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IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

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 Bernardo Strozzi, Elia e la vedova di Sarepta

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

Gesù, profeta perseguitato
Enzo Bianchi

Il brano evangelico odierno è il seguito di quello di domenica scorsa (cf. Lc 4,14-21). Siamo sempre nella sinagoga di Nazaret, il villaggio dove Gesù è stato allevato e dove era tornato all’inizio della sua predicazione in Galilea. Partecipando al culto sinagogale in giorno di sabato, Gesù ha ascoltato la lettura della Torah e, invitato a leggere la seconda lettura tratta dal profeta Isaia (cf. Is 61,1-2), ha fatto un commento, un’omelia sintetizzata da Luca nelle parole: “Oggi si è realizzata questa Scrittura (ascoltata) nei vostri orecchi”.
Ed ecco la reazione dell’uditorio: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Con la sua omelia Gesù ha colpito l’uditorio, ha saputo destare l’interesse e la meraviglia perché le sue erano anche “parole di grazia” (lógoi tês cháritos). Come il Messia del salmo 45, Gesù è lodato perché “la grazia è sparsa sulle sue labbra” (v. 3). Potremmo dunque dire che la prima predicazione di Gesù al ritorno nel suo villaggio d’origine inizialmente è stata un successo.
Ma il racconto subisce una svolta improvvisa. Quelli che hanno appena approvato e “applaudito” Gesù dicono: “Costui è il figlio di Giuseppe, il carpentiere che ben conosciamo come nostro concittadino. È un uomo, nient’altro che un semplice uomo ordinario, nulla di più!”. Le parole di Gesù hanno meravigliato quella gente, ma egli non pretende nulla, e soprattutto non pretende di avere autorità. Il messaggio che egli ha dato è buono – pensano gli abitanti di Nazaret – ma è il messaggio di un uomo ordinario, come lo si vedeva e lo si poteva descrivere conoscendo bene suo padre Giuseppe. L’entusiasmo e la meraviglia non conducono alla fiducia in Gesù, perché i presenti non si accontentano di parole: occorrono segni, miracoli per avere autorità ed essere riconosciuti
Gesù, conoscendo i pensieri del loro cuore (cf. Gv 2,24-25), passa all’attacco duro, frontale. Non evita il conflitto, non lo tace, ma anzi lo fa esplodere. “Certamente” – dice – “alla fine dei vostri ragionamenti vi verrà in mente un proverbio: ‘Medico, cura te stesso’. Ovvero, se vuoi avere autorità e non solo pronunciare parole, fa’ anche qui a Nazaret, tra quelli che conoscono la tua famiglia, ciò che hai fatto a Cafarnao!”. È una tentazione che Gesù sentirà più volte rivolta a sé: qui tra i suoi, più tardi a Gerusalemme (cf. Lc 11,16) e infine addirittura sulla croce (cf. Lc 23,35-39). È la domanda di segni, di azioni straordinarie, di miracoli: ma tutta la Scrittura ammonisce che proprio questo atteggiamento è il primo atteggiamento degli uomini religiosi che rifiutano Dio. Sempre “gli uomini religiosi chiedono segni” (cf. 1Cor 1,22)… In verità a Cafarnao Gesù aveva compiuto azioni di liberazione da malattia e peccato, ma queste erano, appunto, soltanto “segni” per manifestare la sua volontà: la liberazione da tutti i mali, la liberazione per tutti, come Gesù ha appena letto nel profeta Isaia.
Di fronte a questo repentino cambiamento di umore dell’uditorio nei suoi confronti, Gesù pronuncia alcune parole cariche di mitezza e, insieme, di rincrescimento, parole suggerite dalla sua assiduità alle Scritture, soprattutto ai profeti. Con un solenne “amen” emette una sentenza breve ma efficace, acuta come una freccia: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria, nella sua terra”. Gesù la pronuncia con rincrescimento per il rifiuto patito ma anche con una gioia interiore indicibile, perché da quel rifiuto riceve una testimonianza. Lodandolo per le sue parole di grazia non gli davano testimonianza, ma ora, rigettandolo, sì: perché questo accade a chi è profeta, a chi porta sulla sua bocca una parola di Dio e la consegna a chi ascolta. Gesù dunque in quel momento riceve la testimonianza dello Spirito santo che sempre lo accompagna e che gli dice: “Tu sei veramente profeta, per questo conosci il rigetto!”. Sì, profeta a caro prezzo, e solo chi conosce il rifiuto per le sue parole – che possono essere cariche di grazie ma non vengono accolte per il mancato riconoscimento della sua autorevolezza (exousía) – conosce anche la mite e serena certezza di svolgere un servizio non in nome proprio, ma in nome del Signore; non per interesse personale, ma in obbedienza a una vocazione e a una missione vissute e sentite come più forti della propria disposizione interiore e dei propri desideri umani. Questo è l’atteggiamento degli uomini di Dio, dei profeti, come ascoltiamo a proposito di Geremia nella prima lettura (cf. Ger 1,17-19).
Qui va inoltre messa in risalto la tensione tra Nazaret, la patria, e Cafarnao, città straniera per Gesù, ma dove egli incontrerà proprio stranieri, non ebrei che hanno una fede da lui mai vista in Israele, all’interno del popolo di Dio (cf. Lc 7,9): è più facile per Gesù operare in spazi stranieri che in quelli propri del popolo di Dio. Egli sa bene che le Scritture attestano questo anche per i profeti Elia ed Eliseo, e lo dice. Fu una vedova straniera, di Sarepta di Sidone, ad accogliere il primo e a dargli cibo nel tempo della carestia e della fame (cf. 1Re 17,7-16). Quanto a Eliseo, egli guarì uno straniero, Naaman il siro (cf. 2Re 5), mentre non riuscì a purificare nessuno dei lebbrosi appartenenti al popolo eletto. Con queste parole Gesù, nella sua missione, fa cadere ogni frontiera, ogni muro di separazione: non c’è più una terra santa e una profana; non c’è più un popolo dell’alleanza e gli altri esclusi dall’alleanza. No, c’è un’offerta di salvezza rivolta da Dio a tutti. Anzi, il Dio di Gesù ama i pagani perché ha come nostalgia di loro, che durante i secoli sono rimasti lontani da lui. Gesù dunque li va a cercare, a incontrare e trova in loro una fede-fiducia che gli permettono quell’azione liberatrice per la quale era stato inviato da Dio.
Queste parole di Gesù non potevano che aumentare il rigetto nei suoi confronti e scatenare ulteriormente la collera contro di lui: “si alzarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù”. È la violenza che non sopporta chi svela la sua fonte nel cuore umano… In tal modo Gesù fa una prima esperienza di ciò che gli accadrà quando verrà il tempo del suo ministero a Gerusalemme. Gesù è perseguitato per la collera di uomini religiosi che non accettano il volto di Dio predicato e rivelato da lui, un uomo non investito di autorità da parte delle istituzioni sacre: tentano di farlo fuori già all’inizio del suo ministero, già in Galilea, a casa sua.
Ma Gesù “passando in mezzo a loro, camminava”, in direzione di Cafarnao (cf. Lc 4,31). “Transiens per medium illorum ibat”, attesta la Vulgata. Gesù che “passa in mezzo”, che “passa facendo il bene” (cf. At 10,38), che passa causando entusiasmo ma anche rigetto. Ieri come oggi, “Gesù passa in mezzo e va”, ma noi non ce ne accorgiamo… Passa in mezzo alla sua chiesa ma va oltre la chiesa; come Elia, come Eliseo, va tra i pagani che Dio ama. A Luca è cara questa immagine: Gesù passa e va. E a chi glielo vorrebbe impedire manda a dire: “Andate a dire a quella volpe – Gesù non nomina mai il nome di costui! –: “Ecco, io scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno terminerò. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente me ne vada per la mia strada” (Lc 13,32-33). Fino a che giunga l’ora degli avversari, “il potere delle tenebre” (Lc 22,53). Ma Gesù è pronto.

Composizione del quadro

Composizione del quadro
Bernardo Strozzi, Il profeta Elia e la vedova di Sarepta, 1630

A commento del Vangelo di questa domenica leggiamo assieme l’opera che narra un episodio citato da Gesù in risposta ai suoi concittadini: l’incontro tra il profeta Elia e la vedova di Sarepta.
Potremmo bollare questo quadro di leziosità, ma una lettura della sua grammatica, ovvero delle regole che lo compongono potranno lasciarci stupiti. Per aiutare l’interpretazione facciamo a meno del colore e utilizziamo una foto in bianco e nero per mettere meglio in risalto le scelte compositive del pittore.
La scena è presentata come a teatro. C’è una balaustra tra noi e i protagonisti (linea azzurra orizzontale in basso) a segnare un passaggio: siamo osservatori di qualcosa che sta accadendo.
I protagonisti non occupano tutta la scena, ma sono “incorniciati” per meglio permetterci di osservarli. Questo effetto ottico si ottiene creando dei parallelismi di linee. Le due linee quasi parallele del braccio di Elia e della vedova chiudono il quadro lasciando due zone vuote (linee azzurre).
Ci sono poi due linee principali che hanno un forte valore narrativo. La prima si ottiene allungando il bastone del profeta Elia (linea azzurra che taglia trasversalmente il quadro). Questa linea segna due linguaggi diversi tra i personaggi: al di sopra di essa i volti e gli sguardi, al di sotto i gesti eloquenti delle mani (evidenziati dai cerchi rossi).
La seconda linea compositiva che fa da narrazione è quella forte ombra che separa la figura della vedova dal gruppo composto da Elia e dal figlio di lei (linea gialla a metà del quadro). I due personaggi principali vengono presentati separati: una pagana e un profeta del Signore. Ma c’è un gesto che spezza questa linea di separazione ed è la mano tesa di Elia verso la donna. Elia va oltre le convenzioni e si rivolge proprio a lei.
I gesti della donna sono contrari alla propensione di Elia: sta proteggendo i vasi dove conserva quel poco che ha per vivere. In mezzo il figlio della vedova (incorniciato dalle due forme ovali in giallo – queste sono due linee che il nostro occhio crea seguendo i panneggi del profeta e della madre – un buon pittore è quello che sa dove vuole far arrivare i nostri occhi) che ha già superato ogni separazione porgendo a Elia da mangiare.
Il gesto del bambino “eccede” dalla balaustra teatrale e viene verso di noi: scopriamo che non siamo mai stati osservatori, ma co-protagonisti del quadro. Siamo quindi interpellati a prendere posizione verso quel gesto di accoglienza che il figlio della vedova ci sta presentando.

batism of Christ (Popiashvili David)

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Publié dans:STUDI |on 30 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Viaggio Apostolico in Panama

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PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – Viaggio Apostolico in Panama

Aula Paolo VI

Mercoledì, 30 gennaio 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi mi soffermerò con voi sul Viaggio Apostolico che ho compiuto nei giorni scorsi in Panamá. Vi invito a rendere grazie con me al Signore per questa grazia che Egli ha voluto donare alla Chiesa e al popolo di quel caro Paese. Ringrazio il Signor Presidente del Panamá e le altre Autorità, i Vescovi; e ringrazio tutti i volontari – ce n’erano tanti – per la loro accoglienza calorosa e familiare, la stessa che abbiamo visto nella gente che dappertutto è accorsa a salutare con grande fede ed entusiasmo. Una cosa che mi ha colpito tanto: la gente alzava con le braccia i bambini. Quando passava la Papamobile tutti con i bambini: li alzavano come dicendo: “Ecco il mio orgoglio, ecco il mio futuro!”. E facevano vedere i bambini. Ma erano tanti! E i padri o le madri orgogliosi di quel bambino. Ho pensato: quanta dignità in questo gesto, e quanto è eloquente per l’inverno demografico che stiamo vivendo in Europa! L’orgoglio di quella famiglia sono i bambini. La sicurezza per il fututo sono i bambini. L’inverno demografico, senza bambini, è duro!
Il motivo di questo Viaggio è stata la Giornata Mondiale della Gioventù, tuttavia agli incontri con i giovani se ne sono intrecciati altri con la realtà del Paese: le Autorità, i Vescovi, i giovani detenuti, i consacrati e una casa-famiglia. Tutto è stato come “contagiato” e “amalgamato” dalla presenza gioiosa dei giovani: una festa per loro e una festa per Panamá, e anche per tutta l’America Centrale, segnata da tanti drammi e bisognosa di speranza e di pace, e pure di giustizia.
Questa Giornata Mondiale della Gioventù è stata preceduta dall’incontro dei giovani dei popoli nativi e di quelli afroamericani. Un bel gesto: hanno fatto cinque giorni di incontro, i giovani indigeni e i giovani afro-discendenti. Sono tanti in quella regione. Loro hanno aperto la porta alla Giornata Mondiale. E questa è un’iniziativa importante che ha manifestato ancora meglio il volto multiforme della Chiesa in America Latina: l’America Latina è meticcia. Poi, con l’arrivo dei gruppi da tutto il mondo, si è formata la grande sinfonia di volti e di lingue, tipica di questo evento. Vedere tutte le bandiere sfilare insieme, danzare nelle mani dei giovani gioiosi di incontrarsi è un segno profetico, un segno controcorrente rispetto alla triste tendenza odierna ai nazionalismi conflittuali, che alzano dei muri e si chiudono alla universalità, all’incontro fra i popoli. È un segno che i giovani cristiani sono nel mondo lievito di pace.
Questa GMG ha avuto una forte impronta mariana, perché il suo tema erano le parole della Vergine all’Angelo: «Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). È stato forte sentire queste parole pronunciate dai rappresentanti dei giovani dei cinque continenti, e soprattutto vederle trasparire sui loro volti. Finché ci saranno nuove generazioni capaci di dire “eccomi” a Dio, ci sarà futuro nel mondo.
Tra le tappe della GMG c’è sempre la Via Crucis. Camminare con Maria dietro Gesù che porta la croce è la scuola della vita cristiana: lì si impara l’amore paziente, silenzioso, concreto. Io vi faccio una confidenza: a me piace tanto fare la Via Crucis, perché è andare con Maria dietro Gesù. E sempre porto con me, per farlo in qualsiasi momento, una Via Crucis tascabile, che mi ha regalato una persona molto apostolica a Buenos Aires. E quando ho tempo prendo e seguo la Via Crucis. Fate anche voi la Via Crucis, perché è seguire Gesù con Maria nel cammino della croce, dove Lui ha dato la vita per noi, per la nostra redenzione. Nella Via Crucis si impara l’amore paziente, silenzioso e concreto. A Panamá i giovani hanno portato con Gesù e Maria il peso della condizione di tanti fratelli e sorelle sofferenti nell’America Centrale e nel mondo intero. Tra questi ci sono tanti giovani vittime di diverse forme di schiavitù e povertà. E in questo senso sono stati momenti molto significativi la Liturgia penitenziale che ho celebrato in una Casa di rieducazione per minori e la visita alla Casa-famiglia “Buon Samaritano”, che ospita persone affette da Hiv/Aids.
Culmine della GMG e del viaggio sono state la Veglia e la Messa con i giovani. Nella Veglia – in quel campo pieno di giovani che hanno fatto la Veglia, hanno dormito lì e alle 8 del mattino hanno partecipato alla Messa – nella Veglia si è rinnovato il dialogo vivo con tutti i ragazzi e le ragazze, entusiasti e anche capaci di silenzio e di ascolto. Passavano dall’entusiasmo all’ascolto e alla preghiera in silenzio. A loro ho proposto Maria come colei che, nella sua piccolezza, più di ogni altro ha “influito” sulla storia del mondo: l’abbiamo chiamata la “influencer di Dio”. Nel suo “fiat” si sono rispecchiate le belle e forti testimonianze di alcuni giovani. La mattina di domenica, nella grande celebrazione eucaristica finale, Cristo Risorto, con la forza dello Spirito Santo, ha parlato nuovamente ai giovani del mondo chiamandoli a vivere il Vangelo nell’oggi, perché i giovani non sono il “domani”; no, sono l’“oggi” per il “domani”. Non sono il “frattanto”, ma sono l’oggi, l’adesso, della Chiesa e del mondo. E ho fatto appello alla responsabilità degli adulti, perché non manchino alle nuove generazioni istruzione, lavoro, comunità e famiglia. E questo è la chiave in questo momento nel mondo, perché queste cose mancano. Istruzione, cioè educazione. Lavoro: quanti giovani sono senza. Comunità: si sentano accolti, in famiglia, nella società.
L’incontro con tutti i Vescovi dell’America Centrale è stato per me un momento di speciale consolazione. Insieme ci siamo lasciati ammaestrare dalla testimonianza del santo vescovo Oscar Romero, per imparare sempre meglio a “sentire con la Chiesa” – era il suo motto episcopale –, nella vicinanza ai giovani, ai poveri, ai sacerdoti, al santo popolo fedele di Dio.
E un forte valore simbolico ha avuto la consacrazione dell’altare della restaurata Cattedrale di Santa Maria La Antigua, a Panamá. È stata chiusa per sette anni per il restauro. Un segno di ritrovata bellezza, a gloria di Dio e per la fede e la festa del suo popolo. Il Crisma che consacra l’altare è lo stesso che unge i battezzati, i cresimati, i sacerdoti e i vescovi. Possa la famiglia della Chiesa, in Panamá e nel mondo intero, attingere dallo Spirito Santo sempre nuova fecondità, perché prosegua e si diffonda sulla terra il pellegrinaggio dei giovani discepoli missionari di Gesù Cristo.

volto di Cristo in Croce

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Publié dans:immagini sacre |on 29 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

LA SOFFERENZA – COSA DICE LA BIBBIA SULLA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI?

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LA SOFFERENZA – COSA DICE LA BIBBIA SULLA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI?

L’obiezione di Ivan Karamazov, nel celebre romanzo di Dostoievski, resta per molti il più grande ostacolo alla fede in un Dio d’amore: ci si può fidare di Dio in un mondo dove dei bambini sono torturati? Se Dio è buono, come può permettere la sofferenza degli innocenti?
Testimone della ricerca spirituale dell’uomo lungo i secoli, la Bibbia stessa è alle prese con questa domanda. I salmi ci presentano lo smarrimento dei fedeli di fronte alla felicità dei malvagi e all’infelicità dei giusti: «Invano dunque ho conservato puro il mio cuore e ho lavato nell’innocenza le mie mani, poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina… Ma io a te, Signore, grido aiuto, e al mattino giunge a te la mia preghiera. Perché, Signore, mi respingi, perché mi nascondi il tuo volto?» (Salmo 73,13-14; 88,14-15). Chiaramente, la vecchia spiegazione che fa della pena una conseguenza del peccato non funziona sempre, esistono innumerevoli casi in cui la sofferenza non è la conseguenza di un’esistenza lontana da Dio.
Nelle Scritture ebraiche, la figura di Giobbe è l’esempio tipico che suscita questo interrogativo. Uomo giusto e pio attraversa molte prove, ma rifiuta di abbandonare sia l’affermazione della sua innocenza sia la sua relazione con il Signore. Restando unito sino alla fine a questi due poli, Giobbe vede la sua lotta con il Signore sfociare in una nuova scoperta. Non si tratta di una spiegazione intellettuale, come di una giustificazione della sofferenza, cosa mostruosa che Dio non può mai dare, ma è piuttosto la rivelazione di un contesto dove tutto cambia di prospettiva. Giobbe comprende che il tentativo di gettare su Dio la responsabilità della sofferenza porta a un vicolo cieco, all’errore più grande. Scartata questa falsa pista, il campo è ormai libero per una comprensione più vera.
Infatti questa visione è presente sin dall’inizio della rivelazione biblica. Il primo innocente che incontriamo nelle pagine della Bibbia è Abele, ingiustamente ucciso da suo fratello Caino. A questo proposito l’autore della Genesi scrive delle parole stupefacenti: «Il Signore disse a Caino: Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!» (Genesi 4,10). Nella Bibbia il sangue è la vita (vedi Levitico 17,11.14), e questa vita annientata dalla malvagità umana ritrova paradossalmente una voce. Lungi dall’essere soffocato dalla violenza degli uomini, il desiderio di vita che abita il cuore della vittima è liberato attraverso la sua innocenza ferita. Il suo grido giunge fino a Dio e provoca il suo intervento.
Questa stessa dinamica è presente nella storia della salvezza, nel racconto dell’Esodo. Quel che fa scendere Dio sulla terra non è qualche atto di prodezza o di dedizione da parte degli esseri umani, ma piuttosto il grido che nasce dalla loro oppressione. I lamenti degli schiavi mettono in moto un vasto processo di liberazione nel quale Dio si fa presente ( vedi Esodo 2,23-25).
Con i profeti d’Israele, si fa un ulteriore passo in avanti. Essi sperimentano fin nella loro carne che Dio, l’Innocente per eccellenza, è rifiutato da un popolo che si crede autosufficiente. Come Osea costretto a sopportare con pazienza il tradimento della sua amata, immagine della fedeltà di Dio con il suo popolo infedele. Come Geremia esposto all’esclusione e alla persecuzione, «uomo di litigio e di contrasto per tutto il paese», condannato a rimanere solo con una «piaga incurabile» (Geremia 15,10.17-18). Occorrerebbe del tempo per comprendere che quegli uomini ci danno, in effetti, un’idea del cuore stesso di Dio, quando soffrono per non essere ascoltati né capiti.
Se la vita dei profeti rivela che la sofferenza degli innocenti non solo spinge Dio all’azione per ristabilire la giustizia ma è anche il luogo privilegiato in cui gli esseri umani possono entrare nel suo mistero, una figura misteriosa che troviamo in Isaia 40-55 esprime questa verità molto chiaramente. Si tratta di un essere umano, descritto come l’ultimo degli ultimi, «oggetto di disprezzo», che ama e così prende su di sé tutta la malvagità degli altri trasformandola in sofferenza (vedi Isaia 53). Ed ecco che quest’uomo apparentemente respinto è effettivamente il Servo di Dio, cioè qualcuno che realizza sulla terra la volontà divina di salvezza. Se «al Signore è piaciuto prostrarlo con la sofferenza» (Isaia 53,10), è per esaltarlo davanti a tutti, affinché tutti vedano in lui l’attività di Dio stesso: Dio riconcilia a sé coloro che lo rifiutano, prendendo su di sé le conseguenze della loro infedeltà.
La vita di Gesù ci dice qualcosa di più?
Non è un caso che i primi cristiani si siano soffermati su questi capitoli d’Isaia, quando cercavano nelle Scritture delle luci per comprendere la sorte del loro maestro, Gesù. Le guarigioni che egli compie testimoniano già la sua volontà di prendere su di sé per amore le sofferenze degli altri (vedi Matteo 8,16.17). Però è soprattutto il suo modo d’affrontare una morte atroce che rompe il cerchio infernale del male. La condanna di un giusto che risponde con il perdono (vedi Luca 23,17.34) permette l’adempimento del disegno di Dio che è quello di rendere giuste le moltitudini (vedi Isaia 53,10-11). In altre parole, la sofferenza di un innocente vissuta fino in fondo dona a tutti gli esseri umani la leggerezza di un’innocenza ritrovata. Il sangue di Gesù è «più eloquente di quello di Abele» (Ebrei 12,24) perché suscita la venuta di Dio sulla terra come sorgente inesauribile di una nuova vita.
L’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse di san Giovanni, presenta questo processo al capitolo 6, attraverso la sua visione sullo svolgimento della storia umana. Si tratta di un libro chiuso da sette sigilli. I primi quattro descrivono l’umanità abbandonata a se stessa, come una curva inesorabile che discende verso la morte. Con il quinto sigillo entriamo nel movimento inverso, l’attività salvatrice di Dio. E questa comincia giustamente con il grido delle «anime che furono immolate…» (Apocalisse 6,9-11), in cui bisogna vedere non solo i martiri cristiani, ma «tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue dell’innocente Abele» (Matteo 23,35; vedi Apocalisse 18,24). In Dio, il sangue degli innocenti diviene portatore di un dinamismo che contrasta gli effetti distruttori della violenza. La loro apparente sconfitta inaugura un movimento di liberazione che culmina nella croce di Cristo.
È ciò che è manifestato dall’apertura del sesto sigillo, dove si parla del «grande giorno dell’ira dell’Agnello» (Apocalisse 6,17). L’«ira di Dio» è la parola caratteristica utilizzata nella Bibbia per esprimere la sua risposta al peccato, risposta che tende a ristabilire la giustizia disprezzata. Qui, si riferisce all’atto con il quale Gesù prende su di sé tutto il male umano, subendone le conseguenze fino all’estremo, nel suo stesso corpo (vedi 1 Pietro 2,21-24).
Donando la sua vita fino in fondo, Gesù condivide la sorte di tutte le vittime innocenti e così assicura che la loro pena non è stata vana. Porta le loro sofferenze all’interno della propria relazione con colui che chiama Abbà, Padre, e poiché il Padre lo ascolta sempre (vedi Giovanni 11,42), noi abbiamo la certezza che questa sofferenza non va perduta. Essa conduce alla scomparsa dell’antico ordine mondiale segnato dall’ingiustizia, e all’apparizione «di nuovi cieli e di una nuova terra, dove la giustizia abiterà» (2 Pietro 3,13). Ecco la risposta definitiva, frutto di una vita vissuta, data a Ivan Karamazov e a Giobbe. Lungi dal tollerare anche solo per un istante la sofferenza degli innocenti, nel suo Figlio unigenito Dio beve con loro quel calice amarissimo e, così facendo, la trasforma in una coppa di benedizione per tutti.

Lettera da Taizé: 2003/6

Publié dans:STUDI |on 29 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

« oggi si è adempiuta questa Scrittura »

per it oggi si adempiuta questa scrittura

Publié dans:immagini sacre |on 24 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

L’oggi di Dio Enzo Bianchi

Nel dare forma alla buona notizia, il Vangelo, attraverso il racconto, Luca ha la consapevolezza di una propria responsabilità davanti a Dio e agli uomini. Davanti a Dio deve essere un “servo della Parola”, capace di tenere conto di altri scrittori precedenti a lui e più autorevoli di lui: “i testimoni oculari”, quelli che hanno vissuto nell’intimità e nella vita pubblica con Gesù (cf. At 1,21-22); davanti agli uomini sente il dovere di rispondere a quei primi cristiani della sua comunità, dando loro una parola come cibo capace di nutrire e confermare la loro fede. Per questo ha composto quello che chiamiamo il terzo vangelo, attingendo con cura alla tradizione apostolica ma nello stesso tempo scrivendo con le sue capacità e la sua sensibilità. Il Vangelo è un canto a quattro voci, quattro racconti, quattro memorie: ma il canto polifonico resta un solo canto, e uno solo è il Vangelo fatto carne, uomo (cf. Gv 1,14), Gesù di Nazaret.
Luca è molto attento a testimoniare la presenza dello Spirito di Dio in Gesù. Gesù – che è la Parola di Dio (cf. Gv 1,1) – e lo Spirito santo sono “compagni inseparabili” (Basilio di Cesarea), dunque dove Gesù parla e agisce là c’è anche lo Spirito. Nei capitoli precedenti del vangelo, quelli riguardanti la venuta nel mondo del Figlio di Dio, Luca ha mostrato che egli è stato concepito nell’utero di Maria grazie alla potenza dello Spirito santo (cf. Lc 1,35), e la sua apparizione pubblica quale discepolo di Giovanni il Battista, che lo ha immerso nel Giordano, è stata sigillata dalla discesa su di lui dello Spirito santo (cf. Lc 3,22). Proprio questo Spirito conduce Gesù nel deserto, dove viene tentato dal demonio (cf. Lc 4,1-2 a), e lo accompagna – è l’inizio del nostro brano liturgico – quando ritorna in Galilea, la sua terra, dalla quale si era allontanato per andare nel deserto e mettersi alla sequela del profeta battezzatore. Con questa insistenza Luca è intenzionato a far comprendere al lettore che Gesù è “ispirato”, che la sua sorgente interiore, il suo respiro profondo è lo Spirito di Dio, il Soffio del Padre. Non è un profeta come gli altri, sui quali lo Spirito scendeva momentaneamente, perché in lui lo Spirito riposava, dimorava (cf. Gv 1,32), lo riempiva di quella forza (dýnamis) che non è potere, ma partecipazione all’azione e allo stile di Dio.
E cosa fa Gesù nel suo ritorno alla “Galilea delle genti” (Mt 4,15; Is 8,23), terra periferica e impura? Va a “insegnare nelle sinagoghe”. Per iniziare la sua missione non ha scelto né Gerusalemme né il tempio, ma quelle umili sale in cui si riunivano i credenti per ascoltare le sante Scritture e offrire il loro servizio liturgico al Signore. Nelle sinagoghe di sabato si facevano preghiere, poi si leggeva la Torah (il Pentateuco), la Legge, quindi si pregavano Salmi e, a commento della Torah, si proclamava un brano tratto dai Profeti. Non era una liturgia diversa da quella che ancora oggi noi cristiani compiamo ogni domenica. Gesù non è un sacerdote, è un semplice credente figlio di Israele ma, diventato a dodici anni “figlio del comandamento” (cf. Lc 2,41-42), è abilitato a leggere pubblicamente le sante Scritture e a commentarle, facendo l’omelia.
E così accade che quel sabato, proprio nella sinagoga di Nazaret in cui la sua fede era stata nutrita mediante le liturgie comunitarie, Gesù sale sull’ambone e, aperto il rotolo che gli viene dato, legge come seconda lettura il brano previsto: il capitolo 61 del profeta Isaia. Questo testo è l’autopresentazione di un profeta anonimo che testimonia la sua vocazione e la sua missione:
Lo Spirito del Signore è sopra di me,
per questo mi ha unto (échrisen)
e mi ha inviato per annunciare la buona notizia ai poveri,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista,
per rimandare in libertà gli oppressi,
per proclamare l’anno di grazia del Signore (Is 61,1-2a).
Chi è quel profeta senza nome annunciato da Isaia? Quale la sua identità? Quando la sua venuta tanto attesa? Queste certamente le domande che sorgevano alla lettura di quel testo. Gesù, dopo aver letto il brano tralasciando la menzione finale di “un giorno di vendetta per il nostro Dio” (Is 62,2b), lo commenta con pochissime parole:
Oggi si è realizzata questa Scrittura
(ascoltata) nei vostri orecchi.
Oggi, oggi (sémeron) Dio ha parlato e ha realizzato la sua Parola. Oggi, perché quando un ascoltatore accoglie la parola di Dio, è sempre oggi: è qui e adesso che la parola di Dio ci interpella e si realizza. Non c’è spazio alla dilazione: oggi! È proprio Luca a forgiare questa teologia dell’“oggi di Dio”. Per ben dodici volte nel suo vangelo risuona questo avverbio, “oggi”, di cui queste le più significative:

per la rivelazione fatta dagli angeli a Betlemme (cf. Lc 2,11);
per la rivelazione ad opera dalla voce celeste nel battesimo (cf. Lc 3,22; variante che cita Sal 2,7);
nel nostro brano, come affermazione programmatica (cf. Lc 4,21);
durante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (cf. Lc 13,32.33);
come annuncio della salvezza fatto da Gesù a Zaccheo (cf. Lc 19,5.9);
come parola rivolta a Pietro quale annuncio del suo rinnegamento (cf. Lc 22,34.61);
come salvezza donata addirittura sulla croce, a uno dei due malfattori (cf. Lc 23,43).

Oggi è per ciascuno di noi sempre l’ora per ascoltare la voce di Dio, per non indurire il cuore (cf. Sal 94,8) e poter così cogliere la realizzazione delle sue promesse. La parola di Dio nella sua potenza risuona sempre oggi, e “chi ha orecchi per ascoltare, ascolti” (Lc 8,8; cf. Mc 4,9; Mt 13,9). Oggi si ascolta e si obbedisce alla Parola o la si rigetta; oggi si decide il giudizio per la vita o per la morte delle nostre vicende; oggi è sempre parola che possiamo dire come ascoltatori autentici di Gesù: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (Lc 5,26). E possiamo dirla anche dopo un passato di peccato: “Oggi ricomincio”, perché la vita cristiana è andare “di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine” (Gregorio di Nissa).
Gesù è dunque il profeta atteso e annunciato dalle sante Scritture, ma questo egli non lo dice mai apertamente, bensì lascia ai suoi ascoltatori di comprendere la sua identità a partire dalle azioni che compie: essere buona notizia per i poveri, essere liberatore per chi si sente incatenato, essere occhio per chi è cieco, essere perdono per chi ha peccato, essere annunciatore dell’amore gratuito di Dio, amore che non si deve mai meritare.
Quando, leggendo questa pagina evangelica, mi colloco nella sinagoga di Nazaret in ascolto di Gesù, mi chiedo: avrei accolto le sue parole? Ci sarebbe stato per me un oggi di Dio? Oppure, come ancora tante volte mi capita, Dio mi rivolge la sua parola e io non la ascolto, preferendo lamentarmi di lui che fa silenzio, che è muto, che si nasconde, piuttosto di riconoscere che io, oggi, sono sordo e con il cuore indurito? Il Signore abbia oggi misericordia di me.

 

Conversione di San Paolo

ca. 1525-1535 - 'The Conversion of Saint Paul' (attributed to Jan I van Rillaer)

Publié dans:immagini sacre |on 23 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

OMELIA NELLA FESTA DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO

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OMELIA NELLA FESTA DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO

Cattedrale di Pitigliano, 25 gennaio

‘all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me’

1. La Festa della Conversione di san Paolo ci testimonia le meraviglie che la grazia di Dio può compiere; è evento concreto del ‘Vangelo della Grazia’, della misericordia che ci salva per puro amore. Nulla di buono c’è in Saulo di Tarso per meritarsi l’incontro con il Risorto che trasformerà la sua vita, eppure il Risorto gli va incontro, lo ama com’è perché nel cuore da sempre conosce quel fariseo zelante, da sempre sa qual è il disegno del Padre su di Lui, farlo diventare vaso d’elezione per rivelare il Mistero nascosto da secoli ad ogni uomo. La Grazia è grazia, puro dono che ti investe e ti trasforma aprendo il tuo sguardo, illuminandoti. Mi commuove pensare a come nella Lettera ai Galati San Paolo racconta l’accaduto sulla via di Damasco: ‘ ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani’ (Gal 1,15-16). Il Risorto si è rivelato a Lui! Lui lo ha visto, dirà nella 1 Corinzi 9,1.
2. Damasco è stato un ‘vedere’ il Signore; è stato un incontrare Colui che Saulo fieramente perseguitava e l’iniziativa dell’incontro è partita non da Saulo, ma dal Padre dei Cieli. La comunità cristiana, la Chiesa è Cristo stesso: esiste una identificazione misteriosa, ma reale di Cristo colla sua Chiesa. Saulo è scelto per diventare l’annunciatore del disegno di Dio e il disegno di Dio nel suo contenuto e nella sua forma, è l’unità di ciascuno di noi e di tutti in Cristo così da essere un solo Corpo. Il mistero della misericordia del Padre è che tutti, anche i pagani, ‘sono chiamati, con Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo’ (Ef 3,6), il Corpo di Cristo che è la Chiesa.
3. L’Apostolo non dimenticherà mai più quelle parole e sentirà quest’unità come una realtà reale e drammatica nello stesso tempo. Egli ne trarrà le più radicali conseguenze. Ai cristiani che sono inquieti sulla sorte dei defunti dirà semplicemente che se i morti non risorgono, neppure Cristo è risorto, poiché noi siamo il corpo di Cristo; ai cristiani che offrono il loro corpo all’impurità dirà con una formula sconvolgente: ‘non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta?’ (1Cor 6,15); ai cristiani che si dividono in fazioni, dirà: ‘Cristo è stato forse diviso?’
4. Alla luce di queste considerazioni è più facile capire perché proprio facendo memoria della conversione di Paolo noi preghiamo questa sera per l’unità della Chiesa. E’ stato attraverso di lui che ci è stato rivelata la vera missione della Chiesa ‘inviata al mondo per annunciare e testimoniare, attualizzare ed espandere il mistero di comunione che la costituisce’. Questa sera la divisione deve fare piaga bruciante dentro il nostro cuore poiché è il segno che Cristo non è pienamente in noi, che ci siamo lasciati convertire dalla misericordia del Padre. Credere in Cristo è volere l’unità è volere la Chiesa, volere la Chiesa è volere che la vita eterna che è l’unità del Padre, del Figlio, dello Spirito Questo intenso desiderio di unità si esprime nella preghiera per l’unità, nella profonda conversione del cuore a Cristo, nella obbedienza alla verità della fede escludendo ogni riduzionismo ed ogni concordismo, evitando quello che il card. Walter Kasper, per lunghi anni Presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, chiamava l’ ‘ecumenismo delle coccole’, una sorta di squisita cortesia con tè e biscottini per dirci che abbiamo tante cose in comune, rallegrarci, farci i complimenti, e non parlare mai dello specifico. E’ bello puntare su ciò che ci unisce, ma questo non deve essere amnesia delle differenze sostanziali. Solo affrontando la differenza comprendiamo chi siamo e il dialogo diventa possibile.
5. Il Concilio Ecumenico Vaticano II non ha posto l’ecumenismo come tema secondario, bensì ne ha fatto una delle sue priorità centrali: ‘Promuovere il ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani è uno dei principali intenti del sacro concilio ecumenico Vaticano II’ (UR, 1). Paolo VI sottolineava spesso che l’avvicinamento ecumenico tra i cristiani divisi era uno degli obiettivi centrali, il dramma spirituale per cui il Concilio stesso era stato convocato e nella promulgazione del Decreto UR, alla fine della terza sessione del Concilio affermava, che il Decreto delucidava e completava la Costituzione dogmatica sulla Chiesa. In un recente intervento il Card Koch, Presidente del pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani afferma: ‘ L’ecumenismo è tutt’altro che una questione di mera politica ecclesiale o una faccenda puramente pragmatica; esso, piuttosto, è intrinseco alla fede stessa. Pertanto, l’Anno della fede ci chiama anche ad attualizzare i fondamenti di fede del compito ecumenico della Chiesa e a cementarli nuovamente davanti a una situazione ecumenica profondamente mutata’ ‘Senza ricerca dell’unità la fede cristiana rinuncia a se stessa’. L’unità è una categoria fondamentale della fede cristiana. Sacra Scrittura e Tradizione della Chiesa concordano nell’affermare che separazioni e divisioni sono per la Bibbia conseguenze del peccato.
All’inizio di questa Eucarestia abbiamo chiesto questa grazia al Signore diventare ‘Testimoni della tua verità e di camminare sempre nella via del Vangelo’. L’unità della Chiesa si costruisce nella testimonianza della verità e nella fedeltà della vita al Vangelo della grazia.

Madre di Dio e di Gesù

madre di dio e gesù

Publié dans:immagini sacre |on 22 janvier, 2019 |Pas de commentaires »
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