FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 FEBBRAIO

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FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 FEBBRAIO

Clarisse Sant’Agata
Gesù sale a Gerusalemme.

La città santa è un luogo di rivelazione per Lui, un centro di attrazione irresistibile dove più volte salirà lungo la Sua vita, fino all’ultimo viaggio che compirà (e che occupa la maggior parte del vangelo di Luca) “perché non è possibile che un profeta muoia fuori da Gerusalemme” (cfr. Lc 13,33).
Oggi Gesù è portato a Gerusalemme ancora bambino, a compimento “del tempo della loro purificazione”, e la meta di questo viaggio è il tempio, dove sarà presentato al Padre. L’evangelista Luca non ci dice chi porti Gesù al tempio, anche se possiamo supporre come soggetto sottinteso “i suoi genitori”, al termine della “loro purificazione”. Le norme rituali della Legge del Signore tuttavia, prevedevano solo la purificazione della madre (cfr. Lv 12,1-8), non di entrambi i genitori! Per cui possiamo leggere fra le righe che Luca sta indicando il compimento di un’altra purificazione.
Si tratta di quella purificazione di cui ci parla anche il profeta Malachia nella prima lettura di oggi: “e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti. (…) Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia”. Ed è la purificazione che anche Gesù compirà nel vangelo di Luca, entrando nel tempio alle soglie della sua pasqua: “entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: “Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri” (Lc 19,45-46).
L’ingresso del Signore Gesù nel tempio segna la purificazione di quello che il tempio rappresentava per Israele: il luogo dell’incontro fra Dio e il suo popolo.
Ora Luca sembra anticipare qui, nella presentazione del bambino Gesù al tempio, la purificazione della relazione dell’uomo con il suo Dio, per inaugurare l’incontro definitivo fra Dio e l’uomo.
In questa festa piena di luce, accogliamo allora questa Parola del Signore che viene nel tempio della nostra vita per “purificarlo” e farne il luogo dove possiamo anche noi “vedere con i nostri occhi la salvezza che Dio ha preparato per tutti i popoli” (cfr. Lc 2,30-31).
Questa festa della presentazione di Gesù al tempio è chiamata dai nostri fratelli orientali “festa dell’incontro”, l’incontro nel tempio fra Gesù che viene per offrire se stesso (cfr. Eb 9,12.14.28) e l’uomo capace di attesa. Simeone e Anna sono quelle figure profetiche che sintetizzano in sé tutta la capacità di attendere di Israele e dell’umanità.
Luca ce li presenta dettagliatamente: Simeone, uomo giusto (come Giuseppe) e pio, che aspettava la consolazione di Israele (come Isaia: Is 40,1; 51,12; 61,2), uomo su cui si posa lo Spirito in modo permanente (come si era posato su Maria; come avverrà agli apostoli a pentecoste; ma soprattutto come accade a Gesù: Gv 1,32-33); Simeone è l’uomo che vive l’ascolto della Parola (il nome “Simeone” deriva dal verbo ebraico “shm’”, “ascoltare”, come in Dt 6: “Shemà Israel, ascolta Israele”) guidato dallo Spirito.
In lui lo Spirito ha aperto lo spazio dell’attesa, dell’ascolto profondo di Dio che parla attraverso parole ed eventi. E questo spazio di attesa era abitato per Simeone dalla certezza che “non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo Dio”. Sappiamo bene che “vedere Dio” significa “morire”, secondo la Scrittura. E Simeone ha ricevuto dallo Spirito la promessa di vedere Dio faccia a faccia, in un incontro che segna la fine di un certo modo di vivere e l’inizio di una vita nuova.
Pensiamo sempre a Simeone come ad un vecchio (forse per assimilazione ad Anna che aveva 84 anni!) perché nel suo cantico evoca la morte come passaggio ormai vicino, ma Luca non ci dice che sia un uomo anziano. Se nell’iconografia tradizionale è rappresentato curvo, possiamo pensare che Simeone sia curvo sotto il peso dell’attesa, invecchiato dalla paziente frequentazione delle Scritture e del tempio, spazi che “ospitano” la rivelazione del Salvatore.
Anche Anna è una donna abitata dall’attesa; una donna per la quale attendere è diventato l’unico verbo della vita, declinato come preghiera e digiuno. Attendere ha occupato tutto lo spazio della sua esistenza (è descritta dalla sua giovinezza fino alla sua vecchiaia), in ogni suo momento (notte e giorno): “non si allontanava mai dal tempio” e dal servizio di Dio, vivendo protesa alla ricerca di Lui (digiuno e preghiera sono una forma di invocazione rivolta a Dio con il corpo).
L’evangelista Luca oggi proclama che l’incontro fra Dio che viene e l’attesa dell’uomo avviene in uno spazio non ufficiale (non durante una solenne liturgia o nel “Santo dei santi”), ma in uno spazio del tempio qualsiasi, dove si incontrano la piccolezza di Dio (Dio è un bambino!) e la fragilità dell’uomo (una vedova, un vecchio…).
Si incontra Dio come Salvatore solo se i nostri occhi si fanno attenti alla piccolezza di Dio che si affaccia alla nostra vita, portato da qualcun altro. La salvezza si offre a noi nuda e fragile come un bambino. E accogliendolo fra le braccia, cioè abbracciando la forma fragile ed inevidente con cui Dio si offre a noi, possiamo accogliere Gesù come “segno di contraddizione” nella nostra vita. Ciò che Simeone dice a Maria non è riferito solo a lei! A ciascuno di noi Dio si offre come segno di contraddizione, cioè non come ce lo aspetteremmo. Forse noi attendiamo qualcuno che venga che salvarci e per prendersi cura di noi. Ma oggi la liturgia ci dice che Dio viene perché noi ci prendiamo cura di Lui, come accade per un Bambino. Dio viene ancora, nel tempio della nostra vita, fragile e piccolo perché, prendendoci cura di Lui, possiamo sperimentare la salvezza. E la salvezza non consiste nell’essere tolti da ogni situazione difficile o di prova, ma nello scoprire che Dio è lì presente con noi, nella fragilità della sua umanità che ha abbracciato la nostra

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