Archive pour décembre, 2018

Maria Madre di Dio, antico icona

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Publié dans:immagini sacre |on 31 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2019)

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MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2019)

Si stupirono
don Luciano Cantini

Andarono, senza indugio, e trovarono
Il vescovo Lancelot Andrewes (1555-1626) nel suo sermone per il Natale 1618 osserva: «Nel messaggio dell’angelo ci sono due parti: “La nascita, e. il ritrovamento”. Perché questa è una festa doppia: non solo la festa della sua nascita, ma anche la festa del suo “ritrovamento”. Per questo l’angelo non conclude l’annuncio con è nato per voi, ma dice altro: “lo troverete”. Non basta dire Cristo è nato, ma, per ricavare un vantaggio da questa nascita, noi dobbiamo “trovarlo”. È nato è la parte che fa lui: lo “troverete” è la nostra. Se non lo troviamo è come se non fosse nato. Per noi, per tutti. Nasce per noi quando lo si conosce».
Una vecchia storiella ebraica racconta di un bambino che piangendo corre dal nonno perché il suo compagno di gioco lo ha piantato in asso: stavano giocando a nascondino e siccome si era nascosto molto bene, l’altro smette di cercarlo. Il nonno gli dà ragione: Non si fa così! Ma noi con Dio facciamo la stessa cosa. Lui si nasconde e noi smettiamo di cercarlo.
Quanti di noi, delusi o disgustati abbiamo abbandonato il gioco della vita: il senso vero della esistenza, ciò che la rende autentica è proprio la continua ricerca. Mentre Dio si nasconde perché lo cerchiamo, contemporaneamente è lui che ci cerca perché ricominciamo a cercarlo; ci corre dietro, perché diventiamo capaci di trovarlo.
Ho cercato l’amore dell’anima mia; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amore dell’anima mia. L’ho cercato, ma non l’ho trovato (Ct 3,1-2).
I pastori non erano persone con qualità particolari, anzi non godevano di molta considerazione. ma erano svegli – vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge (Lc 2,8) – quando l’angelo è passato e si sono messi alla ricerca del Bambino.
I pastori ci insegnano che solo se usciamo da noi stessi, se ci liberiamo dai nostri pregiudizi, se accettiamo la fatica di camminare nella notte della nostra vita avremo la sorpresa di trovare.
Troveremo un neonato in fasce che è Dio, una Donna che si è fidata di qualcuno più grande di lei, un Uomo che in mezzo a dubbi e domande, sa accettare la sfida a percorrere una strada umanamente difficile.
Riferirono ciò che del bambino era stato detto loro
Cosa davvero sia successo è difficile dirlo, l’immagine che il vangelo di Luca ci offre è fantasiosa e ricca di immagini simboliche, gli angeli, la luce, la gloria di Dio…, ma la differenza tra la realtà ipotizzata e l’enfasi del racconto ci dà la misura della fede di chi ha vissuto i fatti, di chi li ha raccontati, uditi e raccontati ancora fino a diventare scritti, raccolti e tramandati. Ecco, quella fede aiuta a non credere nelle favole ma aiuta la nostra fede a vivere l’oggi e scoprirne i segni dell’azione di Dio. I pastori “dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”, ciò che hanno udito e visto diventa testimonianza.
Noi ascoltiamo solo ciò che è urlato forte e vedimo quello che abbaglia, invece ci è chiesto di gustare l’amore di Dio per noi che non è urlato e non abbaglia. L’importante è non rimanere fermi e lontani, come il gregge che è rimasto a dormire ignaro di ogni cosa perché il freddo, il buio, la fatica del cercare nella notte è ripagata dalla scoperta del Dio fatto uomo, piccolo e debole come ciascuno di noi e ci sentiamo accompagnati.
Si stupirono
Il racconto dei pastori stupisce tutti e lo stupore coinvolge tutti: chi ascolta e chi racconta anche se il fatto fa parte della natura delle cose: un bimbo appena nato, capace solo di dormire e strillare. Eppure tutti escono arricchiti da questo incontro con il bambino, col silenzio di Maria e Giuseppe, le parole dei pastori che riecheggiano quelle degli angeli: ognuno ha qualche cosa da annunciare e qualcosa da udire e vedere. Lo stupore non è sufficiente, passa rapidamente scalzato da altre emozioni e da altri sentimenti, è necessario che le parole (che diventano la Parola) si radichino nel cuore dell’uomo, come Maria che da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.

El Greco La Sacra Famiglia

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Publié dans:immagini sacre |on 28 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ – ANNO C

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SANTA FAMIGLIA DI GESÙ – ANNO C

Domenica fra l’Ottava di Natale
Luca 2, 41-52

“Non sapevate che devo stare presso il Padre mio?”
Enzo Bianchi

Giuseppe e Maria erano credenti giudei fedeli e osservanti della Legge di Dio data a Mosè, dunque, in obbedienza alla Torah (cf. Dt 16,6), ogni anno facevano la salita, il pellegrinaggio alla città santa di Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua, memoriale della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Quando Gesù, il figlio nato a Betlemme e ormai cresciuto con loro a Nazaret, compì dodici anni, i suoi genitori lo portarono a Gerusalemme affinché diventasse, attraverso un rito che si svolgeva al tempio, bar mitzwah, “figlio del comandamento”, cioè un uomo credente responsabile della sua identità davanti al Signore e in mezzo al suo popolo. Il ragazzo forse già allora – come avviene ancora oggi tra gli ebrei – era invitato a leggere i rotoli delle sante Scritture, mostrava di saperle leggerle in ebraico come stava scritto e poi, interrogato dagli scribi, gli esperti della Legge, rispondeva, dando prova della preparazione che aveva ricevuto e dello studio in cui si era impegnato, alle domande riguardanti la volontà del Signore inscritta nella Torah.
Così fece anche Gesù. Poi Giuseppe e Maria, insieme alla loro carovana partita dalla Galilea, intraprendono il cammino del ritorno, finché alla sera, durante la sosta, si accorgono che l’adolescente Gesù non è con loro. Un figlio che si è perduto, o che comunque non è accanto ai genitori in viaggio al calare della notte, desta in loro ansia, paura, e dunque la necessità di una ricerca affannosa, innanzitutto all’interno della carovana. Ma Gesù risulta un figlio che non c’è, che desta la domanda: “Dov’è?”, domanda ben più profonda di quanto possa apparire in quella circostanza di sofferenza e di paura. Dov’è Gesù? Giuseppe e Maria decidono allora di ritornare a Gerusalemme e di cercarlo in città, come un figlio che si è perduto o che se n’è andato dalla famiglia. Per tre giorni quella ricerca continua, e tutti noi sappiamo cosa significhi non trovare più qualcuno che amiamo, non sapere dove sia, dover fare i conti con la prospettiva di una sua mancanza definitiva. Tre giorni, il tempo dell’attesa secondo la tradizione ebraica, il tempo dell’angoscia che trova un termine, perché al terzo giorno Dio si fa presente (cf. Os 6,2)… Dopo averlo cercato ovunque, ritornano infine al tempio, là dove Gesù era stato accompagnato da loro per essere annoverato tra i credenti osservanti della Legge.
Ed ecco, trovano Gesù proprio al tempio, luogo dal quale non era uscito: era rimasto a dimorare là dove dimora la Shekinah, la Presenza di Dio. Egli è seduto tra i rabbini, i dottori della Legge, gli uomini esperti e interpreti delle sante Scritture, intento ad ascoltarli e a interrogarli. Stiamo attenti a non leggere in questo episodio qualcosa di miracoloso e di straordinario, bisognosi come siamo di segni e miracoli, pur di non capire il vero messaggio: Gesù non sta facendo un’omelia che stupisce tutti, ma si fa veramente discepolo dei rabbini, in primo luogo attraverso il loro ascolto e poi interrogandoli, per comprendere meglio ciò che il Signore dice a chi lo ascolta. Dovremmo dunque dire che questa pagina evangelica ci parla di “Gesù discepolo”, ragazzo credente, dotato di “un cuore che ascolta” (lev shomea‘: 1Re 3,9) e capace di porsi domande. Come Samuele cominciò a profetizzare a dodici anni (cf. 1Sam 3), come Daniele a questa età disse una parola di sapienza (cf. Dn 13,45-49), così Gesù manifesta che, anche nella sua crescita, quello che più cercava e più lo coinvolgeva era la presenza del Signore capace di “parlare” a chi si fa figlio dell’insegnamento e “servo della Parola” (cf. Lc 1,2). Ecco dov’è Gesù!
I suoi genitori sono stupefatti, sorpresi, e la madre Maria lo rimprovera: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo!”. Nel vangelo secondo Luca Giuseppe non parla, ma Maria lo evoca a Gesù chiamandolo “tuo padre”, perché, anche se Gesù non era stato da lui generato, era stato affidato come figlio a Giuseppe ed egli restava suo padre secondo la Legge. Gesù dunque con semplicità replica loro senza biasimarli, ma facendo una rivelazione, che si esprime con una prima domanda: “Perché mi cercavate?”. Parole che certamente hanno raggiunto il cuore di Maria e Giuseppe, i quali hanno dovuto interrogare se stessi, i loro sentimenti e la loro fede riguardo a questo Figlio dono di Dio, nato per volontà di Dio e non per loro volontà. Sì, nel rapporto tra il ragazzo Gesù e “i suoi genitori”ci sono state incomprensioni e conflitti. Come tutti i figli, anche Gesù è stato causa di ansia e sofferenza per suo padre e sua madre, i quali sono intervenuti nella sua educazione anche con rimproveri e correzioni. Ogni crescita umana e ogni impegno per “mettere al mondo un figlio”sono faticosi, e proprio perché il Figlio di Dio si è incarnato, si è fatto veramente uomo, ha dunque conosciuto una crescita e una maturazione umanissima.
Legata a questo interrogativo, ecco la seconda domanda: “Non sapevate che devo stare presso il Padre mio, nella proprietà di mio Padre?” (en toîs toû Patrós mou). Egli ha un Padre che è il suo vero Padre, da lui riconosciuto come tale: è Dio, e Gesù, ora che è stato messo al mondo ed è cresciuto, deve stare, rimanere presso il Padre, nel tempio che al suo cuore, il Santo dei santi, contiene la sua Presenza. Alla madre che gli ricorda i doveri filiali prescritti dal comandamento (cf. Es 20,12; Dt 5,16), Gesù risponde ricordandole il primo comandamento, i doveri verso Dio (cf. Es 20,3-6; Dt 5,7-10). Innanzitutto egli è Figlio di Dio, sa chi è il Padre suo che è nei cieli e a lui offre l’ascolto obbediente. È comunque importante rilevare come la prima parola di Gesù testimoniata da Luca nel suo vangelo sia una confessione di Dio suo Padre, così come l’ultima parola sarà un’invocazione rivolta sempre al Padre (cf. Lc 23,46).
Gesù deve stare presso il Padre, è una necessità per lui, ed egli tante volte nella sua vita sentirà e annuncerà ai suoi discepoli che qualcosa “è necessario, bisogna, occorre” (deî). Lungo tutta la sua esistenza Gesù obbedisce a tale “necessità”, non perché questo sia il suo destino, dal momento che egli conserva sempre una piena libertà, ma perché questa è la sua volontà e la sua missione: compiere ciò che Dio suo Padre gli chiede. Non a caso questa necessitas risuonerà martellante soprattutto a partire dall’ora della sua salita a Gerusalemme per vivere la passione, la morte in croce e ricevere da Dio la vita per sempre attraverso la resurrezione (cf. Lc 9,22; 13,33; 17,25; 22,7.37; 24,7.26.44). Ma ogni volta che Gesù ha detto: “È necessario”, chi lo ha ascoltato non ha compreso. Qui si tratta dei suoi genitori, più tardi saranno i suoi discepoli (cf. Lc 18,34)… Di fronte a questa parola (rhêma) di Gesù, Maria e Giuseppe restano senza parole, muti e senza comprenderla.
In ogni caso, per compiere anche il comandamento dell’amore verso il padre e la madre, Gesù torna con loro a Nazaret e resta loro sottomesso. Ma ormai il segno è stato dato e verrà il giorno in cui essi comprenderanno, soprattutto Maria, che “custodiva tutti questi eventi-parole nel suo cuore”, come brace sotto la cenere: infatti il fuoco della fede divamperà per lei nell’ora della croce e a Pentecoste (cf. At 2,1-12).
Questa è la festa della santa famiglia, famiglia che si vuole esemplare per le nostre famiglie. Ma allora la si comprenda bene: qui è contestato ogni legame familiare che possa relativizzare il legame con il Signore e l’obbedienza a lui. Di fatto in questa pagina, come nelle altre che mettono in evidenza il legame tra Gesù e la sua famiglia (madre e clan), vi è una forte critica alla famiglia tradizionale con i suoi codici, assolutamente contraddetti dal Vangelo. Dirà Gesù:
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me (Mt 10,37; cf. Lc 14,26).
Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà (Mc 10,29-30; cf. Mt 19,29-30; Lc 18,29-30).
Dunque, questa festa della santa famiglia in verità ci interroga sul concetto che noi cristiani abbiamo della famiglia, concetto purtroppo più debitore verso la tradizione che verso l’annuncio fatto su di essa dal Vangelo.

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Publié dans:NATALE 2018 |on 28 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

(per l’ottava di Natale)

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Publié dans:immagini sacre |on 27 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

DIO ALLA RICERCA DELL’UOMO (per l’ottavia di Natale)

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DIO ALLA RICERCA DELL’UOMO (per l’ottavia di Natale)

Briciole dalla mensa – Epifania del Signore – 6 gennaio 2018

LETTURE

Is 60,1-6 Sal 71 Ef 3,2-3.5-6 Mt 2,1-12

COMMENTO

C’è un passaggio dal Natale, quando «il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce» (Is 9,1), all’Epifania, quando lo stesso popolo è addirittura «rivestito di luce», dice la prima Lettura, tanto che le genti «cammineranno alla sua luce», che è la presenza amante e benefica del Signore. Se nell’Epifania celebriamo la «manifestazione» del Signore nella realtà del bambino Gesù, in verità celebriamo anche la «manifestazione» del popolo del Signore: coloro che erano privi di Dio e camminavano nelle tenebre, ora sono così animati dalla presenza tra loro del Messia da attirare gli altri, come la luce attira chi si trova nel buio.
C’è chi vorrebbe una Chiesa chiusa è arroccata nella morale legalistica che giudica e separa tra chi è « in regola » e chi non lo è (e quindi è fuori). Il Concilio e papa Francesco, invece, ci insegnano a tornare alla fedeltà al Vangelo: giusti e peccatori siamo in cammino, assieme, verso il Regno, dono gratuito di Gesù a tutti.
Sempre parlando della luce che attira, la prima Lettura dice che «l’abbondanza del mare si riverserà su di te». Perché oggi si insiste nel vedere ciò che viene dal mare come una realtà che ci vuole togliere qualcosa, invece di vederla come una ricchezza che ci viene portata? Sì, proprio così: una ricchezza. Perché nella povertà degli immigrati c’è tanto desiderio di vita, che noi, invece, abbiamo abbandonato. Siamo sazi, saturi, non andiamo più in cerca della vita. Basta che guardiamo alla vera e propria debacle della nostra società: la denatalità. Essa dimostra che non vogliamo più la vita. Chi, invece, cerca un futuro, perché non ha un presente, ha diritto ad avere un luogo dove farlo fiorire.
Il Vangelo ci narra la visita dei Magi. Sono dei personaggi misteriosi, ai quali si è cercato, invano, di dare un’identità. Dato che sono guidati da una stella, si è ipotizzato che fossero dei sapienti astrologi, a caccia di stelle. Ma non sono loro che hanno cercato la stella del re dei Giudei; è la sua stella che è andata in cerca di loro («Abbiamo visto spuntare la sua stella»). Quando uno non sa cosa cercare, non si mette neppure in cammino. L’uomo non può cercare Dio, perché gli è assolutamente inaccessibile: è Dio che, in Gesù Cristo suo Figlio, si rivela e si dona all’uomo, per suscitare il suo cammino, perché, sentendosi cercato, l’uomo faccia della sua vita un cammino di ricerca di Dio, la sua meta e il suo scopo. La luce del Figlio di Dio diventato uomo è andata alla ricerca, nel lontano oriente, di questi uomini, per condurli a incontrare e conoscere ciò che è l’aspirazione profonda di ogni uomo: il Dio con noi. Perché proprio questi lontani Magi? Forse per dire che la ricerca dell’uomo da parte di Dio non ha confini né limiti e nemmeno barriere o esclusioni.
Giunti a Gerusalemme, i Magi cercano informazioni sul luogo della nascita del re dei Giudei. Viene loro indicato, attraverso la lettura delle Scritture, che il luogo è Betlemme. Per giungere a trovare e incontrare il Signore Gesù c’è bisogno della grande guida della parola di Dio. E’ la Parola che ci apre gli occhi e il cuore a conoscere, nella povertà umana del bambino Gesù, la salvezza in atto di Dio. Anche per noi, oggi, tutta la presenza del Signore sta nell’inermità di un piccolo. Perché Dio non si fa mai concorrente delle pretese dei poteri umani: non usa la forza, non contrasta la violenza, non si serve di se stesso per conquistare il consenso degli uomini. Queste sono state le prove alle quali il diavolo ha sottoposto Gesù; ma «le vostre vie non sono le mie vie», dice il Signore (Is 55,8). È la Scrittura che ci apre a scoprire le vie differenti di Dio: «Ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona» (Is 55,7). Ma se questa è la via per l’incontro con Dio, è necessario farsi, a propria volta, strada aperta per i fratelli, vivendo nei loro confronti la misericordia e il perdono (cfr. Mt 18,21-35).
I doni dei Magi riconoscono la realtà del bambino: con l’oro riconoscono che è il Re, con l’incenso riconoscono che è Dio, con la mirra che è uomo destinato al sepolcro. Anche da noi Dio non vuole offerte o sacrifici: vuole solo essere riconosciuto e accolto in Gesù di Nazaret. Non per la sua gloria, ma perché possiamo entrare in relazione con Lui. Riconoscendo che è il Re che progetta di umanizzare l’uomo. Riconoscendo che è Dio di amore donato. Riconoscendo che, per essere Re e per essere Dio, si offre Lui in dono a noi, arrivando a vivere l’incarnazione fino alla morte, vivendo cioè il dono della sua umanità, piena della vita di Dio, nell’accoglienza della morte. Facendo diventare l’amore energia di risurrezione.

Alberto Vianello

Publié dans:NATALE 2018 |on 27 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

Angeli di Natale

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Publié dans:immagini sacre |on 17 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

AVVENTO E ATTESA

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AVVENTO E ATTESA

Ab. Donato Ogliari osb

« Avvento » – dal latino « adventus », venuta – è il nome del tempo liturgico che precede il Natale. Esso indica la duplice venuta di Gesù: quella compiutasi con la sua incarnazione duemila anni fa, e quella del suo ritorno glorioso che avverrà alla fine dei tempi. Naturalmente, parlare di « venuta » significa anche parlare di « attesa », dal momento che le due dimensioni sono generalmente correlate.
La gamma delle situazioni nelle quali facciamo l’esperienza dell’attesa è molto ampia. Vi sono circostanze quotidiane, come l’attendere che i figli rientrino dalla scuola o al lavoro e che il pasto sia pronto per mettersi a tavola, che l’autobus sia puntuale, che l’imbottigliamento del traffico si risolva quanto prima, che arrivi il proprio turno in un ufficio pubblico, che il PC termini di scaricare il file desiderato, che il fidanzato giunga puntuale all’appuntamento fissato e così via. Accanto a queste situazioni, diciamo così, ordinarie e prosaiche, ve ne sono naturalmente di più complesse e difficili, come l’attesa di un referto medico che potrebbe decidere del futuro della propria vita, o l’attesa che si risolva un’incomprensione, un disaccordo, una lite che ha provocato dissapori e amarezza con qualche familiare o amico. D’altra parte vi sono anche attese cariche di positività, come quella di una mamma « in attesa » che fa il conto alla rovescia, o quelle riguardanti un’annunciata promozione in campo lavorativo o un traguardo accademico. A seconda del loro tenore, ognuna di queste attese può essere vissuta con serena pazienza o con malcelata sopportazione o presi dall’impressione che il tempo non passi mai.
In ogni caso, qualunque sia il tenore dell’attesa, essa raggiunge sempre un segmento della nostra vita. Proprio per questo, il credente crede fermamente che in ciascuna di esse – indipendentemente dalla loro natura – Dio sia al nostro fianco. In fondo risiede qui il senso profondo dell’Avvento, il motivo per cui continuiamo a celebrare l’attesa del Salvatore, Cristo Gesù, nel fatto cioè che Egli – il Signore del tempo e della storia – continua a riempire di Sé anche la nostra piccola o grande quotidianità.
Se così non fosse – se cioè non sentissimo la presenza salvifica di Dio accanto a noi in tutto quello che avviene – ogni attesa risulterebbe un segmento vuoto e insulso. Così, ad esempio, la pensa il drammaturgo Samuel Beckett, cantore del nulla e dell’assurdo della vita, il quale, nella sua opera teatrale Aspettando Godot, allude all’inutile attesa di un Dio Salvatore – « God-ot » appunto – nella trama della propria esistenza. Di fatto, i due protagonisti Vladimiro ed Estragone attendono la venuta del signor Godot in un quadro beffardamente tragico e assurdo, dove il tempo, immobile e pietrificato, è ermeticamente chiuso ad una qualsiasi salvezza proveniente dall’esterno. Così, ogni qualvolta essi si dicono l’un l’altro: « Andiamo? », rispondendo: « Sì, andiamo », in realtà non muovono un passo e rimangono inchiodati al suolo in un’attesa senza tempo e senza senso.
L’attesa del cristiano, al contrario, è sostenuta dalla fiduciosa certezza che il Signore viene sempre ed è continuamente all’opera nella nostra vita fino a che « si compia la beata speranza », fino a che, cioè, Egli ritorni nell’ultimo giorno. È questa precisazione che rende autentica l’attesa del credente. Nello scorgere e decifrare i segni di Dio nelle realtà di quaggiù, egli si apre nello stesso tempo alla dimensione ultra-mondana e divina. È proprio questa capacità di guardare « oltre » a far sì che il nostro cuore non si senta mai appagato da alcun paradiso terreno, o presunto tale, e continui a protendersi in avanti, verso il futuro di Dio. Lì, e lì solamente, nel suo Regno di Vita infinita, che abbraccia il passato, il presente e il futuro, le nostre piccole vite possono trovare un ancoraggio che permetta ad esse di attingere ogni giorno daccapo l’intimo senso che le sostiene.
Su questa trama procede, cresce e si sviluppa anche il nostro cammino di fede, in un susseguirsi di attese e di compimenti nei quali trova consistenza la nostra quotidiana ricerca di Dio. È infatti in entrambi questi ambiti – quello della nostra vita che si dipana nel tempo e nello spazio, e quello della nostra fede che l’accompagna – che siamo chiamati a vivere ogni giorno un’attesa dinamica e operosa che, in qualche modo, ci fa già pregustare il compimento verso il quale essa ci proietta. Anche se questo non avviene in maniera meccanicistica, ma sotto la luce e la guida della nostra libertà, corroborata dalla ragione, illuminata dalla fede e sostenuta dalla grazia. Così, l’Avvento, che ci fa protendere lo sguardo oltre il tempo, nell’attesa della venuta finale del Cristo, è lo stesso Avvento che ci invita ad attendere e ad accogliere, con gli occhi del cuore e della mente ben spalancati, il Cristo che continua a incarnarsi nelle nostre storie personali, familiari e comunitarie; il Cristo che, senza sosta, viene incontro alle nostre miserie, alle nostre inadempienze e alle nostre infedeltà allo scopo di incoraggiarci a camminare ogni giorno nella luce gioiosa del suo Amore che dà pace e salvezza.
Al di là di tutte le preoccupazioni e i problemi che ci assillano nell’attuale contesto segnato da mutazioni profonde e per certi versi drammatiche, l’Avvento ci sprona a rinsaldare la nostra speranza, a non farcela rubare – come direbbe papa Francesco – e ad accogliere con fede il « domani » che Dio vuole realizzare con noi, portando a compimento le attese più vere e profonde e rendendo sempre più vigile e forte l’attenzione reciproca e la solidarietà fraterna. Come credenti, non esitiamo a spalancare i nostri cuori, le nostre menti e le nostre azioni al soffio irruente e dolce della Vita di Dio, e gridiamogli con tutte le nostre forze: « Marana-tha! Vieni, Signore Gesù! ».

Publié dans:AVVENTO NATALE 2018 |on 17 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

piccolo presepio mio 2010

presepietto mio 2010

Publié dans:STUDI |on 15 décembre, 2018 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – ANGELUS, III DOMENICA D’AVVENTO, 11 DICEMBRE 2005

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BENEDETTO XVI – ANGELUS, III DOMENICA D’AVVENTO, 11 DICEMBRE 2005

ANGELUS

Piazza San Pietro

Cari fratelli e sorelle!

Dopo aver celebrato la solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, entriamo in questi giorni nel clima suggestivo della preparazione prossima al Santo Natale. Nell’odierna società dei consumi, questo periodo subisce purtroppo una sorta di « inquinamento » commerciale, che rischia di alterarne l’autentico spirito, caratterizzato dal raccoglimento, dalla sobrietà, da una gioia non esteriore ma intima. E’ dunque provvidenziale che, quasi come una porta d’ingresso al Natale, vi sia la festa di Colei che è la Madre di Gesù, e che meglio di chiunque altro può guidarci a conoscere, amare, adorare il Figlio di Dio fatto uomo. Lasciamo dunque che sia Lei ad accompagnarci; siano i suoi sentimenti ad animarci, perché ci predisponiamo con sincerità di cuore e apertura di spirito a riconoscere nel Bambino di Betlemme il Figlio di Dio venuto sulla terra per la nostra redenzione. Camminiamo insieme a Lei nella preghiera, e accogliamo il ripetuto invito che la liturgia dell’Avvento ci rivolge a restare nell’attesa, un’attesa vigilante e gioiosa perché il Signore non tarderà: Egli viene a liberare il suo popolo dal peccato.
In tante famiglie, seguendo una bella e consolidata tradizione, subito dopo la festa dell’Immacolata si inizia ad allestire il Presepe, quasi per rivivere insieme a Maria quei giorni pieni di trepidazione che precedettero la nascita di Gesù. Costruire il Presepe in casa può rivelarsi un modo semplice, ma efficace di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli. Il Presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell’amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme. San Francesco d’Assisi fu così preso dal mistero dell’Incarnazione che volle riproporlo a Greccio nel Presepe vivente, divenendo il tal modo iniziatore di una lunga tradizione popolare che ancor oggi conserva il suo valore per l’evangelizzazione. Il Presepe può infatti aiutarci a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell’umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale « da ricco che era, si è fatto povero » (2 Cor 8,9) per noi. La sua povertà arricchisce chi la abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell’angelo: « Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia » (Lc 2,12). Questo rimane il segno, anche per noi, uomini e donne del Duemila. Non c’è altro Natale.
Come faceva l’amato Giovanni Paolo II, tra poco anch’io benedirò i Bambinelli che i ragazzi di Roma collocheranno nel Presepe delle loro case. Con questo gesto vorrei invocare l’aiuto del Signore perché tutte le famiglie cristiane si preparino a celebrare con fede le prossime feste natalizie. Ci aiuti Maria ad entrare nel vero spirito del Natale.

 

Publié dans:Angelus Domini, Papa Benedetto XVI |on 15 décembre, 2018 |Pas de commentaires »
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