Archive pour décembre, 2018

III domenica di Avvento anno C

imm pens e itIn+quel+tempo,+le+folle+interrogavano+Giovanni,+dicendo_+«Che+cosa+dobbiamo+fare+».

Publié dans:immagini sacre |on 14 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

3 DOMENICA DI AVVENTO

https://combonianum.org/2018/12/13/iii-domenica-dellavvento-c-lectio/

3 DOMENICA DI AVVENTO

Dal Vangelo secondo Luca (3,10-18)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva loro: “Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi, che cosa dobbiamo fare?”. Rispose loro: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe”. Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”. Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
La gioia della conversione
La terza Domenica d’avvento è chiamata domenica Gaudete a partire dalle parole dell’antifona di ingresso: rallegratevi sempre nel Signore (Gaudete in Domino semper). La gioia, l’esultanza, l’allegria sono il lessico che colora e domina le letture di questa Domenica che già comincia a vedere l’alba della venuta del Signore. La gioia è legata alla presenza del Signore, ha la sua origine nella relazione con il Signore e si manifesta in un comportamento conseguente. Per il testo del vangelo la conversione stessa, per quanto a caro prezzo, è azione di gioia, è frutto di gioia e produce gioia perché è possibile a tutti. La missione di Giovanni è “preparare le vie del Signore dando al popolo la conoscenza della salvezza nel perdono dei peccati grazie alle viscere di misericordia di Dio” (Lc 1,76-79). Giovanni annuncia il vangelo, che è il Veniente, proprio nel presentare vie concrete di salvezza.
“…le folle interrogavano Giovanni, dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”
Giovanni davanti a questa domanda chiede di assumere un comportamento nuovo all’interno dell’oggi della propria vita, tale da preparare alla venuta del Signore. Giovanni ha davanti tre gruppi di persone e chiede al primo gruppo di condividere vesti e cibo con chi è nel bisogno, perché privo di essi. Quello che devono fare è imparare a vedere il bisogno dell’altro e a rispondere a ciò con il dono, la condivisione e la spartizione di ciò che si ha, conservando per sé solo il necessario.
La risposta data agli altri due gruppi ha una costante: si pone loro un limite nella loro professione. Ai primi si chiede di non esigere al di là del dovuto; ai secondi di non abusare del potere posto nelle loro mani per arricchirsi. L’espressione della conversione per i pubblicani è l’essere onesti e non pretendere dagli altri più di quello che è fissato. Ecco c’è un limite da porre: non pretendere quello che l’altro non può darmi perché non può, non ci riesce, non ce la fa. Ai soldati si chiede di non abusare della propria condizione di forza e di potere per arricchirsi. Di non fare ricorso alla violenza per avere dei guadagni. Come la condivisione richiede l’intelligenza del bisogno altrui, come il non esigere richiede l’intelligenza del limite delle proprie pretese, limite rappresentato dall’altro, così il non abusare richiede l’intelligenza della vulnerabilità propria e altrui. Questa intelligenza è la capacità di sopportare le nostre debolezze, le nostre fragilità e riconoscere le capacità che abbiamo di essere violenti.
Le risposte di Giovanni sembrano banali, cose da poco, ma Luca sottolinea come la conversione passa attraverso i piccoli gesti del quotidiano e proprio quel quotidiano si impregna di salvezza rendendo possibile al Regno di Dio di prendere spazio. I gesti della quotidianità possono avere un valore salvifico, possono avere un sapore evangelico. Tra l’altro è stranissimo che agli esattori e ai soldati, il cui lavoro stesso li faceva considerare pubblici peccatori o collaboratori dei romani, Giovanni non chieda di cambiare mestiere, ma di viverlo in modo nuovo. Basta un gesto semplice, un bicchiere di acqua fresca dirà Gesù, per entrare nella salvezza che è saper dare un volto nuovo alle piccole cose che viviamo, saper ridipingere il nostro quotidiano della luce del Vangelo, ma occorre cambiare mentalità e cuore perché solo allora anche le piccole cose diventano diverse. Giovanni, accogliendo le loro domande e cercando una risposta non astratta, non generica ma inserita in quella vita (perché a essa fosse possibile quella conversione necessaria per prepararsi alla venuta del Signore), comunica loro quanto siano preziosi per Dio, proclama che a Dio interessano. Per questo il messaggio di Giovanni è felice annuncio e prepara quello di Gesù, perchè annuncia una presenza e una venuta di Dio nel nostro oggi, dove siamo, in questo amore sconfinato del Padre per la nostra vita tanto da farne la dimora per il Figlio.
“Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali”.
Giovanni può avere una parola autorevole su quello che c’è da fare, perché nella sua carne si è inscritto quel limite che ora insegna agli altri. Dinanzi all’attesa del popolo circa il Messia, Giovanni sa stare al suo posto. Non usa della sua autorevolezza per sedurre, per affascinare, per manipolare, per impadronirsi delle persone. Non si sostituisce al Veniente, non occupa tutto lo spazio, non cattura lo sguardo su di sé ma lo orienta altrove, al Veniente. La sua gioia è tutta qui. Giovanni e le folle si avvicinano nella comune attesa del Veniente, ma Giovanni le libera da sé. Il suo amore libera l’altro dalla dipendenza e sottomissione a sé e lo apre a quell’incontro con il Signore nella gioia semplice di sapersi strumento e semplicemente amico che gode della gioia dell’altro, delle nozze tra Dio e l’uomo che si compiono nella venuta di Gesù: “Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l`amico dello sposo, che è presente e l`ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. 30 Egli deve crescere e io invece diminuire”.

Sorelle Povere di Santa Chiara
Monastero Santa Maria Maddalena

Nostra Signora di Guadalupe, link ad un sito (oggi non posso fare di più)

notre dame

 

https://reliquiosamente.com/2016/11/03/le-sante-immagini-acheropite-6-nostra-signora-di-guadalupe-la-piu-moderna/

Publié dans:feste di Maria |on 12 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

La pecorella smarrita (vangelo di oggi)

imm pens e it Shepherd_russian_icon_small - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 11 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – La tenerezza della consolazione (11.12.18)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2018/documents/papa-francesco-cotidie_20181211_santa-marta.html

PAPA FRANCESCO – La tenerezza della consolazione (11.12.18)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Martedì, 11 dicembre 2018

A Natale Dio «bussa con le carezze» alla porta di ciascuno e sta a noi «non fare resistenza» al suo amore: spesso, infatti, abbiamo paura della sua «consolazione» e della sua «tenerezza», una «parola che oggi è sparita dal dizionario della nostra vita». È questa la nuova proposta spirituale per il tempo di Avvento suggerita da Papa Francesco nella messa celebrata martedì 11 dicembre a Santa Marta.

La prima lettura, ha fatto presente il Pontefice riferendosi al passo di Isaia (40, 1-11), «è un invito alla consolazione: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio”». E il profeta spiega anche «come consolarlo: “Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa scontata perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati”».

Questa, ha affermato il Papa, è «la consolazione della salvezza, la consolazione che ci porta la buona notizia che siamo stati salvati». Ed è questo «l’ufficio che nostro Signore risorto esercita, fa con i suoi discepoli: consolare». Infatti «in quei quaranta giorni il Signore consola il suo popolo: va da uno, dall’altro, dall’altro, parla, si fa vedere, si fa toccare e consola il suo popolo». Si tratta appunto dell’«ufficio di Cristo risorto: consolare».

«Ma noi, è una cosa curiosa, opponiamo resistenza alla consolazione» ha fatto notare Francesco. Questo atteggiamento «è una cosa che viene da dentro, come se fossimo più sicuri nelle acque turbolente dei problemi, dell’ansia, delle tribolazioni». E così «non vogliamo rischiare».

Dunque, ha insistito il Pontefice, «facciamo la scommessa sulla desolazione, sui problemi, sulla sconfitta». E allora «il Signore lavora, lavora con tanta forza ma trova resistenza: noi non abbiamo fiducia nella consolazione». Del resto, ha aggiunto, «lo vediamo anche con i discepoli, la mattina della Pasqua: “Sì, ma io voglio toccare e assicurarmi bene”». C’è la «paura di rischiare, la paura di un’altra sconfitta». Anche «i discepoli di Emmaus non volevano essere consolati, si allontanavano: “No, no, una sconfitta basta! Un’altra noi non la vogliamo”».

«Noi siamo attaccati a questo pessimismo spirituale, facciamo resistenza» ha affermato il Papa. «Io penso a questo — ha confidato — quando nelle udienze pubbliche alcuni genitori mi fanno avvicinare il bambino perché io lo benedica o lo prenda con me o lo abbracci». Però «alcuni bambini mi vedono e strillano, incominciano a piangere, hanno paura: ma cosa succede? Eh, poverino, il piccino mi vede in bianco e pensa al dottore e all’infermiere che gli ha fatto le punture per il vaccino e pensa: “No, un’altra no!”». Ma, ha ricordato Francesco, «anche noi siamo feriti dentro e abbiamo paura delle carezze del Signore, siamo un po’ così».

«Consolate, consolate il mio popolo» è il grido di Isaia. «E il Signore consola con la tenerezza» ha spiegato il Pontefice. Ma la tenerezza «è un linguaggio che non conoscono i profeti di sventura, è una parola cancellata da tutti i vizi che ci allontanano dal Signore: vizi clericali, vizi dei cristiani un po’ che non vogliono muoversi, tiepidi». Perché «la tenerezza fa paura».

«“Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede”: così finisce il brano di Isaia» ha rilanciato il Papa, scandendo: «Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri». Proprio «questo è il modo di consolare del Signore: con la tenerezza» ha ripetuto Francesco. Perché «la tenerezza consola: le mamme, quando il bambino piange, lo accarezzano e lo tranquillizzano con la tenerezza». E invece «tenerezza è una parola che il mondo d’oggi, di fatto, cancella dal dizionario».

«Il Signore ci invita a lasciarci accarezzare da lui, consolare da lui», ha proseguito il Pontefice. «Questo ufficio del Signore di consolare — ha aggiunto — ci aiuta anche in questa preparazione al Natale, ci risveglia un po’». Tanto che «oggi, nell’orazione colletta, abbiamo chiesto la grazia di una “sincera esultanza”, cioè di questa gioia semplice ma sincera. E anzi, io direi che lo stato abituale del cristiano dev’essere la consolazione». Non va dimenticato, infatti, che «anche nei momenti brutti i martiri entravano nel Colosseo cantando». E così fanno «i martiri di oggi: penso ai bravi lavoratori copti sulla spiaggia della Libia, sgozzati», che «morivano dicendo: “Gesù, Gesù!”». In questo «c’è una consolazione, dentro, una gioia anche nel momento del martirio».

Dunque, ha spiegato Francesco, «lo stato abituale del cristiano dev’essere la consolazione, che non è lo stesso dell’ottimismo, no: l’ottimismo è un’altra cosa»; ma «la consolazione, quella base positiva: si parla di persone luminose, positive». E «la positività, la luminosità del cristiano è la consolazione».

Certo, «nei momenti in cui si soffre non si sente la consolazione». Tuttavia «la consolazione regala la pace» ha rilanciato il Pontefice. E «un cristiano non può perdere la pace, perché è un dono del Signore: il Signore la offre a tutti, anche nei momenti più brutti». In questa prospettiva, ha suggerito il Papa, è bene «chiedere questo al Signore: “Signore, che io in questa settimana di preparazione al Natale mi lasci consolare da te, che non abbia paura di lasciarmi consolare, che io non abbia paura. Che anche io mi prepari al Natale almeno con la pace: la pace del cuore, la pace della tua presenza, la pace che danno le tue carezze”».

Certo, bisogna riconoscersi peccatori; ma occorre farlo con la certezza — ha suggerito Francesco riferendosi al passo liturgico di Matteo (18, 12-14) — di quello che «ci dice il Vangelo di oggi: il Signore che consola come il pastore, se perde uno dei suoi va a cercarlo, come quell’uomo che ha cento pecore e una di loro si è smarrita». Così «fa il Signore con ognuno di noi». Magari «io non voglio la pace, io resisto alla pace, io resisto alla consolazione, ma lui è alla porta, lui bussa perché noi apriamo il cuore per lasciarci consolare e per lasciarci mettere in pace». E «lo fa con soavità: bussa con le carezze»

Publié dans:PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE |on 11 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

Lc 3,1-6

imm pens e it Lc 3,1-6 - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 8 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI AVVENTO (C) COMMENTO

https://combonianum.org/2018/12/05/commento-al-vangelo-della-domenica-15/

II DOMENICA DI AVVENTO (C) COMMENTO

Lavori in corso

commento di Antonio Savone

A contatto con il Dio che raggira la via dell’ufficialità. È qui che ci porta la liturgia della II Domenica di Avvento, mentre ci chiede di farci pellegrini verso il deserto. Chi l’avrebbe mai detto che Dio potesse rivelarsi a un uomo che per scelta decide di collocarsi nel luogo dell’anti-apparenza e dell’irrilevanza qual è un deserto? Il luogo che per eccellenza è il simbolo del silenzio diventa il luogo da cui parte un messaggio di rinnovamento. Sempre così: il deserto rappresenta una sorta di terapia di riabilitazione usata da Dio quando vengono meno gli abituali punti di riferimento. Se da una parte il frequentare il deserto è invito a misurarsi con ciò che conta davvero, esso è altresì invito ad una esperienza di condivisione: chi si avventura da solo è presto destinato a scomparire. Non scontata la scelta del deserto: non poche volte, infatti, pur di evitare il confronto con gli interrogativi di fondo dell’esistenza, è più seducente rincorrere altre proposte che, se immediatamente sono più allettanti, non tardano a diventare vere e proprie forme di schiavitù.
Mentre la storia ufficiale sembra procedere inalterata, per il suo corso, Dio sceglie figure a tutta prima marginali per dischiudere nuovi orizzonti di senso. Dio parla e si rivolge a chi ha scelto di non appesantire il suo cuore da cose inutili, a chi, pur abitando nella zona più profonda della terra (com’era la regione del Giordano), non ha smesso il desiderio di cose vere.
Riempie il cuore di speranza ascoltare un brano come quello del vangelo. Mentre tutto lascerebbe pensare che le cose non possano cambiare, quando in maniera rassegnata ci ritroviamo a registrare solo smentite e disfatte, Dio non resta spettatore muto e già va intessendo una nuova trama, quella che sa intravedere e riconoscere chi non teme di abbandonare le risposte obsolete dei palazzi e muove i passi là dove qualcuno propone un messaggio che ha plasmato non poco la sua persona e la sua vicenda. A dare una svolta alla storia non sarà Tiberio, non sarà Erode, non saranno Anna e Caifa: sarà proprio colui per il quale costoro non muoveranno un dito perché possa vedere salvata la sua esistenza. Anzi.
Per questo è necessario imparare a leggere la storia attraverso la trama e l’ordito: la complessità delle nostre vicende non è mai un impedimento al compiersi della parola di Dio. D’ora in avanti, capitale di un possibile riscatto non saranno più i centri del potere ma chi è completamente libero da condizionamenti e compromessi.
Preparate la via del Signore…
La proposta di Giovanni è una sorta di “lavori in corso” mai del tutto compiuti. E proprio come quando si tratta di delineare un nuovo percorso, è necessario individuare le voragini delle nostre paure che sono da colmare, ciò che sembra insormontabile e che invece è da abbassare, ciò che è contorto ed è da raddrizzare.
Non dimentichiamolo: non è da chissà quali strategie politiche che riparte la vita di un popolo; non è da chissà quali riforme dall’alto che conosciamo il rinnovamento della vita ecclesiale. I segni del nuovo cominciano da un uomo – Giovanni, figlio di Zaccaria – che si lascia trasformare – lui, personalmente – dalla parola di Dio.
Anche se la sua situazione storica ha un carattere deprimente e la politica religiosa tocca il fondo dello squallore, Giovanni non si lascia distogliere dall’abitare il deserto come luogo di verità e di essenzialità. Non fuori dalla storia e neppure sotto i riflettori. A lungo la sua voce risuonerà nel nascondimento e nella marginalità, ma il lavoro operato dentro di lui lo renderà capace di chiedere conversione e di indicare ad altri la via per vedere la salvezza di Dio. È proprio questo acconsentire al fatto che la parola trasformi lui, che gli conferisce autorevolezza in un contesto in cui l’autorità è rappresentata da altri che, tuttavia, non sono all’altezza della situazione.
Accostare quest’oggi la figura di Giovanni significa per noi accogliere come provocazione l’invito a:
non rifuggire il momento presente (caro salutis cardo: è la carne, la storia, il cardine della salvezza)
essere sobri nella vita (frequentare il deserto),
rimuovere ogni prevaricazione (ogni colle sia abbassato),
non vivere ripiegati su se stessi (ogni valle sia colmata)

Immacolata Concezione

imm pens e it Immacolata Concezione-large.jpg 420-large - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 7 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

IMMACOLATA CONCEZIONE – Bolla « Ineffabilis Deus » – Pio IX – Roma 8 dicembre 1854

http://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=article&sid=191

IMMACOLATA CONCEZIONE – Bolla « Ineffabilis Deus » – Pio IX – Roma 8 dicembre 1854

Definizione

«Perciò, dopo aver offerto senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre private preghiere e quelle pubbliche della Chiesa a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio, affinché si degnasse di dirigere e sostenere la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato il soccorso di tutta la corte celeste, e invocato con gemiti lo Spirito consolatore, per sua ispirazione, a onore della Santa e indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, a esaltazione della fede cattolica, e a incremento della religione cristiana, con l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei beati apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, pronunziamo e definiamo: La dottrina, che sostiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale, è stata rivelata da Dio e perciò si deve credere fermamente e inviolabilmente da tutti i fedeli. Quindi, se qualcuno (che Dio non voglia!) deliberatamente presumerà di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito, conosca e sappia di essere condannato dal suo proprio giudizio, di aver fatto naufragio nella fede, di essersi separato dall’unità della Chiesa, e di essere inoltre incorso da sé, «per il fatto stesso», nelle pene stabilite dalle leggi contro colui che osa manifestare oralmente o per iscritto, o in qualsiasi altro modo esterno, gli errori che pensa nel suo cuore” (Dalla bolla Ineffabilis Deus)
L’Immacolata Concezione di Maria è stata proclamata nel 1854, dal Papa Pio IX. Ma la storia della devozione per Maria Immacolata è molto più antica. Precede di secoli, anzi di millenni, la proclamazione del dogma che come sempre non ha introdotto una novità, ma ha semplicemente coronato una lunghissima tradizione.
Padri della Chiesa e teologi
1. Fin dai primi secoli del cristianesimo, il sentire dei fedeli aveva intuito che il peccato era incompatibile con Colei che aveva concepito il Figlio di Dio, Gesù di Nazareth. Così, ancor prima che si giungesse alla definizione magisteriale del dogma, figli eminenti della Chiesa hanno attribuito a Maria una perfezione di santità che, per essere completa, doveva necessariamente riguardare anche l’origine del suo concepimento. Tra i padri greci, il tema relativo alla santità di Maria ha rivestito grande importanza, anche se non è giunto mai ad una esplicita trattazione dell’Immacolata Concezione. Il primo che in certo qual modo ha parlato di questa purezza originale, sembra sia stato Theotecno di Livias, un vescovo della Palestina, vissuto nel VI secolo. Riferendosi a Maria usa espressioni come “santa e tutta bella”, “pura e senza macchia” e alludendo alla sua nascita afferma: “Nasce come i cherubini, colei che è di un’argilla pura e immacolata” (Panegirico per la festa dell’Assunzione, 5-6).
2. Nei secoli successivi molti padri orientali ribadiranno e approfondiranno questa tesi. Basta pensare ad Andrea di Creta, il primo che vide nella natività di Maria una nuova creazione. Scrive: “Oggi l’umanità in tutto il fulgore della sua nobiltà immacolata, riceve la sua antica bellezza. Le vergogne del peccato avevano oscurato lo splendore ed il fascino della natura umana; ma quando nasce la Madre del Bello per eccellenza, questa natura recupera, nella sua persona, i suoi antichi privilegi ed è plasmata secondo un modello perfetto e veramente degno di Dio… Oggi la riforma della nostra natura comincia e il mondo invecchiato, sottomesso a una trasformazione tutta divina, riceve le primizie della seconda creazione” (Serm I sulla Natività di Maria). Nonostante espressioni così nobili riguardo la persona della Vergine Maria, la dottrina sul peccato originale non consentirà, né alla Chiesa greca, né a quella latina una piena ed esplicita trattazione dell’Immacolata Concezione e dei problemi soteriologici ad essa connessi. Come avremo modo di dire in seguito ciò sarà possibile solo nel Medioevo latino.
3. Sant’Agostino ribadirà, contro i pelagiani, che la santità straordinaria di Maria non può essere pensata al di fuori di Cristo. Interrogandosi riguardo alla condizione creaturale di Maria, Madre del Figlio dell’Altissimo, egli si rifiuta di parlare di peccato personale: “Escludiamo dunque la santa vergine Maria, nei riguardi della quale per l’onore del Signore non voglio si faccia questione alcuna di peccato” (De natura et gratia, 36, 42; PL 44, 267). Lo stesso consapevole che una purezza totale ed una santità straordinaria esigessero un dono eccezionale di grazia afferma: “Infatti da che sappiamo noi quanto più di grazia, per vincere il peccato sotto ogni aspetto, sia stato concesso alla Donna che meritò di concepire e partorire colui che certissimamente non ebbe nessun peccato?” (Ibidem). Ma l’affermazione che più di ogni altra fa discutere è quella riportata nell’opera contro Giuliano, laddove Agostino si spinge fino a scrive testualmente che “quanto a Maria, non la consegniamo affatto in potere al diavolo in conseguenza della sua nascita; tutt’altro, perché sosteniamo che questa conseguenza viene cancellata dalla grazia della rinascita” (Contra Iulianum opus imperfectum, IV, 22; PL 45, 1418). Nonostante ciò l’ipponense non riuscì mai a conciliare la sua dottrina dell’universalità del peccato e della redenzione con la possibilità nella Vergine Maria dell’assenza totale di peccato sin dal momento della concezione.
4. S. Anselmo di Caterbury, padre della teologia mariana in occidente, introducendo il concetto teologico di pre-purificazione, contribuì in maniera notevole a che la riflessione sull’Immacolata uscisse dall’impasse in cui si trovava. Nella sua opera Cor Deus homo afferma che la satisfactio di Cristo si applica a tutti gli uomini: “…Occorre certamente che la redenzione operata da Cristo non sia di vantaggio solamente a coloro che vivevano in quel tempo, ma… non potendo tutti gli uomini che dovevano salvarsi essere presenti quando Cristo compì la redenzione, venne data alla sua morte tanta potenza che i suoi effetti si possano estendere nel tempo e nello spazio anche a coloro che non vi erano presenti” Da ciò trarrà la conclusione di una pre-purificazione della Vergine: “ La Vergine poi, dalla qual è stato assunto l’uomo di cui parliamo, fu del numero di coloro che vennero da lui purificati dal peccato prima della sua nascita; ed egli fu assunto dalla Vergine già purificata”. E giungerà ad affermare che “sua madre divenne pura per la sua [di Cristo] futura morte”. Ovviamente quanto afferma S. Anselmo è detto solo in riferimento alla santificazione di Maria al momento del concepimento, non si trova in lui traccia della questione relativa all’assenza del peccato di origine.
5. Il primo a porsi intenzionalmente la questione teologica dell’esenzione della Vergine dal peccato originale fu il monaco Eadmero, discepolo di S. Anselmo. Applicando alla dottrina dell’Immacolata Concezione un argomento teologico di convenienza, i cui prodromi possono essere ravvisati in Alcuino, aprirà di fatto la via per superare le difficoltà teologiche sollevate da Sant’Agostino. Eadmero in forza dell’assioma: “potuit, decuit, ergo fecit”, affermerà: “Certamente Dio poteva e voleva farlo; e se lo ha voluto, lo ha pure fatto” (Eadmeri monachi Cantuarensis Tractatus de concepitione sanctae Mariae, a cura di H. Thurston – T. Slater, Herder, Freiburg 1904; PL 159, 305). Con l’ausilio di tale argomentazione l’assenza totale del peccato originale che conveniva alla singolare dignità di Maria veniva abbinata con l’onnipotenza di Dio.
6. L’argomentazione di Eadmero non fu accolta immediatamente, anzi molti teologi, tra cui San Bernardo di Chiaravalle, avversarono tale ragionamento che sembrava in contrasto con il sapere teologico del tempo e con la visione agostiniana della trasmissione del peccato originale. San Bernardo non poteva accettare che il luogo della trasmissione del peccato potesse essere il luogo teologico della santificazione di Maria. Proprio San Bernardo, infatti, si opporrà energicamente ai Canonici di Lione, che si erano pronunciati a favore dell’Immacolata Concezione, scrivendo che “la regalità di Maria non ha bisogno di falsi onori”, e contro la festa che gli stessi Canonici avevano iniziato a celebrare obietterà che “ la Chiesa non conosce questo rito, non lo consente la ragione, non lo consiglia l’antica tradizione”. Secondo lui non può divenire oggetto di culto e non può essere presentato come ambito di grazia il concepimento di Maria in quanto esso è, come quello di ogni uomo, alla concupiscenza. Concluderà pertanto: “non può essere santa prima di nascere” (Bernardo di Chiaravalle, Epistola ai Canonici di Lione, 174; PL 182). Il motivo per cui la dottrina dell’Immacolata Concezione veniva avversata era dovuto al fatto, come abbiamo ripetuto più volte, che non si riusciva ad armonizzarla con quella dell’universalità della redenzione. Sembrava che la verità dell’Immacolata Concezione escludesse di fatto la Vergine Maria dall’opera della redenzione attuata dal Cristo.
7. Fu Duns Scoto, chiamato il “dottore dell’Immacolata”, che propose una chiave interpretativa che consentì di armonizzare le dottrine teologiche sopra menzionate. Il suo grande merito consiste nell’aver affermato che in Maria si è realizzata una “redenzione preventiva”, cosicché la Vergine non è stata sottratta alla legge universale della redenzione, ma vi ha beneficiato in modo ancor più sublime, in quanto Cristo, unico mediatore, ha esercitato proprio in lei l’atto di mediazione più eccelso, preservandola fin dal suo concepimento dal peccato. Scrive: “Maria ebbe massimo bisogno di Cristo redentore; ella infatti avrebbe contratto il peccato originale a causa della propagazione comune e universale, se non fosse stata prevenuta dalla grazia del Mediatore; e come gli altri ebbero bisogno di Cristo, perché a loro fosse rimesso per i suoi meriti il peccato già contratto, così ella molto di più ebbe bisogno del Mediatore che la preservasse dal peccato, affinché non lo dovesse contrarre e non lo contraesse”. Anche questo tentativo non poteva non provocare un dibattito acceso. Anzi si scatenò una vera e propria lotta che coinvolse non solo singoli teologi, ma intere scuole teologiche e famiglie religiose. La lotta assunse nel tempo toni forti, a volte anche violenti, che si placarono solo con l’intervento di Papa Sisto IV del 27 febbraio 1476 con la Bolla “Cum praeexcelsa”.
Il Magistero fino alla proclamazione del dogma
1. Papa Sisto IV inaugurò, di fatto, la serie di interventi pontifici a favore della dottrina dell’Immacolata Concezione che condurranno alla proclamazione del dogma. Con la suddetta Bolla il Papa approvava l’ufficio e la festa della Immacolata, confermava ciò due anni dopo con il Breve “Libenter” con il quale approvava un altro ufficio in onore dell’Immacolata che esprimeva ancor più chiaramente il privilegio mariano. Nonostante gli interventi papali, taluni teologi continuavano ad affermare che la festa dell’Immacolata si riferiva solo alla santificazione di Maria nel seno materno, screditando di fatto gli accennati Uffici liturgici approvati da Sisto IV. Il Papa con la Bolla “Grave nimis” del 1482 dichiarava “false, erronee e aliene dalla verità” le affermazioni di quanti sostenevano che la festa dell’Immacolata si riferisse alla sola santificazione di Maria, e che accusavano di eresia quanti diffondevano questa pia pratica. E così colpiva con scomunica ipso facto quanti osavano sostenere, nella predicazione o negli scritti, tali ragionamenti. Con questi documenti pontifici, la Chiesa Romana non solo approvava, ma formalmente accettava la festa della Immacolata e prendeva la difesa della pia credenza, non permettendo che fosse tacciata come eretica o peccaminosa. L’opposizione alla dottrina dell’Immacolata, pur senza cessare del tutto, di fatto perse il suo vigore. Da questo momento in poi quasi tutti i Papi che succederanno a Sisto IV manifesteranno la loro devozione verso la Vergine Immacolata con atti favorevoli. La maggior parte di tali atti sono di ordine pratico. Gli uni riguardano direttamente il culto. Altri autorizzano l’erezione di altari, di cappelle, la fondazione di ordini religiosi, di confraternite sotto il titolo dell’immacolata Concezione. Altri infine accordano indulgenze ai devoti della Vergine senza macchia.
2. Tra i tanti interventi ricordiamo la celebre Costituzione “Sollecitudo omnium Ecclesiarum”, di Alessandro VII che porta la data del 8 dicembre 1661. Nell’atto magisteriale il Pontefice ricorda: « il sentimento di devozione già antico, di cui i fedeli danno prova verso la Beata Vergine Maria, credendo che la sua anima dal primo istante della sua creazione e della sua infusione nel corpo, è stata per una grazia e un privilegio speciale di Dio, in virtù dei meriti di Gesù Cristo suo Figlio, redentore del genere umano, pienamente preservata dalla macchia del peccato originale e celebrandone in questo senso, con molta solennità, la festa della Concezione”. La Bolla segna un grande passo innanzi nella questione immacolatista, determinando in modo chiaro l’oggetto della festa della Concezione.
La proclamazione del dogma
Nonostante ciò, bisognerà attendere ancora due secoli per la definizione dommatica della dottrina dell’Immacolata, che avverrà sotto il Pontificato di Pio IX. Lo stesso pontefice però fece precedere la proclamazione ex cattedra da alcuni atti pontifici tra i quali ricordiamo l’enciclica Ubi primum, pubblicata da Gaeta, dove il Papa si trovava in esilio, il 2 febbraio 1949. La lettera enciclica fu inviata a tutti i Vescovi cattolici, ai quali veniva chiesto di rispondere per iscritto sulla questione dell’Immacolata. Le risposte non tardarono a pervenire. Su 603, risposte pervenute, 546 erano favorevoli alla definizione di tale dogma. La proclamazione del dogma si ebbe l’8 dicembre 1854 con la Bolla Ineffabilis Deus.
L’Immacolata e la santità cristiana
Il peccato, retaggio di ogni nato da donna, si arresta davanti a Maria. Se Gesù Cristo è il tutto santo perché la sua umanità viene interamente santificata dalla sua persona divina, Maria è la tutta santa in virtù della grazia proveniente dal Padre, dalla carità dello Spirito e dai meriti del suo divin Figlio. Se Gesù è il redentore, Maria è la sua prima redenta. La redenzione di Maria non fu per liberazione dal peccato, ma per preservazione. Ella cioè non fu per nulla segnata dal peccato, ma ne fu preservata, per singolare privilegio divino. Secondo la geniale intuizione del dottore dell’Immacolata, Gesù Cristo ha esercitato in lei l’atto di mediazione più eccelso, preservandola dal peccato originale. Diceva il Santo Padre Giovanni Paolo II in una sua catechesi mariana: “A Maria, prima redenta da Cristo, che ha avuto il privilegio di non essere sottoposta neppure per un istante al potere del male e del peccato, guardano i cristiani, come al perfetto modello ed all’icona di quella santità, che sono chiamati a raggiungere, con l’aiuto della grazia del Signore, nella loro vita”. Maria Immacolata ricorda a tutti i battezzati la perfezione della santità. La tutta santa è stata e continua a essere nella Chiesa la guida sicura che conduce alle alte vette della perfezione evangelica.

Publié dans:feste di Maria |on 7 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

Sant’Ambrogio

imm pens

Publié dans:immagini sacre |on 6 décembre, 2018 |Pas de commentaires »
123

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31