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«L’EMBRIONE NELLA BIBBIA, GERME DI VITA DELL’UOMO»

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«L’EMBRIONE NELLA BIBBIA,  GERME DI VITA DELL’UOMO»

Così l’arcivescovo Ravasi nella prolusione al secondo « Convegno internazionale »: «Ontogenesi e vita umana».

Il vescovo Sgreccia: «È soggetto dotato di « logos », in quanto è persona».

Da Roma, Luigi Dell’Aglio (« Avvenire », 16/11/’07)

«Sei tu che mi hai intessuto nel grembo di mia madre. Il mio scheletro non ti era nascosto quando fui confezionato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Anche il mio embrione i tuoi occhi l’hanno visto». Monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del « Pontificio Consiglio della Cultura », nella prolusione che è stata letta al secondo Convegno internazionale « Ontogenesi e vita umana » presso il Pontificio Ateneo « Regina Apostolorum », cita il Salmo 139 per ricordare che nella Bibbia l’embrione è menzionato, con un termine ebraico rarissimo, « golmi », che indica «qualcosa di arrotolato o cilindrico». È la «denominazione simbolica di ciò che chiamiamo embrione»: di fatto, già una persona umana a tutti gli effetti. Perché «quel piccolo germe di vita» ha caratteristiche precise. Si tratta di «un’unità inscindibile, un processo unitario e coerente, compatto e armonico con la meta da raggiungere, la persona umana». «Nel tuo libro erano scritti tutti i giorni che furono formati, quando ancora non ne esisteva uno» prosegue il testo biblico. Analogamente, monsignor Elio Sgreccia, presidente della « Pontificia Accademia per la Vita », definisce l’embrione umano un soggetto dotato di « logos uti persona », cioè – ribadisce – «in quanto è persona». Nell’indirizzo di saluto, Pedro Barrajòn, rettore dell’ateneo, aveva notato che il « Convegno » si è aperto nel giorno di Sant’Alberto Magno, teologo e anche cultore di scienze naturali, patrono degli scienziati e maestro di San Tommaso. Una ricorrenza adatta a confermare che scienza, filosofia e teologia debbono praticare « l’ascolto dell’altro », quello che è l’obiettivo del « Progetto Stoq » (« Science, Theology and the Ontological Quest »). Questo progetto è erede della « Commissione di Studio del Caso Galileo », dalla quale, dice Ravasi, scaturì un’importante lezione: favorire un maggior dialogo «fra discipline rimaste troppo a lungo ignare del lavoro e dei risultati altrui, come sono le scienze naturali e la teologia». Il « Caso Galileo » e altri « tristi » episodi simili spiegano «quanto tragica possa risultare la reciproca incomprensione». Perciò Ravasi consiglia di affrontare il tema di questo convegno «non da posizioni « preconcette », non per alimentare inutili polemiche, ma semplicemente per rispondere,da diversi punti di vista, complementari ma non opposti, alla grande domanda: che cosa è l’uomo?» C’è chi si sorprende quando la scienza fa scoperte che non coincidono con il mondo descritto dalla Bibbia. Ma le scritture, osserva Ravasi citando sant’Agostino, non ci dicono «come vanno il Sole e la Luna. Il Vangelo voleva formare dei Cristiani, non dei matematici». Gli equivoci sulla questione delle origini, scrive Fiorenzo Facchini citato da Ravasi, nascono dalla pretesa (degli scienziati) di negare ciò che la scienza non può darci (cioè la dimostrazione dello spirito) o di far dire alla Bibbia quello che essa non vuol dire (verità scientifiche). Da queste premesse deve partire la discussione a tre, tra filosofi, teologi e scienziati. Da anni è disputa accanita sull’embrione e sull’evoluzione della specie umana. Elio Sgreccia descrive lo scenario. C’è chi spinge per fare della specie umana un complesso «programmato e artificiale». Molti scienziati pensano di usare l’embrione perché lo considerano «un mucchietto di cellule», e invece è una persona. E molti interpretano l’evoluzione come un processo governato esclusivamente dal caso. «Ma il caso è soltanto una lacuna della nostra conoscenza, non è una realtà» replica il presule. «È casuale ciò di cui non possiamo fornire una spiegazione completa». E poi c’è da chiarire che «molti eventi sono contingenti, nel senso che potevano non accadere, non nel senso che avvengono a caso». Quanto al « creazionismo scientifico », Sgreccia è dell’opinione che sia meglio lasciare la ricerca agli scienziati. Purché resti nitido il concetto che è l’uomo il fine di tutto il creato, il risultato di una « creatio in fieri ». «Il mondo non è uscito dalle mani del Creatore interamente compiuto».

 

PAOLO VISTO DA LUCA

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UN ANNO CON SAN PAOLO

PAOLO VISTO DA LUCA

Carlo Ghidelli – Arcivescovo di Lanciano – Orlona

È risaputo che Luca è stato discepolo di Paolo, avendolo seguito durante alcuni suoi viaggi missionari. La sua fortuna consiste proprio nell’aver potuto crescere alla scuola di Paolo, ascoltandone la predicazione e facendo tesoro dei suoi insegnamenti. Se Luca ha ritenuto opportuno scrivere, oltre al terzo Vangelo, anche gli Atti degli Apostoli, lo si deve certamente alla ricchezza di notizie che egli aveva raccolto sul conto di Paolo e al desiderio di trasmettere ai suoi lettori quanto aveva imparato direttamente dal suo maestro. Di Paolo Luca ci offre un ritratto un po’ diverso da quello che ricaviamo dalle sue Lettere: non un ritratto totalmente altro, ma certamente un ritratto più sereno, meno drammatico. Luca infatti racconta, mentre Paolo polemizza; ed è ovvio che, cambiando il genere letterario, cambiano anche le fattezze del personaggio in questione. Forse in Luca gioca l’ammirazione per il maestro e il suo affetto per l’apostolo; certamente egli si è lasciato conquistare dalla forte personalità di Paolo e in qualche modo ne è stato plasmato. Ma quali sono i tratti caratteristici di questo ritratto? Anzitutto dal racconto della seconda parte degli Atti, quella appunto dedicata ai viaggi missionari dell’apostolo, emerge un Paolo che ha molto in comune con gli altri apostoli, (anche lui come i Dodici deve dire ciò che ha visto e udito: cfr. At 22,15), ma lui non ha visto le stesse cose (cfr. At 1,22). La manifestazione che segna la sua conversione è messa in relazione più con altre manifestazioni successive (cfr. At 26,16) che non con le apparizioni ai testimoni nel corso dèi quaranta giorni (cfr. At 1,3). Luca mostra di essere pienamente consapevole di questo fatto ed è forse questa la ragione per la quale egli ha ritenuto suo imprescindibile dovere rendere testimonianza scritta e perenne della viva predicazione di Paolo quale, in parte almeno, egli ha potuto ascoltare. In secondo luogo il Paolo di Luca presenta un’altra nota caratteristica, quella della ufficialità. Mi spiego: Luca riferisce spesso e volentieri ciò che Paolo ebbe a dire e a fare dinanzi alle pubbliche autorità, sia giudaiche (cfr. At 22,1 ss.) sia romane (cfr. At 24,10 ss.; 25,10 ss.; 26,2 ss.); e ciò non emerge in modo altrettanto forte dalle Lettere di Paolo. Questo rilievo ci porta a considerare la rilevanza e l’incidenza sociale che ebbero sia la predicazione sia la presenza di Paolo nei diversi ambienti da lui praticati. Ne risulta che con Paolo il cristianesimo ha varcato decisamente i confini, non solo geografici, della Palestina e, potremmo dire, ha acquisito diritto di cittadinanza nel mondo intero. Questo è il grande vanto di Paolo, non quello di avere inventato o fondato il cristianesimo. Infatti, mentre il genere letterario dei Vangeli è come un unicum nella letteratura antica, quello delle lettere è invece un genere letterario assai comune e quelle di Paolo non hanno nulla da invidiare, per esempio, alle lettere di Seneca. Paolo per Luca costituisce il modello numero uno della missionarietà: nessun apostolo, neppure Pietro che pure ha ricevuto da Gesù il massimo incarico, ha espresso un’ansia missionaria pari a quella di Paolo: instancabile, capace di assommare il lavoro quotidiano alle fatiche della predicazione, sempre pronto a pagare di persona, per amore di colui che lo ha afferrato e strappato da ogni altra attrattiva. «Ecco, ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni» (At 20,22-23). È con questa convinzione che Paolo affronta ogni singola tappa dei suoi viaggi missionari. Rileggendo i racconti lucani dei viaggi missionari di Paolo, se si leggono – come è doveroso fare – in profondità, si ricava un’altra impressione: in essi Paolo appare piuttosto come colui che si è dedicato in primissimo luogo alla plantatio ecclesiarum, cioè alla piantagione della Chiesa di Cristo nelle varie città e regioni pagane nelle quali arrivava come predicatore. Glielo ha detto Gesù stesso: «Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani» (At 22,21). Paolo non è stato un costruttore di Chiese, ma un suscitatore di comunità ecclesiali, che poi ha affidato ad alcuni suoi discepoli e collaboratori. Ma è soprattutto nel discorso agli anziani di Efeso che Paolo ha fatto venire a Mileto (cfr. At 20,18-35) che noi possiamo cogliere quella profonda spiritualità missionaria che lo rende modello insuperabile per ogni evangelizzatore. Per Paolo essere missionario vuol dire assumere l’atteggiamento del servo-schiavo che non può sottrarsi al mandato ricevuto (cfr. anche 1Cor 9,1618); vuol dire sopportare ogni genere di prove per amore del Vangelo; vuol dire non risparmiarsi mai per nessun motivo nelle fatiche fisiche; vuol dire affidarsi in piena fiducia ai disegni della divina provvidenza; vuol dire offrire tutto se stesso in sacrificio gradito a Dio; vuoI dire saper rinunciare a tutto pur di guadagnare qualcuno a Cristo; vuoI dire resistere ai lupi rapaci che cercano solo di danneggiare il gregge; vuoI dire vegliare giorno e notte nella preghiera e nella custodia di coloro che sono stati affidati alle sue cure di pastore; vuol dire esortare e scongiurare nel nome del Signore; vuoI dire credere nella efficacia della Parola; vuol dire testimoniare il proprio disinteresse intrecciando lavoro e predicazione; vuol dire infine porre la propria gioia nel dare più che nel ricevere. A ragione questo discorso è stato qualificato da Jacques Dupont come il testamento pastorale di Paolo perché, a ben considerare, esso racchiude le regole principali di un’azione pastorale ineccepibile. Non è affatto difficile riconoscere in questo discorso i tratti essenziali della spiritualità di san Paolo, tratti che, ovviamente, dovrebbero essere anche quelli della spiritualità di ogni pastore d’anime.

UN ANNO CON SAN PAOLO – CAPITOLO TERZO – PAGINE AUTOBIOGRAFICHE

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UN ANNO CON SAN PAOLO – CAPITOLO TERZO – PAGINE AUTOBIOGRAFICHE

 Carlo Ghidelli – Arcivescovo di Lanciano – Orlona  

Chi, nell’intraprendere questo cammino, vuol partire con il piede giusto, farà bene a individuare prima le pagine autobiografiche di Paolo: sono molte e tutte assai belle. Mettendole insieme, una dopo l’altra, si possono ricostruire praticamente tutte le tappe della sua vita e della sua ricerca. È un suggerimento che mi permetto di dare a coloro che sono seriamente intenzionati a conoscere le Lettere di Paolo e non hanno strumenti tecnici e scientifici appropriati. Forse questa è l’unica strada percorribile: chi l’ha già percorsa ne ha ricavato grandi frutti. Tra le molte pagine in cui Paolo parla di se stesso ne scelgo una perché mi sembra la più completa e la più significativa: si tratta di Filippesi 3,1-14. Qui l’autore distingue in modo estremamente chiaro tre momenti della sua vita: il passato (vv. 4-6), il presente (vv. 7-11) e il futuro (vv. 12-14). Dovremmo imparare anche noi, almeno nei momenti più importanti della nostra piccola storia personale, a rileggere la nostra vita alla luce della parola di Dio, se non altro per ringraziare dei doni ricevuti e per chiedere perdono della mancanze commesse e delle omissioni fatte; sempre comunque per innalzare il nostro inno di lode e di ringraziamento al Signore. Paolo non ha mai rinnegato il proprio passato di giudeo, ma solo qui enumera tanti titoli: « Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge, quanto a zelo persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’ osservanza della legge» (vv. 5-6). Come Saul, primo re d’Israele di cui porta il nome, Paolo discende dalla tribù di Beniamino, benemerita fra tutte le tribù perché rimasta sempre fedele alla dinastia di Davide. Come tanti suoi coetanei Paolo si era totalmente dedicato al culto di Dio in modo settario e cieco. Come tanti altri ebrei Paolo aveva considerato un privilegio irrinunciabile quello di appartenere alla religione ebraica. Come tanti altri farisei Paolo praticamente aveva fatto della legge – la Torah – un idolo, e ne era divenuto schiavo, con tutte le conseguenze. Per il presente, Paolo si sente portato ad adottare criteri valutativi del tutto nuovi; si direbbe che egli ha dovuto sovvertire la scala dei valori: «Quello che poteva essere per me un guadagno l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo» (v. 7). Ancor più: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (v. 8). Anche per noi, come per lui, si tratta di sapere chi sta al centro della nostra vita, chi abbiamo deciso di mettere al vertice della nostra ricerca. Se è Gesù, allora tutto, nella nostra vita, prende un senso, cioè un significato e un orientamento nuovo; tutto finirà col contribuire alla nostra crescita umana e alla nostra maturità cristiana. Quanto al futuro, Paolo non si avventura in previsioni avventate; si accontenta solo di tenerlo intimamente connesso con il suo presente: «Non che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perlezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (v. 12). Sembra essere questo l’unico modo corretto anche per noi se vogliamo preparare un futuro che non sia pieno di sorprese negative, bensì ricco dei doni di Dio, quei doni che il Signore, nella sua bontà misericordiosa, non ci lascerà certamente mancare. Nell’epistolario paolino, oltre a questa ci sono molte altre pagine autobiografiche, dalle quali conviene partire per una lettura sistematica dell’intera sua produzione letteraria. Una volta fatto questo primo passo e superate le prime difficoltà, sarà più facile leggere una per una le sue Lettere e comprenderne il significato profondo. Infatti, solo chi si è familiarizzato con il linguaggio e con la psicologia di Paolo può permettersi di leggere le sue Lettere, anche le più difficili; e capirle, entrando In profonda sintonia spirituale con chi scrive. Un’altra annotazione si impone: quella che noi andremo a comporre non sarà una mera elencazione dei dati biografici di Paolo ma sarà quasi una autobiografia spirituale dell’apostolo, tale cioè da farci conoscere la sua identità vera e profonda, quella che egli, a partire dal grande evento di Damasco, ha man mano acquisito per tappe progressive, passando attraverso molteplici prove ed esperienze mistiche che lo hanno assimilato a Cristo, suo Signore.

 

DIO TRINITÀ, LA NOSTRA DIMORA: L’ESPERIENZA DI DIO IN CHIARA LUBICH – DI KLAUS HEMMERLE

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DIO TRINITÀ, LA NOSTRA DIMORA: L’ESPERIENZA DI DIO IN CHIARA LUBICH

RACCONTAMI DEL TUO DIO

DI KLAUS HEMMERLE

Riproponiamo qui l’ultimo contributo del vescovo Hemmerle che tre redattori della rivista “Das Prisma” hanno raccolto il 16 gennaio 1994, a pochi giorni dalla sua morte, dalla viva voce del vescovo di Aquisgrana. Nel trascrivere la registrazione sono state apportate solo lievi modifiche di stile. Avevamo pubblicato questa testimonianza sul n. 1/1995 della nostra rivista interamente dedicato a lui.

Tutto il valore e la novità del Movimento dei focolari consiste, a mio avviso, in una sua specifica esperienza di Dio. Essa è legata alla persona di Chiara Lubich ed è, tuttavia, fin dall’inizio, un’esperienza collettiva. Invece di iniziare assumendo il ruolo d’osservatore o riferendomi agli scritti di lei, preferisco partire dal mio incontro personale con il Movimento da lei fondato.
Nell’estate del ’58 – ero sacerdote da sei anni – partii da Friburgo per recarmi alla Mariapoli di Fiera di Primiero, nei pressi di Trento, per conoscere il Movimento dei focolari. Era il mio primo incontro. Nella Mariapoli tutti cercavano in modo diretto e nuovo di porre il messaggio biblico dell’amore a fondamento di un cristianesimo vissuto alla lettera. Anch’io volsi la mia attenzione a questo punto centrale. Tuttavia, pur non prevedendolo, si schiuse davanti a me, contemporaneamente, un’altra dimensione: la vicinanza e la presenza di Dio in una misura che mai avevo sperimentato prima, nonostante i miei intensi studi teologici.
In quell’anno si era tenuta a Bruxelles l’Expo, l’esposizione mondiale. I focolarini dicevano nel loro modo semplice e schietto: «A Bruxelles hanno dimenticato una cosa: Dio non è stato esposto. Lo vogliamo fare noi, esponendolo nella Mariapoli che perciò si chiamerà l’Expo di Dio, l’esposizione di Dio». Per far questo non hanno avuto bisogno di piani a lungo termine o di mezzi sofisticati. Semplicemente si sono proposti di render visibile Dio con la loro vita. E questo non si poteva certo programmare. Ma siccome da anni essi avevano sperimentato la presenza di Dio nel loro «essere insieme», potevano rischiare di invitare tanti altri a fare questa esperienza. Devo dire che questo proposito divenne realtà, non solo per me, ma per molti altri. Per la prima volta lì ho veramente sperimentato Dio.

Il Regno di Dio è Dio stesso
Già durante i miei studi di teologia avevo ricevuto un primo impulso in questa direzione. Uno dei miei professori ci aveva spiegato ciò che Gesù intendeva realmente quando annunciava il Regno di Dio. In quell’occasione mi si chiarì una cosa: non è un regno che si può delimitare in uno spazio fisico, e non è neppure un sistema di verità e comandamenti, il Regno di Dio è Dio stesso. Dio non è più un orizzonte lontano o principio superiore: in Gesù egli è balzato in questo mondo. Per me fu chiaro che Dio voleva diventare il centro anche della mia vita, affinché anch’io potessi guardare a tutte le cose ed agire partendo sempre da lui. Questo pensiero non mi ha più lasciato. Ma cosa fare? Non potevo trovare spazio per questo, nella mia vita quotidiana. Mi mancava il ponte tra ciò a cui profondamente anelavo e ciò che praticamente mi teneva occupato.
In Mariapoli questo vuoto si colmò di colpo. Dio era semplicemente lì. Penetrava i nostri rapporti reciproci. E venni così irresistibilmente trascinato in questa nuova vita. Mi ricordo di non aver potuto dormire per una notte al pensiero della vicinanza immediata di Dio. Pensai che forse nemmeno i discepoli di Gesù, nella convivenza con lui, potevano aver sperimentato più intensamente la vicinanza di Dio.

Nell’origine c’è già tutto
Questa nuova esperienza di Dio in Mariapoli è tipica del Movimento dei focolari. Essa è fin dall’inizio un’esperienza comunitaria. Anche se Chiara ne fece da sola l’esperienza originaria, ella sentì di doverla comunicare subito alle sue prime compagne: Dio ti ama, Dio è tutto, Dio solo importa! Leggendo il Vangelo alla luce di questa esperienza, si sono così fissati nel 1943/44, nel giro di pochi mesi, i cardini fondamentali della spiritualità del Movimento.
Già nella Mariapoli del ’58 iniziai a capire: non potrò avere accesso a questa spiritualità, se non mi faccio raccontare le sue origini, la sua storia, per poter entrare così nella vita di questa comunità. In essa si schiuse, anche davanti a me, l’esperienza di Dio di Chiara.
Si può avere l’impressione che finora io, invece di trattare il tema che mi è stato richiesto, abbia parlato solo di me stesso. Ma ciò inganna, perché tutto ciò che ho raccontato di me rispecchia l’esperienza di Dio fatta da Chiara. Essa non è tuttavia invenzione di una persona, ma un’esperienza fondamentalmente comunitaria, donata direttamente da Dio. Essa, ancorata in Chiara, si è estesa poi in cerchi concentrici fino ad arrivare, come oggi sappiamo, a tutti i Paesi della terra.

Una nuova esperienza di Dio
A Fiera di Primiero, nella mia prima Mariapoli, ben presto ebbi una fortissima impressione: come se tutto mi dicesse, in quella grande vallata, in quello splendido paesaggio, sotto quel cielo aperto, che Dio è Amore. Non era solo mia questa impressione. Tutti parlavano dell’amore, ed era affascinante parlarne, non era per niente sentimentalismo. In questo entusiasmo non si perdeva di vista però la concretezza della vita. L’amore non era solo un comando, anzi era in primo luogo un dono: Dio è Amore, Dio ti ama immensamente. In questo dono, Dio stesso era completamente diverso da come io l’avevo concepito prima.
Fin allora avevo pensato Dio come il vertice della creazione, punto di fuga di tutte le linee, come quel concetto non concepibile in quanto tale, perché di fronte a questo mistero, noi ammutoliamo. Lì, a Fiera, questo mistero restava, eppure era anche più di questo. Dio, che è Padre, era realtà empirica. Probabilmente, fino a quel momento, non avevo ancora pregato, in vita mia, il «Padre Nostro» a quel modo, ancora non avevo compreso il significato di quel nome «Abbà, Padre». D’un tratto il mondo mi si rivelò come il luogo immenso, eppur conosciuto e sicuro, nel quale Dio ci è Padre e dove noi possiamo affidarci a lui, mettere tutto nelle Sue mani, seguirlo incondizionatamente.
Era questa per me un’altissima sfida, ma ancor più un’affascinante scoperta.
Dio Padre era come il cosmo immenso; anzi non il cosmo, ma – come diceva Chiara – colui che lo contiene e dal quale parte e riecheggia continuamente la parola «Amore», che si concentra all’infinito nell’unico nome: Gesù. Questa fu la mia seconda scoperta.

In Gesù Cristo Dio manifesta se stesso
Mi ricordo che in Mariapoli non si parlava solo dell’amore evangelico, ma con la stessa naturalezza anche di Gesù, tanto che qualche nuovo arrivato poteva sentirsene infastidito: «Gesù, Gesù… non ne posso più di sentirlo nominare. Il prossimo è Gesù, il Papa è Gesù, il delinquente è Gesù e non so ancora quanti altri. Lasciate Gesù essere Gesù, e lasciateci vivere senza questi concetti religiosi così sopraelevati».
Per quanto comprensibile potesse sembrare questa osservazione, dovetti, ad un’attenta analisi, metterla subito da parte. Gesù di Nazareth è veramente venuto per farsi uno con tutta la realtà di questo mondo: con il bambino, con il delinquente, con il filosofo. Per questo parla con fragili parole umane; ma in esse, e ancor più nella sua Persona, Dio manifesta se stesso. Egli condivide la nostra vita, le nostre sofferenze, egli stesso vive e soffre in ogni essere umano a tal punto che tutto il nostro agire e perdere può divenire occasione per incontrarlo, per vivere con lui. Così questo sconfinato orizzonte del Dio ineffabile, che è Amore, è contemporaneamente, in Gesù, un cammino di vita e un punto centrale dal quale si schiude, davanti a noi, la rivelazione.

In Gesù si rivela il Padre
Il Padre si rivela in Gesù che si è fatto uno con tutto e con tutti. Scoprii Gesù come colui che dice in ogni istante e da ogni punto della terra il suo: «Abbà, Padre», e come colui che è sempre e dovunque il volto del Padre a me rivolto. Questo era il mio primo incontro con Gesù che mi svelava chi è realmente: non il grande iniziatore di una religione nel lontano passato, non una delle tante manifestazioni di un’Idea eterna; egli è questo unico Gesù di Nazareth, che ha predicato in Galilea, è morto sul Calvario e che oggi, Risorto, vuole incontrarci direttamente, così come incontrò i primi testimoni della sua risurrezione.
La terza cosa che sperimentai a Fiera, era l’atmosfera della Mariapoli. Se mi si chiede in cosa consista la novità del Movimento dei focolari e della sua spiritualità, non rispondo partendo – e questo può sembrare un paradosso – dai contenuti, bensì dal tentare di definire l’atmosfera che si sperimenta venendone a contatto. È un aspetto importante. Già fin d’allora essa non consisteva nel sorridere un pochino di più o nell’essere gentili gli uni con gli altri. No, essendo amati e donando amore, si veniva presi dentro in questo nuovo stile di vita. Mi ricordavo, come ho già detto, dell’annuncio che Gesù ha portato nel mondo: il Regno di Dio. Capii chiaramente: il mondo non può più andare avanti così. O il Regno di Dio rinnova ogni cosa o il mondo crolla. E il mondo si rinnoverà perché lo Spirito di Dio cambia dal di dentro tutti i rapporti e con essi ogni realtà. Ancor più: compresi che il Padre, l’Amore, e Gesù, il Figlio, si incontrano in uno Spirito che io vorrei definire come l’atmosfera dell’Unità divina. In essa Dio apre uno spazio nel quale anch’io posso entrare per sperimentare il Dio vivente. Io sono il figlio amato e baciato dal Padre; sono il figlio introdotto nel Padre. E il Padre stesso ha aperto il suo seno infinito, perché io possa vivere in lui. Così ho già fin d’ora, durante questa vita, la mia dimora nel Dio trinitario.
Fui stupefatto quando più tardi constatai che questa nuova immagine di Dio, la mia personale esperienza in Mariapoli e nel Movimento dei focolari, corrispondeva esattamente a ciò che Chiara ha svelato, in modo sobrio e comprensibile, in molti scritti e discorsi.

La vita cambia
Che cosa ha provocato questa esperienza di Dio in me? Cos’è cambiato nella mia vita? Ebbene, ho imparato un altro modo di dire io. Penso che dal modo in cui dico io, si vede che cosa, in realtà, dà l’impronta alla mia vita intera: lo dico in modo incerto? cosciente del mio proprio valore? in modo egocentrico?
Chiara aveva sperimentato qualcosa che le faceva dire: «Dio mi ama immensamente». In questa frase si parla anche dell’io, però la frase non comincia con l’io. Non dice neanche: «Io sono quella che è amata da Dio», ma: «Dio mi ama immensamente». Ho capito: è come una corrente che mi travolge e solamente in essa l’io mi perviene. Dall’inizio io sono colui che con gratitudine riceve, sono colui che ascolta la chiamata che ha ricevuto. Dio mi ama immensamente. È così anche per i bambini. La loro prima parola non è io, ma mamma e papà. Solo più tardi, attraverso l’amore dei genitori, imparano a dire io.

Sono chiamato: eccomi!
Mi si è chiarito subito che quell’amore personale di Dio impegna anche il mio io. Sono chiamato, ho responsabilità. Tutto di-pende anche da me. Sono chiamato a fare la volontà di Dio. Dio mi ama immensamente: io sono pronto, io ci sono, io dico di sì. Dire di sì a questa chiamata, quell’eccomi, è stato il passo decisivo e del tutto personale di Chiara, ma è divenuto immediatamente un inevitabile invito per tanti a fare lo stesso passo. Così al «Dio mi ama», si aggiunge in risposta: «Io sono pronto, eccomi!».
Se voglio fare la sua volontà, non occorrono grandi elucubrazioni per arrivare al terzo passo: il mio prossimo. Questi mi viene incontro con la stessa forza esigente di Dio che mi chiama. Perciò è impossibile vivere come se il prossimo non ci fosse. È stato creato da Dio, in lui Dio stesso mi viene incontro. Così all’improvviso scopro nell’altro dei tratti miei – lui è come sono io – ed addirittura dei tratti di Dio, i tratti di Gesù. Visto da questa angolazione il comandamento fondamentale «ama il tuo prossimo come te stesso» è più di una istanza morale. È una conseguenza immediata del guardare l’altro: «Dio ama anche te immensamente». Allora non si tratta di un semplice: faccio a te come tu fai a me. È un passo decisivo in avanti: «Tu sei come Gesù, tu sei Gesù, perché lui ti ha accolto». Per tante persone, fin dai primi tempi del Movimento, sono stati decisiviproprio questi incontri e queste esperienze che facevano dire: «Ho scoperto Gesù nel fratello e nella sorella. Io vivo per te, affinché tu possa vivere. Tu sei Gesù».
C’è un altro passo ancora. Insieme siamo in questo spazio aperto che Dio ci dona come nostra casa. Se viviamo così, amandoci reciprocamente come lui ci ha amato, se questa reciprocità nasce da quest’amore, se ci perdoniamo l’un l’altro, se sappiamo di dover essere uniti fra di noi, allora scopriamo di essere accolti in questo spazio divino dell’unità e di essere avvolti da lui. Percorrendo questa strada arrivo di nuovo lì dove sono giunto con le mie riflessioni sulla Mariapoli del 1958: si tratta di un’unica dimora nella quale viviamo insieme e che ha come centro il Risorto stesso. È la volontà dichiarata, il testamento esplicito di Gesù che «tutti siano uno… affinché il mondo creda» (Gv 17, 21). Ed è la sua promessa: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20).

Il crocifisso come l’icona di Dio
Dopo quello che ho detto finora, si potrebbe sollevare un’obiezione: in questa esperienza di Dio va tutto liscio, senza crisi e senza problemi? Senza nulla togliere al fascino di questa scoperta, devo parlare di una realtà che in un certo qual modo è per Chiara l’altra faccia dell’amore senza fondo e senza limite di Dio: Gesù che nell’abbandono del Padre muore in croce. Qui si trova la chiave che porta al centro della sua spiritualità. Anzi, bisogna dire che la storia del Movimento dei focolari non è nient’altro che la storia di una sempre rinnovata scoperta e di una penetrazione sempre più profonda di questo mistero, che si concentra nel concetto di «Gesù abbandonato».
Già nelle prime settimane della nuova vita, Gesù abbandonato si rivelò a Chiara e alle sue prime compagne come mistero inspiegabile da cui tutto dipende. La comune certezza che «Dio mi ama immensamente» le spingeva alla domanda: dove si è rivelato quest’amore nel modo più radicale? Quasi per caso hanno ottenuto la risposta. Un sacerdote che portava la comunione ad una focolarina ammalata chiese loro: «In quale momento Gesù ha sofferto di più?». Risposero: «Forse sul monte degli ulivi, quando nonostante l’angoscia che l’opprimeva disse il suo sì al Padre». Il sacerdote però le corresse: «No, fu quando sperimentò l’abbandono dal Padre e gridò: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mc 15, 34)». Ed esse subito capirono: questo è stato il momento in cui Gesù ci ha amato di più.

L’unità che contiene la vita trinitaria
Come teologo uno potrebbe chiedere: «È veramente questo il culmine della passione di Cristo?». Ho riflettuto spesso su questa domanda con il risultato di rispondervi con un sì appassionato. Voglio solo accennare al perché. È questa la novità per eccellenza dell’esperienza di Dio di Chiara: in Gesù, Dio è sceso fin dove Dio non c’è più; in Gesù, Dio fa propria l’assenza di Dio fra gli uomini; il suo Amore va fino al punto che – per parlare con San Paolo – si fa peccato e maledizione per noi (Gal 3, 12; 2Cor 5, 21). È infatti impensabile una pazzia d’amore più grande di quella di condividere e sperimentare la lontananza di Dio per amore di coloro che gli sono lontani, fosse anche per colpa loro. Questo supera di gran lunga una teologia che tratta solo di verità e di comandi anche se non voglio togliere niente ad essa. Qui però c’è qualcosa di diverso: c’è una nuova comprensione del Mistero di Dio. Di conseguenza, dopo questa scoperta, per Chiara e per coloro che l’hanno seguita, non c’è stato niente di più importante della continua ricerca di questo volto pieno di dolore.
Ogni dolore in noi e fuori di noi, ogni buio di Dio in noi e fuori di noi, ogni incomprensione di Dio, ogni sentirsi estraneo nei confronti di questo Dio, è perciò un incontro con colui che nel suo abbandono ci ha accolti completamente. Se aderiamo a questo con tutta la nostra vita, allora facciamo l’esperienza di Dio più alta ed abissale. Non può essere superata. Questa non è una riflessione. Questo lo sperimento soltanto se mi lascio trascinare continuamente in questa realtà. Così scopro il «Deus semper maior», il Dio che è sempre più grande. Soltanto se sperimento e riconosco Gesù nel suo abbandono da parte del Padre, anch’io posso abbandonarmi radicalmente a questo Dio e condividere il suo affetto per l’umanità e per il mondo. Se ripeto, in questo abisso di abbandono da parte di Dio, l’Abbà, Padre, allora sono giunto alla realtà ultima. Se mi metto in questa assenza di Dio, se la sopporto senza nessuna protezione e, malgrado ciò, mi abbandono completamente a Dio, allora il Regno di Dio c’è. Saremo quelli che, sperimentando l’abissale silenzio di Dio e degli esseri umani, ne sperimentano contemporaneamente la beatitudine; quelli che con Gesù possono dire ad ogni persona: «Sto dalla tua parte e porto il tuo peso».
Questa scoperta di Chiara la vedo come un dono non solo per tutti coloro che vogliono vivere da cristiani, ma anche per la teologia. L’unità di tutti i cristiani, come viene espressa nei discorsi d’addio giovannei, e che in certo qual modo è il riassunto di tutto ciò che Dio vuole da noi, non ha mai raggiunto – per quanto io ne sappia – una radicalità e una profondità come in Chiara. Quest’unità contiene in sé la vita della Trinità, ma anche l’abbandono di Dio sofferto da Gesù. Con ciò si è spalancato un orizzonte che non conoscevamo neanche nella teologia, sebbene ci siano stati anche prima teologi che hanno riflettuto su l’uno o sull’altro aspetto.
È questa la cosa interessante: Chiara ci ha presi in una scuola di vita; questa scuola di vita però è nello stesso tempo anche una scuola per la teologia. Il risultato non è tanto un miglioramento della teologia, quanto teologia vissuta che viene dall’origine della rivelazione.

Klaus Hemmerle

Publié dans:A. VESCOVI- CLERO, Teologia |on 20 mai, 2015 |Pas de commentaires »

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