Archive pour novembre, 2019

Vegliate, per essere pronti al suo arrivo.

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OMELIA I DOMENICA DI AVVENTO A (01-12-2019)

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OMELIA I DOMENICA DI AVVENTO A (01-12-2019)
Missionari della Via

Inizia oggi il tempo dell’Avvento, tempo di preparazione e dunque, speriamo, anche di crescita. Il tempo liturgico dell’Avvento celebra la venuta di Dio, nei suoi due momenti: dapprima ci invita a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo; quindi, avvicinandosi il Natale, ci chiama ad accogliere il Verbo fatto uomo per la nostra salvezza.
Ora, il Signore viene continuamente nella nostra vita, vi è una venuta intermedia che avviene, (speriamo di accogliere) nel nostro cuore. A che serve questa venuta? A vivere bene questa vita, preparandoci all’incontro con il Signore. Infatti, se non riflettiamo che la nostra vita terrena ha un fine, le cose che facciamo non hanno un movente autentico, non sono indirizzate verso la meta finale.
Come sarà la fine della nostra strada? Qui il Vangelo ci dice che può avvenire come al tempo di Noè: tutti mangiano, tutti si sposano, tutti bevono; ora, queste non sono cose cattive, ma rischiano di diventare l’assoluto. Noi viviamo di queste cose, però c’è qualcosa di più grande del solo mangiare, del bere, di realizzarmi, di vivere affetti come possessi. San Paolo ce lo ricorda: «passa la scena di questo mondo» (cfr 1Cor 7,31).
Ecco, Noè sale sull’arca consapevole di ciò, ma gli altri non si accorgono di nulla presi come sono dalle loro cose. Questo è qualcosa di ricorrente. Vediamo persone che si donano, che mostrano con la loro vita che tendono verso qualcosa di oltre, di più grande, ma non riflettiamo su ciò. Ho visto persone rispondere alla chiamata del Signore consacrandosi totalmente a Lui, e i parenti vivere quasi nell’indifferenza tutto ciò.
Una volta un mio caro mi disse che non aveva bisogno di miracoli, perché la mia chiamata era già un miracolo; risultato? Non cambiò minimamente stile di vita, lontano dal Signore prima, lontano dal Signore dopo, nel peccato prima, nel peccato dopo!
Certo che è proprio strano tutto ciò! Siamo così intontiti nel fare le cose di questo mondo che non pensiamo al dopo. Spesso ai funerali mi capita di dire ciò per cercare di risvegliare le persone dal loro torpore spirituale; ma spesso, usciti dalla chiesa, dopo due lacrime, un pochino di commozione ritornano alla stessa vita di prima.
«Gesù non dice che la generazione nella quale avverrà ?il giorno del Signore? sarà immorale o particolarmente perversa, ma ne denuncia solo l’indifferenza. Sono uomini e donne che vivono: nascono, crescono, si innamorano, si sposano, mangiano e bevono… Sì, vivono, e su questo loro vivere Gesù non pronuncia condanne, proponendo loro un programma ascetico. Denuncia solo la ?non conoscenza?, il non essere pronti, l’essere indifferenti a ciò che invece va cercato prima di tutto ed è essenziale a una vita veramente umana, che risponda alla volontà e alla vocazione del Creatore. Dunque nessun castigo da parte di Dio, ma semplicemente la manifestazione della situazione in cui si trova l’umanità di fronte alla presenza e alla venuta del Figlio dell’uomo. Purtroppo noi oscilliamo tra febbre apocalittica con predizioni catastrofiche e indifferenza verso questo evento che, tardando così tanto, pensiamo non ci debba tormentare. Ma questo evento non può essere da noi rimandato alla fine della storia, quasi pensando che non ci riguardi, perché in realtà nell’esodo di ciascuno di noi, nel passaggio da questo mondo all’al di là della morte, saremo messi di fronte alla presenza del Figlio dell’uomo veniente nella gloria» (Enzo Bianchi).
Bisogna dunque vegliare perché non sappiamo quando verrà il Signore nella nostra vita, quando andremo incontro a Lui.
«La vigilanza prende valore dal motivo per cui si veglia. Veglia anche il donnaiolo, diceva sant’Agostino, e veglia il ladro, ma non è certo buono il loro vegliare. Vegliano coloro che passano la notte in discoteca, ma spesso per stordirsi e non pensare. Ora il motivo evangelico della vigilanza è così formulato da Gesù: ?State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso?. Non serve consolarsi dicendo che nessuno sa quando sarà la fine e del mondo. C’è una venuta, un ritorno di Cristo, che ha luogo nella vita di ogni persona, al momento della sua morte. Il mondo passa, finisce, per me, nel momento in cui io passo dal mondo e finisco di vivere. Più ?fine del mondo? di così! Dio forse ci minaccia, non ci vuole bene? No, è per amore, perché ha paura di perderci. La cosa peggiore che si può fare, davanti a un pericolo che incombe, è quello di chiudere gli occhi e non guardare» (p. Raniero Cantalamessa).
Ma già ora il Figlio dell’uomo viene secondo schemi che non abbiamo. Occorre la nostra disponibilità ad accogliere il nuovo che arriva. Occorre essere pronti a cambiare vita, vivere una vita più autentica, non rimanere attaccati sempre alle solite cose che facciamo. Perché? Perché la vita ci presenta cambiamenti, possiamo vivere una sofferenza che ci chiede un cambiamento, siamo pronti e disposti a farlo? Anche la morte, realtà dalla quale spesso fuggiamo, inevitabilmente un giorno verrà, siamo pronti ad affrontarla? Chiunque, prima di affrontare un lungo viaggio prepara le cose che gli occorrono, lo facciamo per un breve viaggio e non lo facciamo per un viaggio senza ritorno?
Occorre che ci domandiamo: «Chi è il padrone della mia vita? Se il signore verrà come un ladro significa che il padrone sono io; se invece il padrone è Lui non verrà come un ladro, ma quando verrà io dirò: è il Signore. Allora facciamo sì che in questo tempo diveniamo persone capaci di farsi visitare pronti alla visita che arriva un ospite gradito» (don Fabio Rosini).
Vegliamo dunque, perché così facendo accogliamo il Signore, accogliamo l’amore nella nostra vita

sotto il mantello di Dio (l’emorroissa)

per ciottoli  e it sotto il mantello di Gesù - Copia

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LA VITA È IL MANTELLO DI DIO (XIII Domenica del Tempo Ordinario, 27 giugno 2010)

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LA VITA È IL MANTELLO DI DIO (XIII Domenica del Tempo Ordinario, 27 giugno 2010)

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 25 giugno 2010 (ZENIT.org).- “Partito di lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro ad Elia, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elia disse: “Va’ e torna, poiché sai che cosa ho fatto per te”. Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio” (1Re 19,16b.19-21).
“Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne” (Gal 5,1.13-18).
“(…) Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,51-62).
La liturgia di questa XIII Domenica del T. O. ci fa subito incontrare una parola alquanto comune, una parola chiave, un filo conduttore con cui lo Spirito Santo ha ricamato il tessuto dei testi proposti: la parola “mantello” (1Re 19,19). Il suo significato biblico è illustrato dal racconto della vocazione di Eliseo, nella prima Lettura.
La storia di Eliseo, infatti, comincia con un mantello gettato a sorpresa su di lui da parte del profeta Elia, in cammino lungo la strada che costeggia il campo che egli sta arando con ben ventiquattro buoi (il numero esagerato indica che Eliseo è un contadino benestante).
Quello di Elia è un gesto simbolico che sta a significare l’irreversibile chiamata di Dio:“Il mantello è simbolo del carisma profetico; esso è gettato sulle spalle dell’eletto in una specie di investitura divina” (G. Ravasi).
Ha così inizio la nuova vita di Eliseo al servizio del Signore e del profeta Elia.
Salutati parenti ed amici con un banchetto d’addio, Eliseo segue fedelmente Elia fino al giorno della sua misteriosa dipartita da questa vita, quando sarà trasportato in alto da un carro di fuoco. A questo punto, caduto per terra dal carro, ricompare il mantello, che Eliseo raccoglie subito gridando “Padre mio, padre mio..” (2Re 2,11-13). Lo spirito del Maestro prende allora definitivo possesso del discepolo, come da padre a figlio primogenito.
La brusca investitura profetica di Eliseo è così commentata dal card. Martini: “nessuna parola, nessun tentativo di convinzione, ma solo un gesto violento dal significato chiarissimo. Il mantello è simbolo della persona e, in qualche modo, anche dei suoi diritti. Gettare il mantello su qualcuno costituisce un segno di acquisto, di desiderio di alleanza” (C.M.M., “Il Dio vivente, riflessioni sul profeta Elia”, p.118).
Simbolo della persona, il mantello fa pensare anche al dono-chiamata della vita, che ognuno riceve da Dio senza venire interpellato. Ciò non toglie che, come il mantello di Elia, anche la vita sia un dono fatto alla libertà dell’uomo, un dono “gettato” su di lui per essere accolto e custodito come il più prezioso di tutti i doni ed il più necessario ed impegnativo dei compiti, se davvero l’uomo vuole vivere felice e realizzare se stesso nell’amore. E’ quanto suggerisce oggi Paolo: “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!” (Gal 5,13).
L’ironia fin troppo realistica di Paolo non suona esagerata, se pensiamo non solo alla nostra situazione sociale e politica, ma anche alle tristissime incomprensioni e divisioni tra coloro che un unico carisma o una comune vocazione (un solo mantello!) ha costituito fratelli ed operai del regno di Dio. Occorre precisare che nel vocabolario dell’Apostolo, “carne” significa genericamente ogni comportamento dettato da un sentire egocentrico e disordinato. Atteggiamento, questo, che non scaturisce da quella vera libertà che è la capacità di amare nella verità al modo di uno stile di accoglienza, di ascolto senza pregiudizi e nel dominio di sè.
Un esempio “carnale” di essere e di agire, lo da’ oggi la reazione istintiva di Giacomo e Giovanni, contrariati dal rifiuto opposto a Gesù dai Samaritani: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?” (Lc 9,54). I due discepoli avevano oggettivamente ragione, ma Gesù “si voltò e li rimproverò” (Lc 9,55).
La ricetta di Paolo per discernere e dominare ogni genere di passione disordinata, è semplice ed efficace: “Vi dico, dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. (…) Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge” (Gal 5,16.18).
“La forza del peccato è la Legge”, scrive altrove Paolo (1Cor 15,56); ed egli per primo sperimenta quanto doloroso sia il peccato di divisione dai suoi fratelli ebrei, tanto zelanti per l’osservanza della Legge da voler uccidere lui che ne va proclamando il compimento in Gesù Cristo.
Ma che significa camminare “secondo lo Spirito”? Vuol dire “al passo” dello Spirito, seguendo umilmente il cammino e gli esempi del Signore per entrare nello spazio immenso della sua dolce e trasformante amicizia. Una chiamata assoluta, tanto affascinante quanto esigente, a giudicare dalle parole di Gesù a colui che chiedeva solo di congedarsi da quelli di casa propria: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio” (Lc 9,60).
Una simile radicalità non è disumana, ma intrinseca e necessaria alla missione profetica. Questa, per altro, gode della legge pedagogica della gradualità, come fa intendere la vicenda stessa di Eliseo con la dinamica misteriosa del mantello, in un primo tempo gettatogli sulle spalle da Elia, ma poi “recuperato” a terra dallo stesso Eliseo nel momento del congedo definitivo da lui, come se in precedenza glielo avesse restituito.
Infatti, “si ha l’impressione, pur se il testo non lo dice, che Eliseo abbia ridato il mantello al grande maestro, per indicare che deve prima imparare, deve prima assimilare i suoi insegnamenti di vita. Di fatto, questo mantello sarà consegnato definitivamente ad Eliseo nel momento del rapimento in cielo di Elia.” (C.M.M., id., p. 120).
E’ quest’ultima spiegazione pedagogica che ci consente di tornare al mantello come simbolo della persona e della vita, per osservare che la pienezza della verità sulla vita umana, da comunicare gradualmente al passo di chi ascolta, è comunque e per tutti solo quella rivelata dalla Parola di Gesù. Ne farà esperienza certa chiunque voglia avvicinarsi a Lui con la fede umile ed audace di quella donna malata, che “udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”. E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male” (Mc 5,25-29).

Publié dans:meditazioni |on 27 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

In attesa della seconda venuta di Gesù

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Publié dans:immagini sacre |on 25 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI (2009) – CELEBRAZIONE DEI VESPRI PER L’INIZIO DEL TEMPO DI AVVENTO

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CELEBRAZIONE DEI VESPRI PER L’INIZIO DEL TEMPO DI AVVENTO

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (2009)

Basilica Vaticana
Sabato, 28 novembre 2009

Cari fratelli e sorelle,

con questa celebrazione vespertina entriamo nel tempo liturgico dell’Avvento. Nella lettura biblica che abbiamo appena ascoltato, tratta dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, l’apostolo Paolo ci invita a preparare la “venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (5,23) conservandoci irreprensibili, con la grazia di Dio. Paolo usa proprio la parola “venuta”, in latino adventus, da cui il termine Avvento.
Riflettiamo brevemente sul significato di questa parola, che può tradursi con “presenza”, “arrivo”, “venuta”. Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza, o che viene celebrata presente nel culto. I cristiani adottarono la parola “avvento” per esprimere la loro relazione con Gesù Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera “provincia” denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui, quanti credono nella sua presenza nell’assemblea liturgica. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, Egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi.
Il significato dell’espressione “avvento” comprende quindi anche quello di visitatio, che vuol dire semplicemente e propriamente “visita”; in questo caso si tratta di una visita di Dio: Egli entra nella mia vita e vuole rivolgersi a me. Tutti facciamo esperienza, nell’esistenza quotidiana, di avere poco tempo per il Signore e poco tempo pure per noi. Si finisce per essere assorbiti dal “fare”. Non è forse vero che spesso è proprio l’attività a possederci, la società con i suoi molteplici interessi a monopolizzare la nostra attenzione? Non è forse vero che si dedica molto tempo al divertimento e a svaghi di vario genere? A volte le cose ci “travolgono”. L’Avvento, questo tempo liturgico forte che stiamo iniziando, ci invita a sostare in silenzio per capire una presenza. E’ un invito a comprendere che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. Quanto spesso Dio ci fa percepire qualcosa del suo amore! Tenere, per così dire, un “diario interiore” di questo amore sarebbe un compito bello e salutare per la nostra vita! L’Avvento ci invita e ci stimola a contemplare il Signore presente. La certezza della sua presenza non dovrebbe aiutarci a vedere il mondo con occhi diversi? Non dovrebbe aiutarci a considerare tutta la nostra esistenza come “visita”, come un modo in cui Egli può venire a noi e diventarci vicino, in ogni situazione?
Altro elemento fondamentale dell’Avvento è l’attesa, attesa che è nello stesso tempo speranza. L’Avvento ci spinge a capire il senso del tempo e della storia come “kairós”, come occasione favorevole per la nostra salvezza. Gesù ha illustrato questa realtà misteriosa in molte parabole: nel racconto dei servi invitati ad attendere il ritorno del padrone; nella parabola delle vergini che aspettano lo sposo; o in quelle della semina e della mietitura. L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa: quando è bambino vuole crescere, da adulto tende alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspira al meritato riposo. Ma arriva il tempo in cui egli scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non gli rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino dell’umanità, ma per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace.
Ma ci sono modi molto diversi di attendere. Se il tempo non è riempito da un presente dotato di senso, l’attesa rischia di diventare insopportabile; se si aspetta qualcosa, ma in questo momento non c’è nulla, se il presente cioè rimane vuoto, ogni attimo che passa appare esageratamente lungo, e l’attesa si trasforma in un peso troppo grave, perché il futuro rimane del tutto incerto. Quando invece il tempo è dotato di senso, e in ogni istante percepiamo qualcosa di specifico e di valido, allora la gioia dell’attesa rende il presente più prezioso. Cari fratelli e sorelle, viviamo intensamente il presente dove già ci raggiungono i doni del Signore, viviamolo proiettati verso il futuro, un futuro carico di speranza. L’Avvento cristiano diviene in questo modo occasione per ridestare in noi il senso vero dell’attesa, ritornando al cuore della nostra fede che è il mistero di Cristo, il Messia atteso per lunghi secoli e nato nella povertà di Betlemme. Venendo tra noi, ci ha recato e continua ad offrirci il dono del suo amore e della sua salvezza. Presente tra noi, ci parla in molteplici modi: nella Sacra Scrittura, nell’anno liturgico, nei santi, negli eventi della vita quotidiana, in tutta la creazione, che cambia aspetto a seconda che dietro di essa ci sia Lui o che sia offuscata dalla nebbia di un’incerta origine e di un incerto futuro. A nostra volta, noi possiamo rivolgergli la parola, presentargli le sofferenze che ci affliggono, l’impazienza, le domande che ci sgorgano dal cuore. Siamo certi che ci ascolta sempre! E se Gesù è presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto. Se Lui è presente, possiamo continuare a sperare anche quando gli altri non possono più assicurarci alcun sostegno, anche quando il presente diventa faticoso.
Cari amici, l’Avvento è il tempo della presenza e dell’attesa dell’eterno. Proprio per questa ragione è, in modo particolare, il tempo della gioia, di una gioia interiorizzata, che nessuna sofferenza può cancellare. La gioia per il fatto che Dio si è fatto bambino. Questa gioia, invisibilmente presente in noi, ci incoraggia a camminare fiduciosi. Modello e sostegno di tale intimo gaudio è la Vergine Maria, per mezzo della quale ci è stato donato il Bambino Gesù. Ci ottenga Lei, fedele discepola del suo Figlio, la grazia di vivere questo tempo liturgico vigilanti e operosi nell’attesa. Amen!

 

Publié dans:Tempi Liturgici: Avvento |on 25 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

Cristo Re dell’Universo

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Publié dans:immagini sacre |on 22 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO CRISTO RE

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TRENTAQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO CRISTO RE

21 Novembre 2019 | Omelie Anno C

2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1, 12-20; Lc 23, 35-43

Oggi si parla di un re … una figura un po’ anacronistica … in ribasso sulle quotazioni del mondo … ormai i re sono sempre più pochi sui troni politici del mondo e questo, da un lato rischia di farci sembrare questo titolo dato a Cristo strano e fuori dalle nostre categorie culturali, un titolo quasi da fiaba, da un altro lato però, se i re umani scompaiono o sono solo figure rappresentative e simboliche dove ancora ci sono, questo ci dà la possibilità di guardare alla regalità del Cristo come a qualcosa di davvero diverso e altro. Se i credenti ancora chiamano Gesù re è perché vogliono dire qualcosa di certamente diverso rispetto a tutte le regalità pensabili.
Già il Nuovo Testamento parla di una regalità altra che supera le regalità mondane ed anche quelle messianiche che Israele aveva sperimentato. Nella prima lettura, tratta dal Primo libro di Samuele ci è stata ricordata la regalità messianica di Davide. Le tribù di Israele la riconoscono mettendosi in alleanza con lui riconoscendo la vocazione che Dio gli ha dato di pascere il suo popolo. Ai tempi del Nuovo Testamento però l’esperienza monarchica di Israele è miseramente fallita e la regalità davidica è, per l’Israele fedele, solo una memoria di una promessa che la supera. Il re veniente sarà altro da quello che Israele ha sperimentato, da quello che i popoli sperimentano.
Ma che alterità?
Per comprendere dobbiamo prima porci un’altra domanda: chi è un re? Certamente è uno che guida, che pasce, come già diceva il testo del Primo libro di Samuele con tutta la tradizione profetica; è poi uno nel quale possiamo dire si riassume la totalità del popolo … ma è soprattutto uno che ha l’ultima parola su coloro che lo chiamano re; è il Signore. La festa di oggi allora potremo chiamarla Solennità della Signoria di Cristo. Una signoria che va riconosciuta e accolta per quello che essa è nella sua alterità.
La liturgia di oggi ci propone con crudo realismo questa alterità liberando la regalità di Cristo Gesù da ogni esito trionfalistico, di dominio…liberando la sua Chiesa dalla tentazione di farsi regno mondano stendendo tentacoli di supremazia sui regni e sugli uomini.
Il Cristo è davvero re perché ha parole definitive sulla storia, è davvero re perché tutto regge con la sua parola potente (cfr Eb 1,3), è davvero re perché ha conquistato alla luce del Padre il mondo che si era gettato nelle tenebre di morte. Non bisogna dimenticare che è Gesù stesso che afferma la sua regalità. Nel Quarto Evangelo lo dice con chiarezza: Io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo. Se ci fermassimo qui sarebbe rischioso ma Gesù aveva anche detto, a scanso di ogni possibile equivoco: Il mio regno non è di questo mondo … non è di quaggiù (cfr Gv 18, 36-37) ed il passo dell’Evangelo di Luca che oggi si proclama lo mostra con una chiarezza limpida e spiazzante.
Questo re è altro perché non salva se stesso! Salva gli altri, i suoi torturatori, quelli che lo insultano … salva noi! Per ben tre volte la tentazione lo aggredisce sul paradossale trono della croce: Salva te stesso! La tentazione gli ricorda che ha già operato la salvezza di tanti infelici, di tanti poveri, di tanti disprezzati … e davanti ai suoi occhi di crocefisso sono passati certamente i volti della peccatrice con il vasetto di profumo, del cieco che riapre gli occhi alla luce, dei lebbrosi con la loro pelle risanata, degli ossessi umanizzati, di Zaccheo raggiante di gioia e di speranza, dei suoi discepoli pieni di fiducia in un mondo diverso..li ha salvati! La tentazione gli ricorda che Lui può ma Gesù sa che è re, e anche i suoi uccisori l’hanno scritto in cima alla croce, ma è un re che salva il mondo perdendo se stesso. E questa alterità Luca vuole che noi la capiamo fino in fondo, una regalità davvero altra; Luca vuole che spazziamo via tutte le idee preconcette di regalità e anche di Messia … come l’evangelista ci dice questa alterità? Proprio nel titulus crucis, quel cartello posto in cima alla croce che dava ai passanti e l’identità del condannato e il delitto per cui stava su quel legno. In greco Luca così ci dice il testo del titulum: “O basileùs tõn Ioudaíon outos” che in italiano suona così: “Il re dei Giudei: questo!” Luca è chiarissimo; è come se ci dicesse: “!l re dei Giudei, il Messia è questo, questo crocefisso, questo perdente, questo che non salva se stesso … se pensate ad altra regalità state sbagliando!”
Gesù aveva annunciato questo paradosso per tutta la sua vita, con tutta la sua vita: solo chi perde la propria vita la ritrova (cfr Lc 9,24)…e ora è lì a perdere la sua vita; se salvasse se stesso rinnegherebbe quel paradosso…e così da re paradossale rimane lì, confitto alla croce in un’impotenza totale e sceglie di salvare e non di salvarsi. Come ultimo atto della sua storia su questa nostra terra salva un povero, il più povero…uno a cui si è fatto simile fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2,8). Sulla croce, perdendo se stesso e donando salvezza senza salvare se stesso Gesù è davvero re, domina davvero. Domina quella tremenda “filautìa” che è amore di sé fino alla dimenticanza degli altri e di Dio; domina con l’amore e la misericordia l’odio che lo sta aggredendo inchiodandolo al legno dei maledetti; è re perché si fa ponte tra la terra dei poveri e degli ultimi ed il “paradiso” di Dio…nell’Evangelo di Giovanni Gesù dice: Io sono la via (cfr Gv 14,6) e qui vediamo come Egli sia davvero via; via per chi riconosce nel paradosso la sua regalità, via per chi, come il ladro crocefisso, non ha paura del suo peccato e sa consegnarlo a quelle mani inchiodate apparentemente impotenti ma paradossalmente capaci di aprire quel “paradiso” che l’uomo chiuse con la sua disobbedienza e dinanzi al quale saettava la spada di fuoco dei tremendi cherubini posti a guardarne la soglia (cfr Gen 3,24).
Fu la negazione della signoria del Creatore a chiudere quelle porte che ora vengono spalancate all’ultimo dei figli di Adam, al più reietto e misero, a questo ladro crocefisso che però riconosce, nel Crocefisso che gli sta accanto, il Signore che ha le chiavi della morte e dell’inferno (cfr Ap 1,18) e perciò è la chiave di Davide, se egli apre nessuno chiuderà (cfr Is 22,22).
La Chiesa oggi, al culmine dell’Anno liturgico, contempla questo re che è ragione di ogni lotta quotidiana per la santità e la giustizia, questo re che le dà la forza per costruire il Regno sapendo che esso è sempre dono dall’alto, questo re che mette in crisi tutti i regni del mondo e tutte le pretese di potere, questo re che regna dalla croce.
Alla fine dell’Anno liturgico la meta non è un compiacimento trionfalistico ma, ancora una volta, è una via contraddittoria alle nostre vie, la meta è una Signoria che non ci mette al riparo in una religione rassicurante ma ci chiede di rischiare di persona, a caro prezzo (cfr 1Cor 6,20).
Alla fine dell’Anno liturgico questo re si mostra a noi come possibilità di un modo pieno per essere uomini, vorrei dire del modo pieno per essere uomini: nell’amore che si dona, che non salva se stesso ma salva l’altro!
Questo re è credibile perché senza svendere la sua Signoria si è fatto vicinissimo a noi ed alla concretezza della nostra umanità, fino alle nostre croci. Tanto vicino e prossimo che il ladro crocefisso lo può chiamare semplicemente Gesù (è l’unico in tutto l’Evangelo che lo chiama solo così, senza titoli…) e fa fiorire sulle nostre labbra quello stesso nome santo ogni giorno, nella confidente certezza che Lui è il Signore che a tutto dona senso!
Il Buon Samaritano termina così il suo viaggio, quello che Luca ci ha narrato in tutto il suo Evangelo durante quest’anno ed il finale è sconvolgente: è ferito come colui che ha soccorso! Ha le stesse piaghe e le avrà per sempre (cfr Lc 24,39) non per raccontare un eterno dolore ma per narrare un amore eterno…
Di un Signore così ci possiamo fidare e possiamo camminare, pur tra le contraddizioni della storia, con l’ardente desiderio di pronunciare, come ultima parola delle nostre labbra, proprio come il ladro crocefisso, primo Santo del Regno, il nome del re fattosi compagno delle nostre vite:

Gesù!

P.Fabrizio Cristarella Orestano

La creazione dell’uomo nell’eden

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Publié dans:immagini sacre |on 21 novembre, 2019 |Pas de commentaires »

LA BELLEZZA E LA SUA DESTINAZIONE SPIRITUALE

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LA BELLEZZA E LA SUA DESTINAZIONE SPIRITUALE

Scritto da Francesco di Maria.

Nella Bibbia tutte le realtà create da Dio appaiono ambivalenti, nel senso che sono dotate di potenzialità positive e potenzialità negative. La bellezza, come la conoscenza, il potere, la ricchezza, non vi appare come qualcosa di univoco ma come qualcosa che ha il suo valore nell’uso che se ne fa. Essa può essere qualcosa di gradevole o di esaltante oppure qualcosa di insignificante o di superfluo: dipende da quello che essa riesce ad esprimere e a comunicare e dai modi in cui essa è capace di manifestarsi agli altri oltre che per i fini ai quali appare tesa. Naturalmente, a seconda dell’indole e dei gusti non solo estetici ma anche spirituali dei vari soggetti maschili e femminili che ne fanno esperienza, la bellezza può essere percepita e giudicata in modi diversi, ma questo non toglie che, ove il punto di vista di chi giudica sia quello ispirato ad una sana fede in Cristo e a seri criteri spirituali, la bellezza fisica o estetica sarà ritenuta tanto più umanamente coinvolgente e gratificante quanto più chiari appariranno il suo radicamento morale e la sua vocazione spirituale.
Come tutte le cose create, infatti, anche la bellezza fisica, e più segnatamente la bellezza fisica femminile, può orientarsi verso valori universali di umanità e dignità oppure verso valori effimeri di pura e semplice apparenza. Per questa ragione, in un’ottica cristiana può accadere e accade talvolta che donne belle siano meno interessanti e attraenti di donne meno belle o decisamente sgraziate o che quest’ultime esercitino un appeal superiore a quello di donne fisicamente più dotate e appariscenti.
I termini biblici più ricorrenti per designare la bellezza umana sono in ebraico quelli di Japheh e Tov (splendido, ben riuscito, piacevole) e in greco quelli di Kalòs e Agathòs (bello e buono, nel senso di sano, forte, eccellente), per cui, come si vede, la distinzione tra aspetto estetico e aspetto etico non è sufficientemente chiaro o marcato. Dio crea la bellezza allo scopo di stupire, di sorprendere gli esseri umani sollecitandone una reazione emotiva, estetica, contemplativa che ne favorisca uno stato di benessere interiore. In questo senso, già il mondo creato nella sua interezza ha, per gli esseri umani in generale, indiscutibili tratti di bellezza che provocano in essi un senso di stupore e un desiderio di essere partecipi delle bellezze naturali create da Dio.
Ma già a questo livello la bellezza che suscita ammirazione e desiderio estatico può venire percepita in modo ambivalente, perché da una parte l’uomo resta affascinato e attratto dal mondo creato mentre dall’altra egli può essere tentato di percepirlo come una sorta di divinità in se stesso scambiando idolatricamente l’effetto creato con la causa creatrice. Anche oggi è ben evidente come spesso non si sia immuni da questa tendenza idolatrica di rivestire la realtà o singole realtà del nostro mondo e della nostra vita di caratteri divini. Dinanzi a certe bellezze tipicamente terrene non assumiamo spesso un atteggiamento di adorazione? Di fronte a certe bellezze femminili, a certe bellezze virili, non ci sentiamo forse girare la testa e pervasi da duraturi quanto ingiustificati vortici emozionali? Ma anche dinanzi alle stupefacenti realtà della tecnologia o della medicina più evoluta, non corriamo spesso il rischio di trovarci in posizione letteralmente adorante? Chi si ricorda in quei frangenti dell’origine, della radice, della fonte di queste stesse realtà? E proprio l’oblío o la dimenticanza dell’artefice di tutte le cose fa sí che esistenzialmente si finisca per riservare ogni attenzione alle cose o realtà create piuttosto che all’Autore di esse. Si diventa idolatri senza accorgersene, indipendentemente dal fatto che ci si professi o non ci si professi credenti e cristiani.
Accade spesso che persino tanti seguaci dichiarati di Cristo, per non essere capaci di vedere nelle bellezze conclamate del mondo nient’altro che un riflesso della bellezza infinita di Dio, finiscano per compromettere la loro pur asserita volontà di restare fedeli a Cristo.
La Bibbia è piena di donne bellissime, a cominciare dalle mogli dei patriarchi che sono donne di grande fascino, di bell’aspetto, che fanno innamorare i loro futuri mariti al primo sguardo; è piena di donne bellissime e seduttrici come di regine e schiave, peccatrici o fattucchiere, vergini e madri, e non di rado anche di uomini molto belli e vigorosi come nel caso di re Davide e di suo figlio Assalonne: si pensi, solo per esemplificare, a Betsabea con Davide, Dalila e Sansone, Giuditta e Oloferne, Erodiade e Salomé, Ester con Assuero e Aman. Ma nella Bibbia la bellezza non vale mai per se stessa, bensí solo in quanto espressione della infinita gratuità divina, per cui il suo significato nella storia umana è sempre ambivalente. Come si legge nei “Proverbi”, là dove si descrive la donna saggia che sa bene governare la propria casa, la bellezza, che è sempre un riflesso della bellezza divina, è poca cosa se rimane dissociata dal timore di Dio. La stessa bellezza femminile, priva della sapienza di Dio, è una bellezza opaca, una bellezza che non brilla, che non produce amore nella complessa trama dei rapporti umani.
Si può dire che nell’Antico Testamento è emblematica di una bellezza davvero fulgida e coinvolgente la figura della regina di Saba, una donna bellissima e ricchissima che, per amore della sapienza, non esita a recarsi con grande umiltà e ammirazione da colui che era considerato come l’uomo più sapiente del mondo e in tal senso come il più profondo conoscitore della sapienza stessa di Dio, ovvero il re Salomone. Mentre, nel Nuovo Testamento, la forma più esaltante di bellezza, ovvero un riflesso purissimo della Sapienza stessa di Cristo-Dio, è senza dubbio quella di Maria di Nazaret, sulle cui qualità esteriori tacciono pudicamente i vangeli ma che doveva essere bellissima e rappresentare lo splendore assoluto proveniente dalla plenitudine della grazia divina presente in lei e che con grande ammirazione e molto rispettosamente viene salutata dallo stesso arcangelo Gabriele.
Luigi Maria di Grignion di Montfort volle descrivere l’incomparabile bellezza di Maria in questi termini: «Dio, il Padre, ha fatto un insieme di tutte le acque, che ha chiamato mare; ha fatto un insieme di tutte le sue grazie, che ha chiamato Maria». D’altra parte, risulta inequivocabilmente dagli atti che nel 1854 al commissario Jacquomet che la interrogava, la piccola Bernadette Soubirous descrisse Maria come la «più bella di tutte le signore che conosco».
Ma non si può sottacere il fatto che, come sottolineano i Padri della Chiesa e molti autorevoli esegeti della Bibbia, è esattamente di Maria che si parla nel Libro del “Cantico dei cantici” come di una donna di straordinaria bellezza: «Come sei bella, amica mia, come sei bella!/ Gli occhi tuoi sono colombe,/ dietro il tuo velo./ Le tue chiome sono un gregge di capre,/ che scendono dalle pendici del Gàlaad./ I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,/ che risalgono dal bagno;/ tutte procedono appaiate,/ e nessuna è senza compagna./ Come un nastro di porpora le tue labbra/ e la tua bocca è soffusa di grazia;/ come spicchio di melagrana la tua gota/ attraverso il tuo velo./ Come la torre di Davide il tuo collo,/ costruita a guisa di fortezza./ Mille scudi vi sono appesi,/ tutte armature di prodi./ I tuoi seni sono come due cerbiatti,/ gemelli di una gazzella,/ che pascolano fra i gigli./ Tutta bella tu sei, amica mia,/ in te nessuna macchia./ Tu mi hai rapito il cuore,/ sorella mia, sposa,/ tu mi hai rapito il cuore/ con un solo tuo sguardo,/ con una perla sola della tua collana!/ Quanto sono soavi le tue carezze,/ sorella mia, sposa,/ quanto più deliziose del vino le tue carezze./ L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi./ Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,/ c’è miele e latte sotto la tua lingua/ e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano./ Giardino chiuso tu sei,/ sorella mia, sposa,/ giardino chiuso, fontana sigillata.

Ma, in generale, si può dire che quasi tutte le donne del Nuovo Testamento siano donne bellissime perché perdutamente innamorate di Cristo e della sua sapienza.

Publié dans:meditazioni |on 21 novembre, 2019 |Pas de commentaires »
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