Archive pour janvier, 2020

Presentazione del Signore

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Publié dans:immagini sacre |on 31 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 FEBBRAIO

https://combonianum.org/2020/01/29/presentazione-del-signore-commento/

FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – 2 FEBBRAIO

Clarisse Sant’Agata
Gesù sale a Gerusalemme.

La città santa è un luogo di rivelazione per Lui, un centro di attrazione irresistibile dove più volte salirà lungo la Sua vita, fino all’ultimo viaggio che compirà (e che occupa la maggior parte del vangelo di Luca) “perché non è possibile che un profeta muoia fuori da Gerusalemme” (cfr. Lc 13,33).
Oggi Gesù è portato a Gerusalemme ancora bambino, a compimento “del tempo della loro purificazione”, e la meta di questo viaggio è il tempio, dove sarà presentato al Padre. L’evangelista Luca non ci dice chi porti Gesù al tempio, anche se possiamo supporre come soggetto sottinteso “i suoi genitori”, al termine della “loro purificazione”. Le norme rituali della Legge del Signore tuttavia, prevedevano solo la purificazione della madre (cfr. Lv 12,1-8), non di entrambi i genitori! Per cui possiamo leggere fra le righe che Luca sta indicando il compimento di un’altra purificazione.
Si tratta di quella purificazione di cui ci parla anche il profeta Malachia nella prima lettura di oggi: “e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti. (…) Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia”. Ed è la purificazione che anche Gesù compirà nel vangelo di Luca, entrando nel tempio alle soglie della sua pasqua: “entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: “Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri” (Lc 19,45-46).
L’ingresso del Signore Gesù nel tempio segna la purificazione di quello che il tempio rappresentava per Israele: il luogo dell’incontro fra Dio e il suo popolo.
Ora Luca sembra anticipare qui, nella presentazione del bambino Gesù al tempio, la purificazione della relazione dell’uomo con il suo Dio, per inaugurare l’incontro definitivo fra Dio e l’uomo.
In questa festa piena di luce, accogliamo allora questa Parola del Signore che viene nel tempio della nostra vita per “purificarlo” e farne il luogo dove possiamo anche noi “vedere con i nostri occhi la salvezza che Dio ha preparato per tutti i popoli” (cfr. Lc 2,30-31).
Questa festa della presentazione di Gesù al tempio è chiamata dai nostri fratelli orientali “festa dell’incontro”, l’incontro nel tempio fra Gesù che viene per offrire se stesso (cfr. Eb 9,12.14.28) e l’uomo capace di attesa. Simeone e Anna sono quelle figure profetiche che sintetizzano in sé tutta la capacità di attendere di Israele e dell’umanità.
Luca ce li presenta dettagliatamente: Simeone, uomo giusto (come Giuseppe) e pio, che aspettava la consolazione di Israele (come Isaia: Is 40,1; 51,12; 61,2), uomo su cui si posa lo Spirito in modo permanente (come si era posato su Maria; come avverrà agli apostoli a pentecoste; ma soprattutto come accade a Gesù: Gv 1,32-33); Simeone è l’uomo che vive l’ascolto della Parola (il nome “Simeone” deriva dal verbo ebraico “shm’”, “ascoltare”, come in Dt 6: “Shemà Israel, ascolta Israele”) guidato dallo Spirito.
In lui lo Spirito ha aperto lo spazio dell’attesa, dell’ascolto profondo di Dio che parla attraverso parole ed eventi. E questo spazio di attesa era abitato per Simeone dalla certezza che “non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo Dio”. Sappiamo bene che “vedere Dio” significa “morire”, secondo la Scrittura. E Simeone ha ricevuto dallo Spirito la promessa di vedere Dio faccia a faccia, in un incontro che segna la fine di un certo modo di vivere e l’inizio di una vita nuova.
Pensiamo sempre a Simeone come ad un vecchio (forse per assimilazione ad Anna che aveva 84 anni!) perché nel suo cantico evoca la morte come passaggio ormai vicino, ma Luca non ci dice che sia un uomo anziano. Se nell’iconografia tradizionale è rappresentato curvo, possiamo pensare che Simeone sia curvo sotto il peso dell’attesa, invecchiato dalla paziente frequentazione delle Scritture e del tempio, spazi che “ospitano” la rivelazione del Salvatore.
Anche Anna è una donna abitata dall’attesa; una donna per la quale attendere è diventato l’unico verbo della vita, declinato come preghiera e digiuno. Attendere ha occupato tutto lo spazio della sua esistenza (è descritta dalla sua giovinezza fino alla sua vecchiaia), in ogni suo momento (notte e giorno): “non si allontanava mai dal tempio” e dal servizio di Dio, vivendo protesa alla ricerca di Lui (digiuno e preghiera sono una forma di invocazione rivolta a Dio con il corpo).
L’evangelista Luca oggi proclama che l’incontro fra Dio che viene e l’attesa dell’uomo avviene in uno spazio non ufficiale (non durante una solenne liturgia o nel “Santo dei santi”), ma in uno spazio del tempio qualsiasi, dove si incontrano la piccolezza di Dio (Dio è un bambino!) e la fragilità dell’uomo (una vedova, un vecchio…).
Si incontra Dio come Salvatore solo se i nostri occhi si fanno attenti alla piccolezza di Dio che si affaccia alla nostra vita, portato da qualcun altro. La salvezza si offre a noi nuda e fragile come un bambino. E accogliendolo fra le braccia, cioè abbracciando la forma fragile ed inevidente con cui Dio si offre a noi, possiamo accogliere Gesù come “segno di contraddizione” nella nostra vita. Ciò che Simeone dice a Maria non è riferito solo a lei! A ciascuno di noi Dio si offre come segno di contraddizione, cioè non come ce lo aspetteremmo. Forse noi attendiamo qualcuno che venga che salvarci e per prendersi cura di noi. Ma oggi la liturgia ci dice che Dio viene perché noi ci prendiamo cura di Lui, come accade per un Bambino. Dio viene ancora, nel tempio della nostra vita, fragile e piccolo perché, prendendoci cura di Lui, possiamo sperimentare la salvezza. E la salvezza non consiste nell’essere tolti da ogni situazione difficile o di prova, ma nello scoprire che Dio è lì presente con noi, nella fragilità della sua umanità che ha abbracciato la nostra

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Chagall, Vetrata

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Publié dans:immagini sacre |on 29 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi sulle Beatitudini: 1. Introduzione

http://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2020/documents/papa-francesco_20200129_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi sulle Beatitudini: 1. Introduzione

Aula Paolo VI
Mercoledì, 29 gennaio 2020

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Iniziamo oggi una serie di catechesi sulle Beatitudini nel Vangelo di Matteo (5,1-11). Questo testo che apre il “Discorso della montagna” e che ha illuminato la vita dei credenti anche di tanti non credenti. È difficile non essere toccati da queste parole di Gesù, ed è giusto il desiderio di capirle e di accoglierle sempre più pienamente. Le Beatitudini contengono la “carta d’identità” del cristiano – questa è la nostra carta d’identità -, perché delineano il volto di Gesù stesso, il suo stile di vita.
Ora inquadriamo globalmente queste parole di Gesù; nelle prossime catechesi commenteremo le singole Beatitudini, una a una.
Anzitutto è importante come avvenne la proclamazione di questo messaggio: Gesù, vedendo le folle che lo seguono, sale sul dolce pendio che circonda il lago di Galilea, si mette a sedere e, rivolgendosi ai discepoli, annuncia le Beatitudini. Dunque il messaggio è indirizzato ai discepoli, ma all’orizzonte ci sono le folle, cioè tutta l’umanità. È un messaggio per tutta l’umanità.
Inoltre, il “monte” rimanda al Sinai, dove Dio diede a Mosè i Comandamenti. Gesù inizia a insegnare una nuova legge: essere poveri, essere miti, essere misericordiosi… Questi “nuovi comandamenti” sono molto più che delle norme. Infatti, Gesù non impone niente, ma svela la via della felicità – la sua via – ripetendo otto volte la parola “beati”.
Ogni Beatitudine si compone di tre parti. Dapprima c’è sempre la parola “beati”; poi viene la situazione in cui si trovano i beati: la povertà di spirito, l’afflizione, la fame e la sete della giustizia, e via dicendo; infine c’è il motivo della beatitudine, introdotto dalla congiunzione “perché”: “Beati questi perché, beati coloro perché …” Così sono le otto Beatitudini e sarebbe bello impararle a memoria per ripeterle, per avere proprio nella mente e nel cuore questa legge che ci ha dato Gesù.
Facciamo attenzione a questo fatto: il motivo della beatitudine non è la situazione attuale ma la nuova condizione che i beati ricevono in dono da Dio: “perché di essi è il regno dei cieli”, “perché saranno consolati”, “perché erediteranno la terra”, e così via.
Nel terzo elemento, che è appunto il motivo della felicità, Gesù usa spesso un futuro passivo: “saranno consolati”, “riceveranno in eredità la terra”, “saranno saziati”, “saranno perdonati”, “saranno chiamati figli di Dio”.
Ma cosa vuol dire la parola “beato”? Perché ognuna della otto Beatitudini incomincia con la parola “beato”? Il termine originale non indica uno che ha la pancia piena o se la passa bene, ma è una persona che è in una condizione di grazia, che progredisce nella grazia di Dio e che progredisce sulla strada di Dio: la pazienza, la povertà, il servizio agli altri, la consolazione … Coloro che progrediscono in queste cose sono felici e saranno beati.
Dio, per donarsi a noi, sceglie spesso delle strade impensabili, magari quelle dei nostri limiti, delle nostre lacrime, delle nostre sconfitte. È la gioia pasquale di cui parlano i fratelli orientali, quella che ha le stimmate ma è viva, ha attraversato la morte e ha fatto esperienza della potenza di Dio. Le Beatitudini ti portano alla gioia, sempre; sono la strada per raggiungere la gioia. Ci farà bene prendere il Vangelo di Matteo oggi, capitolo quinto, versetto da uno a undici e leggere le Beatitudini – forse alcune volte in più, durante la settimana – per capire questa strada tanto bella, tanto sicura della felicità che il Signore ci propone.

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO CATECHESI |on 29 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

per la « Giornata della memoria »

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Publié dans:immagini |on 27 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

CAPIRE L’EBRAISMO (per la giornata della memoria)

https://www.meisweb.it/ebraismo/capire_ebraismo

CAPIRE L’EBRAISMO

L’ebraismo è la civiltà millenaria che prende le mosse da Abramo, capostipite delle tre grandi religioni monoteistiche.
Il suo baricentro è la Torah, composta dai cinque libri trasmessi, secondo la tradizione ebraica, da Dio al popolo di Israele tramite il profeta Mosè. Questo testo è conosciuto come la Bibbia ebraica, o Pentateuco, definito dal mondo cristiano Antico Testamento.
La Torah è, per gli ebrei, non solo un libro di riferimento da studiare e commentare per tutta la vita, ma anche un codice di leggi da rispettare e un cosmo entro cui situare l’esistenza.
Alla Torah si aggiungono, come testi di riferimento, quelli che narrano la vita dei Profeti e dei Re di Israele, nonché alcuni Scritti Agiografi. Il complesso di queste scritture si chiama Tanach, acronimo di Torah, Neviim (ossia Profeti) e Chetuvim (ovvero Scritti).
Oltre alla Legge scritta (Torah), gli ebrei hanno tramandato la legge orale (Mishnah), a sua volta trascritta in sei trattati e commentata nei secoli (dal I e II secolo dell’era volgare), fino a costituire un altro fondamentale testo della cultura ebraica che è il Talmud: un ricco compendio di domande, risposte e commenti di rabbini e maestri, raccolti nei secoli, con cui gli ebrei si confrontano anche oggi per interpretare e dare risposte ad ogni problematica della vita.
Da sempre numericamente esigui, gli ebrei hanno vissuto per circa duemila anni – dal 586 a.e.v., con la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dei Babilonesi, e dopo il 70 e.v., con la sua distruzione da parte dei Romani – dispersi tra culture, lingue e regimi diversi: è il fenomeno storico chiamato “diaspora” (in greco, dispersione), che identifica per lunghi secoli la storia ebraica. Solo con la nascita dello Stato di Israele, nel 1948, gli ebrei hanno ricostituito un fulcro anche territoriale della propria cultura.
Gli ebrei sono il popolo che ha diffuso l’idea del monoteismo e i valori fondanti della nostra civiltà, basata sui dieci comandamenti consegnati da Dio al popolo di Israele tramite Mosè, sul Monte Sinai (come racconta la Torah), e rivolti all’intera umanità. I dieci comandamenti rappresentano la Legge, che nell’ebraismo è centrale e guida la vita individuale e collettiva negli eventi grandi e in quelli quotidiani. L’ebraismo si configura, pertanto, come una successione di generazioni in cui ogni passo è un piccolo, ma imprescindibile anello capace di garantire la continuità, come traspare, ad esempio, nel Talmud.
Altrettanto centrale, per gli ebrei, è l’idea della responsabilità individuale: nel rispetto della legge, ma anche nel concetto di una compassione reciproca che è principio sociale. Ogni individuo è coinvolto nel destino altrui e in qualche modo lo determina. Altrettanto, gli ebrei si sentono coinvolti nel destino di tutte le settanta nazioni della terra.

Publié dans:Shoah |on 27 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino

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Publié dans:immagini sacre |on 24 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

http://www.monasterodiruviano.eu/2020/01/23/terza-domenica-del-tempo-ordinario/

TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Is 8, 23 – 9,2; Sal 26: 1Cor 1, 10-13.17; Mt 4, 12-

L’Evangelo di questa domenica inizia da due annotazioni, una cronologica ed una geografica ma che non vanno colte solo come preoccupazioni spazio temporali … Matteo le sottolinea per affermare già dal principio la “sorte” di Gesù è che anche Lui verrà arrestato e patirà e che la salvezza prende vie impreviste ed imprevedibili. Se la vicenda del Battista diviene in qualche modo profezia dell’esito della vita di Gesù (che però, a differenza del Battista, non morirà come un martire ma come un delinquente rigettato da tutti e sul legno dei maledetti!), l’apparizione del Messia nella Galilea delle genti e non nella terra “nobile” di Giuda, nella Città santa di Gerusalemme, è una “sorpresa” ed è anche una dichiarazione degli intenti di Dio che, con l’incarnazione del Figlio, viene a sconfessare le nostre vie religiose che sempre, ben nettamente vorrebbero segnare i confini tra sacro e profano … invece, nella terra contaminata dai pagani, in quella Galilea da cui “non sorge profeta” (cfr Gv 7,52) inizia a brillare la luce attesa della salvezza. Dinanzi a questo inatteso, però, Matteo afferma che già i profeti avevano annunziato questo “novum” e così cita il testo del Libro di Isaia in cui un oracolo, che oggi è la prima lettura, preconizza la terra di Zabulon e di Neftali (in pratica la Galilea) come la prima che vedrà la luce della salvezza. Nel Figlio fatto carne che viene nel mondo, e viene a proclamare il Regno. si rivela un messianismo che non ha confini particolaristici e Matteo questo l’aveva già affermato con lucida chiarezza nell’episodio dei Magi (cfr Mt 2,1ss).
Ecco che la parola del Messia inizia a risuonare per le strade del mondo; le parole di Gesù sono le stesse di quelle del Battista (cfr 3,2). Questo ci dice che la predicazione di Gesù è in stretta continuità con quella di Giovanni, suo maestro; ma e cambia l’annunziatore, in qualche modo, cambia anche l’annunzio. Se l’annunzio prima era dato dal Precursore l’accento doveva esser posto sulla conversione ma se ora la Parola la proclama Colui che è il compimento l’accento va posto sul Regno che è venuto! Gesù non spiega cosa sia questo Regno che è venuto; tutto l’Evangelo ci aiuterà ad accostarci a questo Regno che Gesù è venuto a portare; ce ne darà tante immagini ma mai nessuna definizione e questo ci deve far riflettere! Al Regno ci saranno sempre e solo degli accostamenti perché esso si realizza qui nel regnare di Dio ma si compirà solo nell’ “oltre”! Qui del Regno che viene ci è data una scena che ci esemplifica come la luce del Messia si irradia e di come il regnare di Dio, attraverso Gesù, in Gesù, si fa prossimo all’uomo nella sua concretezza quotidiana.
Ecco qui, infatti, degli uomini che vedono quella luce che finalmente e inaspettatamente brilla nel territorio di Zabulon e di Neftali e ne sono afferrati permettendo a Dio di iniziare a regnare sulle loro vite, nelle loro vite ed attraverso le loro vite. Uomini che sono nel loro quotidiano, nel loro ordinario: nessuna cornice “sacra” per questa chiamata … unica cornice la loro vita dura; lì il Regno li raggiunge! La chiamata dei primi quattro discepoli, per Matteo, è farci vedere concretamente e la conversione e il venire del Regno.
Gesù passa lungo il mare di Galilea (in realtà semplicemente il Lago di Genezareth come lo chiamerà il meno provinciale Luca!) e si imbatte in due fratelli che pare che incontri per la prima volta (Giovanni, nel suo Evangelo, ci narra di un incontro di Gesù coi questi uomini già nel deserto di Giuda; cfr Gv 1, 36-42) e li chiama dietro (“opiso”) a sé; è un’espressione che, già nell’Antico Testamento è usata per chiamare discepoli alla sequela(cfr 2Re 6,19); Gesù chiama in un rapporto con Lui; un rapporto che ora inizia e che non tollera né rinvii, né lentezze. C’è un subito (“euthéos”) che riguarda sia Pietro ed Andrea che Giovanni e Giacomo … se facciamo un confronto con la chiamata di Eliseo da parte di Elia (1Re 19, 19-21) si nota che ad Eliseo vengono concessi dei “riti” di commiato; qui no! L’irrompere del Regno nella storia dà alla storia stessa un’accelerazione che non deve essere in alcun modo frenata. C’è un’urgenza che ora scocca! Guai a chi differisce o rallenta il cammino di questo Regno.
Davanti a questo Regno veniente si fa chiara per Matteo, proprio in questo racconto, chi sia il discepolo: in primo luogo è uno che ha posto al centro Gesù. È Lui che si segue. Non la sua dottrina, né un suo bel progetto di vita. Il discepolo è uno che deve fare vita con Lui che è il maestro; un discepolo che, dunque, non diverrà mai a sua volta maestro. Lo statuto del discepolo di Gesù comprende il rimanere per sempre discepolo.
Il discepolo, poi, ci dice Matteo, è uno chiamato a dei tagli; il discepolo di Gesù è uno che deve dire dei “no”, è uno che deve assolutamente girare pagina; ci sono cose e persone da lasciare; non a caso il racconto ci mostra due coppie di fratelli e la narrazione delle due chiamate è quasi a calco ma c’è una differenza: Pietro ed Andrea lasciano le reti, Giovanni e Giacomo lasciano la barca ed il padre; insomma, non solo il mestiere ma anche la famiglia. Se il mestiere rappresenta un’identità sociale, il padre rappresenta le radici ma, rappresentando la famiglia, rappresenta qualcosa che ormai il discepolo deve riconoscere altrove, in un altrove che è la comunità dei discepoli.
E qui ci siamo già imbattuti in un terzo elemento che caratterizza l’identità del discepolo: la comunità. Il discepolo non è un solitario alla sequela di Gesù, è uno che lì trova degli altri che ugualmente seguono quel Maestro. È da Gesù che sceglie che nasce la comunità. Poiché Gesù ci ha scelti ci fa comunità. Il discepolo è questo.
Il discepolo, poi, continua a dirci Matteo in questo racconto apparentemente così semplice, è uno che si mette in cammino. La sequela del discepolo di Gesù non ci conduce o colloca in uno stato ma ci fa degli uomini “della via” (cfr At 9,2), ci mette in cammino. Il discepolo, l’uomo del Regno è uno sempre per via. È affetto da una “santa inquietudine”!
Un ultimo tratto che questo testo dà al discepolo è quelle del missionario. La chiamata alla sequela è missione, è invio! Il discepolo, proprio perché è uno in stretta relazione con Gesù, (dietro di me!) è in corsa verso il mondo (Vi farò pescatori di uomini!). Insomma Gesù non prende i suoi e li mette al riparo dal mondo, quasi in uno spazio separato, privilegiato, protetto, esente. No! Li mette in cammino per le strade del mondo, per le strade degli uomini ad annunziare il Regno! Il discepolo ha la “febbre dell’annunzio”!
Più avanti Gesù dirà che per seguirlo bisogna assumere la croce (cfr Mt 16, 24) in una solidarietà profondissima con il mondo ed i suoi dolori tanto da rinunziare a se stessi fino alla morte dell’uomo vecchio.
Il Regno è portato da uomini così. Non c’è nessuno sconto da questa identità per chi vuole essere discepolo di Gesù e quindi “luogo” in cui il Regno si dispiega. Il Regno … con tutti i suoi confini senza confini!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

la Bibbia figurata, la conversione di San Paolo

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Publié dans:immagini sacre |on 23 janvier, 2020 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 22 gennaio 2020 – Catechesi: Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “Ci trattarono con gentilezza” (cfr At 28,2)

http://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2020/documents/papa-francesco_20200122_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 22 gennaio 2020 – Catechesi: Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “Ci trattarono con gentilezza” (cfr At 28,2)

Aula Paolo VI

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi è intonata alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Il tema di quest’anno, che è quello dell’ospitalità, è stato sviluppato dalle comunità di Malta e Gozo, a partire dal passo degli Atti degli Apostoli che narra dell’ospitalità riservata dagli abitanti di Malta a San Paolo e ai suoi compagni di viaggio, naufragati insieme con lui. Proprio a questo episodio mi riferivo nella catechesi di due settimane fa.
Ripartiamo dunque dall’esperienza drammatica di quel naufragio. La nave su cui viaggia Paolo è in balia degli elementi. Da quattordici giorni sono in mare, alla deriva, e poiché né il sole né le stelle sono visibili, i viaggiatori si sentono disorientati, persi. Sotto di loro il mare s’infrange violento contro la nave ed essi temono che quella si spezzi sotto la forza delle onde. Dall’alto sono sferzati dal vento e dalla pioggia. La forza del mare e della tempesta è terribilmente potente e indifferente al destino dei naviganti: erano più di 260 persone!
Ma Paolo che sa che non è così, parla. La fede gli dice che la sua vita è nelle mani di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, e che ha chiamato lui, Paolo, per portare il Vangelo sino ai confini della terra. La sua fede gli dice anche che Dio, secondo quanto Gesù ha rivelato, è Padre amorevole. Perciò Paolo si rivolge ai compagni di viaggio e, ispirato dalla fede, annuncia loro che Dio non permetterà che un capello del loro capo vada perduto.
Questa profezia si avvera quando la nave si arena sulla costa di Malta e tutti i passeggeri raggiungono sani e salvi la terra ferma. E lì sperimentano qualcosa di nuovo. In contrasto con la brutale violenza del mare in tempesta, ricevono la testimonianza della “rara umanità” degli abitanti dell’isola. Questa gente, per loro straniera, si mostra attenta ai loro bisogni. Accendono un fuoco perché si riscaldino, offrono loro riparo dalla pioggia e del cibo. Anche se non hanno ancora ricevuto la Buona Novella di Cristo, manifestano l’amore di Dio in atti concreti di gentilezza. Infatti, l’ospitalità spontanea e i gesti premurosi comunicano qualcosa dell’amore di Dio. E l’ospitalità degli isolani maltesi è ripagata dai miracoli di guarigione che Dio opera attraverso Paolo sull’isola. Quindi, se la gente di Malta fu un segno della Provvidenza di Dio per l’Apostolo, anche lui fu testimone dell’amore misericordioso di Dio per loro.
Carissimi, l’ospitalità è importante; ed è pure un’importante virtù ecumenica. Anzitutto significa riconoscere che gli altri cristiani sono veramente nostri fratelli e nostre sorelle in Cristo. Siamo fratelli. Qualcuno ti dirà: “Ma quello è protestante, quello ortodosso …” Sì, ma siamo fratelli in Cristo. Non è un atto di generosità a senso unico, perché quando ospitiamo altri cristiani li accogliamo come un dono che ci viene fatto. Come i maltesi – bravi questi maltesi – siamo ripagati, perché riceviamo ciò che lo Spirito Santo ha seminato in questi nostri fratelli e sorelle, e questo diventa un dono anche per noi, perché anche lo Spirito Santo semina le sue grazie dappertutto. Accogliere cristiani di un’altra tradizione significa in primo luogo mostrare l’amore di Dio nei loro confronti, perché sono figli di Dio – fratelli nostri -, e inoltre significa accogliere ciò che Dio ha compiuto nella loro vita. L’ospitalità ecumenica richiede la disponibilità ad ascoltare gli altri, prestando attenzione alle loro storie personali di fede e alla storia della loro comunità, comunità di fede con un’altra tradizione diversa dalla nostra. L’ospitalità ecumenica comporta il desiderio di conoscere l’esperienza che altri cristiani fanno di Dio e l’attesa di ricevere i doni spirituali che ne derivano. E questa è una grazia, scoprire questo è una grazia. Io penso ai tempi passati, alla mia terra per esempio. Quando venivano alcuni missionari evangelici, un gruppetto di cattolici andava a bruciare le tende. Questo no: non è cristiano. Siamo fratelli, siamo tutti fratelli e dobbiamo fare l’ospitalità l’un l’altro.
Oggi, il mare sul quale fecero naufragio Paolo e i suoi compagni è ancora una volta un luogo pericoloso per la vita di altri naviganti. In tutto il mondo uomini e donne migranti affrontano viaggi rischiosi per sfuggire alla violenza, per sfuggire alla guerra, per sfuggire alla povertà. Come Paolo e i suoi compagni sperimentano l’indifferenza, l’ostilità del deserto, dei fiumi, dei mari… Tante volte non li lasciano sbarcare nei porti. Ma, purtroppo, a volte incontrano anche l’ostilità ben peggiore degli uomini. Sono sfruttati da trafficanti criminali: oggi! Sono trattati come numeri e come una minaccia da alcuni governanti: oggi! A volte l’inospitalità li rigetta come un’onda verso la povertà o i pericoli da cui sono fuggiti.
Noi, come cristiani, dobbiamo lavorare insieme per mostrare ai migranti l’amore di Dio rivelato da Gesù Cristo. Possiamo e dobbiamo testimoniare che non ci sono soltanto l’ostilità e l’indifferenza, ma che ogni persona è preziosa per Dio e amata da Lui. Le divisioni che ancora esistono tra di noi ci impediscono di essere pienamente il segno dell’amore di Dio. Lavorare insieme per vivere l’ospitalità ecumenica, in particolare verso coloro la cui vita è più vulnerabile, ci renderà tutti noi cristiani – protestanti, ortodossi, cattolici, tutti i cristiani – esseri umani migliori, discepoli migliori e un popolo cristiano più unito. Ci avvicinerà ulteriormente all’unità, che è la volontà di Dio per noi.

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO CATECHESI |on 23 janvier, 2020 |Pas de commentaires »
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