XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – “HA DATO PIÙ DI TUTTI”

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – “HA DATO PIÙ DI TUTTI”

Carissimi fratelli e sorelle,

ci avviamo verso la fine di questo anno liturgico e già appare, nella Liturgia della Parola, l’accenno all’evento finale della storia di questo nostro mondo, che è il ritorno glorioso di Gesù, “senza più nessuna relazione col peccato” – come ci ha ricordato la Lettera agli Ebrei – ritorno che avverrà soprattutto per “coloro che l’aspettano per la loro salvezza”, salvezza intesa in senso pieno e totale come realizzazione piena del proprio essere e non semplicemente e solo come salvezza dall’inferno, dalla dannazione.
La prima volta è venuto in relazione al peccato: per prendere su di sé i nostri peccati e stracciare, con il suo corpo straziato e martoriato, “il documento scritto del nostro debito” (Col 2,14). La seconda volta verrà per consegnare il premio – che è Lui stesso – a coloro che “attendono con amore la sua manifestazione” (2Tm 4,8).
Una domanda per scavare nel nostro spirito e vedere se troviamo l’acqua viva (cf Gv 4,14; 7,38) dell’amore o l’acqua stantia della tiepidezza: il ritorno di Gesù è oggetto di una mia reale amorosa attesa?
Lasciamo ora questo argomento in quanto avremo modo di riprenderlo nelle prossime domeniche di questo finale dell’anno liturgico e, soprattutto, poi, ne prossimo Tempo di Avvento, e veniamo al resto della Liturgia della Parola che oggi ha come suo centro due vedove: l’ospitalità della prima viene compensata dal miracolo di Elia (prima lettura) e l’umile generosità della seconda merita da Gesù un elogio che non ha l’eguale (Vangelo).
Ciò che accomuna le due vedove è sia la situazione di povertà: povertà affettiva perché private, con la morte, dall’affetto e vicinanza del marito e povertà effettiva, perché oltre tutto sono prive di beni materiali ed entrambe sono poverissime; sia la grande generosità d’animo: entrambe sono capace di dare tutto, e dando tutto, danno se stesse, si consegnano generosamente non tenendo nulla per sé fidandosi della Provvidenza del buon Dio.
Entrambe quindi ci danno una lezione di amore, di amore vero e l’amore è vero solo quando rende la persona capace di dare se stessa e non semplicemente delle cose, quando ciò che diamo tocca la nostra persona, allora e solo allora stiamo veramente amando. Finché stiamo dando il superfluo, il sovra più non abbiamo ancora verificato la nostra capacità di amare, essa si verifica e si attua solo nella donazione di qualcosa che ci tocchi, qualcosa quindi che non sia superfluo, cioè qualcosa che se ne possa fare a meno senza esserne toccato, bisogna che quel qualcosa che dono produca un vuoto in me, faccia sentire la sua mancanza. Quando noi siamo capaci di dare qualcosa che ci costa, allora stiamo amando sul serio e quella cosa che stiamo dando diventa segno di quell’amore più o meno grande che ha motivato il gesto, per cui la cosa donata diventa segno della persona stessa che nel dono dona se stessa. Certamente quanto più il dono costerà alla persona, quanto più la cosa donata era necessaria, quanto più amore occorrerà per donarla. Entrambe le nostre vedove dando tutto ciò che posseggono, danno se stesse, perché si privano di ciò che hanno per darlo agli altri: la vedova di Zarepta per far mangiare Elia, la vedova del Vangelo per dare gloria a Dio e così facendo manifestano l’amore più grande possibile: dare tutto se stessi per l’altro.
Entrambe realizzano questo gesto di amore nell’abbandonarsi a Dio, nell’affidarsi a Lui totalmente. L’amore vero comporta sempre necessariamente quest’abbandonarsi in Dio della persona che, amando, rischia sempre qualcosa, perde necessariamente le proprie sicurezze e rimane senza appoggi. Chi desidera sempre sicurezze e punti d’appoggio materiali non sarà mai capace di amare nella verità, perché ha una tremenda paura di rischiare se stesso. È questa paura che attanaglia il cuore di tanti oggi e che li blocca all’amore: avendo perso Dio come fondamento, come riferimento e come affidamento, rimangono incapaci di giocarsi, di rischiare perché hanno paura di perdere qualcosa e volendo quindi salvare se stessi ad ogni costo, vivono in se stessi il fallimento dell’amore, l’incapacità di amare e di realizzare amore. E ogni volta che si aprono all’amore, l’apertura è sempre con condizioni, a tempo più o meno indeterminato: finché va, finché mi torna comodo e non ci sono intoppi, finché ci guadagno qualcosa…, sempre pronti a riprendersi quanto si è dato all’altro con riserva e mai in modo assoluto e totale. Chi, invece, ama non ha paura di rischiare qualcosa e di perderla e ama solo chi è capace di donarsi senza condizioni e senza riserve.
Ma veniamo ora più in particolare alla pagina evangelica e vediamo cosa essa possa dire al nostro cuore.
Gesù è nel Tempio di Gerusalemme che insegna di guardarsi dai modi di fare superficiali, vuoti e ipocriti di molti scribi che ostentano boriosamente se stessi ricercando riconoscimenti e primi posti, sfruttando anche gli altri a proprio beneficio. In questo contesto Gesù si siede di fronte al tesoro del Tempio, al luogo dove i fedeli ebrei gettavano le loro offerte, si siede e guarda la gente che va a gettare la propria offerta.
Fermiamoci un istante a gustare questo sguardo di Gesù: c’era folla e Lui stava lì, da parte, seduto e guardava inosservato e disatteso dalle persone. È così tutta la nostra vita: non c’è un istante di essa che possa sottrarsi allo sguardo penetrante di Gesù. Tutta la nostra vita si svolge sotto il suo sguardo a cui nulla sfugge. Se si pensasse di più a questa verità quante cose belle si farebbero in più e quante cose brutte in meno: Lui c’è, c’è sempre, e guarda dal suo angoletto nascosto nel più profondo del cuore di ognuno, guarda la nostra vita: guarda i nostri pensieri, affetti, sentimenti, atteggiamenti, comportamenti, parole, ciò che facciamo e ciò che subiamo.
Gesù guarda, si compiace e si rallegra…oppure Gesù guarda e si rattrista amareggiato.
Gesù “sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte”. Chissà cosa pensava, Gesù, quando guardava questi ricconi che gettavano sonoramente i loro oboli perché li sentissero tutti e li ammirassero. Si tratta di un rischio reale e concreto per tutti. La ricerca del complimento, del compiacimento altrui, fare le cose solo in funzione dell’apparenza per suscitare plauso attorno a sé, il far bella figura, suscitare ammirazione e così credersi di essere qualcuno. I soldi, i troppi soldi, portano sempre con sé questo rischio. E Gesù sta lì e li guarda mentre loro, impastati di vanità e di superbia, offrono a Dio il loro superfluo.
Ma, ad un certo punto il Maestro chiama i suoi discepoli più intimi e addita loro, gioiosamente compiaciuto, una vedova che aveva donato due spiccioli e la loda affermando che lei, proprie lei, nella sua povertà aveva donato al Signore più di tutti, “poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
“Ha dato più di tutti”: Lui non guarda infatti l’esteriorità, la quantità di quanto di dona, Gesù guarda il cuore, guarda come dona il cuore, guarda se quel cuore è bello, aperto, generoso e allora gioisce perché vede l’amore e l’amore Lo fa gioire.
Se quella povera vedova “ha dato più di tutti”, significa anche che lei era la più ricca di tutti, possedeva un grande tesoro, quale? Il suo stesso cuore ferito dall’amore, un cuore capace di dare tutto e non tenersi nulla per sé. Un cuore così è padrone del mondo, non possedendo nulla possiede tutto perché possiede Dio (cf 1Cor 3,22-23).
Impariamo da questa vedova ad amare, ce lo chiede lo stesso Gesù, infatti, invitando gli Apostoli a guardarla, implicitamente ha invitato anche noi, oggi, a farlo, a guardarla con attenzione per scoprire la bellezza di quel gesto umile e nascosto, che fa’ gioire e glorifica Dio stesso.
Ma l’invito di Gesù è anche un invito a scoprire le tante e tante persone che in questo nostro povero mondo sanno dare tutto con amore e per amore. Nessun telegiornale parlerà mai di loro, sono troppo umili e nascoste, eppure sono tante, più di quanto si possa pensare e sono proprio loro che reggono il mondo, perché attirano su di esso lo sguardo compiaciuto e benevolo di Dio Amore.
La Vergine Maria, che di tutte queste persone è stata la prima e lì, all’Annunciazione, seppe consegnare tutta se stessa, senza riserve, all’Amore perché la fecondasse, ci aiuti ad aprire senza paura il nostro cuore alle esigenze più alte dell’amore, perché nella nostra vita possa sempre più trasparire la presenza ineffabile di quel Gesù che Lei portò fisicamente in grembo e diede alla luce a Betlemme, e che oggi, nella sua grazia, vive e regna nel cuore di chi, come noi, Lo ama. Amen.

j.m.j.

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