Archive pour novembre, 2018

Creazione della luce

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Publié dans:immagini sacre |on 5 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

LA PROSPETTIVA TEOLOGICA DELL’ARTE SACRA

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LA PROSPETTIVA TEOLOGICA DELL’ARTE SACRA

Una riflessione di Rodolfo Papa, docente di Storia delle Teorie estetiche presso l’Urbaniana

di Rodolfo Papa

Nel precedente articolo, abbiamo tracciato qualche linea teorica relativa alle dinamiche culturali che hanno coinvolto e coinvolgono l’arte cristiana. Il sistema d’arte cristiano, assorbendo osmoticamente influssi diversi capaci di confluire nell’espressione della Weltanschauung cristiana, ha innovato la cultura e il mondo delle arti. Questa complessa dinamica ha arricchito notevolmente la teoria e la tecnica artistica.
La prospettiva è il frutto maturo di questa capacità innovativa dell’arte cristiana; la prospettiva, infatti, fa parte del proprium dell’arte cristiana cattolica, universale.
Come ho recentemente scritto in Discorsi dell’arte sacra1, la prospettiva nasce all’interno dell’arte cristiana da un’esigenza intima di carattere spirituale e dopo una profonda riflessione teologica.
Tra la fine del XII e l’inizio del XIII sec., accadono numerose e determinanti innovazioni tecniche, tali da portare verso una profonda maturazione tutta l’arte cristiana.
Assistiamo, infatti, alla nascita della prospettiva lineare in senso stretto, alla nascita di una più consona teoria delle luci e delle ombre ed a uno sviluppo delle varie tecniche pittoriche.
Ho più volte sottolineato come la spiritualità dei neonati Ordini Mendicanti2, in modo particolare la spiritualità francescana, e anche alcune riflessioni già fatte da alcuni vescovi nella II metà del XII secolo, conducano ad una profonda comprensione della necessità di rappresentare lo spazio corporeo dell’Incarnazione come evento che stravolge la storia.
Questa esigenza rappresentativa è la vera causa della nascita della prospettiva. Gli studi di ottica, le teorie della visione, provenienti per esempio dalla cultura araba, vengono assorbiti in questa esigenza teologica e spirituale, producendo qualcosa di profondamente nuovo e originale.
La prospettiva, infatti, rappresenta spazi tridimensionali che sanno essere contemporanei allo spettatore, nei quali lo stesso spettatore è coinvolto: la Sacra Storia è raccontata come presente, e chi guarda ne diventa protagonista.
La stessa intuizione da cui è nato il Presepe di Greccio muove la nascita e lo sviluppo della prospettiva.
Anche alcuni teorici nostri contemporanei, quali Didi-Hubermann, pur all’interno di una visione anacronistica della storia3, riconoscono alla esperienza mistica di san Francesco una valenza generatrice di una più profonda riflessione sulla corporeità in campo teorico-artistico4.
Lo storico dell’arte francese Daniel Arasse ha dedicato molti studi all’analisi della prospettiva, tra cui il più famoso ed interessante è L’Annunciazione italiana. Una storia della prospettiva5. Esaminando in maniera completa e compiuta il tema dell’Annunciazione tra XII e XVI secolo, Arasse individua una serie di categorie iconologiche, inserendo la prospettiva in una dimensione teologica; egli afferma: «quella che propongo di definire “prospettiva teologizzata” … instaura, nella proporzionalità regolata dell’opera, uno scarto che visualizza la venuta dell’incommensurabile divino nel mondo umano della misura»6. Nota Omar Calabrese: «L’innovazione della prospettiva assume il carattere di un’invenzione miracolosa, perché conferisce ordine, sintassi alla storia, ma allo stesso tempo fa apparire la realtà come se parlasse da sola, dal momento che è capace di nascondere il fatto che siamo in presenza di un discorso»7 .
La prospettiva è uno dei massimi risultati che l’arte cristiana abbia prodotto. Volendo dipingere il senso più intimo del Vangelo, ci si è interrogati sul “come”: come rappresentare?
La soluzione è interna, sta nell’articolazione di altre due domande “cosa rappresentare?” e “perché rappresentare?”. Dall’articolazione stessa del messaggio di Fede nasce il “come” annunciarlo.
La prospettiva non è un elemento “altro” poi aggiunto estrinsecamente a un nucleo essenziale, ma nasce all’interno dell’arte cristiana, come una sorta di strumento formato proprio per poter annunciare l’Emanuele, il Dio con noi.

1 R. Papa, Discorsi sull’arte sacra, Cantagalli, Siena 2012, pp. 143-144.
2 R. Papa, Maestro di Isacco. Padre di Benedizione, in R. Papa; M. Dolz, Il volto del Padre, Ancora, Milano 2004, pp. 75-89. R. Papa, La nascita dell’arte moderna, ovvero l’influenza degli ordini mendicanti nell’invenzione dell’arte cristiana, in “ArteDossier” Giunti Firenze, XXIV, n. 258, settembre 2009, pp. 56-60.
3 La percezione delle immagini avviene in un tempo diverso da quello della produzione delle medesime immagini, e tra i tempi si creano sovrapposizioni inevitabili ed interazioni interpretative. Per certi versi l’anacronismo è insopprimibile: «L’anacronismo è necessario, l’anacronismo è fecondo quando il passato si rivela insufficiente, ovvero quando costituisce un ostacolo alla comprensione del passato»; tuttavia l’anacronismo va gestito con intelligenza. Cfr. G. Didi-Huberman, Storia dell’arte e anacronismo delle immagini [2000], trad.it., Bollati Boringhieri, Torino 2007, p. 22
4 G. Didi-Huberman, L’immagine aperta. Motivi dell’incarnazione nelle arti visive [2007] trad. it , Bruno Mondadori, Milano 2008,
5 D. Arasse, L’Annunciazione italiana. Una storia della prospettiva, VoLo publisher, Firenze 2009.
6 Ibid., p. 187.
7 O. Calabrese, Tempi luoghi e soggetti dell’Annunciazione, in D. Arasse, L’Annunciazione italiana, p. 13

Publié dans:arte sacra, Teologia |on 5 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

Ascolta Israele, Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno

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Publié dans:immagini sacre |on 2 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

TRENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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TRENTUNESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dt 6, 2-6; Sal 17; Eb 7, 23-28; Mc 12, 28-34

Cosa è essenziale nella relazione con Dio? Cosa è primario? La ricerca di questo primato spinge lo Scriba che incontriamo nel passo dell’Evangelo di oggi a porre a Gesù la domanda sul primo comandamento … come districarsi nella selva dei seicentotredici precetti che i rabbini riconoscono presenti nella Torah? Sono trecentossessantacinque divieti (tanti quanti i giorni di un anno) e duecentoquarantotto precetti positivi (quante le membra del corpo umano secondo le concezioni del tempo).
La ricerca dell’unumnecessarium fu l’impegno di tanta riflessione rabbinica e, se Davide – dicono – ridusse ad undici il numero di precetti (cfr Sal 15), Isaia li ridusse a sei (cfr Is 33,15), Micheaa tre (cfr Mi 6,8), Amos a due (cfr Am 5,4) ed infine Abacuc ad uno (cfr Ab 2,4)! Gesù qui, anche Lui, li riduce ad uno ma lo fa citando lo Shemà, che abbiamo ascoltato nel passo del Libro del Deuteronomio che oggi è la primalettura, ed unificando ad esso il comandamento dell’amore per il prossimo contenuto nel Libro del Levitico (19,18). E’ fondamentale capire che Gesù unifica i precetti dell’amore per Dio e dell’amore per il prossimo definendoli uno e proclamando che quest’unico comandamento ha primato su tutto!
Questo comando di amore, per Dio e per il prossimo, parte dalla fede; guai a dimenticarlo! E’ amore per un Dio che si sperimenta nella fede, in quella fede che è adesione esistenziale e che nasce dall’ascolto, come chiede lo Shemà; è fede in quel Dio ascoltato e quindi conosciuto come “unico Signore” e quindi amato. Ecco l’itinerario: ascoltare, conoscere, amare.
Giunto all’amore il credente è chiamato a verificare che il suo amore non sia mai disincarnato, che sia un amore che coinvolge tutto l’uomo e a tal proposito il testo insiste con quel “tutto”: tutto il suo cuore (il suo profondo), tutta la sua mente e tutte le sue capacità … Inoltre è bene sottolineare ancora una cosa: nel testo di Deuteronomio che Gesù cita, con tutte le tue forze, la parola ebraica originale che Marco traduce in greco con dianoías(“forze”) può significare anche sostanze, dunque: con tutto ciò che tu possiedi.
Insomma un amore concretissimo e non fatto di belle parole o bei sentimenti un amore invece che prende e “travolge” la vita con quel che si è e con quel che si ha; un amore connesso strettamente all’amore per il prossimo il quale, dunque, deve avere le medesime caratteristiche di totalità e di concretezza.
La fede che chiede Gesù, insomma, è una fede che genera un amore per Dio senza “fughe” dall’umano e un amore per gli uomini nostri fratelli senza “fughe” da Dio. Poiché i due sono un solo comandamento è necessario comprenderli bene ed insieme: non è discepolo di Cristo chi pretende di amare Dio senza l’orizzonte compromettente degli altri uomini e non è discepolo di Cristo chi pretende di esaurire nell’amore e nell’impegno per gli altri (siano anche i poveri più poveri) l’amore per Dio! Non è discepolo di Cristo l’uomo “religioso” disincarnato ma non è neanche discepolo di Cristo chi vive una filantropia tutta dedita al fare e dimentica di Dio! Troppe volte abbiamo udito, in tal senso, espressioni come “amore per gli altri è amore per Dio…se faccio opere caritative le altre cose non servono, né preghiere, né liturgie, né vita ecclesiale perché sono più cristiano di tanti cristiani!” Una specie di cristiani “moderni” e “fattuali” questi, che hanno fatto dell’Evangelo un manuale di filantropia e hanno tolto alla rivelazione cristiana quell’ “oltre”, quel “di più” che fa sconfinare l’uomo dagli asfittici spazi del misurabile, del pesabile, del toccabile, del materiale!
Di contro non è possibile neanche nessuna “fuga” in intimismi dimentichi della carne propria e di quella degli altri uomini!
Gesù dichiara che c’è un primo (l’amore per Dio) ed un secondo comandamento (l’amore per il prossimo) ma “primo” e “secondo” non intendono dire un’importanza maggiore o minore ma un primato cronologico e direi ontologico (che riguarda, cioè, l’essere stesso dell’amore)! Insomma Gesù insegna con autorità che se non si ama Dio l’amore per il prossimo avrà per forza dei limiti, delle barriere invalicabili! Senza un’autentica conoscenza-amore per Dio come sarebbe pensabile amare il non-amabile o addirittura il nemico?
Il Quarto Evangelo porterà alle estreme ragioni questo amore fraterno con l’amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Il modello è ancora e sempre Gesù ed il suo amore fino all’estremo per il Padre e per gli uomini.
In fondo, il testo di Marco non lo dice in modo esplicito, ma chi è che ha amato fino in fondo Dio con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze se non Gesù? Chi ha amato l’uomo fino all’estremocondividendo la sua vita e la sua morte se non Gesù? Allora mi pare di dover dire che alla fin fine il primo comandamento non è una legge scritta, un precetto codificato, il primo comandamento è l’uomo Gesù! Gesù è lo Shemà attuato perché Lui è la Parola detta dal Padre e ascoltata, Lui è l’innamorato del Padre con tutto se stesso, Lui è l’obbediente; ma Lui è anche l’amore del prossimo senza riserve perché Lui si è fatto prossimo di ogni uomo umiliato, sofferente e peccatore, prossimo di ogni “perduto”…
Sciogliamo questo testo dell’Evangelo da ogni tentazione moralistica e conduciamolo al suo vero alveo: ci si appressa al Regno quando si imbocca questa strada di Gesù! Lo Scriba “non è lontano dal Regno” ma si potrà rendere conto che il Regno lo è andato a cercare nella ricerca di Gesù che gli si è fatto prossimo … Se saprà capire questo lo Scriba potrà entrare davvero nel Regno! Comprendiamo allora perché i due comandamenti sono un solo comandamento: il principio di unificazione tra l’amore per Dio e l’amore per il prossimo è proprio in Gesù in cui Dio si è fatto prossimo!
Quando lo Scriba riconoscerà tutto questo sarà giunto a lui ed in lui il Regno di Dio; in Gesù i due comandamenti si sono fatti uno e accogliere Gesù è accedere alla possibilità vera di vivere il comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo. Poveri quei cristiani che postulano di scindere i due comandamenti!
Poveri quei cristiani che sono diventati uomini del “fare” incapaci di “perdere tempo” con Dio e per Dio, e che sono diventati dei filantropi senza memoria di Dio. Poveri quei cristiani che si vergognano di farsi vedere in preghiera a “perdere del tempo”, tempo che potrebbe essere impiegato a “fare” cose “utili”… Poveri quei cristiani che pretendono d’essere tutto fervore per Dio e si chiudono in verticalismi disincarnati; poveri i cristiani che pretendono di magnificare l’amore per Dio e di obliare contemporaneamente l’amore per la Chiesa, per l’uomo; poveri i cristiani che dimenticano di essere discepoli di un Dio che si è fatto prossimo e che solo così e proprio così ci ha salvati!
Poveri i “cristiani” così … e le “virgolette” dicono la realtà: non sono più cristiani! E’ così! E’ inutile fare giri di parole!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

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