Archive pour la catégorie 'Approfondimenti'

“Adesso si mostra”: Le Quarantore

dal sito del giornale « 30giorni »: 

“Adesso si mostra” 

Le Quarantore: una tradizione che è stata per secoli, insieme alla festa del Corpus Domini, la più importante espressionedi pietà popolare verso l’Eucaristia nella vita della Chiesa. I ricordi dei cardinali Fiorenzo Angelini e Giovanni Canestri 

di Giovanni Ricciardi 

 Quando, prima del Concilio, non esisteva ancora la messa vespertina, nelle chiese, alla sera, vi era la cosiddetta “funzione”: rosario, esposizione del Santissimo, benedizione eucaristica. La vita delle parrocchie era scandita tutti i giorni da questo momento di adorazione. Ma il culto eucaristico nel corso dell’anno toccava il suo culmine con la celebrazione delle “Quarantore”.
      Oggi, almeno ai più giovani, questo nome potrebbe non dire nulla o quasi. Ricorderà forse qualcuno una scena del film di Luigi Magni, State buoni se potete, in cui san Filippo Neri fa inginocchiare i bambini dell’Oratorio davanti al Santissimo dando inizio a questa solenne e prolungata esposizione dell’Eucaristia – poteva durare quaranta ore di seguito, notte e giorno, o, più normalmente, tre giorni consecutivi dal mattino alla sera – che per secoli ha rappresentato un momento fondamentale della pietà cristiana. Ed è vero che Filippo fu a Roma uno dei più instancabili propagatori di questa pratica.
      Le origini delle Quarantore vanno però cercate in quel di Milano, nel decennio tra il 1527 e il 1537. Erano in uso, anche prima d’allora, forme particolari di preghiera e digiuno che si praticavano soprattutto durante la Settimana Santa, dal giovedì al sabato, in ricordo delle quaranta ore trascorse da Gesù nel sepolcro, secondo un computo che si fa risalire a sant’Agostino. Ma negli anni del terribile Sacco di Roma, sotto la minaccia della guerra e della peste, queste pratiche furono celebrate anche in altri momenti dell’anno, finché nel 1534 l’eremita fra Buono da Cremona chiese e ottenne l’autorizzazione a unire alla preghiera delle Quarantore l’esposizione ininterrotta del Santissimo. Tre anni dopo, l’idea fu ripresa da sant’Antonio Maria Zaccaria, fondatore dei Barnabiti, che propose di esporre in questa forma l’Eucaristia in Duomo e poi, a turno, in tutte le chiese di Milano. L’approvazione di papa Paolo III, con il breve del 28 agosto 1537, ebbe l’effetto di propagare rapidamente la pratica in tutta Italia, soprattutto grazie all’opera dei cappuccini, prima, e poi dei gesuiti. Le Quarantore approdarono a Roma nel 1548 e furono sempre più raccomandate dai pontefici, fino all’enciclica Graves et diuturnae con cui Clemente VIII, nel 1592, esortò il popolo a celebrarle in tutte le chiese della città per scongiurare le guerre di religione che allora divampavano in Francia. La volontà di rendere il più possibile festoso e solenne il momento portò alla realizzazione di vere e proprie “scenografie” progettate per l’esposizione del Santissimo, che ebbero non poca influenza per il successivo sviluppo dell’arte barocca.
      Ma non occorre tornare indietro fino alla Roma di “Pippo bono” per trovare testimonianze di una tradizione che è stata per secoli nella vita della Chiesa, insieme alla festa del Corpus Domini, la più importante espressione di pietà popolare verso l’Eucaristia. Dall’Italia le Quarantore si diffusero rapidamente in tutta Europa, per approdare anche negli Stati Uniti alla metà dell’Ottocento. La tradizione si è mantenuta assai viva fino al secondo dopoguerra e agli anni del Concilio, perdendo poi d’importanza, ma senza mai scomparire del tutto. Ne abbiamo parlato con due membri del Sacro Collegio profondamente legati a Roma, il primo per nascita, Fiorenzo Angelini, il secondo per “adozione”, Giovanni Canestri. E questo perché, ricorda il cardinale Canestri, «le Quarantore a Roma sono sempre state vissute, molto più che altrove, con particolare intensità e fervore».


 
Giovanni Canestri: «La struttura era semplice. Si cominciava al mattino con una messa solenne al termine della quale si esponeva l’Eucaristia che rimaneva ininterrottamente sull’altare fino alla conclusione, altrettanto solenne. Spesso, alla sera, s’invitava un predicatore a parlare al popolo e i sacerdoti erano a disposizione per confessare. Era un momento in cui la vita spirituale della parrocchia si rinnovava. Era un grande aiuto per tutti»   
 

      «Il ricordo delle Quarantore mi riporta a uno dei momenti più belli e difficili della mia vita sacerdotale, quello della guerra» racconta Canestri. «Nel 1941 fui assegnato come viceparroco alla parrocchia di San Giovanni Battista de Rossi, sulla via Appia. Il parroco, don Marcello, un romano verace, di piazza Fontana di Trevi, vi aveva già introdotto con grande fervore questa tradizione, che egli aveva a cuore dal tempo in cui, bambino, la mamma lo portava a fare visita al Santissimo in quella speciale occasione. E io stesso vi sono rimasto legato, anche quando divenni parroco alla borgata Ottavia e poi a Casalbertone». Gli chiediamo come si svolgesse questa pratica: «La struttura era semplice. Si cominciava al mattino con una messa solenne al termine della quale si esponeva l’Eucaristia che rimaneva ininterrottamente sull’altare fino alla conclusione, altrettanto solenne. Spesso, alla sera, s’invitava un predicatore a parlare al popolo e i sacerdoti erano a disposizione per confessare. Era un momento in cui la vita spirituale della parrocchia si rinnovava. Era un grande aiuto per tutti». La tradizione, ricorda ancora monsignor Canestri, coinvolgeva l’intera città per tutto il corso dell’anno: «C’era una vera e propria organizzazione a livello diocesano. Ogni chiesa aveva il proprio turno. In molte chiese di Roma erano affissi i manifesti che esponevano il calendario annuale delle Quarantore nelle varie parrocchie. La parte del leone la facevano le chiese del centro, dove l’esposizione era ininterrotta e durava anche la notte, mentre da noi, ad esempio, la chiesa chiudeva alle nove. C’erano associazioni di fedeli, confraternite e gruppi che facevano a gara per assicurare la presenza davanti a Gesù Eucaristia a ogni ora. Gli altari e i banchi erano addobbati per l’occasione ed esistevano libretti in italiano per favorire la meditazione personale e la preghiera comunitaria davanti al Santissimo. Furono anni molto belli. Allora mi interessavo dei ragazzi e vedevo le mamme che impallidivano per non lasciare mancare il necessario ai figli. La chiesa si riempiva. Don Marcello aiutava la gente del quartiere in un modo straordinario. In certi periodi distribuivamo 8mila minestre al giorno. Quando si cominciò a stare meglio, cercai di organizzare una festa in onore del parroco, per ringraziarlo a nome di tutti del bene compiuto. Non l’avessi mai pensato… si arrabbiò moltissimo! “Queste cose a Roma non si fanno”, mi disse. “Fai del bene e poi scordatene”. Non c’era bisogno di parole, bastavano i gesti, come quando si esponeva l’Eucaristia, era la stessa cosa. Bastava mettere qualche giorno prima delle tovaglie bianche, speciali, e tirare fuori quel bell’ostensorio di legno che don Marcello aveva fatto scolpire dai maestri della Val Gardena. Questo era tutto. Poi vennero altri problemi. Dopo la guerra incominciò la fuga dei romani dal centro e questo indebolì la pratica delle Quarantore, che, come ho detto, aveva nel centro della città il suo punto di forza. E anche l’organizzazione diocesana venne gradualmente meno». Gli chiediamo se ci siano stati anche altri motivi che hanno portato a trascurare questa devozione: «Forse, a poco a poco è prevalsa l’idea che per fare pastorale occorrano tante parole. Ma non è così. Il giorno in cui arrivarono gli alleati a Roma era una domenica di giugno. Avevamo l’orecchio teso alle notizie della radio. A un certo punto, si sparse la notizia che gli americani erano già a Ciampino. In quel momento, suona il telefono. C’era un ammalato, sull’Appia, che chiedeva un sacerdote. Sono uscito di fretta, ho cercato di sbrigarmi. Ma avevo letto un libro in cui si diceva che non è conveniente dire all’ammalato subito: “Vuoi confessarti?”. E allora entro in questa casa, faccio un lungo giro di parole, racconto dei grandi avvenimenti di quelle ore. Ricorderò sempre questo vecchio grave ma limpido, che mi guardava perplesso. A un certo punto, ha sbottato: “Ma che m’importa a me dell’alleati? Me voglio confessa’!”. Avevo venticinque anni, ma quella lezione non l’ho mai più dimenticata. È il sacramento che conta. Le Quarantore suggerivano questo».

 
  Fiorenzo Angelini: «Erano uno dei momenti centrali nella vita spirituale della gente. C’erano delle punte alte di spiritualità, anche molto popolare; ci potevi trovare delle persone incolte, ma non ignoranti. Mia madre, per esempio, che certamente non sapeva niente di teologia, ma ragionava molto più di me. Ogni sera, nelle parrocchie di Roma, quando c’era la benedizione e suonavano le campane, lei mi diceva: “Adesso si mostra!”. E si fermava, qualunque cosa stesse facendo» 
 

      «Ricordo ancora con commozione» fa eco il cardinale Angelini «quando ero al Seminario romano e andavamo con i compagni alle Quarantore a San Giovanni, assicurando soprattutto i turni di adorazione notturna. Le Quarantore erano uno dei momenti centrali nella vita spirituale della gente, ed erano come un prolungamento più solenne della “funzione” serale quotidiana. Queste celebrazioni erano come degli iceberg, in cui c’erano delle punte alte di spiritualità, anche popolare, molto popolare; ci potevi facilmente trovare delle persone incolte, ma non ignoranti. Mia madre, per esempio, che certamente non sapeva niente di teologia, ma ragionava molto più di me. Ogni sera, nelle parrocchie di Roma, quando c’era la benedizione e suonavano le campane, lei mi diceva: “Adesso si mostra!”. E si fermava, qualunque cosa stesse facendo».
      «Sarebbe bello riproporre oggi le Quarantore» aggiunge il cardinale Angelini «e che i vescovi le sostenessero. In realtà si sente il bisogno di avere, nelle nostre città rumorose, delle oasi di spiritualità. Ad esempio, ci sono alcune chiese a Roma, come la cappella di San Marco a piazza Venezia, o San Claudio a piazza San Silvestro, o ancora Sant’Anastasia al Palatino, in cui l’esperienza dell’adorazione perpetua ha una risposta assai positiva, e sono sempre molto frequentate».
      Ma la forma stessa delle Quarantore, come accennavamo, non è completamente scomparsa, perlomeno in Italia. Il cardinale arciprete di Santa Maria Maggiore a Roma, Francis Bernard Law, le ripropone da qualche anno nella Basilica Liberiana. Ma basta anche solo cercare su internet per accorgersi delle tante parrocchie, soprattutto nella provincia italiana, che ancora le celebrano; o di iniziative su scala nazionale, come quella che da qualche anno è promossa dall’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre, che a marzo ha riproposto le Quarantore “per la Chiesa che soffre” in quaranta località italiane, tra cui Roma e Milano, in collaborazione con altrettante comunità parrocchiali. Lo scorso marzo a Foggia, durante una missione popolare, le Quarantore sono state riproposte pubblicamente: è stato allestito un grande tendone in una delle piazze più importanti della città e la gente è stata invitata a entrare e a fermarsi a pregare davanti all’Eucarestia. L’allestimento “volante” richiamava – forse senza volerlo – proprio l’antica usanza della Roma seicentesca di creare scenografie apposite in occasione delle Quarantore, alcune delle quali furono progettate da artisti del calibro di Gian Lorenzo Bernini.
      Anche la popolare parrocchia di San Luca a Roma, lo scorso aprile, ha dato vita alle Quarantore, organizzate dal movimento “Pro Sanctitate” fondato da monsignor Giaquinta. E non è un caso che questa realtà ecclesiale sia legata proprio a questa forma di adorazione. Sono le consacrate della “Pro sanctitate” infatti a custodire, nel cuore di Roma, in via dei Serpenti, la casa in cui morì, il 16 aprile del 1783, Benedetto Giuseppe Labre, il santo mendicante e pellegrino, sepolto oggi nel vicino santuario della Madonna dei Monti, che aveva fatto delle Quarantore lo strumento privilegiato della sua santificazione: «Non v’era lontananza di luogo» scriveva il suo confessore, padre Marconi, «non piogge sì dirotte, non freddo sì crudo, non caldo sì eccessivo che lo potesse trattenere, benché egli andasse mal coperto nel capo, mal vestito e mal difeso nei piedi. Passava egli intere giornate genuflesso davanti al Suo altare. La sua devozione verso Gesù sacramentato non è possibile a esprimersi. Questa fu quella che gli meritò il nome con cui veniva chiamato da quei che lo conoscevano: il povero delle Quarantore, per vederlo così assiduo nelle chiese ove il Santissimo Sacramento era esposto alla pubblica venerazione».
 

Publié dans:Approfondimenti |on 27 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

BEIT SAHUR ED IL CAMPO DEI PASTORI

dal sit0 « Santuari Cristiani » in Terra Santa:

 

http://198.62.75.4/www1/ofm/sites/TSbcampo_It.html

 

BEIT SAHUR ED IL CAMPO DEI PASTORI 


Ad est di Betlemme, a circa 2 km. dal centro abitato, si trova il villaggio di Beit Sahur, la casa dei guardiani, di coloro che vigilano. Si può raggiungerlo anche a piedi, proseguendo per la strada della Grotta del Latte.

Già al tempo di S. Elena si trovava qui una chiesa dedicata agli Angeli che avevano annunciato ai pastori la nascita del Redentore. Dopo alterne e combattute vicende, vennero costruite, nel secolo scorso, una canonica ed una scuola, in attesa di poter avere anche una chiesa. Nel frattempo, il culto, prima tenuto in una grotta chiamata Mihwara, si svolgeva in ambienti provvisori della casa parrocchiale.

Infine, nel 1950, fu inaugurata la chiesa che oggi vediamo, opera dell’architetto A. Barluzzi, dedicata alla Madonna di Fatima ed a S. Teresa di Lisieux. Alla edificazione contribuirono non poco gli abitanti del luogo, eredi della generosità di Booz.

L’elegante portico della chiesa ha tre archi a sesto acuto e la facciata è coronata in alto da uno snello motivo di archetti, che si prolunga sui muri laterali. L’interno è diviso in tre navate da due file di quattro colonne ciascuna. 1 fusti delle colonne, di pietra rosa locale, a prima vista un po’ tozzi, sono resi affusolati mediante un semplice espediente ottico: i tamburi che li compongono hanno, dalla base al capitello, altezza decrescente. Gli archi a sesto acuto, molto stretti, creano l’illusione che l’interno sia più lungo del vero. Molto originali sono i capitelli, massicci ma non pesanti.

Particolarmente degno di nota è l’altar maggiore, vero gioiello dell’arte scultorea palestinese, che, malgrado le dimensioni, più che una scultura in pietra sembra una miniatura di avorio. Tra il paliotto (parte frontale e lati) ed il gradino, abbiamo 15 scene, dall’Annunciazione della Vergine, all’arrivo in Egitto della Sacra Famiglia. Nella parte centrale del gradino, all’altezza del tabernacolo, si vedono le 4 statuine degli Evangelisti mentre nella parte superiore i dodici Apostoli circondano la figura del Cristo.

Autori dell’opera furono Issa Zmeir, betlemita, e Abdullah Haron, betsahurino.

Beit Sahur si stende in mezzo ai così detti ‘campi di Booz’; in uno di questi si trovavano i pastori nella notte gloriosa della Natività.

« L’angelo disse loro: Non temete! Ecco , vi porto una lieta novella che sarà di grande gioia per tutto il popolo: Oggi nella città di Davide è nato un salvatore che è il Cristo Signore » (Luca 2, 10-11).

Sebbene le parole del Vangelo -non permettano di stabilire esattamente il luogo dell’apparizione angelica. pure l’antica tradizione lo ha fissato in località Siyar e1-Ghanam, il Campo dei Pastori, poco discosto da Beit Sahur.
Gli scavi effettuati da P. Virgilio Corbo, ofm, nel 1951-52 hanno sondato più a fondo dei precedenti (C. Guarmani, 1859) le rovine, dando a queste una datazione precisa.

Le traccie di vita nelle grotte, risalenti ai periodi erodiano e romano, i resti di frantoi antichissimi, reperiti sotto le fondamenta di due monasteri, dimostrano senza possibilità di dubbio, che il luogo era abitato all’epoca della nascita di Gesù a Betlemme. Lo studioso ha avuto sottomano materiale sufficiente per poter parlare di una piccola comunità agricola.

Inoltre, a Siyar el-Ghanam esistono i resti di una torre di guardia, ora incorporati nell’ospizio francescano.

Morta Rachele, Giacobbe « parti e rizzò le tende al di là di Migdal-Eder » (Gen 35, 21), al di là della ‘torre del gregge’. 1 Targumin localizzarono questa torre a est di Betlemme, specificando che in quel luogo il Messia sarebbe stato annunciato. La tradizione talmudica indicava la stessa regione e la tradizione cristiana, dopo la nascita di nostro Signore, accettò e mantenne la localizzazione.

S. Girolamo vede la torre a « circa mille passi (romani) da Betlemme », e aggiunge che là gli angeli avevano annunciato ai pastori la nascita del Redentore.

Quanto rimane dell’insediamento agricolo e della torre di guardia spiega molto bene una espressione del testo originale greco di Luca. Secondo i più qualificati esegeti (tra cui M. J. Lagrange), il verbo impiegato da Luca non significa che i pastori « passavano la notte all’aperto », bensì che « vivevano nella campagna ».

Gli scavi hanno rintracciato l’esistenza di due monasteri, uno del IV-V sec., l’altro del VI sec. Del primo abbiamo le fondazioni dell’abside della chiesa e di vari muri. Nel VI sec. la chiesa venne demolita e ricostruita nello stesso posto, con l’abside leggermente spostata verso est.

Del secondo monastero abbiamo egualmente parti dell’abside sui muri di numerosi ambienti. P. Corbo ha la netta sensazione che molte pietre del IV sec., riusate nell’abside della chiesa del VI sec., provengano dalla basilica constantiniana della Natività.

Il luogo dove si trovano i monasteri non è il più felice della zona, dato che è in pendenza. Il fatto che la seconda chiesa sia stata edificata esattamente sopra la prima conferma ulteriormente che un particolare ricordo era collegato al luogo.

Il monastero del VI sec. fu distrutto verso l’VIII sec. dai Musulmani, che cercarono perfino di cancellare i segni cristiani scalpellando e abradendo le pietre sui quali si trovavano.

Tra i vani del secondo monastero ne sono stati identificati alcuni, adibiti a scopi particolari: portineria, panetteria con grande macina di basalto, refettorio, frantoi, grotta-cantina, stalla. Sono stati portati alla luce anche il sistema di canalizzazione e diverse cisterne.

Il Santuario attuale fu costruito nel 1953-54 su progetto dell’arch. A. Barluzzi. Sia la posa della prima pietra che l’inaugurazione ebbero luogo il giorno di Natale.

Il Santuario sorge sul roccione che domina le rovine. Esso rappresenta un accampamento di pastori: un poligono a dieci lati, cinque dritti e cinque sporgenti e inclinati verso il centro, a forma di tenda. La luce, che penetra generosamente dalla cupola in vetrocemento, inonda l’interno richiamando alla mente la luce vivissima che apparve ai pastori.

L’alto-rilievo in bronzo, sull’architrave della porta, è dello scultore D. Cambellotti, che ha creato anche il portale, le quattro statue di bronzo che reggono l’altar maggiore, posto al centro della cappella, i candelieri e le croci. L’arch. U. Noni ha affrescato le tre absidi e lo scultore A. Minghetti ha curato l’esecuzione dei 10 angeli di stucco della cupola.

 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 25 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Un passo importante verso il dialogo della verità: così, padre Samir Khalil Samir sulla Lettera dei dotti musulmani al Papa e ai capi cristiani

dal sito: 

 

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=162808

 

Un passo importante verso il dialogo della verità: così, padre Samir Khalil Samir sulla Lettera dei dotti musulmani al Papa e ai capi cristiani 

 

Ha destato ampia eco la Lettera inviata da 138 dotti musulmani a Benedetto XVI e agli altri leader cristiani. In questi giorni, il Consiglio Ecumenico delle Chiese ha espresso apprezzamento per la Lettera, nella quale si ritrova il tentativo di un sincero dialogo tra cristiani e musulmani. Proposito, questo, ben visibile fin dall’impostazione del documento. A sottolinearlo è il padre gesuita Samir Khalil Samir, docente di Storia della cultura araba e islamologia all’Università Saint Joseph di Beirut, intervistato da Alessandro Gisotti:

R. – C’è un aspetto positivo fondamentale: tutta la struttura della Lettera è chiaramente impostata sull’amore di Dio-amore dell’uomo, del prossimo. Questa impostazione non è assolutamente tradizionale nel modo di pensare e nella struttura mentale e teologica islamica. E’ propriamente cristiano dire amore di Dio, mentre è una espressione rarissima nella tradizione musulmana. Si tratta, quindi, di un atto di buona volontà, di ricerca per trovare un terreno comune.

 
D. – Quali sono gli elementi di novità che lei ha riscontrato nella Lettera?

 
R. – Gli aspetti nuovi positivi sono numerosi. Anzitutto riguardo alla prima Lettera inviata al Papa, che era un po’ critica, questa Lettera non mostra alcuna critica. E’ una proposta di ricerca di ciò che è comune tra le due religioni. Già nel titolo, infatti, viene ripresa dal Corano una delle parole più belle dove Maometto parla ai cristiani, dicendo loro: “Mettiamoci d’accordo almeno su una cosa e cioè sull’unicità di Dio”. Un’altra cosa da notare è che si è allargato il gruppo: da 38 della prima Lettera sono, infatti, diventati 138. Un altro aspetto positivo, che si può notare, è che nel gruppo ci sono parecchi studiosi laici e, quindi, non più soltanto imam e religiosi. Questo è molto importante, perché prende in considerazione la realtà dell’Islam, che non deve essere solo rappresentata dagli imam e dai religiosi, anche perché questo rischierebbe di dare una impostazione più dura.

 
D. – Questa Lettera può, dunque, rappresentare l’occasione per l’inizio di un salto di qualità nel dialogo fra cristiani e musulmani?

 
R. – Sì, certamente! Intanto perché c’è una iniziativa che non comincia con il difendersi contro chiunque. Si tratta di una iniziativa serena e il clima sereno è fondamentale, per tutti quanti. Penso che dovremmo ora passare dalla controversia al dialogo critico, laddove critico significa che non ammetto tutto ciò che l’altro mi dice, ma lo critico secondo i miei criteri, così come lui mi critica secondo i suoi criteri fin quando, insieme, troviamo dei criteri comuni. Talvolta si dice che Papa Benedetto XVI ha preso una linea dura riguardo all’Islam. Io dico “no”, ritengo che abbia assunto in tutto ciò che fa uno sguardo critico. Noi dobbiamo capire bene, perché questo rappresenta uno dei grandi malintesi: la critica non è mancanza di amore.

 
D. – Quindi, padre Samir, si può dire che si cominciano a vedere i primi frutti di quello straordinario discorso di Benedetto XVI a Ratisbona?

 
R. – Questo discorso è improntato fondamentalmente al dialogo. Alcuni mi dicevano che quel discorso ha rappresentato un grande errore perché da quel momento il dialogo è diventato impossibile. No, io credo che il dialogo sia passato da una specie di cortesia nelle parole, da una specie di dialogo diplomatico, che non è il vero dialogo perché basta un niente e si può rompere, ad un primo passo per dire che vogliamo offrire al mondo un progetto. Per questo io posso dire, quindi, la mia posizione, che può magari essere anche critica, su un punto e non certo su tutto, così come tu puoi dirmi la tua su qualche punto del cristianesimo e così facendo andiamo avanti. Un dialogo fatto, dunque, di amore e di verità. Mi auguro che questo documento sia veramente considerato come un primo passo di dialogo per continuare il più possibile in questa linea
 

Publié dans:Approfondimenti |on 23 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Per la Rai Saladino è buono e la Chiesa ha la faccia feroce

dal sito: 

http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=2717

 

Per la Rai Saladino è buono e la Chiesa ha la faccia feroce 

Un santo ed un sultano al glucosio contro un cardinale dalle somiglianze a dir poco « sospette »…E la fiction francescana è servita!

 

 di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro 

 

Dopo aver visto in tv Chiara e Francesco, ne siamo più che mai convinti: proponiamo una moratoria di almeno dieci anni per le fiction dedicate ai santi. Anche Francesco d’Assisi è caduto vittima di questa alchimia mediatica, che trasforma il sale del Vangelo in zucchero ecumenico, il fuoco della vocazione in brodino caldo filantropico.
Lo sceneggiato della Lux Vide era cominciato benino con un’onesta rievocazione della vita del Poverello di Assisi. Fintantoché agli sceneggiatori non è saltato in mente di dedicare un terzo del tempo a loro disposizione alle Crociate. E qui è accaduto il fattaccio. Francesco va in Egitto per parlare con il Sultano, e chi trova a dar scandalo? Un cardinale guerrafondaio, armato fino ai denti, che pare appena uscito dalla marcia su Roma. Tutto vestito di nero, mascella volitiva, sguardo magnetico da «querciolo di Romagna», al prelato manca solo il balcone di Palazzo Venezia. Naturalmente spiega a Francesco che a lui la pace non interessa nulla, vuole vincere punto e basta. Come dire, è sempre «l’ora delle decisioni irrevocabili». E Francesco, invece di fare il bravo balilla, obietta che i Saraceni «credono nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe».
Ora, nessun uomo del Medioevo avrebbe mai potuto proferire un concetto del genere, perché un cristiano del Duecento non avrebbe mai detto che «i musulmani credono nel nostro stesso Dio»: e, a rigor di logica, non dovrebbe dirlo neanche oggi. In ogni caso, quando il vero Francesco andò dal Sultano, nel 1219, gli disse parole ben diverse: «I cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete».
Nella fiction della Rai, invece, quando il Sultano rimprovera il Poverello perché i cristiani hanno mosso guerra, lui non sa far di meglio che chiedergli scusa. Di più: si mette a trattare una spartizione della Terra Santa, neanche fosse il precursore della Comunità di Sant’Egidio.
Risultato: lo spettatore meno avvertito ne ricava che cristiani e musulmani avrebbero potuto vivere tranquillamente in pace, nel pieno rispetto della convenzione di Ginevra, se non fosse stato per quei cattivoni dei crociati.
In queste fiction dei giorni nostri, i protagonisti sono letteralmente sradicati dalla mentalità del loro tempo e ragionano come un uomo del Terzo millennio, imbevuto di politically correct. Nella fiction della Lux Vide, accanto ai «buoni» Francesco e Chiara si muovono schiere di vescovi e cardinali cattivissimi. In questo modo, la santità diventa davvero un miracolo inspiegabile, perché non si riesce a capire come una specie di associazione a delinquere quale appare la Chiesa del passato riesca poi a produrre figure di eccelsa moralità come un Francesco o una Chiara d’Assisi.
È la fiction, bellezza. Questi lavori, anche quando sono prodotti da cattolici come i fratelli Bernabei della Lux, non hanno nessuna intenzione di descrivere chi veramente fu un certo santo del passato. Preferiscono confezionare un fantoccio imbottito dei buoni sentimenti, della mentalità e dei luoghi comuni del tempo presente. Ma così facendo, non si fa un buon servizio ai credenti. Né tanto meno ai laici che vorrebbero sinceramente capire più da vicino che cos’è un santo: anche loro, l’altra sera, avrebbero probabilmente voluto incontra e Chiara d’Assisi. Ma quelli veri erano altrove.

 

 Il Giornale, 20 ottobre 2007 

 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 22 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

I filosofi senza idee smontano la verità

dal sito: 

http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=2714 

I filosofi senza idee smontano la verità 

Riscoprire la legge naturale e divina che ha costituito il fondamento della civiltà cristiana, é il vaccino consigliato da Roberto de Mattei nel suo ultimo libro La dittatura del relativismo, per combattere la malattia filosofica del nostro tempo: il relativismo intellettuale e morale… 

 di Maurizio Schoepflin

«La più grande malattia filosofica del nostro tempo è costituita dal relativismo intellettuale e dal relativismo morale, il secondo dei quali trova, almeno in parte, nel primo il proprio fondamento. Per relativismo o, se si preferisce, scetticismo – intendo, in sostanza, la teoria secondo la quale la scelta fra teorie concorrenti è arbitraria; ed è arbitraria perché non esiste alcunché che si possa considerare come verità obiettiva; ovvero, anche se esiste, non c’è alcuna teoria che si possa considerare come vera o comunque (anche se non vera) più vicina alla verità di un’altra; ovvero, se ci troviamo di fronte a due o più teorie, non abbiamo alcun modo o mezzo di decidere se una di esse è migliore dell’altra»: queste considerazioni si trovano nel secondo volume dell’opera « La società aperta e i suoi nemici« , pubblicata da Karl Raimund Popper nel 1945, e fa indubbiamente una certa impressione che a definire il relativismo « la più grande malattia filosofica del nostro tempo » non sia Benedetto XVI, bensì un laicissimo filosofo passato alla storia non certo per la sua assidua partecipazione a tridui di preghiera e processioni. Sembra pertanto fuori luogo la critica, tanto aspra quanto scontata, rivolta da Tomás Ibañez alla «virulenza e la costanza con cui Giovanni Paolo II e il cardinal Ratzinger hanno demonizzato il relativismo». Ibañez scrive queste parole nel Prologo del suo recente volume « Il libero pensiero » (Elèuthera, pp. 224, euro 20), il cui sottotitolo, « Elogio del relativismo« , non lascia adito a dubbi circa la tesi di fondo che viene in esso sostenuta: nelle prime pagine egli informa i lettori che è stato proprio l’insegnamento papale in materia di relativismo a fugare ogni suo dubbio sull’opportunità di scendere in campo per difendere a spada tratta quello che per Popper è soltanto un grave morbus philosophicus. Padronissimo, ovviamente, Ibañez di prendersela con il magistero dei romani pontefici, ma sembra opportuno ricordare che la confutazione del relativismo è antica quanto la storia della filosofia e ha visto schierarsi dalla sua parte la stragrande maggioranza dei pensatori occidentali; e questo sino ai nostri giorni, con i vari Quine, Apel, Putnam, Chomsky (!) pronti a dimostrare l’insostenibilità del relativismo. A onor del vero, va detto che gli studiosi tendono a distinguere una forma di relativismo forte da una debole, e intorno a tale distinzione costruiscono disquisizioni di non poco conto. Questa distinzione non sembra interessare troppo a Ibañez, tutto preso, come appare, dalla sua missione di apostolo del relativismo che sente di dover scendere in campo «tanto più quando si vede che i campioni laici della retorica della verità, egemoni di questi tempi, sono in consonanza con le autorità della Chiesa e partecipi della stessa crociata contro la tentazione di prestare orecchio al relativismo». Dunque, secondo il professore spagnolo, si sarebbe saldata una sorta di pericolosa alleanza filosofica fra trono (leggi: atei devoti) e altare, in chiave antirelativista e perciò antilibertaria. Di parere completamente diverso è Roberto de Mattei , professore dell’Università di Cassino e dell’Università Europea di Roma, che ha da poco mandato in libreria il volume « La dittatura del relativismo » (Solfanelli, pp. 128, euro 9), nel quale, come è facile comprendere sin dal titolo, viene manifestato un timore del tutto opposto a quello di Ibañez. Infatti, de Mattei ritiene che, in nome di princìpi relativistici e libertari, si stia affermando una vera e propria tirannia culturale, quella dello scetticismo, che fa dell’assenza della verità la propria bandiera e che conduce verso quel nichilismo che a giudizio di molti rappresenta l’autentica malattia mortale della cultura contemporanea; una malattia che fra le sue più terribili complicazioni annovera il totalitarismo: de Mattei è bravo a far vedere come l’assenza di verità e la negazione dell’esistenza di principi e di valori immutabili rappresentino il terreno ideale per far attecchire l’ideologia del più forte. De Mattei sviluppa argomentazioni rigorosamente razionali, ma non nasconde la convinzione che soltanto un assoluto religioso possa guarire l’uomo dai suoi mali e fondare una società veramente libera: «L’opposizione alla dittatura del relativismo – si legge nel libro – ha il suo passaggio necessario nella riscoperta della legge naturale e divina che ha costituito il fondamento della civiltà cristiana (…) Le radici cristiane della società (…) non sono solo storiche, ma prima di tutto costitutive, come costitutiva è per l’anima umana la vita soprannaturale della Grazia».
IL LIBRO È da poco in libreria « La dittatura del relativismo » di Roberto de Mattei (Solfanelli, pp. 128, euro 9). Il saggio denuncia la minaccia del relativismo che, dietro a un’apparenza libertaria, negando ogni criterio di verità oggettiva, apre la strada al totalitarismo e alla dittatura del più forte
L’AUTORE Roberto De Mattei (Roma 1948) insegna Storia moderna all’Università di Cassino e Storia del Cristianesimo e della Chiesa all’Università Europea di Roma. Collabora con Libero 

LIBERO 17 ottobre 2007

Publié dans:Approfondimenti |on 19 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

l’incontro cattolico-ortodosso di Ravenna: « un bilancio positivo ».

 dal sito:

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=161302

 

Mons. Fortino sull’incontro cattolico-ortodosso di Ravenna: « un bilancio positivo ». Il ruolo del Papa al centro dei prossimi colloqui 

 

Si è conclusa domenica scorsa a Ravenna la decima Assemblea plenaria della Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, tenutasi sotto la guida di due co-presidenti, il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani, e il metropolita ortodosso, Ioannis di Pergamo. Per un bilancio di questa plenaria ascoltiamo mons. Eleuterio Fortino, sottosegretario del dicastero vaticano per l’unità dei cristiani, al microfono di Giovanni Peduto:

R. – Sicuramente è un bilancio positivo, perché è stato affrontato un tema che è essenziale nel dialogo fra cattolici e ortodossi, un tema difficile. Si sono, comunque, messe le basi per la continuazione e per l’approfondimento del tema: “Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa: comunione ecclesiale, conciliarità e autorità nella Chiesa”. Come si vede si comincia a trattare un argomento che ci porterà ad affrontare il tema del ruolo del Papa nella Chiesa di Cristo.

 
D. – E’ stato approvato un documento, quali i contenuti?

 
R. – Il contenuto è lo studio sulla conciliarità e l’autorità nella Chiesa, studiata a diversi livelli: a livello locale, dove il “protos” è il vescovo; a livello regionale, dove nella tradizione orientale la presenza delle metropolie e dei patriarcati esercitano la conciliarità e l’autorità attraverso i Sinodi e con il protos a livello regionale, che è il patriarca. Forme diverse di autorità e conciliarità a livello regionale si trovano anche nella Chiesa cattolica di tradizione latina, ma è soprattutto in Oriente che è evidente la figura del Patriarca come protos in una Chiesa, in un Patriarcato regionale.

 
D. – La Plenaria ha registrato purtroppo il ritiro dei rappresentanti del Patriarcato di Mosca, a motivo della presenza a Ravenna di delegati della Chiesa d’Estonia, dichiarata autonoma dal Patriarcato ecumenico, uno statuto non riconosciuto dal Patriarcato di Mosca…

 
R. – Questa è la ragione per cui la delegazione del Patriarcato di Mosca, dopo aver discusso con i membri ortodossi in una sessione distinta, separata, dove non partecipavano i membri cattolici, ha comunicato la decisione di doversi ritirare dalla sessione per non dar adito ad un malinteso – secondo loro – di un riconoscimento “de facto” dell’autonomia concessa dal Patriarcato ecumenico alla Chiesa di Estonia, che il Patriarcato di Mosca non condivide. Quindi, era una questione all’interno della delegazione delle Chiese ortodosse.

 
D. – Quali le possibili conseguenze sul piano ecumenico di queste divergenze tra Chiese ortodosse?

 
R. – La Sessione è continuata in modo positivo anche con l’augurio da parte dei delegati della Chiesa del Patriarcato di Mosca, ma naturalmente l’assenza dei due delegati del Patriarcato di Mosca pone un problema di relazione. Si tratta, è vero, di una questione posta all’interno delle Chiese ortodosse, in cui la Chiesa cattolica di per sé non ha nulla da dire, ma le tensioni all’interno delle Chiese ortodosse hanno un influsso nel dialogo fra cattolici e ortodossi, soprattutto in questo caso in cui si discuteva la conciliarità e l’autorità nella Chiesa.

D. – Il tema della prossima sessione plenaria sarà il ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio. Quando e dove si svolgerà e quali sono i suoi auspici?

 
R. – Innanzitutto è da dire che la prossima sessione è in stretta connessione con il lavoro svolto a Ravenna. Si comincia a studiare in modo dettagliato l’evoluzione del ruolo del Vescovo di Roma nella Chiesa e come si sia espresso nel primo millennio. In seguito ci saranno altre fasi per studiare lo stesso tema nel secondo millennio, penso. Quest’anno la commissione è stata ospitata dalla Chiesa cattolica in modo generoso, in modo fraterno, in modo caloroso, dall’arcidiocesi di Ravenna. Non si è ancora deciso dove sarà ospitata la prossima sessione da parte ortodossa, ma è deciso che si terrà, come vuole il programma dei lavori della Commissione, fra due anni, nell’autunno del 2009. Nell’autunno del 2008 avrà luogo, invece, il Comitato di coordinamento che prepara immediatamente la sessione, mentre ancora prima, da oggi fino alla metà dell’anno prossimo, si incontreranno due sottocommissioni miste di studio, che affronteranno parallelamente il tema proposto, e cioè “Il ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio”. 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 16 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

« Insegnaci a pregare »

San Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti

« Insegnaci a pregare »

Se cerchi di pregare con la mente unita al cuore e non ci riesci, allora pronuncia la preghiera con la bocca e tieni ferma la mente sulle parole della preghiera, come insegna la « Scala di perfezione » [di san Giovanni Climaco]. Col tempo il Signore ti darà anche la « preghiera del cuore », senza pensieri; e allora pregherai liberamente, senza sforzo. Alcuni hanno fatto del male al loro cuore perché troppo presto hanno voluto pregare con la mente unita al cuore e hanno finito col non riuscire più a dire la preghiera neppure con la bocca. Ma tu riconosci l’ordine della vita spirituale: i doni sono concessi all’anima semplice, umile, sottomessa. A chi è sottomesso e moderato in tutto – nel cibo, nelle parole, nei movimenti – il Signore stesso dona la preghiera, e questa, per energia divina, si celebrerà nel profondo del cuore.

La preghiera continua proviene dall’amore e viene a mancare a causa della maldicenza, della negligenza e dell’intemperanza. Chi ama Dio può pensare a lui giorno e notte, perché nessuna occupazione impedisce di amare Dio. Gli apostoli amavano il Signore e il mondo non costituiva un ostacolo a questo amore, e per questo si ricordavano del mondo e pregavano per esso e predicavano. Ad Arsenio il Grande fu detto: « Fuggi gli uomini », ma lo Spirito di Dio anche nel deserto ci insegna a pregare per gli uomini e per il mondo intero.

Publié dans:Approfondimenti |on 10 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Sulle tracce dell’uomo preistorico

dal sito:

http://198.62.75.4/opt/xampp/custodia/?p=2603

 

Sulle tracce dell’uomo preistorico 

SBF Taccuino
La prof. Mina Evron, del dipartimento di archeologia dell’università di Haifa, codirettrice degli scavi alla grotta di Misliya (sud-ovest del Monte Carmelo), dice che nel sito è stato trovato di tutto: una grande quantità di utensili, punte di asce in pietra, lame e ossi di animali. Manca solo uno scheletro umano. 

I manufatti rinvenuti nell’area danno un quadro del modo di vita di circa 250.000 anni fa, ai tempi della cultura musteriana (Paleolitico medio) in Europa. 

Finora gli utensili più antichi conosciuti adoperati dall’uomo moderno erano stati rinvenuti in Etiopia e risalivano a 170.000 anni fa. 

Intorno a due milioni di anni fa con la migrazione dell’homo erectus in Europa, l’uomo di Neanderthal, si sviluppò una nuova specie. 

Il prof. Israel Hershkovitz, del reparto di anatomia e antropologia dell’università di Tel Aviv e codirettore degil scavi, descrive l’uomo di Neanderthal come più tarchiato dell’uomo moderno, con un cranio più grande e arti più robusti. Dall’homo erectus si sviluppò anche l’homo sapiens, caratterizzato da dimensioni fisiche più piccole rispetto all’’uomo di Neanderthal, compreso il cranio. 

Nel 2001 due gruppi di studenti, uno di dottorandi in antropologia dell’università di Tel Aviv, l’altro di colleghi in archeologia dell’università di Haifa, iniziarono a scavare le grotte del Carmelo. Lo scavo permise di riesumare dagli strati datati a 250.000 anni fa utensili da taglio e per la caccia, come le lame taglienti di selce. 

Per l’archeologo Yossi Zaidner la forma delle lame sarebbe il prodotto di un progetto intenzionale che comprendeva anche il disegno. 

I tremila pezzi trovati per ogni metro quadro rappresentano una percentuale molto elevata. L’abbondanza di manufatti ha reso possibile scoprire tutte le innovazioni tecnologiche di quel periodo. Ciò vuol dire che l’insediamento era vasto ed era un centro di riferimento per gli abitanti dell’intera zona. 

Una serie di segni provano che la caccia era praticata in maniera sistematica e con l’ausilio di tecniche adoperate fino a diecimila anni fa. Sugli ossi compaiono segni di taglio di coltelli, tracce di bruciatura ma non di morsi di denti, per cui gli archeologi hanno pensato che il sito fosse abitato da uomini. Tutti gli elementi orientano verso modelli di caccia simili a quelli della società della tarda preistoria e di oggi. 

Secondo il prof. Hershkovitz è possibile che l’homo sapiens si sia sviluppato fuori dall’Africa proprio nell’area geografica oggi rappresentata da Israele. Se un homo sapiens dell’era moderna dovesse essere trovato negli strati di 250.000 anni fa, apparterrà a una delle prime popolazioni di homo sapiens del mondo, forse alla prima in assoluto. A questo punto andrebbero ridiscusse tutte le teorie sullo sviluppo dell’uomo moderno. 

Fonte: Fadi Eyadat, Haaretz (5 settembre 2007) 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 5 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Santi Angeli Custodi – 2 ottobre

dal sito: 

http://www.santiebeati.it/dettaglio/24750 

Santi Angeli Custodi 

2 ottobre 

 

Nella storia della salvezza, Dio affida agli Angeli l’incarico di proteggere i patriarchi, i suoi servi e tutto il popolo eletto. Pietro in carcere viene liberato dal suo Angelo. Gesù a difesa dei piccoli dice che i loro Angeli vedono sempre il volto del Padre che sta nei Cieli.
Figure celesti presenti nell’universo religioso e culturale della Bibbia – così come di molte religioni antiche – e quasi sempre rappresentati come esseri alati (in quanto forza mediatrice tra Dio e la Terra), gli angeli trovano l’origine del proprio nome nel vocabolo greco anghelos =messaggero. Non a caso, nel linguaggio biblico, il termine indica una persona inviata per svolgere un incarico, una missione. Ed è proprio con questo significato che la parola ricorre circa 175 volte nel Nuovo Testamento e 300 nell’Antico Testamento, che ne individua anche la funzione di milizia celeste, suddivisa in 9 gerarchie: Cherubini, Serafini, Troni, Dominazioni, Potestà, Virtù celesti, Principati, Arcangeli, Angeli. Oggi il tema degli Angeli, quasi scomparso dai sermoni liturgici, riecheggia stranamente nei pulpiti dei media in versione new age, nei film e addirittura negli spot pubblicitari, che hanno voluto recepirne esclusivamente l’aspetto estetico e formale. 

E’ presente nel Martirologio Romano. Memoria dei santi Angeli Custodi, che, chiamati in primo luogo a contemplare il volto di Dio nel suo splendore, furono anche inviati agli uomini dal Signore, per accompagnarli e assisterli con la loro invisibile ma premurosa presenza 

 

La memoria dei Santi Angeli, oggi espressamente citati nel “Martirologio Romano” della Chiesa Cattolica, come Angeli Custodi, si celebra dal 1670 il 2 ottobre, data fissata da papa Clemente X (1670-1676); la Chiesa Ortodossa li celebra l’11 gennaio.
Ma chi sono gli Angeli e che rapporto hanno nella storia del genere umano? Prima di tutto l’esistenza degli Angeli è un dogma di fede, definito più volte dalla Chiesa (Simbolo Niceno, Simbolo Costantinopolitano, IV Concilio Lateranense (1215), Concilio Vaticano I (1869-70)).
Tutto ciò che riguarda gli Angeli, ha costituito una scienza propria detta ‘angiologia’; e tutti i Padri della Chiesa e i teologi, hanno nelle loro argomentazioni, espresso ed elaborato varie interpretazioni e concetti, riguardanti la loro esistenza, creazione, spiritualità, intelligenza, volontà, compiti, elevazione e caduta.
Come si vede la materia è così vasta e profonda, che è impossibile in questa scheda succinta, poter esporre esaurientemente l’argomento, ci limiteremo a dare qualche cenno essenziale.

Esistenza e creazione
La creazione degli angeli è affermata implicitamente almeno in un passo del Vecchio Testamento, dove al Salmo 148 (Lode cosmica), essi sono invitati con le altre creature del cielo e della terra a benedire il Signore: “Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli. Lodatelo, voi tutti suoi angeli, lodatelo, voi tutte sue schiere… Lodino tutti il nome del Signore, perché al suo comando ogni cosa è stata creata”.
Nel nuovo Testamento (Col. 1.16) si dice: “per mezzo di Cristo sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra”. Quindi anche gli angeli sono stati creati e se pure la tradizione è incerta sul tempo e nell’ordine di questa creazione, essa è ritenuta dai Padri indubitabile; certamente prima dell’uomo, perché alla cacciata dal paradiso terrestre di Adamo ed Eva, era presente un angelo, posto poi a guardia dell’Eden, per impedirne il ritorno dei nostri progenitori.

Spiritualità
La spiritualità degli angeli, è stato oggetto di considerazioni teologiche fra i più grandi Padri della Chiesa; s. Giustino e s. Ambrogio attribuivano agli angeli un corpo, non come il nostro, ma luminoso, imponderabile, sottile; s. Basilio e s. Agostino furono esitanti e si espressero non chiaramente; s. Giovanni Crisostomo, s. Gerolamo, s. Gregorio Magno, asserirono invece l’assoluta spiritualità; il già citato Concilio Lateranense IV, quindi il Magistero della Chiesa, affermò che gli Angeli sono spirito senza corpo.
L’angelo per la sua semplicità e spiritualità è immortale e immutabile, privo di quantità non può essere localmente presente nello spazio, però si rende visibile in un luogo per esplicare il suo operato; non può moltiplicarsi entro la stessa specie e s. Tommaso d’Aquino afferma che tante sono le specie angeliche quanti sono gli stessi angeli, l’uno diverso dall’altro.
Nella Bibbia si parla di angeli come di messaggeri ed esecutori degli ordini divini; nel Nuovo Testamento essi appaiono chiaramente come puri spiriti.
Nella credenza ebraica essi furono talvolta avvicinati a esseri materiali, ai quali si offriva ospitalità, che essi ricambiavano con benedizioni, promesse di prosperità, ecc.

Intelligenza e volontà
L’Angelo in quanto essere spirituale non può essere sprovvisto della facoltà dell’intelligenza e della volontà; anzi in lui debbono essere molto più potenti, in quanto egli è puro di spirito; sulla prontezza e infallibilità dell’intelligenza angelica, come pure sull’energia, la tenace volontà, la libertà superiore, il grande Dottore Angelico, s. Tommaso d’Aquino, ha scritto ampiamente nella sua “Summa Theologica”, alla quale si rimanda per un approfondimento.

Elevazione
La Sacra Scrittura suggerisce più volte che gli Angeli godono della visione del volto di Dio, perché la felicità alla quale furono destinati gli spiriti celesti, sorpassa le esigenze della natura ed è soprannaturale.
E nel Nuovo Testamento frequentemente viene stabilito un paragone fra uomini, santi e angeli, come se la meta cui sono destinati i primi, altro non sia che una partecipazione al fine già conseguito dagli angeli buoni, i quali vengono indicati come ‘santi’, ‘figli di Dio’, ‘angeli di luce’ e che sono ‘innanzi a Dio’, ‘al cospetto di Dio o del suo trono’; tutte espressioni che indicano il loro stato di beatitudine; essi furono santificati nell’istante stesso della loro creazione.

Caduta
Il Concilio Lateranense IV, definì come verità di fede che molti Angeli, abusando della propria libertà caddero in peccato e diventarono cattivi.
San Tommaso affermò che l’Angelo poté commettere solo un peccato d’orgoglio, lo spirito celeste deviò dall’ordine stabilito da Dio e non accettandolo, non riconobbe al disopra della sua perfezione, la supremazia divina, quindi peccato d’orgoglio cui conseguì immediatamente un peccato di disobbedienza e d’invidia per l’eccellenza altrui.
Altri peccati non poté commetterli, perché essi suppongono le passioni della carne, ad esempio l’odio, la disperazione. Ancora s. Tommaso d’Aquino specifica, che il peccato dell’Angelo è consistito nel volersi rendere simile a Dio.
La tradizione cristiana ha dato il nome di Lucifero al più bello e splendente degli angeli e loro capo, ribellatosi a Dio e precipitato dal cielo nell’inferno; l’orgoglio di Lucifero per la propria bellezza e potenza, lo portò al grande atto di superbia con il quale si oppose a Dio, traendo dalla sua parte un certo numero di angeli.
Contro di lui si schierarono altri angeli dell’esercito celeste capeggiati da Michele, ingaggiando una grande e primordiale lotta nella quale Lucifero con tutti i suoi, soccombette e fu precipitato dal cielo; egli divenne capo dei demoni o diavoli nell’inferno e simbolo della più sfrenata superbia.
Il nome Lucifero e la sua identificazione con il capo ribelle degli angeli, derivò da un testo del profeta Isaia (14, 12-15) in cui una satira sulla caduta di un tiranno babilonese, venne interpretata da molti scrittori ecclesiastici e dallo stesso Dante (Inf. XXIV), come la descrizione in forma poetica della ribellione celeste e della caduta del capo degli angeli.
“Come sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora! Come sei stato precipitato a terra, tu che aggredivi tutte le nazioni! Eppure tu pensavi in cuor tuo: Salirò in cielo, al di sopra delle stelle di Dio innalzerò il mio trono… salirò sulle nubi più alte, sarò simile all’Altissimo. E invece sei stato precipitato nell’abisso, nel fondo del baratro!”

L’esercito celeste
La figura dell’Angelo come simbolo delle gerarchie celesti, in genere appare fin dai primi tempi del cristianesimo, collocandosi in prosecuzione della tradizione ebraica e come trasformazione dei tipi precristiani delle Vittorie e dei Geni alati, che avevano anche la funzione mediatrice, tra le supreme divinità e il mondo terrestre.
Attraverso l’insegnamento del “De celesti hierarchia” dello pseudo Dionigi l’Areopagita, essi sono distribuiti in tre gerarchie, ognuna delle quali si divide in tre cori.
La prima gerarchia comprende i serafini, i cherubini e i troni; la seconda le dominazioni, le virtù, le potestà; la terza i principati, gli arcangeli e gli angeli.
I cori si distinguono fra loro per compiti, colori, ali e altri segni identificativi, sempre secondo lo pseudo Areopagita, i più vicini a Dio sono i serafini, di colore rosso, segno di amore ardente, con tre paia di ali; poi vengono i cherubini con sei ali cosparse di occhi come quelle del pavone; le potestà hanno due ali dai colori dell’arcobaleno; i principati sono angeli armati rivolti verso Dio e così via.
Più distinti per la loro specifica citazione nella Bibbia, sono gli Arcangeli, i celesti messaggeri, presenti nei momenti più importanti della Storia della Salvezza; Michele presente sin dai primordi a capo dell’esercito del cielo contro gli angeli ribelli, apparve anche a papa s. Gregorio Magno sul Castel S. Angelo a Roma, lasciò il segno della sua presenza nel Santuario di Monte S. Angelo nel Gargano; Gabriele il messaggero di Dio, apparve al profeta Daniele; a Zaccaria annunciante la nascita di s. Giovanni Battista, ma soprattutto portò l’annuncio della nascita di Cristo alla Vergine Maria; Raffaele è citato nel Libro di Tobia, fu guida e salvatore dai pericoli del giovane Tobia, poi non citato nella Bibbia, c’è Uriele, nominato due volte nel quarto libro apocrifo di Ezra, il suo nome ricorre con frequenza nelle liturgie orientali, s. Ambrogio lo poneva fra gli arcangeli, accompagnò il piccolo s. Giovanni Battista nel deserto, portò l’alchimia sulla terra.

L’angelo nell’arte
Ricchissima è l’iconografia sugli angeli, la cui condizione di esseri spirituali, senza età e sesso, ha fatto sbizzarrire tutti gli artisti di ogni epoca, nel raffigurarli secondo la dottrina, ma anche con il proprio estro artistico.
Gli artisti, specie i pittori, vollero esprimere nei loro angeli un sovrumano stato di bellezza, avvolgendoli a volte in vesti sacerdotali o in classiche tuniche, a volte come genietti dell’arte romana, quasi sempre con le ali e con il nimbo (nuvoletta); dal secolo IV e V li ritrassero in aspetto giovanile, efebico, solo nell’epoca barocca apparirà il tipo femminile.
Gli angeli furono raffigurati non solo in atteggiamento adorante, come nelle magnifiche Natività o nelle Maestà medioevali, ma anche in atteggiamento addolorato e umano nelle Deposizioni, vedasi i gesti di disperazione per la morte di Gesù, degli angeli che assistono alla deposizione dalla croce, nel famoso dipinto di Giotto “Compianto di Cristo morto” (Cappella degli Scrovegni, Padova).
Poi abbiamo angeli musicanti e che cantano in coro, che suonano le trombe (tubicini); gli angeli armati in lotta con il demonio; angeli che accompagnano lo svolgersi delle opere di misericordia, ecc.

L’angelo nella Bibbia
Specifici episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, indicano la presenza degli Angeli: la lotta con l’angelo di Giacobbe (Genesi 32, 25-29); la scala percorsa dagli angeli, sognata da Giacobbe (Genesi, 28, 12); i tre angeli ospiti di Abramo (Genesi, 18); l’intervento dell’angelo che ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare Isacco; l’angelo che porta il cibo al profeta Elia nel deserto.
L’annuncio ai pastori della nascita di Cristo; l’angelo che compare in sogno a Giuseppe, suggerendogli di fuggire con Maria e il Bambino; gli angeli che adorano e servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto; l’angelo che annunciò alla Maddalena e alle altre donne, la resurrezione di Cristo; la liberazione di s. Pietro, dal carcere e dalle catene a Roma; senza dimenticare la cosmica e celeste simbologia angelica dell’Apocalisse di s. Giovanni Evangelista.

L’Angelo Custode
Infine l’Angelo Custode, l’esistenza di un angelo per ogni uomo, che lo guida, lo protegge, dalla nascita fino alla morte, è citata nel Libro di Giobbe, ma anche dallo stesso Gesù, nel Vangelo di Matteo, quando indicante dei fanciulli dice: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”.
La Sacra Scrittura parla di altri compiti esercitati dagli angeli, come quello di offrire a Dio le nostre preghiere e sacrifici, oltre quello di accompagnare l’uomo nella via del bene.

Il nome di ‘angelo’ nel discorrere corrente, ha assunto il significato di persona di eccezionale virtù, di bontà, di purezza, di bellezza angelica e indica perfezione.

Autore: Antonio Borrelli 

Publié dans:Approfondimenti |on 2 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Lettera ai fedeli” di San Francesco d’Assisi

dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20020113_francesco_it.html 

Lettera ai fedeli” di San Francesco d’Assisi

« A tutti i cristiani, religiosi, chierici e laici, maschi e femmine, a tutti coloro che abitano nel mondo intero, frate Francesco, loro umile servo, ossequio rispettoso, pace vera dal cielo e sincera carità nel Signore. Poiché sono servo di tutti, sono tenuto a servire a tutti e ad amministrare a tutti le fragranti parole del mio Signore. Per cui, considerando che non posso visitare i singoli a causa della malattia e debolezza del mio corpo, ho proposto con la presente lettera e con questo messaggio, di riferire a voi le parole del Signore nostro Gesù Cristo, che è il Verbo del Padre, e le parole dello Spirito Santo, che sono spirito e vita (Gv 6,63). L’altissimo Padre annunciò che questo suo Verbo, così degno, così santo e così glorioso sarebbe venuto dal cielo, l’annunciò per mezzo del suo arcangelo Gabriele alla santa e gloriosa Vergine Maria, dalla quale ricevette la carne della nostra fragile umanità (Cfr. Lc 1,31). Egli, essendo ricco (2Cor 8,9) più di ogni altra cosa, volle tuttavia scegliere insieme alla sua madre beatissima la povertà. E prossimo alla sua passione, celebrò la Pasqua con i suoi discepoli, e prendendo il pane rese grazie, lo benedisse e lo spezzò dicendo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. E prendendo il calice disse: Questo è il mio sangue del nuovo testamento, che per voi e per molti sarà sparso in remissione dei peccati (Mt 26,26-28; Lc 22,19-20; 1Cor 11,24-25). Poi, rivolto al Padre pregò dicendo: Padre, se è possibile, passi da me questo calice. E il suo sudore divenne simile a gocce di sangue che scorre per terra (Mt 26,39; Lc 22,44). Depose tuttavia la sua volontà nella volontà del Padre dicendo: Padre, sia fatta la tua volontà, non come voglio io, ma come vuol tu (Mt 26, 39.). E la volontà del Padre fu tale che il suo figlio benedetto e glorioso, dato e nato per noi, offrisse se stesso cruentemente come sacrificio e come vittima sull’altare della croce, non per sé, per il quale tutte le cose sono state create (Gv 1,3), ma per i nostri peccati, lasciando a noi l’esempio perché ne seguiamo le orme (1Pt 2,21). E vuole che tutti siamo salvi per Lui, e che lo si riceva con cuore puro e corpo casto. Ma pochi sono coloro che lo vogliono ricevere e vogliono essere salvati da Lui, sebbene il suo giogo sia soave e il suo peso leggero (Mt 11,30). »

Dalla “Lettera ai fedeli” di San Francesco d’Assisi

Preghiera

Altissimo glorioso Dio, illumina le tenebre del mio cuore.

Dammi fede dritta, speranza certa, carità perfecta,senno e conoscenza,

perché adempia il tuo santo e verace comandamento.

Amen.

A cura della Pontificia Facoltà

“San Bonaventura” (Seraphicum).

Publié dans:Approfondimenti |on 2 octobre, 2007 |Pas de commentaires »
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