Signore che ci rafforzi nella fede, le parole del Libro della Sapienza nella consapevolezza che sono state scritte anche per noi, per ciascuno di noi: « Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé; li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto » (Sap 3, 1-6).

Sono parole, queste, che non possono non confortarci, non possono non rendere più certa la nostra speranza e più piena la pace del nostro cuore. Ma ad una condizione: quella di rinnovare con spirituale energia la nostra fede. Questa è la grazia che oggi dobbiamo chiedere al Padre che nel suo amore misericordioso aspetta l’abbraccio perfetto e definitivo con ciascuno dei suoi figli, questa è la grazia che dobbiamo implorare da Gesù risorto che con la potenza dello Spirito vuole rendere partecipe ogni credente della sua risurrezione. Se è giusto che oggi si intensifichi la preghiera di suffragio per i nostri morti, è anche necessario che si faccia più viva la preghiera di implorazione per noi: per la nostra fede, per la nostra fede nella vita immortale.

2. A sostegno della nostra fede, la Chiesa oggi ci offre una stupenda testimonianza: quella dell’Apocalisse di san Giovanni. In questo libro l’evangelista canta la speranza della Chiesa, che la potenza di Dio rende vittoriosa sulle persecuzioni e sugli incubi della storia. È nella Gerusalemme celeste che la speranza cristiana trova, per così dire, la sua « incarnazione ». Qui Giovanni contempla « un nuovo cielo e una nuova terra »: è questo il luogo del bene, del vero, del giusto, dell’ordine, della vita, della pace. Infatti, annota Giovanni, « il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più » (Ap 21, 1). Il mare non c’era più! Ora il mare è il simbolo tenebroso del male, del caos, del nulla: questo mare è stato definitivamente prosciugato, dunque non c’è più. Al centro di questo nuovo cielo e di questa nuova terra sta la « nuova Gerusalemme », che l’evangelista contempla come una bellissima sposa, preparata con splendidi ornamenti per il suo sposo e ormai finalmente congiunta per sempre con lo Sposo. È « la dimora di Dio con gli uomini » (Ap 21, 3). È lo spazio vivo dell’alleanza d’amore tra Dio e l’umanità.

Sì, con l’evangelista Giovanni noi guardiamo al futuro. Ma guardiamo anche al presente, perché questa dimora e questa alleanza d’amore tra Dio e l’uomo è una realtà che oggi è operante nella storia, è dentro di noi e segna profondamente la nostra vita. Il Battesimo che abbiamo ricevuto, l’Eucaristia che celebriamo, la Parola di Dio che ascoltiamo e alla quale rispondiamo con la nostra preghiera, la vita di grazia che lo Spirito di Gesù accende in noi ci dicono che veramente questa alleanza d’amore tra Dio e l’uomo è stampata nell’intimo del nostro stesso essere e trasforma in profondità la nostra vita: proprio grazie a questa alleanza, la nostra vita, pur svolgendosi ancora nel pellegrinaggio terreno, pregusta e in qualche modo anticipa la vita immortale della Gerusalemme celeste.

È per questo che chi crede può sperimentare una gioia che niente e nessuno riescono a cancellare: è la gioia della comunione intima dell’uomo con Dio, una gioia che già ora è in atto, ma che attende di esplodere in pienezza quando Dio ci introdurrà definitivamente nella vita immortale. È vero: i nostri giorni sono spesso pesantemente segnati dalle lacrime, dall’affanno, dal lamento, dalla morte: questo, infatti, è l’invariato panorama che tutti i giorni ci presenta la nostra società. Ma la fede a questa visione non s’arrende: apre, invece, il cuore alla speranza, ad una speranza che non conosce dubbi e incertezze perché è fondata sul disegno onnipotente di Dio. Ecco che cosa farà egli un giorno, nel suo amore per noi: « Tergerà ogni lacrima dai nostri occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate » (Ap 21, 4). Proprio questo è il traguardo della nostra esistenza: ricevere il dono della vita immortale, secondo l’esplicita promessa di Cristo che fa nuove tutte le cose (cfr Ap 21, 5): « A colui che ha sete darò gratuitamente acqua delle fonte della vita » (Ap 21, 6).

3. Così dunque la pagina del Libro della Sapienza e la visione di Giovanni nell’Apocalisse, che brevemente abbiamo commentato, sono un sostegno e un incoraggiamento alla nostra fede e alla nostra speranza nella vita immortale alla quale il Signore ci chiama. Ma è soprattutto Gesù stesso che, proclamando le Beatitudini, rivolge a noi la « lieta notizia » che la morte non ci distruggerà, ma ci renderà più vivi che mai, riportandoci alla casa del Padre. Gesù parla della « grande ricompensa » e dell’allegria festosa che anima la comunione con il Dio della vita. Così il Signore Gesù inizia il discorso delle Beatitudini. « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli » (Mt 5, 3); e, dopo aver proclamato le singole beatitudini, conclude: « Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli » (Mt 5, 12).

Sì, Gesù ha parole di verità e di vita, e noi ci fidiamo pienamente di lui. Ma è soprattutto la sua risurrezione da morte la notte di Pasqua a dare fermezza incrollabile alla nostra fede e slancio inarrestabile alla nostra speranza nella vita immortale che Dio ci prepara. Che il Signore ci dia di fare nostra la convinzione assolutamente certa della Chiesa nella risurrezione della carne e nella vita eterna. E con lei preghiamo il Padre: « In Cristo tuo Figlio, nostro salvatore, rifulge a noi la speranza della beata risurrezione, e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo » (Prefazio dei defunti, I). O Padre, ricco di misericordia e di perdono, in questa tua abitazione serba un posto per ciascuno di noi. Amen.

Publié dans:Arcivecovi e Vescovi |on 1 novembre, 2010 |Pas de commentaires »

ROWAN WILLIAMS, UN PRIMATE ANGLICANO TUTTO DA SCOPRIRE (parlerà con Benedetto XVI)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-23676?l=italian

ROWAN WILLIAMS, UN PRIMATE ANGLICANO TUTTO DA SCOPRIRE

Parlerà con Bendetto XVI di riconciliazione in Gran Bretagna

di Renzo Allegri

ROMA, martedì, 14 settembre 2010 (ZENIT.org).- Le polemiche sul viaggio di Papa Benedetto XVI in Gran Bretagna hanno preso il sopravvento, nei media, sui profondi significati che esso contiene e per i quali è stato organizzato. I contestatori e gli scontenti polarizzano l’attenzione dei giornali, distraendoli dai contenuti di questo evento che giustamente è definito “storico”.
Benedetto XVI è il secondo Papa che mette piede sul suolo del Regno Unito, dopo lo scisma anglicano del secolo XVI. Il primo fu Giovanni Paolo II nel 1982. Ma questa è la prima visita di Stato ufficiale di un pontefice in Gran Bretagna, perché quella di Papa Wojtyla aveva il carattere di visita pastorale.
Papa Ratzinger visiterà quattro città: Edimburgo, Glasgow, Londra e Birmingham, dove presiederà la cerimonia di beatificazione del cardinale Henry Newman, grande figura del cattolicesimo inglese dell’Ottocento. Avrà incontri con la Regina, con i vescovi cattolici, con le autorità civili, con i leader religiosi, e con l’arcivescovo di Canterbury, che è il Primate della Comunione Anglicana. E anche se non se ne parla molto, è questo l’incontro più importante, quello che avrà certamente un grande peso sul futuro, anche se non immediato.
La divisione tra cattolici e anglicani conta ormai cinque secoli. E’ una divisione provocata da vicende personali di re Enrico VIII. Da un punto di vista dottrinale, il “Credo” anglicano non si discosta molto da quello cattolico. Per cui, cattolici e anglicani sono molto vicini, parenti stretti se non addirittura fratelli, e ci si chiede come mai, in tempi come i nostri, dove ovunque ormai le persone civili si stringono la mano senza guardare il colore della pelle o le ideologie personali, ci siano ancora divisioni tra persone che, in fondo, professano la stessa fede religiosa.
Il tema dell’ecumenismo è un tema caldo e urgente nel mondo religioso del nostro tempo. Coinvolge aperture tra le religioni monoteistiche, ma riguarda soprattutto quelli che si professano seguaci di Cristo. E a renderlo “caldo” è stato anche Giovanni Paolo II quando iniziò a prendere sul serio le confidenze profetiche fatte dalla Madonna a Fatima nel 1917 ai tre pastorelli.
Papa Wojtyla volle conoscerle bene dopo l’attentato mortale da lui subito in Piazza San Pietro il 13 maggio 1981. Qualcuno gli ricordò che si trattava di un attentato previsto dalla Madonna di Fatima. Giovanni Paolo II volle leggere la famosa “Terza parte” del segreto di Fatima che non era ancora stata resa pubblica, e si riconobbe in quel “vescovo vestito di bianco” che sale verso la montagna sormontata da una grande Croce e giunto alla cima viene ucciso.
Nel luglio 1917, durante la terza apparizione ai tre pastorelli di Fatima, la Madonna confidava loro un segreto con varie indicazioni sulla vita dell’Europa, che si sono poi realizzate alla lettera. Annunciava la terza guerra mondiale e si soffermava sulla Russia e sulle tragedie provocate dell’ideologia comunista. Dopo aver indicato la data della terza guerra mondiale, diceva: “Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace”. Chiudeva, affermando: “Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace”.
Nel 1984, Giovanni Paolo II volle realizzare quella consacrazione al Cuore Immacolato di Maria che la Madonna aveva chiesto a Lucia, ma che non era mai stata eseguita. Alcuni anni dopo, tra il 1988 e il 1992, si verificò la totale caduta dei regimi comunisti nei Paesi dell’Est e il ritorno, in quei Paesi, della libertà religiosa. Sembrava che le condizioni per il grande cambiamento ci fossero tutte: la consacrazione della Russia alla Madonna era avvenuta, il comunismo era caduto, la libertà religiosa era tornata nei Paesi dell’ex Unione Sovietica. Molti, quindi, pensarono che poteva essere vicino il “trionfo” del Cuore Immacolato di Maria, e la pace nel mondo.
Ma lo stesso Papa Wojtyla si rese conto che ciò non poteva avvenire senza un ulteriore radicale cambiamento, e questo all’interno delle varie chiese cristiane. La “Chiesa dei credenti” è costituita da un popolo che crede in un “unico Dio e in Gesù suo figlio Unigenito”. Questo popolo forma il « Corpo Mistico di Cristo ». Quando, però, i credenti sono divisi, il « Corpo Mistico di Cristo » è lacerato, ferito, martoriato. Non può, quindi, trionfare il cuore di una madre quando i figli sono divisi all’interno della stessa famiglia. La strada, perciò, per arrivare alla “pace nel mondo” indicata dalla Madonna a Fatima nel 1917 è l’unità dei cri stiani. Soprattutto quella tra cattolici, ortodossi e anglicani, in quanto tra essi le differenze dottrinali sono in pratica poche.
Papa Wojtyla intraprese viaggi e iniziative di ogni genere per raggiungere questa unità. Il suo successore, Benedetto XVI, ha continuato e continua. Negli ultimi anni ci sono state straordinarie aperture sia con gli ortodossi orientali e della grande Russia, come con gli anglicani. L’attuale viaggio in Inghilterra di Papa Ratzinger ha, nella sua essenza, l’obiettivo dell’unità, della riconciliazione con la Chiesa Anglicana.
Questo sarà certamente il tema delle conversazioni di Benedetto XVI soprattutto con Sua Grazia Rowan Williams, attuale Arcivescovo di Canterbury e da sette anni Primate della Comunione Anglicana.
L’arcivescovo Williams non è un personaggio molto conosciuto al di fuori dell’Inghilterra. Gallese, 60 anni, è ritenuto uno degli uomini più colti del nostro tempo. Conosce e parla otto lingue. Laureato in filosofia e in teologia, ha trascorso gran parte della sua vita come docente nelle due più importanti università inglesi, quella di Cambridge e quella di Oxford. Dal 1981 è sposato con Jane Paul, anche lei teologa e docente universitaria, dalla quale ha avuto due figli.
La formazione religiosa dell’arcivescovo ha caratteristiche molto speciali. E’ il frutto di amore e conoscenza delle varie forme in cui, lungo il corso dei secoli, si è divisa la religione cristiana. Egli proviene da una famiglia di luterani-giansenisti, che hanno dato le basi alla sua fede religiosa. Ma, da giovane, volle essere ducato nella tradizione anglo-cattolica, e poi, da adulto, si appassionò allo studio della tradizione russo-ortodossa. L’ecumenismo è, quindi, un elemento connaturale del suo spirito.
Una caratteristica assai sorprendente di questo personaggio è costituita dal fatto che egli è, anche, uno dei grandi poeti del nostro tempo. E’ annoverato tra i classici moderni, come Thomas Stearns Eliot, per esempio.
Le sue opere fanno già parte della storia della Letteratura inglese. Sotto questo profilo, in Italia, Rowan Williams è sconosciuto. Da noi vi è una sola raccolta di sue poesie, pubblicata di recente dall’Editrice Ancora, con il titolo “La dodicesima notte”. Un libretto che documenta magnificamente il grande talento di questo autore. Le poesie sono precedute da un’ampia e dotta nota introduttiva di padre Antonio Spadaro, gesuita, esperto del settore Letteratura della “Civiltà Cattolica”, la prestigiosa rivista dei gesuiti, che compie quest’anno 140 anni ed è la più antica di tutte quelle attualmente esistenti nel panorama culturale italiano.
Nel suo saggio, che si intitola “Come leggere la poesia di Rowan Williams”, padre Spadaro evidenzia subito che non si tratta di “una poesia religiosa o teologica in senso stretto”. “Semmai la teologia raccoglie l’ esperienza del mondo dell’autore e la compenetra di significati e di risonanze profonde”.
Leggere i versi dell’arcivescovo di Canterbury è “impresa ardua e difficile”, spiega padre Spadaro. Ma proprio perché l’autore è un vero artista, che usa un linguaggio ricco di simboli e affronta le tematiche più drammatiche dell’umanità del nostro tempo, rivivendole nell’ottica del soprannaturale. Ne scaturisce un magma di straordinario fascino, che turba, impressione, coinvolge.
Un vero poeta, quindi. E questo artista si troverà a confronto con un altro grande intellettuale, Joseph Ratzinger, che già al tempo del Concilio Vaticano II, quando era poco più che trentacinquenne, veniva considerato uno degli uomini più colti d’Europa. Grande teologo, ma anche grande umanista. Appassionato di musica classica, profondo conoscitore e cultore degli immortali capolavori sinfonici dei compositori europei, e pianista egli stesso. Due teologi, che sono anche due artisti, discuteranno dei problemi che riguardano l’uomo e Dio. E lo faranno da teologi, ma certamente anche da artisti. Con uno stile, quindi, inedito, come suggerisce il motto scelto da Benedetto XVI per questa sua visita in Gran Bretagna: “Il cuore parla al cuore”.
Quale il risultato? Forse non lo sapremo dalle cronache degli eventi di questi giorni. Ma potrebbe essere sorprendente e assai superiore ad ogni aspettativa
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Publié dans:Arcivecovi e Vescovi, Papa Benedetto XVI |on 15 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

30 agosto : Beato Alfredo Ildefonso Schuster Cardinale arcivescovo di Milano

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/90231

Beato Alfredo Ildefonso Schuster Cardinale arcivescovo di Milano

30 agosto
 
Roma, 18 gennaio 1880 – Venegono, Varese, 30 agosto 1954

Nacque a Roma il 18 gennaio 1880, divenne monaco esemplare e, il 19 marzo 1904, venne ordinato sacerdote nella basilica di San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione cassinese, poi priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura. L’amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di san Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’archeologia, l’arte sacra, la storia monastica e liturgica. Il 15 luglio1929 fu creato cardinale da papa Pio XI e il 21 luglio fu consacrato arcivescovo di Milano nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa ambrosiana fino al 30 agosto 1954, data della sua morte, avvenuta presso il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come un’abbazia in cima ad un colle. Fu proclamato beato da Giovanni Paolo II il 12 maggio 1996. (Avvenire)

Etimologia: Alfredo = guidato dagli elfi, dall’anglosassone
Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: A Venegono vicino a Varese, transito del beato Alfredo Ildefonso Schuster, vescovo, che, da abate di San Paolo di Roma elevato alla sede di Milano, uomo di mirabile sapienza e dottrina, svolse con grande sollecitudine l’ufficio di pastore per il bene del suo popolo.

Nato a Roma il 18 gennaio 1880 da Giovanni, caposarto degli zuavi pontifici, e da Maria Anna Tutzer, fu battezzato il 20 gennaio. Rimasto all’età di undici anni orfano di padre, e viste le sue doti per studio e la sua pietà, fu fatto entrare dal barone Pfiffer d’Altishofen nello studentato di S. Paolo fuori le mura. Ebbe come maestri il Beato Placido Riccardi e don Bonifacio Oslander che l’educarono alla preghiera , all’ascesi e allo studio (si laureò in filosofia al Collegio Pontificio di Sant’Anselmo a Roma).
Fu monaco esemplare e il 19 marzo 1904 venne ordinato sacerdote in San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però in se la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione Cassinese, successivamente priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura (1918). L’amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di San Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi innumerevoli impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’archeologia, l’arte sacra, la storia monastica e liturgica.
Gli infiniti impegni lo porteranno dalla cattedra di insegnante alla visita, come Visitatore Apostolico, dei Seminari. Il 26 giugno 1929 fu nominato da papa Pio XI arcivescovo di Milano; il 15 luglio lo nomina cardinale e il 21 luglio lo consacra vescovo nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa Ambrosiana. Prese come modello il suo predecessore il Santo vescovo Carlo Borromeo e di lui imitò anzitutto lo zelo nel difendere la purezza della fede, nel promuovere la salvezza delle anime, incrementandone la pietà attraverso la vita sacramentale e la conoscenza della dottrine cristiana. A testimonianza di ciò sono le numerose lettere al clero e al popolo, le assidue visite pastorali, le minuziose e dettagliate prescrizioni specialmente in ordine al decoro del culto divino, i frequenti sinodi diocesani e i due congressi eucaristici. La sua presenza tra il popolo fu continua e costante. Per questo non mancò mai ai riti festivi in Duomo, moltiplicò le consacrazioni di chiese e altari, le traslazioni di sacre reliquie, eccetera. Allo stremo delle forze si era lasciato persuadere dai medici di trascorrere un periodo di riposo. Scelse come luogo il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come un’abbazia in cima ad un colle, mistica cittadella di preghiera e studio.
Qui si spense il 30 agosto 1954 congedandosi dai suoi seminaristi con queste parole: “ Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio. Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi. ha paura, invece, della nostra santità”.
Pochi giorni dopo, l’impressionante corteo che accompagnava la salma del cardinale Schuster da Venegono a Milano confermava che “ quando passa un Santo, tutti accorrono al suo passaggio”. Il processo di beatificazione ebbe inizio nel 1957 e si concluse nel 1995 con l’approvazione del miracolo ottenuto per sua intercessione: la guarigione di suor Maria Emilia Brusati, da glaucoma bilaterale. La proclamazione solenne di beatificazione è del 12 maggio 1996. La memoria liturgica è il 30 agosto.

HANNO UCCISO MONS. LUIGI PADOVESE – NUNZIO APOSTOLICO IN ANATOLICA – ERA UN UOMO DI DIO – ORA È IN PARADISO – PER ME MARTIRE

luigipadovese.bmp

era stato mio professore, di Patrologia e spiritualità, un Padre Francescano cappuccino, un uomo sapiente, un uomo gentile, un uomo dedito agli altri, un uomo di Dio, ora martire; lo ricordiamo in tanti: da Milano a Roma, all’Anatolia, e tanti ancora;

sul mio Blog: « la pagina di San Paolo » avevo fatto una scheda, vi metto il link:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/scheda-mons-luigi-padovese-nunzio-apostolico-in-anatolia/

per questa sera desidero solo pregare, per lui, per quello che desiderava, la pace il dialogo, di più ora non riesco a dire, a domani qualche pensiero di più, la notizia sarà su tutti i giornali;

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