Archive pour février, 2020

Le tentazioni di Gesù

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Publié dans:immagini sacre |on 28 février, 2020 |Pas de commentaires »

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

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PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

Gen 2, 7-9; 3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11a

Quest’anno le letture delle domeniche di Quaresima sono quelle del ciclo A. Un ciclo di grande valore spirituale e rivelativo. E’ la sequenza di testi biblici che, nella Chiesa antica, corrispondeva alle ultime battute dell’itinerario catecumenale di coloro che avrebbero ricevuto il Battesimo, alla fine della Quaresima, nella notte pasquale.
Un itinerario che anche noi quest’anno compiamo ancora per approdare alla gioia pasquale nella quale l’uomo nuovo, che già ci appartiene per il Battesimo, è chiamato ancora a trovare tutte le energie della Risurrezione per affrontare la storia ed i suoi sentieri portandovi, nell’adesione all’Evangelo, la forza dell’ amore e la luce della speranza.
La prima tappa di questo itinerario ci conduce sul terreno oscuro della tentazione a cui Adamo soccombe ed a cui Gesù oppone la forza dello “sta scritto” offrendo ad ogni discepolo la reale possibilità di leggere nelle sue cadute un luogo in cui conoscere la Grazia, come scrive Paolo ai cristiani di Roma nel passo che oggi è la seconda lettura.
La tentazione parte dal cuore dell’uomo e, paradossalmente, nel racconto del Libro della Genesi, prende l’avvio da una parola di Dio che pone un limite (“potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiarne” Gen 2,16-17); nasce come frustrazione e manifesta così una terribile tendenza dell’uomo: se è privato di una cosa si sente privato di tutto; Eva, nel testo che oggi si ascolta, afferma che quel frutto non si deve neanche toccare, cosa che Dio non aveva affatto detto. Il divieto diviene un limite insopportabile. Capiamo bene che il peccato, nel cuore dell’uomo, agisce come rifiuto del limite e come stolta dichiarazione di volontà di onnipotenza; in seconda istanza, la pagina di Genesi ci dice che il peccato, e prima la tentazione, nel cuore umano giocano sulla paura della morte.
La morte, che secondo il racconto biblico non è ancora materialmente all’opera, è però già presente nella paura; in tal modo ci pare più vero che dalla morte venga il peccato che il contrario. Come più volte abbiamo detto, è la paura della morte che genera il peccato. L’uomo si lascia vincere dalla tentazione perché si illude che la via del potere, del possesso, dell’abuso sull’altro, lo facciano crescere nella vita, nel vivere … In realtà l’uomo si trova incatenato nella sua stessa rete che, invece di dargli vita, lo porta alla morte. E’ l’esperienza dell’Adam nel giardino dell’ in-principio. La Lettera agli Ebrei, infatti, afferma che Cristo ha “ridotto all’impotenza colui che della morte ha il potere, il diavolo, liberando così gli uomini che, per paura della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (cfr Eb 2, 14-15).
All’inizio della Quaresima la liturgia ci fa contemplare, attraverso la Scrittura, proprio quest’opera di Cristo. Come farà con la morte, Gesù non rimuove la tentazione ma sceglie di attraversarla, sceglie di prenderla su di sé, di portarne il peso ed anche l’orrore.
Gesù accetta la tentazione e l’affronta dentro di sé. Gesù sa una cosa: la tentazione si genera, si sviluppa e si manifesta nel cuore dell’uomo. E’ lì che tutto nasce; Gesù va ad affrontare nel deserto questa verità che riguarda tutti gli uomini. Poiché ha preso la nostra umanità, Gesù va ad affrontare quella tenebra che si muove dentro ogni uomo e che da lì tenta di risucchiarlo nel suo grembo mortifero.
Il deserto è il luogo tipico della tentazione perché è un luogo di verità in cui, rimanendo solo con se stesso, l’uomo impara a conoscere questa dinamica di tentazione che è dentro di lui e non fuori; l’aggressione del male non viene da fuori ma da dentro. Gesù lo insegnerà con chiarezza quando dirà: “è dal cuore degli uomini che escono le intenzioni cattive” (cfr Mc 7, 21); nel deserto si resta soli con questo cuore e si capisce che il nemico è lì, nel proprio cuore. Lì bisogna lottare. Lo compresero molto bene i Padri del deserto a partire da Antonio il Grande che, nel deserto, impareranno una grande sapienza che parte proprio dalla conoscenza delle dinamiche del cuore umano.
La lotta di Gesù nel deserto sarà proprio lì, nel cuore; nel deserto, solo con se stesso, Gesù vince ricordando la parola di Dio contenuta nelle Scritture.
Le tentazioni di Matteo ci mostrano Gesù che ripercorre le stesse tentazioni di Israele nel deserto; è un esodo che Lui deve compiere e lo farà fino alla suprema via della croce per giungere alla Terra promessa dell’uomo nuovo risuscitato dal Padre nella potenza dello Spirito. Anche l’esodo di Gesù è iniziato tra le acque, quelle del Giordano, ed ora arriva, come Israele dopo il Mar Rosso, nel deserto. I quarant’anni di Israele nel deserto sono ripercorsi da Lui con tre episodi dell’esodo che la nostra memoria chiaramente individua: la manna e le quaglie (cfr Es 16), che sono corrispondenti alla tentazione delle pietre che potrebbero divenire pane; Massa e Meriba (cfr Es 17, 1-7; Sal 95, 8-9) in cui il popolo tenta il Signore provocandolo a compiere miracoli dubitando della sua presenza, episodio che corrisponde alla tentazione “religiosa” sul Pinnacolo del Tempio; il Vitello d’oro (cfr Es 32) che corrisponde all’ultima tentazione, quella di prostrarsi al diavolo per avere potere.
Le tre tentazioni tipiche che Gesù attraversa, sono sapientemente costruite da Matteo e corrispondono, direbbe la nostra scienza psicologica, alle tre libido, alle tre concupiscenze che già il Libro della Genesi descriveva, come abbiamo sentito nella prima lettura: La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquisire successo; Giovanni le riprenderà con una straordinaria acutezza spirituale nella sua prima lettera: “Tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo” (cfr 1Gv 2, 16).Alle tre tentazioni che, sulla scia dell’esodo e dunque sulla scia della triplice concupiscenza, Gesù risponde con tre testi del Deuteronomio (Dt 8,3; 6,16; 6,13). Su questo rispondere di Gesù con le parole della Scrittura dobbiamo stare attenti: le risposte che Gesù dà al diavolo non sono solo delle citazioni, quasi delle parole “magiche” che allontanano la tentazione; non è il ricordo o la citazione di frasi bibliche l’arma della sua vittoria, ma è il ricordo di Dio e di ciò che Egli è e di quanto ha rivelato di sé, è il ricordo del Padre che gli ha parlato al Giordano che è presenza del Padre nel suo cuore di Figlio amato! Un ricordo che Gesù vive nella fede! La Parola della Scrittura è il luogo che, nel cuore, custodisce questa santa memoria ed è “tabernacolo” di una presenza che vince le forze del male. Dio nel cuore vince la tentazione che è nel cuore: la battaglia, è chiaro, avviene sul terreno del cuore. Fu così per Lui, è così anche per noi suoi discepoli; in mezzo tra Dio nel cuore e la tentazione nel cuore c’è la nostra libertà che può aprirsi all’una o all’Altro. La libertà di Gesù si aprì, lottando, solo al Padre. La sua vittoria, come scriverà Agostino, è vittoria per noi, possibilità vera di vittoria per noi! La nostra umanità, nel deserto di Giuda – poi in tutta la vita di Gesù (cfr Lc 22,28) – dopo la sconfitta di Adam che si è costantemente perpetuata nei suoi figli, finalmente vince. È la nostra umanità che vince. La lotta di Gesù nel deserto e la sua vittoria non è un bell’esempio, è immissione nelle fibre della nostra umanità di una vera capacità di lotta e di vittoria. Allora non un bell’esempio ma un vero evento di salvezza! Dobbiamo sempre più capire che se la croce e la risurrezione sono salvezza è vero che salvezza è già tutta la vita di Gesù; è tutta la sua umanità assunta da Figlio che diventa salvezza nel tessuto dell’umano di ogni figlio di Adam.
Gesù nel deserto si spoglia di tutti i suoi desideri ed è rivestito dei desideri del Padre. Nel deserto Gesù è spoglio di tutto, ha solo una ricchezza: la Parola del Padre che rende presente misteriosamente il Padre nella sua fede. Nudo, nel deserto, attraversa la tentazione. Nudo, sulla croce, attraverserà la morte.
All’inizio della Quaresima, ancora segnati dalla cenere della nostra fragilità che anche Lui ha assunto fino a sentirla combattere nel suo cuore contro il Padre, ci viene chiesto se vogliamo ingaggiare questa stessa lotta, quella che fu di Gesù, vero figlio di Adam e vero Figlio di Dio!
La Scrittura ci dice che, con Gesù, lo possiamo perché Lui – come sempre – ci ha preceduti, perché Lui è il nuovo Adam … e lo è per noi e per la nostra salvezza!
A me resta solo una domanda: lo voglio?

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Publié dans:QUARESIMA ANNO A |on 28 février, 2020 |Pas de commentaires »

Inizia la quaresima

it e ciottoli

Publié dans:immagini |on 26 février, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi – Quaresima: entrare nel deserto

http://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2020/documents/papa-francesco_20200226_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi – Quaresima: entrare nel deserto

Piazza San Pietro
Mercoledì, 26 febbraio 2020

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il cammino quaresimale, cammino di quaranta giorni verso la Pasqua, verso il cuore dell’anno liturgico e della fede. È un cammino che segue quello di Gesù, che agli inizi del suo ministero si ritirò per quaranta giorni a pregare e digiunare, tentato dal diavolo, nel deserto. Proprio del significato spirituale del deserto vorrei parlarvi oggi. Cosa significa spiritualmente il deserto per tutti noi, anche noi che viviamo in città, cosa significa il deserto.
Immaginiamo di stare in un deserto. La prima sensazione sarebbe quella di trovarci avvolti da un grande silenzio: niente rumori, a parte il vento e il nostro respiro. Ecco, il deserto è il luogo del distacco dal frastuono che ci circonda. È assenza di parole per fare spazio a un’altra Parola, la Parola di Dio, che come brezza leggera ci accarezza il cuore (cfr 1 Re 19,12). Il deserto è il luogo della Parola, con la maiuscola. Nella Bibbia, infatti, il Signore ama parlarci nel deserto. Nel deserto consegna a Mosè le “dieci parole”, i dieci comandamenti. E quando il popolo si allontana da Lui, diventando come una sposa infedele, Dio dice: «Ecco, io la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà, come nei giorni della sua giovinezza» (Os 2,16-17). Nel deserto si ascolta la Parola di Dio, che è come un suono leggero. Il Libro dei Re dice che la Parola di Dio è come un filo di silenzio sonoro. Nel deserto si ritrova l’intimità con Dio, l’amore del Signore. Gesù amava ritirarsi ogni giorno in luoghi deserti a pregare (cfr Lc 5,16). Ci ha insegnato come cercare il Padre, che ci parla nel silenzio. E non è facile fare silenzio nel cuore, perché noi cerchiamo sempre di parlare un po’, di stare con gli altri.
La Quaresima è il tempo propizio per fare spazio alla Parola di Dio. È il tempo per spegnere la televisione e aprire la Bibbia. È il tempo per staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo. Quando ero bambino non c’era la televisione, ma c’era l’abitudine di non ascoltare la radio. La Quaresima è deserto, è il tempo per rinunciare, per staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo. È il tempo per rinunciare a parole inutili, chiacchiere, dicerie, pettegolezzi, e parlare e dare del “tu” al Signore. È il tempo per dedicarsi a una sana ecologia del cuore, fare pulizia lì. Viviamo in un ambiente inquinato da troppa violenza verbale, da tante parole offensive e nocive, che la rete amplifica. Oggi si insulta come se si dicesse “Buona Giornata”. Siamo sommersi di parole vuote, di pubblicità, di messaggi subdoli. Ci siamo abituati a sentire di tutto su tutti e rischiamo di scivolare in una mondanità che ci atrofizza il cuore e non c’è bypass per guarire questo, ma soltanto il silenzio. Fatichiamo a distinguere la voce del Signore che ci parla, la voce della coscienza, la voce del bene. Gesù, chiamandoci nel deserto, ci invita a prestare ascolto a quel che conta, all’importante, all’essenziale. Al diavolo che lo tentava rispose: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). Come il pane, più del pane ci occorre la Parola di Dio, ci serve parlare con Dio: ci serve pregare. Perché solo davanti a Dio vengono alla luce le inclinazioni del cuore e cadono le doppiezze dell’anima. Ecco il deserto, luogo di vita, non di morte, perché dialogare nel silenzio col Signore ci ridona vita.
Proviamo di nuovo a pensare a un deserto. Il deserto è il luogo dell’essenziale. Guardiamo le nostre vite: quante cose inutili ci circondano! Inseguiamo mille cose che paiono necessarie e in realtà non lo sono. Quanto ci farebbe bene liberarci di tante realtà superflue, per riscoprire quel che conta, per ritrovare i volti di chi ci sta accanto! Anche su questo Gesù ci dà l’esempio, digiunando. Digiunare è saper rinunciare alle cose vane, al superfluo, per andare all’essenziale. Digiunare non è soltanto per dimagrire, digiunare è andare proprio all’essenziale, è cercare la bellezza di una vita più semplice.
Il deserto, infine, è il luogo della solitudine. Anche oggi, vicino a noi, ci sono tanti deserti. Sono le persone sole e abbandonate. Quanti poveri e anziani ci stanno accanto e vivono nel silenzio, senza far clamore, marginalizzati e scartati! Parlare di loro non fa audience. Ma il deserto ci conduce a loro, a quanti, messi a tacere, chiedono in silenzio il nostro aiuto. Tanti sguardi silenziosi che chiedono il nostro aiuto. Il cammino nel deserto quaresimale è un cammino di carità verso chi è più debole.
Preghiera, digiuno, opere di misericordia: ecco la strada nel deserto quaresimale.
Cari fratelli e sorelle, con la voce del profeta Isaia, Dio ha fatto questa promessa: «Ecco, io faccio una cosa nuova, aprirò nel deserto una strada» (Is 43,19). Nel deserto si apre la strada che ci porta dalla morte alla vita. Entriamo nel deserto con Gesù, ne usciremo assaporando la Pasqua, la potenza dell’amore di Dio che rinnova la vita. Accadrà a noi come a quei deserti che in primavera fioriscono, facendo germogliare d’improvviso, “dal nulla”, gemme e piante. Coraggio, entriamo in questo deserto della Quaresima, seguiamo Gesù nel deserto: con Lui i nostri deserti fioriranno.

Publié dans:QUARESIMA ANNO A |on 26 février, 2020 |Pas de commentaires »

Le beatitudini

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Publié dans:immagini sacre |on 14 février, 2020 |Pas de commentaires »

OMELIA VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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OMELIA VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

don Luciano Cantini
Ma io vi dico

Non crediate
L’espressione ?Non crediate? con cui Gesù apre il discorso con i suoi discepoli serve ad arginare supposizioni, interrogativi o perplessità sulla sua persona, ma anche per offrire una prospettiva più ampia, un orizzonte vasto alla sua missione. Scribi e farisei avevano un fascino particolare sulla gente per la loro dedizione alla Scrittura; scrutano la Legge fino alle minuzie per coglierne i minimi precetti, secondo loro necessari per giungere alla perfezione. Con una visione limitata ad un impegno umano che loro stessi avevano difficoltà a praticare.
Gesù non è venuto ad abolire (letteralmente demolire) ?la Legge o i Profeti? – espressione che indica la totalità delle Scritture-, ?ma a dare pieno compimento?; la parola greca usata da Matteo è pleròsai significa letteralmente ?riempire fino all’orlo, fino a traboccare?; il senso è quello di dare un significato pieno, totale, oltre il quale è impossibile andare. Nemmeno la più piccola lettera, nemmeno un piccolo trattino della Legge verrà cancellato finché non siano passati il cielo e la terra. Finché l’uomo vivrà nella storia avrà bisogno della totalità della Scrittura ma anche di una sua forte ?ri-significazione? che lo liberi dal formalismo e dalla esteriorità, dalla sclerosi del rapporto con Dio.
Se la vostra giustizia
La fede o la vita stessa, se vissuta solo negli schemi e nelle regole alla fine soffoca, opprime, toglie il significato delle cose. Gli scribi e i farisei sono, nel vangelo, considerati come sinonimo di formalismo: la Parola di Dio, invece di essere Memoria e generare Promessa, era diventata Legge che genera precetti di ogni tipo; la giustizia, invece di fedeltà alla Promessa era diventata fedeltà ai precetti e norme, difese con scrupolosa attenzione: ?Anche oggi il Signore ci invita a fuggire questo pericolo di dare più importanza alla forma che alla sostanza. Ci chiama a riconoscere, sempre di nuovo, quello che è il vero centro dell’esperienza di fede, cioè l’amore di Dio e l’amore del prossimo, purificandola dall’ipocrisia del legalismo e del ritualismo? (Papa Francesco 03.09.18)
Ma io vi dico
Gesù non propone uno schema, una struttura che ingabbia la vita, non accetta che la Parola diventi ?forma?, un codice che strutturi l’essere umano che limiti le relazioni; la sua proposta è dettata esclusivamente dall’amore. Ci aiuta a capire che non abbiamo bisogno di una ?morale? o di un ?codice etico? quanto dell’amore che viene da lui. Quando si perdono di vista le motivazioni che stanno all’origine e le prospettive di futuro di ogni azione, si vive solo per senso di dovere. Ma il sacrifico del dovere impoverisce la vita e rende infelici; finisce per infilarla in un vortice in cui l’infelicità viene generata proprio dal fare la cosa che deve essere fatta giustamente.
Al dovere – Avete inteso che fu detto – Gesù contrappone la dimensione dell’amore: Ma io vi dico; non c’è la negazione della Legge e i Profeti quanto il portare all’estreme conseguenze il senso stesso della Parola rivelata. Nelle parole del Signore scopriamo tutta la delicatezza, la forza e la potenza dell’amore che ci spinge a vivere per amore e a sperimentare la pienezza della vita e non più l’oppressione del dovere.
Gesù ci invita a entrare nella Parola che è capace di discernere i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb 4,12) e farsi penetrare da essa per liberare il nostro Spirito e per donarci la fedeltà alla Giustizia di Dio. La Parola del Vangelo ci chiede di aprire nuovi orizzonti, spalancarsi alla Libertà, alla gratuità dell’amore.

La preghiera di Gesù nell’orto degli ulivi

la mia e it - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 11 février, 2020 |Pas de commentaires »

I SALMI DEI MALATI (LUCIANO MANICARDI)

http://dimensionesperanza.it/aree/spiritualita/item/998-i-salmi-dei-malati-luciano-manicardi.html

I SALMI DEI MALATI (LUCIANO MANICARDI)

Pubblicato da Fausto Ferrari

All’interno del Salterio vi sono alcuni Salmi pronunciati da uomini malati.

All’interno del Salterio vi sono alcuni Salmi pronunciati da uomini malati. Vi possiamo annoverare almeno i Salmi 6; 38; 41; 88; 102; 143; ma troviamo accenni a situazioni di malattia in diversi altri Salmi (p. es., Sal 107, 17-22) e, ovviamente, a una vasta gamma di situazioni di sofferenza: fisica, psichica, morale. Generazioni di credenti hanno trovato in queste preghiere le parole per dire la propria, personale situazione di sofferenza e malattia, e ancora oggi noi vi troviamo un autentico magistero per « dirci nella malattia », per dire la nostra sofferenza davanti a Dio, per dare voce a collera e rabbia, a protesta e ribellione, e per dar forma di invocazione e di supplica ad angoscia e speranza.
Il Salterio, in effetti, presenta una ricca varietà di « linguaggi della sofferenza », estremamente preziosa per noi che di fronte alla sofferenza e al dolore siamo sempre più nell’afasia, nell’incapacità di tradurre verbalmente le emozioni e i sentimenti che ci traversano e sconvolgono, e così siamo privati del primo, fondamentale ed elementare passo per assumere la malattia, per viverla. E in questo modo rischiamo solo di subirla o di delegare alla tecnica e a personale specialistico la sua gestione. La malattia pone l’uomo in stato di invocazione. E questa è verbale e corporea. È grido (Sal 69,4; 142,2), è domanda (di guarigione, come in Sal 6,3 o semplicemente e più radicalmente di senso, come nel tenebroso Salmo 88), è protesta che chiede conto a Dio («Perché?»: Sal 22,2; «Fino a quando?»: Sal 13,2-3), è dialogo interiore di chi, in una drammatica lotta con se stesso, cerca di integrare il pesante vissuto di sofferenza (Sal 42,5.12; 43,5), è lamento (Sal 5,2), è pianto (Sal 6,7-9). Coinvolgendo tutte le fibre dell’uomo, il pianto è un linguaggio particolarmente efficace e veridico. Dice un testo rabbinico: «La preghiera è fatta in silenzio, il grido ad alta voce, ma lacrime sorpassano tutto».
Chi prega, infatti, nei Salmi, e particolarmente nelle situazioni di malattia, è il corpo stesso. L’esperienza di malattia costringe l’uomo a prendere coscienza del proprio corpo. Mentre esprime la propria sofferenza, l’orante dei Salmi dice anche il proprio corpo: il senso di disarticolazione, consunzione o bruciore delle ossa dovuto alla febbre che priva di forza il malato impedendogli di stare in piedi e costringendolo all’orizzontalità che anticipa la morte. Gli occhi che si consumano nel patire, per il troppo piangere, o la vista che abbandona il malato che rischia la cecità, angosciano l’orante che si sente privato dell’integrità della vita.
L’orante parla della gola, canale attraverso cui passa il respiro, e sovente dichiara di trovarsi nell’angoscia, nella tsarà, cioè, nel soffocamento, nella situazione di mancanza di respiro, oltre che nell’aridità di chi soffre la sete. Sofferenza psichica e dolore fisico sono intrecciati e le espressioni salmiche mantengono una valenza simbolica che manifesta l’uomo malato come totalità sofferente. La situazione di disfacimento del proprio essere è espressa parlando del cuore, sede dell’energia vitale e organo centrale e misterioso della vita, che si scioglie e viene meno. La carne in cui non c e più nulla di sano, i fianchi che ardono infiammati, il ventre torturato dalla pena, le mani e le braccia infiacchite, sono frammenti del discorso con cui l’orante cerca di ritrovare davanti a Dio l’unità vitale infranta dalla malattia.
Pregare i Salmi manifesta dunque un aspetto liberante che «consiste nel vivere le parole del testo assumendole in se stessi. Occorre lasciarsi trascinare dal loro realismo; noi non oseremmo mai pronunciare spontaneamente queste parole perché sono troppo forti, perché ci implicano troppo. I Salmi sono la possibilità di rimettere piede in un mondo censurato; sono la possibilità di poter ‘parlare’ ciò di cui abbiamo preso l’abitudine di non parlare più. Perché non vogliamo riconoscere che siamo in un corpo che ci lega, ci limita, a volte perfino ci schiaccia, ma che è il nostro unico luogo di verità, la nostra sola possibilità di esistenza e di espressione veramente umana, veramente personale» (Matthieu Collin). E i Salmi ci ricordano che è l’orante è un corpo orante: «Il fragile strumento della preghiera, l’arpa più sensibile, il più esile ostacolo alla malvagità umana, tale è il corpo. Sembra che per il salmista tutto si giochi là, nel corpo. Non che sia indifferente all’anima, ma al contrario, perché l’anima non si esprime e non traspare se non nel corpo. Il Salterio è la preghiera del corpo. Anche la meditazione vi si esteriorizza prendendo il nome di « mormorio », « sussurro ». Il corpo è il luogo dell’anima e dunque la preghiera traversa tutto ciò che si produce nel corpo. È il corpo stesso che prega: « Tutte le mie ossa diranno: Chi è come te, Signore? » (Sal 35,10)» (Paul Beauchamp).
E poiché il corpo è il libro del tempo, la tavoletta su cui il tempo incide la propria traccia, ecco che l’orante malato sente con particolare angoscia e drammaticità il passare del tempo: in Sal 102 si esprime un uomo che, nel pieno delle forze, a metà della sua vita, si sente strappato prematuramente alla vita da un male che lo consuma inesorabilmente giorno dopo giorno. Di fronte a lui il tempo cosmico (i monti, il cielo), che era prima di lui e che sarà dopo di lui, e soprattutto il tempo di Dio, colui «i cui anni non hanno fine» e a cui egli si rivolge chiedendo che «presto» intervenga: il suo tempo, infatti, sta per scadere… Le notti insonni, l’alba che non spunta mai, il tempo lunghissimo perché abitato dal dolore, ma anche l’angoscia del finire inesorabile della vita, la rapidità con si srotola il gomitolo del tempo, sono le contrastanti sensazioni che vive il Salmista nella sua malattia.
Nei Salmi le espressioni sono troppo generiche perché si possa risalire alla precisa malattia che affliggeva l’orante, ma soprattutto il salmista più che parlare di malattie, parla di morte che invade la sfera della vita, che fa incursioni nell’esistenza di un uomo. Là dove c’è debolezza e malattia, là è attiva la morte, così che in certi Salmi l’orante si presenta come un morto, come un uomo finito, già posto nella fossa (cfr. Sal 88). Se la vita è relazione, tutto ciò che è sentito come minaccia alla pienezza delle relazioni è letto come opera della morte. La morte appare così come una potenza nemica che irrompe nella vita di un uomo: siamo di fronte a una concezione della morte incomparabilmente più ricca rispetto a quella moderna che è fisica, puntuale, legata allo spegnimento di alcune funzioni biologiche vitali. Per la Bibbia anche mancanza di libertà e peccato, malattia e oppressione, angoscia e privazione di diritti, sono forme di « morte nella vita ». La supplica, dunque, linguaggio dell’uomo nella malattia e nella non pienezza di vita, tende sempre a mutarsi in lode, che è il linguaggio della relazione piena e serena con Dio, è linguaggio della vita («Non i morti, infatti, ma i viventi lodano il Signore»: Sal 115,17-18).
Ma forse, l’elemento che più colpisce all’interno dei Salmi è il rapporto spesso posto, da diversi punti di vista, fra malattia e peccato. Il malato chiede perdono a Dio e il peccatore spesso si presenta come un malato. Né si tratta di mera e grossolana applicazione della teoria della retribuzione, per cui la malattia sarebbe il castigo del peccato commesso.
Il nesso fra malattia e peccato è profondo psicologicamente: nella malattia, l’orante è condotto quasi inconsciamente a correlare la propria finitezza al senso di colpa. Ma nella Bibbia e nei Salmi tale correlazione ha a che fare con il problema del senso della malattia, del messaggio che in essa è insito e indica al credente vie e forme per affrontarla e per farla rientrare all’interno della propria esperienza umana e di fede. Questo legame, del resto, non è specifico della rivelazione biblica, ma è elemento comune ad altre culture e tradizioni religiose.
Legando la malattia al peccato (ed entrambe queste realtà hanno in comune il fatto di essere dei mali) la Bibbia rende leggibile, comprensibile e dominabile anche la malattia, che per l’uomo biblico poteva invece essere un non senso. Il Dio che ha potere sul male e sul peccato, il Dio capace di perdono, è anche capace di liberare dalla malattia e di guarire: in questo modo quel potenziale assurdo che è la malattia, viene rimessa nella mani del Signore della vita e recuperata al senso, dunque alla vivibilità e sopportabilità. All’orante è data infatti la forza di combattere che viene dal poter nutrire una speranza. Dio, infatti, cantano i Salmi, «perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie» (Sal 103,3).

(da l’Ancora, 11, 2003)

Publié dans:BIBBIA. A.T. SALMI |on 11 février, 2020 |Pas de commentaires »

La bellezza di Gesù

it la bellezza di gesù

Publié dans:immagini sacre |on 10 février, 2020 |Pas de commentaires »

BEATO ANGELICO, «TESTIMONE DELLA BELLEZZA DI DIO»

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BEATO ANGELICO, «TESTIMONE DELLA BELLEZZA DI DIO»

Il cardinale Vallini ha presieduto il Vespro solenne dedicato all’artista sepolto a Santa Maria Sopra Minerva: «È stato pittore della tenerezza»

Di Michela Altoviti pubblicato il 20 Febbraio 2017

Il cardinale Vallini ha presieduto il Vespro solenne dedicato all’artista sepolto a Santa Maria Sopra Minerva: «È stato pittore della tenerezza»
Per gli antichi greci il binomio bellezza-bontà era inscindibile: ciò che esteticamente suscitava piacere aveva altrettanto valore sul piano morale. Per questo, l’arte era ed è veicolo non solo di forme ma anche di contenuti. Questo accostamento tra i due piani, esteriore ed interiore, è stato proposto anche dal cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi, in occasione del Vespro Solenne che ha presieduto venerdì sera, 17 febbraio, nella Basilica di Santa Maria Sopra Minerva, alla vigilia della memoria del Beato Angelico, patrono degli artisti e di tutti coloro che operano nel mondo delle arti che è sepolto proprio in questa chiesa.
«La bellezza del patrimonio artistico – ha detto il porporato – è riflesso della grandezza di Dio e voi che operate nell’ambito dei Beni Culturali avete una grande responsabilità» perché valorizzare «quella scintilla divina che si manifesta nell’artista significa mostrare al mondo la bellezza del Creato». La preghiera del Vespro, cui ha partecipato anche il vescovo Lorenzo Leuzzi, direttore dell’Ufficio per la Pastorale Universitaria, si inseriva nel programma del Simposio di tre giorni organizzato in occasione della festa del Beato Angelico dalla Diaconia della Bellezza – fondazione che riunisce artisti cattolici di diversi ambiti –, e sostenuto dal Vicariato e dai padri Domenicani.
Vallini ha sviluppato la sua breve omelia a partire dal testo della lettera paolina ai Filippesi che ha definito autobiografica: «Paolo rivela se stesso e la sua esperienza di fede definendo nullo ogni guadagno se privo dell’incontro con Dio», ecco perché, ha spiegato, «bisogna tornare all’episodio della conversione di Damasco quando la perdita della vista diventa l’occasione per riflettere davvero sulla grande luce e motivo di rivoluzione della propria esistenza».
San Paolo, quindi, trova in Cristo il suo senso, «in Lui, capisce se stesso – ha detto ancora il cardinale – e comprende che tutto è relativo rispetto a questo incontro che anche per noi deve continuare ad essere fiamma interiore» capace di renderci «responsabili in ogni ambito della nostra vita, dalla famiglia al lavoro». Il Beato Angelico è stato un autentico testimone di Dio con la sua stessa arte: «lui, pittore della tenerezza – ha spiegato Vallini – ne ha compreso la grandezza e, avendola interiorizzata, ha voluto e saputo esprimerla». Quindi, l’augurio «affinché la bellezza che viene da Dio renda ogni tormento superabile e guidi la nostra vita portandoci ad essere costruttori di un mondo migliore».
Per questa solenne celebrazione è stato concepito un Vespro interamente musicale, ossia cantato e accompagnato dagli strumenti secondo quella che era la prassi del XV secolo, cioè i tempi del Beato Angelico. Gli interventi musicali sono stati curati dal Sistema dell’Afam (l’Alta formazione artistica, musicale e coreutica) del Ministero dell’Istuzione, dell’Università e della Ricerca, del Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma e dei Conservatori di Roma, Latina e Frosinone nonché dal Coro polifonico Musicanova.

 

Publié dans:Gesù Cristo, LA BELLEZZA |on 10 février, 2020 |Pas de commentaires »
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