Archive pour décembre, 2019

BUON ANNO A TUTTI

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 31 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

MARIA SS. MADRE DI DIO

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Publié dans:immagini sacre |on 30 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

SOLENNITÀ DI MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO – GIOVANNI PAOLO II – 1980

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SANTA MESSA PER LA XIII GIORNATA DELLA PACE

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

SOLENNITÀ DI MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

Basilica Vaticana – Martedì, 1° gennaio 1980

1. Oggi sull’orizzonte della storia dell’umanità è apparsa una nuova data: 1980. È apparsa appena poche ore fa e ci accompagnerà per tutti i giorni che si susseguiranno durante quest’anno, fino al 31 dicembre prossimo. Salutiamo questo primo giorno e l’intero anno nuovo in tutti i luoghi della terra. Lo salutiamo qui, nella Basilica di san Pietro, nel cuore della Chiesa, con tutta la ricchezza del contenuto liturgico, che porta con sé questo primo giorno dell’anno nuovo.
Oggi ricorre anche l’ultimo giorno dell’ottava di Natale. La grande festa dell’incarnazione del Verbo eterno continua ad essere presente in esso e in un certo senso vi risuona con un’ultima eco. La nascita dell’uomo trova sempre la sua risonanza più profonda nella madre, e perciò quest’ultimo giorno dell’ottava di Natale, che è contemporaneamente il primo dell’anno nuovo, è dedicato alla Madre del Figlio di Dio. In questo giorno veneriamo la sua divina maternità, così come la venera tutta la Chiesa in oriente ed in occidente, rallegrandosi della certezza di tale verità, in particolare dai tempi del Concilio di Efeso, nel quattrocentotrentuno.
Ed inoltre vogliamo dedicare questo primo giorno dell’anno nuovo, che per la Chiesa è una festa così grande, alla grande causa della pace sulla terra. Rimaniamo qui fedeli alla verità della nascita di Dio, perché infatti ad essa appartiene quel primo messaggio di pace nella storia della Chiesa, pronunciato a Betlemme: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14). Nella scia di quello si colloca anche l’odierno messaggio per la celebrazione della giornata mondiale della pace, che la Chiesa indirizza a tutti gli uomini di buona volontà, per dimostrare che la verità è fondamento e forza della pace nel mondo. Insieme a questo messaggio di pace vanno anche i fervidi auguri, che la Chiesa porge a ogni uomo, a ciascuno, e a tutti senza eccezione, con le parole della prima lettura biblica della liturgia d’oggi.
“Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6, 24-26).
2. La verità, alla quale ci richiamiamo nel messaggio di quest’anno per il primo gennaio, è prima di tutto una verità sull’uomo. L’uomo vive sempre in una comunità, anzi appartiene a diverse comunità, e società. È figlio e figlia della sua nazione, erede della sua cultura e rappresentante delle sue aspirazioni. In vari modi dipende da sistemi economico-sociali e politici. A volte ci pare che egli sia implicato in essi così profondamente, che sembra quasi impossibile vederlo e giungere a lui in persona, tanti sono i condizionamenti ed i determinismi della sua esistenza terrestre.
E tuttavia bisogna farlo, bisogna tentarlo incessantemente. Bisogna ritornare costantemente alle verità fondamentali sull’uomo, se vogliamo servire la grande causa della pace sulla terra. La liturgia di oggi accenna proprio a questa verità fondamentale sull’uomo, in particolare mediante la lettura forte e concisa della lettera ai Galati. Ogni uomo nasce da una donna, così come dalla Donna è nato anche il Figlio di Dio, l’uomo Gesù Cristo.
E l’uomo nasce per vivere!
La guerra è sempre fatta per uccidere. È una distruzione di vite concepite nel seno delle madri. La guerra è contro la vita e contro l’uomo. Il primo giorno dell’anno, che col suo contenuto liturgico concentra la nostra attenzione sulla maternità di Maria, è già per ciò stesso un annuncio di pace. La maternità, infatti, rivela il desiderio e la presenza della vita; manifesta la santità della vita. Invece, la guerra significa distruzione della vita. La guerra nel futuro potrebbe essere un’opera di distruzione, assolutamente inimmaginabile, della vita umana.
Il primo giorno dell’anno ci ricorda che l’uomo nasce alla vita nella dignità che gli è dovuta. E la prima dignità è quella derivante dalla sua umanità stessa. Su questa base poggia anche quella dignità, che ha rivelato e portato all’uomo il Figlio di Maria: “. . .quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per volontà di Dio” (Gal 4, 4-7)
La grande causa della pace nel mondo è delineata, nei suoi stessi fondamenti, mediante queste due grandezze: il valore della vita e la dignità dell’uomo. Ad esse dobbiamo richiamarci incessantemente, servendo questa causa.
3. L’anno 1980, che incomincia oggi, ci ricorderà la figura di san Benedetto, che Paolo VI ha proclamato patrono d’Europa. In questo anno si compiono quindici secoli dalla sua nascita. Sarà forse sufficiente un semplice ricordo, così come si commemorano i diversi anniversari anche importanti? Penso che non basti; questa data e questa figura hanno un’eloquenza tale che non basterà una comune commemorazione, ma sarà necessario rileggere ed interpretare alla loro luce il mondo contemporaneo.
Di che cosa, infatti, parla san Benedetto da Norcia? Parla dell’inizio di quel lavorio gigantesco, da cui è nata l’Europa. In un certo senso, infatti, essa è nata dopo il periodo del grande impero romano. Nascendo dalle sue strutture culturali, grazie allo spirito benedettino, essa ha estratto da quel patrimonio e ha incarnato nell’eredità della cultura europea e universale tutto ciò che altrimenti sarebbe andato perduto. Lo spirito benedettino è in antitesi con qualsiasi programma di distruzione. Esso è uno spirito di recupero e di promozione, nato dalla coscienza del piano divino di salvezza ed educato nella unione quotidiana della preghiera e del lavoro.
In questo modo san Benedetto, vissuto alla fine dell’antichità, fa da salvaguardia di quell’eredità che essa ha tramandato all’uomo europeo e all’umanità. Contemporaneamente, egli sta alla soglia dei tempi nuovi, agli albori di quell’Europa che nasceva allora, dal crogiuolo delle migrazioni di nuovi popoli. Egli abbraccia col suo spirito anche l’Europa del futuro. Non soltanto nel silenzio delle biblioteche benedettine e negli “scriptoria” nascono e si conservano le opere della cultura spirituale, ma intorno alle abbazie si formano anche i centri attivi del lavoro, in particolare di quello dei campi; così si sviluppano l’ingegno e la capacità umana, che costituiscono il lievito del grande processo della civiltà.
4. Ricordando tutto ciò già oggi, nel primo giorno del giubileo benedettino, dobbiamo rivolgerci con un ardente messaggio a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, soprattutto a coloro che abitano sul nostro continente. I temi che hanno scosso l’opinione pubblica europea nel corso delle ultime settimane dell’anno appena terminato, richiedono da noi che si pensi con sollecitudine al futuro. Ci costringono a tale sollecitudine le notizie sui tanti mezzi di distruzione, della quale potrebbero essere vittima i frutti di questa ricca civiltà, elaborati con la fatica di tante generazioni a cominciare dai tempi di san Benedetto. Pensiamo alle città ed ai villaggi – in occidente ed insieme in oriente – che con i mezzi di distruzione già conosciuti potrebbero essere completamente ridotti a mucchi di macerie. In tal caso, chi mai potrebbe proteggere quei meravigliosi nidi della storia e centri della vita e della cultura di ogni nazione, che costituiscono la fonte ed il sostegno per intere popolazioni nel loro cammino talvolta difficile verso il futuro?
Recentemente ho ricevuto da alcuni scienziati una previsione sintetica delle conseguenze immediate e terribili di una guerra nucleare. Ecco le principali:
- la morte, per azione diretta o ritardata delle esplosioni, di una popolazione che potrebbe andare da 50 a 200 milioni di persone;
- una drastica riduzione di risorse alimentari, causata dalla radioattività residuata in larga estensione di terre utilizzabili per l’agricoltura;
- mutazioni genetiche pericolose, sopravvenienti negli stessi esseri umani, nella fauna e nella flora;
- alterazioni considerevoli nella fascia di ozono dell’atmosfera, che esporrebbero l’uomo ad incognite maggiori, pregiudizievoli per la sua vita;
- in una città investita da una esplosione nucleare la distruzione di tutti i servizi urbani e il terrore provocato dal disastro impedirebbero di offrire i minimi soccorsi agli abitanti, creando un incubo da apocalisse.
Basterebbero solo duecento delle cinquantamila bombe nucleari, che si stima che già esistano, per distruggere la maggior parte delle più grandi città del mondo. È urgente, dicono quegli scienziati, che i popoli non chiudano gli occhi su ciò che una guerra atomica può rappresentare per l’umanità.
5. Bastano queste poche riflessioni per farsi una domanda: possiamo continuare su questa strada? La risposta è chiara.
Il Papa discute il tema del pericolo della guerra e della necessità di salvare la pace, con molti uomini e in diverse occasioni. La via per tutelare la pace passa attraverso i colloqui ed i negoziati bilaterali, o multilaterali. Tuttavia, alla loro base dobbiamo ritrovare e ricostruire un coefficiente principale, senza il quale essi da soli non daranno frutto e non assicureranno la pace. Bisogna ritrovare e ricostruire la fiducia reciproca! E questo è un problema difficile. La fiducia non si acquista per mezzo della forza. Neppure si ottiene con le sole dichiarazioni. La fiducia bisogna meritarla con gesti e fatti concreti.
“Pace agli uomini di buona volontà”. Queste parole pronunciate una volta, al momento della nascita di Cristo, non cessano di essere la chiave della grande causa della pace nel mondo. Bisogna che le ricordino soprattutto coloro dai quali più dipende la pace.
6. Oggi è giorno di grande ed universale preghiera per la pace nel mondo. Noi colleghiamo questa preghiera al mistero della Maternità della Madre di Dio, e la Maternità è un messaggio incessante in favore della vita umana, poiché si pronuncia, anche senza parole, contro tutto ciò che la distrugge e la minaccia. Non si può trovare niente che sia opposizione più grande alla guerra ed all’omicidio, se non proprio la maternità.
Così, dunque, eleviamo la nostra grande preghiera universale per la pace sulla terra ispirandoci al mistero della Maternità di Colei, che ha dato la vita umana al Figlio di Dio.
E infine esprimiamo questa preghiera servendoci delle parole della liturgia, che contengono un augurio di verità, di bene e di pace per tutti i popoli della terra:
“Dio abbia pietà di noi e ci benedica, / su di noi faccia splendere il suo volto; / perché si conosca sulla terra la tua via, / fra tutte le genti la tua salvezza. / Ti lodino i popoli, Dio, / Ti lodino i popoli tutti. / Esultino le genti e si rallegrino, / perché giudichi i popoli con giustizia, / governi le nazioni sulla terra. / Ti lodino i popoli, Dio, / Ti lodino i popoli tutti. / La terra ha dato il suo frutto. / Ci benedica Dio, il nostro Dio, / ci benedica Dio / e lo temano tutti i confini della terra” (Sal 67)

Publié dans:MARIA MADRE DI DIO |on 30 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

Fuga in Egitto

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Publié dans:immagini sacre |on 27 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

SANTA FAMIGLIA – FIGLI CHIAMATI DALL’EGITTO

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SANTA FAMIGLIA – FIGLI CHIAMATI DALL’EGITTO

NON C’E’ EGITTO CHE DURI PER SEMPRE

– Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3, 12-21; Mt 2,13-15.19-23 –

Contemplare con gioia il mistero dell’Incarnazione è attitudine necessaria e vitale, ma è un’attitudine che subito si scontra con la storia di peccato in cui il nostro Dio si è voluto immergere proprio con l’Incarnazione. La storia non è un’oasi di pace; la storia rigurgita sangue e dolore ed il Figlio di Dio vi si immerge senza sconti e senza privilegi.
E’ nato nel grembo caldo di una famiglia umana, una famiglia contemporaneamente ordinaria e straordinaria. La sua ordinarietà, coniugata con la sua straordinarietà, fa sì che oggi la Chiesa guardi a quella famiglia come modello per le nostre famiglie; siamo convinti che questa esemplarità è un po’ azzardata in quanto troppo straordinaria è quella Famiglia, ma è pur vero comunque che quella Famiglia ci dice una verità per la nostra vicenda di uomini concreti, segnati dal dono della fede: non c’è nessuna esenzione per chi crede! Quanto è meschina quell’idea (madre di tanti “delusi” da Dio!) per la quale chi crede, e compie le opere della giustizia, dovrebbe essere esentato dal dolore, dai patimenti fisici e morali, dall’emarginazione! Quanto è misera e calcolatrice questa concezione di una fede che metta al riparo dalla vita!
Il racconto evangelico di oggi ci dice perfettamente il contrario, e ci ricorda che il solo giusto è stato minacciato da una spada assassina dal principio della sua vicenda umana fino al concretarsi di quell’antica minaccia di Erode sulla croce piantata sul Golgotha. Nessuna esenzione al Figlio di Dio nella carne degli uomini, nessuna esenzione per colei che fu madre e vergine dell’Emmanuele, nessuna esenzione per Giuseppe, figlio di Davide e uomo giusto!
La vicenda, che Matteo si compiace di narrarci per motivi più teologici che strettamente storici (Luca ignora questa fuga in Egitto!), contiene nel suo svolgersi l’indicazione di ciò che davvero occorre al credente per percorrere le strade della storia.
Ancora Giuseppe ne è umile maestro: ascolta e obbedisce! Nell’ultima domenica d’Avvento l’abbiamo visto in quell’obbedienza che lo ha trasformato, dicevamo, da ragazzo innamorato con un suo progetto, in ultimo dei Patriarchi della Prima Alleanza; da custode di un piccolo sogno con confini precisi segnati da una bottega, una casa come le altre, e una sposa feconda a custode del più grande sogno di Dio: essere per sempre, per noi uomini, l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Quell’obbedienza consegna a Gesù la discendenza davidica, quell’obbedienza permette a Dio di chiamare “figlio” quel bambino, e permette a Israele di chiamarlo “Nazoreo”. Giuseppe, come già dicevamo domenica scorsa, è sempre connesso con i nomi di Gesù: lui lo chiama Gesù (cfr Mt 1,21), andando in Egitto permette a Dio di chiamarlo mio figlio (“Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”) e, stabilendosi a Nazareth, permette al popolo di Israele di chiamarlo Nazoreo e quindi riconoscerlo come colui che Dio aveva promesso. Nazareth ha la stessa radice di “neser”, che significa “germoglio” (“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse” – cfr Is 11,1; “Da sempre germoglio è il suo nome” – cfr Sal 72,17). A Giuseppe tocca questa obbedienza che dà il nome al Verbo eterno di Dio: Gesù, Figlio, Nazoreo; il suo nome proprio, la sua qualità di Figlio di Dio, il suo essere adempimento delle attese di Israele.
L’Evangelo di oggi, mostrandoci l’opera di obbedienza di Giuseppe, ci fa guardare all’Incarnazione con tutta la sua crudezza; oggi ci è detto il perché profondo dell’Incarnazione di Dio: il Verbo divenne carne (cfr Gv 1,14) per seguirci negli esili e nelle miserie, per fare strada con noi in un nuovo e continuo esodo in cui desidera che anche noi tutti siamo figli chiamati dall’Egitto… L’esilio per la Scrittura fu esperienza dell’Egitto e di Babilonia, due esperienze diverse: l’Egitto fu un esilio diventato schiavitù a causa del peccato degli altri (il Faraone, gli aguzzini…), Babilonia fu esilio causato invece dall’infedeltà di Israele; il Figlio di Dio vivendo l’esilio comincia quella ricerca dell’uomo negli inferi subiti o creati dalla propria iniquità…Nel tornare dall’esilio, Gesù giunge a Nazareth e lì riceve il nome di germoglio, perché inizio di una nuova storia di libertà… Isaia aveva cantato: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse; la stirpe di Iesse (padre del re Davide) pareva secca per sempre, ed il Messia sembrava un sogno impossibile, ma ecco che quel tronco secco è fiorito per la Grazia di Dio e per l’obbedienza di Giuseppe figlio di Davide…ma non è solo quel tronco secco di Iesse che in Gesù fiorisce, ma in Lui fiorisce il ceppo di tutta l’umanità che è infecondo di pace, di bene, di amore perché asservito dal peccato; fiorisce di una santità che non si può dare da sola! La salvezza infatti viene dal grembo di una Madre vergine per dirci che l’uomo nuovo, Gesù, solo Dio poteva darcelo! L’uomo nuovo può essere solo accolto come dono, proprio come fecero Maria con il suo grembo e Giuseppe con la sua obbedienza.
A Nazareth il Figlio di Dio entra nell’umile quotidiano; il Dio-con-noi è davvero con noi, e santifica ogni ferialità, ogni riposo e fatica, ogni gioia ed ogni dolore, ogni amore ed ogni timore…l’esodo di Dio verso l’uomo ed il suo mondo è iniziato perché si compia l’esodo dell’uomo verso il mondo di Dio.
Maria e Giuseppe compagni di questo esodo e di quella quotidianità sono davvero primizia di una nuova storia in cui Cristo è cuore dei giorni. In tal senso ogni comunità umana, a partire da quella familiare, scopre nell’Evangelo un segreto che è fonte di vera pace e di senso: la presenza di Cristo che è presenza di Dio, perché Lui è l’Emmanuele.
Il germoglio (“neser” cfr Is 11,1) è il consacrato di Dio (“nazir” cfr Gdc 13,5.7) che fa fiorire l’umanità nuova rendendola santa con la sua santità.
Lo straordinario di tutto questo è che ci vien detto che questa nostra povera carne può essere davvero luogo di santità! E se il peccato fa scorrere sangue innocente e costringe i giusti all’esilio non dobbiamo temere, perché Dio compie ogni sua parola e promessa, e l’Emmanuele è Dio-con-noi anche negli esili, nelle ingiuste fughe e nel non-senso dell’odio del mondo.
Non c’è “Egitto” che duri per sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Buon Natale e tanta serenità a tutti

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 24 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

Natale del Signore

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Publié dans:immagini sacre |on 23 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA DELLA NOTTE – SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO 2018

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SANTA MESSA DELLA NOTTE – SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO 2018

CAPPELLA PAPALE

Basilica Vaticana
Lunedì, 24 dicembre 2018

Giuseppe, con Maria sua sposa, salì «alla città di Davide chiamata Betlemme» (Lc 2,4). Stanotte, anche noi saliamo a Betlemme per scoprirvi il mistero del Natale.
1. Betlemme: il nome significa casa del pane. In questa “casa” il Signore dà oggi appuntamento all’umanità. Egli sa che abbiamo bisogno di cibo per vivere. Ma sa anche che i nutrimenti del mondo non saziano il cuore. Nella Scrittura, il peccato originale dell’umanità è associato proprio col prendere cibo: «prese del frutto e ne mangiò», dice il libro della Genesi (3,6). Prese e mangiò. L’uomo è diventato avido e vorace. Avere, riempirsi di cose pare a tanti il senso della vita. Un’insaziabile ingordigia attraversa la storia umana, fino ai paradossi di oggi, quando pochi banchettano lautamente e troppi non hanno pane per vivere.
Betlemme è la svolta per cambiare il corso della storia. Lì Dio, nella casa del pane, nasce in una mangiatoia. Come a dirci: eccomi a voi, come vostro cibo. Non prende, offre da mangiare; non dà qualcosa, ma sé stesso. A Betlemme scopriamo che Dio non è qualcuno che prende la vita, ma Colui che dona la vita. All’uomo, abituato dalle origini a prendere e mangiare, Gesù comincia a dire: «Prendete, mangiate. Questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Il corpicino del Bambino di Betlemme lancia un nuovo modello di vita: non divorare e accaparrare, ma condividere e donare. Dio si fa piccolo per essere nostro cibo. Nutrendoci di Lui, Pane di vita, possiamo rinascere nell’amore e spezzare la spirale dell’avidità e dell’ingordigia. Dalla “casa del pane”, Gesù riporta l’uomo a casa, perché diventi familiare del suo Dio e fratello del suo prossimo. Davanti alla mangiatoia, capiamo che ad alimentare la vita non sono i beni, ma l’amore; non la voracità, ma la carità; non l’abbondanza da ostentare, ma la semplicità da custodire.
Il Signore sa che abbiamo bisogno ogni giorno di nutrirci. Perciò si è offerto a noi ogni giorno della sua vita, dalla mangiatoia di Betlemme al cenacolo di Gerusalemme. E oggi ancora sull’altare si fa Pane spezzato per noi: bussa alla nostra porta per entrare e cenare con noi (cfr Ap 3,20). A Natale riceviamo in terra Gesù, Pane del cielo: è un cibo che non scade mai, ma ci fa assaporare già ora la vita eterna.
A Betlemme scopriamo che la vita di Dio scorre nelle vene dell’umanità. Se la accogliamo, la storia cambia a partire da ciascuno di noi. Perché quando Gesù cambia il cuore, il centro della vita non è più il mio io affamato ed egoista, ma Lui, che nasce e vive per amore. Chiamati stanotte a salire a Betlemme, casa del pane, chiediamoci: qual è il cibo della mia vita, di cui non posso fare a meno? È il Signore o è altro? Poi, entrando nella grotta, scorgendo nella tenera povertà del Bambino una nuova fragranza di vita, quella della semplicità, chiediamoci: ho davvero bisogno di molte cose, di ricette complicate per vivere? Riesco a fare a meno di tanti contorni superflui, per scegliere una vita più semplice? A Betlemme, accanto a Gesù, vediamo gente che ha camminato, come Maria, Giuseppe e i pastori. Gesù è il Pane del cammino. Non gradisce digestioni pigre, lunghe e sedentarie, ma chiede di alzarsi svelti da tavola per servire, come pani spezzati per gli altri. Chiediamoci: a Natale spezzo il mio pane con chi ne è privo?
2. Dopo Betlemme casa del pane, riflettiamo su Betlemme città di Davide. Lì Davide, da ragazzo, faceva il pastore e come tale fu scelto da Dio, per essere pastore e guida del suo popolo. A Natale, nella città di Davide, ad accogliere Gesù ci sono proprio i pastori. In quella notte «essi – dice il Vangelo – furono presi da grande timore» (Lc 2,9), ma l’angelo disse loro: «non temete» (v. 10). Torna tante volte nel Vangelo questo non temete: sembra il ritornello di Dio in cerca dell’uomo. Perché l’uomo, dalle origini, ancora a causa del peccato, ha paura di Dio: «ho avuto paura e mi sono nascosto» (Gen 3,10), dice Adamo dopo il peccato. Betlemme è il rimedio alla paura, perché nonostante i “no” dell’uomo, lì Dio dice per sempre “sì”: per sempre sarà Dio-con-noi. E perché la sua presenza non incuta timore, si fa tenero bambino. Non temete: non viene detto a dei santi, ma a dei pastori, gente semplice che al tempo non si distingueva certo per garbo e devozione. Il Figlio di Davide nasce tra i pastori per dirci che mai più nessuno è solo; abbiamo un Pastore che vince le nostre paure e ci ama tutti, senza eccezioni.
I pastori di Betlemme ci dicono anche come andare incontro al Signore. Essi vegliano nella notte: non dormono, ma fanno quello che Gesù più volte chiederà: vegliare (cfr Mt 25,13; Mc 13,35; Lc 21,36). Restano vigili, attendono svegli nel buio; e Dio «li avvolse di luce» (Lc 2,9). Vale anche per noi. La nostra vita può essere un’attesa, che anche nelle notti dei problemi si affida al Signore e lo desidera; allora riceverà la sua luce. Oppure una pretesa, dove contano solo le proprie forze e i propri mezzi; ma in questo caso il cuore rimane chiuso alla luce di Dio. Il Signore ama essere atteso e non lo si può attendere sul divano, dormendo. Infatti i pastori si muovono: «andarono senza indugio», dice il testo (v. 16). Non stanno fermi come chi si sente arrivato e non ha bisogno di nulla, ma vanno, lasciano il gregge incustodito, rischiano per Dio. E dopo aver visto Gesù, pur non essendo esperti nel parlare, vanno ad annunciarlo, tanto che «tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori» (v. 18).
Attendere svegli, andare, rischiare, raccontare la bellezza: sono gesti di amore. Il buon Pastore, che a Natale viene per dare la vita alle pecore, a Pasqua rivolgerà a Pietro e, attraverso di lui a tutti noi, la domanda finale: «Mi ami?» (Gv 21,15). Dalla risposta dipenderà il futuro del gregge. Stanotte siamo chiamati a rispondere, a dirgli anche noi: “Ti amo”. La risposta di ciascuno è essenziale per il gregge intero.
«Andiamo dunque fino a Betlemme» (Lc 2,15): così dissero e fecero i pastori. Pure noi, Signore, vogliamo venire a Betlemme. La strada, anche oggi, è in salita: va superata la vetta dell’egoismo, non bisogna scivolare nei burroni della mondanità e del consumismo. Voglio arrivare a Betlemme, Signore, perché è lì che mi attendi. E accorgermi che Tu, deposto in una mangiatoia, sei il pane della mia vita. Ho bisogno della fragranza tenera del tuo amore per essere, a mia volta, pane spezzato per il mondo. Prendimi sulle tue spalle, buon Pastore: da Te amato, potrò anch’io amare e prendere per mano i fratelli. Allora sarà Natale, quando potrò dirti: “Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti amo” (cfr Gv 21,17).

 

Publié dans:NATALE 2019 |on 23 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

Il sogno di Giuseppe

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Publié dans:immagini sacre |on 21 décembre, 2019 |Pas de commentaires »

IV DOMENICA DI AVVENTO – LA VOCAZIONE DI GIUSEPPE

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IV DOMENICA DI AVVENTO – LA VOCAZIONE DI GIUSEPPE

ATTESA, CRISI E SORPRESA

– Is 7, 10-14; Sal 23; Rm 1, 1-7; Mt 1, 18-24 –

L’Avvento è un tempo complesso: è attesa, è crisi per un discernimento, è sorpresa dinanzi ad un Dio che supera ogni proiezione umana e che sconvolge tutti i progetti.
Il Veniente deve essere atteso come Maria che lo accoglierà, ma dopo un tempo in cui l’attesa diviene l’“habitus” di ogni giorno; il Veniente mette in crisi, come accade a Giovanni Battista che permette alle domande di farsi largo in lui, perchè ancora cresca in lui il discernimento per riconoscere il vero volto di questo Veniente, così “altro” rispetto anche alle sue parole di profezia; il Veniente sconcerta, sconvolge i progetti e sorprende con l’“oltre” che è un “oltre” che diviene appello a ritirarsi con le proprie logiche, attese e speranze … ed è quello che capita a Giuseppe.
Il passo di Matteo di questa domenica ci narra un umanissimo e dolorosissimo sconcerto nel cuore di questo ragazzo innamorato (una volta per sempre cancelliamo i Giuseppe “vecchietti” del nostro immaginario!!) … nel passato anche illustri Padri ed esegeti hanno voluto “salvare” Giuseppe mettendolo al riparo dall’aver nutrito sospetti circa Maria, dal cocente dubbio di essersi innamorato della persona sbagliata, di aver fatto un passo falso che ora è fonte di dolore e forse di disonore. Io credo che, se stiamo per celebrare l’Incarnazione di Dio, questa avviene nella nostra storia concretissima in cui nessuno può credere o solo immaginare, di primo impatto, ciò che la rivelazione di Dio e la fede cristiana proclamano con certezza.
Giuseppe è contemporaneo all’evento della concezione verginale di Maria, e non può immaginare neanche lontanamente che potesse essere possibile … dinanzi a ciò che vede, Giuseppe cerca soluzioni al problema dolorosissimo che gli si è presentato: sa di non essere il padre di chi è generato in Maria, ma non vuole, no sa e non può diventare un violento, non può e non sa passare dall’amore per quella ragazza all’odio per lei … l’ha amata e la ama … che fare? L’evangelo non ci consente di capire di più … e non dobbiamo produrci in fantasie … Matteo è interessato ad altro, e non al “dramma” di Giuseppe. Certo, ce lo deve presentare perchè tutto sia limpido in questo inzio della vita di Gesù…narrandoci questo “dramma”, però Matteo ci mostra come il progetto di Dio entri in una storia concretissima, ed entrandovi crea sconcerto, lacerazioni, cesure; se così non fosse, non risulterebbe un progetto di Dio, ma sarebbe un prevedibile sviluppo di nostri pensieri, di nostre attese.
Giuseppe deve sperimentare questo irrompere di Dio che spezza le sue certezze…tutte…! D’altro canto – pensiamoci – Giuseppe non potrà chiamare “opera di Dio” quell’evento accaduto in Maria, e che lo ha ferito a morte se Dio stesso non gli rivela la verità di quell’evento … ecco il sogno di Giuseppe! Matteo è l’unico autore del Nuovo Testamento che usa il sogno come luogo di rivelazione (a Giuseppe, e dopo ai Magi!): l’angelo che Giuseppe sogna non gli deve rivelare che Maria è stata trovata incinta (Giuseppe già lo sa!), ma gli deve dire due cose: perchè Maria è incinta, e perchè lui, Giuseppe, deve rimanere in quella storia. La prima: in quella gravidanza è accaduto l’“impossibile” di Dio (Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo…) ed ecco perchè lo sconcerto e la sorpresa; ecco perchè non potevano esserci risposte e soluzioni umane, come il Giusto Giuseppe pure cercava! La seconda: l’angelo comunica a Giuseppe la sua vocazione unica e strordinaria: essere padre del Figlio di Dio; e sarà padre davvero, perchè dare il nome era compito non solo legale del padre, ma è permettere al figlio di essere se stesso e di scoprire la propria identità. Tanto più qui, dove il nome porta in sè un significato così particolare! Lo chiamerai Gesù, dice l’angelo, e Matteo subito aggiunge un “infatti”, che implicitamente dà la traduzione greca del nome ebraico Jeshuà (cioè “il Signore salva”; ecco perchè l’angelo dice: infatti egli salverà il suo popolo dai suoi peccati).
Nel resto del capitolo scopriremo che ogni azione di Giuseppe sarà collegata a dare un nome a Gesù.
Andrà in Egitto per fuggire da Erode? E questo farà sì che Dio lo chiami “figlio”! Straordinario! (“Affinchè si adempisse quello che il Signore aveva detto per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio” – cfr Mt 2,15; Os 11,1).
Dopo l’Egitto, Giuseppe decide di tornare in terra di Israele e stabilire la dimora a Nazareth? E Matteo puntuale annota: “Perchè si adempisse quello che era stao annunziato dai profeti: Sarà chiamato Nazoreo (cfr Mt 2, 23); Giuseppe permette che Israele riconosca in Gesù, il Figlio di Dio, il germoglio promesso da Dio alla Casa di Davide (cfr Is 11,1). Infatti la parola “nazoreo” ha la radice della parola “neser”, che significa “germoglio”, e da cui deriva anche il nome della città di Nazareth (ed anche la radice della parola “nazir” che significa “consacrato”)!
La sorpresa di Giuseppe è dunque la sorpresa della Casa di Davide, di cui Giuseppe è figlio; Casa di davide a cui Dio è fedele, ma con una fedeltà che non è scevra da giudizio: la casa di Davide è davvero un tronco secco che non può generare con il suo seme il Messia, ma il Messia nasce, come promesso, proprio nella casa di Davide, per opera solo di Dio che chiede alla Casa di Davide (presente nel giusto Giuseppe) di riconoscere quella infecondità che diviene fecondità solo per la misericordia di Dio!
Giuseppe, figlio di Davide, sarà per Gesù veramente padre e padre davidico (non diciamo più quel brutto e depauperante “putativo”!); Giuseppe è il discendente di Davide che farà del tutto diversamente da Acaz, suo antenato e protagonista della prima lettura. Ad Acaz Isaia dà un segno, quello della nascita del figlio Ezechia, segno che il Signore è Dio-con-noi; Acaz non vorrebbe alcun segno perchè non vuole compromettersi con Dio, ed alla fine non accoglierà il segno perchè continuerà a fare di testa sua, agendo mondanamente e secondo le logiche politiche delle alleanze (dimenticando l’Alleanza e portando la Casa di Davide alla rovina).
Giuseppe invece accoglie il segno dell’Emmanuele, riconosce in quella sconcertante gravidanza della sua Maria un segno di speranza tanto più grande delle sue piccole speranze di ragazzo innamorato. Giuseppe è giusto, e compie le parole del Signore accogliendo in pieno la vocazione ad essere padre del Figlio di Dio … Giuseppe obbedisce a Dio, e diviene luogo in cui la salvezza potrà mettere la sua tenda, in Gesù che salverà il suo popolo dai suoi peccati!
In questo ultimo tratto di Avvento, Giuseppe diventa per noi una provocazione grande! Non possiamo e non dobbiamo sfuggire a questa provocazione, pena il fare del cristianesimo e della stessa Venuta del Figlio di Dio (che diciamo di attendere!) semplicemente una via di buon-senso e di conforto delle nostre povere vie, dei nostri asfittici progetti e delle nostre scelte a respiro corto!
Giuseppe si fa capovolgere da Dio!
C’è poco da fare: il Veniente non ci conferma nel nostro buon-senso (come è triste il nostro buon-senso!); non ci conforta nelle vie che abbiamo imboccato a prescindere da Lui; il Veniente può davvero venire a sconvolgere i nostri progetti e le nostre scelte! Il Veniente è Colui al quale non possiamo presntare i nostri progetti di vita, ma è Colui a cui dobbiamo chiedere, come Saulo di Tarso (un altro sconvolto dal Veniente!): “Che vuoi, Signore, che io faccia?” (cfr At 22,10).
L’Avvento si compie in presenza di uomini come Giuseppe, giusto perchè cerca Dio e la sua volontà; in uomini come lui capaci di credere ai sogni più che al proprio cuore ferito e più che alle evidenze … anche i Magi, di cui Matteo ci racconterà più avanti, saranno meravigliosamente capaci di credere più ai sogni che alle lusinghe di un re!
La venuta del Signore può essere riconosciuta solo da uomini così, uomini con sguardi che guardano lontano e non si lasciano vincere nè dalle evidenze nè dalle proprie progettualità, nè dalle lusinghe del mondo; da uomini che si lasciano vincere solo da Dio! Uomini così possono giungere fino alla mangiatoia di Betlemme, uomini così possono essere i veri cantori del Maranathà con cui si chiude la Santa Scrittura (cfr Ap 22,20).

p. Fabrizio Cristarella Orestano

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