Archive pour la catégorie 'Angelus Domini'

Angelus 26 dicembre 2007

dal sito:

http://www.korazym.org/news1.asp?Id=26877

 

  

Angelus 26 dicembre 2007 

 

Le parole del papa

Cari fratelli e sorelle!

All’indomani del Natale, la liturgia ci fa celebrare la « nascita al cielo » del primo martire, santo Stefano. « Pieno di fede e di Spirito Santo » (At 6,5), egli fu scelto come diacono nella Comunità di Gerusalemme, insieme con altri sei discepoli di cultura greca. Con la forza che gli veniva da Dio, Stefano compiva numerosi miracoli ed annunciava nelle sinagoghe il Vangelo con « sapienza ispirata ». Fu lapidato alle porte della città e morì, come Gesù, invocando il perdono per i suoi uccisori (At 7,59-60). Il legame profondo che unisce Cristo al suo primo martire Stefano è la Carità divina: lo stesso Amore che spinse il Figlio di Dio a spogliare se stesso e a farsi obbediente fino alla morte di croce (cfr Fil 2,6-8), ha poi spinto gli Apostoli e i martiri a dare la vita per il Vangelo.

Bisogna sempre rimarcare questa caratteristica distintiva del martirio cristiano: esso è esclusivamente un atto d’amore, verso Dio e verso gli uomini, compresi i persecutori. Perciò noi oggi, nella santa Messa, preghiamo il Signore che ci insegni « ad amare anche i nostri nemici sull’esempio di [Stefano] che morendo pregò per i suoi persecutori » (Orazione « colletta »). Quanti figli e figlie della Chiesa nel corso dei secoli hanno seguito questo esempio! Dalla prima persecuzione a Gerusalemme a quelle degli imperatori romani, fino alle schiere dei martiri dei nostri tempi. Non di rado, infatti, anche oggi giungono notizie da varie parti del mondo di missionari, sacerdoti, vescovi, religiosi, religiose e fedeli laici perseguitati, imprigionati, torturati, privati della libertà o impediti nell’esercitarla perché discepoli di Cristo e apostoli del Vangelo; a volte si soffre e si muore anche per la comunione con la Chiesa universale e la fedeltà al Papa.

Nella Lettera Enciclica Spe salvi (cfr n. 37), ricordando l’esperienza del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (morto nel 1857), faccio notare che la sofferenza è trasformata in gioia mediante la forza della speranza che proviene dalla fede. Il martire cristiano, come Cristo e mediante l’unione con Lui, « accetta nel suo intimo la croce, la morte e la trasforma in un’azione d’amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale, dall’interno diventa un atto d’amore che si dona totalmente. La violenza così si trasforma in amore e quindi la morte in vita » (Omelia a Marienfeld – Colonia, 20 agosto 2005). Il martire cristiano attualizza la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte.

Preghiamo per quanti soffrono a motivo della fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. Maria Santissima, Regina dei Martiri, ci aiuti ad essere testimoni credibili del Vangelo, rispondendo ai nemici con la forza disarmante della verità e della carità. 

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Benedetto XVI: la gioia cristiana è la certezza di un Dio vicino

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12909?l=italian

Benedetto XVI: la gioia cristiana è la certezza di un Dio vicino 

Nel discorso introduttivo alla preghiera dell’Angelus 

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 16 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate questa domenica da Benedetto XVI nell’introdurre la preghiera dell’Angelus, recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in piazza San Pietro.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

« Gaudete in Domino semper – Rallegratevi nel Signore sempre » (Fil 4,4). Con queste parole di san Paolo si apre la santa Messa della III Domenica di Avvento, che perciò è chiamata domenica « gaudete ». L’Apostolo esorta i cristiani a gioire perché la venuta del Signore, cioè il suo ritorno glorioso, è sicuro e non tarderà. La Chiesa fa proprio questo invito, mentre si prepara a celebrare il Natale e il suo sguardo si dirige sempre più verso Betlemme. In effetti, noi attendiamo con speranza certa la seconda venuta di Cristo, perché abbiamo conosciuto la prima. Il mistero di Betlemme ci rivela il Dio-con-noi, il Dio a noi prossimo, non semplicemente in senso spaziale e temporale; Egli ci è vicino perché ha « sposato », per così dire, la nostra umanità; ha preso su di sé la nostra condizione, scegliendo di essere in tutto come noi, tranne che nel peccato, per farci diventare come Lui. La gioia cristiana scaturisce pertanto da questa certezza: Dio è vicino, è con me, è con noi, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, come amico e sposo fedele. E questa gioia rimane anche nella prova, nella stessa sofferenza, e rimane non in superficie, bensì nel profondo della persona che a Dio si affida e in Lui confida.

Alcuni si domandano: ma è ancora possibile oggi questa gioia? La risposta la danno, con la loro vita, uomini e donne di ogni età e condizione sociale, felici di consacrare la loro esistenza agli altri! La beata Madre Teresa di Calcutta non è stata forse, nei nostri tempi, una testimone indimenticabile della vera gioia evangelica? Viveva quotidianamente a contatto con la miseria, il degrado umano, la morte. La sua anima ha conosciuto la prova della notte oscura della fede, eppure ha donato a tutti il sorriso di Dio. Leggiamo in un suo scritto: « Noi aspettiamo con impazienza il paradiso, dove c’è Dio, ma è in nostro potere stare in paradiso fin da quaggiù e fin da questo momento. Essere felici con Dio significa: amare come Lui, aiutare come Lui, dare come Lui, servire come Lui » (La gioia di darsi agli altri, Ed. Paoline, 1987, p. 143). Sì, la gioia entra nel cuore di chi si pone al servizio dei piccoli e dei poveri. In chi ama così, Dio prende dimora, e l’anima è nella gioia. Se invece si fa della felicità un idolo, si sbaglia strada ed è veramente difficile trovare la gioia di cui parla Gesù. E’ questa, purtroppo, la proposta delle culture che pongono la felicità individuale al posto di Dio, mentalità che trova un suo effetto emblematico nella ricerca del piacere ad ogni costo, nel diffondersi dell’uso di droghe come fuga, come rifugio in paradisi artificiali, che si rivelano poi del tutto illusori. Cari fratelli e sorelle, anche a Natale si può sbagliare strada, scambiare la vera festa con quella che non apre il cuore alla gioia di Cristo. La Vergine Maria aiuti tutti i cristiani, e gli uomini in cerca di Dio, a giungere fino a Betlemme, per incontrare il Bambino che è nato per noi, per la salvezza e la felicità di tutti gli uomini.

[DOPO L'ANGELUS]

Desidero salutare anzitutto i bambini e i ragazzi di Roma, venuti anche quest’anno, nonostante il freddo, a ricevere numerosi la benedizione dei Bambinelli per i loro presepi. Carissimi, con tanto affetto auguro un buon Natale a voi e ai vostri familiari. E mentre ringrazio il Centro Oratori Romani che organizza questa bella iniziativa, esorto i sacerdoti, i genitori e i catechisti a collaborare con entusiasmo per l’educazione cristiana dei più piccoli. Grazie a tutti voi e buona domenica!

Rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai fedeli provenienti da Casamarciano (Diocesi di Nola) e dalla Parrocchia di Santa Edith Stein in Roma. Saluto inoltre le Corali « Adriese » di Adria e « Santa Rita » di Canale di Ceregnano, il gruppo dell’Ospedale San Giuseppe e Melorio di Santa Maria Capua Vetere, l’associazione « Per una speranza in più » di Verona e i partecipanti al corteo storico dell’Accademia « Nuova Ellade Italia » di Roma. A tutti un augurio di gioia in questa domenica “gaudete”. Buona domenica a tutti!

Publié dans:Angelus Domini |on 16 décembre, 2007 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: “In ogni genuino atto di amore c’è tutto il senso dell’universo”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12577?l=italian 

 

Benedetto XVI: “In ogni genuino atto di amore c’è tutto il senso dell’universo”

 Discorso introduttivo alla preghiera mariana dell’Angelus 

 

ROMA, domenica, 18 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate questa domenica da Benedetto XVI nell’introdurre la preghiera dell’Angelus, recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in piazza San Pietro. 

* * * 

Cari fratelli e sorelle! 

Nell’odierna pagina evangelica, san Luca ripropone alla nostra riflessione la visione biblica della storia e riferisce le parole di Gesù, che invitano i discepoli a non avere paura, ma ad affrontare difficoltà, incomprensioni e persino persecuzioni con fiducia, perseverando nella fede in Lui. « Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni – dice il Signore -, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine » (Lc 21,9). Memore di questo ammonimento, sin dall’inizio la Chiesa vive nell’attesa orante del ritorno del suo Signore, scrutando i segni dei tempi e mettendo in guardia i fedeli da ricorrenti messianismi, che di volta in volta annunciano come imminente la fine del mondo. In realtà, la storia deve fare il suo corso, che comporta anche drammi umani e calamità naturali. In essa si sviluppa un disegno di salvezza a cui Cristo ha già dato compimento nella sua incarnazione, morte e risurrezione. Questo mistero la Chiesa continua ad annunciare ed attuare con la predicazione, con la celebrazione dei sacramenti e la testimonianza della carità. 

Cari fratelli e sorelle, raccogliamo l’invito di Cristo ad affrontare gli eventi quotidiani confidando nel suo amore provvidente. Non temiamo per l’avvenire, anche quando esso ci può apparire a tinte fosche, perché il Dio di Gesù Cristo, che ha assunto la storia per aprirla al suo compimento trascendente, ne è l’alfa e l’omega, il principio e la fine (cfr Ap 1,8). Egli ci garantisce che in ogni piccolo ma genuino atto di amore c’è tutto il senso dell’universo, e che chi non esita a perdere la propria vita per Lui, la ritrova in pienezza (cfr Mt 16,25). 

A tener viva tale prospettiva ci invitano con singolare efficacia le persone consacrate, che hanno posto senza riserve la loro vita a servizio del Regno di Dio. Tra queste vorrei ricordare particolarmente quelle chiamate alla contemplazione nei monasteri di clausura. Ad esse la Chiesa dedica una Giornata speciale mercoledì prossimo, 21 novembre, memoria della presentazione al Tempio della Beata Vergine Maria. Tanto dobbiamo a queste persone che vivono di ciò che la Provvidenza procura loro mediante la generosità dei fedeli. Il monastero, « come oasi spirituale, indica al mondo di oggi la cosa più importante, anzi alla fine l’unica cosa decisiva: esiste un’ultima ragione per cui vale la pena vivere, cioè Dio e il suo amore imperscrutabile » (Heiligenkreuz, 9 settembre 2007). La fede che opera nella carità è il vero antidoto contro la mentalità nichilista, che nella nostra epoca va sempre più estendendo il suo influsso nel mondo. 

Ci accompagna nel pellegrinaggio terreno Maria, Madre del Verbo incarnato. A Lei chiediamo di sostenere la testimonianza di tutti i cristiani, perché poggi sempre su una fede salda e perseverante. 

  


[Dopo l'Angelus:] 

Nei giorni scorsi un tremendo ciclone ha colpito il sud del Bangladesh, causando numerosissime vittime e gravi distruzioni. Nel rinnovare l’espressione del mio profondo cordoglio alle famiglie e all’intera nazione, a me tanto cara, faccio appello alla solidarietà internazionale, che già si è mossa per far fronte alle immediate necessità. Incoraggio a porre in atto ogni possibile sforzo per soccorrere questi fratelli così duramente provati. 

Si apre oggi in Giordania l’8ª Assemblea degli Stati che hanno sottoscritto la Convenzione sul divieto di impiego, stoccaggio, produzione e trasferimento delle mine antiuomo e sulla loro distruzione. Di tale Convenzione, adottata dieci anni or sono, la Santa Sede è tra i principali promotori. Esprimo pertanto di cuore il mio augurio e il mio incoraggiamento per il buon esito della conferenza, affinché questi ordigni, che continuano a seminare vittime, tra cui molti bambini, siano completamente banditi. 

Oggi pomeriggio verrà beatificato a Novara il venerabile Servo di Dio Antonio Rosmini, grande figura di sacerdote e illustre uomo di cultura, animato da fervido amore per Dio e per la Chiesa. Testimoniò la virtù della carità in tutte le sue dimensioni e ad alto livello, ma ciò che lo rese maggiormente noto fu il generoso impegno per quella che egli chiamava « carità intellettuale », vale a dire la riconciliazione della ragione con la fede. Il suo esempio aiuti la Chiesa, specialmente le comunità ecclesiali italiane, a crescere nella consapevolezza che la luce della ragione umana e quella della Grazia, quando camminano insieme, diventano sorgente di benedizione per la persona umana e per la società. 

Saluto i pellegrini di lingua italiana. In particolare i giovani della Fondazione « Nicolò Galli », il coro « Don Lorenzo Perosi » di Valbrona, i fedeli della parrocchia « Cuore Immacolato di Maria » in Brindisi, i rappresentanti delle Cooperative di ispirazione cristiana e i membri della Comunità di Sant’Egidio provenienti dal Continente africano. A tutti auguro una buona domenica! 

 

Publié dans:Angelus Domini |on 18 novembre, 2007 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: l’amore “è la forza che rinnova il mondo” – Angelus di oggi

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12418?l=italian 

 

Benedetto XVI: l’amore “è la forza che rinnova il mondo” 

Intervento in occasione dell’Angelus 

 

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 4 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole pronunciate da Benedetto XVI questa domenica prima di recitare la preghiera mariana dell’Angelus insieme a decine di migliaia di pellegrini riuniti in piazza San Pietro in Vaticano. 

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Cari fratelli e sorelle!

Oggi la liturgia presenta alla nostra meditazione il noto episodio evangelico dell’incontro di Gesù con Zaccheo nella città di Gerico. Chi era Zaccheo? Un uomo ricco che di mestiere faceva il « pubblicano », cioè l’esattore delle tasse per conto dell’autorità romana, e proprio per questo veniva considerato pubblico peccatore. Avendo saputo che Gesù passava per Gerico, quell’uomo fu preso da un grande desiderio di vederlo, ma, essendo basso di statura, salì su un albero. Gesù si fermò proprio sotto quell’albero e si rivolse a lui chiamandolo per nome: « Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua » (Lc 19,5). Quale messaggio in questa semplice frase! « Zaccheo »: Gesù chiama per nome un uomo disprezzato da tutti. « Oggi »: sì, proprio adesso è per lui il momento della salvezza. « Devo fermarmi »: perché « devo »? Perché il Padre, ricco di misericordia, vuole che Gesù vada a « cercare e salvare ciò che era perduto » (Lc 19,10). La grazia di quell’incontro imprevedibile fu tale da cambiare completamente la vita di Zaccheo: « Ecco – confessò a Gesù – io do la metà dei miei beni ai poveri e, se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto » (Lc 19,8). Ancora una volta il Vangelo ci dice che l’amore, partendo dal cuore di Dio e operando attraverso il cuore dell’uomo, è la forza che rinnova il mondo.

Questa verità risplende in modo singolare nella testimonianza del Santo di cui oggi ricorre la memoria: Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano. La sua figura si staglia nel secolo XVI come modello di Pastore esemplare per carità, dottrina, zelo apostolico e soprattutto per la preghiera: « le anime – egli diceva – si conquistano in ginocchio ». Consacrato Vescovo a soli 25 anni, mise in pratica il dettato del Concilio di Trento, che imponeva ai Pastori di risiedere nelle rispettive Diocesi, e si dedicò interamente alla Chiesa ambrosiana: la visitò in lungo e in largo per tre volte; indisse sei sinodi provinciali e undici diocesani; fondò seminari per formare una nuova generazione di sacerdoti; costruì ospedali e destinò le ricchezze di famiglia al servizio dei poveri; difese i diritti della Chiesa contro i potenti; rinnovò la vita religiosa e istituì una nuova Congregazione di preti secolari, gli Oblati. Nel 1576, quando a Milano infuriò la peste, visitò, confortò e spese per i malati tutti i suoi beni. Il suo motto consisteva in una parola sola: « Humilitas« . L’umiltà lo spinse, come il Signore Gesù, a rinunciare a se stesso per farsi servo di tutti.

Ricordando il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, che ne portava con devozione il nome, affidiamo all’intercessione di san Carlo tutti i Vescovi del mondo, per i quali invochiamo come sempre la celeste protezione di Maria Santissima, Madre della Chiesa.

[Dopo l’Angelus, il Papa ha salutato i presenti in varie lingue. Queste le sue parole in italiano:]

Le notizie di questi ultimi giorni relative agli avvenimenti nella regione di confine tra la Turchia e l’Iraq sono fonte, per me e per tutti, di preoccupazione. Desidero, pertanto, incoraggiare ogni sforzo per il raggiungimento di una soluzione pacifica dei problemi che sono recentemente emersi tra la Turchia e il Kurdistan iracheno.

Non posso dimenticare che in quella regione numerose popolazioni hanno trovato rifugio per sfuggire all’insicurezza ed al terrorismo che hanno reso difficile la vita nell’Iraq in questi anni. Proprio in considerazione del bene di quelle popolazioni, che comprendono anche numerosi cristiani, auspico fortemente che tutte le parti si adoperino per favorire soluzioni di pace.

Auspico, inoltre, che le relazioni tra popolazioni migranti e popolazioni locali avvengano nello spirito di quell’alta civiltà morale che è frutto dei valori spirituali e culturali di ogni popolo e Paese. Chi è preposto alla sicurezza e all’accoglienza sappia far uso dei mezzi atti a garantire i diritti e i doveri che sono alla base di ogni vera convivenza e incontro tra i popoli.

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai partecipanti al corso promosso dall’Ufficio per le comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana: possa questa esperienza formativa qualificare l’impegno di evangelizzazione nel mondo dei media. Saluto inoltre con grande affetto i fedeli della diocesi di Velletri-Segni guidati dal Vescovo, Mons. Vincenzo Apicella; come pure i gruppi provenienti da Cagliari, Macerata, Avellino e Otranto. A tutti auguro una buona domenica. 

 

Publié dans:Angelus Domini |on 4 novembre, 2007 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: ottobre, mese del Rosario e della missione

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12122?l=italian

 Benedetto XVI: ottobre, mese del Rosario e della missione 

Intervento in occasione dell’Angelus domenicale 

 

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 7 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole pronunciate questa domenica da Benedetto XVI in occasione della recita della preghiera mariana dell’Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini riuniti in piazza San Pietro.

Cari fratelli e sorelle,

questa prima domenica di ottobre ci offre due motivi di preghiera e di riflessione: la memoria della Beata Vergine Maria del Rosario, che ricorre proprio oggi, e l’impegno missionario, a cui il mese è dedicato in modo speciale. L’immagine tradizionale della Madonna del Rosario raffigura Maria che con un braccio sostiene Gesù Bambino e con l’altro porge la corona a san Domenico. Questa significativa iconografia mostra che il Rosario è un mezzo donato dalla Vergine per contemplare Gesù e, meditandone la vita, amarlo e seguirlo sempre più fedelmente. E’ la consegna che la Madonna ha lasciato anche in diverse sue apparizioni. Penso, in particolare, a quella di Fatima avvenuta 90 anni fa. Ai tre pastorelli Lucia, Giacinta e Francesco, presentandosi come « la Madonna del Rosario », raccomandò con insistenza di recitare il Rosario tutti i giorni, per ottenere la fine della guerra. Anche noi vogliamo accogliere la materna richiesta della Vergine, impegnandoci a recitare con fede la corona del Rosario per la pace nelle famiglie, nelle nazioni e nel mondo intero.

Sappiamo, tuttavia, che la vera pace si diffonde là dove gli uomini e le istituzioni si aprono al Vangelo. Il mese di ottobre ci aiuta a ricordare questa fondamentale verità mediante una speciale animazione che tende a tener vivo l’anelito missionario in ogni comunità e a sostenere il lavoro di quanti – sacerdoti, religiosi, religiose e laici – operano sulle frontiere della missione della Chiesa. Con speciale cura ci prepariamo a celebrare, il prossimo 21 ottobre, la Giornata Missionaria Mondiale, che avrà come tema: « Tutte le Chiese per tutto il mondo« . L’annuncio del Vangelo resta il primo servizio che la Chiesa deve all’umanità, per offrire la salvezza di Cristo all’uomo del nostro tempo, in tante forme umiliato e oppresso, e per orientare in senso cristiano le trasformazioni culturali, sociali ed etiche che sono in atto nel mondo. Quest’anno un ulteriore motivo ci spinge ad un rinnovato impegno missionario: il 50° anniversario dell’Enciclica Fidei donum del Servo di Dio Pio XII, che promosse e incoraggiò la cooperazione tra le Chiese per la missione ad gentes. Mi piace ricordare anche che 150 anni or sono partirono per l’Africa, precisamente per l’attuale Sudan, cinque preti e un laico dell’Istituto di Don Mazza di Verona. Tra loro vi era san Daniele Comboni, futuro Vescovo dell’Africa centrale e patrono di quelle popolazioni, la cui memoria liturgica ricorre il prossimo 10 ottobre.

All’intercessione di questo pioniere del Vangelo e dei numerosi altri Santi e Beati missionari, particolarmente alla materna protezione della Regina del Santo Rosario affidiamo tutti i missionari e le missionarie. Ci aiuti Maria a ricordarci che ogni cristiano è chiamato ad essere annunciatore del Vangelo con la parola e con la vita.

[Dopo l’Angelus, il Papa ha salutato i presenti in varie lingue. In italiano ha detto:]

Sono lieto ora di salutare i giovani che nei giorni scorsi hanno animato la quarta edizione della Missione di Roma denominata « Gesù al centro ». Mi congratulo con voi, cari amici, perché avete portato l’annuncio dell’amore di Dio per le strade, in alcuni ospedali e scuole della città. L’esperienza missionaria fa parte della formazione cristiana, ed è importante che gli adolescenti e i giovani possano viverla in prima persona. Continuate a testimoniare il Vangelo ogni giorno e impegnatevi generosamente nelle prossime iniziative missionarie nella Diocesi di Roma.

Un saluto speciale rivolgo poi alle migliaia di ragazzi radunati nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, dove partecipano alla Santa Messa celebrata dal Cardinale Fiorenzo Angelini in occasione della « Terza Festa dello Sportivo », che ha come tema « Sport, Amicizia, Preghiera« . Cari ragazzi, siete venuti da tutto il Lazio per questo significativo appuntamento: sappiate sempre unire lo sport, l’amicizia e la vita spirituale. Buona festa!

Oggi in Italia ricorre la Giornata per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Auspico che le istituzioni e i singoli cittadini siano sempre più attenti a questo obiettivo sociale, e incoraggio l’opera che a tale scopo compie l’Associazione FIABA, con il patrocinio delle più alte Autorità dello Stato.

Rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai fedeli provenienti da Taìno. A tutti auguro una buona domenica. 

Publié dans:Angelus Domini |on 9 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Gianfranco Ravasi: il Mattutino: La zuccheriera

dal sito on line del giornale « Avvenire »: 

Gianfranco Ravasi: il Mattutino 

 

09 Settembre 2007  

 

La zuccheriera 

 

La piccola cura (purché non sia l’unica!) di rifornire la zuccheriera, prima che altri la trovino vuota, è un atto di amore domestico. L’amore è grande, ma è fatto di cose piccole.
Basta solo un ammiccare degli occhi o un tocco della mano o una parola sussurrata: quando si è innamorati o, più semplicemente, ci si vuole bene, basta solo un piccolo gesto per dire tutto. Sì, anche il preparare per l’altro la colazione al mattino o, ancor più essenzialmente, riempire una zuccheriera può trasformarsi in una specie di lettera d’amore. Ha ragione Enrico Peyretti, mio antico compagno di studi, quando scrive, nella rubrica che tiene sulla rivista Rocca, che «l’amore è grande, ma è fatto di cose piccole». La sua genuinità ha come cartina di tornasole proprio la quotidianità.
Io, però, vorrei ora mettere l’accento su un inciso marginale che è presente nel testo sopra citato: «purché non sia l’unica» (la piccola cosa che alimenta l’amore). Sì, perché spesso nella coppia, nella famiglia, nell’amicizia si lasciano troppe cose importanti come implicite; non le si dichiarano mai, non le si manifestano, non le si esprimono in parole esplicite, in atti significativi. Non bisogna affidare tutto al piccolo gesto o all’intuizione dell’altro: certe relazioni si usurano e si spezzano perché si è avuta forse la pigrizia o il pudore di non dire all’altra persona in modo forte e chiaro quanto fosse preziosa, cara, insostituibile. Ci sono, perciò, anche le grandi cose e non solo le piccole ad alimentare e sostenere l’amore perché, come diceva Ungaretti, «il vero amore è una quiete accesa» (nel Sentimento del tempo), è pace silenziosa e grido ardente

Publié dans:Angelus Domini, CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 10 septembre, 2007 |2 Commentaires »

Dalle « Omelie su Ezechiele » di san Gregorio Magno, papa

oggi San Gregorio Magno Papa, dal sito: 

http://www.enrosadira.it/santi/g/gregorio1.htm 

Dalle « Omelie su Ezechiele » di san Gregorio Magno, papa


« Figlio dell’uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d’Israele » (ez 3, 16). E’ da notare che quando il Signore manda uno a predicare, lo chiama col nome di sentinella. La sentinella infatti sta sempre su un luogo elevato, per poter scorgere da lontano qualunque cosa stia per accadere. Chiunque é posto come sentinella del popolo deve stare in alto con la sua vita, per poter giovare con la sua preveggenza. Come mi suonano dure queste parole che dico! Così parlando, ferisco m stesso, poiché né la mia lingua esercita come si conviene la predicazione, né la mia vita segue la lingua, anche quando questa fa quello che può. Ora io non nego di essere colpevole, e vedo la mai lentezza e negligenza. Forse lo steso riconoscimento della mia colpa mi otterrà perdono presso il giudice pietoso. Certo, quando mi trovavo in monastero ero in grado di trattenere la lingua dalla parole inutili, e di tenere occupata la mente in uno stato quasi continuo di profonda orazione. Ma da quando ho sottoposto le spalle al peso dell’ufficio pastorale, l’animo non può più raccogliersi con assiduità in se stesso, perché é diviso tra molte faccende. Sono costretto a trattare ora le questioni delle chiese, ora dei monasteri, spesso a esaminare la vita e le azioni dei singoli; ora ad interesserarmi di faccende private dei cittadini; ora a gemere sotto le spade irrompenti dei barbari e a temere i lupi che insidiano il gregge affidatomi. Ora debbo darmi pensiero di cose materiali, perché non manchno opportun aiuti a tutti coloro che la regola della disciplina tiene vincolati. A volte debbo sopportare con animo imperturbato certi predoni, altre volte affrontarli, cercando tuttavia di conservare la carità. Quando dunque la mente divisa e dilaniata si porta a considerare una mole così grande e così vasta di questioni, come potrebbe rientrare in se stessa, per dedicarsi tutta alla predicazione e non allontanarsi dal ministero della parola? Siccome poi per necessità di ufficio debbo trattare con uomini del mondo, talvolta non bado a tenere a freno la lingua. Se infatti mi tengo nel costante rigore della vigilanza su me stesso, so che i più deboli mi sfuggono e non riuscirò mai a portarli dove io desidero. Per questo succede che molte volte sto ad ascoltare pazientemente le loro parole inutili. E poiché anch’io sono debole, trascinato un poco in discorsi vani, finisco per parlare volentieri di ciò che avevo cominciato ad ascoltare contro voglia, e di starmene piacevolmente a giacere dove mi rincresceva di cadere. Che razza di sentinella sono dunque io, che invece di stare sulla montagna a lavorare, giaccio ancora nella valle della debolezza? Però il creatore e redentore del genere umano ha la capacità di donare a me indegno l’elevatezza della vita e l’efficenza della lingua, perché, per suo amore, non risparmio me stesso nel parlare di lui. (Lib. 1, 11, 4-6; CCL 142, 170-172 

Publié dans:Angelus Domini, Santi |on 3 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

l’Angelus di domenica 26.8.07

dal sito Vaticano:

 

 

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2007/documents/hf_ben-xvi_ang_20070826_it.html

 

 BENEDETTO XVI 

ANGELUS 

Palazzo Apostolico, Castel Gandolfo
Domenica, 26 agosto 2007
 

Cari fratelli e sorelle!

 

 Anche l’odierna liturgia ci propone una parola di Cristo illuminante e al tempo stesso sconcertante. Durante la sua ultima salita verso Gerusalemme, un tale gli chiede: « Signore, sono pochi quelli che si salvano? ». E Gesù risponde: « Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno » (Lc 13, 23-24). Che significa questa « porta stretta »? Perché molti non riescono ad entrarvi? Si tratta forse di un passaggio riservato solo ad alcuni eletti? In effetti, questo modo di ragionare degli interlocutori di Gesù, a ben vedere è sempre attuale: è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegi o di sicurezze. In realtà, il messaggio di Cristo va proprio in senso opposto: tutti possono entrare nella vita, ma per tutti la porta è « stretta ». Non ci sono privilegiati. Il passaggio alla vita eterna è aperto a tutti, ma è « stretto » perché è esigente, richiede impegno, abnegazione, mortificazione del proprio egoismo. 

Ancora una volta, come nelle scorse domeniche, il Vangelo ci invita a considerare il futuro che ci attende e al quale ci dobbiamo preparare durante il nostro pellegrinaggio sulla terra. La salvezza, che Gesù ha operato con la sua morte e risurrezione, è universale. Egli è l’unico Redentore e invita tutti al banchetto della vita immortale. Ma ad un’unica e uguale condizione: quella di sforzarsi di seguirlo ed imitarlo, prendendo su di sé, come Lui ha fatto, la propria croce e dedicando la vita al servizio dei fratelli. Unica e universale, dunque, è questa condizione per entrare nella vita celeste. Nell’ultimo giorno – ricorda ancora Gesù nel Vangelo – non è in base a presunti privilegi che saremo giudicati, ma secondo le nostre opere. Gli « operatori di iniquità » si troveranno esclusi, mentre saranno accolti quanti avranno compiuto il bene e cercato la giustizia, a costo di sacrifici. Non basterà pertanto dichiararsi « amici » di Cristo vantando falsi meriti: « Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze » (Lc 13, 26). La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di vivere: si esprime con la bontà del cuore, con l’umiltà, la mitezza e la misericordia, l’amore per la giustizia e la verità, l’impegno sincero ed onesto per la pace e la riconciliazione. Questa, potremmo dire, è la « carta d’identità » che ci qualifica come suoi autentici « amici »; questo è il « passaporto » che ci permetterà di entrare nella vita eterna. 

Cari fratelli e sorelle, se vogliamo anche noi passare per la porta stretta, dobbiamo impegnarci ad essere piccoli, cioè umili di cuore come Gesù. Come Maria, sua e nostra Madre. Lei per prima, dietro il Figlio, ha percorso la via della Croce ed è stata assunta nella gloria del Cielo, come abbiamo ricordato qualche giorno fa. Il popolo cristiano la invoca quale Ianua Caeli, Porta del Cielo. Chiediamole di guidarci, nelle nostre scelte quotidiane, sulla strada che conduce alla « porta del Cielo ». 



Dopo l’Angelus: 

Saluto infine i pellegrini di lingua italiana, in particolare i ragazzi della diocesi di Vicenza che si stanno preparando al sacramento della Confermazione e quelli di Bedizzole che l’hanno da poco ricevuto. Saluto inoltre i fedeli provenienti da Rovellasca, Ceglie Messapica, Adelfia e Giussano, come pure il gruppo di famiglie di Provaggio di Iseo e gli scout dell’AGESCI di Augusta. A tutti auguro una buona domenica. 

  

 

Publié dans:Angelus Domini |on 29 août, 2007 |Pas de commentaires »

Angelus di oggi: « La meta del pellegrino è il Paradiso »

dal sito:

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10063&size=A

 

VATICANO


Papa, la meta del pellegrino è il paradiso
Lo ha ricordato oggi nell’Angelus Benedetto XVI, che invita i fedeli a “distaccarsi dai beni materiali” e a compiere il “cammino verso l’alto”. Egli ha rivolto anche un pensiero alle numerose vittime delle inondazioni del sud Asiatico, invitando le comunità cristiane alla “preghiera e all’aiuto concreto”.
 

Castel Gandolfo (AsiaNews) – La meta del pellegrino è la città dalle “salde fondamenta”, il cui architetto e costruttore è “Dio stesso”: una meta che non è di questo mondo, ma è “il paradiso”. Lo ha ricordato oggi Papa Benedetto XVI durante l’Angelus nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, sottolineando che tale consapevolezza era ben radicata nella “primitiva comunità cristiana”, che si considerava “forestiera di quaggiù” e chiamava i suoi nuclei residenti nelle città “parrocchie”, che in greco significa “colonie di stranieri”. 

E’ orientata verso il futuro, verso il cielo la riflessione del Pontefice sulla liturgia della parola che invita ancora una volta i cristiani a “distaccarsi dei beni materiali in gran parte illusori” e a compiere il cammino “verso l’alto”, pronto ad accogliere il Signore quando “verrà nella sua gloria”. “I primi cristiani esprimevano – continua il Papa – la caratteristica più importante della Chiesa, che è appunto la tensione verso il cielo, alla vita del mondo che verrà, come ripetiamo ogni volta che con il Credo facciamo la nostra professione di fede”. Egli rivolge inoltre un invito ai fedeli affinché vivano in modo “saggio e previdente”, considerando attentamente il “destino” di ogni cristiano e delle realtà ultime: “La morte, il giudizio finale, l’eternità, l’inferno e il paradiso”. 

La liturgia della domenica è anche un invito a prepararsi alla solennità dell’Assunzione, che si celebra il prossimo 15 agosto. Una festa che è “tutta orientata verso il futuro, verso il cielo, dove la Madonna “ci ha preceduto “nella gioia del paradiso”. 

Al termine dell’Angelus il Papa ha voluto anche ricordare le numerose vittime delle inondazioni che nei giorni scorsi hanno martoriato diversi Paesi del Sud dell’Asia. “Nell’esprimere la mia profonda partecipazione al dolore delle popolazioni colpite – sottolinea Benedetto XVI – esorto le comunità ecclesiali a pregare per le vittime e a sostenere quelle iniziative di solidarietà promosse per alleviare le sofferenze di tante persone duramente provate”, auspicando al riguardo anche il sostegno della “Comunità Internazionale”. Nelle ultime tre settimane alcune alluvioni hanno martoriato l’India, il Bangladesh, il Vietnam e la Cina meridionale, seminando morte e distruzione: secondo gli ultimi dati sono oltre 30 milioni le persone rimaste senza casa, solo in India i morti sono più di 1600 mentre i danni superano i 270 milioni di dollari. 

  

 

Publié dans:Angelus Domini |on 12 août, 2007 |Pas de commentaires »

DI MONS. GIANFRANCO RAVASI “LUCE”

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2006/122006.htm

DI MONS. GIANFRANCO RAVASI “LUCE”

La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce.  (Giovanni 3,19 )«Dio disse: Sia lucel E la luce fu» (Genesi 1,3).

 Da questa irradiazione che squarcia la tenebra del nulla si dipana per tutta
la Bibbia un filo luminoso che ne pervade tutte le pagine. «Dio è luce», dichiara san Giovanni nella sua Prima Lettera (1,5), svelando così un valore simbolico altissimo di questa realtà fisica. Cristo si presenta come «luce del mondo», mentre il celebre prologo del quarto Vangelo lo dipinge nel suo ingresso nella storia e nel mondo come «la luce vera che illumina ogni uomo». E a Nicodemo Gesù confermerà che «la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere» (Gv 3,19-20).

La luce è in tutte le religioni un simbolo divino perché riassume in sé due aspetti fondamentali di Dio: egli è trascendente, e la luce è appunto esterna a noi e ci supera; ma egli è anche presente nella storia umana e nella creazione, proprio come la luce che ci avvolge, ci riscalda, ci pervade e ci rivela. Per questo anche il fedele diventa luminoso: si pensi al volto di Mosè irradiato di luce, dopo essere stato in dialogo col Signore sulla vetta del Sinai. Anche il cristiano è invitato da Cristo (che sul monte della Trasfigurazione apparirà abbagliante di luce) a essere una lucerna posta sul lucerniere perché rischiari le tenebre circostanti: «Voi siete la luce del mondo… Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini» (Matteo 5,14-16).

Anche lo spazio e la storia umana sono intrisi di luce quando sono visitati da Dio. Pensiamo, ad esempio, all’era messianica cantata da Isaia: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce, su coloro che abitavano in una terra tenebrosa una luce rifulse» (9,1). La terra è bagnata dalla luce simbolica di Dio, lo è soprattutto la città santa: «Alzati, Gerusalemme, rivestiti di luce, perché viene la luce, la gloria del Signore brilla su dite. Ecco, le tenebre ricoprono la terra e una nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su te risplende il Signore, la sua gloria rifulge su te. Allora i popoli cammineranno alla tua luce e i re allo splendore della tua aurora» (60,1-3).

In quest’ultima strofa isaiana. come in molte altre pagine bibliche, vediamo profilarsi il contrasto tra luce e tenebra. fl buio è la negazione dell’essere, della vita, del bene, della verità. Per questa ragione gli inferi, che sono l’antipodo della luce celeste, sono immersi nell’oscurità, sono «il paese delle tenebre e delle ombre mortali, il paese della caligine e dell’opacità, dell’oscurità e del caos, in cui la stessa luce è tenebra fonda» (Giobbe 10,2 1-22). Eppure lo sguardo di Dio riesce a perforare anche l’oscurità: «Nemmeno le tenebre per te sono oscure e la notte è chiara come il giorno, per te le tenebre sono come la luce» (Salmo 139,12).

La Gerusalemme celeste, meta ultima della storia, non avrà più né tenebra né luci come il sole e le lampade, perché su di essa sfolgorerà un nuovo sole e una nuova luce: «Non vi sarà più notte e non ci sarà più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli» (Apocalisse 22,5).

LE PAROLE PER CAPIRE

SINEDRIO - Termine greco che indica un “consesso” e che è stato adottato per designare il consiglio supremo che reggeva la comunità ebraica. Comprendeva 70 membri più il presidente, che era il sommo sacerdote in carica, I seggi erano divisi secondo tre classi: gli ex sommi sacerdoti e l’alto clero; gli “anziani”, ossia i capi politici; gli “scribi”, cioè i dottori della legge. Gesù fu processato davanti al Sinedrio, presieduto da Caifa. Nicodemo era probabilmente un sinedrita, così come lo era Giuseppe d’Arimatea.

SERPENTE - Considerato in Oriente un simbolo sessuale di fertilità, entra in scena nel racconto del peccato di Genesi 3, ove forse incarna l’idolatria, anche se poi il libro della Sapienza lo identificherà col diavolo, Il serpente di bronzo del deserto, un simbolo dell’efficaci salvifica di Dio contro il veleno, diventa nel Vangelo di Giovanni un emblema di Cristo crocifisso  che salva dal male. 

Publié dans:Angelus Domini, con voi |on 18 juillet, 2007 |Pas de commentaires »
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