II DOMENICA DI AVVENTO (C) COMMENTO

https://combonianum.org/2018/12/05/commento-al-vangelo-della-domenica-15/

II DOMENICA DI AVVENTO (C) COMMENTO

Lavori in corso

commento di Antonio Savone

A contatto con il Dio che raggira la via dell’ufficialità. È qui che ci porta la liturgia della II Domenica di Avvento, mentre ci chiede di farci pellegrini verso il deserto. Chi l’avrebbe mai detto che Dio potesse rivelarsi a un uomo che per scelta decide di collocarsi nel luogo dell’anti-apparenza e dell’irrilevanza qual è un deserto? Il luogo che per eccellenza è il simbolo del silenzio diventa il luogo da cui parte un messaggio di rinnovamento. Sempre così: il deserto rappresenta una sorta di terapia di riabilitazione usata da Dio quando vengono meno gli abituali punti di riferimento. Se da una parte il frequentare il deserto è invito a misurarsi con ciò che conta davvero, esso è altresì invito ad una esperienza di condivisione: chi si avventura da solo è presto destinato a scomparire. Non scontata la scelta del deserto: non poche volte, infatti, pur di evitare il confronto con gli interrogativi di fondo dell’esistenza, è più seducente rincorrere altre proposte che, se immediatamente sono più allettanti, non tardano a diventare vere e proprie forme di schiavitù.
Mentre la storia ufficiale sembra procedere inalterata, per il suo corso, Dio sceglie figure a tutta prima marginali per dischiudere nuovi orizzonti di senso. Dio parla e si rivolge a chi ha scelto di non appesantire il suo cuore da cose inutili, a chi, pur abitando nella zona più profonda della terra (com’era la regione del Giordano), non ha smesso il desiderio di cose vere.
Riempie il cuore di speranza ascoltare un brano come quello del vangelo. Mentre tutto lascerebbe pensare che le cose non possano cambiare, quando in maniera rassegnata ci ritroviamo a registrare solo smentite e disfatte, Dio non resta spettatore muto e già va intessendo una nuova trama, quella che sa intravedere e riconoscere chi non teme di abbandonare le risposte obsolete dei palazzi e muove i passi là dove qualcuno propone un messaggio che ha plasmato non poco la sua persona e la sua vicenda. A dare una svolta alla storia non sarà Tiberio, non sarà Erode, non saranno Anna e Caifa: sarà proprio colui per il quale costoro non muoveranno un dito perché possa vedere salvata la sua esistenza. Anzi.
Per questo è necessario imparare a leggere la storia attraverso la trama e l’ordito: la complessità delle nostre vicende non è mai un impedimento al compiersi della parola di Dio. D’ora in avanti, capitale di un possibile riscatto non saranno più i centri del potere ma chi è completamente libero da condizionamenti e compromessi.
Preparate la via del Signore…
La proposta di Giovanni è una sorta di “lavori in corso” mai del tutto compiuti. E proprio come quando si tratta di delineare un nuovo percorso, è necessario individuare le voragini delle nostre paure che sono da colmare, ciò che sembra insormontabile e che invece è da abbassare, ciò che è contorto ed è da raddrizzare.
Non dimentichiamolo: non è da chissà quali strategie politiche che riparte la vita di un popolo; non è da chissà quali riforme dall’alto che conosciamo il rinnovamento della vita ecclesiale. I segni del nuovo cominciano da un uomo – Giovanni, figlio di Zaccaria – che si lascia trasformare – lui, personalmente – dalla parola di Dio.
Anche se la sua situazione storica ha un carattere deprimente e la politica religiosa tocca il fondo dello squallore, Giovanni non si lascia distogliere dall’abitare il deserto come luogo di verità e di essenzialità. Non fuori dalla storia e neppure sotto i riflettori. A lungo la sua voce risuonerà nel nascondimento e nella marginalità, ma il lavoro operato dentro di lui lo renderà capace di chiedere conversione e di indicare ad altri la via per vedere la salvezza di Dio. È proprio questo acconsentire al fatto che la parola trasformi lui, che gli conferisce autorevolezza in un contesto in cui l’autorità è rappresentata da altri che, tuttavia, non sono all’altezza della situazione.
Accostare quest’oggi la figura di Giovanni significa per noi accogliere come provocazione l’invito a:
non rifuggire il momento presente (caro salutis cardo: è la carne, la storia, il cardine della salvezza)
essere sobri nella vita (frequentare il deserto),
rimuovere ogni prevaricazione (ogni colle sia abbassato),
non vivere ripiegati su se stessi (ogni valle sia colmata)

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