Archive pour février, 2019

La Trinità

imm it

Publié dans:immagini sacre |on 18 février, 2019 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II -Il volto di Dio Padre, anelito dell’uomo

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/1999/documents/hf_jp-ii_aud_13011999.html

GIOVANNI PAOLO II -Il volto di Dio Padre, anelito dell’uomo

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 13 gennaio 1999

1. «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Conf. 1, 1). Questa celebre affermazione, che apre le Confessioni di sant’Agostino, esprime efficacemente il bisogno insopprimibile che spinge l’uomo a cercare il volto di Dio. È un’esperienza attestata dalle diverse tradizioni religiose. “Dai tempi antichi fino ad oggi – ha detto il Concilio – presso i vari popoli si nota quasi una percezione di quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, e anzi talvolta si avverte un riconoscimento della divinità suprema o anche del Padre” (Nostra aetate, 2).
In realtà, tante preghiere della letteratura religiosa universale esprimono la convinzione che l’Essere supremo possa essere percepito e invocato come un padre, al quale si arriva attraverso l’esperienza delle premure affettuose ricevute dal padre terreno. Proprio questa relazione ha suscitato in alcune correnti dell’ateismo contemporaneo il sospetto che l’idea stessa di Dio sia la proiezione dell’immagine paterna. Il sospetto, in realtà, è infondato.
È vero tuttavia che, partendo dalla sua esperienza, l’uomo è tentato talvolta di immaginare la divinità con tratti antropomorfici che rispecchiano troppo il mondo umano. La ricerca di Dio procede così “a tentoni”, come Paolo disse nel discorso agli Ateniesi (cfr At 17, 27). Occorre dunque tener presente questo chiaroscuro dell’esperienza religiosa, nella consapevolezza che solo la rivelazione piena, in cui Dio stesso si manifesta, può dissipare le ombre e gli equivoci e far risplendere la luce.
2. Sull’esempio di Paolo, che proprio nel discorso agli Ateniesi cita un verso del poeta Arato sull’origine divina dell’uomo (cfr At 17, 28), la Chiesa guarda con rispetto ai tentativi che le varie religioni compiono per cogliere il volto di Dio, distinguendo nelle loro credenze ciò che è accettabile da quanto è incompatibile con la rivelazione cristiana.
In questa linea si deve considerare un’intuizione religiosa positiva la percezione di Dio come Padre universale del mondo e degli uomini. Non può essere invece accolta l’idea di una divinità dominata dall’arbitrio e dal capriccio. Presso gli antichi greci, ad esempio, il Bene, quale essere sommo e divino, era chiamato anche padre, ma il dio Zeus manifestava la sua paternità tanto nella benevolenza quanto nell’ira e nella malvagità. Nell’Odissea si legge: “Padre Zeus, nessuno è più funesto di te tra gli dei: degli uomini non hai pietà, dopo averli generati e affidati alla sventura e a gravosi dolori” (XX, 201-203).
Tuttavia l’esigenza di un Dio superiore all’arbitrio capriccioso è presente anche tra i greci antichi, come testimonia, ad esempio, l’ »Inno a Zeus » del poeta Cleante. L’idea di un padre divino, pronto al dono generoso della vita e provvido nel fornire i beni necessari all’esistenza, ma anche severo e punitore, e non sempre per una ragione evidente, si collega nelle società antiche all’istituzione del patriarcato e ne trasferisce la concezione più abituale sul piano religioso.
3. In Israele il riconoscimento della paternità di Dio è progressivo e continuamente insidiato dalla tentazione idolatrica che i profeti denunciano con forza: “Dicono a un pezzo di legno: Tu sei mio padre, e a una pietra: Tu mi hai generato” (Ger 2, 27). In realtà per l’esperienza religiosa biblica la percezione di Dio come Padre è legata, più che alla sua azione creatrice, al suo intervento storico-salvifico, attraverso il quale stabilisce con Israele uno speciale rapporto di alleanza. Spesso Dio lamenta che il suo amore paterno non ha trovato adeguata corrispondenza: “Il Signore dice: Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me” (Is 1, 2).
La paternità di Dio appare a Israele più salda di quella umana: “Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto” (Sal 27, 10). Il salmista che ha fatto questa dolorosa esperienza di abbandono, e ha trovato in Dio un padre più sollecito di quello terreno, ci indica la via da lui percorsa per giungere a questa meta: “Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 27, 8). Ricercare il volto di Dio è un cammino necessario, che si deve percorrere con sincerità di cuore e impegno costante. Solo il cuore del giusto può gioire nel cercare il volto del Signore (cfr Sal 105, 3s.) e su di lui può quindi risplendere il volto paterno di Dio (cfr Sal 119, 135; cfr. anche 31, 17; 67, 2; 80, 4.8.20). Osservando la legge divina si gode anche pienamente della protezione del Dio dell’alleanza. La benedizione di cui Dio gratifica il suo popolo, tramite la mediazione sacerdotale di Aronne, insiste proprio su questo svelarsi luminoso del volto di Dio: “Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6, 25s.).
4. Da quando Gesù è venuto nel mondo, la ricerca del volto di Dio Padre ha assunto una dimensione ancora più significativa. Nel suo insegnamento Gesù, fondandosi sulla propria esperienza di Figlio, ha confermato la concezione di Dio come padre, già delineata nell’Antico Testamento; anzi l’ha evidenziata costantemente, vissuta in modo intimo e ineffabile, e proposta come programma di vita per chi vuole ottenere la salvezza.
Soprattutto Gesù si pone in modo assolutamente unico in relazione con la paternità divina, manifestandosi come “figlio” e offrendosi come l’unica strada per giungere al Padre. A Filippo che gli chiede “mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14, 8), egli risponde che conoscere lui significa conoscere il Padre, perché il Padre opera attraverso lui (cfr Gv 14, 8-11). Per chi vuole dunque incontrare il Padre è necessario credere nel Figlio: mediante Lui Dio non si limita ad assicurarci una provvida assistenza paterna, ma comunica la sua stessa vita rendendoci “figli nel Figlio”. È quanto sottolinea con commossa gratitudine l’apostolo Giovanni: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente” (1 Gv 3, 1).

 

Publié dans:Papa Giovanni Paolo II |on 18 février, 2019 |Pas de commentaires »

Le beatitudini

imm en e fr

Publié dans:immagini sacre |on 15 février, 2019 |Pas de commentaires »

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C)

https://combonianum.org/2019/02/14/vi-domenica-del-tempo-ordinario-c/

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C)

Beatitudini e guai
Enzo Bianchi

Quando Gesù aveva ormai discepoli che lo seguivano e stavano accanto a lui nel suo peregrinare sulle strade della Galilea per annunciare la venuta del Regno, ecco imporsi una scelta, un’elezione. Gesù non è solo ma ha una comunità che deve apparire come una personalità corporativa, capace di rappresentare il popolo di Israele, il popolo delle dodici tribù in alleanza con il Signore.
Per operare questo discernimento, Gesù sale sul monte come un tempo aveva fatto Mosè (cf. Es 32,30-34,2), e in quel luogo solitario ma propizio all’ascolto del Padre prega. Secondo Luca nei momenti decisivi della sua missione Gesù entra sempre in preghiera, cerca la comunione con il Padre e cerca di discernere la sua volontà. Da questa intensa esperienza di ascolto egli matura la sua decisione di chiamare a sé e dunque di scegliere tra i suoi seguaci dodici uomini che saranno da lui inviati (apóstoloi) e avranno come compito la missione di annunciare il regno di Dio insieme a Gesù stesso.
Ecco dunque Gesù scendere dal monte con la sua comunità “istituita”e raggiungere una pianura dove trova molti ascoltatori, tra i quali numerosi malati che chiedono la guarigione e la liberazione dal potere del male (cf. Lc 6,18-20). Gesù è un vero rabbi, un vero profeta, e molti percepiscono che è abitato da una forza (dýnamis) portatrice di vita. In questo contesto Gesù vede attorno a sé i suoi discepoli e indirizza loro le beatitudini. Si tratta di un modo di esprimersi ben attestato in Israele (cf. Is 30,18; 32,20; Sal 1,1; ecc.): esclamazioni, grida cariche di forza e speranza, indirizzate a qualcuno per attestargli che ciò che lui vive o compie è benedetto da Dio, il quale porterà a termine l’opera in modo imprevedibile. In ogni beatitudine è pertanto implicata una promessa di intervento da parte di Dio.
Nel vangelo secondo Luca le beatitudini sono quattro e risultano differenti dalla versione di Matteo, che ne contiene nove (cf. Mt 5,1-11). In Luca sono espresse alla seconda persona plurale, indirizzate direttamente ad ascoltatori presenti nell’uditorio di Gesù e indicano una situazione concreta come la povertà, la fame, il pianto, la persecuzione; le beatitudini secondo Matteo mettono invece in risalto le condizioni spirituali dei beati, quali la povertà di spirito, la mitezza, la fame e sete di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore…
Abbiamo dunque due testimonianze, due interpretazioni delle beatitudini pronunciate da Gesù, che sono complementari e ci permettono di conoscere in modo più ricco e profondo il messaggio che dà forza, convinzione e speranza ai discepoli. Certo, nell’ascoltare queste beatitudini e ancor più nell’annunciarle mi bruciano le labbra: Gesù, infatti, si rivolge a poveri, affamati di pane, piangenti e perseguitati, mentre io non posso collocarmi tra questi destinatari del Regno. Ascoltiamole dunque ancora una volta, lasciamo che ci interroghino, che ci feriscano al cuore e cerchiamo di non essere scandalizzati dal loro radicalismo: le beatitudini non sono etica e morale, ma sono rivelazione, sono annuncio da accogliere o rigettare, esprimono la logica e la dinamica del regno di Dio. Quel Regno che noi dobbiamo cercare per prima cosa (cf. Lc 6,31; Mt 6,33) nella consapevolezza che Gesù è la buona notizia, il Vangelo di Dio per noi.
La prima beatitudine è indirizzata a “voi che siete poveri”, cioè ai discepoli di Gesù che in tutto il vangelo appaiono come poveri: essi hanno abbandonato tutto, si sono spogliati addirittura della famiglia e, fatti poveri, seguono il Messia povero. Certo, le parole di Gesù trascendono i suoi discepoli storici e sono indirizzate alla chiesa, costituendo un principio di krísis, di giudizio: questi poveri reali, concreti, ai quali Gesù ha rivolto la beatitudine-felicità, sono nella chiesa? La chiesa è la comunità dei poveri ed è povera? Domande che, significativamente, Luca si pone nella seconda parte della sua opera, gli Atti degli apostoli, dove la povertà e i poveri sono creditori della condivisione, della koinonía, affinché “nessuno di loro fosse povero” (cf. At 4,34).
Questa prima beatitudine – va ammesso – è paradossale. Com’è possibile affermare: “Beati i poveri”? Eppure essa risuona in questo modo perché vuole indicare che non è la povertà a rendere beati i poveri, ma la condizione della povertà permette loro di invocare, desiderare, discernere il regno di Dio. I poveri sono quelli che invocano che a regnare su di loro sia Dio, non il denaro, non i potenti di questo mondo. In tal modo diventano “significanti”, fanno segno verso il regno di Dio con una forza più efficace di quella di ogni possibile comunicazione verbale. I poveri sono segno dell’ingiustizia del mondo e, insieme, sacramento del Signore Gesù, il quale “da ricco che era si fece povero per noi, per farci ricchi della sua povertà” (cf. 2Cor 8,9). I poveri – e bisogna renderli vicini, ascoltarli e conoscerli per poterli interpretare – sanno riconoscere che il regno di Dio è per loro e questa è la beatitudine che nessuno potrà mai strappare dal loro cuore. Verrà il regno di Dio con l’instaurazione della giustizia, e allora la koinonía sarà piena.
Come i poveri reali e concreti, anche quelli che hanno fame e conoscono la minaccia della morte per mancanza di cibo e di acqua sono beati. Perché? Perché ora sono in questa condizione, ma il Dio liberatore agisce in loro favore. Come Luca ha attestato nel Magnificat cantato da Maria (cf. Lc 1,46-55), donna umile, povera e credente, Dio con la forza del suo braccio disperde i potenti e annulla i loro piani, rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote. Ci sarà una sazietà per chi ora soffre la fame! Questa è la giustizia che si esprimerà nel giudizio di Dio, un giudizio che ci dovrebbe avvertire, perché sarà nella misericordia se avremo avuto misericordia di chi soffre accanto a noi. Non possiamo pensare che le omissioni siano meno gravi di un’azione che provoca morte: chi vede l’affamato e non lo sazia è come uno che gli dà la morte, è un assassino del fratello!
Consideriamo la terza beatitudine, quella relativa a chi piange, forse in modo meno temibile, perché prima o poi piangiamo tutti. Qui però la contrapposizione va letta tra chi trascorre la vita nel lamento e chi invece vive da gaudente; tra chi conosce solo il duro mestiere di vivere e chi è esente da fatiche, pesi e sofferenze, perché carica gli altri dei suoi pesi delle sue fatiche. In sostanza, tra oppressi e oppressori. La gioia e il canto sono dunque la promessa di Dio anche per quanti sono oppressi.
Infine, l’ultima beatitudine lucana è indirizzata ai perseguitati a causa di Cristo e del suo messaggio. Sì, ci sarà persecuzione per chi porta il nome di cristiano, ci sarà ostilità, disprezzo e insulto: se infatti è avvenuto così per Gesù, il maestro, potrà forse avvenire diversamente per i discepoli? Con questa beatitudine Gesù intravede il futuro e noi sappiamo come ciò è sempre accaduto e accade oggi più che mai, per molti cristiani sparsi nel mondo. Costoro possono esultare ed essere gioiosi, perché la persecuzione testimonia l’appartenenza a Cristo di chi è osteggiato e gli assicura la ricompensa del regno dei cieli.
In Luca alle beatitudini seguono i “guai” (Ouaì hymîn!), grida di avvertimento per quanti si sentono autosufficienti. Si faccia però attenzione: non si tratta di maledizione, come spesso si dice o si traduce, ma di constatazione e lamento! Constatazione che chi è ricco, sazio e gaudente non capisce, non comprende (cf. Sal 49,13.21), non sa di andare verso la rovina e la morte, una morte che vive già nel rapporto con i propri fratelli e le proprie sorelle. Questi “guai” sono eco degli avvertimenti dei profeti di Israele (cf. Is 5,8-25; Ab 2,6-20), sono un richiamo a mutare strada, a cambiare mentalità e comportamenti, sono un vero invito alla vita autentica e piena.
Se ha una vita fedele e conforme a Cristo, il cristiano non si attenda che gli vengano tolti i sassi dal cammino. Al contrario, facilmente gli verranno scagliati addosso: se infatti è “giusto”, sarà odiato e non si sopporterà neppure la sua vista (cf. Sap 1,16-2,20). Ricordiamo infine anche il “guai, quando tutti diranno bene di voi”, perché come Gesù è stato “segno di contraddizione” (Lc 2,34), così lo è il cristiano, se è conforme a lui.

http://www.monasterodibose.it

Angels

imm it

Publié dans:immagini sacre |on 13 février, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi sul “Padre nostro”: 6. Padre di tutti noi

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2019/documents/papa-francesco_20190213_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Catechesi sul “Padre nostro”: 6. Padre di tutti noi

Aula Paolo VI

Mercoledì, 13 febbraio 2019

Catechesi sul “Padre nostro”: 6. Padre di tutti noi

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo il nostro percorso per imparare sempre meglio a pregare come Gesù ci ha insegnato. Dobbiamo pregare come Lui ci ha insegnato a farlo.
Lui ha detto: quando preghi, entra nel silenzio della tua camera, ritirati dal mondo e rivolgiti a Dio chiamandolo “Padre!”. Gesù vuole che i suoi discepoli non siano come gli ipocriti che pregano stando dritti in piedi nelle piazze per essere ammirati dalla gente (cfr Mt 6,5). Gesù non vuole ipocrisia. La vera preghiera è quella che si compie nel segreto della coscienza, del cuore: imperscrutabile, visibile solo a Dio. Io e Dio. Essa rifugge dalla falsità: con Dio è impossibile fingere. E’ impossibile, davanti a Dio non c’è trucco che abbia potere, Dio ci conosce così, nudi nella coscienza, e fingere non si può. Alla radice del dialogo con Dio c’è un dialogo silenzioso, come l’incrocio di sguardi tra due persone che si amano: l’uomo e Dio incrociano gli sguardi, e questa è preghiera. Guardare Dio e lasciarsi guardare da Dio: questo è pregare. “Ma, padre, io non dico parole…”. Guarda Dio e lasciati guardare da Lui: è una preghiera, una bella preghiera!
Eppure, nonostante la preghiera del discepolo sia tutta confidenziale, non scade mai nell’intimismo. Nel segreto della coscienza, il cristiano non lascia il mondo fuori dalla porta della sua camera, ma porta nel cuore le persone e le situazioni, i problemi, tante cose, tutte le porto nella preghiera.
C’è un’assenza impressionante nel testo del “Padre nostro”. Se io domandassi a voi qual è l’assenza impressionante nel testo del “Padre nostro”? Non sarà facile rispondere. Manca una parola. Pensate tutti: che cosa manca nel “Padre nostro”? Pensate, che cosa manca? Una parola. Una parola che ai nostri tempi – ma forse sempre – tutti tengono in grande considerazione. Qual è la parola che manca nel “Padre nostro” che preghiamo tutti i giorni? Per risparmiare tempo la dirò io: manca la parola “io”. Mai si dice “io”. Gesù insegna a pregare avendo sulle labbra anzitutto il “Tu”, perché la preghiera cristiana è dialogo: “sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà”. Non il mio nome, il mio regno, la mia volontà. Io no, non va. E poi passa al “noi”. Tutta la seconda parte del “Padre nostro” è declinata alla prima persona plurale: “dacci il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti, non abbandonarci alla tentazione, liberaci dal male”. Perfino le domande più elementari dell’uomo – come quella di avere del cibo per spegnere la fame – sono tutte al plurale. Nella preghiera cristiana, nessuno chiede il pane per sé: dammi il pane di oggi, no, dacci, lo supplica per tutti, per tutti i poveri del mondo. Non bisogna dimenticare questo, manca la parola “io”. Si prega con il tu e con il noi. È un buon insegnamento di Gesù, non dimenticatelo.
Perché? Perché non c’è spazio per l’individualismo nel dialogo con Dio. Non c’è ostentazione dei propri problemi come se noi fossimo gli unici al mondo a soffrire. Non c’è preghiera elevata a Dio che non sia la preghiera di una comunità di fratelli e sorelle, il noi: siamo in comunità, siamo fratelli e sorelle, siamo un popolo che prega, “noi”. Una volta il cappellano di un carcere mi ha fatto una domanda: “Mi dica, padre, qual è la parola contraria a ‘io’?”. E io, ingenuo, ho detto: “Tu”. “Questo è l’inizio della guerra. La parola opposta a ‘io’ è ‘noi’, dove c’è la pace, tutti insieme”. È un bell’insegnamento che ho ricevuto da quel prete.
Nella preghiera, un cristiano porta tutte le difficoltà delle persone che gli vivono accanto: quando scende la sera, racconta a Dio i dolori che ha incrociato in quel giorno; pone davanti a Lui tanti volti, amici e anche ostili; non li scaccia come distrazioni pericolose. Se uno non si accorge che attorno a sé c’è tanta gente che soffre, se non si impietosisce per le lacrime dei poveri, se è assuefatto a tutto, allora significa che il suo cuore… com’è? Appassito? No, peggio: è di pietra. In questo caso è bene supplicare il Signore che ci tocchi con il suo Spirito e intenerisca il nostro cuore: “Intenerisci, Signore, il mio cuore”. È una bella preghiera: “Signore, intenerisci il mio cuore, perché possa capire e farsi carico di tutti i problemi, tutti i dolori altrui”. Il Cristo non è passato indenne accanto alle miserie del mondo: ogni volta che percepiva una solitudine, un dolore del corpo o dello spirito, provava un senso forte di compassione, come le viscere di una madre. Questo “sentire compassione” – non dimentichiamo questa parola tanto cristiana: sentire compassione – è uno dei verbi-chiave del Vangelo: è ciò che spinge il buon samaritano ad avvicinarsi all’uomo ferito sul bordo della strada, al contrario degli altri che hanno il cuore duro.
Ci possiamo chiedere: quando prego, mi apro al grido di tante persone vicine e lontane? Oppure penso alla preghiera come a una specie di anestesia, per poter stare più tranquillo? Butto lì la domanda, ognuno si risponda. In questo caso sarei vittima di un terribile equivoco. Certo, la mia non sarebbe più una preghiera cristiana. Perché quel “noi”, che Gesù ci ha insegnato, mi impedisce di stare in pace da solo, e mi fa sentire responsabile dei miei fratelli e sorelle.
Ci sono uomini che apparentemente non cercano Dio, ma Gesù ci fa pregare anche per loro, perché Dio cerca queste persone più di tutti. Gesù non è venuto per i sani, ma per i malati, per i peccatori (cfr Lc 5,31) – cioè per tutti, perché chi pensa di essere sano, in realtà non lo è. Se lavoriamo per la giustizia, non sentiamoci migliori degli altri: il Padre fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi (cfr Mt 5,45). Ama tutti il Padre! Impariamo da Dio che è sempre buono con tutti, al contrario di noi che riusciamo ad essere buoni solo con qualcuno, con qualcuno che mi piace.
Fratelli e sorelle, santi e peccatori, siamo tutti fratelli amati dallo stesso Padre. E, alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore, su come abbiamo amato. Non un amore solo sentimentale, ma compassionevole e concreto, secondo la regola evangelica – non dimenticatela! –: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Così dice il Signore. Grazie.

 

Publié dans:PAPA FRANCESCO CATECHESI |on 13 février, 2019 |Pas de commentaires »

Beata Vergine Maria

pen e it

Publié dans:immagini sacre |on 11 février, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO CI PARLA / CATECHESI : LOURDES: PER CAPIRE MARIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/10-11/02-Catechesi-BenedettoXVI.html

PAPA BENEDETTO CI PARLA / CATECHESI : LOURDES: PER CAPIRE MARIA

Da tanto tempo l’accusa è mossa ai cattolici dai fratelli protestanti: «Voi cattolici esagerate, con la Madonna. Quasi la considerate una divinità. E poi con che facilità credete alle apparizioni…». Il guaio è che primi a dare il cattivo esempio, a macchiarsi di queste gravissime colpe, risulterebbero addirittura i papi! Per esempio Papa Benedetto, che solo due anni fa si è recato a Lourdes per commemorare con i cattolici di Francia il 150º di quelle apparizioni mariane.
Ma, a meditare le parole del Papa, proprio Lourdes ci aiuta a capire chi
è Maria per noi. E per i fratelli protestanti.
Nel 1858 a Lourdes, la Madonna, per mezzo di Bernadette, ha ricordato ai cristiani dei nostri tempi – tra l’altro – lo straordinario evento della sua Immacolata Concezione. E 150 anni dopo, cioè un paio di anni fa, ecco, il Papa arriva a Lourdes.
È il 14 settembre 2008. Sulla spianata di Massabielle traboccante di fedeli, Papa Benedetto nell’omelia della celebrazione eucaristica richiama le parole-chiave dell’antico avvenimento: «La bella Signora rivela il suo nome a Bernadette: “Io sono l’Immacolata Concezione”». E spiega: «Maria rivela la grazia straordinaria che aveva ricevuto da Dio, quella di essere stata concepita senza peccato, perché “ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48)». Poi aggiunge: «Maria, donna della nostra terra, s’è rimessa interamente a Dio, e ha ricevuto da Lui il privilegio di dare la vita umana al suo eterno Figlio: “Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38)».
Dunque Maria con la sua Concezione Immacolata è posta da Dio all’inizio del progetto di salvezza. Maria che in piena libertà si rimette interamente a Dio.
Papa Benedetto a Lourdes trova le parole dello stupore e dell’entusiasmo riguardo a quel primo passo, la redenzione di noi bipedi implumi che tanto ci agitiamo sul pianeta Terra. Dice di Maria: «È la bellezza trasfigurata, l’immagine dell’umanità nuova. Presentandosi in una dipendenza totale da Dio, Maria esprime in realtà un atteggiamento di piena libertà, fondata sul pieno riconoscimento della sua vera dignità».
Aggiunge: «Questo privilegio riguarda anche noi, perché ci svela la nostra dignità di uomini e di donne, segnati certo dal peccato, ma salvati nella speranza. Una speranza che ci consente di affrontare la nostra vita quotidiana».
Dunque speranza: «Il messaggio di Maria – prosegue il Papa – è messaggio di speranza per tutti gli uomini e per tutte le donne del nostro tempo, di qualunque Paese siano. Sulle strade delle nostre vite, così spesso buie, lei è una luce di speranza che ci rischiara e ci orienta nel nostro cammino. Mediante il suo “sì”, mediante il dono generoso di se stessa, ha aperto a Dio le porte del nostro mondo e della nostra storia».
Perciò l’invito del Papa a noi: «Nel silenzio della preghiera, sia Maria la vostra confidente, lei che ha saputo parlare a Bernadette, rispettandola e fidandosi di lei».
Rispettandola? Sì: forse il Papa alludeva a un particolare curioso delle apparizioni: la Madonna rivolgendosi a Bernadette, una ragazzina di campagna, le parlava nel suo dialetto dandole rispettosamente del voi. Disse per esempio: «Boulet aué era gracie de bié t’aci penden quinze dies?», cioè «Volete avere la cortesia di venire qui durante quindici giorni?».
Perciò il Papa tesse l’elogio incondizionato di quella ragazzina: «Bernadette è la maggiore di una famiglia molto povera, che non possiede né sapere né potere, ed è debole di salute. Maria la sceglie per trasmettere il suo messaggio di conversione, di preghiera e di penitenza, in piena sintonia con la parola di Gesù: “Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25)».
Di fatto proprio con i piccoli – Maria, Bernadette – ha preso avvio e si sviluppa il progetto di Dio.
Allora là in Palestina gli eventi per Maria si erano poi susseguiti a cascata: l’Annunciazione, la Divina Maternità, la Regina col grembiule della casalinga, la Donna sapiente a Cana, l’Addolorata sul Golgota, la Madre donata da Cristo a Giovanni e a tutti, la Regina degli apostoli nel Cenacolo, l’Assunta in cielo. E poi, nella susseguente storia della Chiesa, oggi come ieri e domani, Maria è l’Ausiliatrice dei cristiani.
Sono le tappe della totale collaborazione di Maria alla redenzione. Donna nuova, prima redenta, prima cristiana. Ancora e sempre vigilante e attiva nel progetto di Dio che si compie nel mondo.
Ora, spiega il Papa, la Madonna «ci accompagna con la sua presenza materna in mezzo agli avvenimenti della vita delle persone, delle famiglie e delle nazioni. Felici gli uomini e le donne che ripongono la loro fiducia in Colui che, nel momento di offrire la sua vita per la nostra salvezza, ci ha donato sua Madre perché fosse nostra Madre».
Ha concluso il Papa: «Cari fratelli e sorelle, la Madre del Signore… sia sempre onorata con fervore in ciascuna delle vostre famiglie, nelle vostre comunità religiose e nelle parrocchie! Sia per tutti la Madre che circonda d’attenzione i suoi figli nelle gioie come nelle prove!».
Le parole di Benedetto XVI ci aiutano a capire chi è Maria per noi. Per i nostri fratelli separati. E sono augurio e impegno. Se per caso siamo tra quelli che come il Papa esagerano con la Madonna fino a credere alle sue apparizioni, accoglieremo le sue parole. Anzitutto l’11 febbraio, giorno della memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes. Ma anche tutti i giorni della vita.

Enzo BIANCO sdb

Preghiera
Santa Maria,
Madre di Dio
e Madre nostra,
insegnaci a credere, a sperare
e ad amare con te. Indicaci la via
verso il regno
del tuo Figlio Gesù! Stella del mare, brilla su di noi
e guidaci nel nostro cammino! Amen.
(Benedetto XVI)

Due anni fa il Papa era a Lourdes per commemorare il 150º delle apparizioni di Maria.
E ci ha indicato il suo ruolo eccezionale nella Chiesa, nella storia. Donna nuova, prima redenta,
prima cristiana.

Publié dans:feste di Maria, Papa Benedetto XVI |on 11 février, 2019 |Pas de commentaires »

Raffaello, La pesca miracolosa

en e it Raffaello, La pesca miracolosa - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 8 février, 2019 |Pas de commentaires »

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) LECTIO

https://combonianum.org/2019/02/07/v-domenica-del-tempo-ordinario-c-lectio/

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) LECTIO

Profondità
La Parola che oggi ci raggiunge compone, con modulazioni diverse, un unico tema “musicale”: Dio è Colui che irrompe nella vita dell’uomo con una Parola che lo fa vivere; e la vita dell’uomo è apertura sempre più profonda alla relazione con Lui e con i fratelli.
L’evangelista Luca colloca la “vocazione” di Pietro e dei suoi compagni a questo punto del suo vangelo, dopo aver già presentato l’inizio del ministero di Gesù nella sinagoga di Nazareth e le sue prime guarigioni accompagnate dall’annuncio della Parola (cfr. Lc 4,16-44). Da un punto di vista puramente cronologico, l’incontro di Gesù con Pietro e gli altri sulle rive del lago avrebbe dovuto precedere gli eventi del cap. 4 (tanto più che in Lc 4,38-39 Gesù era entrato nella casa di Simone e ne aveva guarito la suocera… quindi si suppone che Pietro e Gesù già si fossero incontrati!).
Ma nel vangelo di oggi Luca ci sta dicendo che c’è una chiamata che avviene continuamente nella vita quotidiana, nelle situazioni di fallimento e di crisi che la vita ci pone. Non si tratta quindi della “prima chiamata” di Pietro (episodio isolato), ma del modo in cui Gesù sempre chiama Pietro, il pescatore pescato per altre pèsche.
In questo racconto quindi scorgiamo la “chiamata permanente” dell’uomo ad entrare sempre più in profondità nella sua relazione con Dio (e di qui a porsi in un rapporto nuovo con i fratelli!).
La situazione iniziale di Simone e dei suoi compagni è quella di uomini affaticati e delusi che, dopo una nottata di duro lavoro, si ritrovano a reti vuote sulla riva del lago di Galilea.
Simone e gli altri sono pescatori.
E il vangelo si sofferma a descriverli a confronto con la loro fatica quotidiana (non sarà stata né la prima né l’ultima pesca infruttuosa!). Si tratta della fatica di cercare nelle profondità del mare ciò che li può far vivere. Si pesca per vivere. Per non morire di fame. Con tutta la loro perizia, Pietro e gli altri non hanno pescato nulla.
Ed eppure questi uomini non sono inerti di fronte al loro insuccesso: accanto alle loro barche accostate a riva, “i pescatori erano scesi e lavavano le reti”. Non hanno abbandonato il luogo della loro fatica (il lago), né gli strumenti della loro ricerca (le reti), ma stanno preparandoli per pesche future e così stanno predisponendo se stessi per ricominciare. Sanno che pescare chiede la fatica di una fedeltà quotidiana che sempre si rimette in gioco là dove ha sperimentato il fallimento.
Qui arriva Gesù.
Potremmo dire che questa è la “situazione ideale” perché avvenga l’incontro con Lui!
Nella quotidiana ricerca di ciò che ci fa vivere, sul crinale delle nostre attese deluse, nell’apertura invincibile del nostro cuore a ricerche ulteriori.
In questo brano potremmo riconoscere tre “chiamate” che Gesù rivolge a Pietro, o meglio una chiamata a tre livelli, sempre più profondi.
Inizialmente Gesù, circondato da folle affamate di ascoltare la sua parola, sale sulla barca di Simone e “lo pregò di scostarsi un poco da terra” per “insegnare dalla barca”. La barca di Simone, che non era servita a raccogliere pesce, appare a Gesù come il luogo ideale dal quale annunciare la Parola. Il Signore Gesù chiama Pietro a spostare lo sguardo dalle sue reti e dalla sua barca vuota, alle folle bisognose dell’insegnamento di Lui. La disponibilità di Pietro all’invito del Maestro trasforma la barca del suo insuccesso nel “pulpito” di una Parola che “trae” le folle alla vita.
Il Signore doni anche a ciascuno di noi la prontezza di Pietro nel lasciare che sia Lui ad indicarci come utilizzare gli strumenti che abbiamo per vivere, le nostre reti e le nostre barche vuote, strappandoci dal tentativo di raccogliere per noi, per mettere ciò che abbiamo a servizio del bisogno degli altri!
Avendo acconsentito alla prima chiamata di Gesù, Pietro si trova anche lui ad ascoltare la Parola che Gesù sta rivolgendo alle folle. Anche lui destinatario di una Parola che fa vivere. E Pietro non sarà rimasto indifferente alla Parola di Gesù, se subito dopo avrà il coraggio di affidarsi ad essa, al di là di ogni logica evidenza: “sulla tua parola, getterò le reti”.
Non conosciamo il contenuto della parola di Gesù alla folla, ma l’evangelista annota che “quando ebbe finito di parlare”, Gesù si rivolge a Simone. Possiamo pensare che quella parola rivolta in modo indiscriminato ad una folla anonima, sia ora declinata in modo personale per Simone e i suoi compagni: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Una chiamata personale (“Prendi il largo”) unita ad una chiamata comunitaria (“e gettate le vostre reti per la pesca”).
E Pietro non permette alle sue obiezioni di prevalere sulla Parola di Gesù. Pietro infatti presenta a Gesù la realtà del loro fallimento (“Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”), ma si affida alla Parola di Gesù più che alla logica della sua esperienza (non si pesca di giorno…).
Il Signore doni anche a noi la fede di Pietro, capace di lasciarsi condurre oltre l’evidenza e l’esperienza che abbiamo delle cose della vita. Una fede che osa scommettere su ciò che ancora non c’è, pronta a giocarsi secondo quello che Gesù vede possibile, mentre rimane ancora invisibile ai nostri occhi. Sì, una fede che vede l’invisibile (cfr. Rm 4,17 e Eb 11,27)!
La fede di Pietro mette in movimento non solo se stesso, ma tutti i compagni della sua barca (“Fecero così e presero una quantità enorme di pesci”) fino a coinvolgere anche gli altri della barca vicina (“fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli). Le reti piene di cui Pietro e gli altri fanno esperienza sono la conseguenza diretta dell’aver assunto la parola di Gesù come guida del loro agire. C’è sempre un dono di Dio pronto a riempire la barca della nostra vita, ma che rimane sconosciuto finché non ci affidiamo a Lui.
La parola di Gesù invitava Pietro a “prendere il largo” (secondo la traduzione della CEI), ma letteralmente ad “andare nel profondo”, a cercare la vita non nella superficie delle cose, ma nella profondità degli eventi, delle relazioni, delle situazioni che la vita pone. “Mare profondo è la relazione con Te”, scriveva in modo lapidario il beato Christophe Lebreton, monaco trappista martire in Algeria. Sì, le profondità del mare nelle quali Pietro getta le reti sono la “profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio” (Rm 11,33) dalle quali Pietro trae Vita abbondante, la Vita di Dio.
Ed ecco che qui la chiamata di Pietro si fa ancora più profonda. L’aver attinto dalle “profondità” del mare tanta abbondanza, mette in luce la smisurata piccolezza di Pietro, la sua fragilità, il suo peccato. C’è una sproporzione che getta l’uomo a terra, nel riconoscimento di essere “poco più di un nulla” (cfr. Sal 8) e che chiede di mettere ancora più distanza fra Dio/Santo e l’uomo/peccatore: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”.
Ed eppure Dio, misteriosamente, non ci misura a partire dalla distanza in cui ci pone il nostro peccato, la nostra sproporzione.
Là dove l’uomo dice: “allontanati da me” (come Pietro nel Vangelo), Dio dice: “segui me” (come fa Gesù nel racconto della vocazione di Pietro in Mc 1,17).
Là dove l’uomo dice: “sono un peccatore” (come Pietro, Isaia e Paolo), Dio dice: “sarai…” altro, cioè pone l’inizio di una identità che non si misura sul limite e sul peccato, ma sulla promessa di Dio.
Dio così chiama Pietro ad assumere uno sguardo nuovo sul suo peccato. Non è l’ostacolo per la relazione con Dio, ma il “punto di partenza” da cui sempre può ripartire per una relazione nuova con Lui, una relazione dove il senso della distanza da Lui non ci allontana, ma ci fa progredire in un cammino inesausto di sequela.
E Pietro ne farà concretamente esperienza nei momenti più importanti della sua vita!
Questa chiamata a non temere l’abisso del suo peccato si apre per Pietro a un altro orizzonte ancora più vasto: i fratelli. Gesù lo invia ai fratelli proprio a partire dal riconoscimento della propria debolezza perché risplenda in lui quella parola di Paolo: “mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze perché dimori in me la potenza di Cristo” (cfr. 2Cor 12,9-10).
Gesù ha “pescato” Pietro dall’abisso della sua debolezza.
Ora Pietro è pronto ad andare ai fratelli per lasciare che Cristo, in lui, li tragga alla medesima Vita.

Sorelle Povere di Santa Chiara

123

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31