Archive pour mars, 2019

Mosè, il passaggio del Mar Rosso

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Publié dans:immagini sacre |on 7 mars, 2019 |Pas de commentaires »

LA QUARESIMA: UN CAMMINO VERSO LA PASQUA

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LA QUARESIMA: UN CAMMINO VERSO LA PASQUA

Durante la Quaresima la Chiesa ci invita a riflettere nella nostra orazione sulla necessità di convertirci, di rivolgere i nostri passi verso il Signore. Un testo sulla Quaresima che fa parte del ciclo sull’Anno liturgico.

TESTI DI VITA CRISTIANA
02/03/2019

«Ti preghiamo, Signore, che la nostra vita sia conforme alle offerte che ti presentiamo e che inaugurano il cammino verso la Pasqua» i: fin dalla prima domenica di Quaresima la liturgia traccia con decisione le caratteristiche dei quaranta giorni che iniziano con il mercoledì delle ceneri. La Quaresima è un compendio della nostra vita, che è tutta «un continuo ritorno alla casa del Padre» ii. È un cammino verso la Pasqua, verso la morte e risurrezione del Signore, centro di gravità della storia del mondo, di ogni donna, di ogni uomo: un ritorno all’Amore eterno.
Nel tempo di Quaresima la Chiesa ci richiama ancora una volta alla necessità di rinnovare il nostro cuore e le nostre opere, in modo da scoprire sempre meglio la centralità del mistero pasquale: metterci nelle mani di Dio per «crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e testimoniarlo con una degna condotta di vita» iii.
LA QUARESIMA È UN CAMMINO VERSO LA PASQUA, VERSO LA MORTE E RISURREZIONE DEL SIGNORE: UN RITORNO ALL’AMORE ETERNO
«Che strana capacità ha l’uomo di dimenticare le cose più meravigliose, di abituarsi al mistero! Ricordiamo ancora una volta, in questa Quaresima, che il cristiano non può essere superficiale. Pienamente inserito nel suo lavoro ordinario, [...] deve, nello stesso tempo, essere pienamente in Dio, perché ne è figlio» iv.
Perciò è logico che durante questi giorni riflettiamo nella nostra orazione sulla necessità della conversione, di rivolgere i nostri passi verso il Signore e di purificare il nostro cuore, facendo nostri i sentimenti del salmista: « Cor mundum crea in me, Deus, et spiritum firmum innova in visceribus meis – Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo» v. Sono parole tratte dal salmo Miserere, che la Chiesa ci propone spesso in questo tempo liturgico, e che san Josemaría recitò tante volte.
Il cammino di Israele attraverso il deserto
La Quaresima ha radici profonde in diversi episodi chiave della storia della salvezza, che è anche la nostra storia. Uno di essi riguarda la traversata del deserto da parte del popolo eletto. Quei quarant’anni furono per gli israeliti un tempo di prova e di tentazioni. Yahveh li accompagnava passo passo e faceva loro capire che si dovevano appoggiare soltanto su di Lui: cercava di ammorbidire il loro duro cuore di pietra vi. Ma fu anche un tempo di grazie continue: anche se il popolo soffriva, Dio lo consolava e lo orientava con la parola di Mosè, lo alimentava con la manna e le quaglie, lo riforniva dell’acqua sgorgata dalla roccia di Meriba vii.
Come ci sembrano vicine le parole, piene di tenerezza, con le quali Dio fa riflettere gli israeliti sul significato della loro lunga traversata! «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che neppure i tuoi padri avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore» viii.
« CHE STRANA CAPACITÀ HA L’UOMO DI DIMENTICARE LE COSE PIÙ MERAVIGLIOSE, DI ABITUARSI AL MISTERO!
Oggi il Signore rivolge anche a noi queste parole; a noi che, nel deserto della nostra vita, sicuramente sperimentiamo la fatica e i problemi di ogni giorno, anche se non ci mancano le attenzioni paterne di Dio, a volte attraverso l’aiuto disinteressato dei nostri familiari, degli amici o anche di persone di buona volontà che rimangono anonime. Con la sua ineffabile pedagogia, il Signore ci introduce nel suo cuore, che è la vera terra promessa: «Praebe, fili mi, cor tuum mihi… Fa’ bene attenzione a me, figlio mio, e tieni fisso lo sguardo ai miei consigli» ix.
CON LA SUA INEFFABILE PEDAGOGIA, IL SIGNORE CI INTRODUCE NEL SUO CUORE, CHE È LA VERA TERRA PROMESSA
Molti episodi dell’Esodo erano figura di realtà future. In realtà non tutti coloro che parteciparono a quella prima peregrinazione riuscirono a entrare nella terra promessa x. Per questo, la lettera agli Ebrei, citando il salmo 94, si duole della ribellione del popolo e, nello stesso tempo, celebra l’arrivo di un nuovo esodo: «Quelli che per primi ricevettero la buona novella non entrarono a causa della loro disobbedienza», e Dio «fissa di nuovo un giorno, un oggi, dicendo per mezzo di Davide dopo tanto tempo [...]: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori» xi. È l’ oggi inaugurato da Cristo. Con la sua Incarnazione, la sua vita e la sua glorificazione, il Signore ci conduce verso l’esodo definitivo, nel quale le promesse trovano perfetto adempimento: ci fa posto in cielo, ottiene «un riposo sabbatico per il popolo di Dio. Chi è entrato nel suo riposo, riposa egli pure dalle sue opere» xii.
Il cammino di Cristo nel deserto
Il Vangelo della prima domenica di Quaresima ci presenta Gesù che, solidale con noi, volle essere tentato alla fine dei quaranta giorni passati nel deserto. Constatare la sua vittoria su Satana ci riempie di speranza e ci rende coscienti che con Lui potremo uscire vincitori anche nelle battaglie della vita interiore. Le nostre tentazioni, allora, non ci preoccupano più, ma diventano un’occasione per conoscerci meglio e per confidare di più in Dio. Scopriamo così che l’ideale di una vita conveniente è specchio dell’autentica felicità e ci rendiamo conto, con san Josemaría, che «c’è indubbiamente bisogno di un nuovo cambiamento, di una lealtà più piena, di un’umiltà più profonda, affinché diminuisca il nostro egoismo e Cristo cresca in noi; infatti, illum oportet crescere, me autem minui – Egli deve crescere e io invece diminuire (Gv 3, 30)»xiii.
L’ESPERIENZA DELLA NOSTRA FRAGILITÀ NON SBOCCIA NEL TIMORE, MA NELL’UMILE RICHIESTA CHE IMPEGNA LA NOSTRA FEDE, LA NOSTRA SPERANZA E L’AMORE
L’esperienza della nostra fragilità personale non sboccia nel timore, ma nell’umile richiesta che impegna la nostra fede, la nostra speranza e l’amore: «Allontana da me, Signore, tutto ciò che mi allontana da te», potremmo dire, con una frase che san Josemaría ripeteva spesso xiv. Con Gesù troviamo la forza per respingere con decisione la tentazione, senza cedere al dialogo: «Notate bene come risponde Gesù. Lui non dialoga con Satana, come aveva fatto Eva nel paradiso terrestre. Gesù [...] sceglie di rifugiarsi nella Parola di Dio e risponde con la forza di questa Parola. Ricordiamoci di questo: nel momento della tentazione, delle nostre tentazioni, niente argomenti con Satana, ma sempre difesi dalla Parola di Dio! E questo ci salverà» xv.
Il racconto della Trasfigurazione del Signore, proclamato nella seconda domenica di Quaresima, ci conferma nella convinzione della certezza della vittoria, malgrado ogni nostro limite.
ANCHE NOI PRENDEREMO PARTE ALLA SUA GLORIA, SE CI SAPPIAMO UNIRE ALLA SUA CROCE NELLA NOSTRA VITA QUOTIDIANA.
Anche noi prenderemo parte alla sua gloria, se ci sappiamo unire alla sua Croce nella nostra vita quotidiana. Perciò dobbiamo alimentare la nostra fede, come i personaggi del Vangelo che ogni tre anni la liturgia ci presenta nelle ultime domeniche di Quaresima: la samaritana, che supera il peccato riconoscendo in Gesù il Messia che spegne, con l’acqua viva dello Spirito Santo, la sua sete d’amore xvi; il cieco dalla nascita, che, vincendo l’ignoranza, vede Cristo come luce del mondo, mentre i vedenti del mondo rimangono ciechi xvii; Lazzaro, la cui risurrezione ci ricorda che Gesù è venuto a portarci una nuova vita xviii. Se contempliamo questi racconti sentendoci un personaggio fra gli altri, con l’aiuto dei santi troveremo materia per la nostra orazione personale e si fortificherà una presenza di Dio più intensa che cercheremo di mantenere in questi giorni.

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Mercoledì delle ceneri

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Publié dans:immagini sacre |on 4 mars, 2019 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – MERCOLEDì DELLE CENERI 2013 (ULTIMA UDIENZA)

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BENEDETTO XVI – MERCOLEDì DELLE CENERI 2013 (ULTIMA UDIENZA)

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 13 febbraio 2013

Cari fratelli e sorelle,
come sapete – grazie per la vostra simpatia! – ho deciso di rinunciare al ministero che il Signore mi ha affidato il 19 aprile 2005. Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede. Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. Ringrazio tutti per l’amore e per la preghiera con cui mi avete accompagnato. Grazie! Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni, per me non facili, la forza della preghiera, che l’amore della Chiesa, la vostra preghiera, mi porta. Continuate a pregare per me, per la Chiesa, per il futuro Papa. Il Signore ci guiderà.
Le tentazioni di Gesù e la conversione per il Regno dei Cieli

Cari fratelli e sorelle,
oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci preparano alla celebrazione della Santa Pasqua; è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale. Il numero quaranta ricorre varie volte nella Sacra Scrittura. In particolare, come sappiamo, esso richiama i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto: un lungo periodo di formazione per diventare il popolo di Dio, ma anche un lungo periodo in cui la tentazione di essere infedeli all’alleanza con il Signore era sempre presente. Quaranta furono anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere il Monte di Dio, l’Horeb; come pure il periodo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua vita pubblica e dove fu tentato dal diavolo. Nell’odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima.
Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sè la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione.
Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io?
Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei.
Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita.
Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damasco, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: “No, non si può vivere senza Dio!”, e a cambiare completamente la sua vita, tanto da diventare sacerdote.
Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”.
La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: “Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: “È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…”. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati.
Nella nostra epoca non sono poche le conversioni intese come il ritorno di chi, dopo un’educazione cristiana magari superficiale, si è allontanato per anni dalla fede e poi riscopre Cristo e il suo Vangelo. Nel Libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20). Il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali.
In questo Tempo di Quaresima, nell’Anno della fede, rinnoviamo il nostro impegno nel cammino di conversione, per superare la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana. L’alternativa tra la chiusura nel nostro egoismo e l’apertura all’amore di Dio e degli altri, potremmo dire che corrisponde all’alternativa delle tentazioni di Gesù: alternativa, cioè, tra potere umano e amore della Croce, tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio, cui diamo il primato nell’esistenza. Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante.

Publié dans:MERCOLEDI DELLE CENERI |on 4 mars, 2019 |Pas de commentaires »

«Può forse un cieco guidare un altro cieco? »

en e itcegos espiritual

Publié dans:immagini sacre |on 1 mars, 2019 |Pas de commentaires »

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

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VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

La pagliuzza e la trave

Enzo Bianchi

Nell’ultima parte del discorso della pianura tenuto da Gesù dopo essere disceso dal monte con i dodici discepoli da lui resi apostoli, Luca ha raccolto sentenze diverse, parole e immagini che definisce “parabole” e che riguardano soprattutto la vita dei credenti nelle comunità.
Gesù le aveva indirizzate per mettere in guardia i discepoli dai comportamenti di alcuni uomini religiosi allora sulla scena, scribi e farisei, ma Luca le aggiorna, le attualizza per la sua chiesa. Le stesse espressioni, infatti, nel vangelo secondo Matteo sono utilizzate con maggior chiarezza polemica verso le guide di Israele (cf. Mt 7,16-18; 12,35). Queste brevi sentenze sono espresse mediante accoppiamenti: due ciechi, discepolo e maestro, tu e il tuo fratello, due alberi, due uomini, due case (cf. Lc 6,46-48). Questo stile apparteneva certamente alla tecnica retorica orale, tesa a facilitare l’imprimersi delle parole nella mente degli ascoltatori.
Il primo insegnamento sgorga da una domanda retorica posta agli ascoltatori: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadrebbero entrambi in una buca?”. L’ammonimento è evidente, ma a chi viene indirizzato? A ogni discepolo, tentato di non riconoscere le proprie incapacità, i propri errori, eppure abitato dalla pretesa di voler insegnare agli altri. Sono però rivolte anche alle “guide” della comunità cristiana, quelli che al suo interno detengono l’autorità e insegnano agli altri ma a volte sono colpiti da cecità: denunciano i peccati altrui, condannano severamente gli altri, senza mai fare un esame su loro stessi e sul proprio comportamento. Nel vangelo secondo Matteo Gesù ha avvertito questi “ciechi e guide di ciechi” (Mt 15,14; 23,16) e nel quarto vangelo è testimoniato un suo esteso insegnamento sulla cecità degli uomini religiosi, che non riconoscono di essere ciechi e dunque rimangono in una condizione di peccato, senza possibilità di conversione (cf. Gv9,39-41).
Certo, gli uomini religiosi, e anche noi quando nella comunità cristiana abbiamo il compito di guidare, ammonire e correggere chi ci è affidato, possiamo proprio essere tentati di insegnare ciò che non viviamo e magari di condannare negli altri quelli che sono i nostri peccati: denunciando le mancanze altrui, ci difendiamo dalla coscienza che ci condanna e non le riconosciamo anche come nostre. Per questo occorre una grande capacità di autocritica, un attento esercizio all’esame della propria coscienza, un saper riconoscere il male che ci abita, senza spiarlo morbosamente nell’altro.
Segue poi una sentenza sul rapporto tra discepolo e maestro, un vero richiamo alla formazione: il discepolo sta alla sequela del maestro, accetta di essere da lui istruito e formato, si dispone a ricevere con gratitudine ciò che gli viene insegnato. Di più, secondo la tradizione rabbinica il discepolo impara non soltanto dalla bocca del suo maestro ma stando accanto a lui, condividendo la sua vita in un atteggiamento umile che non presume e non si colloca mai nello spazio di un’autosufficienza che smentirebbe la sua qualità di discepolo. Un discepolo, dunque, non può essere più del suo maestro e, quando avrà completato la formazione, sarà riconoscente al maestro per il cammino percorso, fino a poter diventare lui pure maestro. Il maestro è autentico quando fa crescere il discepolo e con umiltà sa trasmettere l’insegnamento da lui stesso ricevuto; il discepolo è un buon discepolo quando riconosce il maestro e cerca di diventarlo anche lui, vivendo tutte le esigenze del discepolato.
Va però anche detto che Gesù non si limita a collocare il rapporto maestro-discepolo entro la tradizione rabbinica, ma lo trascende, indicando come la sua sequela comporti di andare ovunque egli vada (cf. Ap 14,4), di vivere coinvolti nella sua vita fino a condividere l’esito della sua morte, dunque la resurrezione. Il cammino di Gesù, quello di vita-morte-resurrezione, è il cammino del discepolo, e può essere percorso solo mediante l’attrazione della grazia di Cristo, senza confidare sulle proprie forze.
Ecco poi un ammonimento alla seconda persona singolare, che merita di essere riportato per esteso: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: ‘Lascia che tolga la pagliuzza nel tuo occhio’, mentre non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la paludosa dall’occhio del tuo fratello”. Sì, il fratello cristiano, nella vita quotidiana della comunità, può essere chiamato a correggere il fratello perché questa è una necessità della vita comune: camminare insieme comporta l’aiutarsi a vicenda, fino a correggersi.
Ma proprio in riferimento alla correzione Gesù si fa esigente: questa non può essere mai denuncia delle debolezze dell’altro; non può essere pretesa manifestazione di una verità che lo umilia; non può mai anche solo sembrare un giudizio né l’anticamera di una condanna già pronunciata nel cuore. Purtroppo nella vita ecclesiale spesso la correzione, anziché causare conversione, perdono, e riconciliazione, produce divisione e inimicizia, finendo per separare invece che per favorire la comunione. Il peccato degli altri ci scandalizza, ci turba, ci invita alla denuncia e anche questo ci impedisce di avere uno sguardo autentico e reale su noi stessi. Ciò che vediamo negli altri come “trave”, lo sentiamo in noi come pagliuzza; ciò che condanniamo negli altri, lo scusiamo in noi stessi. Allora meritiamo il giudizio di Gesù: “Ipocrita!”, perché ipocrita è chi è abitato da uno spirito di falsità, chi non sa riconoscere ciò che è vero e anzi è diviso tra ciò che appare e ciò che è nascosto, tra l’interiore e l’esteriore.
In questa esortazione Luca significativamente fa risuonare a più riprese il termine “fratello”, lo intende in senso cristiano e lo applica a tutte le dimensioni della vita ecclesiale. E se Matteo per la correzione fraterna esige una vera prassi, una procedura da adottarsi nella comunità cristiana (correzione a tu per tu, correzione alla presenza di uno o due testimoni, appello alla comunità: cf. Mt 18,15-17), Luca delinea un cammino affinché la correzione sia secondo il Vangelo: si tratta di non sentirsi mai giudice del fratello, di riconoscersi peccatore e solidale con i peccatori, di correggere con umiltà seguendo in tutto l’esempio del maestro, Gesù.
Questa serie di sentenze è conclusa dall’immagine dell’albero buono, che è tale perché produce frutti buoni, che invece non si possono raccogliere se l’albero è cattivo. Gesù richiama alla realtà e invita gli ascoltatori a discernere il vero dal falso discepolo in base al criterio dei frutti portati dalla sua vita. Non le parole, le dichiarazioni, le confessioni e neanche la preghiera bastano per dire l’autenticità della sequela di Gesù, ma occorre guardare al comportamento, ai frutti delle azioni compiute dal discepolo. Il cuore è la fonte del sentire, volere e operare di ogni essere umano. Se nel cuore c’è amore e bontà, allora anche il comportamento dell’uomo sarà amore, ma se nel cuore domina il male, anche le azioni che egli compia saranno male. Il discepolo è perciò chiamato all’esercizio del discernimento!

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