Archive pour la catégorie 'accademia per la vita'

IL NON NATO COME PAZIENTE

dal sito:

http://www.zenit.org/article-26065?l=italian

IL NON NATO COME PAZIENTE

Intervista a José María Pardo, medico e teologo

PAMPLONA (Spagna), giovedì, 24 marzo 2011 (ZENIT.org).- “In uno stesso ospedale si abortiscono feti di 24 settimane di gestazione, mentre nell’Unità di terapia intensiva neonatale si cerca di salvare la vita dei prematuri della stessa età”, racconta José María Pardo, medico e teologo dell’Università di Navarra.
Nel libro “El no nacido como paciente”, il sacerdote illustra le proposte chiave della sua tesi, diretta dal presidente della Pontificia Accademia per la vita, il vescovo Ignacio Carrasco de Paula.
In questa conversazione condivide con noi le conclusioni della sua ricerca.
Il suo libro pone un paradosso: si effettuano aborti in donne in avanzato stato di gravidanza e si fa di tutto per salvare i bambini prematuri della stessa età. Come si spiega questa contraddizione. Cosa dice questo sulla società attuale?
José María Pardo: Spesso si sente dire che gli elementi più apprezzati nell’attuale società occidentale sono l’efficacia e l’estetica dell’apparenza (il “look”). All’interno di questa mentalità del “carpe diem”, il non nato – e soprattutto quello che presenta qualche anomalia – può apparire come un “clandestino a bordo”, un intruso che dà fastidio e di cui bisogna disfarsi. Per questo non sorprende che si impieghi la conoscenza medico-scientifica più avanzata per distruggere la vita incipiente. Per questo non sorprende che una madre, pur vedendo il piccolo corpo di suo figlio, possa decidere, di fronte a una disabilità, di chiudere gli occhi e abortire. Così come non sorprende che si impieghino grandi quantità di denaro per ripopolare la faccia della terra di specie animali in via di estinzione e non si investa abbastanza per salvare le molte vite umane concepite e non nate. In uno stesso ospedale si abortiscono feti di 24 settimane di gestazione in una sala parto, mentre nell’Unità di terapia intensiva neonatale si cerca di salvare la vita dei prematuri della stessa età. È il mondo al contrario.
Uno dei suoi obiettivi è quello di chiarire chi sia il non nato. Si può dire che l’embrione sia umano tanto quanto lo sia qualunque persona nata? Che implicazioni comporta questa considerazione?
José María Pardo: Sebbene possa sorprendere, una delle maggiori sfide della bioetica, alle soglie del XXI secolo, è quella di mostrare l’evidente, la realtà. E libro intende rispondere a questa sfida appassionante. La mia intenzione è stata quella di attraversare i pochi centimetri di pelle che ricoprono il ventre materno, o – in altre parole – di cercare di renderlo trasparente, di trasformarlo in un utero di cristallo.
Quando uno bussa a questo mondo sconosciuto, dall’esterno, si sorprende e si meraviglia della grandezza della vita nei suoi primi stadi. Il non nato non parla come noi, non ragiona come noi, non pesa come noi, ma è esattamente come noi: mangia, sente, sogna, prova dolore, piange, gioca, può essere sottoposto a trattamento medico o diagnostico, ecc. In definitiva, è uno di noi.
Uno dei capitoli parla della sofferenza del feto. Esistono prove che dimostrano che il feto può soffrire?
José María Pardo: Il dolore fetale è attualmente oggetto di numerosi studi in ambito scientifico. È una nuova sfida della medicina. Dando uno sguardo approfondito alle principali riviste scientifiche che trattano questo tema, si può concludere che ogni giorno risulta più evidente che al secondo trimestre di gestazione (dalla 24° settimana ma possibilmente anche dalla 16°) il feto reagisce a stimoli stressanti che se non vengono attenutati possono causare danni, a breve, medio e lungo termine, alle funzioni organiche (problemi cerebrali, cardiovascolari, scheletrici e viscerali), alla nocicezione e allo sviluppo neurocomportamentale.
Affermare con certezza che nelle tappe precoci della vita umana non è presente la percezione del dolore, significa disconoscere importanti fatti clinici e scientifici. Inoltre, in caso di ragionevole dubbio, è preferibile alleviare lo stress e il dolore con l’analgesia, anziché esporre il feto al rischio di gravi lesioni per il futuro.
Suscita attenzione la sua proposta di considerare l’embrione/feto come un paziente. Che conseguenze etiche avrebbe questa ottica, per la responsabilità del medico?
José María Pardo: L’ostetricia è l’arte e la scienza dell’assistenza a due pazienti contemporaneamente: il non nato e la gestante. Ciò che ho cercato di rendere evidente è che nel rapporto tra il medico, la gestante (e il coniuge) e il concepito, la figura del professionista sanitario non è un elemento neutro, ma gioca un ruolo determinante. Anche se compete ai genitori, in prima istanza, prendere le decisioni per la cura della vita e del benessere dei figli, il lavoro e la vicinanza del medico sono necessari. La sua missione è quella di aiutare i genitori a compiere scelte mature, libere e responsabili sulla vita prenatale.
Le tecniche diagnostiche e terapeutiche possono essere un’arma a doppio taglio quando sono applicate alla medicina prenatale. Come è possibile farne un buon uso?
José María Pardo: La differenza sta tra il “conoscere per curare o migliorare le condizioni di salute del feto o della gestante” e il “conoscere per disfarsi di ciò che non soddisfa le aspettative dei genitori”. È molto diverso fare un’ecografia con l’intenzione di abortire qualora il feto presenti qualche malattia, o fare un’ecografia e continuare la gravidanza fino alla morte naturale della creatura malata. Dobbiamo sapere che in molti luoghi si stanno individuando i feti portatori di anomalie, non per cercare di curarli, ma per poterli eliminare. La diagnosi prenatale viene applicata seguendo una “politica genetica”, per individuare ed eliminare i feti colpevoli di essere malati o di non soddisfare le aspettative dei suoi genitori.
Talvolta, comunicare ai genitori che il figlio può essere affetto da qualche malformazione, disabilità o sindrome, porta alla decisione di abortire. Che accorgimenti può adottare il medico per evitare questo passo?
José María Pardo: Di fronte alla diagnosi di una patologia embrio-fetale, la vita prenatale (l’embrione, il feto), più che un caso clinico o un insieme di sintomi, è un paziente, un tu, fragile, che si trova in una situazione di necessità e di dipendenza. Da qui la necessità di mettere al centro del rapporto la vita umana non nata e non la malattia. In molti casi, gli operatori sanitari dovranno fare le veci dei “nonni”, aiutando i genitori nel processo di avvicinamento e di conoscimento di quel figlio malato che si distanzia dalle loro aspettative e dai loro sogni.
Come dicevo prima, la medicina è in grado di trattare molte malattie fetali: ipotiroidismo, anemia, aritmie fetali, spina bifida, reflusso vescico-ureterale, ernia diaframmatica, ecc. Ma persino quando al feto viene diagnosticata una malattia incompatibile con la vita, la medicina può fare qualcosa. Quando un bambino deve entrare in una camera buia si possono fare due cose: accendere la luce, o prenderlo per mano ed entrare con lui. La scienza medica dà la luce necessaria attraverso il medico che deve fare tutto il possibile per curare. Quando non è possibile illuminare il buio, si prende per mano e si accompagna: insieme si ha meno paura.
Che atteggiamento si deve avere di fronte a un feto terminale?
José María Pardo: Non si può dire “non c’è nulla da fare”. Si può invece accompagnarlo fino alla sua fine naturale pre o post-natale, insieme ai suoi genitori e familiari, dandogli ciò di cui ha bisogno (analgesici per esempio), senza cadere nell’accanimento terapeutico. Il feto terminale è un individuo della specie umana, uno di noi, che ha bisogno di morire con dignità.

Publié dans:accademia per la vita |on 25 mars, 2011 |Pas de commentaires »

B. MAGGIONI : DIO PARLA DELLA VITA

dal sito:

http://www.academiavita.org/template.jsp?sez=Pubblicazioni&pag=testo/cultvita/maggioni/maggioni&lang=italiano

B. MAGGIONI
 
DIO PARLA DELLA VITA 

Sono convinto che Dio parli della vita in diversi modi. Nel mio discorso, però, mi soffermo sulla Parola di Dio « scritta », Antico e Nuovo Testamento. Mi interessa soprattutto una domanda: qual è  la radice che nel discorso biblico costituisce il fondamento ultimo che dà senso e dignità alla vita di ogni uomo? Non soltanto senso e dignità alla vita riuscita e promettente, ma anche alla vita « ferita »? Come si sa, il cammino biblico può apparire frammentario, lungo, persino tortuoso. La verità non sta nella somma si tutti i particolari che emergono, ma nella logica che guida l’intero cammino, che rimane ferma anche nel variare delle situazioni, che via via si chiarisce e trova il suo compimento nell’evento di Gesù Cristo.
La prospettiva scelta- indubbiamente limitata e tuttavia essenziale- mi libera da alcune preoccupazioni, come l’analisi dei singoli testi, delle situazioni storiche in cui si collocano, della loro genesi. Nulla di questo, non faccio esegesi, ma teologia biblica. Mi interessa la sintesi.

LE COORDINATE

Ritengo utile iniziare la conversazione elencando alcune coordinate che costituiscono la griglia entro la quale il discorso biblico si è svolto, sia pure non sempre con la stessa chiarezza. Sono notissime e basta elencarle.
Fin dall’inizio la Bibbia è convinta che la vita sia molto di più della semplice esistenza. Paradossalmente il vangelo dirà che per avere la vita occorre anche saper perdere l’esistenza (Mc 8, 34)! La Bibbia è poi particolarmente colpita da quelle manifestazioni della vita che possiamo descrivere come movimento e vivacità. La vita è qualcosa che cresce e si sviluppa, dic4e pienezza e intensità. Per questo il vocabolo ebraico è al plurale, appunto per sottolineare la pienezza e la intensità. La Bibbia è convinta che occorre allargare la vita, non solo allungarla. In proposito si può leggere Prov. 3, 16-18.
La concezione biblica della vita si costruisce entro una concezione unitaria dell’uomo. Nessun dualismo, né fra spirito e corpo, né fra individuo e società. Per la Bibbia non è possibile alcun dualismo, perché vede sempre l’uomo nella sua inscindibile unità.
Il tratto biblico più tipico e più ricco è certamente il legame tra Dio e la vita. Dio è il Vivente, e la vita è il dono più prezioso che sgorga dal suo amore gratuito e fedele. In mille modi si sottolinea che la vita è dono, e come tale da vivere in gratitudine e letizia. La parola vita è sempre unita ai verbi che indicano l’azione salvifica di Dio: donare, redimere, custodire, disporre, fare. Il racconto di Genesi 2 narra che « Il Signore modellò l’uomo con la polvere del terreno e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e così l’uomo divenne un essere vivente. Il racconto sacerdotale (Genesi 1) narra invece che il sesto giorno Dio disse: « Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza » (Genesi 1, 26); e per assicurare all’uomo la sua benedizione.
Non soltanto la creazione dell’umanità nel suo insieme, ma anche l’apparire di ogni singola persona e di ogni singola vita viene ricondotta dalla Bibbia all’attività creatrice e operosa di Dio. Per la Bibbia l’uomo non comprende a fondo se stesso se non ha questa consapevolezza: egli trae la propria origine da una decisione nella quale egli non ha preso parte. All’origine di ogni uomo c’è la gratuità dell’amore di Dio, la libertà di un gesto di amore.
In proposito si possono leggere testi bellissimi, come il salmo 139 e Giobbe 10, 8-12. E’ in questa gratuità originaria che sta la ragione vera che dà senso e dignità a ogni uomo vivente. E in questa gratuità è racchiusa la « promessa » della fedeltà di Dio all’uomo, a ogni  singolo uomo, una fedeltà che non può venir meno iin nessuna circostanza.
Nella concezione dell’uomo immagine di Dio sono contenute alcune affermazioni di grande rilievo. La prima è che la vita discende da Dio ed è suo dono, sua immagine e sua impronta. Dio è l’unico padrone della vita, e perciò questa è una realtà intoccabile, sottratta al potere di qualsiasi uomo. Benedicendo Noé alla fine del diluvio, Dio disse: « Della vita dell’uomo domanderò conto alla mano dell’uomo, alla mano d’ogni suo fratello… perché quale immagine di Dio Egli ha fatto l’uomo (Gen 9, 6-6) ».
Una seconda affermazione è che l’uomo si colloca al vertice della creazione. L’uomo è qualcosa di unico. E’ certo imparentato con la creazione ed è solidale con tutte le creature, ma in lui c’è un di più: appunto l’essere immagine di Dio. E questo vale per qualsiasi uomo, al di là di ogni possibile differenza (si veda il salmo 8). Immagine di Dio non è qualcosa che si aggiunge alla creaturalità, ma esprime piuttosto il significato profondo di tale creatura di Dio. E si riferisce all’uomo nella sua totalità, non a una parte di essa o a una sua qualità.
Una terza affermazione è che la vita è da vivere nell’obbedienza. Immagine dicerelazione, realtà riflessa, obbedienza appunto. Dono di Dio, la vita si sviluppa rimanendo in comunione con la sua sorgente, si mortifica allontanandosene. Più semplicemente, molti passi biblici legano la promessa della vita all’osservanza dei comandamenti: per esempio Deut. 31, 15-16. In altri termini meno immediatamente religiosi, diremmo che lo sviluppo della vita è legato a una corretta impostazione della vita stessa. Con grande acutezza i profeti hanno sempre tentato di strappare Israele da progetti autonomi, e di distoglierlo da sicurezze troppo umane, ferme, fosero pure religiose. Bisogna invece abbandonarsi fiduciosamente nelle mani di Dio: « Cercate me e vivrete », dice il profeta Amos (5, 4ss). Per vivere pienamente occorre il coraggio di abbandonarsi in avanti, alla vita che ci viene incontro. E per questo non soltanto nella prospettiva di un mondo futuro (un dato che nell’Antico Testamento è nebuloso) ma anche nello svolgersi della vita mondana.
Ma dove scorge- di fatto- l’uomo biblico la sua grandezza e la sua consistenza? Con grande chiarezza risponde a questa domanda cruciale il salmo 8, che si presenta come il frutto maturo di una lunga meditazione sulla creazione e sul rapporto Dio e uomo. Il salmista trova la grandezza e la solidità dell’uomo nel fatto che Dio si ricorda di lui. Non nella bellezza dell’uomo, o nella forza, o nell’intelligenza. E’ l’amore di Dio che dà dignità all’uomo. L’esperienza più profonda dell’uomo biblico è lo stupore di essere ricordato da Dio.
L’ultima coordinata a cui voglio accennare, tanto importante da costituire in qualche modo la spina dorsale dei discorso (e perciò già ripetutamente accennata), è il rapporto di fiducia fra l’uomo e Dio: una fiducia nella sua promessa tanto solida che le molte smentite la purificano, ma non la fanno crollare. Nelle pagine bibliche, anche nelle più angosciate, quelle che sembrano esprimere l’abbandono di Dio, la fiducia nella sua fedeltà resta sempre, magari sotterranea. Questa fiducia è persino presente nel racconto di Abramo che obbedisce a Dio sino ad essere disponibile al sacrificio del figlio.
Certamente non mancano nel percorso biblico comportamenti divergenti da quanto sin qui detto: violenza contro il nemico, sterminio di città straniere, uccisioni, anche qualche episodio di suicidio. Questi comportamenti non compromettono, però, il discorso essenziale. Dicono invece la difficoltà della sua maturazione e la fatica di superare le molte remore culturali. In ogni caso, non è alla luce di questi comportamenti che va inteso il discorso centrale, ma viceversa. 

TIPOLOGIE 

Dopo le coordinate (alle quali ho forse dato uno spazio eccessivo) è utile riguardare il percorso anticotestamentario attraverso le varie situazioni che l’uomo biblico ha incontrato. Ne elenco alcune brevemente:
-   l’uomo che vive una vita riuscita che giunge al suo termine naturale;
-   la vita interrotta che si conclude con una morte prematura, a volte violenta;
-   una vita colpita: la sofferenza innocente (Giobbe);
-   una vita insoddisfacente e tuttavia umanamente riuscita, priva di senso in se stessa, quasi una promessa delusa (Qohelet);
-   il martirio.

Certamente queste varie situazioni suscitano modi differenti di affidarsi alla vita. Ma la cosa interessante -e per noi essenziale- è che l’uomo biblico, in tutte le situazioni, ha sempre cercato rifugio nella fedeltà di Dio. 

L’EVENTO DI GESÙ CRISTO E LA VITA 

Il Nuovo Testamento non pone al centro della sua rivelazione l’uomo, ma come Dio guarda l’uomo: il suo amore per l’uomo, la sua alleanza con l’uomo, il suo condividere l’esistenza dell’uomo. Ovviamente questa rivelazione -che riguarda anzitutto Dio- getta una luce impensabile, nuova, sull’uomo. Elenco alcuni aspetti che direttamente ci possono interessare.
Il Figlio di Dio si è fatto « carne » (1, 14), si legge nel prologo di Giovanni. Carne non è certo la condizione di peccato, ma neppure semplicemente la natura umana: è la natura umana nella sua caducità, nella sua storicità, nella sua corporeità e nella sua mondanità. Il Figlio di Dio ha assunto la vita dell’uomo nella sua piena realtà. E così viene posto di nuovo il fondamento della dignità della vita dell’uomo nella sua totalità. Dopo l’incarnazione dei Figlio di Dio al cristiano è preclusa ogni fuga lontano dal mondo. Neppure il peccato può servire come alibi per la denigrazione della vita dell’uomo nel mondo.
Per il Nuovo Testamento non ci sono due esistenze parallele (spirituale e materiale), tanto meno un’esistenza spirituale imprigionata nel corpo e da esso impedita, e neppure due esistenze concepite semplicemente come un prima e un poi, ma un’esistenza unitaria, quella che già ora si vive, destinata però a sfociare nell’eternità e nella piena comunione con Dio. S. Giovanni, con la sua ripetuta espressione di vita eterna -da intendere come partecipazione già ora della vita divina, qualitativamente tale da vincere la morte- indica che la ragione (o il senso) della vita non è solo da cercare al di fuori di essa, nel suo destino futuro, ma è già dentro di essa: certo un senso ricevuto, ma già presente.
Se poi osserviamo le precise modalità storiche dell’esistenza vissuta dal Figlio di Dio, allora comprendiamo anche che Egli ha assunto il volto dell’uomo deriso, del sofferente, del perseguitato, del nemico, persino dell’uomo considerato peccatore e malfattore. Tutto questo mostra che nessun uomo, chiunque sia e qualsiasi cosa abbia fatto, può essere privato della sua dignità di amato da Dio. Proprio perché radicata nel gratuito amore di Dio, la dignità dell’uomo è inalienabile e incondizionata.
Gesù esige, poi, esplicitamente il massimo rispetto per l’uomo e considera come diretti a se stesso tanto l’amore quanto l’offesa (Mt 25, 21 ss). Un Dio pensato come lontano può permettere di manipolare l’uomo, ma un Dio che si fa uomo non lo permette.
Il Nuovo Testamento apre la vita dell’uomo su orizzonti vastissimi, sconfinanti nello stesso mistero di Dio, il mistero trinitario. E’ sempre il gratuito amore di Dio che apre all’uomo questi ulteriori impensati orizzonti. E così la vita è tutta segnata dalla gratuità: dono gratuito nel suo primo sorgere e dono gratuito nella sua elevazione. In qualche modo anche nell’Antico Testamento si pensava la vita -nel suo nocciolo più profondo- come comunione con Dio. Ma ora si parla di partecipazione alla stessa vita divina. E tutto questo è molto importante per comprendere la vita. Se si limita lo sguardo al solo tempo presente, o anche se si chiude lo sguardo dentro lo spessore naturale dell’uomo, trovare un senso alla vita resta obiettivamente più difficile. Bisogna alzare lo sguardo verso Dio, della cui vita l’uomo partecipa.
E siccome la vita di Dio è un dialogo di comunione e di amore (Trinità), ne consegue che anche la vita dell’uomo -inserita nel dialogo trinitario- si manifesta e si sviluppa nell’amore e nella comunione. Ha ragione S. Giovanni di scrivere nella sua lettera (3, 14): « Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, poiché amiamo i fratelli ». Vita è la novità dell’amore di Dio che in Cristo afferra la persona in tutta la sua interezza, rinnovandola, aprendola verso una impensata dignità.

LA CROCE/RISURREZIONE DI GESÙ

Ma per capire la vita bisogna capire la Croce e, ovviamente, la risurrezione. Senza la Croce mancherebbe la chiave per comprendere le contraddizioni dell’esistenza, troppe cose dell’uomo resterebbero senza senso. La Croce non sopprime le realtà negative della vita, ma ne suggerisce una diversa lettura.
Accettando la via della Croce, Gesù ha condiviso della vita dell’uomo il peso e la tentazione, il fallimento e la sofferenza, lo sconcerto di fronte a una vita interrotta, l’abbandono. Così la Croce di Gesù è il luogo in cui il mistero dell’esistenza si rispecchia, in un certo senso si ingigantisce, e poi si risolve. Morendo in Croce, Gesù si è veramente posto al centro del mistero dell’uomo e di Dio, là dove la vita sembra smentita e Dio contraddire la sua promessa. Ma la Croce/risurrezione trasforma tutte le contraddizioni in rivelazione. Le tre grandi alienazioni dell’uomo, che sembrano sconfiggere la vita privandola di senso e dignità (il peccato, la sofferenza e la morte) trovano una diversa comprensione: il peccato è perdonato, la morte è vinta dalla risurrezione, la sofferenza si tramuta in solidarietà e riscatto. Così il vangelo è persuaso che per trovare un senso positivo della vita, non solo nonostante le sue alienazioni, ma addirittura dentro le sue alienazioni, è necessario confrontarsi con la Croce di Gesù.

Publié dans:accademia per la vita |on 31 août, 2010 |Pas de commentaires »

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