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LA PREGHIERA DELL’ANGELUS

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LA PREGHIERA DELL’ANGELUS

« L’Angelus Domini – è detto al n. 195 del Documento pontificio – è la preghiera tradizionale con cui i fedeli tre volte al giorno: cioè all’aurora, a mezzogiorno e al tramonto, commemorano l’annuncio dell’Angelo Gabriele a Maria. L’Angelus è quindi ricordo dell’evento salvifico per cui, secondo il disegno del Padre, il Verbo, per opera dello Spirito Santo, si fece uomo nel grembo della Vergine Maria.
La recita dell’Angelus è profondamente radicata nella pietà del popolo cristiano ed è confortata dall’esempio dei Romani Pontefici. In alcuni ambienti le mutate condizioni dei tempi non favoriscono la recita dell’Angelus, ma in molti altri gli impedimenti sono minori, per cui nulla si deve lasciare di intentato perché si mantenga viva e si diffonda la devota consuetudine, suggerendo almeno la semplice recita di tre Ave, Maria.
La preghiera dell’Angelus infatti, per « la struttura semplice, il carattere biblico […], il ritmo quasi liturgico, che santifica momenti diversi della giornata, l’apertura al mistero pasquale […], a distanza di secoli, conserva inalterato il suo valore e intatta la sua freschezza » [Paolo VI, Marialis cultus, 41].
Anzi, « è auspicabile che, in alcune occasioni, soprattutto nelle Comunità religiose, nei Santuari della Beata Vergine, durante lo svolgimento di particolari Convegni, l’Angelus Domini […] venga solennizzato, ad esempio con il canto delle Ave, Maria, con la proclamazione del Vangelo dell’Annunciazione » [cfr. Congregazione per il Culto Divino, Lett. Circolare Orientamenti e proposte per la celebrazione dell’Anno mariano, 61].

IL « REGINA COELI »
Va peraltro aggiunto quanto – sempre nello stesso « Direttorio su pietà popolare e Liturgia » – viene ricordato; e cioè che « nel tempo pasquale, per disposizione di Papa Benedetto XIV [20 Aprile 1742], al posto dell’Angelus Domini si recita la celebre antifona Regina Coeli.
Essa, risalente probabilmente al sec. X-XI, congiunge felicemente il Mistero dell’Incarnazione del Verbo ["Cristo che hai portato nel grembo…"] con l’evento pasquale ["è risorto, come aveva promesso"], mentre « l’invito alla gioia » [= "Rallegrati"] che la Comunità ecclesiale rivolge alla Madre per la Risurrezione del Figlio, si ricollega e dipende dall’ »invito alla gioia » [= "Rallegrati, piena di grazia", Lc 1, 28] che Gabriele rivolse all’umile Serva del Signore, chiamata ad essere la madre del Messia Salvatore.
A guisa di quanto è stato suggerito per l’Angelus – conclude il Documento pontificio –, sarà conveniente talvolta solennizzare il Regina Coeli, oltre che con il canto dell’antifona, con la proclamazione del Vangelo della Risurrezione » [cfr. ibid., n. 196].
Quanto qui riportato costituisce come un’ouverture di ciò che andremo dicendo sul « pio esercizio mariano » dell’Angelus [e, successivamente, sulla sua ‘variante pasquale’, il Regina Coeli]: della sua struttura biblico-teologica, della sua ‘traduzione’ nell’arte poetica, musicale e pittorica, della ricca e suggestiva tradizione popolare che lo ha gelosamente custodito e tramandato nei secoli.
Simone Moreno -  Dalla rivista LA MADRE DI DIO

 SIGNIFICATO BIBLICO DELL’ANGELUS
La prima riflessione sull’Angelus è suggerita dall’ esegesi dei testi evangelici che lo compongono, dall’Annunciazione dell’Angelo Gabriele narrata da Luca [da cui la preghiera prende nome] al Prologo di Giovanni.

1. – « L’angelo del Signore portò l’annuncio a Maria – ed Ella concepì per opera dello Spirito Santo » [cfr. Lc 1, 26ss].
Luca dice in sintesi molte cose: da un lato afferma il fatto storico-salvifico dell’Incarnazione del Verbo, come farà poi Giovanni [quando scriverà: "E il Verbo si è fatto carne", Gv 1,14]; dall’altro ci dice ciò che è chiarito nella coscienza di Maria nel momento finale del dialogo con l’Angelo: che Gesù, concepito direttamente dall’azione dello Spirito Santo, è Figlio di Dio ad un titolo speciale ed unico. E Luca esprime in questo modo la fede sua e della Chiesa dei primi Cristiani. Potremmo anche commentare quanto qui rilevato con ciò che scrive Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica « Rosarium Virginis Mariae »: « … A questo annuncio approda tutta la storia della salvezza; anzi, in certo modo, la storia stessa del mondo. Se infatti il disegno del Padre è di ricapitolare in Cristo tutte le cose (cfr. Ef 1, 10), è l’intero universo che in qualche modo è raggiunto dal divino favore con cui il Padre si china su Maria per renderla Madre del suo Figlio. A sua volta, tutta l’umanità è come racchiusa nel fiat con cui Ella prontamente corrisponde alla volontà di Dio » [RVM, 20].

2. – « Ecco la serva del Signore: – sia fatto di me secondo la tua parola » [Lc 1, 38].
È l’accettazione di Maria, strettamente legata alla rivelazione contenuta nel dialogo con l’Angelo, al segno offerto, all’affermazione finale di Gabriele: « Nessuna cosa, infatti, è impossibile a Dio » [Lc 1, 37]. Il fiat della Vergine sgorga dalla sua fede, resa ormai trasparente e penetrante; e questa sta fondata sulla certezza che Dio è fedele alle sue promesse [cfr. vv. 32ss], che la Parola di Dio è efficace in ordine alla salvezza e che, con la sua presenza misericordiosa, egli oggi ha visitato il suo popolo [cfr. v. 35]. Con un atto di obbedienza e di fede è iniziata la storia della salvezza [cfr. Gn 12, 1ss: Abramo]; con un atto di fede e di obbedienza la storia della salvezza continua nella pienezza dei tempi in Maria, « consegnatasi » a Dio nell’atteggiamento di una serva, anzi: di una ‘schiava’ [= doulê, v. 38].

3. – « E il Verbo si è fatto carne – ed abitò fra noi » [Gv 1, 14].
Il termine « carne », nel linguaggio della Bibbia, definisce l’uomo nella sua condizione di debolezza e di destino mortale; ciò che non avrebbe detto, in termini biblici, la parola « uomo ». È quindi intenzionale – qui, nel Prologo di Giovanni – il contrasto tra Logos [nella sua condizione divina] e la carne [nella sua condizione umana]. [Il Verbo] « si è fatto », non: « divenne », perché non ci fu una trasformazione ma, rimanendo il Logos che era, cominciò ad esistere nella sua nuova condizione debole e temporale. « E abitò fra noi »: il verbo greco eskénosen può significare sia ‘dimorare’ che ‘porre la propria tenda’, allusione alla dimora di Dio in mezzo al suo popolo, collegata con l’Arca santa e la gloria del Signore. : il verbo greco può significare sia ‘dimorare’ che ‘porre la propria tenda’, allusione alla dimora di Dio in mezzo al suo popolo, collegata con l’Arca santa e la gloria del Signore. Siamo nel cuore della fede cristiana e al vertice della grandezza di Maria, vera « Madre di Dio » che si è fatto uomo. Di fronte a questo mistero dell’Incarnazione – annuncio centrale dell’Angelus – si resta in adorazione, meditando sul senso della continua incarnazione del Figlio di Dio nel tempo.
4. – L’invocazione a Maria ["Prega per noi, santa Madre di Dio – e saremo degni delle promesse di Cristo"] e la Preghiera conclusiva ["Infondi nel nostro spirito la tua grazia, Signore; tu che all’annunzio dell’Angelo ci hai rivelato l’Incarnazione del tuo Figlio, per la sua Passione e la sua Croce guidaci alla gloria della Risurrezione"] costituiscono come un atto di fede in quanto i contenuti dei testi evangelici ci hanno fatto proclamare nell’Angelus.
– L’invocazione a Maria e la Preghiera conclusiva costituiscono come un atto di fede in quanto i contenuti dei testi evangelici ci hanno fatto proclamare nell’Angelus. Atto di fede nell’intercessione della « Madre di Dio » e atto di speranza nella salvezza, in virtù dei due principali Misteri della nostra santa religione ricordati: l’Incarnazione del Figlio di Dio e la sua Passione, Morte e Risurrezione.

Simone Moreno – Dalla rivista LA MADRE DI DIO

CONTENUTI TEOLOGICI E SPIRITUALI DELL’ANGELUS
Scrive Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica « Rosarium Virginis Mariae »: « … all’annuncio dell’Angelo a Maria approda tutta la storia della Salvezza; anzi, in certo senso, la storia stessa del mondo. Se, infatti, il disegno del Padre è di ricapitolare in Cristo tutte le cose (cfr. Ef 1, 10), è l’intero universo che in qualche modo è raggiunto dal divino favore con cui il Padre si china su Maria per renderla Madre del suo Figlio. A sua volta, tutta l’umanità è come racchiusa nel fiat con cui Ella prontamente corrisponde alla volontà di Dio » [RVM, 20].
E nell’Angelus, che si annovera fra i pii esercizi di venerazione alla Madre del Signore più diffusi in tutto il mondo cattolico, i fedeli, con un ritmo quasi liturgico, tre volte al giorno – al mattino, a mezzogiorno e a sera – commemorano gli elementi costituivi di questa storia della Salvezza. Volendo cogliere, in estrema sintesi, i contenuti teologici e quelli spirituali dell’Angelus, potremmo schematizzare il discorso come segue:

1– Contenuti teologici

a] La figlia di Sion
L’Angelo Gabriele annuncia a Maria il Salvatore, l’Atteso dei popoli: numerosi esegeti sono inclini ad interpretare il saluto dell’Angelo rivolto alla Vergine – figlia di Sion – come un invito a quella gioia [= káire] messianica che i Profeti nel tempo hanno rivolto a Gerusalemme, cuore religioso di tutto Israele.

b] Il dono dello Spirito
L’Angelo svela a Maria che ella concepirà per opera dello Spirito Santo [cfr. Lc 1, 5]: lo Spirito che discende sulla Vergine annunziata è uno Spirito « creatore ». Egli, che fu all’opera nella creazione del mondo e nella rinascita dell’antico popolo di Dio, adesso crea nel grembo di Maria le sembianze umane del Cristo, Messia divino; e Cristo, in virtù del medesimo Spirito, concepirà la seconda creazione, che consiste nel rinnovamento escatologico del nuovo popolo di Dio, di cui egli è principio, re e Signore.

c] L’Incarnazione del Verbo
La terza Antifona ["E il Verbo si è fatto carne / e venne ad abitare in mezzo a noi"] si fonde con il cuore del Prologo del Vangelo di Giovanni [1, 14], che sigilla l’intervento di Dio nel cosmo. E il cuore del Prologo diventa il cuore dell’Angelus.

d] Il mistero pasquale.
Le istanze già presenti nei versetti dell’Angelus si fanno memoria esplicita nell’orazione che lo conclude: l’Incarnazione del Verbo apre alla realtà pasquale; e l’orazione « Gratiam tuam » ne è l’esplicitazione: « …affinché noi che, per l’annuncio dell’Angelo, abbiamo conosciuto l’Incarnazione del tuo Figlio, per la sua Passione e Morte giungiamo alla gloria della Risurrezione ».

2. – Contenuti spirituali

Il valore della contemplazione dei misteri celebrati nell’Angelus [quasi una sintesi del Santo Rosario!] è assoluto. Riproporli, poi, al mattino, a mezzogiorno e a sera, è tacito invito a vivere le numerose implicazioni che essi comportano: di gioioso annuncio, di dono dello Spirito, di sempre nuova creazione [= in Maria "nuova Eva" e nell’uomo redento, "nuovo Adamo"], di connubio sponsale [= il Verbo assume la natura umana, e l’uomo la natura divina], di profonda religiosità [= nel ‘fiat’ esemplare della Vergine e dei credenti], nell’epifania messianica e nel preludio pasquale.

Simone Moreno – Dalla rivista LA MADRE DI DIO

STORIA DELL’ANGELUS

Dopo aver esposto in sintesi i contenuti biblico-teologico-spirituali  ripercorriamo ora la storia di questa pia pratica nel tempo, a iniziare dalle lontane origini del sec. XIII.
La recita dell’ »Angelus », accompagnata tre volte al giorno dal suono delle campane delle chiese, ebbe inizio proprio nel 1200, il fecondo secolo della Teologia Scolastica e delle Cattedrali gotiche, ma anche di grande devozione alla Madonna.
Dapprima si chiamò « preghiera della pace »: aveva, infatti, lo scopo di onorare il Figlio di Dio che, incarnandosi nel seno della Vergine Maria, pose i fondamenti della pace tra Dio e gli uomini.
Inizialmente si usava recitarlo solo alla sera, perché si riteneva che l’Arcangelo Gabriele si fosse presentato alla Vergine di Nazareth verso il tramonto, per annunziarle il mistero della sua divina maternità. Né aveva la forma attuale, consistendo nel rivolgere alcune volte a Maria le parole dell’Angelo ["Ave, piena di Grazia: il Signore è con te"] e quelle del saluto di Elisabetta ["Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!"]. Consisteva, cioè, nella prima parte dell’ »Ave, Maria ».
Solo più tardi, assunse progressivamente la forma attuale.
Ma chi ne fu l’iniziatore? Alcuni ritengono che la pia pratica sia sorta in Germania, appunto all’inizio del XIII secolo. Lo deducono da espressioni del genere seguente, incise sulle campane del tempo: « Ave Maria – Rex gloriae Christe, veni cum pace »; oppure: « Maria vocor – o Rex gloriae, veni cum pace »: « Ave, Maria – Cristo, re della gloria, vieni nella pace »; « Mi chiamo Maria – Re della gloria, vieni nella pace ».
Altri attribuiscono l’origine della pratica mariana a Gregorio IX [1241], il Papa che fu eletto a 85 anni e morì quasi centenario.
Le prime notizie certe sulla recita dell’ »Angelus »
Le prime notizie sicure risalgono piuttosto alla seconda metà del sec. XIII. In una Chronica francescana dell’epoca, si legge infatti che nel Capitolo generale dell’Ordine tenuto da San Bonaventura a Pisa nel 1263 fu stabilito che « i frati nei discorsi persuadessero il popolo a salutare alcune volte la B. V. Maria al suono della campana di Compieta, perché è opinione di alcuni solenni [dottori] che in quell’ora essa fosse salutata dall’Angelo ». A San Bonaventura, del resto, doveva stare molto a cuore la pia pratica, tanto che la raccomandò anche nel Capitolo generale di Assisi del 1269.
La pratica dell’ »Angelus », predicata dai Francescani, si diffuse rapidamente. Nel 1274 la si trova a Magonza, e nel 1288 a Lodi, ove lo ‘Statuto dei Calzolai’ ordinava che essi dovessero subito smettere il lavoro, al Sabato sera e alla Vigilia delle feste della Madonna, « appena udito il primo suono delle campane dell’ »Ave, Maria », dal campanile della Chiesa Maggiore », pena la multa di 20 ‘imperiali’!
Lo stesso modo di suonare la campana all’ »Angelus » e il numero delle Avemaria si trovano già precisati nelle ‘Costituzioni’ del Capitolo provinciale francescano tenuto a Padova nel 1295: « In tutti i luoghi – vi si legge – si suoni la sera un poco per tre volte la campana ad onore della gloriosa Vergine, e allora tutti i frati genufletteranno e diranno tre volte: ‘Ave, Maria gratia plena’ « .
In un Decreto del ‘Sinodo di Strigonia’ [in Ungheria] del 1307 si prescriveva che tutte le sere si suonasse la campana ad instar tintinnabuli [ossia: dolcemente], e si concedevano indulgenze ai fedeli che a quel suono avessero recitato tre Avemaria.

Publié dans:Angelus Domini, preghiere |on 5 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

Dedicazione della Basilica Lateranense, Giovanni Paolo II (Angelus, 1986)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/angelus/1986/documents/hf_jp-ii_ang_19861109_it.html

GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS

Domenica, 9 novembre 1986

1. Oggi la Chiesa celebra la festa della Dedicazione della basilica Lateranense, “omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput” (“madre e capo di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe”), la cattedrale di Roma, fatta costruire dall’imperatore Costantino e inizialmente dedicata al santissimo Salvatore, e poi, sotto il pontificato di san Gregorio Magno, intitolata anche ai santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, a ciascuno dei quali era consacrato un oratorio annesso al battistero.
La Basilica del Laterano, coi palazzi adiacenti, fu per molti secoli sede abituale del Vescovo di Roma. In essa si tennero cinque Concili ecumenici, tra i quali nel 1215, sotto il papa Innocenzo III, il Lateranense IV, considerato dagli storici il Concilio più importante del medioevo. Per mille anni la storia di Roma cristiana gravitò intorno a tale basilica, che papi, imperatori, re e fedeli adornarono via via di preziosi donativi e di splendide opere d’arte, segno della loro intensa fede in Cristo.
2. Nel ricordo della iniziale dedicazione della cattedrale di Roma a Gesù Salvatore del mondo, la festività liturgica odierna ci invita a meditare su uno dei misteri fondamentali della rivelazione cristiana: Gesù di Nazaret, Messia, Signore, Figlio di Dio, è colui che ha portato la salvezza totale e definitiva agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi! Nella sua vita pubblica Gesù si rivela come salvatore anzitutto mediante i miracoli operati a favore degli infermi, lebbrosi, ciechi, muti, storpi e perfino di morti, che egli richiama alla vita. Gesù tuttavia fa comprendere che questi suoi prodigi, questi gesti di misericordia verso i malati devono essere intesi come atti che rimandano al di là della semplice salvezza corporale. Gesù porta agli uomini una salvezza ben più profonda e radicale: egli afferma di essere venuto per “salvare ciò che era perduto” a causa del peccato; per “salvare il mondo e non per condannarlo” (cf. Lc 9, 56; 19, 10; Gv 3, 17; 12, 47).
3. Dinanzi a Cristo Salvatore, l’uomo è chiamato a una scelta decisiva, da cui dipende la sua sorte eterna. Alla scelta di fede da parte dell’uomo corrisponde, da parte di Dio, il dono della redenzione e della vita eterna.
A Cristo, Uomo–Dio, Redentore dell’uomo e della storia, va oggi la nostra umile adorazione e la nostra ardente preghiera perché l’umanità intera accolga la salvezza, che egli offre, la liberazione, che egli promette. E chiediamo anche, per noi e per tutti, l’intercessione della sua santissima Madre, mentre recitiamo la preghiera che ci ricorda l’Incarnazione del Verbo.

Papa: la festa dei santi e il ricordo dei defunti ci rammentano che il destino dell’uomo è Dio (Angelus)

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-la-festa-dei-santi-e-il-ricordo-dei-defunti-ci-rammentano-che-il-destino-dell%E2%80%99uomo-%C3%A8-Dio-23062.html+

01/11/2011 12:06

VATICANO

Papa: la festa dei santi e il ricordo dei defunti ci rammentano che il destino dell’uomo è Dio

All’Angelus Benedetto XVI ricorda che tutti sono chiaati alla santità. Guardare la Chiesa non nel suo aspetto temporale ed umano, segnato dalla fragilità, ma come Cristo l’ha voluta, cioè «comunione dei santi».

Città del Vaticano (AsiaNews) – L’odierna festa di Tutti i santi, così come, domani, la commemorazione dei defunti ci ricordano che il destino dell’uomo è la santità, è “gioire alla presenza di Dio nell’eternità”. Lo ricorda oggi Benedetto XVI, rivolgendosi, all’Angelus, alle 10mila persone presenti in piazza san Pietro.
“La solennità di Tutti i Santi è occasione propizia per elevare lo sguardo dalle realtà terrene, scandite dal tempo, alla dimensione di Dio, la dimensione dell’eternità e della santità. La Liturgia ci ricorda oggi che la santità è l’originaria vocazione di ogni battezzato. Cristo infatti, che col Padre e con lo Spirito è il solo Santo, ha amato la Chiesa come sua sposa e ha dato se stesso per lei, al fine di santificarla. Per questa ragione tutti i membri del Popolo di Dio sono chiamati a diventare santi, secondo l’affermazione dell’apostolo Paolo: «Questa infatti è la volontà di Dio, la vostra santificazione». Siamo dunque invitati a guardare la Chiesa non nel suo aspetto temporale ed umano, segnato dalla fragilità, ma come Cristo l’ha voluta, cioè «comunione dei santi». Nel Credo la professiamo “santa”, in quanto è il Corpo di Cristo, è strumento di partecipazione ai santi Misteri, in primo luogo l’Eucaristia, e famiglia dei Santi, alla cui protezione veniamo affidati nel giorno del Battesimo”.
“Oggi veneriamo proprio questa innumerevole comunità di Tutti i Santi, i quali, attraverso i loro differenti percorsi di vita, ci indicano diverse strade di santità, accomunate da un unico denominatore: seguire Cristo e conformarsi a Lui, fine ultimo della nostra vicenda umana. Tutti gli stati di vita, infatti, possono diventare, con l’azione della grazia e con l’impegno e la perseveranza di ciascuno, vie di santificazione”.
“La Commemorazione dei fedeli defunti, cui è dedicata la giornata di domani, 2 novembre, ci aiuta a ricordare i nostri cari che ci hanno lasciato, e tutte le anime in cammino verso la pienezza della vita, proprio nell’orizzonte della Chiesa celeste, a cui la Solennità di oggi ci ha elevato. Fin dai primi tempi della fede cristiana, la Chiesa terrena, riconoscendo la comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi. La nostra preghiera per i morti è quindi non solo utile ma necessaria, in quanto essa non solo li può aiutare, ma rende al contempo efficace la loro intercessione in nostro favore. Anche la visita ai cimiteri, mentre custodisce i legami di affetto con chi ci ha amato in questa vita, ci ricorda che tutti tendiamo verso un’altra vita, al di là della morte. Il pianto, dovuto al distacco terreno, non prevalga perciò sulla certezza della risurrezione, sulla speranza di giungere alla beatitudine dell’eternità, «momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità» (Spe salvi, 12). L’oggetto della nostra speranza infatti è il gioire alla presenza di Dio nell’eternità”.

Publié dans:Angelus Domini, Papa Benedetto XVI |on 1 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

« QUALE PROFETA CHE CONCLUDE L’ANTICO TESTAMENTO E INAUGURA IL NUOVO » (ANGELUS)

http://www.zenit.org/article-31372?l=italian

« QUALE PROFETA CHE CONCLUDE L’ANTICO TESTAMENTO E INAUGURA IL NUOVO »

L’Angelus del Papa nella Solennità della Nascita di San Giovanni Battista

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 24 giugno 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito le parole rivolte oggi durante la recita dell’Angelus da Papa Benedetto XVI ai fedeli e ai pellegrini convenuti in piazza San Pietro.
***
[Prima del'Angelus]
Cari fratelli e sorelle!
Oggi, 24 giugno, celebriamo la solennità della Nascita di San Giovanni Battista. Se si eccettua la Vergine Maria, il Battista è l’unico santo di cui la liturgia festeggia la nascita, e lo fa perché essa è strettamente connessa al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Fin dal grembo materno, infatti, Giovanni è il precursore di Gesù: il suo prodigioso concepimento è annunciato dall’Angelo a Maria come segno che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37), sei mesi prima del grande prodigio che ci dà salvezza, l’unione di Dio con l’uomo per opera dello Spirito Santo. I quattro Vangeli danno grande risalto alla figura di Giovanni il Battista, quale profeta che conclude l’Antico Testamento e inaugura il Nuovo, indicando in Gesù di Nazaret il Messia, il Consacrato del Signore. In effetti, sarà lo stesso Gesù a parlare di Giovanni in questi termini: «Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, / davanti a te egli preparerà la via. In verità io vi dico: fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,10-11).
Il padre di Giovanni, Zaccaria – marito di Elisabetta, parente di Maria –, era sacerdote del culto dell’Antico Testamento. Egli non credette subito all’annuncio di una paternità ormai insperata, e per questo rimase muto fino al giorno della circoncisione del bambino, al quale lui e la moglie dettero il nome indicato da Dio, cioè Giovanni, che significa «il Signore fa grazia». Animato dallo Spirito Santo, Zaccaria così parlò della missione del figlio: «E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo / perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, / per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza / nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1,76-77). Tutto questo si manifestò trent’anni dopo, quando Giovanni si mise a battezzare nel fiume Giordano, chiamando la gente a prepararsi, con quel gesto di penitenza, all’imminente venuta del Messia, che Dio gli aveva rivelato durante la sua permanenza nel deserto della Giudea. Per questo egli venne chiamato «Battista», cioè «Battezzatore» (cfr Mt 3,1-6). Quando un giorno, da Nazaret, venne Gesù stesso a farsi battezzare, Giovanni dapprima rifiutò, ma poi acconsentì, e vide lo Spirito Santo posarsi su Gesù e udì la voce del Padre celeste che lo proclamava suo Figlio (cfr Mt 3,13-17). Ma la missione del Battista non era ancora compiuta: poco tempo dopo, gli fu chiesto di precedere Gesù anche nella morte violenta: Giovanni fu decapitato nel carcere del re Erode, e così rese piena testimonianza all’Agnello di Dio, che per primo aveva riconosciuto e indicato pubblicamente.
Cari amici, la Vergine Maria aiutò l’anziana parente Elisabetta a portare a termine la gravidanza di Giovanni. Ella aiuti tutti a seguire Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio, che il Battista annunciò con grande umiltà e ardore profetico.
[Dopo la preghiera dell'Angelus, il Papa si è rivolto ai pellegrini provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue:]

Cari fratelli e sorelle,
in Italia ricorre oggi la Giornata per la carità del Papa. Ringrazio tutte le comunità parrocchiali, le famiglie e i singoli fedeli per il loro sostegno costante e generoso, che va a vantaggio di tanti fratelli in difficoltà. A questo proposito, ricordo che dopodomani, a Dio piacendo, farò una breve visita nelle zone colpite dal recente terremoto nel Nord Italia. Vorrei che fosse segno della solidarietà di tutta la Chiesa, e perciò invito tutti ad accompagnarmi con la preghiera.
(…)
[Rivolgendosi infine agli italiani, ha detto:]
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai numerosi volontari delle Pro Loco d’Italia. Cari amici, mi rallegro con voi per i 50 anni della vostra Associazione ed auguro ogni bene per suo servizio al patrimonio culturale del Paese. Saluto i giovani di Zaccanopoli, Diocesi di Vibo Valentia, e i ragazzi dell’Oratorio Salesiano di Andria. A tutti auguro una buona festa, una buona domenica, una buona settimana. Grazie!

ANGELUS DI BENEDETTO XVI NELLA II DOMENICA DI AVVENTO

dal sito:

http://www.zenit.org/article-28882?l=italian

ANGELUS DI BENEDETTO XVI NELLA II DOMENICA DI AVVENTO

Riflessione sulla figura di san Giovanni Battista

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 4 dicembre 2011 (ZENIT.org) – Riprendiamo di seguito le parole pronunciate da Papa Benedetto XVI oggi – II domenica di Avvento – in occasione della recita dell’Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in piazza San Pietro.

***

[Prima dell'Angelus]

Cari fratelli e sorelle!
L’odierna domenica segna la seconda tappa del Tempo di Avvento. Questo periodo dell’anno liturgico mette in risalto le due figure che hanno avuto un ruolo preminente nella preparazione della venuta storica del Signore Gesù: la Vergine Maria e san Giovanni Battista. Proprio su quest’ultimo si concentra il testo odierno del Vangelo di Marco. Descrive infatti la personalità e la missione del Precursore di Cristo (cfr Mc 1,2-8). Incominciando dall’aspetto esterno, Giovanni viene presentato come una figura molto ascetica: vestito di pelle di cammello, si nutre di cavallette e miele selvatico, che trova nel deserto della Giudea (cfr Mc 1,6). Gesù stesso, una volta, lo contrappose a coloro che « stanno nei palazzi dei re » e che « vestono con abiti di lusso » (Mt 11,8). Lo stile di Giovanni Battista dovrebbe richiamare tutti i cristiani a scegliere la sobrietà come stile di vita, specialmente in preparazione alla festa del Natale, in cui il Signore – come direbbe san Paolo – « da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà » (2 Cor 8,9).
Per quanto riguarda la missione di Giovanni, essa fu un appello straordinario alla conversione: il suo battesimo « è legato a un ardente invito a un nuovo modo di pensare e di agire, è legato soprattutto all’annuncio del giudizio di Dio » (Gesù di Nazaret, I, Milano 2007, p. 34) e della imminente comparsa del Messia, definito come « colui che è più forte di me » e che « battezzerà in Spirito Santo » (Mc 1,7.8). L’appello di Giovanni va dunque oltre e più in profondità rispetto alla sobrietà dello stile di vita: chiama ad un cambiamento interiore, a partire dal riconoscimento e dalla confessione del proprio peccato. Mentre ci prepariamo al Natale, è importante che rientriamo in noi stessi e facciamo una verifica sincera sulla nostra vita. Lasciamoci illuminare da un raggio della luce che proviene da Betlemme, la luce di Colui che è « il più Grande » e si è fatto piccolo, « il più Forte » e si è fatto debole.
Tutti e quattro gli Evangelisti descrivono la predicazione di Giovanni Battista facendo riferimento ad un passo del profeta Isaia: « Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio» » (Is 40,3). Marco inserisce anche una citazione di un altro profeta, Malachia, che dice: « Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via » (Mc 1,2; cfr Mal 3,1). Questi richiami alle Scritture dell’Antico Testamento « parlano dell’intervento salvifico di Dio, che esce dalla sua imperscrutabilità per giudicare e salvare; a Lui bisogna aprire la porta, preparare la strada » (Gesù di Nazaret, I, p. 35).
Alla materna intercessione di Maria, Vergine dell’attesa, affidiamo il nostro cammino incontro al Signore che viene, mentre proseguiamo il nostro itinerario di Avvento per preparare nel nostro cuore e nella nostra vita la venuta dell’Emmanuele, il Dio-con-noi.
[Dopo l'Angelus]
Nei prossimi giorni, a Ginevra e in altre città, si celebrerà il 50° anniversario dell’istituzione dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, il 60° della Convenzione sullo status dei rifugiati ed il 50° della Convenzione sulla riduzione dei casi di apolidìa. Affido al Signore quanti, spesso forzatamente, debbono lasciare il proprio Paese, o sono privi di nazionalità. Mentre incoraggio la solidarietà nei loro confronti, prego per tutti coloro che si prodigano per proteggere e assistere questi fratelli in situazioni di emergenza, esponendosi anche a gravi fatiche e pericoli.
[Ai pellegrini di lingua italiana il Papa ha detto:]
Rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai fedeli venuti da Foggia, Mozzagrogna, Cagliari, Carbonia, Agropoli e Chiusano di San Domenico, come pure alla Corale di Canale di Ceregnano.
A tutti auguro una buona domenica
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Publié dans:Angelus Domini, Papa Benedetto XVI |on 5 décembre, 2011 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: “LA NOSTRA PERFEZIONE È VIVERE CON UMILTÀ”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-25645?l=italian

BENEDETTO XVI: “LA NOSTRA PERFEZIONE È VIVERE CON UMILTÀ”

Discorso introduttivo alla preghiera mariana dell’Angelus

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 20 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo le parole che il Papa ha pronunciato questa domenica a mezzogiorno affacciandosi alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare la preghiera mariana dell’Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti per l’occasione in piazza San Pietro.

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Cari fratelli e sorelle!
In questa settima domenica del Tempo Ordinario, le letture bibliche ci parlano della volontà di Dio di rendere partecipi gli uomini della sua vita: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» – si legge nel Libro del Levitico (19,1). Con queste parole, e i precetti che ne conseguono, il Signore invitava il popolo che si era scelto ad essere fedele all’alleanza con Lui camminando sulle sue vie e fondava la legislazione sociale sul comandamento «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18). Se ascoltiamo, poi, Gesù, nel quale Dio ha assunto un corpo mortale per farsi prossimo di ogni uomo e rivelare il suo amore infinito per noi, ritroviamo quella stessa chiamata, quello stesso audace obiettivo. Dice, infatti, il Signore: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Ma chi potrebbe diventare perfetto? La nostra perfezione è vivere con umiltà come figli di Dio compiendo concretamente la sua volontà. San Cipriano scriveva che «alla paternità di Dio deve corrispondere un comportamento da figli di Dio, perché Dio sia glorificato e lodato dalla buona condotta dell’uomo» (De zelo et livore, 15: CCL 3a, 83).
In che modo possiamo imitare Gesù? Gesù stesso dice: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,44-45). Chi accoglie il Signore nella propria vita e lo ama con tutto il cuore è capace di un nuovo inizio. Riesce a compiere la volontà di Dio: realizzare una nuova forma di esistenza animata dall’amore e destinata all’eternità. L’apostolo Paolo aggiunge: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Cor 3,16). Se siamo veramente consapevoli di questa realtà, e la nostra vita ne viene profondamente plasmata, allora la nostra testimonianza diventa chiara, eloquente ed efficace. Un autore medievale ha scritto: «Quando l’intero essere dell’uomo si è, per così dire, mescolato all’amore di Dio, allora lo splendore della sua anima si riflette anche nell’aspetto esteriore» (GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisi, XXX: PG 88, 1157 B), nella totalità della vita. «Grande cosa è l’amore – leggiamo nel libro dell’Imitazione di Cristo –, un bene che rende leggera ogni cosa pesante e sopporta tranquillamente ogni cosa difficile. L’amore aspira a salire in alto, senza essere trattenuto da alcunché di terreno. Nasce da Dio e soltanto in Dio può trovare riposo» (III, V, 3).
Cari amici, dopodomani, 22 febbraio, celebreremo la festa della Cattedra di San Pietro. A lui, primo degli Apostoli, Cristo ha affidato il compito di Maestro e di Pastore per la guida spirituale del Popolo di Dio, affinché esso possa innalzarsi fino al Cielo. Esorto, pertanto, tutti i Pastori ad «assimilare quel « nuovo stile di vita » che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli» (Lettera Indizione Anno Sacerdotale). Invochiamo la Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, affinché ci insegni ad amarci gli uni gli altri e ad accoglierci come fratelli, figli dello stesso Padre celeste.

Publié dans:Angelus Domini, Papa Benedetto XVI |on 21 février, 2011 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto – Commemorazione di tutti fedeli defunti (Angelus 2 novembre 2008)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2008/documents/hf_ben-xvi_ang_20081102_it.html

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti

Domenica, 2 novembre 2008

Cari fratelli e sorelle!

Ieri la festa di Tutti i Santi ci ha fatto contemplare « la città del cielo, la Gerusalemme celeste che è nostra madre » (Prefazio di Tutti i Santi). Oggi, con l’animo ancora rivolto a queste realtà ultime, commemoriamo tutti i fedeli defunti, che « ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace » (Preghiera eucaristica I). E’ molto importante che noi cristiani viviamo il rapporto con i defunti nella verità della fede, e guardiamo alla morte e all’aldilà nella luce della Rivelazione. Già l’apostolo Paolo, scrivendo alle prime comunità, esortava i fedeli a « non essere tristi come gli altri che non hanno speranza ». « Se infatti – scriveva – crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti » (1 Ts 4,13-14). E’ necessario anche oggi evangelizzare la realtà della morte e della vita eterna, realtà particolarmente soggette a credenze superstiziose e a sincretismi, perché la verità cristiana non rischi di mischiarsi con mitologie di vario genere.

Nella mia Enciclica sulla speranza cristiana, mi sono interrogato sul mistero della vita eterna (cfr Spe salvi, 10-12). Mi sono chiesto: la fede cristiana è anche per gli uomini di oggi una speranza che trasforma e sorregge la loro vita (cfr ivi, 10)? E più radicalmente: gli uomini e le donne di questa nostra epoca desiderano ancora la vita eterna? O forse l’esistenza terrena è diventata l’unico loro orizzonte? In realtà, come già osservava sant’Agostino, tutti vogliamo la « vita beata », la felicità. Non sappiamo bene che cosa sia e come sia, ma ci sentiamo attratti verso di essa. E’ questa una speranza universale, comune agli uomini di tutti i tempi e di tutti luoghi. L’espressione « vita eterna » vorrebbe dare un nome a questa attesa insopprimibile: non una successione senza fine, ma l’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo, il prima e il dopo non esistono più. Una pienezza di vita e di gioia: è questo che speriamo e attendiamo dal nostro essere con Cristo (cfr ivi, 12).

Rinnoviamo quest’oggi la speranza della vita eterna fondata realmente nella morte e risurrezione di Cristo. « Sono risorto e ora sono sempre con te », ci dice il Signore, e la mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce. La speranza cristiana non è però mai soltanto individuale, è sempre anche speranza per gli altri. Le nostre esistenze sono profondamente legate le une alle altre ed il bene e il male che ciascuno compie tocca sempre anche gli altri. Così la preghiera di un’anima pellegrina nel mondo può aiutare un’altra anima che si sta purificando dopo la morte. Ecco perché oggi la Chiesa ci invita a pregare per i nostri cari defunti e a sostare presso le loro tombe nei cimiteri. Maria, stella della speranza, renda più forte e autentica la nostra fede nella vita eterna e sostenga la nostra preghiera di suffragio per i fratelli defunti.

Publié dans:Angelus Domini, Papa Benedetto XVI |on 1 novembre, 2010 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto: festa di Tutti i santi (Angelus 1 novembre 2007)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2007/documents/hf_ben-xvi_ang_20071101_all-saints_it.html

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Giovedì, 1° novembre 2007 

Cari fratelli e sorelle!

Nell’odierna solennità di Tutti i Santi, il nostro cuore, oltrepassando i confini del tempo e dello spazio, si dilata alle dimensioni del Cielo. Agli inizi del Cristianesimo, i membri della Chiesa venivano chiamati anche « i santi ». Nella Prima Lettera ai Corinzi, ad esempio, san Paolo si rivolge « a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo » (1 Cor 1,2). Il cristiano, infatti, è già santo, perché il Battesimo lo unisce a Gesù e al suo mistero pasquale, ma deve al tempo stesso diventarlo, conformandosi a Lui sempre più intimamente. A volte si pensa che la santità sia una condizione di privilegio riservata a pochi eletti. In realtà, diventare santo è il compito di ogni cristiano, anzi, potremmo dire, di ogni uomo! Scrive l’Apostolo che Dio da sempre ci ha benedetti e ci ha scelti in Cristo « per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità » (Ef 1,3-4). Tutti gli esseri umani sono pertanto chiamati alla santità che, in ultima analisi, consiste nel vivere da figli di Dio, in quella « somiglianza » con Lui secondo la quale sono stati creati. Tutti gli esseri umani sono figli di Dio, e tutti devono diventare ciò che sono, attraverso il cammino esigente della libertà. Tutti Iddio invita a far parte del suo popolo santo. La « Via » è Cristo, il Figlio, il Santo di Dio: nessuno giunge al Padre se non per mezzo di Lui (cfr Gv 14,6).

Sapientemente la Chiesa ha posto in stretta successione la festa di Tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Alla nostra preghiera di lode a Dio e di venerazione degli spiriti beati, che oggi la liturgia ci presenta come « una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua » (Ap 7,9), si unisce la preghiera di suffragio per quanti ci hanno preceduto nel passaggio da questo mondo alla vita eterna. Ad essi domani dedicheremo in modo speciale la nostra preghiera e per essi celebreremo il Sacrifico eucaristico. In verità, ogni giorno la Chiesa ci invita a pregare per loro, offrendo anche le sofferenze e le fatiche quotidiane affinché, completamente purificati, essi siano ammessi a godere in eterno la luce e la pace del Signore.

Al centro dell’assemblea dei Santi, risplende la Vergine Maria, « umile ed alta più che creatura » (Dante, Paradiso, XXXIII, 2). Ponendo la nostra mano nella sua, ci sentiamo animati a camminare con più slancio sulla via della santità. A Lei affidiamo il nostro impegno quotidiano e La preghiamo oggi anche per i nostri cari defunti, nell’intima speranza di ritrovarci un giorno tutti insieme, nella comunione gloriosa dei Santi.

Publié dans:Angelus Domini, Papa Benedetto XVI |on 1 novembre, 2010 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: del cristiano, « un cuore che vede » il prossimo (Angelus)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-23138?l=italian

Benedetto XVI: del cristiano, « un cuore che vede » il prossimo

Intervento in occasione dell’Angelus domenicale

CASTEL GANDOLFO, domenica, 11 luglio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole che Benedetto XVI ha pronunciato questa domenica in occasione della recita dell’Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini riunittisi nel cortile interno del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

Da qualche giorno – come vedete – ho lasciato Roma per il soggiorno estivo di Castel Gandolfo. Ringrazio Dio che mi offre questa possibilità di riposo. Ai cari abitanti di questa bella cittadina, dove torno sempre volentieri, rivolgo il mio cordiale saluto. Il Vangelo di questa domenica si apre con la domanda che un dottore della Legge pone a Gesù: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» (Lc 10,25). Sapendolo esperto nelle Sacre Scritture, il Signore invita quell’uomo a dare lui stesso la risposta, che, infatti, egli formula perfettamente, citando i due comandamenti principali: amare Dio con tutto il cuore, tutta la mente e tutte le forze, e amare il prossimo come se stessi. Allora il dottore della Legge, quasi per giustificarsi, chiede: « E chi è mio prossimo? » (Lc 10,29). Questa volta, Gesù risponde con la celebre parabola del « buon Samaritano » (cfr Lc 10,30-37), per indicare che sta a noi farci « prossimo » di chiunque abbia bisogno di aiuto. Il Samaritano, infatti, si fa carico della condizione di uno sconosciuto, che i briganti hanno lasciato mezzo morto lungo la strada; mentre un sacerdote e un levita erano passati oltre, forse pensando che a contatto con il sangue, in base ad un precetto, si sarebbero contaminati. La parabola, pertanto, deve indurci a trasformare la nostra mentalità secondo la logica di Cristo, che è la logica della carità: Dio è amore, e rendergli culto significa servire i fratelli con amore sincero e generoso.

Questo racconto evangelico offre il « criterio di misura », cioè « l’universalità dell’amore che si volge verso il bisognoso incontrato «per caso» (cfr Lc 10,31), chiunque egli sia » (Enc. Deus caritas est, 25). Accanto a questa regola universale, vi è anche un’esigenza specificamente ecclesiale: che « nella Chiesa stessa, in quanto famiglia, nessun membro soffra perché nel bisogno » (ibid.). Il programma del cristiano, appreso dall’insegnamento di Gesù, è « un cuore che vede » dove c’è bisogno di amore, e agisce in modo conseguente (cfr ivi, 31).

Cari amici, desidero anche ricordare che oggi la Chiesa fa memoria di san Benedetto da Norcia – il grande Patrono del mio Pontificato – padre e legislatore del monachesimo occidentale. Egli, come narra san Gregorio Magno, « fu un uomo di vita santa … di nome e per grazia » (Dialogi, II, 1: Bibliotheca Gregorii Magni IV, Roma 2000, p. 136). « Scrisse una Regola per i monaci … specchio di un magistero incarnato nella sua persona: infatti il santo non poté nel modo più assoluto insegnare diversamente da come visse » (Ivi, II, XXXVI: cit., p. 208). Il Papa Paolo VI proclamò san Benedetto Patrono d’Europa il 24 ottobre 1964, riconoscendone l’opera meravigliosa svolta per la formazione della civiltà europea.

Affidiamo alla Vergine Maria il nostro cammino di fede e, in particolare, questo tempo di vacanze, affinché i nostri cuori non perdano mai di vista la Parola di Dio e i fratelli in difficoltà.

Publié dans:Angelus Domini, Papa Benedetto XVI |on 12 juillet, 2010 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: le sofferenze sono occasione di conversione (Angelus 7 marzo)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-21629?l=italian

Benedetto XVI: le sofferenze sono occasione di conversione

Intervento in occasione dell’Angelus nella III domenica di Quaresima

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 7 marzo 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso che Benedetto XVI ha pronunciato questa domenica in occasione della preghiera mariana dell’Angelus, recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini presenti in piazza San Pietro.

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Cari fratelli e sorelle,

la liturgia di questa terza domenica di Quaresima ci presenta il tema della conversione. Nella prima lettura, tratta dal Libro dell’Esodo, Mosè, mentre pascola il gregge, vede un roveto in fiamme, che non si consuma. Si avvicina per osservare questo prodigio, quando una voce lo chiama per nome e, invitandolo a prendere coscienza della sua indegnità, gli comanda di togliersi i sandali, perché quel luogo è santo. « Io sono il Dio di tuo padre – gli dice la voce – il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe »; e aggiunge: « Io sono Colui che sono! » (Es 3,6a.14). Dio si manifesta in diversi modi anche nella vita di ciascuno di noi. Per poter riconoscere la sua presenza è però necessario che ci accostiamo a lui consapevoli della nostra miseria e con profondo rispetto. Diversamente ci rendiamo incapaci di incontrarlo e di entrare in comunione con Lui. Come scrive l’apostolo Paolo, anche questa vicenda è raccontata per nostro ammonimento: essa ci ricorda che Dio si rivela non a quanti sono pervasi da sufficienza e leggerezza, ma a chi è povero ed umile davanti a Lui.

Nel brano del Vangelo odierno, Gesù viene interpellato circa alcuni fatti luttuosi: l’uccisione, all’interno del tempio, di alcuni Galilei per ordine di Ponzio Pilato e il crollo di una torre su alcuni passanti (cfr Lc 13,1-5). Di fronte alla facile conclusione di considerare il male come effetto della punizione divina, Gesù restituisce la vera immagine di Dio, che è buono e non può volere il male, e mettendo in guardia dal pensare che le sventure siano l’effetto immediato delle colpe personali di chi le subisce, afferma: « Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo » (Lc 13,2-3). Gesù invita a fare una lettura diversa di quei fatti, collocandoli nella prospettiva della conversione: le sventure, gli eventi luttuosi, non devono suscitare in noi curiosità o ricerca di presunti colpevoli, ma devono rappresentare occasioni per riflettere, per vincere l’illusione di poter vivere senza Dio, e per rafforzare, con l’aiuto del Signore, l’impegno di cambiare vita. Di fronte al peccato, Dio si rivela pieno di misericordia e non manca di richiamare i peccatori ad evitare il male, a crescere nel suo amore e ad aiutare concretamente il prossimo in necessità, per vivere la gioia della grazia e non andare incontro alla morte eterna. Ma la possibilità di conversione esige che impariamo a leggere i fatti della vita nella prospettiva della fede, animati cioè dal santo timore di Dio. In presenza di sofferenze e lutti, vera saggezza è lasciarsi interpellare dalla precarietà dell’esistenza e leggere la storia umana con gli occhi di Dio, il quale, volendo sempre e solo il bene dei suoi figli, per un disegno imperscrutabile del suo amore, talora permette che siano provati dal dolore per condurli a un bene più grande.

Cari amici, preghiamo Maria Santissima, che ci accompagna nell’itinerario quaresimale, affinché aiuti ogni cristiano a ritornare al Signore con tutto il cuore. Sostenga la nostra decisione ferma di rinunciare al male e di accettare con fede la volontà di Dio nella nostra vita.

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