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Senza il riconoscimento della dignità inviolabile di ogni persona non ci sarà giustizia nel mondo :così il Papa alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali

dal sito della Radio Vaticana :

Senza il riconoscimento della dignità inviolabile di ogni persona non ci sarà giustizia nel mondo :così il Papa alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali 

Se gli esseri umani non sono visti come persone dotate di una dignità inviolabile, sarà ben difficile raggiungere una piena giustizia nel mondo. E’ quanto scrive il Papa in un messaggio inviato in occasione della plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che si è conclusa oggi in Vaticano e ha avuto al centro dei lavori il tema: « Carità e giustizia nei rapporti fra Popoli e Nazioni ». Ce ne parla Sergio Centofanti.

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Nel suo messaggio, indirizzato alla professoressa Mary Ann Glendon, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, il Papa afferma che “il perseguimento della giustizia e la promozione della civiltà dell’amore sono aspetti essenziali” della missione della Chiesa “a servizio dell’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo”. Ribadisce comunque “che, anche nella più giusta delle società, ci sarà sempre posto per la carità” in quanto “non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore ».

Al centro del magistero della Chiesa, che – ricorda il Papa – “si rivolge non soltanto ai credenti ma anche a tutti gli uomini di buona volontà” vi è “il principio della destinazione universale di tutti i beni della creazione. Secondo tale fondamentale principio, tutto ciò che la terra produce e tutto ciò che l’uomo trasforma e confeziona, tutta la sua conoscenza e tecnologia, tutto è destinato a servire lo sviluppo materiale e spirituale della famiglia umana e di tutti i suoi membri”.
In questa prospettiva il Papa fa riferimento a tre sfide che oggi il mondo si trova ad affrontare: “la prima sfida riguarda l’ambiente e uno sviluppo sostenibile. La comunità internazionale – afferma il Papa – riconosce che le risorse del mondo sono limitate e che è dovere di ogni popolo attuare politiche miranti alla protezione dell’ambiente, al fine di prevenire la distruzione di quel patrimonio naturale i cui frutti sono necessari per il benessere dell’umanità”. Benedetto XVI sottolinea che nell’applicare soluzioni a livello internazionale “particolare attenzione deve essere rivolta al fatto che i Paesi più poveri sono quelli che sembrano destinati a pagare il prezzo più pesante per il deterioramento ecologico”.

La seconda sfida – scrive il Papa – chiama in causa il concetto di persona umana: “se gli esseri umani non sono visti come persone, maschio e femmina, creati ad immagine di Dio (cfr Gn 1, 26), dotati di una dignità inviolabile, sarà ben difficile raggiungere una piena giustizia nel mondo. Nonostante il riconoscimento dei diritti della persona in dichiarazioni internazionali e in strumenti legali, occorre progredire di molto per far sì che tale riconoscimento abbia conseguenze sui problemi globali, come quello del crescente divario fra Paesi ricchi e Paesi poveri; l’ineguale distribuzione ed assegnazione delle risorse naturali e della ricchezza prodotta dall’attività umana; la tragedia della fame, della sete e della povertà in un pianeta in cui vi è abbondanza di cibo, di acqua e di prosperità; le sofferenze umane dei rifugiati e dei profughi; le continue ostilità in molte parti del mondo; la mancanza di una sufficiente protezione legale per i non nati; lo sfruttamento dei bambini; il traffico internazionale di esseri umani, di armi, di droghe; e numerose altre gravi ingiustizie”.

La terza sfida – leggiamo nel messaggio – si rapporta ai valori dello spirito. “Incalzati da preoccupazioni economiche – rileva il Pontefice – tendiamo a dimenticare che, al contrario dei beni materiali, i beni spirituali che sono tipici dell’uomo si espandono e si moltiplicano quando sono comunicati: al contrario dei beni divisibili, i beni spirituali come la conoscenza e l’educazione sono indivisibili, e più vengono condivisi, più vengono posseduti”. “Sempre più importante, perciò, è il bisogno di un dialogo che possa aiutare le persone a comprendere le proprie tradizioni nel momento in cui entrano in contatto con quelle degli altri, al fine di sviluppare una maggiore autocoscienza di fronte alle sfide recate alla propria identità, promuovendo così la comprensione e il riconoscimento dei veri valori umani all’interno di una prospettiva interculturale. Per affrontare positivamente tali sfide è urgentemente necessaria una giusta uguaglianza di opportunità, specie nel campo dell’educazione e della trasmissione della conoscenza. Purtroppo – nota il Papa – l’educazione, specialmente al livello primario, rimane drammaticamente insufficiente in molte parti del mondo”.

“Per affrontare tali sfide – conclude Benedetto XVI – solo l’amore per il prossimo può ispirare in noi la giustizia a servizio della vita e della promozione della dignità umana. Solo l’amore all’interno della famiglia, fondata su un uomo e una donna, creati a immagine di Dio, può assicurare quella solidarietà inter-generazionale che trasmette amore e giustizia alle generazioni future. Solo la carità può incoraggiarci a porre la persona umana ancora una volta al centro della vita nella società e al centro di un mondo globalizzato, governato dalla giustizia”.

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Ieri pomeriggio, nella penultima giornata della plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, è intervenuto anche il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone con una relazione su « giustizia internazionale e governance internazionale nel contesto della crisi del multilateralismo ». « Occorre passare da una governance debole che troppo spesso si affida alla guerra, in quanto non è capace di prevenire mediante lo sviluppo e la giustizia – ha affermato il porporato – ad una governance ad alta intensità etica che produca un ordine nel bene ». In questi giorni durante la plenaria si è dunque parlato di carità, giustizia e integrazione nella società contemporanea. A questo proposito Fabio Colagrande ha raccolto il commento del prof. Maurizio Ambrosini, docente di sociologia dei processi migratori dell’Università Statale di Miliano, tra i relatori alla plenaria:

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R. – Abbiamo avuto sia testimonianze di dialogo concreto, di convivenza difficile, ma anche feconda tra popoli e religioni diverse, sia speranze e aperture, sia la prospettiva di un avanzamento nella capacità di governare i conflitti e promuovere la cooperazione internazionale, attraverso il rafforzamento di istituzioni internazionali. Il cardinal Bertone ha molto ben sottolineato il fatto che bisogna passare da una governance puramente intesa in senso tecnico, “in senso debole” lui diceva, una governance che abbia una sostanza etica, che abbia un più profondo incardinamento in un sistema di valori. Questo credo sia un grande obiettivo cui tendere.

D. – Si può dire, prof. Ambrosini, che in Europa ci siano politiche di resistenza alle migrazioni?

R. – Certamente, c’è una dimensione di chiusura che fa parlare di “fortezza Europa”, una tensione tra un’economia anche delle famiglie – non dimentichiamolo – che hanno bisogno di immigrati, che li attirano e, dall’altra parte, delle istituzioni politiche, delle opinioni pubbliche, che invece vogliono più restrizioni, più controlli, più frontiere. In questa tensione noi siamo diventati importatori riluttanti di immigrati: ne abbiamo bisogno, ma non li vogliamo.

D. – A che punto è la messa a punto di meccanismi che permettano l’integrazione economico-sociale degli immigrati in Europa?

R. – La messa a punto di meccanismi è abbastanza debole e come sappiamo lascia morti e feriti sul campo. Ciò nonostante i migranti stessi, tra mille difficoltà, promuovono processi di integrazione, attraverso i ricongiungimenti familiari, attraverso l’educazione, la scolarizzazione, per esempio delle seconde generazioni, cui tengono molto in generale, attraverso la promozione di nuove attività segnatamente di lavoro autonomo, che rappresenta la principale via di miglioramento della condizione degli immigrati nelle nostre società.

D. – Cosa dice di fronte a chi teme che l’identità culturale italiana possa essere in qualche modo attaccata e, quindi, annacquata da una presenza troppo ampia di stranieri? Questa è un’opinione piuttosto diffusa tra la gente…

R. – E’ un timore che effettivamente esiste. La cosa strana, però, è che non ci rendiamo conto che i maggiori danni all’identità culturale italiana forse vengono da altre parti. Pensiamo ai modelli di consumo americani, che sono diffusi dalla televisione, dal cinema, dai mass media in generale. Mi sembra che stiano cambiando molto di più la nostra vita questi modelli, per esempio in campo familiare, di quanto non avvenga con l’arrivo di popolazioni immigrate. Forse le nostre paure, che ci sono e hanno dei fondamenti, stanno individuando un bersaglio sbagliato su cui appuntarsi. Io penso che anche la diversità religiosa possa essere un’occasione per approfondire e capire meglio i fondamenti della nostra fede religiosa, per farla crescere con quella umiltà teologica, che ci richiamava il rabbino David Rosen. 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 1 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Conservare il sangue del cordone ombelicale per salvare vite umane

dal sito:

http://www.zenit.org/italian/

Data pubblicazione: 2007-04-30 

Conservare il sangue del cordone ombelicale per salvare vite umane 

Intervista alla Direttrice di VidaCord, la dottoressa Mónica López Barahona 

ROMA, lunedì, 30 aprile 2007 (ZENIT.org).- Conservare il sangue del corone ombelicale per salvare vite umane è l’obiettivo per cui nasce VidaCord, istituzione privata che combina ricerca scientifica e rispetto della vita umana, secondo quanto spiega
la Direttrice generale del settore scientifico e tecnico.

Finora Direttrice dell’Istituto di bioetica dell’Università Francisco de Vitoria di Madrid, la dottoressa Mónica López Barahona (Madrid, 1965) afferma che per una madre conservare il cordone ombelicale del figlio “può essere utile al punto da poter salvare la sua vita o quella di un suo fratello”.

Nominata di recente membro ordinario della Pontificia Accademia per la vita, la dottoressa Mónica López ha rilasciato una intervista a ZENIT.

Cosa è VidaCord? A cosa si dedica e che finalità ha?

López Barahona: VidaCord è una banca privata dedita alla crioconservazione del sangue del cordone ombelicale per le famiglie che lo desiderino. L’impegno in favore della salute, di VidaCord, è quello di stare vicini alle persone in un momento unico e irripetibile, quello della nascita di un bebé, rendendo possibile la conservazione delle cellule madre, presenti nel cordone ombelicale, in quanto possono rivelarsi utili nel corso della vita del bambino, per preservare la sua salute, quella di un suo fratello, o persino di altre persone.

VidaCord si pone al servizio della libertà dei genitori, permettendo loro di fare la scelta migliore al fine di tutelare ciò che considerano come un valore per la loro famiglia: la salute presente e futura.

La sua attività si avvale di un organo consultivo scientifico ed etico di primo piano a livello internazionale. Tra i suoi membri figurano il dottor John Wagner, riferimento mondiale per i trapianti di cellule del cordone.

Tra i suoi obiettivi a breve termine vi è quello di avviare le proprie attività a Madrid in questo mese di marzo.

Una volta iniziata l’attività di crioconservazione del sangue del cordone, VidaCord prevede di avviare indirizzi di ricerca che consentano una più approfondita conoscenza di questo tipo di cellule e che contribuiscano all’avanzamento nelle potenzialità applicative terapeutiche.

Per quale motivo ha accettato la direzione scientifica e tecnica di VidaCord?

López Barahona: Nel corso della mia vita professionale ho sempre cercato di trovare una dimensione trascendente che vada al di là della mera tecnica o ricerca. Ho studiato chimica (con specializzazione in biochimica) e ho svolto la mia tesi dottorale presso il MD Anderson Cancer Center di Houston. Il mio indirizzo di ricerca si è sempre sviluppato intorno alle basi molecolari del cancro, sia nei centri nazionali (Hospital Gregorio Marañón, CISC, Antibióticos Farma….), sia nei centri internazionali (Max-Planck Institut, IMP di Vienna, MD Anderson Cancer Center di Houston o Bristol-Myeres Squibb a Princeton).

Non v’è dubbio che la struttura nella quale ho trascorso i miei ultimi dieci anni di vita professionale, l’Università Francisco de Vitoria, un’istituzione del Regnum Christi, retta dai Legionari di Cristo, mi ha offerto l’opportunità di compiere uno sviluppo accademico, professionale e spirituale che mi sento di condividere. Alla Francisco de Vitoria si è sviluppata, in particolare, quella parte della mia carriera scientifica legata alla bioetica.

VidaCord è una banca privata del sangue del cordone ombelicale, aconfessionale, che mi offre la possibilità di dimostrare, sulla base della ricerca e della bioetica, ciò che affermo con forza da molti anni: non è né scientificamente logico, né eticamente accettabile, fare ricerca sulle cellule madre embrionali, in quanto, per ottenerle è necessario uccidere un embrione, mentre le sue applicazioni terapeutiche ad oggi sono inesistenti.

Uccidere un embrione? L’embrione umano è vita potenziale o vita umana esistente?

López Barahona: L’embrione umano è vita umana. Un individuo della specie umana, titolare di tutti i diritti e meritevole della stessa dignità di cui godono gli altri individui della specie umana, quale che sia la fase del ciclo vitale in cui si trovi. É una vita umana in atto e non in potenza, un essere umano reale e non virtuale.

Pertanto, qualunque tecnica che comporti la distruzione di un embrione costituisce un atto positivo che ne provoca la morte.

Quali sono gli obiettivi che lei vuole raggiungere in VidaCord?

López Barahona: Il primo è quello di stabilire parametri qualitativi che assicurino buone procedure per la crioconservazione del sangue da cordone ombelicale delle famiglie che desiderino avvalersi del nostro servizio.

Il secondo è di avviare indirizzi di ricerca che consentano una più approfondita conoscenza delle cellule del cordone e delle sue possibili future applicazioni terapeutiche, il cui studio inizia solo ora a svilupparsi.

Qual è la sua opinione sul decreto spagnolo che regolamenta le banche del cordone ombelicale?

López Barahona: Ritengo che non sia rispettoso della libertà delle famiglie, poiché esige che ogni famiglia, desiderosa di conservare il sangue del cordone del proprio figlio in Spagna, lo debba donare. Credo che qualsiasi donazione debba essere sempre volontaria e che lo Stato non possa obbligare a donare qualcosa.

Ciò nonostante, il rispetto delle disposizioni in esso contenute sarà assoluto da parte di VidaCord.

È utile conservare il cordone ombelicale del proprio figlio in una banca privata?

López Barahona: Può essere utile al punto da poter salvare la sua vita o quella di un suo fratello. Le possibilità di compatibilità tra fratelli sono molto elevate. Sebbene l’uso autologo del sangue del proprio cordone ombelicale può verificarsi, e difatti esistono casi pubblicati di trapianti autologhi avvenuti con successo, le possibilità di un uso intrafamiliare sono molto alte.

In ogni caso, il cordone è un materiale biologico che offre possibilità molto ampie e che in nessun caso dovrebbe essere gettato via. Donarlo o conservarlo, nel pieno esercizio della libertà di ogni famiglia, ma mai gettarlo, sarebbe la mia raccomandazione.

A suo avviso esiste qualche problema etico nella conservazione del cordone?

López Barahona: Non esiste alcun problema etico nella conservazione del sangue da cordone ombelicale o nella sua donazione. Si tratta di un qualcosa che ha le stesse implicazioni etiche della donazione o conservazione del sangue periferico per un intervento chirurgico. Si tratta di un tessuto, non di vita umana, e di un tessuto di dimostrata efficacia terapeutica.

I limiti etici sulla ricerca con embrioni umani, limitano e si oppongono allo sviluppo scientifico e alle speranze terapeutiche dell’umanità?

López Barahona: La ricerca sulle cellule madre embrionali deve essere scartata per ragioni di natura scientifica su cui si basano le ragioni di natura etica.

L’embrione umano è un individuo della specie umana, sin dal momento in cui è generato, ovvero sin dal momento in cui l’ovulo viene fecondato dallo spermatozoo, generando lo zigote o embrione unicellulare: una nuova vita umana.

Per questo, l’embrione umano possiede una dignità equivalente ad ogni altro individuo della specie umana, anche se si trova in una fase diversa dello sviluppo.

Inoltre, i tentativi fatti in vitro e su modelli di sperimentazione animale, in cui si è cercato di mutare le cellule madre embrionali in altri tipi di cellule, hanno evidenziato che queste cellule generano tumori altamente aggressivi.

Per questo, oggi non esiste alcuna sperimentazione clinica approvata con cellule madre embrionali, rispetto alle più di 500 attualmente in corso con cellule madre adulte e alle più di 50 con cellule da cordone ombelicale (www.clinicaltrials.gov).

In definitiva quindi, i dati oggettivi che la scienza ci propone, indicano che questo indirizzo di ricerca non ha, ora come ora, alcuna applicazione terapeutica. In ogni caso, se pure ci fosse un’applicazione terapeutica reale, non è eticamente accettabile distruggere una vita umana nella sua fase di sviluppo embrionale, per fare ricerca al fine di trovare cure per altri esseri umani. La vita di ogni essere umano è egualmente degna, indipendentemente dal suo stadio di sviluppo o dal suo stato di salute.

 

Prima lettura della Veglia Pasquale: Genesi 1, 1 – 2,2 Lo Stupore e La Meraviglia

Credo che valga la pena di ripercorrere le letture della notte pasquale, o perlomeno, sono io che vado in cerca di meditazioni in questo tempo, dal sito:  http://www.santamelania.it/ 

in quella notte le parole inutili non si dicono – 1

di don Franco Brovelli

 Riportiamo le meditazioni sulle letture della Veglia Pasquale tenute nel Corso di esercizi spirituali, a Villa Immacolata (Torreglia-Padova), dal 17 al 21 agosto 1998, da don Franco Brovelli, responsabile della formazione permanente del clero di Milano.
Il testo di ogni meditazione,Pro manuscripto ci è stato gentilmente concesso dal Servizio Formazione Permanente della Diocesi di Roma.
Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza on-line di questi testi sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.
 
 
30/03/2007 



Prima meditazione: Gen 1, 1 – 2,2  Lo Stupore e
La Meraviglia 
Ecco l’antichissimo testo della creazione. Nella notte-veglia della risurrezione del Signore, la chiesa, tutte le chiese (questo è un testo unanimemente ascoltato in tutte le tradizioni liturgiche dell’oriente e dell’occidente) questa parola irrompe nella storia dell’uomo e riconduce al senso. Ora vorrei aiutarvi a gustare questo testo, soprattutto nella preghiera. Accolgo qualche annotazione conclusiva di quei commenti puntuali e fecondi, che commentano questo brano. E’ troppo riduttivo dire che i primi undici capitoli di Genesi sono la creazione e la caduta. L’ascolto autentico della parola ci dice che questo e l’ascolto di ciò che spiega tutto il resto; è l’ascolto del fondamento che dà senso. Questo è il grande ingresso ai primi undici capitoli di Genesi, ciò che spiega quanto dopo avviene nella storia dell’umanità, dell’uomo e della donna. Mi limito ad alcune annotazioni. quelle che mi paiono le più feconde e cerco di dirle in maniera che possono già aiutare la vostra preghiera. Anzitutto: lo stupore e la meraviglia sono i sentimenti che animano questo magnifico inno alla creazione. Per sei volte ritorna il tema dominante: « Dio vide che era cosa buona! « . L’ultima volta questa espressione sfoggia come in un gran finale a tutta orchestra: « Dio vide quanto aveva fatto; ed ecco era cosa molto buona! « . E’ la stessa meraviglia che percorre il profondo sentimento poetico del salmo 8: « O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.! Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle, che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi? « . Celebriamo questo salmo con l’intensità di fede, di attesa e di stupore con cui da sempre esso è attraversato nella tradizione orante del popolo di Dio. 

Coloro che hanno voluto questo testo come prima pagina di tutta la torah non si sono certo ingannati. Esso rappresenta veramente il preludio e il senso di tutta la storia umana, che il Dio dell’Esodo aveva intessuto con il suo popolo, Israele. In questo testo abbiamo un’autentica sintesi di teologia della storia – ci dicono i biblisti più bravi – il senso della creazione del mondo e dell’uomo, incamminati verso il compimento; il settimo giorno è il compimento: il riposo di Dio! E questo dà ragione nell’alternanza tra giorni lavorativi e giorni di riposo, tra tempo feriale e tempo festivo. Soprattutto è il brano che annuncia che Dio ha voluto il suo valido interlocutore a immagine e somiglianza di lui.    

La seconda annotazione: vv. 26-27. Abbiamo due sinonimi: immagine e somiglianza, che vogliono esprimere una similitudine, una possibilità di sintonia tra l’uomo e Dio. Decidendo di creare l’umanità a sua immagine e somiglianza, Dio volle creare un « tu », che potesse avere relazione con lui. Questo versetto di Genesi non esprime solo una qualche dimensione dell’essere umano, ma « !a » dimensione, quella fondamentale, quella che vive negli uomini e nelle donne, nel tempo e in ciascuno. Dio ha posto in essere una creatura che potesse rispondere a lui, libera, che potesse essere interlocutore. Ecco, è scritta qui dalle origini la possibilità di tutta la storia che seguirà. Potrebbe essere addirittura storia di alleanza ci dirà la vicenda dell’Esodo, storia di comunione e addirittura di alleanza sponsale. Ogni persona è stata pensata come interlocutore libero di Dio.    

Infine l’ultima annotazione per gustare il testo: il settimo giorno, all’inizio del capitolo secondo. Sta a significare il fine di tutta la creazione: non è 1′ ultimo giorno, è il  fne della creazione! il riposo di Dio è l’ultima opera che produce fecondità. La connessione tra la settimana dell’uomo e la settimana di Dio crea un legame profondo tra le due: quella umana diventa simboli di quella divina e quella divina dà senso a quella umana. Allora ti chiedi: qual è il senso della creazione, simbolicamente espresso dal settimo giorno di Dio? Il settimo giorno – dicono i biblisti – è il fine dell’uomo e di tutta la creazione. Quel riposo di Dio non è ozio, ma è attività nuova e perfezionamento del lavoro precedente. C’è una fecondità nuova del settimo giorno, del compimento che supera la fecondità dei giorni lavorativi e l’uomo ne può avere un anticipo nella festa e nel culto, quando nella gratuità impara a rendere lode, quando attraversa il tempo non per accumulare e per possedere, ma per rendere grazie, per recuperare il fondamento e per restituire se stesso alla sua vocazione di immagine e somiglianza di Dio. C’è un accenno di questa esegesi fugace, ma abbastanza chiaro nella lettera apostolica di Giovanni Paolo II sul Dies Domini. In tutta la sezione biblica si fa anche riferimento alla lettura esegetica di Genesi 1, che è appunto il tema del settimo giorno.    

Questo è importante per penetrare e gustare il testo che ha davvero una sua solennità; quando quella notte il lettore scandisce le parole di Genesi si ha come la consapevolezza di un tempo che ritrova il suo centro, le sue origini e il suo perché. Pregate questo testo alla luce di quella grande ermeneutica cristiana, che ha preso 1′avvio dalla riflessione di Paolo, in particolare alla luce di Efesini 1.3-14. Il famoso inno di lode di Paolo: « Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo…  » Oramai . non è più pensabile dentro la memoria viva di Gesù di Nazaret e della sua Pasqua riascoltare il testo di Genesi a prescindere da quello scenario, tutto in cantemplazione della Pasqua di Gesù, che vada a compimento della storia dell’uomo e della creazione intera. Vi inviterei a lasciarvi portare dal testo biblico; tra l’altro anche i due salmi, che la liturgia propone il 103 e il 32, vi possono aiutare ad entrare in meditazione.    

Siamo al secondo momento più esistenziale e legato alla vicenda che ciascuno di noi sta vivendo. Certamente c’è un linguaggio previo in questo testo che a me pare oggi di eccezionale attualità. Oggi il tempo rischia di diventare solo un avversario dell’uomo, anzi un nemico, perché siamo costretti a riconoscere che non ci possiamo difendere dalla sua inarrestabilità. Questo è il tempo che ogni giorno ci costringe ad invecchiare, a riconoscere che abbiamo un giorno in più. un mese in più, un anno in più… e rischia di diventare un nemico; tant’è che in ogni modo si cerca di scantonarlo. pur con l’affanno delle cose, per cui si accumula, si accumula … e si riempiono i granai, nella illusione che così il tempo venga dominato oppure lo si subisce passivamente, magari con il tono gaudente, in una maniera che mortifica e impoverisce.    

Che senso diverso ti dà invece il racconto della creazione! Noi siamo situati nel tempo per riconoscere meglio qual è il fondamento, dove abita, che nome e che volto ha. Entrando in dialogo con noi stessi, chiediamoci: che cosa sta al principio della mia vita, della mia esperienza di discepolo, della mia chiamata alla fede e al ministero? Se dovessi dirla, ridirla, la parola fondatrice della mia vita, quale parola direi? Quali sono per me le parole che stanno al principio e che sono origine e fondamento del resto del cammino? Questo testo di Genesi un desiderio così te lo mette nel cuore e nell’aníma. Facciamo innanzitutto memoria di ciò che sta all’inizio della nostra vita, della nostra esperienza di discepoli del Signore [...]. Come la racconteremmo tale parola fondativa e creatrice;? In questo momento cosa sta davvero al centro della mia vita? Questa pagina ini costringe a questo interrogativo. E’ importante dialogare con tanto realismo e veridicità attorno a questo interrogativo, perché queste non sono risposte teoriche.    

Proviamo a pensare a fatti e situazioni concrete della nostra vita: è li che riusciamo a capire cosa per noi di fatto oggi davvero è al centro della vita. Qualche esemplificazione possibile. Quando ci siamo messi in cammino per dire di sì: perché abbiamo detto di sì? Che cosa abbiamo riconosciuto come certo nella nostra vita? Ognuno di noi avrà attraversato dei tempi di prova… Facciamo memoria dei tempi di prova, magari qualcuno avrà « la fortuna » di essere adesso nella prova… Nel tempo della, prova appare con evidenza che cos’è al centro della vita. A chi e a che cosa ti aggrappi e a chi fai riferimento? Oppure, in un tempo di canibíamento di situazioni, di trasloco., di cambiamento di destinazione. di compito… in questi momenti, quando è finito il capitolo degli scatoloni e in genere si fa un bilancio di ciò che sta alle spalle e la previsione di ciò che ci attende… Questo è un momento preziosissimo per capire che cosa di fatto per noi sta al centro della vita.  Questi sono elementi emblematici della vita, limpidissìmi : dicono davvero per chi si vive­e a chi ci si è dedicati. Quando facciamo un anniversario,un decennio, un venticinquesimo… che tipo di bilancio facciamo? Questo è un momento importante della vita! Facciamo 1′elenco delle cose realizzate o abbiamo un altro criterio per rileggere più a fondo la vita, ad esempio: quanto stiamo entrando nell’esperienza del settimo giorno, della comunione profonda con il Signore: e con la sua Parola? Quanto stiamo dedicandoci a lui? Quanto stiamo appartenendo al Signore? Questo testo di Genesi a me pare, sotto questo profilo, bellissimo. E’ testo evocativo, appunto degli inizi, di ciò che sta in origine.[...]. 

   Ultimo punto: qual è la categoria chiamata in questione da un testo come Genesi 1? Ultimamente, perché questa pagina ci interpella? A me pare che questo testo sia una di quelle pagine formidabili nel dire la definitività dell’appartenenza al Signore. Questo testo dice che la vocazione scritta dagli inizi non è quella di un’appartenenza a Dio a intermittenza; non è un’appartenenza per prova, a stagioni, a capitoli, a esperienze… alcune sì, altre no! La parola che sta iscritta in Genesi 1 è quella di una definitività di appartenenza al Signore. Signore, sto vivendo e realizzando una definitività di appartenenza a te, al tuo vangelo, alla causa della tua parola? Amo il Signore con tutto il cuore, con tutte le,forze, con tutto me stesso? O c’è qualcosa che amo più di lui o fuori di lui, o a prescindere da lui? Questa è domanda è insidiosa ma formidabilmente corroborante.[...]. 

Sentimenti, passioni, emozioni, affetti… stanno in me percorrendo le strade purificanti di chi impara a legare se stesso e la sua vita al Signore, a tal punto che non riuscirei più a pensarmi slegato da lui? E’ lui il movimento irreversibile della mia vita, la perla preziosa, il tesoro nascosto nel campo per il quale sono disposto ad investire? Ecco la meditazione su ciò che sta agli inizi. E’ il testo introduttivo di Genesi: un testo che rimanda continuamente al fondamento. Mi piace concludere con la preghiera della liturgia: « Dio, onnipotente ed eterno, ammirabile in tutte 1e opere del tuo amore, illumina i fìgli da te redenti, perché comprendano che, se fu grande all’inizio la creazione del mondo, ben più grande, nella pienezza dei tempi, fu l’opera della nostra redenzione, nel sacrificio pasquale di Cristo Signore. Amen «  

Publié dans:Approfondimenti, meditazioni |on 29 avril, 2007 |Pas de commentaires »

L’Europa umiliata dalle falsità

dal giornale  »Avvenire on line » 

Operazioni indegne 

L’Europa umiliata dalle falsità 

Marco Tarquinio  

Siamo fra coloro che auspicano da tempo una seria crescita di ruolo del Parlamento europeo. Un salto di qualità democratico che chiuda definitivamente l’era in cui quell’assemblea è stata confinata in una dimensione istituzionalmente vaga e vana. Ma cominciamo a temere che alcuni dei nemici più insidiosi dell’autorevolezza, dell’attendibilità e della dignità stessa del Parlamento di Strasburgo operino stabilmente proprio sui suoi banchi. E ci rendiamo conto che quella speranza – nostra e di tutti coloro che si ostinano a coltivare un’idea alta e vera dell’Unione Europea – rischia di trasformarsi in amara disillusione.
Ce ne dà nuovo motivo l’inopinato lavorìo di un articolato gruppo di eurodeputati del Pse, della cosiddetta sinistra radicale e del gruppo liberaldemocratico nel quale si sono segnalati tre italiani – i comunisti del Prc Vittorio Agnoletto e Giusto Catania e la verde Monica Frassoni – che ha tentato di riesumare e di utilizzare nell’ambito di un documento sull’«omofobia» alcune incredibili e gravissime deformazioni del pensiero sui cosiddetti Dico del presidente della Conferenza episcopale italiana, l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco. Deformazioni che erano state compiute (e amplificate) da qualche organo di stampa nostrano. Deformazioni che, come purtroppo in Italia sappiamo bene, sono state prese tristemente a pretesto per imbrattare chiese e muri delle nostre città di insulti e minacce. Il tentativo di esportare immondizia – non riusciamo a considerare in altro modo il deliberato spaccio di menzogne – è alla fine fallito. E così è stato grazie alla responsabile attenzione di vari europarlamentari del Ppe, soprattutto italiani. Ma alcune scorie sono entrate ugualmente in circolazione e qualcuna è rimasta appiccicata anche al testo finale.
Verrebbe da dire: pazienza. Ma di pazienza con q uesta Europa della politica che s’allarga e che non cresce ne abbiamo sempre di meno. Soprattutto al cospetto di un’operazione come quella che è stata imbastita da eletti che non fanno niente per dimostrarsi onorevoli. L’ennesima manovra scellerata riconducibile alle solite lobby, quelle per le quali ogni mezzo e ogni terreno è utile pur di alimentare l’offensiva anti-religiosa e, soprattutto, anti-cattolica. Che cosa ci sarebbe di meglio, infatti, che riuscire a costringere a ripetizione (per «omofobia», per «familismo», per «antiprogressismo»…) su un ideale banco degli imputati coloro che si sono presi a bersaglio? Gli alleati, del resto, tra cronisti pressappochisti e propagandisti in malafede, non mancano. Manca però – e con sempre più clamorosa evidenza – la base di certe campagne mistificatorie. Soprattutto quando, come appunto nel fallito tentativo di tirare in ballo il presidente della Cei, emerge che si sarebbe stati pronti a mettere nero su bianco in un documento parlamentare un richiamo polemico che si sapeva benissimo essere capzioso e infondato. Soprattutto quando diventa palese che il reale obiettivo di certi politici (o politicanti, fate voi) è solo quello di scovare un modo per regolare in Europa – sede ulteriore e percepita come « più alta » – i conti aperti in sede nazionale.
Tutto questo non consente più noncuranze rispetto a certe limacciose derive che nell’emiciclo di Strasburgo vengono assecondate con frequenza ormai allarmante. Ne va, lo ripetiamo, dell’autorevolezza, dell’attendibilità e della dignità di quell’assemblea e delle battaglie che in essa possono e debbono essere ingaggiate. Non è ovviamente in questione l’impegno contro le discriminazioni nei confronti delle persone omosessuali, ma gli argomenti con cui si ritiene di motivarlo. Se tra essi si cerca di infilarne di intollerabilme nte falsi e tendenziosi, il contraccolpo è inevitabile e devastante. Chi è disposto a umiliare la verità, umilia anche la causa che dice di difendere e soprattutto umilia l’Europa. Ci si pensi a Straburgo. E ci si pensi a Roma 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 26 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Tendenze contro la ricerca della carità e della giustizia internazionale, avverte il Vaticano

dal sito Zenith:  

Tendenze contro la ricerca della carità e della giustizia internazionale, avverte il Vaticano 

Presentazione della XIII Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali 

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 26 aprile 2007 (ZENIT.org).- Nonostante la consapevolezza comune che la ricerca della carità e della giustizia a livello internazionale sia di importanza fondamentale per la società odierna, si rilevano a volte segnali che agiscono in direzione opposta, avverte
la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Questo giovedì, la presentazione della XIII Sessione Plenaria dell’organismo pontificio alla stampa – in Vaticano – ha dato l’opportunità di tracciare il panorama globale attuale.

L’ampia convocazione internazionale e multidisciplinare di esperti, dal 27 aprile al 1° maggio in Vaticano, indagherà sulla fattibilità di una collaborazione, tra Nazioni, nel campo della carità e della giustizia in un mondo globalizzato.

La riflessione deve affrontare i “nuovi segni dei tempi che risultano molto preoccupanti”, riconosce
la Pontificia Accademia.

Il « riemergere del nazionalismo” è uno di questi segni.

In questo senso, sia nei Paesi in via di sviluppo che in quelli avanzati “ci sono segnali di crisi circa due caratteristiche chiave del processo di globalizzazione: il primo è un problema umano legato all’accresciuta emigrazione internazionale legale e illegale e la conseguente resistenza politica ad essa; il secondo è economico ed è in relazione alle tensioni tra protezionismo e libero scambio”, ha spiegato.

Alle ombre del panorama attuale si aggiunge il fatto che “i segnali di convergenza economica e sociale” – ed educativa – tra Paesi ricchi e Paesi poveri si limitano ancora a pochi di questi ultimi.

“Allo stesso tempo, perfino in paesi con un’economia in rapida crescita, l’incidenza della povertà e della povertà estrema è ancora molto alta”, ha affermato
la Pontificia Accademia.

L’organismo avverte anche della “debolezza del multilateralismo”. “Il bilateralismo sta crescendo sempre più e molte istituzioni multilaterali, come l’ONU, il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), l’FMI (Fondo Monetario Internazionale),
la Banca Mondiale e persino alcune delle loro omologhe regionali, mostrano segnali di debolezza e di stanchezza. Nonostante ciò, nessuna istituzione sta attualmente emergendo per prendere il loro posto”.

Rispetto agli “Obiettivi del Millennio”, esistono “fondati dubbi” circa il loro conseguimento “entro i tempi previsti”. Questi obiettivi si basavano su un ampio consenso internazionale che sta “cominciando a sfaldarsi”, per cui
la Pontificia Accademia esorta a riflettere su meccanismi utili a raggiungere queste mete, insieme alla formulazione di nuove proposte.

Contraria alla ricerca della carità e della giustizia a livello internazionale è anche la realtà di “aiuti insufficienti e inefficaci”.

“L’aiuto fornito è stato molto inferiore rispetto all’obiettivo di stanziare lo 0,7% del PIL dei paesi sviluppati per gli aiuti internazionali”, oltre al fatto che questo aiuto è stato spesso mal distribuito e mal utilizzato da organizzazioni internazionali, Governi e agenzie locali, ha segnalato
la Pontificia Accademia.

Questo non fa dimenticare un altro aspetto: “l’inizio del nuovo secolo è stato caratterizzato da un rilevante incremento del flagello sociale e morale del terrorismo”, mentre “il mondo è ancora afflitto su larga scala da guerre e guerre civili”.

“Carità e Giustizia nelle relazioni tra popoli e Nazioni” si propone, quindi, come asse della Sessione Plenaria che inizierà venerdì
la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, cercando risposte agli interrogativi posti soprattutto alla luce del Magistero della Chiesa.

[Ulteriori informazioni, programma e partecipanti su: http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_academies/acdscien/documents/rc_pa_acdscien_doc_20070327_social_plenary-session-2007_programme_en.html ] 

 

4. ABITARE L’ETERNITÀ

dal sito:

http://www.catacombe.roma.it/it/ricerche/ricerche.html

APPROFONDIMENTI E RICERCHE

4. ABITARE L’ETERNITÀ 


     I cristiani, come si diceva, vivevano come tutti. Ma c’è un punto che in modo particolarmente evidente li differenzia dagli altri, ed è la concezione della morte e della vita oltre la morte. Dalla fine del Il secolo, fu proprio la concezione della morte e dell’aldilà che li spinse a distinguersi decisamente dagli usi dei pagani che fino ad allora anche i cristiani avevano seguito. In tutto i cristiani accettavano la vita dei pagani, facevano il loro dovere di soldati, di commercianti, di schiavi. Ma davanti al concetto della morte si sentirono troppo diversi. Fino alla fine del Il secolo i cristiani non s’erano fatti un problema nell’essere sepolti insieme ai pagani nelle aree comuni. Lo stesso san Pietro, come è noto, venne sepolto a pochi metri di distanza da tombe pagane, così san Paolo sulla Ostiense. Ma alla fine del II secolo i cristiani vollero isolarsi nelle pratiche funerarie e separarono i loro cimiteri dal pagani. Perché?
     Il concetto della morte pagano era freddo, disperato: il pagano sapeva che esisteva la sopravvivenza e ci credeva, ma per lui era una sopravvivenza senza senso. Infatti per il paganesimo l’anima sopravviveva nei Campi Elisi o in altri ambienti ultraterreni, ma solo finché sarebbe stata ricordata. Non appena il defunto fosse stato dimenticato, sarebbe stato assorbito nella massa amorfa, senza senso, privo di personalità, degli dei Mani. È per questo, come facilmente si può osservare, che le tombe pagane sono tutte lungo le vie consolari. 1 lasciarono sono allineati per chilometri lungo tali strade (in particolare la via Appia) in grande evidenza appunto perché i titolari delle tombe volevano farsi ricordare: sapevano che fintanto c’era qualcuno che li vedeva, leggeva i propri nomi, li pensava, vedeva la loro immagine, essi sopravvivevano.
     Terminato il ricordo, era tutto finito. È per questo che facevano testamenti anche costosi, molto ricchi, per obbligare i posteri al ricordo. Abbiamo testi conservati nelle epigrafi dove si ricorda che i proprietari dei sepolcri lasciarono grosse cifre ai liberti perché ogni anno, nell’anniversario, andassero ad accendere una lucerna sulla loro tomba o facessero un sacrificio: tutto per essere ricordati. Per fare un solo esempio di grande sepolcro che attirava l’attenzione dei viventi, basti ricordare la tomba di Cecilia Metella sull’Appia.

     Per i cristiani tutto questo non aveva senso: credevano sul serio nell’altra vita, non in modo così disperato, freddo. È per questo che volevano crearsi aree cimiteriali proprie e distinte. Costruirono così i Koimeteria, termine che significa letteralmente dormitori. Questa parola era per i pagani del tutto incomprensibile. Essi, infatti, non capivano per nulla questo termine applicato alle aree funerarie. Ad esempio nell’editto di confisca dell’imperatore Valeriano nel 257, che ci è riportato da Eusebio di Cesarea, si dice che vengono confiscati ai cristiani beni e luoghi di riunione (qui a Trastevere vennero evidentemente confiscati i « titoli » di Callisto, Crisogono e Cecilia) che appartenevano alla comunità. Oltre a questi beni, vennero confiscati anche i cosiddetti Koimeteria, dormitori.
     I romani non capivano cosa ciò voleva dire. Per un pagano, infatti, « dormitorio » era la stanza dove ci si corica la sera e ci si alza la mattina. Per il cristiano era una parola che indicava tutto: si va a dormire per essere risvegliati; la morte non è una fine ma il luogo dove si riposa; e c’è risveglio sicuro.

     Troviamo altri concetti con cui i cristiani pensavano alla morte e li ritroviamo nelle catacombe: ad esempio il concetto di Depositio. Le lapidi ,con la parola Depositus, talvolta abbreviata (depo, Dep o solo D) si qualificano subito come cristiane. Infatti Deposìtio è un termine giuridico, usato dagli avvocati, che voleva dire « si dà in deposito : i morti venivano affidati alla terra come chicchi di grano, per essere poi restituiti nelle messi future. È un concetto che i pagani non avevano. 

     Per tutti questi motivi, per una teologia della morte così differente da quella dei pagani, i cristiani si vollero isolare e creare dei propri cimiteri. La stessa cosa sentirono gli ebrei, ma solo successivamente.
     Gli scavi di Villa Torlonia hanno dimostrato sicuramente che le catacombe ebraiche furono create almeno 50-60 anni dopo quelle cristiane. Sono gli ebrei che in questo tipo di sepoltura hanno imitato i cristiani.
     Questa concezione cristiana della morte, o meglio questo mondo dei morti che viene sentito come vivo, ci fa entrare nella mentalità dei primi cristiani, dei trasteverini di allora: esternamente erano vasai, mugnai, facchini, soldati, pescivendoli, barcaioli etc., come tutti gli altri (sappiamo anzi che erano stimati dai loro concittadini come gente che sapeva compiere il proprio dovere). Ma nell’intimo della loro coscienza avevano qualcosa di profondamente diverso dagli altri.
     È stata trovata nel Cimitero Maggiore della Nomentana, una bella epigrafe cristiana: esternamente è un piccolo marmetto che non presenta particolari caratteristiche, ma per i concetti che esprime la ritengo uno dei reperti più belli. Vi si parla di un siciliano morto a Roma il quale ha voluto ricordare in greco, con queste parole brevissime, la sua concezione di vita: « Ho vissuto come sotto una tenda (cioè ho vissuto provvisoriamente) per quaranta anni, adesso abito l’eternità ».
     Troviamo qui tutta la differenza nella concezione della vita tra i cristiani e i pagani. Per i primi si trattava di intendere il presente come un vivere provvisoriamente per andare verso la vera abitazione, la vera dimora; per i pagani la vita aveva un senso chiuso: la morte, infatti, ne era la fine. Il momento tragico della morte, diventava per i cristiani l’ingresso in un ambiente gioioso. Gesù lo paragona alla festa di nozze. È per questo che i cristiani nelle loro tombe dipingono rose, uccelli, farfalle: nelle decorazioni delle catacombe si ritrova spesso dipinto quest’ambiente gioioso, sereno, con dei simboli che esprimono serenità e tranquillità.

Da: Umberto Fasola, Le origini cristiane a Trastevere, Fratelli Palombi Editori, Roma, 1981, pp. 61 (per gentile concessione degli Editori)

Nota sull’autore. Umberto Fasola, padre Servita, licenziato in S. Teologia; laureato in Archeologia Cristiana, laureato in Lettere e Filosofia. Professore di Topografia cimiteriale della Roma Cristiana; già Rettore magnifico del Pontificio Isdtituto di Archeologia Cristiana e Segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Curator del Collegium Cultorum Martyrum; scoperse e studiò diverse catacombe, tra cui il Coemeterium Majus sulla Via Nomentana, autore di molti libri ed articoli di Archeologia. ( †1989). 

Publié dans:Approfondimenti |on 24 avril, 2007 |Pas de commentaires »

La vicenda del convertito ci interroga

Da Avvenire on line: 

Il senso di un viaggio 

La vicenda del convertito ci interroga 

Gian Maria Vian  

La chiave della tappa a Pavia di Benedetto XVI, che domenica ha venerato le reliquie di sant’Agostino, è il « pellegrinaggio »: quello di un vescovo che ha pregato davanti alla tomba di un suo predecessore nella fede e nella ricerca di Dio, mostrando così a ogni donna e a ogni uomo di oggi quanto questa fede e questa ricerca siano indispensabili. Una chiave che è autobiografica, certo, ma non solo, come ha indicato lo stesso Papa: giunto a Pavia «per esprimere sia l’omaggio di tutta
la Chiesa cattolica ad uno dei suoi « padri » più grandi, sia la mia personale devozione e riconoscenza verso colui che tanta parte ha avuto nella mia vita di teologo e di pastore, ma direi prima ancora di uomo e di sacerdote».
Non è stato infatti solo l’adempimento di un desiderio dell’anima il viaggio di Benedetto, questo vescovo di Roma che con le sue parole semplici sa toccare il cuore di chi lo ascolta. E che domenica ha voluto indicare come sant’Agostino resti un modello per l’umanità di oggi. Modello significa esempio che colpisce e affascina, come il grande intellettuale e vescovo africano è stato ed è per Joseph Ratzinger, oggi Benedetto XVI. E come può essere per chiunque si accosti alla vicenda dell’autore di quella straordinaria autobiografia interiore che sono le Confessioni: vicenda di un convertito, anzi di «uno dei più grandi convertiti della storia della Chiesa», ha sottolineato il Papa che non ha avuto paura di usare una parola per il nostro tempo quasi scandalosa.
Ma perché questo convertito di sedici secoli fa può affascinare ancora oggi, quando sembra che più nulla sia vero? Perché la conversione di sant’Agostino «non fu un evento di un unico momento», ha spiegato Benedetto XVI, ma «un cammino»: ricerca inesausta del volto di Dio che continuò sino a quando il vescovo di Ippona morente fece attaccare alla parete i salmi penitenziali per poterli leggere dal letto nell’ultima preghiera. Ma sin da giovane Agostino aveva cercato, ha detto il Papa: «Non si accontent ò mai della vita così come essa si presentava e come tutti la vivevano. Era sempre tormentato dalla questione della verità. Voleva trovare la verità. Voleva riuscire a sapere che cosa è l’uomo; da dove proviene il mondo; di dove veniamo noi stessi, dove andiamo e come possiamo trovare la vita vera. Voleva trovare la retta vita e non semplicemente vivere ciecamente senza senso e senza meta. La passione per la verità è la vera parola-chiave della sua vita».
E la ricerca della verità non è, secondo Ratzinger, né una prerogativa né un lusso da intellettuali: «Non devo dire quanto tutto ciò riguardi noi: rimanere persone che cercano, non accontentarsi di ciò che tutti dicono e fanno. Non distogliere lo sguardo dal Dio eterno e da Gesù Cristo. Imparare sempre di nuovo l’umiltà della fede nella Chiesa corporea di Gesù Cristo». Come seppe fare Agostino, chiamato a tradurre il vangelo «nel linguaggio della vita quotidiana»: riconoscendo di continuo la necessità della «bontà misericordiosa di un Dio che perdona», nella consapevolezza che «ci rendiamo simili a Cristo, il Perfetto, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di misericordia».
Di questo è convinto Benedetto XVI: «Solo chi vive nell’esperienza personale dell’amore del Signore è in grado di esercitare il compito di guidare e accompagnare altri nel cammino della sequela di Cristo. Alla scuola di sant’Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano». Perché Agostino, come scrisse il suo amico Possidio, è vivo e parla ancora: al Papa come a chiunque di noi.

 

 

Annunciato l’avvio della causa di beatificazione del Cardinale Van Thuân

dal sito Zenith:

Data pubblicazione: 2007-04-24 

Annunciato l’avvio della causa di beatificazione del Cardinale Van Thuân 

Quest’anno si celebra il quinto anniversario della morte del porporato vietnamita

 

 ROMA, martedì, 24 aprile 2007 (ZENIT.org).- Il 18 aprile a Roma, monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha annunciato che sta per essere avviata la causa di beatificazione del Cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân.

Il contesto dell’annuncio è stato offerto dalla presentazione del saggio scritto dal Cardinale Vicario Camillo Ruini dal titolo “Verità di Dio e Verità dell’uomo. Benedetto XVI e le grandi domande del nostro tempo”, che esce per le Edizioni Cantagalli di Siena in una Collana particolare, curata e promossa dall’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla Dottrina sociale della Chiesa.

Il Cardinale Van Thuân (1928-2002) è considerato a ragione un martire del cattolicesimo in Vietnam. Testimone della fede, della speranza cristiana, dell’amore per
la Chiesa e per i poveri, senza avere nessuna colpa è
stato detenuto per tredici anni nei campi di rieducazione comunista, nove dei quali in assoluto isolamento.

Formatosi a Roma e consacrato Vescovo di Nhatrang nel 1967, François-Xavier Nguyen Van Thuân è stato nominato da Paolo VI nel 1975 Arcivescovo coadiutore di Saigon (l’attuale Ho Chi Minh). Il Governo comunista definì la sua designazione un complotto e tre mesi ne ordinò l’arrestò.

Dopo la sua liberazione è stato costretto ad abbandonare il Vietnam. Giovanni Paolo II lo ha accolto a Roma e gli ha affidato incarichi di grande responsabilità nella Curia romana.

Nel marzo 2000 ha commosso milioni di persone che hanno potuto leggere i frammenti delle meditazioni che ha pronunciato durante i suoi esercizi spirituali a Giovanni Paolo II e alla Curia Romana, nelle quali ha condiviso molte delle esperienze spirituali maturate in carcere. Il porporato vietnamita le ha poi pubblicate nel libro “Testimoni della speranza”, edito da “Città Nuova”.

Creato Cardinale nel febbraio 2001, è morto nel 2002 a 74 anni.

“Il libro – ha spiegato il Segretario del Pontificio Consiglio – mi ha spinto a collegare il tema della verità – di Dio e dell’uomo – cui è dedicato il testo del Cardinale Ruini con il tema della speranza, tanto caro al compianto Cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân e perfino centrale nella sua spiritualità e nella sua esemplare condotta di vita umana e cristiana”.

“Il collegamento – ha sottolineato monsignor Crepaldi – è reso anche più immediato e significativo dal fatto che quest’anno ci accingiamo a ricordare il quinto anniversario della sua morte, avvenuta il 16 settembre 2002, e sta prendendo inizio la causa di beatificazione”.

Il presule che ha lavorato al fianco del porporato vietnamita ha spiegato come “la verità abbia con la speranza un legame profondo. L’intelligenza della fede mi rende fermamente convinto che la verità, nel suo darsi o svelarsi, rivela una vocazione e quindi induce a sperare”.

“Se riflettiamo con attenzione, vediamo che nella verità, anche nella più piccola e quotidiana, troviamo sempre di più di quanto pensavamo di trovarci. In ogni nostra buona azione troviamo del bene maggiore di quello che pensavamo di metterci”, ha aggiunto.

Monsignor Crepaldi, che è anche Presidente dell’Osservatorio Van Thuân, ha quindi concluso affermando che “la verità ci precede e ci chiama. La verità dell’essere mi dice: conoscimi; la verità del bene mi dice: desiderami; la verità del bello mi dice: contemplami”.

“La verità è, in fondo, meno una nostra conquista che non un suo svelarsi. La cosa diventa ancora più evidente se pensiamo che la verità richiede amore e senza passione per la verità non la si conosce veramente. La verità è attraente”, ha esclamato. 

Agostino maestro di umanesimo

da « Avvenire on line »:

Tappa piena di significati 

Agostino maestro di umanesimo 

Elio Guerriero

Pensatori di stampo agostiniano, così von Balthasar definiva alcuni autori, come Guardini e Przywara, la cui speculazione si accompagnava alla cura di tradurre nella vita gli insegnamenti del pensiero. Nella serie possiamo inserire Benedetto XVI, il cui percorso accademico ebbe inizio proprio con uno studio su sant’Agostino. Approfondendo la dottrina del padre africano sulla Chiesa, il giovane teologo giunse alla conclusione che essa è strettamente ancorata a Cristo, il suo fondatore e capo. A questo esito Benedetto XVI è rimasto fedele tutta la vita. Negli anni a ridosso del Concilio Vaticano II scriveva «Fraternità cristiana» che partiva dall’Antico Testamento. Secondo la visione dei profeti, la fraternità ha il suo fondamento in Dio che è padre degli Israeliti e contemporaneamente è il Dio universale. La differenza tra ebrei e pagani derivava dall’elezione che era all’origine della particolare fratellanza tra gli appartenenti al popolo di Israele. Nella sua incarnazione Gesù estende l’elezione a quanti accolgono il suo Vangelo, così come approfondisce la concezione della fraternità, non legata più alla carne e al sangue, ma donata dallo Spirito Santo.
La tematica ecclesiale di impronta agostiniana è presente anche nel volume Il nuovo popolo di Dio che teneva conto della Costituzione del Vaticano II sulla Chiesa, ma aveva a cuore di riaffermare il legame insostituibile della Chiesa con il suo Fondatore. La stessa sollecitudine fu all’origine di Communio, la rivista fondata con von Balthasar e De Lubac. Negli ultimi anni l’accento del Papa si è progressivamente spostato dalla comunità cristiana al suo capo e fondatore. Come ricorda nel recente libro Gesù di Nazaret, si sta progressivamente diffondendo tra i fedeli e nell’opinione pubblica la convinzione che su Gesù noi sappiamo ben poco e che la fede nella sua divinità sia un’invenzione tardiva dei discepoli.
Il Papa, invece, è convinto che le informazioni date dagli ev angelisti siano degne di fede, che sulla loro base si può ricostruire la vita del Maestro di Nazaret, capace di suscitare l’entusiasmo di chi legge senza pregiudizio. Di qui è possibile l’inizio di un cammino che, come quello di Pietro o dei due discepoli di Emmaus, porta alla confessione, all’incontro diretto e vivo con il Signore nell’Eucarestia. Egli non è più, allora, un rabbi lontano nel tempo e nello spazio, ma il Figlio di Dio che si fa cibo di verità. Il nutrimento di cui l’uomo ha bisogno, infatti, non è solo il pane di frumento ma la parola di verità che introduce al mistero di Dio. Il Figlio lo può rivelare perché viene dal seno del Padre, inviato al mondo proprio per testimoniare la sua misericordia.
Il Papa può allora rispondere a quanti chiedono della specificità dell’insegnamento del Maestro di Nazaret: è vero che la lettera come lo spirito del Discorso della montagna erano già presenti nella Torah degli Ebrei. Gesù, però, «ha portato il Dio di Israele ai popoli così che tutti i popoli ora lo pregano e nelle Scritture di Israele riconoscono la sua parola, la parola del Dio vivente… Il veicolo di questa universalizzazione è la nuova famiglia, il cui unico presupposto è la comunione con Gesù, la comunione nella volontà di Dio».
Oggi il Papa arriva a Pavia pellegrino sulla tomba di sant’Agostino, in segno di devozione e di gratitudine. Al vescovo di Ippona, tuttavia, egli vuole anche chiedere aiuto e sostegno per riportare Cristo nel cuore dei fedeli, per restituire Dio al mondo, perché esso diventi più umano, più permeabile alla carità nella quale venne creato. 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 23 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Discorso del Papa nell’incontro con il mondo della cultura all’Università di Pavia

du site Zenith: 

Codice: ZI07042307 

Data pubblicazione: 2007-04-23 

Discorso del Papa nell’incontro con il mondo della cultura all’Università di Pavia 

PAVIA, lunedì, 23 aprile 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questa domenica da Benedetto XVI nell’incontrarsi con il mondo della cultura all’interno del Cortile « Teresiano » dell’Università di Pavia. 

* * * 

Magnifico Rettore,
illustri Professori, cari studenti!

La mia visita pastorale a Pavia, seppur breve, non poteva non prevedere una sosta in questa Università, che costituisce da secoli un elemento caratterizzante della vostra città. Sono pertanto lieto di trovarmi in mezzo a voi per questo incontro a cui attribuisco particolare valore, venendo anch’io dal mondo accademico. Saluto con cordiale deferenza i professori e, in primo luogo, il Rettore, Prof. Angiolino Stella, che ringrazio per le cortesi parole rivoltemi. Saluto gli studenti, in special modo il giovane che si è fatto portavoce dei sentimenti degli altri universitari. Mi ha rassicurato sul coraggio nella dedizione alla verità, sul coraggio di cercare oltre i limiti del conosciuto, di non arrendersi alla debolezza della ragione. E sono molto grato per queste parole. Estendo il mio pensiero beneaugurante anche a quanti fanno parte della vostra comunità accademica e non hanno potuto essere qui presenti quest’oggi.

La vostra è una delle più antiche ed illustri Università italiane, ed annovera – ripeto quanto ha già detto il Magnifico Rettore – tra i docenti che l’hanno onorata personalità quali Alessandro Volta, Camillo Golgi e Carlo Forlanini. Mi è caro pure ricordare che nel vostro Ateneo sono passati docenti e studenti segnalatisi per un’eminente statura spirituale. Tali furono Michele Ghislieri, diventato poi Papa san Pio V, san Carlo Borromeo, sant’Alessandro Sauli, san Riccardo Pampuri, santa Gianna Beretta Molla, il beato Contardo Ferrini e il servo di Dio Teresio Olivelli.

Cari amici, ogni Università ha una nativa vocazione comunitaria: essa infatti è appunto una universitas, una comunità di docenti e studenti impegnati nella ricerca della verità e nell’acquisizione di superiori competenze culturali e professionali. La centralità della persona e la dimensione comunitaria sono due poli co-essenziali per una valida impostazione della universitas studiorum. Ogni Università dovrebbe sempre custodire la fisionomia di un Centro di studi « a misura d’uomo », in cui la persona dello studente sia preservata dall’anonimato e possa coltivare un fecondo dialogo con i docenti, traendone incentivo per la sua crescita culturale ed umana.

Da questa impostazione discendono alcune applicazioni tra loro connesse. Anzitutto, è certo che solo ponendo al centro la persona e valorizzando il dialogo e le relazioni interpersonali può essere superata la frammentazione specialistica delle discipline e recuperata la prospettiva unitaria del sapere. Le discipline tendono naturalmente, e anche giustamente, alla specializzazione, mentre la persona ha bisogno di unità e di sintesi. In secondo luogo, è di fondamentale importanza che l’impegno della ricerca scientifica possa aprirsi alla domanda esistenziale di senso per la vita stessa della persona. La ricerca tende alla conoscenza, mentre la persona abbisogna anche della sapienza, di quella scienza cioè che si esprime nel « saper-vivere ». In terzo luogo, solo valorizzando la persona e le relazioni interpersonali il rapporto didattico può diventare relazione educativa, un cammino di maturazione umana. La struttura infatti privilegia la comunicazione, mentre le persone aspirano alla condivisione.

So che quest’attenzione alla persona, alla sua esperienza integrale di vita e alla sua tensione comunionale è ben presente nell’azione pastorale della Chiesa pavese in ambito culturale. Lo testimonia l’opera dei Collegi universitari di ispirazione cristiana. Tra questi, vorrei anch’io ricordare il Collegio Borromeo, voluto da san Carlo Borromeo con Bolla di fondazione del Papa Pio IV e il Collegio Santa Caterina, fondato dalla Diocesi di Pavia per volontà del Servo di Dio Paolo VI con contributo determinante della Santa Sede. Importante, in questo senso, è anche l’opera delle parrocchie e dei movimenti ecclesiali, in particolare del Centro Universitario Diocesano e della F.U.C.I.: la loro attività è volta ad accogliere la persona nella sua globalità, a proporre cammini armonici di formazione umana, culturale e cristiana, ad offrire spazi di condivisione, di confronto e di comunione. Vorrei cogliere questa occasione per invitare gli studenti e i docenti a non sentirsi soltanto oggetto di attenzione pastorale, ma a partecipare attivamente e ad offrire il loro contributo al progetto culturale di ispirazione cristiana che
la Chiesa promuove in Italia e in Europa.

Incontrandovi, cari amici, viene spontaneo pensare a sant’Agostino, co-patrono di questa Università insieme a santa Caterina d’Alessandria. Il percorso esistenziale e intellettuale di Agostino sta a testimoniare la feconda interazione tra fede e cultura. Sant’Agostino era un uomo animato da un instancabile desiderio di trovare la verità, di trovare che cosa è la vita, di sapere come vivere, di conoscere l’uomo. E proprio a causa della sua passione per l’uomo ha necessariamente cercato Dio, perché solo nella luce di Dio anche la grandezza dell’uomo, la bellezza dell’avventura di essere uomo può apparire pienamente. Questo Dio inizialmente gli appariva molto lontano. Poi lo ha trovato: questo Dio grande, inaccessibile, si è fatto vicino, uno di noi. Il grande Dio è il nostro Dio, è un Dio con un volto umano. Così la fede in Cristo non ha posto fine alla sua filosofia, alla sua audacia intellettuale, ma, al contrario, lo ha ulteriormente spinto a cercare le profondità dell’essere uomo e ad aiutare gli altri a vivere bene, a trovare la vita, l’arte di vivere. Questo era per lui la filosofia: saper vivere, con tutta la ragione, con tutta la profondità del nostro pensiero, della nostra volontà, e lasciarsi guidare sul cammino della verità, che è un cammino di coraggio, di umiltà, di purificazione permanente. La fede in Cristo ha dato compimento a tutta la ricerca di Agostino. Compimento, tuttavia, nel senso che egli è rimasto sempre in cammino. Anzi, si dice: anche nell’eternità la nostra ricerca non sarà finita, sarà un’avventura eterna scoprire nuove grandezze, nuove bellezze. Egli ha interpretato la parola del Salmo « Cercate sempre il suo volto » ed ha detto: questo vale per l’eternità; e la bellezza dell’eternità è che essa non è una realtà statica, ma un progresso immenso nella immensa bellezza di Dio. Così poteva trovare Dio come la ragione fondante, ma anche come l’amore che ci abbraccia, ci giuda e dà senso alla storia e alla nostra vita personale.

Stamattina ho avuto occasione di dire che questo amore per Cristo ha dato forma al suo impegno personale. Da una vita impostata sulla ricerca egli è passato ad una vita totalmente donata a Cristo e così ad una vita per gli altri. Ha scoperto – questa è stata la sua seconda conversione – che convertirsi a Cristo vuol dire non vivere per sé ma essere realmente al servizio di tutti. Sant’Agostino sia per noi, proprio anche per il mondo accademico, modello di dialogo tra la ragione e la fede, modello di un dialogo ampio, che solo può cercare la verità e così anche la pace. Come annotava il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II nell’Enciclica Fides et ratio, « il Vescovo di Ippona riuscì a produrre la prima grande sintesi del pensiero filosofico e teologico, nella quale confluivano correnti del pensiero greco e latino. Anche in lui, la grande unità del sapere, che trovava il suo fondamento nel pensiero biblico, venne ad essere confermata e sostenuta dalla profondità del pensiero speculativo » (n. 40). Invoco, pertanto, l’intercessione di sant’Agostino affinché l’Università di Pavia si distingua sempre per una speciale attenzione alla persona, per un’accentuata dimensione comunitaria nella ricerca scientifica e per un fecondo dialogo tra la fede e la cultura. Vi ringrazio per la vostra presenza e, augurando ogni bene per i vostri studi, imparto a voi tutti la mia Benedizione, estendendola ai vostri familiari e alle persone a voi care.

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