Archive pour la catégorie 'archeologia'

Efeso, Rovine della chiesa della Vergine Maria.

Efeso, Rovine della chiesa della Vergine Maria. dans archeologia 1280px-Marienkirche_Ephesos_3
https://it.wikipedia.org/wiki/Arcidiocesi_di_Efeso

Publié dans:archeologia, archeologia sacra, immagini |on 14 janvier, 2016 |Pas de commentaires »

SANTA MARIA DEGLI ANGELI E DEI MARTIRI

http://www.zenit.org/article-30431?l=italian

SANTA MARIA DEGLI ANGELI E DEI MARTIRI

Quando la storia diventa leggenda

di Paolo Lorizzo*

ROMA, sabato, 28 aprile 2012 (ZENIT.org).- Quando i romani iniziarono con l’imperatore Massimiano nel 298 d.C. la costruzione del maestoso impianto termale (conosciuto e inaugurato come le thermas felices Diocletianas, le ‘terme di Diocleziano’) certo non sospettavano che secoli dopo sarebbero diventate uno dei punti di riferimento più importanti e significativi dell’intera cristianità. La dedica venne voluta in memoria dei cristiani che si pensa vennero resi schiavi e che furono costretti a costruire parte dell’impianto, ma anche in onore dei martiri uccisi dalla persecuzione di Diocleziano avvenuta nel 303 d.C.
Al giorno d’oggi, chi decidesse di svincolarsi tra il caos frenetico di una delle zone del centro più trafficate della città avrebbe soltanto l’imbarazzo della scelta su cosa visitare. L’antico impianto termale infatti, nonostante scempiato fino all’inverosimile come molti dei grandi monumenti dell’antichità, oltre a conservare gran parte del suo fascino, ha mantenuto intatta la sua disposizione architettonica e topografica, ancora facilmente leggibile tra strade e palazzi del quartiere. Tuttavia, poco dopo la costruzione della prima basilica, venne perpetrato, tra il 1586 e il 1589 da papa Sisto V un saccheggio finalizzato alla costruzione della sua residenza sull’Esquilino ma non fu l’unico, visto che proseguirono fino all’inizio del ‘900, epoca in cui si decise di consolidare e restaurare quanto rimaneva.
La loro originale grandiosità è facilmente intuibile attraverso i suoi numeri. Presentavano una superficie doppia rispetto alle già grandiose ‘terme di Caracalla’ (situate sull’Aventino), raggiungendo i 14 ettari di estensione. Il lato lungo del recinto misurava 380 metri il cui centro è rappresentato dall’odierna via Nazionale. Pochi infatti sono a conoscenza del fatto che la circolarità dei ‘portici’ di Piazza della Repubblica, realizzati alla fine dell’Ottocento da Gaetano Koch, è dettata dalle fondazioni della grandiosa esedra posizionata lungo la parete di fondo del muro di cinta che proteggeva l’impianto termale. Questo luogo, per la sua forma semicircolare, era probabilmente destinato alle rappresentazioni teatrali, svago ideale nell’ozio romano, circondato da due biblioteche, i cui volumina vennero qui trasferiti dalla basilica Ulpia del foro Traiano, all’epoca già non utilizzata.
Dopo l’abbandono delle terme, cosi come per l’area del foro, per secoli le strutture vennero riutilizzate come abitazioni e fino al XVI secolo erano praticamente intatte. Nel 1560 l’area del tepidarium (il settore riservato ai bagni caldi) venne trasformata in una chiesa dedicata agli Angeli, ma nulla a che vedere con il progetto che papa Sisto IV fece realizzare da Michelangelo appena due anni dopo, restaurando le strutture romane di collegamento tra il tepidarium e la natatio (piscina d’acqua fredda), creando in questo modo una basilica i cui lavori proseguiranno quasi ininterrottamente fino alla metà del XVIII secolo, dove l’asse principale si costituisce partendo dal vestibolo d’ingresso fino al coro ricavato sopra i resti della natatio.
La nascita della basilica fu anche il risultato dell’insistenza di un caparbio sacerdote siciliano, Antonio del Duca, che ebbe anni prima la visione di un’intensa luce fuoriuscente dall’edificio termale con al centro la visione di sette martiri. Con la costruzione michelangiolesca il progetto venne portato a termine, poi ripreso e sostanzialmente modificato nel XVIII secolo da Luigi Vanvitelli. Questi modificò il sobrio e austero impianto apportando anche modifiche strutturali. Vennero infatti create file di colonne di raccordo tra il vestibolo e il transetto e tra questo e il presbiterio. Creò una facciata ‘a timpano’, rimossa nel 1911, ripristinando uno spazio ‘absidale’ con una circolarità che contrasta e si oppone a quella dei portici della piazza. I due ingressi vennero abbelliti nel 2006 sostituendo i due portali lignei con delle porte bronzee raffiguranti il Redentore e l’Annunciazione realizzate dallo scultore Igor Mitoraj. Nonostante il Vanvitelli abbia sostanzialmente rivoluzionato l’impianto michelangiolesco, adattando la basilica ai suoi tempi, ebbe il grande merito di trasformarla in una grande e pregevole pinacoteca, arricchita da opere provenienti dalla Basilica Vaticana.
Fornire un quadro esaustivo delle ricchezze della Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri in poche righe è impresa difficile. Osservare con il naso all’insù i molti capolavori dell’arte barocca romana è sensazione rara, ma appena si scorgono strutture romane salvate dal tempo e dai rifacimenti, sembra ancora di percepire la vita pulsante delle antiche terme romane che ci hanno lasciato segno tangibile ed indelebile della grandiosità di una civiltà che fine del III secolo manifestava gli ultimi sprazzi d’orgoglio prima della divisione dell’impero e di riflesso, l’inizio della fine.


* Paolo Lorizzo è laureato in Studi Orientali e specializzato in Egittologia presso l’Università degli Studi di Roma de ‘La Sapienza’. Esercita la professione di archeologo.

Publié dans:archeologia, CHIESA CATTOLICA |on 30 avril, 2012 |Pas de commentaires »

LE 15 SCOPERTE PIÙ IMPORTANTI DELL’ARCHEOLOGIA BIBLICA (le prime cinque)

http://www.missioneperte.it/evangelizzare/difesa/scoperte1.htm

LE 15 SCOPERTE PIÙ IMPORTANTI DELL’ARCHEOLOGIA BIBLICA:

(metto solo le prime 5 ce ne sono 15 sul sito)

Prima parte (scoperte 1-5)

Il dottor Walter C. Kaiser Jr. è titolare di Antico Testamento presso il Seminario Teologico Gordon-Conwell. Egli è riconosciuto a livello internazionale come studioso di Antico Testamento. Ha pubblicato più di 30 libri.
NB: Le immagini non rappresentano le scoperte nel testo ma servono solo come esempio di oggetti simili.
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È difficile ridurre diverse centinaia di scoperte archeologiche significative a un semplice elenco delle 15 più importanti. Le seguenti saranno qui elencate sulla base di come ciascuna ha influenzato l’interpretazione delle Scritture. Elencherò le seguenti scoperte in ordine di significatività, aggiungendo giusto qualche commento per spiegarne l’importanza.

1. GLI AMULETI DI KETEF HINNOM:
L’onore del primo posto senza dubbio appartiene al testo dell’Antico Testamento e a quello del Nuovo Testamento più antichi, noti fino a questo momento.
Esempio di un amuleto
L’antichità del testo dell’Antico Testamento è attestata dai due amuleti scoperti al di sotto di una scarpata rocciosa, sulla quale si trova la chiesa di S. Andrea della Scozia, sull’altro lato della valle di Hinnom rispetto alle mura occidentali della città antica di Gerusalemme. Sono conosciuti come gli amuleti di Ketef Hinnom, scoperti nel 1979 da Gabriel Barkay nella caverna 25.
Queste piastre d’argento datate tra il settimo e il sesto secolo a.C., arrotolate così da formare due amuleti (il più grande di 10 x 2,5 centimetri, e il più piccolo di 4 x 1,2 centimetri), riportano incise le parole di Numeri 6,24-26 sull’una, e di Deuteronomio 7,9 sull’altra. Entrambe corrispondono alle parole ebraiche trovate nel Pentateuco e mostrano una straordinaria similitudine con le parole e l’ortografia di queste Scritture. Tutto ciò sfida coloro, che datano il Pentateuco nel periodo post-esilico, a spiegare come due testi dalla Legge di Mosè appaiano molto prima rispetto alla data che la critica accademica ha attribuito loro.

2. IL PAPIRO DI JOHN RYLANDS:
In un modo simile, il papiro di John Rylands, scoperto nel 1920 da Grenfeld in Fayum, Egitto, risultò essere il più antico frammento di un manoscritto del Nuovo Testamento finora conosciuto. Fu datato dagli esperti di papirologia nel 125 d.C. Poiché però era in circolazione a tale distanza nel sud dell’Egitto, questo pezzettino di papiro con dei versetti dell’Evangelo di Giovanni (Gv 18,31-33; 37-38), mise fine con successo ai tentativi dell’epoca di attribuire all’Evangelo di Giovanni una data molto più tardiva, posteriore al discepolo Giovanni, e di porlo quindi verso la fine del secondo secolo d.C. Alla luce dell’evidenza archeologica, non fu più possibile un tale spostamento.

3. I ROTOLI DEL MAR MORTO:
Probabilmente i più sensazionali manoscritti scoperto ai nostri tempi sono i rotoli del mar Morto. Furono trovati nel 1948 nelle caverne vicino alle rovine di Qumran, una comunità degli Esseni del primo secolo a.C., collocata vicino alla costa nord-occidentale del Mar Morto. [N.d.R.: Nuovi studi affermano che Qumran era solo un centro artigianale e commerciale e che i rotoli furono portati nelle caverne nei pressi di Qumran dai sacerdoti di Gerusalemme, prima della distruzione del tempio (70 d.C.).] Questi 1.100 documenti antichi e 100.000 frammenti, più vari rotoli completi e intatti, rappresentano porzioni di testo o il testo intero di ogni libro dell’Antico Testamento in ebraico con l’eccezione del libro di Ester. Circa 230 tra i manoscritti ritrovati sono copie di libri dell’Antico Testamento. Prima della loro scoperta, i manoscritti più antichi ancora esistenti della Bibbia ebraica risalivano al 920 d.C. Alcune copie della traduzione greca della Septuaginta risalivano al terzo secolo a.C., ma fino alla scoperta dei rotoli del mar Morto nessun manoscritto ebraico era così antico.
Esempio di un rotolo
A quel punto possedevamo Scritture ebraiche che potevano essere datate al primo o anche al secondo secolo a.C. Ancora più incredibile, questi rotoli del mar Morto dimostravano che la nostra Bibbia fu preservata con ammirevole esattezza per oltre due millenni. L’esempio migliore è una copia di Isaia la quale rivelò che, dopo un periodo di 1.000 anni di tradizione di ricopiatura testuale riguardo a una parte della nostra Bibbia corrente che ammonta a più di 100 pagine, soltanto tre parole in tutto il libro di Isaia presentano alcune differenze — e queste differenze sono solo delle variazioni di ortografia paragonabili, ad esempio, a una differenza tra l’italiano e il romanesco in «buono» e «bono».

4. IL DIPINTO DI BENI HASAN:
In un villaggio chiamato Beni Hasan, circa 240 chilometri a sud del Cairo, sulla costa est del fiume Nilo, in una caverna fu trovato un dipinto lungo 2,5 metri e alto 45 centimetri, risalente alla prima parte del diciannovesimo secolo a.C. Conosciuto come il dipinto di Beni Hasan mostra degli «Asiatici» (ma più precisamente, otto uomini, quattro donne e tre bambini, guidati da due ufficiali egiziani) che entrano in Egitto per vendere del trucco per gli occhi. Gli uomini portano lunghi kilt variopinti che coprono il loro petto e una spalla, e hanno sandali ai piedi. Ciascun uomo ha una folta capigliatura, una barba corta, ma niente baffi.
Similmente, le donne hanno vestiti variopinti, ma questi vestiti sono molto più lunghi e non hanno frange in fondo. Le donne portano ai piedi anche una sorta di calzette che formano un tutt’uno con le suole e sul capo un cerchietto per tenere insieme i loro lunghi cappelli. Due asini, accompagnati da uno stambecco e da una gazzella, trasportano ciò che sembra un mantice sulle loro schiene. Gli uomini sono equipaggiati con ciò che sembrano otri di pelle per l’acqua, uno strumento musicale (la lira), e lance, archi e frecce. I kilt di tanti colori ci ricordano la tunica di tanti colori di Giuseppe (Genesi 37,3; vedi anche 2 Sam 13,18), e ci danno un’idea della cultura dei patriarchi e di come i loro contatti economici e politici con l’Egitto potevano apparire. È un’immagine affascinante della vita al tempo dei patriarchi.

5. LA STELE DI BASALTO DI DAN:
La stele di basalto di Dan, trovata nel 1993-1994, con su scritte le parole «casa di Davide», ci ha fornito la prima evidenza extra-biblica della reale esistenza del re Davide. Prima di ciò, era di moda scartare nella Bibbia le narrazioni su Davide, considerandole propaganda sacerdotale che, durante la cattività babilonese, tentava di dare a Israele una storia passata rispettabile.
Avraham Biran, dello «Hebrew Union College», scavando un sito nel nord d’Israele conosciuto come Dan, in un muro esterno, fatto di pietre, trovò un frammento di basalto di circa 30 centimetri d’altezza. Nello stesso muro un anno dopo, furono scoperti altri due pezzi più piccoli, anch’essi parte dell’iscrizione originaria. Quando le parole aramaiche furono tradotte dalla scrittura paleoebraica, ci si è trovati di fronte al primo riferimento extra-biblico relativo a re Davide.
Quest’annuncio ha spinto gli studiosi a dare un’altra occhiata alla pietra basaltica conosciuta come la Stele di Mesha, dal nome del re moabita Mesha, che fu trovata un secolo prima. Questo testo si lagnava di «Omri, re d’Israele», il quale aveva oppresso il regno di Moab, una terra a est del mar Morto e del fiume Giordano (1 Re 16,21-27). In una frase in parte frammentaria dell’Iscrizione di Mesha, uno studioso francese di nome Andre LeMaire aggiunse due lettere mancanti nelle originali 5 lettere ebraiche, in modo da poter leggere la «casa di Davide». La stele raccontava quindi la storia di come Mesha rimosse il giogo che la casa di Davide aveva imposto su Moab anni prima [LeMaire, «The House of David...», BAR (1994), pp. 30-37]. A quel punto c’erano due riferimenti a un Davide che qualcuno affermava non fosse mai esistito.

Publié dans:archeologia |on 24 avril, 2012 |Pas de commentaires »

LE CATACOMBE: UNA COMUNITÀ INTERA IN ATTESA DELLA RISURREZIONE

http://www.zenit.org/article-30219?l=italian

LE CATACOMBE: UNA COMUNITÀ INTERA IN ATTESA DELLA RISURREZIONE

Intervista al Sovrintendente archeologico delle catacombe, Fabrizio Bisconti

di H. Sergio Mora

ROMA, sabato, 7 aprile 2012 (ZENIT.org) – Le catacombe nascono con il cristianesimo che preferisce l’inumazione alla cremazione.

Sono nate per iniziativa di Papa san Zefirino, e non sono state un rifugio nell’epoca delle persecuzioni. Nelle oltre 60 catacombe riscoperte a Roma (ci sono anche complessi catacombali ad esempio a Siracusa, in Sicilia, o sull’isola di Pianosa, nell’arcipelago toscano), si trovano simboli che erano di origine pagana, come l’icthus, il buon pastore, l’atteggiamento dell’orante ed altri, che nel cristianesimo acquisiscono un significato proprio. Ma la grande novità è che le catacombe abbracciarono una comunità intera, nell’attesa del giorno della Resurrezione. Questi sono solo alcuni dei particolari indicati dal professore Fabrizio Bisconti, Sovrintendente archeologico delle catacombe, della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, nell’intervista concessa a ZENIT.

Come nasce la Pontifica commissione di archeologia sacra?

Prof. Fabrizio Bisconti:La Pontificia Commissione di Archeologia Sacra è una sovraintendenza archeologica della Santa Sede che si occupa della tutela, della conservazione, della custodia di tutte le catacombe cristiane d’Italia. Questo fino al 1852, quando Giovanni Battista de Rossi, un grande archeologo romano, convinse papa Pio IX a istituire questa commissione che poi diventerà Pontificia, e che cominciò a occuparsi anche dei restauri di quelle catacombe che dal cinquecento erano state riscoperte.

Quando nascono le catacombe?

Prof. Fabrizio Bisconti:Nascono tra il secondo e il terzo secolo dopo Cristo e hanno una vita che dura fino al sacco di Alarico nel 410. Poi pian piano nel medioevo vengono obliterate e se ne perde la memoria, ma nel 1500 un grande archeologo di origine maltese, Antonio Bosio comincia a riscoprirne alcune, e pian piano se ne sono trovate circa sessanta soltanto a Roma, altrettante nel Lazio, ma anche in Sicilia, Sardegna, Puglia, Toscana. Quindi la Commissione è l’istituzione che si occupa di tutte queste catacombe.

Le catacombe quindi non sono precristiane?

Prof. Fabrizio Bisconti:Ci sono quelle ebraiche, contemporanee a quelle cristiane. Le necropoli pagane invece non sono estese come le catacombe, ma ipogei molto piccoli, mentre le catacombe sono grandi spazi che abbracciano comunità intere. La grande novità e rivoluzione del cristianesimo è quella di abbracciare tutta una comunità intera nell’attesa della Resurrezione.

Prima, ogni famiglia se poteva aveva un suo cimitero, mentre qui invece si crea una struttura, vero?

Prof. Fabrizio Bisconti:Le necropoli sono tutte fuori la cinta muraria romana. Prima esistevano dei mausolei isolati, o delle necropoli miste, dove c’erano pagani, cristiani ed ebrei. Per esempio Pietro e Paolo sono stati sepolti in necropoli pagane. Verso la fine del secondo secolo, con papa san Zefirino, (199 – 217) si istituisce la prima catacomba comunitaria della Chiesa di Roma, e il Pontefice affida questo compito a Callisto quando ancora non era pontefice ma diacono, e lo nomina il sovraintendente della catacomba, appunto di san Callisto.

Nascono con le persecuzioni?

Prof. Fabrizio Bisconti:L’idea che le catacombe sono state un rifugio al tempo delle persecuzioni dei cristiani è un mito., Ci sono state due grandi persecuzioni sotto Decimo nel 250, e sotto Valeriano nel 257. Poi ci sono altre piccole persecuzioni come quella di Nerone o Diocleziano. Quando ci sono state le persecuzioni i cristiano hanno avuto dei grossi problemi. Non potevano nascondersi nelle catacombe perché erano dei luoghi che i pagani conoscevano e trovavano facilmente. Li avrebbero presi subiti.

Come nasce l’idea tra i cristiani di fare questi cimiteri in attesa della Resurrezione?

Prof. Fabrizio Bisconti:Ci sono motivi tecnici, e ideologici. Il motivo tecnico è che nel suburbio romano costava molto comprare un terreno. Era invece più facile ed economico trovare un piccolo spazio di terra fuori le mura. Era anche facile utilizzare al massimo questo spazio scavando cunicoli e catacombe. Per i cristiani l’inumazione era obbligatoria. C’è poi il motivo ideologico: con l’inumazione non si tocca il corpo che rimane in attesa della Resurrezione dei morti.

Perché cimiteri comunitari?

Prof. Fabrizio Bisconti:Esiste un bel passo di un padre della Chiesa, Lattanzio, che dice non c’è motivo per il quale ci chiamiamo fratelli se non per i fatto che siamo uno uguale agli altri. I cimiteri comprendono dei loculi uno uguale all’altro, c’è il motivo della uguaglianza, mentre nella necropoli pagana uno trova la tomba di Cecilia Metella e poi l’anfora con le ceneri.

Cosa avete trovato, che tipo di arte e simboli ci sono nelle catacombe?

Prof. Fabrizio Bisconti:Ho parlato dei loculi ma ci sono anche gli arcosoli, quelli con l’archivolta, o pure dei cubicoli o camere ipogee, ci sono dipinti con un affresco adatto ad ambienti ipogei dove c’è un alto tasso di umidità, quindi non è un vero e proprio affresco, ma un mezzo affresco. Poi i sarcofagi come i pagani, ma anche sepolture scavate a terra, e il mosaico anche più raro perché più costoso. Solo di pittura nelle catacombre romane ce ne sono più di 400.

E i simboli come il pesce?

Prof. Fabrizio Bisconti:Sono simboli che provengono dalla cultura pagana, il pesce, l’àncora e il pescatore, quindi il mare. E la pecora ricorda il pastore e quindi l’ambiente bucolico. La terra e il mare, quindi un significato cosmico che il cristianesimo acquisisce poi un significato modificato. Il pesce diventerà l’icthus greco (ἰχθύς) e quindi le iniziali dell’acrostico del Cristo (Ἰησοῦς Χριστός, Θεοῦ Υἱός, Σωτήρ, cioè Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore, ndr), così come l’àncora è la fede.

Altri simboli?

Prof. Fabrizio Bisconti:Tra le immagini più ricorrenti è quella del buon pastore, simbolo pagano dell’humanitas, della filantropia, che diventa poi il protagonista della parabola della pecorella smarrita. O pure dell’atteggiamento dell’orante, della preghiera, che per i pagani era la pietas, ma per i cristiani significa quella preghiera continua di cui racconta Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi, che comincia con il battesimo e arriva fino alla risurrezione.

Si celebravano delle messe nelle catacombe?

Prof. Fabrizio Bisconti:Dei riti molto brevi e sobri, i più ricorrenti erano quelli funebri. C’erano anche le messe per i defunti, epoi le ricorrenze nella morte dei martiri e dei defunti con dei pasti, non solo l’eucaristia, ma i « refrigeria », rinfreschi in onore dei morti.

Una sessantina di catacombe a Roma, e non possono essere aperte?

Prof. Fabrizio Bisconti:Sarebbe un disastro! Ci sono delle pitture che hanno bisogno di mantenere un loro habitat climatico, contrariamente si seccano, si rovinano. Sono cinque le catacombe aperte al pubblico, quella di Priscilla, Sebastiano, Callisto, Agnese e Domitilla. Tutte molto significative. Le altre catacombe, quelle più dipinte, più problematiche da visitare, le apriamo su richiesta, per specialisti e studiosi molto interessati.

Ci sono ancora cartacombe da scoprire?

Prof. Fabrizio Bisconti:Stiamo lavorando, abbiamo scoperto catacombe e pitture nuove. La nuova tecnica di restauro con il laser ci permette di scoprire pitture nuove dove noi vedevamo soltanto del nero, del calcare. Stiamo facendo delle grandi scoperte. Due anni fa abbiamo scoperto le più antiche immagini degli apostoli nelle catacombe di santa Tecla, per esempio, in un soffitto dove pensavamo non ci fosse niente. Grazie all’uso del laser sono spuntate immagini di Pietro, Paolo, Giovanni, Andrea, della fine del quarto secolo.

Come è questa arte?

Prof. Fabrizio Bisconti:E’ un arte molto sobria, molto sintetica, e forse la grande novità è che propone un arte augurale, anche catechetica che si collega alla liturgia, alle prime preghiere che noi conosciamo. Quindi, per chi viene e Roma un appuntamento da non mancare?

Prof. Fabrizio Bisconti: Penso sia molto importante perché ci fanno capire non soltanto il cristianesimo delle persone eccellenti come dei principi degli apostoli, ma anche della grande comunità cristiana, quella del vissuto quotidiano.

Publié dans:archeologia |on 11 avril, 2012 |Pas de commentaires »

Le più antiche testimonianze archeologiche del culto comune dei santi Pietro e Paolo

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#11

Le più antiche testimonianze archeologiche del culto comune dei santi Pietro e Paolo

Le due stelle di Papa Damaso

di Carlo Carletti

A Roma la più antica testimonianza archeologica di una pratica devozionale congiuntamente rivolta a Pietro e Paolo è documentata in un luogo diverso e lontano da quello delle tombe originarie al Vaticano e sull’Ostiense. Le due realtà memoriali, fino all’età teodosiana, rimangono tra loro lontane:  i due apostoli in altri termini non trovano un punto di incontro nei rispettivi e diversi luoghi della loro originaria memoria sepolcrale.
Ma nella storia della devozione apostolica, anzitempo e quasi all’improvviso, emerge una sorprendente e illuminante evidenza. Al terzo miglio della via Appia, nella località detta in catacumbas, già dalla metà del III secolo – la tradizione indica l’anno 258:  Tusco et Basso consulibus – si avvia una pratica cultuale, certamente non promossa e incentivata « dall’alto », ma – in controtendenza rispetto alla teoria della genesi « elitaria » (cioè episcopale) propugnata da Peter Brown – nata e fruita in un ambito popolare. Lo indica, senza ombra di dubbio, un caratteristico insediamento « di campagna », semplice e quasi dimesso nelle sue strutture e senza pretesa alcuna di monumentalità:  un cortile porticato su tre lati (triclia) attrezzato per lo svolgimento del refrigerium, il banchetto di antichissima tradizione consumato in onore dei defunti che, qui, sulla via Appia, si proponeva come sacrale atto commemorativo di una memoria funeraria relativa ai due apostoli.
La tangibile testimonianza di questo culto è nelle oltre seicento iscrizioni, greche e latine, tracciate a sgraffio sull’intonaco delle pareti e non sembra casuale che in queste testimonianze siano del tutto assenti appartenenti alle élites della società, laici o ecclesiastici che essi fossero. I visitatori si rivolgono a Pietro e Paolo, con l’immediatezza e la spontanea semplicità tipica delle manifestazioni devozionali di estrazione popolare:  « In onore di Pietro e di Paolo io, Tomio Celio, ho offerto un refrigerium » (Inscriptiones Christianae Urbis Romae, V, 12981), « Pietro e Paolo ricordatevi di Antonio » (12931), « Pietro e Paolo proteggete Leonzio » (12914), « Pietro e Paolo venite in soccorso di Primo peccatore » (12967), « Il 19 marzo Partenio ha compiuto il refrigerio e tutti noi in Dio » (12961), « Paolo e Pietro proteggete i servi di Dio, anime sante, e proteggete noi » (13071), « Dalmazio promise loro il refrigerio » (12932), « Il 22 giugno. Pietro e Paolo ricordatevi di Sozomeno e di chi legge » (12980), « Santi Pietro e Paolo, beati martiri, conservate nel Signore »(12996).
Questo insediamento cultuale, intorno al primo trentennio-quarantennio del IV secolo, per iniziativa della dinastia costantiniana, viene inglobato in un’imponente basilica funeraria di tipo circiforme, perché esemplata sulla morfologia dei circhi romani.
È all’interno di questo edificio che si colloca l’unico intervento damasiano in onore della coppia apostolica. Alle originarie sepolture, in Vaticano e sull’Ostiense, Damaso non aveva riservato attenzione alcuna:  si volse invece con il suo elogium Apostolorum al luogo e ai monumenti, nei quali da oltre un secolo si era radicata in profondità una devozione alla « coppia » apostolica:  le ragioni di questa voluta e consapevole opzione – come si vedrà – sono tutte nelle vicende che caratterizzano la storia della Chiesa di Roma nella seconda metà del IV secolo e che contrassegnano indelebilmente il pontificato damasiano.
Perduto l’originale marmoreo, dell’elogium damasiano rimane il testo, tramandato integralmente attraverso il codice Vaticano Palatino 833 (secoli IX-X), che riporta copia di una raccolta epigrafica (Sylloge) redatta nel VII secolo, nel tempo cioè e nell’atmosfera del grande pellegrinaggio altomedievale presso i santuari dei martiri romani. È una storia tutta « romana » – nella intenctio, nella forma, nei contenuti – quella che Damaso consegna al medium epigrafico:  « Tu che vai alla ricerca dei nomi di Pietro e insieme di Paolo, / devi sapere che i santi in passato qui dimorarono. / Questi apostoli ce li inviò l’Oriente – volentieri lo riconosciamo – / ma in virtù del sangue (versato) – seguendo infatti Cristo attraverso le stelle / sono giunti nelle regioni celesti e nel regno dei giusti – / Roma meritò di rivendicarli suoi cittadini. / O nuove stelle, a vostra lode questo Damaso voleva annunciare ».
L’esordio, con la ripresa del tradizionale appello al passante, è colloquiale:  hic habitasse prius sanctos conoscere debes / nomina quisq(ue) Petri pariter Pauliq(ue) requiris. Il lettore viene personalmente interpellato (cognoscere debes) e informato che in quel luogo, per un certo tempo, erano state custodite insieme (pariter) reliquie dei due apostoli (hic habitasse prius) che, giunti dall’Oriente (discipulos Oriens misit) a Roma offrirono la testimonianza estrema. In virtù del sangue versato (sanguinis ob meritum) la città può legittimamente rivendicarli suoi cittadini:  Roma suos potius meruit defendere cives.
Con lo stesso procedimento concettuale Damaso aveva proclamato cives romani il greco Ermete (Iam dudum, quod fama refert, te Graecia misit:  sanguine mutasti patriam [Inscriptiones Christianae Urbis Romae, x, 26669]) e il cartaginese Saturnino (Incola nunc Christi fuerat Carthaginis ante [...] sanguine mutavit patriam nomenq[ue] genusq[ue] romanum civem sanctorum fecit origo [ivi, ix, 23755]), ambedue martiri a Roma sotto Diocleziano.
Nel verso conclusivo, abbandonata l’apparente soggettività del racconto, Damaso si rende palesemente visibile:  si propone come fonte diretta – haec Damasus vestras referat (…) laudes – indirizza ai due apostoli una solenne lode e, quindi, proietta Pietro e Paolo nel cielo come nova sidera (« nuove stelle »). È la « rilettura », in chiave damasiana, dell’atavico catasterismo, la trasformazione in astri destinata agli eroi; è il sigillo della autorità episcopale, che con la ripresa e il potenziamento ideologico di un’antica devozione popolare, elegge ufficialmente Pietro e Paolo nuovi patroni della città di Roma e cofondatori della sua Chiesa.
 E in questa operazione, proprio perché attuata a Roma e per Roma, non è difficile cogliere una sorta di « esaugurazione »:  i due apostoli vengono infatti a sovrapporsi – sostituendoli – ai Dioscuri – figli di Giove – che dall’alto della scalinata che conduceva al Campidoglio, avevano assicurato alla città la loro protezione.
La concezione damasiana implicita nell’epiteto nova sidera ritorna in una iscrizione – ingiustamente trascurata dalla critica – probabilmente ubicata nella stessa basilica apostolorum in funzione didascalico-celebrativa:  hic Petrus et Paulus mundi nova lumina praesunt (« Qui presiedono Pietro e Paolo nuove luci del mondo », Inscriptiones Christianae Urbis Romae, i, 3900).
A questo testimone epigrafico quasi di necessità va collegata la straordinaria pittura ad affresco venuta alla luce nel 1983, non lontano dalla basilica costantiniana, nella regione di Sant’Eutichio, della catacomba di San Sebastiano:  vi è rappresentato – per la prima volta nell’ambito della pittura cimiteriale romana – il tema della concordia apostolorum nella forma dell’abbraccio tra Pietro e Paolo e, in questo stesso contesto monumentale – non è fortuita casualità – furono tracciati, tra la metà del IV e l’inizio del V secolo, una serie di graffiti che ripropongono le invocazioni ai due apostoli con gli stessi moduli espressivi già presenti nell’antica memoria apostolica del III secolo:  Paule Petre subvenite; Paule Petre rogate.
Nella Roma della seconda metà del IV secolo, il tema della concordia, nelle sue diverse manifestazioni, letterarie, documentarie, epigrafiche e figurative, si propone con ogni evidenza come diretto indotto della forte reazione alle accuse lanciate dai raffinati e colti circoli di tradizione pagana che, tra le altre contraddizioni (diaphonìai), rimproveravano ai cristiani anche quella della aperta « discordia » tra Pietro e Paolo.
Una polemica corrosiva condotta a tutto campo, di cui abbiamo ampia e dettagliata documentazione, sul versante pagano, dal contra Galileos di Giuliano l’Apostata – cui rispose dopo circa 70 anni Cirillo di Gerusalemme – e su quello cristiano dall’importante coeva testimonianza di un autore per noi ancora anonimo (il cosiddetto Ambrosiaster) che proprio durante il pontificato di Damaso si fa eco delle calumniae che in ambito pagano – in particolare Porfirio e Giuliano imperatore – circolavano contro i due apostoli.
Giuliano in particolare si accaniva soprattutto contro Paolo, il responsabile della conversione degli « elleni », ma non risparmiava Pietro di cui derideva la condotta esitante tra Giudei e Gentili; ambedue comunque, erano definiti « ignoranti degenerati » e « pescatori teologi », ed erano presentati come immagine di discordia:  « (Giuliano) deride Pietro, l’esimio tra i santi apostoli, e dice che era un ipocrita e che era stato rimproverato da Paolo perché ora si preoccupava di vivere secondo il costume dei Greci ora secondo quello dei Giudei » (Contra Galileos, frammento 78, Roma, 1990, edizione e traduzione di Emanuela Masaracchia, pp. 171, 278).
La polemica toccava inoltre un altro aspetto nevralgico dell’azione della sede romana quale si era andato manifestando nella seconda metà del IV secolo e che aveva trovato proprio in Damaso il massimo promotore:  il culto dei martiri giudicato come pratica empia. Diceva Giuliano:  « Se la religione è in verità il sommo bene, per contro l’empietà è il sommo male. Accade addirittura che alcuni si allontanano dagli dei per avvicinarsi ai morti e alle loro reliquie » (Epistulae, 118, 18-23, Paris, 1972, p. 195); e ancora (Contra Galileos, frammento 81, pp. 175, 279) con severo disprezzo stigmatizzava un’altra delle « contraddizioni » che ai suoi occhi emergeva nei comportamenti dei cristiani:  « Avete riempito il mondo di tombe e di sepolcri! Eppure non vi è mai stato detto di frequentare le tombe e di onorarle. Siete giunti a tal punto di depravazione da non credere necessaria a questo proposito neppure l’obbedienza alle parole di Gesù Nazareno. State dunque a sentire che cosa egli dice dei sepolcri:  guai a voi, scribi e farisei ipocriti, simili a sepolcri imbiancati. All’esterno il sepolcro sembra splendido, ma all’interno è pieno di ossa di morti e di ogni impurità ». In questa direzione Giuliano dalle parole passò a fatti concreti allorché ordinò di disseppellire nel cimitero di Antiochia le reliquie di san Babila che offuscavano il tempio di Apollo e di esumare a Delfi i cadaveri deposti intorno alla Catalia, la fonte profetica.
C’erano dunque argomenti più che sufficienti perché Damaso apprestasse le sue difese e più specificamente rinvigorisse l’immagine dei due fondatori della sede romana anche perché con il pontificato di Papa Giulio (337-352) l’immagine di Paolo aveva subito una temporanea eclisse per evitare che venisse sminuito il primato gerarchico di Pietro, di cui Giulio si considerava legittimo successore, come testualmente ribadito nella lettera inviata a nome dei partecipanti al concilio di Roma del 341 (presso Atanasio, Contra arianos, 21-35).
Ma ancora altri due eventi dovettero sollecitare Damaso a ribadire l’autorità della sedes apostolica e, per darle ulteriore forza, a riproporre in tutta la sua inscindibile « unità » la coppia apostolica. In questa circostanza le contestazioni provenivano dall’interno:  in primo luogo la violenta accusa dell’ariano Palladio vescovo di Ratiara (Dacia) che metteva in discussione la pretesa di Roma di considerarsi sedes Petri e chiamava direttamente in causa Damaso rimproverandogli la non partecipazione al concilio di Aquileia (381) nella veste e nelle funzioni di unus ex multis (Scholies ariennes sur le Concile d’Aquileieé. Fragments de Palladius, Paris, 1980, frammento 123, p. 306); in secondo luogo – ma non meno importante e potenzialmente gravido di conseguenze – il canone terzo del concilio di Costantinopoli (381) che, in palese funzione antiromana, pur riconoscendo a Roma il primato di onore e dignità – per la sua antichità e perché capitale dell’Impero – ne metteva di fatto in discussione quello giurisdizionale:  Verumtamen Constantinopolitanus episcopus habeat honoris primatum praeter Romanum episcopum, propterea quod urbs ipsa sit iunior Roma.
Ostacoli – forse non inattesi – nel progetto perseguito da Damaso, che immediatamente provvide alla convocazione di un concilio a Roma (382) nel quale il primato romano fu ribadito con forza e giustificato « teologicamente » con il richiamo alla vox Domini cioè al Vangelo di Matteo (16, 17) – Tu es Petrus – e ulteriormente potenziato con un forte richiamo alla societas beatissimi Pauli (…) addita est societas beatissimi Pauli, vas electionis, qui non diverso – sicut haeretici garriunt – sed uno tempore, uno eodemque die gloriosa morte cum Petro in urbe Roma sub Caesare Nerone agonizans coronatus est (PL, 19, coll. 793-794).
In definitiva il luogo della via Appia che dalla metà del III secolo aveva visto nascere il culto « unificato » dei due apostoli e di seguito gli insediamenti funerari e monumentali della basilica Apostolorum e della regione di Sant’Eutichio nel cimitero di San Sebastiano, può a buon diritto assumersi a esemplare catalizzatore dell’intenso e conflittuale dibattito politico-ideologico e dottrinale che vide nella figura di Damaso il protagonista assoluto.
Qui Damaso – evidentemente tra il 382 e il 384 – mette in opera l’elogium Apostolorum, un vero e proprio manifesto ideologico che veicola l’immagine dell’indissolubile unità della coppia apostolica e – argomento nuovo – della sua romanità in virtù appunto del martirio subito a Roma. Qui, conseguentemente, una ripresa del culto pubblico in onore degli apostoli nella forma di iscrizioni devozionali a sgraffio che, dopo quasi un secolo da quelle della memoria apostolorum, testimoniano della presenza di visitatori in una regione della catacomba di San Sebastiano dove Damaso, con l’inventio s. Eutychii e realizzazione di un elogium a lui dedicato, portava, come ulteriore valore aggiunto, una nuova visibile e fruibile testimonianza dell’incontestabile primato di Roma come « città santuario » per eccellenza in quanto depositaria di una sterminata turba piorum.
Qui ancora si osserva uno straordinario affollamento di tombe (devozionali) all’interno e all’esterno della basilica degli Apostoli e, non senza significato, si registra tra i deposti una cospicua presenza delle gerarchie, laiche ed ecclesiastiche, della società. Qui infine il concetto dell’origine apostolica della sede romana trova una nuova e originale traduzione figurativa nell’iconografia della concordia apostolorum, la cui successiva fortuna oltrepassò l’ambito figurativo per estendersi al leggendario apocrifo come indicano gli Atti di Pietro e Paolo dello Pseudo Marcello, risalenti al 450-550 nella redazione greca al IX secolo in quella latina, nei quali si racconta che gli Apostoli lungo la via Appia in prossimità della città « vedendosi, piansero dalla gioia e, abbracciatisi a lungo, si inumidirono l’un l’altro di lacrime ».
 Questa narratio, che ebbe enorme diffusione sia in Oriente sia in Occidente come indica il numero dei manoscritti pervenuti, sembra aver trovato una sintesi nel ricordo dell’abbraccio apostolico, perpetuando la tradizione di un tema figurativo e, per il suo tramite, della posizione enunciata nel concilio romano del 382 che in difesa dell’unità  apostolica  sottolineava  con forza – anche per smentire quanto « gli eretici andavano gracchiando » – che i due apostoli insieme erano morti a Roma non diverso sed uno tempore, uno eodemque die (Patrologia Latina, 19, coll. 793-794).
A livello poi di più estesa e capillare fruizione, questa tema strategicamente « nevralgico » trovò un ulteriore vettore in oggetti mobili di larga diffusione, quali i fondi vitrei dorati che rappresentavano la « concordia » nello schema delle due teste apostoliche affrontate a una colonna (la Chiesa), ovvero sormontate da una corona unificante. Anche nell’uso di questi vettori minimali non è difficile cogliere una risposta polemica alla circolazione di altri oggetti propagandistici come i contorniati (medaglioni), prodotti a Roma ininterrottamente tra il 356 e il 472, che riproducevano immagini di imperatori – e tra queste anche quelle di Giuliano – temi della mitologia e dei culti della Magna Mater e di Attis, scene relative all’ambito circense.
In diretta continuità con l’azione di Damaso, ancora nel secondo trentennio del V secolo, la Chiesa di Roma continua a veicolare il tema, e i sottesi significati, della concordia apostolorum e ancora con strumenti di diffusione pubblica, vale a dire attraverso iscrizioni e programmi decorativi. Sisto III (432-440) per la chiesa devozionale dedicata ai due apostoli sull’Esquilino (poi San Pietro in Vincoli) commissiona una solenne iscrizione dedicatoria – non più esistente ma nota per tradizione indiretta (Inscriptiones Latinae Christianae Veteres, 974), che doveva occupare l’intero spazio della controfacciata.
Al nome dell’antico dedicatario, il solo Pietro, ora si aggiunge anche Paolo e questa è la novità enunciata nel primo emblematico verso – cede prius nomen, novitati cede vetustas – « Nome di un tempo cedi, all’antico succede il nuovo. È gradito che nella reggia lietamente si dedichino questi voti, nel nome e nel segno ora insieme (simul nunc) di Pietro e Paolo. Io, Sisto, gratificato per l’onore della sede apostolica, prego ambedue. Voi due accettate un dono comune (unum donum):  un solo onore celebra quelli che una sola fede possiede ».
Nella basilica di San Paolo sull’Ostiense, all’eponimo del luogo, Leone Magno associa Pietro:  i due apostoli sono rappresentati accompagnati ciascuno da una iscrizione didascalica, che ne esalta distintamente, ma in un medesimo contesto figurativo e concettuale, il ruolo e le funzioni. Pietro è celebrato come « custode del cielo, pietra della fede, culmine dell’onore, guida e splendore della sede apostolica »; Paolo a sua volta è ricordato riproponendo l’itinerario che lo condusse alla fede:  « Mentre perseguita quelli che hanno accolto Dio (vasa Dei) diventa Paolo [da Saulo] e lui stesso (diventa) ricettacolo di fede (vas fidei) come prescelto per le genti e tutti i popoli » (Inscriptiones Latinae Christianae Veteres, 1761 c, d).
La basilica paolina, per il congiunto intervento di Galla Placidia e Papa Leone – Placidiae pia mens operibus decus omne paterni(s) / gaudet pontificis studio plendere Leonis (Inscriptiones Latinae Christianae Veteres, 1761 b), poteva dunque esibire nella sua superficie di maggiore visibilità – l’arco trionfale – la coppia apostolica unita, ma distinta nei ruoli e nei carismi, come sintetizzati, in termini scritturistici, nelle due iscrizioni illustrative delle immagini di Pietro e Paolo.

(L’Osservatore Romano – 27 giugno 2009)

Publié dans:archeologia |on 2 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

I colori dell’Ara Pacis

dal sito: 

http://www.archaeogate.org/classica/article/935/1/i-colori-dellara-pacis.html

Visualizza le immagini della ricostruzione virtuale da La Repubblica

http://roma.repubblica.it/multimedia/home/3048702I colori dell’Ara Pacis

Redazione Archaeogate, 24-09-2008

I marmi antichi erano colorati. Colori forti, vivi, essenziali. Oggi siamo abituati al bianco perché quei colori sono andati quasi del tutto perduti. Ma è possibile immaginare come fossero ed è possibile ricostruirne l’essenza con la luce.
Una luce che regala un’emozione profonda quando all’Ara Pacis , la parete sud del monumento, la prima che si presenta agli occhi dei visitatori, si anima grazie alla ricostruzione virtuale di quella che era – o si suppone fosse – la colorazione di un tempo. Le luci si abbassano e « I colori di luce », in questo 23 settembre data particolarmente cara all’Ara Pacis in quanto giorno natale di Augusto, ci accompagnano in una sorta di viaggio nella memoria ancestrale.

Negli ultimi anni, l’allestimento del Museo ha riaperto il problema della policromia dell’ara, ipotizzata nel 1938 dall’archeologo Moretti in occasione della ricomposizione della teca costruita sul Lungotevere.

Un gruppo di esperti ha proposto un’ipotesi di colorazione che è stata tradotta in un modello digitale colorato virtualmente, in base a criteri comparativi: esame dei colori superstiti sull’architettura e la scultura della Grecia classica, confronti con la pittura pompeiana di età augustea, valutazione del colore di mosaici tardo antichi che denunciano la conoscenza dell’Ara Pacis. Per colorare le piante e i fiori dei rilievi, è stato utilizzato lo studio delle specie vegetali eseguito dalla Facoltà di Botanica dell’Università degli Studi di Roma Tre. Sono poi state affidate ulteriori indagini sui colori ai Laboratori Scientifici Vaticani, in grado di effettuare analisi con mezzi adeguati alla tecnologia attuale ed è stata sperimentata la possibilità di ricavare delle immagini colorate da proiettare sui rilievi dell’altare.
A conclusione delle ricerche, la Sovraintendenza Comunale presenterà i risultati ottenuti in due diversi momenti: una giornata di studio che si terrà presso la Sala Conferenze dell’Ara Pacis l’11 marzo 2009 e una mostra evento in programma per dicembre 2009 nel corso della quale verrà illuminato l’intero recinto dell’Ara Pacis.

Questi « attimi di luce », sono dunque il primo passo di un cammino di studio che potrebbe restituirci l’immagine di un passato, lontano, ma non perduto.

Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura

Publié dans:archeologia |on 2 octobre, 2008 |Pas de commentaires »

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