Archive pour avril, 2019

San Giuseppe Lavoratore

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Publié dans:immagini sacre |on 30 avril, 2019 |Pas de commentaires »

1° MAGGIO – SAN GIUSEPPE LAVORATORE – SIGNORE, BENEDICI E CONSOLIDA L’OPERA DELLE NOSTRE MANI!

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1° MAGGIO – SAN GIUSEPPE LAVORATORE – SIGNORE, BENEDICI E CONSOLIDA L’OPERA DELLE NOSTRE MANI!

Il faticare dell’uomo nelle case, nei campi, nelle industrie, negli uffici potrebbe risolversi in un logorante affannarsi, vuoto in definitiva di senso. Ma la festa di S. Giuseppe artigiano ci aiuta a riscoprire il significato originario del lavoro. La Chiesa con la memoria liturgica di S. Giuseppe artigiano, manifesta un’intenzione redentrice e certamente uno scopo santificatore del lavoro. Non è lontani dal vero se si sostiene che ancor oggi esiste un vero un distacco fra la psicologia del lavoro e quella religiosa, un distacco che ha grandi ripercussioni sociali e che ancora tiene lontane dalla fede tante folle di uomini e di donne, che fanno del lavoro non solo la loro professione, ma altresì la loro qualifica spirituale, l’espressione della loro suprema concezione della vita, in opposizione a quella cristiana. È questo uno dei più grandi malintesi della società contemporanea e che tutti oramai dovrebbero sapere risolvere non solo a lode della verità, ma a tutto vantaggio del lavoro stesso e dei lavoratori, che della fatica e dell’attività produttiva portano nella loro vita l’impronta distintiva.
E qual è, allora il significato originario del lavoro?
Nel progetto di Dio il lavoro appare come un diritto-dovere. Necessario per rendere utili i beni della terra alla vita di ogni uomo e della società, esso contribuisce a orientare l’attività umana a Dio nell’adempimento del suo comando di « soggiogare la terra ».
Lo stesso Gesù a Nazaret trascorse i 30 anni della sua vita nascosta nella bottega di Giuseppe dimostrando così la più alta dignità del lavoro. Il Figlio di Dio non ha disdegnato la qualifica di carpentiere, e non ha voluto dispensarsi dalla normale condizione di ogni uomo. « L’eloquenza della vita di Cristo è inequivocabile: egli appartiene al mondo del lavoro, ha per il lavoro umano riconoscimento e rispetto; si può dire di più: egli guarda con amore questo lavoro, le sue diverse manifestazioni, vedendo in ciascuna una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre » (Enc. Laborem exercens, 26).
E’ per questo che il pensiero cristiano, e per esso la Chiesa, considera il lavoro come espressione delle facoltà umane, e non soltanto di quelle fisiche, ma altresì di quelle spirituali, che imprimono nell’opera manuale il segno della personalità umana, e perciò il suo progresso, la sua perfezione, e alla fine la sua utilità economica e sociale. Il lavoro è l’esplicazione normale delle facoltà umane, fisiche, morali, spirituali! e riveste perciò la dignità, il talento, il genio perfettivo e produttivo dell’uomo. Ne esplica la sua fondamentale pedagogia, ne segna la statura del suo sviluppo. Obbedisce al disegno primigenio di Dio creatore, che volle l’uomo esploratore, conquistatore, dominatore della terra, dei suoi tesori, delle sue energie, dei suoi segreti.
Si tratta di una vera e propria spiritualità cristiana del lavoro. Anzi potremmo parlare proprio di « vangelo del lavoro », perché l’attività umana possa promuovere l’autentico sviluppo delle persone e dell’intera umanità. Per questo occorre sollecitare una riscoperta del senso e del valore del lavoro ristabilendo la giusta gerarchia dei valori, con al primo posto la dignità dell’uomo e della donna che lavorano, la loro libertà, responsabilità e partecipazione.
Nessuno e niente, neppure in forza di un processo produttivo devono violare la dignità e la centralità della persona umana. Non, dunque, il lavoro un castigo, una decadenza, un giogo di schiavo, ma è l’espressione del naturale bisogno dell’uomo di esercitare le sue forze e di misurarle con le difficoltà delle cose, per ridurle al suo servizio. È nobile perciò il lavoro, e, come ogni onesta attività umana, è sacro. Non solo: per dirla con uno che di queste cose ne aveva fatto una ragione di vita dobbiamo sostenere che per il cristiano è essenziale santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro, santificare con il lavoro.
E’ per questo che occorre assicurare al lavoro una sua giustizia, che cambi al lavoro il suo volto dolorante e umiliato, e gli renda un volto veramente umano, forte, libero, lieto, irradiato dalla conquista dei beni non solo economici, sufficienti ad una vita degna e sana, ma altresì dei beni superiori della cultura, della legittima gioia di vivere e della speranza cristiana.
Le grandi encicliche pontificie Laborem Exsercens, Sollicitudo rei socialis, Centisimus Annus, – e prima ancora: Rerum Novarum, Quadragesimo Anno, Mater et Magistra, Populorum Porgrressio, Octogesima Adveniensm – hanno alzato alta e grave la voce a tale riguardo; così la Chiesa onora il lavoro e cammina anch’essa sulla via maestra della civiltà del nostro tempo. Si tratta ancora di speranza in gran parte che potrà diventare realtà anche attraverso la visione cristiana della società e del lavoro e il concetto sacro della persona umana, quale soltanto il Vangelo può alla definire e difendere.
Illumini e orienti il mondo del lavoro la figura di Giuseppe di Nazaret, la sua statura spirituale e morale, tanto più alta quanto più umile e discreta. Il Custode del Redentore insegnò a Gesù il mestiere di carpentiere, ma soprattutto gli diede l’esempio validissimo del lavoro delle mani dell’uomo.
« Benedici, Signore, l’opera delle nostre mani ».

Publié dans:San Giuseppe |on 30 avril, 2019 |Pas de commentaires »

Chagall, Il sacrificio di Isacco

chagall Il saxrificio di isacco it

Publié dans:immagini sacre |on 29 avril, 2019 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI E LA BELLEZZA

http://www.cultura.va/content/cultura/it/dipartimenti/arte-e-fede/testi-e-documenti/ravasiart/benedetto-xvi-e-la-bellezza.html

BENEDETTO XVI E LA BELLEZZA

Sua Santità Benedetto XVI
Il riferimento alla bellezza è pressoché costante nel Magistero di Benedetto XVI, come, d’altra parte, era stato spesso evocato negli interventi e negli scritti del Cardinal Ratzinger.
Quand’era ancora Cardinale, infatti, aveva sviluppato la tematica in diversi interventi, tra cui spicca quello al Messaggio al Meeting di Rimini del 2002[1], in cui, commentando il Salmo 44, riflette sul rapporto tra bellezza e verità affermando: “La bellezza è certamente conoscenza, una forma superiore di conoscenza poiché colpisce l’uomo con tutta la grandezza della verità… La vera conoscenza è essere colpiti dal dardo della bellezza che ferisce l’uomo… L’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale”. La riflessione sulla bellezza si ritrova, poi, particolarmente negli interventi e negli scritti riguardanti la liturgia.
Eletto Pontefice, già nell’Omelia pronunciata nella celebrazione per l’inizio del Ministero Petrino, il 24 aprile del 2005 [2], Benedetto XVI si rivolge alla Chiesa e al mondo intero, e soprattutto ai giovani, con un appello forte e accorato, in cui coniuga due termini che ricorrono continuamente nel suo Magistero: bellezza e amicizia, i quali hanno come termine ultimo e di confronto definitivo Cristo stesso: “Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con Lui… Solo in quell’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quell’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera”.
Il 28 giugno 2005 il Papa presenta il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica ritornando sull’argomento: “Immagine e parola s’illuminano così a vicenda. L’arte «parla» sempre, almeno implicitamente, del divino, della bellezza infinita di Dio, riflessa nell’Icona per eccellenza: Cristo Signore, Immagine del Dio invisibile. Le immagini sacre, con la loro bellezza, sono anch’esse annuncio evangelico ed esprimono lo splendore della verità cattolica, mostrando la suprema armonia tra il buono e il bello, tra la via veritatis e la via pulchritudinis”[3].
Nell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis, del 22 febbraio 2007, il Santo Padre evidenzia il rapporto essenziale e necessario tra bellezza e liturgia nella celebrazione dei Divini Misteri: “La liturgia … ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor… La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo”[4].
Il legame tra bellezza e verità viene quindi proposto nel Messaggio rivoltomi da Sua Santità il 24 novembre 2008, in occasione della XIII Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie, sul tema “Universalità delle bellezza: estetica ed etica a confronto”[5].
Ma è soprattutto nel memorabile Discorso rivolto, il 21 novembre 2009, agli Artisti radunati nella Cappella Sistina, appartenenti a tutte le arti e provenienti da tutto il mondo, che Benedetto XVI tratta ampiamente il tema della bellezza[6]. Rievocando l’incontro di Paolo VI con gli artisti (7 maggio 1964), e ricordando il decennale della Lettera agli Artisti di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ha proposto una approfondita riflessione sulla bellezza e sul suo rapporto con l’esperienza di fede: “La bellezza… proprio per la sua caratteristica di aprire e allargare gli orizzonti della coscienza umana, di rimandarla oltre se stessa, di affacciarla sull’abisso dell’Infinito, può diventare una via verso il Trascendente, verso il Mistero ultimo, verso Dio. L’arte, in tutte le sue espressioni, nel momento in cui si confronta con i grandi interrogativi dell’esistenza, con i temi fondamentali da cui deriva il senso del vivere, può assumere una valenza religiosa e trasformarsi in un percorso di profonda riflessione interiore e di spiritualità… Si parla, in proposito, di una via pulchritudinis, una via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica”.
E con un accorato appello rivolto agli artisti affinché percorrano, insieme ai credenti, la via della bellezza, si conclude il Discorso: “Voi siete custodi della bellezza… Siate perciò grati dei doni ricevuti e pienamente consapevoli della grande responsabilità di comunicare la bellezza, di far comunicare nella bellezza e attraverso la bellezza! Siate anche voi, attraverso la vostra arte, annunciatori e testimoni di speranza per l’umanità! E non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare con i credenti, con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita! La fede non toglie nulla al vostro genio, alla vostra arte, anzi li esalta e li nutre, li incoraggia a varcare la soglia e a contemplare con occhi affascinati e commossi la méta ultima e definitiva, il sole senza tramonto che illumina e fa bello il presente”.

[1] Ripreso in J. Ratzinger, La bellezza. La Chiesa, LEV-Itaca, Roma-Castel Bolognese 2005, 11-26.
[2] Insegnamenti di Benedetto XVI I, 2005, 20-26.
[3] Insegnamenti di Benedetto XVI I, 2005, 283-287.
[4] Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, n. 35. Cfr. anche il n. 41.
[5] Messaggio a Mons. G. Ravasi, in L’Osservatore Romano, 26 novembre 2008, pag. 5.
[6] Discorso agli Artisti, Cappella Sistina, 21 novembre 2009, in L’Osservatore Romano, 22 novembre 2009, pag.

Rubens, l’incredulità di Tommaso

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Publié dans:immagini sacre |on 26 avril, 2019 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (28/04/2019)

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II DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) (28/04/2019)

Credere in Colui che da la vita
padre Gian Franco Scarpitta

La risurrezione di Gesù non è quindi un fatto marginale o secondario, ma riguarda un evento costitutivo della vita. Chi è risorto dai morti è infatti Gesù Cristo, il Signore che sin dall’inizio dei tempi accanto al Padre e allo Spirito Santo, era stato il fautore della creazione nonché l’autore della vita. Incarnato e vissuto come uomo fra gli uomini, consegnandosi ai suoi crocifissori aveva affrontato la morte senza riserve e senza esitazioni e adesso con la fuoriuscita dal sepolcro ha affermato se stesso sulla morte, vanificandone l’esistenza, imponendosi in tutta la sua gloria e qualificandosi come il Vivente. Così lo definisce infatti il libro dell’Apocalisse (II lettura) che mette in bocca allo stesso Cristo le parole: “Non temere, io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi.” Colui che da sempre aveva avuto potestà sul mondo e sugli elementi, che aveva dominato la creazione essendo al centro di essa, dopo essersi assoggettato alla morte e dopo averne vissuto l’esperienza alla pari di tutti gli uomini, per di più nell’estremità della sofferenza e dell’abbandono, si proclama, dimostrando di esserlo in effetti, glorioso vincitore della morte e a questa ha tolto definitivamente ogni potere.
Non si tratta solamente del ritorno in vita di un soggetto umano, ma della proclamazione della Vita da parte di chi da sempre è l’autore della vita (At 3,15).Dalla risurrezione in poi si parlerà di Cristo come il Signore glorificato, re della gloria che ha potere su tutto e che verrà innalzato al di sopra di tutti gli esseri celesti, terrestri e sotterranei (Fil 2, 10).
Tale si manifesta inaspettatamente agli undici discepoli: Gesù non ha difficoltà ad eludere le porte del cenacolo rimaste sprangate dai suoi discepoli “per timore dei Giudei” e si mostra in tutta la sua gloria e magnificenza come apportatore di pace. Da risorto ha ormai acquisito potestà e se prima era stato animato dallo Spirito Santo in tutti i percorsi della sua vita pubblica, se prima lo stesso Spirito lo aveva condotto nel deserto, lo aveva istituito Figlio di Dio nel battesimo al Giordano e lo aveva condotto in tutta la sua missione pubblica, adesso è lui che diventa apportatore dello stesso Spirito Santo, in questa prima effusione che abilita gli apostoli ad essere discernitori attenti quindi amministratori del perdono di Dio. Gesù alita sugli apostoli e diffonde lo Spirito, così come lo Spirito stesso aveva alitato sulle acque al momento della creazione (Gn 2, 7) e abilita i discepoli in questo particolare ministero. Sarà nella seconda effusione di Pentecoste che la Chiesa verrà animata e sostenuta dallo Spirito Santo nella sua identità di comunione e missione, ma adesso sempre lo stesso Spirito del Risorto abilita i discepoli nell’amministrazione di liberare tutti dal peccato e chiamare tutti a vita nuova. Si tratta dello Spirito che relaziona Gesù con il Padre, Spirito che può provenire soltanto da colui che ha vinto la morte e che adesso si qualifica per l’appunto come il Vivente datore di vita.
Con queste prerogative, Gesù vince anche l’ostinata incredulità di Tommaso, che è assente nel momento in cui il Signore appare ai suoi fratelli, ma che otto giorni dopo non può fare altro che esclamare “Signore mio, Dio mio,” riconoscendo in Gesù il Vivente glorioso. Non si sa cosa abbia provato l’incredulo discepolo nel tastare il fianco e le mani trafitte di Gesù, forse sarà stato avvinto dal mistero che racchiude in sé il fascino del passaggio dalla morte alla risurrezione corporea, fatto sta che ha compreso certamente che la resurrezione ha riguardato il suo Dio e Signore e non poteva che essere accettata. Tommaso deve aver fatto esperienza del trionfo della vita sulla morte nel subitaneo tatto con le parti offese del corpo di Gesù e probabilmente aver compreso che la vita trionfa davvero sulla morte. Gli si attribuisce la colpa dell’incredulità e dell’ostinazione al rifiuto, tuttavia non è tipico del solo Tommaso il non volersi aprire alla sola parola testimoniata e al mistero di Gesù Figlio di Dio. Non dimentichiamo le rimostranze ripetute che Pietro aveva ricevuto dal Signore per non aver colto il perno del suo messaggio e anche il discepolo che Gesù ama sembra credere alla resurrezione soltanto dopo aver guardato i teli e il sudario nel sepolcro.
La ricerca della prova e della sperimentazione è tipica dell’essere umano in generale, anche ai nostri giorni.
Molte volte si prova tantissima difficoltà ad accettare la verità rivelata, specialmente quando questa richiede un particolare sforzo di fede e di sottomissione e del resto occorre riconoscere che la nostra religione richiede un’attitudine alquanto eroica in tal senso. Ci viene chiesto di accogliere con umiltà e accettazione risoluta preposizioni, dettami e dogmi che in un contesto puramente razionale non possono che essere definiti assurdi e meschini e appunto in questo risiede la nostra « fatica di credere ». La fatica, cioè l’eroismo di accettare per vero ciò che dal punto di vista umano si ritiene inverosimile ma che dalla prospettiva di un Dio veramente onnipotente non può essere che fattibile. La fede è in effetti l’unico “fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono (Eb 11,1), per il quale dovremmo essere soddisfatti nel solo credere senza sperimentare, in conseguenza di aver ricevuto l’annuncio di una rivelazione.
Credere che Dio in Gesù Cristo ha dato definitivamente la vita vuol dire accogliere e approvare il dono della vita stessa senza riserve e non bizantineggiare su questa verità che non ci viene spiegata se non dal fatto esaltante della tomba vuota.

 

Gesù e i bambini

gesù ama i bambini

Publié dans:immagini sacre |on 23 avril, 2019 |Pas de commentaires »

UN MONDO DI GRAZIA – LETTURE DAL MIDRASH SUI SALMI MIDRASH TEHILLIM

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/un_mondo_di_grazia1.htm

UN MONDO DI GRAZIA – LETTURE DAL MIDRASH SUI SALMI MIDRASH TEHILLIM

1. Un mondo di grazia

Il Salterio è stato giustamente definito un « microcosmo »: letterario, teologico, poetico, liturgico, simbolico, e altro ancora (1). Ma la definizione più esatta, più pregnante, dovrebbe essere: un « microcosmo di grazia ». « Grazia », in ebraico chesed, è infatti la parola-chiave del libro dei Salmi. Delle 245 attestazioni complessive del termine, nella Bibbia ebraica, più della metà (127) si registrano nel Salterio. Se ci volgiamo poi al derivato chasid (« grazioso », « benevolo », ma io traduco anche « santo ») le ricorrenze salmiche sono addirittura 25 su 32. Perciò, per tentare di delineare una teologia dei Salmi, sarebbe sufficiente mettere a fuoco questo concetto basilare, perché è quello che meglio di ogni altro esprime e riassume il rapporto uomo-Dio nel Salterio.
Questo rapporto si fonda appunto sulla « grazia » o benevolenza divina nei confronti degli uomini. Come altri importanti termini ebraici a forte connota zio ne teologica, neppure chesed è di facile traduzione. lo rimango ancorato all’equivalenza tradizionale (il latino gratia), benché i moderni preferiscano magari altre soluzioni, e il Dizionario Teologico dell’Antico Testamento curato da Jenni e Westermann proponga, ad esempio, « bontà ». Più importante che stabilire equivalenze, tutte più o meno inadeguate, è cercare di afferrare il concetto, quale emerge dall’uso del termine nei vari contesti.
Kathleen Sakenfeld, una studiosa americana che ha dedicato a questo termine un’intera monografia (2), arriva grosso modo alle seguenti conclusioni (che riassumo): la chesed è un atto a favore di qualcuno da parte di un altro che ha un’ autorità superiore, il quale può avere una responsabilità morale per compiere tale atto, ma non una responsabilità legale, sicché rimane pur sempre libero di non compierlo.
Va sottolineata la clausola « non una responsabilità legale », perché la Sakenfeld dimostra che il termine chesed non si applica esclusivamente a rapporti giuridici, comportanti diritti e doveri reciproci, come quelli tra marito e moglie, genitori e figli, sovrano e sudditi: è chesed qualunque gesto di benevolenza da parte di chi è in grado di fare un favore a un altro che si trova nel bisogno.
È chesed, per esempio, la benevolenza reciproca, sigillata da un patto, che si usano Gionata e David: dapprima Gionata usa clemenza verso David, aiutandolo a sfuggire la morte, e poi David promette » grazia » alla casa di Gionata, una volta che avrà conseguito il regno (cf. 1Sam 20,8-16). La benevolenza è usata, reciprocamente e alternativamente, da chi si trova in situazione di forza: perciò è un « patto », ma un patto amichevole, non un vincolo necessario, un legame di tipo giuridico. Vi è dunque responsabilità morale, e non legale: proprio questo tipo di responsabilità morale è la chesed. Altrove, David dice: « Voglio usare (lett.: ‘fare’) benevolenza a Chanun figlio di Nachash, come suo padre ha usato (lett.: ‘fatto’) benevolenza con me » (2Sam 10,2). Vuol dire che gli restituisce un favore, a cui però non è obbligato: in termini strettamente giuridici, egli potrebbe benissimo esimersi dal farlo.
Avendo già citato per due volte David, è il caso di aggiungere che, all’infuori del Salterio, il luogo in cui ricorre più spesso il termine chesed è precisamente la sua storia, narrata nei due libri di Samuele. Si direbbe che la chesed sia proprio l’invenzione di David, e che egli si possa definire un genio della grazia. Nel corso della sua vicenda umana, vissuta a lungo in condizioni di inferiorità, egli l’ha anzitutto sperimentata dagli altri e da Dio. Divenuto re, l’ha usata verso gli altri con la stessa divina prodigalità.
Questa divina prodigalità, questa graziosa generosità, si riflette in tutto il Salterio davidico. Ogni volta che David si rivolge a Dio fa sempre appello, implicitamente, ma spesso anche esplicitamente, alla sua grazia: « Pietà di me, o Dio, secondo la tua grazia » (Sal 51,3). Il midrash fa l’esempio di un malato che va’ dal medico senza avere i soldi per pagargli la prestazione: può solo fare appello alla sua benevolenza, alla sua « responsabilità morale » (nr. 18).
Un altro salmo afferma: « Una parola ha detto Dio, due ne ho udite: a Dio appartiene la forza e tua, Signore, è la grazia » (Sal 62, 12). Il midrash che riporto su questo versetto si sofferma soprattutto nel dire che il Santo, sia benedetto, non usa il metro degli uomini per giudicare (nr. 20). Ma un altro midrash sullo stesso passo, ancora più noto e importante (sfortunatamente assente però dalla raccolta cui mi sono rigorosamente attenuto, cioè il Midrash Tehillim) sostiene che « forza » e « grazia » sono una sola cosa in Dio: diventano due solamente per noi, cioè secondo il nostro metro umano, le nostre scale di valori che esaltano la forza e deprimono la grazia.
La grazia, o « gratuità », come atteggiamento esistenziale, viene chiamata, con parola post-biblica, chasidut: è il modo di essere dei chasidim. Ho già dichiarato la mia preferenza per « santo », quando devo tradurre chasid, perché trovo insoddisfacenti le rese correnti con « pio » o « devoto », ma talora uso anche « benevolo », nel senso attivo di « caritatevole », cioè qualcuno che usa grazia, che fa misericordia (nr. 29). Così è colui che ha cura del debole, secondo le parole del Sal 41 (nr. 15). E il midrash sul Sal 118,20 (« Questa è la porta del Signore: per essa entrino i giusti ») ricorda singolarmente la scena del giudizio finale descritta da Matteo: nel regno sono ammessi solamente coloro che avranno fatto grazia agli affamati, agli assetati, agli ignudi (nr. 41).
Si edifica così, attraverso le pagine dei Salmi, con materiale prezioso, perla dopo perla, quello che possiamo veramente definire un « mondo di grazia ». L’espressione deriva alla lettera dal Sal 89,3 secondo il testo masoretico, che su questo punto si discosta sensibilmente da qualsiasi versione, antica o moderna. E molto probabile, a dire il vero, che il testo ebraico di questo salmo sia in cattivo stato: per il solo v. 3, l’edizione stuttgartense propone non meno di sei correzioni. Resta, comunque, che il testo ebraico è leggibile anche così com’è, e soprattutto dà un senso estremamente suggestivo: « Giacché ho detto: un mondo di grazia sarà edificato » .
Solitamente si interpreta qualcosa come: « la mia grazia sarà edificata per sempre », ma ciò suppone tutta una serie di correzioni, e soprattutto l’inversione chesed ‘olam, « grazia per sempre », in luogo di ‘olam chesed, « mondo di grazia ». Va notato, infatti, che il termine ‘olam ha sia il valore temporale di « eternità », sia quello spaziale di « mondo » (comunissimo in ebraico rabbinico, ma forse reperibile anche in quello biblico), e il midrash gioca costantemente su questa ambivalenza semantica. Un’espressione tipica del Salterio: hodu la-Adonaj ki tov ki le-’olam chasdo, può essere interpretata: « Rendete grazie al Signore perché è buono, perchéeterna è la sua misericordia »; ma anche: « perché la sua grazia è per il mondo » (da vari esempi, alcuni dei quali inclusi nella presente antologia, mi sembra che sia proprio quest’ultimo il sensus locutionis nel Midrash Tehillim).
Si tratta davvero, dunque, di edificare un « mondo di grazia », vale a dire un mondo edificato sulla grazia, un mondo che ha la sua pietra di fondazione nella grazia: tale almeno è il progetto divino (ki amarti: « Giacché ho detto » oppure « ho pensato »). Secondo il comune insegnamento rabbinico, il primo mondo è stato creato attraverso una miscela di giustizia e di misericordia, avendo Dio capito fin dal principio che, se avesse impiegato solo la giustizia, avrebbe dovuto distruggerlo subito dopo. Ma il nuovo mondo sarà un mondo di grazia. Che cosa significa? Il salmo prosegue dicendo: « Nei cieli hai stabilito la tua fedeltà ». E a tutti noi suona familiare (non fosse altro che dal prologo di Giovanni) 1′endiadi biblica « grazia e fedeltà » (chesed wa-emet), ovverosia « grazia fedele ». La prima creazione era fondata su « giustizia e misericordia », la nuova creazione su « grazia e fedeltà », cioè sulla grazia fedele di Dio, come fedeli sono state le grazie che egli ha accordato a David (Is 55,3). Accanto a questa, si può fare anche un’ altra osservazione: essendovi una cosi precisa corrispondenza tra grazia e fedeltà, ed essendo quest’ultima stabilita nei cieli (cioè una prerogativa divina), vuol dire che un « mondo di grazia » sarà appunto conforme alla « grazia fedele » che ha luogo nei cieli.
Con la grazia tutta rabbinica di dire cose grandi in parole povere, il midrash paragona il trono della gloria (stabilito, secondo Is 16,5, sulla grazia e sulla fedeltà) a una sedia zoppicante perché aveva una gamba più corta delle altre. Con che cosa la si rialza? Con un sassolino! Tale è la grazia: sassolino, realtà infinitesima, che però fa stare in equilibrio il mondo. Sassolino dopo sassolino, ogni chasid apportando il suo, si costruirà finalmente un mondo fondato sulla grazia.
Ma non si deve parlare soltanto di un ‘olam chesed, si può, anzi si deve parlare anche di una chesed ‘olam, di una grazia che rimane « per sempre ». Se è vero che la chesed divina è gratuita, non motivata giuridicamente, ma frutto di un atto puramente benevolo, è altrettanto vero che essa è « fedele », cioè duratura. Non è « da sempre », poiché essa trova inizio in un gesto, in un dono gratuito, in una libera chiamata; ma una volta compiuto quest’atto iniziale, essa rimane « per sempre » e non è più cancellabile neppure dal peccato, neppure dalle sue contraddizioni umane. E proprio questo il senso da dare alle « grazie fedeli » di David, che sono tali da estendersi anche ai suoi figli dopo di lui (vedi 2Sam 7, vedi Sal 89), mentre in Saul, che pure aveva ricevuto l’unzione come David, la grazia del regno non è stata « fedele », non è stata cioè permanente.
« Rendete grazie al Signore perché è buono, perché la sua grazia è per sempre » è il ritornello forse più comune di tutto il Salterio. Il midrash non fa che esplicitare, molto semplicemente, la portata di questo versetto: « Che cosa significa che ‘la sua grazia è per sempre’? Che il Santo, benedetto sia, non fa grazia a Israele per un anno o due, ma per sempre ». Estensione nel senso della durata, ma anche in senso quantitativo: le grazie che il Signore ha riservato a Israele sono infatti senza limite (nr. 40).
Come afferma, tra gli altri, il Sal 106,2, le grazie del Signore sono inenarrabili o innumerevoli (qui c’è un gioco di parole sul verbo le-sapper, che può significare entrambe le cose). Innumerevoli non in senso piattamente aritmetico, come se noi fossimo solo incapaci di tenerne il conto. Ma innumerevoli soprattutto perché noi non siamo neppure capaci di individuarle, di realizzare che esse si stanno producendo in nostro favore, di rendercene conto. Il versetto 4 del grande hallel (Sal 136): « A colui che opera grandi prodigi da solo, perché la sua grazia è per sempre », viene perciò ricondotto a questo senso: « lui solo sa » quanti sono i prodigi che opera per noi. Noi il più delle volte semplicemente li ignoriamo (nr. 37).
Grazia di Dio per sempre, e grazia di Dio per tutti. Certo il Signore è buono anzitutto « verso Israele », ciò che midrashicamente però vuole dire « verso i puri di cuore » (nr. 26). La sua grazia non è ingiusta, rimane fedele alle sue scelte. Cionondimeno, essa si riversa su tutti gli uomini che si prestano a riceverla, anche – come afferma il Sal 68,19 – « sui ribelli ». Questo difficile versetto è traducibile, grosso modo, cosi:

Salito in alto hai catturato prigionieri,
hai preso doni per gli uomini e anche per i ribelli
perché in essi dimori il Signore Dio.

Il midrash lo applica al dono della Torà, a Mosè che sale sul monte, che prende doni – appunto il dono della Torà – destinati agli uomini. Ma non solo agli uomini pii e giusti: « anche per i ribelli ». Anche i ribelli possono essere resi giusti, se accolgono il dono di Dio, il quale è fatto proprio per questo: « perché in essi dimori il Signore Dio » (nr. 24).
Parafrasando un noto theologumenon rabbinico, richiamato in questa stessa raccolta (nr. 31), potremmo forse concludere dicendo che « la grazia è il luogo del mondo, e non il mondo il luogo della grazia ». Entrambe le affermazioni, di per se stesse, sono vere, ma la seconda viene paradossalmente negata solo per far risaltare la prima come ancora più vera, come una verità ancora più profonda. E vero che il mondo nel quale viviamo è dimora, ricettacolo della grazia divina. Ma è ancora più vero che questa stessa grazia divina è il luogo dove consiste, dove si fonda, dove riposa il nostro mondo. Se noi affermassimo soltanto che « il mondo è il luogo della grazia », noi metteremmo ancora al centro il mondo, cioè in fondo noi stessi, con le nostre capacità di accoglienza del dono della grazia. Conviene dire, piuttosto, che « la grazia è il luogo del mondo »: la grazia di Dio è ciò che ci fa sussistere, ciò che ci previene sempre, ciò che, in definitiva, suscita in noi la stessa capacità di accoglierla e di aderirvi cordialmente, liberamente. Non è il mondo che pone in atto la grazia, ma è la grazia che pone in atto il mondo: perciò possiamo parlare di un « mondo di grazia ».

Publié dans:ebraismo, EBRAISMO: STUDI |on 23 avril, 2019 |Pas de commentaires »

Re Davide

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BENEDETTO XVI -UDIENZA SALMO 123 – (2005)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050622.html

BENEDETTO XVI -UDIENZA SALMO 123 – (2005)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 22 giugno 2005

Salmo 123
Il nostro aiuto è nel nome del Signore
Vespri – Lunedì 3a settimana

1. Ecco davanti a noi il Salmo 123, un canto di ringraziamento intonato da tutta la comunità orante che eleva a Dio la lode per il dono della liberazione. Il Salmista proclama in apertura questo invito: «Lo dica Israele!» (v. 1), stimolando così tutto il popolo a innalzare un grazie vivo e sincero al Dio salvatore. Se il Signore non si fosse schierato dalla parte delle vittime, esse con le loro forze limitate sarebbero state impotenti a liberarsi e gli avversari, simili a mostri, le avrebbero dilaniate e stritolate.
Anche se si è pensato a qualche evento storico particolare, come la fine dell’esilio babilonese, è più probabile che il Salmo voglia essere un inno inteso a ringraziare il Signore per gli scampati pericoli e ad implorare da Lui la liberazione da ogni male.
2. Dopo l’accenno iniziale a certi «uomini» che assalivano i fedeli ed erano capaci di «inghiottirli vivi» (cfr vv. 2-3), due sono i momenti del canto. Nella prima parte dominano le acque dilaganti, simbolo per la Bibbia del caos devastatore, del male e della morte: «Le acque ci avrebbero travolti; un torrente ci avrebbe sommersi, ci avrebbero travolti acque impetuose» (vv. 4-5) L’orante prova ora la sensazione di trovarsi su una spiaggia, miracolosamente salvato dalla furia impetuosa del mare.
La vita dell’uomo è circondata dall’agguato dei malvagi che non solo attentano alla sua esistenza ma vogliono distruggere anche tutti i valori umani. Il Signore si erge, però, a tutela del giusto e lo salva, come si canta nel Salmo 17: «Stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque, mi liberò da nemici potenti, da coloro che mi odiavano… Il Signore fu mio sostegno; mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene» (vv. 17-20).
3. Nella seconda parte del nostro canto di ringraziamento si passa dall’immagine marina a una scena di caccia, tipica di molti Salmi di supplica (cfr Sal 123,6-8). Ecco, infatti, l’evocazione di una belva che stringe tra le sue fauci una preda, o di una rete di cacciatori che cattura un uccello. Ma la benedizione espressa dal Salmo ci fa comprendere che il destino dei fedeli, che era un destino di morte, è stato radicalmente mutato da un intervento salvifico: «Sia benedetto il Signore, che non ci ha lasciato in preda ai loro denti. Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori: il laccio si è spezzato e noi siamo scampati» (vv. 6-7).
La preghiera diviene qui un respiro di sollievo che sale dal profondo dell’anima: anche quando cadono tutte le speranze umane, può apparire la potenza liberatrice divina. Il Salmo si può, quindi, concludere con una professione di fede, entrata da secoli nella liturgia cristiana come premessa ideale di ogni nostra preghiera: «Adiutorium nostrum in nomine Domini, qui fecit caelum et terram – Il nostro aiuto è nel nome del Signore; Egli ha fatto il cielo e la terra» (v. 8). In particolare l’Onnipotente si schiera dalla parte delle vittime e dei perseguitati «che gridano giorno e notte verso di lui» e «farà loro giustizia prontamente» (cfr Lc 18,7-8).
4. Sant’Agostino dà di questo Salmo un commento articolato. In un primo tempo, egli osserva che questo Salmo è adeguatamente cantato dalle «membra di Cristo che hanno conseguito la felicità». Quindi, in particolare, «lo hanno cantato i santi martiri, i quali, usciti da questo mondo, sono con Cristo nella gioia, pronti a riprendere incorrotti quegli stessi corpi che prima erano corruttibili. In vita subirono tormenti nel corpo, ma nell’eternità questi tormenti si cambieranno in ornamenti di giustizia».
Però, in un secondo tempo, il Vescovo di Ippona ci dice che anche noi possiamo cantare questo Salmo nella speranza. Egli dichiara: «Siamo anche noi animati da sicura speranza e canteremo nell’esultanza. Non sono infatti estranei a noi i cantori di questo Salmo… Pertanto, cantiamo tutti in unità di cuore: tanto i santi che posseggono già la corona quanto noi che con l’affetto ci uniamo nella speranza alla loro corona. Insieme desideriamo quella vita che quaggiù non abbiamo ma che non potremo mai avere se prima non l’abbiamo desiderata».
Sant’Agostino ritorna allora alla prima prospettiva e spiega: «Ripensano i santi alle sofferenze che hanno incontrate, e dal luogo di beatitudine e di tranquillità dove ora si trovano guardano al cammino percorso per arrivarvi; e, siccome sarebbe stato difficile conseguire la liberazione se non fosse intervenuta a soccorrerli la mano del Liberatore, pieni di gioia esclamano: ‘Se il Signore non fosse stato con noi’. Così inizia il loro canto. Non hanno detto nemmeno da che cosa siano scampati, tanto grande è la loro esultanza» (Esposizione sul Salmo 123, 3: Nuova Biblioteca Agostiniana, XXVIII, Roma 1977, p. 65).

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI |on 22 avril, 2019 |Pas de commentaires »
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