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Gesù salva dalla morte

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COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI – OMELIA DI PAOLO VI (1963)

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SANTE MESSE NELLA

COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI – OMELIA DI PAOLO VI (1963)

Basílica Vaticana

Sabato, 2 novembre 1963

La celebrazione di questa Santa Messa ci trova concordi in un duplice pensiero: quello del suffragio per i nostri Defunti, e quello della nostra fede nella vita futura. Se il primo pensiero ci ricorda la pietà che dobbiamo avere verso coloro che ci hanno preceduto « cum signo fidei et dormiunt in somno pacis », e ci rende solleciti del loro bene, il secondo pensiero risulta piuttosto rivolto al nostro bene, al conseguimento di quella saggezza che un cristiano sa derivare dal mistero della morte.
Abbiamo infatti pregato perché risplenda ai nostri Morti la luce della vita eterna, e preghiamo ora perché il riflesso di quella stessa luce rischiari la scena della vita presente, e ricordi a noi tutti l’immortalità di cui Iddio, concedendo a noi il dono dell’esistenza naturale, ha dotato la nostra anima. E questo un pensiero fondamentale della concezione cristiana della vita, pensiero che si annebbia e si oscura in coloro che non hanno la fortuna della fede, e che noi credenti dobbiamo invece tenere acceso nella nostra coscienza, e accettarne la chiarezza ch’esso vi porta, tremenda e consolante. Tremenda, perché la certezza della vita futura modifica i nostri giudizi sul valore delle cose e degli avvenimenti della nostra esperienza temporale, e ci ammonisce circa l’inevitabile responsabilità di ogni nostro atto rispetto al futuro giudizio di Dio. « Che cosa giova mai all’uomo, dice il Signore, guadagnare tutto il mondo, se poi perde l’anima sua? » (Matth. 16, 26). Ed aggiunge: « Io vi dico che nel giorno del giudizio gli uomini dovranno rendere conto d’ogni parola oziosa, che avranno detta » (Matth. 12, 36). Consolante, perché la certezza della vita futura significa la vittoria sulla morte: questo fatale e pauroso avvenimento che mette fine al nostro soggiorno nel tempo non sopprime in realtà la nostra esistenza; esso non è che un suo penoso episodio, al quale succede, per noi cristiani, un’immensa, una dolcissima speranza, quella dell’incontro con Cristo e della nostra partecipazione alla pienezza beata ed eterna della sua vita divina.
Sono pensieri grandi, Fratelli e figli carissimi, ai quali oggi la Chiesa in modo particolare ci invita ed ai quali sempre ci educa, perché sono le verità supreme, che riguardano il nostro essere ed il nostro destino. Ora, che tali verità noi abbiamo ricordate a nostro spirituale vantaggio, possiamo derivarne i voti, con cui desideriamo rendere proficua e felice la vostra presenza a questa celebrazione. I nostri voti sono infatti rivolti al Signore perché renda sempre luminosa ed operante in noi la fede e l’attesa dell’eterna vita; perché ci renda capaci di bene usare delle cose e delle esperienze di questo mondo, tenendone libero il nostro cuore, che dev’essere piuttosto orientato al mondo futuro; e perché conforti di sicure e soavi speranze gli animi di coloro che piangono per la morte di qualche persona cara.
Siano i Nostri voti avvalorati dalla comune preghiera e resi efficaci dalla Nostra Apostolica Benedizione.

***
Durante la S. Messa celebrata al mattino nella Patriarcale Basilica di S. Lorenzo al Verano, il Sommo Pontefice esorta i fedeli che gremiscono il tempio a sentitissima cantata verso i defunti, e a compenetrarsi sempre più delle certezze e dei meriti della Comunione dei Santi.
Noi – così l’Augusto Pontefice – dovevamo questo atto di pietà verso i nostri defunti. Dico nostri, perché anche il Papa ha, nell’attiguo grande Cimitero, persone care, che Gli furono maestri, confratelli nel Sacerdozio, amici, conoscenti. Non li può, non li deve dimenticare.
Inoltre, e soprattutto, da quando il Signore Lo ha chiamato ad essere il Vescovo di questa Città, i defunti dell’Urbe sono diventati, in modo particolare, diletti al Supremo Pastore.
Possediamo – Egli prosegue – una comunione, che sarebbe tanto bello approfondire ed esplorare; abbiamo una comunione proprio con i nostri morti. Il Vescovo di Roma, quindi, sente il dovere di compiere questo atto di riverenza e di pietà verso coloro che hanno fatto parte della Santa Città; erano della popolazione di Roma; e perciò sono uniti al Papa dal vincolo pastorale, per cui Egli è, in modo speciale, il Vescovo di queste anime. In che cosa consiste il necessario atto di pietà? Esso rivela, dapprima, un moto di riconoscenza. Sentiamo l’obbligo di gratitudine ai nostri defunti, e va da noi ricordato che tutto abbiamo ricevuto da loro. Siamo degli eredi. Abbiamo ricevuto da loro il primo, il grande dono della vita naturale. Sono tra essi i nostri antenati, i trasmettitori dell’inestimabile dono della vita. Per di più, siamo a loro debitori di quanto ci circonda: la città, i monumenti, la storia, le case, la civiltà, la lingua, le arti. Non siamo stati noi ad inventare tutto questo; lo abbiamo trovato, ci è stato largito. Siamo, dunque, degli eredi.
E donde viene tutta questa ricchezza, questa straordinaria eredità? Proprio da coloro che ci hanno preceduti; da coloro che hanno vissuto, lavorato, operato, pensato e pregato prima di noi, e hanno lasciato così grandi tesori, che appunto sono divenuti il patrimonio di noi tutti, e, perciò, ne siamo, ben si può dire, i beneficiari. Abbiamo pertanto il dovere di tener presente lo sforzo, l’amore, il sacrificio, il dono, in una parola, che i nostri maggiori hanno fatto per noi, ponendo a nostra disposizione la vita, la cultura, il benessere.
Dopo questa premessa, il Santo Padre dichiara che un pensiero, singolarmente grato e commosso, sorge verso quelli che per noi hanno offerto la vita, hanno difeso la città, e sono morti per noi. Se ora siamo nella pace, nella libertà, se operiamo in una fratellanza sociale, così bene affermatasi nel presente momento storico, lo dobbiamo a delle vittime, a chi per noi si è sacrificato.
Come non rievocare, a questo proposito, quel tristissimo 19 luglio 1943, quando proprio il futuro Pontefice fu invitato, solo, ad accompagnare Pio XII nella visita a questa zona di Roma, colpita dalla devastazione bellica? E incancellabile la visione di quel che fu, in quel giorno, San Lorenzo, e di come si presentò la popolazione di questo rione. Una immane tragedia che non può certo essere obliata.
Lacrime, sangue, sacrificio di persone note e di sconosciuti segnarono quelle ore tremende. Eppure vi fu tanta dedizione anonima, compiuta appunto per il bene della società a cui noi apparteniamo, per la difesa della città di cui siamo membri e abitanti. A questi generosi nostri caduti va, dunque, un ricordo speciale; e il Papa è particolarmente grato e sensibile per il fatto che i magistrati stessi dell’Urbe, il Signor Sindaco e altri con lui, si sono uniti a rendere ai nostri morti l’atto di affettuoso amore che stiamo tributando. L’adempimento di un così sentito ufficio si impone, inoltre, tanto più in quanto proprio noi, figli del nostro tempo, siamo proclivi a dimenticare; siamo soliti a guardare avanti, spesso trascurando le benemerenze di ieri; non siamo facili alla gratitudine, alla memoria, alla coerenza con il nostro passato, all’ossequio, alla fedeltà dovuta alla storia, alle azioni che si succedono da una generazione all’altra degli uomini. Spesso si rivela assai diffuso un senso di distacco dal tempo trascorso: e ciò è causa di inquietudine, trepidazione, instabilità. Un popolo sano, un popolo cristiano è molto più aderente a quanti ci hanno preceduto; e mira alla logica delle vicende in cui deve formarsi la propria esperienza, mentre non esita di fronte al necessario tributo di riconoscimento e di giusta valutazione.
V’è poi altro e più solenne impegno. Per chi ha l’inestimabile sorte di possedere la fede, di essere cristiano si impone, verso i defunti, un atto di carità. Non solo la memoria, la riconoscenza, ma proprio una profonda, inesauribile carità. E un vincolo sacro, obbligante. Se noi sapessimo quanti ci furono cari e sono stati i nostri benefattori hanno ora bisogno di noi, di aiuto fraterno, chi resterebbe inerte, insensibile? Ebbene questa implorante, silenziosa, ma reale necessità viene quest’oggi, attraverso la Liturgia della Chiesa, a premere sopra le nostre anime, sopra i nostri cuori. Sono i nostri defunti a dirci che noi possiamo ancora fare qualche cosa per loro e che forse – come misterioso e grande e commovente è questo  » forse « ! essi sono nella attesa; hanno bisogno della nostra comunione di spirito, di generosa, ardente carità per entrare nella gloria del Signore. La Chiesa ci insegna la verità di uno stato di penosa e anelante vigilia dei trapassati. La luce di Dio non si è ancora accesa per loro, poiché devono ancora diventare degni di sì eccelso dono. Perciò la nostra carità e la ineffabile, arcana comunione, che tuttora ci avvince a quelle dilette anime, può far giungere ad esse il tributo della nostra misericordia, solidarietà e pietà. Negheremo noi questo dono? Il nostro spirito deve traboccare di sollecitudine, di sante industrie, ed elevare ininterrotta preghiera, specie se riflettiamo che i nostri morti possono, a loro volta, essere in qualche modo utili a noi proprio per la stessa circolazione di carità, di cui ci dà nozione e certezza la Chiesa. Di qui l’affetto per gli scomparsi, la cura delle tombe, dei cimiteri; soprattutto, il continuo e meritorio suffragio a vantaggio dei nostri cari, e di quanti altri attendono il premio eterno.
Infine occorre anche considerare un altro aspetto, che si manifesta evidente quando visitiamo questi luoghi di silenzio e di riposo. E cioè: i defunti ci insegnano l’alto valore della vita presente, e quel che di essa ci segue. Le loro spoglie parlano della fragilità e della precarietà del passaggio nel tempo, mentre il ricordo delle loro persone, dei meriti, della bontà dimostrataci, e segnatamente della loro anima immortale ci confermano quali sono i beni che noi anche nella vita di quaggiù dobbiamo, secondo la lezione e gli esempi dati, maggiormente apprezzare. E che faremo allora? che cosa daremo ai nostri defunti per soddisfare al debito di religiosa pietà, di misericordia e di solidarietà cristiana?
Lo sappiamo bene, e vi è stato già accennato. La preghiera innanzi tutto, che, quale arco sopra la vita nel tempo, arriva al Signore e ottiene ai nostri defunti la misericordia Sua.
Pregare, pregare per essi. Il Santo Sacrificio della Messa che ora il Santo Padre offrirà è la grande preghiera in cui Gesù Cristo stesso si fa intercessore, « semper vivens ad interpellandum pro nobis ».
Ci soccorre, in ciò, anche la nostra tradizione pia e buona, senza dubbio ancora rigogliosa nelle famiglie cristiane. Bisogna fare opere buone per i nostri morti.
Nelle nostre case antiche vigeva una significativa usanza: offrire un pranzo, il 2 novembre, ai poveri che passavano per le vie della città, ed esso era appunto denominato « il bene dei morti ». Molte forme può assumere questo dono. Nessuno rimanga chiuso ed insensibile; procuri ciascuno che la fraterna solidarietà esercitata giovi alla nostra anima innanzitutto, e sia di esempio per i nostri fratelli, ma soprattutto arrechi suffragio e consolazione e, Dio voglia, la gloria eterna per i nostri morti.
Adunque, – conclude Sua Santità – con questi sentimenti che diventano così naturali, vivi, commossi e nobili nei cuori cristiani, cerchiamo di trascorrere questo giorno dedicato alla commemorazione dei trapassati, proponendoci, inoltre, di tenerli di continuo presenti al nostro animo, di unire, a loro beneficio, la nostra preghiera costante alla superna Clemenza di Dio, datore dell’infinita beatitudine.

 

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Festa di Tutti i Santi

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TUTTI I SANTI -IL SANTO, CUSTODE DELLA NOSTALGIA DEL CIELO

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TUTTI I SANTI -IL SANTO, CUSTODE DELLA NOSTALGIA DEL CIELO

don Luca Garbinetto

Seduto sul monte, con accanto i suoi discepoli, Gesù guarda le folle. Deve essere stato uno sguardo di una tenerezza struggente. Dalle parole che seguono trasuda la commozione del Padre, che irrompe nel cuore del Figlio con una luce dirompente: quella del Paradiso! È lo Spirito che suggerisce. Mai come nelle beatitudini il Cielo e la terra manifestano l’incrocio del loro reciproco cercarsi.
Gesù vede la gente, la sua gente, che è tutta l’umanità, ed ha un sussulto di desiderio e di speranza: ‘oh come vorrei che foste già tutti così!’, sembra voler dire, mentre annuncia il cammino della beatitudine. ‘Oh come vorrei che il fuoco fosse già acceso e consumato!’. Il fuoco della santità, che ci fa simili a Dio, l’unico veramente santo.
È proprio nell’incontro di desideri, o meglio del desiderio intimo, che abita il mistero della santità. Dio desidera incontrare l’uomo, e Gesù siede per poter conversare con lui, come tanto tempo addietro sotto le fronde del Giardino. E l’uomo, nella profondità di se stesso, desidera incontrare Dio, lasciarsi penetrare dal Suo sguardo. È nell’incompiutezza della propria persona che risiede la possibilità della santità, che coincide con l’opportunità data a Dio di dimorare e prendere possesso dello spazio di vuoto che ci fa creature e rende autentica la figliolanza.
I poveri, gli afflitti, ma anche i miti e i misericordiosi, come i puri di cuore, sono uomini e donne che lasciano emergere dai marosi della propria interiorità il grido più profondo e originale: non più o non soltanto il bisogno di una risposta immediata, bensì il desiderio che Qualcuno sia presente per sempre in quella costitutiva necessità. I beati sono esseri desideranti, che hanno saputo disfarsi delle brame superficiali o degli aneliti distratti, e vanno all’essenziale: ‘di Te, mio Dio, ho infinito desiderio’.
Gli operatori di pace, gli affamati e assettati di giustizia, i perseguitati per il Suo nome sono coloro che di questo desiderio hanno fatto il motivo della lotta. Perché non si tratta di una propensione all’altro serena e tranquilla. La vita stessa genera lo scontro e la tensione con il limite che è personale, ma anche storico e relazionale. Il desiderio di vivere in Dio, di lasciarlo vivere in noi per divenire Sua trasparenza, di intessere la relazione vitalizzante con la Sua presenza non è automatico e immune da tentazioni. La santità è la scelta consapevole e fedele di intraprendere la battaglia contro ogni forza che allontana o – peggio ancora – deforma e camuffa il volto autentico dell’Amato. ‘Voglio conoscere Te, mio Dio, per conoscere me in Te’.
E così, in questa dinamica di relazione, che scava dentro orizzonti inaspettati di bellezza, anche nel bel mezzo dei travagli della vita di ogni giorno – ben conosciuta da Dio: in fondo, il primo beato è Gesù di Nazareth -, la gioia che ne consegue diviene zampillo da non trattenere. Nessuna beatitudine è donata per un autocompiacimento. Non è il vanto della propria perfezione quello che un umile può portare al mondo, bensì la testimonianza di una pienezza che trabocca nello stile dei rapporti, nel modo di porsi, nei toni di voce, negli sguardi presi in prestito dal Signore. La beatitudine, la santità è contagiosa di suo. Chi ne è contagiato, o per lo meno scosso, se ne rende conto. All’interessato, invece, al beato e santo rimane il travaglio di continuare la lotta, e di sentirsi sempre un po’ più mancante: non di perfezionismo, ma della Sua presenza, che già e ora vorrebbe totale e perenne. Del santo, dunque, immancabilmente missionario dell’Amore, colpisce soprattutto la incontenibile nostalgia del Paradiso. Nostalgia che profuma di Cielo, qui e ora, quanto di più semplice e ordinario egli è chiamato a vivere.

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seduto alla destra di Dio Padre Onnipotente

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Publié dans:immagini sacre |on 29 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

INSEGNACI A PREGARE 8: PREGARE NEL CUORE DELLA LOTTA

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INSEGNACI A PREGARE 8: PREGARE NEL CUORE DELLA LOTTA

1 ottobre 2017

Paolo Farinella

Nella puntata precedente avevamo citato due esempi di preghiera, Mosè, il patriarca e profeta che con le mani alzate sconfigge Amalèk (cf Es 17,9-13) e la vedova del Vangelo di Luca che pretende giustizia da un giudice «che non temeva Dio» (Lc 18,1-8). Abbiamo esaminato per sommi capi la preghiera del gigante dell’AT, ora ci apprestiamo a considerare la vedova protagonista della «parabola sulla necessità di pregare sempre, senza mai stancarsi» (Lc 18,1). Due figure, un uomo e una donna, il più grande profeta della storia della salvezza, e una popolana, per giunta anonima, ma qualificata come «vedova», cioè un’emarginata della società.
Preghiera innocente o colpevole
La parabola della vedova e del «giudice che non temeva Dio» si trova in Lc 18,1-8 ed è esclusiva del terzo Vangelo dal momento che è assente negli altri. Il capitolo precedente, Lc 17, si chiude con la descrizione della fine del mondo e l’irruzione di Dio Giudice: la vedova e l’invito alla preghiera, quindi, devono essere letti in questo orizzonte escatologico che ruota attorno al tema della «Giustizia». Non si tratta di giustizia giuridica, da tribunale, ma di quell’attitudine radicale, interiore che, sola, può provocare lo svelamento delle ragioni e delle motivazioni che stanno al fondo delle scelte di ciascuno.
Nelle parole di Gesù si staglia potente la figura di una povera vedova che, forte del suo diritto, sta ritta davanti al giudice, forse corrotto. Nel rileggere la parabola, occorre superare un equivoco generato dalla traduzione italiana. L’ultima versione della Bibbia Cei-2008 parla di «parabola…sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1). Nella precedente edizione del 1974, la stessa Bibbia-Cei ometteva l’avverbio di tempo «mai». Il testo greco dice «to dêin pàntote prosèuchesthai autoùs kài mê enkakêin», che tradotto alla lettera può essere reso così, sapendo che ogni traduttore è sempre un po’ traditore: «Sull’essere necessario sempre che essi preghino e non disertino/vengano meno/depongano le armi». L’espressione «non vengano meno» ha quindi il senso di «non si ritirino», cioè «non si rassegnino». Il verbo «enkakèo / ekka kèo» ha il significato di «agire male / stancarsi / venire meno / scoraggiarsi / perdersi d’animo». L’espressione si riferisce al militare che abbandona la lotta perché non gli importa più nulla di niente, quasi che, di fronte al pericolo, dicesse: ma chi me lo fa fare? A quale scopo? A riguardo scrive il biblista Giovanni Vannucci:
«“Senza stancarsi” è la debole e vaga traduzione di un’espressione greca che significa l’abbandono delle armi fatto da un soldato ignavo durante il combattimento; potremmo rendere meglio il testo originale traducendo “senza abbandonare le armi”, “senza disertare”; l’esaudimento della preghiera dipende dalla difficoltà inerente al cammino della preghiera» (Giovanni Vannucci, La vita senza fine; Servitium editrice, Milano 2012, 205).
In questo senso l’espressione evangelica di Luca dice che bisogna pregare «mentre» si lotta. Durante la lotta bisogna intensificare la preghiera per avere la forza di continuare a lottare e non lasciarsi prendere dallo scoraggiamento depressivo fino al punto di disertare dalla vita, dall’impegno, dalla fatica di affrontare le difficoltà. Pregare, allora, significa immergersi nella vita con tutte le sue contraddizioni, sapendo che non siamo soli. Ci è vietata solo la diserzione, che può essere proprio il rifugiarsi nella preghiera parolaia, una macina a vuoto di vuote parole che ci illudono. In questo senso Lc è in sintonia con Mt quando nel «Padre nostro», invoca «non abbandonarci alla tentazione» (Mt 6,13), cioè nel cuore della lotta.
«Alla» o «nella» tentazione?
In greco c’è la preposizione «eis» che non indica solo direzione (verso la – alla) ma con-penetrazione/con-toccamento (dentro – nella) che esige un contatto. Forse non esiste una traduzione corretta in assoluto: non abbandonarci «alla tentazione» può significare ogni volta che si presenta la tentazione; «nella tentazione» può indicare una forma permanente di tentazione (vedi l’esigenza di «pregare per non cadere in tentazione» – Mt 26.41). Che si usi una traduzione o l’altra, il significato potrebbe essere parafrasato con «non abbandonarci “mai” perché viviamo in uno stato permanente di tentazione».
Qui trova anche fondamento cristiano la tradizione rabbinica che esige l’amore di Dio «anche con la tendenza al male» (v. puntata 6a commento allo Shemà’ Israel), invocando il dono della fortezza per reggere gli assalti del male che come grossi «tori di Basan [ci] circondano… ci accerchiano» (Sal 22/21,13) per farci venire meno e disertare dall’impegno dell’alleanza.
A Giovanni Vannucci (1913-1984), biblista profeta dell’Ordine dei Servi di Maria del secolo XX, fa eco un grande teologo e filosofo suo contemporaneo, padre Ernesto Balducci (1922-1992) dell’Ordine degli Scolopi, che commentando il brano lucano afferma lucidamente:
«A chi vive, come noi viviamo, ad un certo livello di cultura, non è più lecito pregare con innocenza. Che voglio dire? Voglio dire che la preghiera, come invocazione a Dio, come appello a Dio, e di questo ci parla la Scrittura di oggi, per essere autentica, presuppone che si sia messo in opera tutto quello che è nelle nostre possibilità per realizzare l’obiettivo che riteniamo buono e necessario. Se noi preghiamo invece che operare, se noi preghiamo invece che cercare l’efficacia del nostro operare, non c’è dubbio che la preghiera va incontro alle nostre accidie e alle nostre inadempienze, presume di riempire i vuoti della nostra umanità. E siccome in un mondo qual è il nostro, generalmente colto, la consapevolezza delle ragioni delle ingiustizie, dei soggetti storici che ne portano la responsabilità, è viva e presente, pregare perché avvenga la giustizia nel mondo è atto ambiguo o, a volte, addirittura iniquo se si accompagna al disimpegno. Ecco perché è difficile che la nostra preghiera sia innocente. Essa porta su di sé i riflessi oscuri delle nostre complicità con le cause di quel male che vorremmo eliminato da questo mondo. È come quando, in certe comunità che io ho frequentato, si faceva la preghiera per i poveri. Si trattava di comunità strutturalmente solidali con il mondo dei ricchi e quindi impegnate a mantenere le condizioni che favoriscono la divisione del mondo fra ricchi e poveri e che poi si costruivano per l’occasione una buona coscienza con la preghiera periodica per i poveri» (Ernesto Balducci, Il Mandorlo e il Fuoco, Borla, Roma 1979, 344).
Nel cuore della lotta
Pregare nel cuore della lotta, dunque, senza diserzione! Quanta distanza dalle preghiere meccaniche macina-vuote-parole, ripetitive e distratte, staccate dal corpo, dall’anima e dalla stessa realtà. Dice padre Balducci che è difficile che la «nostra preghiera sia innocente» perché per essere tale deve essere la coscienza della «sapienza» della nostra identità: chi sono io che in questo momento «presumo» di pregare? «Dove» sto per essere certo di pregare? Qual è il mio rapporto con il dramma della fame, della morte di gran parte dell’umanità, cioè di carne di Dio perché suoi figli e mia perché fratelli e sorelle? Qual è il grado di complicità mio nel sostenere la struttura dell’ingiustizia di questo mondo che trangugia i deboli e osanna i potenti? Quale consapevolezza ne ho, mentre dico di pregare? Sono sicuro che quel Dio che io penso di pregare non sia lo stesso che parlò agli Ebrei del secolo VIII a.C. per mezzo del profeta Isaia? Che disse:
«11Perché mi offrite i vostri sacrifici senza numero? – dice il Signore. Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di pingui vitelli. Il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. 12Quando venite a presentarvi a me, chi richiede a voi questo: che veniate a calpestare i miei atri? 13Smettete di presentare offerte inutili; l’incenso per me è un abominio, i noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso sopportare delitto e solennità. 14Io detesto i vostri noviluni e le vostre feste; per me sono un peso, sono stanco di sopportarli. 15Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue. 16Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, 17imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,11-17).
C’è, dunque, fin dai tempi remoti, una preghiera che può non essere esaudita e non lo dice solo il profeta Isaia, ma lo conferma anche Gesù: «Dai loro frutti dunque li riconoscerete. Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,20-21). Da ciò è chiaro che pregare è direttamente proporzionale alla volontà di Dio. Quando mai, pregando, ci siamo chiesti in che rapporto fossimo con la volontà di Dio su di noi o in che modo la nostra vita esprimesse il rapporto con essa? La preghiera ha regole serie che non possono essere espunte o disattese, come lo stesso Gesù afferma nel discorso della montagna, cioè nel programma costituzionale del suo regno:
«5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6,5-8).
Per il Vangelo, la preghiera non ama l’ostentazione, la finzione e lo spreco di parole, tre tentazioni che oggi abbondano e circondano peggio dei «grossi tori di Basan». Il modello mediatico impone di portare sempre e comunque una maschera per esporsi al pubblico nelle vesti di qualcuno che non si è, in quanto vale solo ciò che appare, come in certi candelieri di legno liguri che, per risparmiare, erano dipinti in oro solo dalla metà che era esposta al pubblico – la parte in vista – mentre la parte rivolta all’altare era lasciata grezza.
Il modello scandaloso
Il modello di preghiera che presenta Gesù è scandaloso e irritante per la cultura e la religione del suo tempo: una donna, per giunta vedova, quanto di più insignificante e inconsistente si potesse immaginare. Essa è l’emblema della emarginazione assoluta, insieme agli orfani e ai menomati (ciechi, zoppi, storpi, lebbrosi), in una parola «poveri». Eppure la fortezza della «nullità» della vedova è la consapevolezza del suo diritto. Ella non si rassegna e non fugge, deve lottare e quindi non depone le armi, perché, decisa, si attesta nel cuore della battaglia, alle falde della verità e inchioda il giudice a compiere il suo dovere. È qui l’attuazione concreta del principio paolino:
«Quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono» (1Cor 1,27-28).
Alla luce di questo contesto, pregare vuol dire entrare nella logica del regno di Dio e capovolgere le prospettive del mondo perché tutto e ogni singola persona o avvenimento abbia un senso e lo abbia pieno. Se ognuno di noi è parte essenziale del regno di Dio, vuol dire che ne è anche responsabile e co-artefice. Nella prospettiva del regno, il nuovo modo di vivere le relazioni umane, instaurato da Gesù, pregare è riconoscere la signoria di Dio sulla propria vita e quindi affermare la propria dignità di liberi figli del Creatore e riconoscere a tutti gli altri la stessa dignità.
La preghiera, perciò, diventa un processo di crescita, un percorso di armonia che conduce alla maturità e quindi a una relazione affettiva con Dio, dove non conta più la modalità tecnica, ma unicamente la qualità del rapporto che si esprime in tutta l’ampiezza della gamma di una relazione d’amore, perché coinvolge i sensi, l’immaginazione, i sentimenti, la paura, i dubbi, la fatica, la tensione, la stanchezza, il bisogno di solitudine, la parola, il silenzio, il grido, l’angoscia, la gioia, l’abbandono, l’evasione e tutti gli sbalzi umorali a cui può essere assoggettato l’animo di una persona normale.
Pregare: imparare a sposare la mentalità di Dio
Se prendiamo il libro dei Salmi, che racchiude la preghiera secolare d’Israele e della Chiesa, vi scorgiamo tutta la gamma della dimensione psicologica della persona umana: dolore e gioia, angoscia e speranza, terrore e lode, richiesta di aiuto e ringraziamento, malattia e gioia di vivere, richiesta e abbandono, estasi e disperazione. Nulla di ciò che forma la vita umana vi è estraneo, perché pregare è vivere con Dio. La stessa Eucaristia, che è la preghiera per eccellenza della Chiesa, contiene i medesimi elementi: la richiesta di perdono, la parola, l’ascolto, l’anelito, la lode, la richiesta di aiuto, la professione di fede, la memoria storica, l’abbraccio, il silenzio, i sentimenti di fraternità e di gratuità, il dono, la pace e la missione come testimonianza.
Infine, pregare è l’urlo di disperazione e di amore con cui «pretendiamo» da Dio che sia al nostro fianco, cireneo perenne, nella nostra lotta, vero combattimento con il quale c’impegniamo a:
Non alimentare la guerra che impedisce alla pace di avere cittadinanza sulla terra.
Non tollerare la povertà ignobile che rende schiava la maggioranza dell’umanità.
Non partecipare al gioco di una società che vive di parole morte.
Non essere mai complici di manipolazioni di qualsiasi genere.
Non inquinare il mondo, causa del sovvertimento dell’ecosistema (pioggia e clima).
Condannare la ricchezza di pochi come atto fondativo di ingiustizia.
Contestare la struttura di un mondo che affoga nell’idolatria del superfluo e dello «scarto».
Creare ponti di congiunzione e non abissi di separazione e rifiuti.
Essere pazienti con chi sbaglia non una, ma «fino a settanta volte sette».
Esporre nella propria vita la misericordia che ciascuno di noi sperimenta per sé.
Usare sempre la parola per creare la comunicazione e non per la finzione esteriore.
Essere sempre noi stessi «immagine e somiglianza di Dio, tempio dello Spirito del Risorto.
La preghiera cristiana c’immerge nello sposalizio con la mentalità di Dio, perché più preghiamo più ci avviciniamo al modo di pensare di Dio e ne acquisiamo il metodo, che è sempre un metodo di misericordia e di pazienza, di possibilità e di riserva d’amore. La perseveranza nella preghiera ha solo questo obiettivo primario: educarci attraverso gli esercizi oranti ad imparare a vivere, ad agire e a pensare come vive, pensa e agisce Dio.

Publié dans:preghiera (sulla) |on 29 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

Signore Gesù abbi pietà di me

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Publié dans:immagini sacre |on 26 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

25 OTTOBRE 2015 | 30A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | LECTIO DIVINA

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25 OTTOBRE 2015 | 30A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO B | LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA: Mc 10,46-52
La guarigione del cieco drammatizza il potere della fede cieca in Gesù: una folla di vedenti accompagna Gesù e si oppone alla richiesta del cieco; questo, mendicante per bisogno, non permette che passi distante chi può aiutarlo. Non aveva molte luci, però la sua cecità lo portò a Gesù. E osò chiedere l’impossibile: la vista. Il cieco è l’unico che vede in Gesù la sua unica opportunità. E quando recupera la vista, non potrà fare altro che seguirlo: dà la sua vita a chi l’ha riempito di luce. Confidare in Gesù, anche quando sembra che si allontani da noi, affrontando anche l’opposizione di chi lo accompagna, può essere il cammino della nostra fede e l’inizio della sua sequela. Che nessuno si renda conto di quanto abbiamo bisogno di Lui non è una buona scusa per non manifestargli il nostro bisogno. Non importa che viviamo circondati da ciechi, l’importante è che la nostra cecità non sia un ostacolo per cercare in Gesù la luce che ci manca; ciò che gli altri pensano o dicono, non importa a chi, quello che interessa, è recuperare la visione delle cose che dà la sequela.
In quel tempo,
46 mentre Gesù usciva da Gerico con i suoi discepoli e parecchia gente, il cieco Bartimeo, figlio di Timeo, era seduto al bordo della strada, chiedendo elemosina. 47 All’udire che passava Gesù Nazareno, cominciò a gridare:
« Figlio di Davide, Gesù, abbi compassione di me ».
48 Molti lo rimproveravano parchè si calmasse. Però egli gridava più forte:
« Figlio di Davide, abbi compassione di me ».
49 Gesù si voltò e disse: « Chiamatelo ». Chimarono il cieco, dicendogli:
« Coraggio, alzati, che ti chiama ».
50 Levatosi il mantello, fece un salto e si avvicinò a Gesù.
51 Gesù gli disse: « Che vuoi che io faccia per te »? Il cieco gli rispose:
« Maestro, che possa vedere ».
52 Gesù gli disse: « Va, la tua fede ti ha guarito ».
E al momento recuperò la vista e lo seguiva lungo la strada.

1. LEGGERE: Capire quello che dice il testo e come lo dice
Guarire un cieco non è l’unico (Mc 8,22-26) miracolo che Gesù compie durante il suo viaggio verso Gerusalemme; sarà l’ultimo (Mc 11,1). Anche se l’episodio si presenta come la cronaca di un miracolo, in fondo delinea un autentico itinerario di fede: chi viveva ai bordi di una strada, alla periferia della città, mendicando aiuto, finirà, una volta recuperata la vista, per seguire Gesù per le strade. Incontrarsi con Gesù permise a Bartimeo di trovare la luce per i suoi occhi e per la sequela. La narrazione è diafana: Gesù si trova a circa 25 km da Gerusalemme, camminando verso la sua meta. (Mc 10,33-34). Era abituale che, come fece Bartimeo, chi chiedeva l’elemosina si collocasse alle porte della città, per approfittare al massimo dell’intenso traffico di persone. Quando seppe che era Gesù colui che passava, non chiese l’elemosina ma compassione, ripetutamente (Mc 10,47-48), a voce alta, importunando i viandanti (Mc 10.48). E’ significativo che non chieda in primo luogo la guarigione, ma un po’ di attenzione e misericordia. Gesù reagisce, contrariamente a coloro che lo seguivano, con premura. Non lo infastidisce che lo chiamino con grida, se queste nascono da un bisogno. E manda, coloro che rimproveravano il cieco, a chiamarlo: non lascia alternativa; è imperativo, è categorico. (Mc 10,49). La reazione di Gesù cambia l’atteggiamento dei suoi, che incoraggiano il cieco ad avvicinarsi a Lui, e l’atteggiamento del cieco, che si alza con un balzo e va a incontrarlo. Il bisogno di sentire compassione ha portato il cieco fino a Gesù; il bisogno di vedere gli farà chiedere il miracolo. Gesù si assicura prima e gli fa esplicitare il suo desiderio: vuole vedere. Ed è Gesù colui che vede in questa richiesta un atto di fede. Bartimeo non solo recupera la vista; si unisce, credente e già sanato, alla comitiva che segue Gesù, che l’ha liberato dalla mendicità e dalle tenebre.
Bartimeo, il suo cammino di fede, illustra il percorso di colui che non essendo ancora discepolo e vivendo dell’elemosina degli altri, osa approfittare del passaggio di Gesù per provocare la sua misericordia, ottenendo che lo ascolti, lo chiami, gli chieda cosa desidera e glielo conceda. Perché solo lui ha ottenuto essere compassionevole, Gesù vede fede, dove gli altri hanno visto una seccatura, ha valorizzato la fiducia del cieco e non le sue grida. E’ la sua maniera di fare discepoli.

II. MEDITARE: APPLICARE QUELLO CHE DICE IL TESTO ALLA VITA
La guarigione del cieco Bartimeo, un piccolo avvenimento dentro il ministero pubblico di Gesù, ci offre oggi la possibilità di riflettere sulla nostra vita di fede, espressa nella preghiera, e sulla responsabilità che abbiamo preso di prenderci cura degli altri, in particolar modo dei più bisognosi, coloro che hanno più bisogno di Gesù.
In cammino verso Gerusalemme con i suoi discepoli, Gesù usciva da Gerico senza notare, a quanto pare, la presenza di un mendicante cieco al margine della strada. Se non fosse stato per le sue grida, nessuno lo avrebbe notato e lui, sicuramente, sarebbe morto cieco, chiedendo l’elemosina all’uscita della sua città. Se recuperò la vista e seguì Gesù, se vide di nuovo la luce e smise per sempre di essere un mendicante, se abbandonò il bordo della strada per fare strada con Gesù, fu perché osò chiedergli a gran voce la sua guarigione. A chi passava i suoi giorni chiedendo l’elemosina non doveva risultare difficile chiedere una volta di più. Chi viveva della generosità dei passanti, doveva confidare necessariamente in tutti coloro che passavano davanti a lui. Il cieco chiedeva aiuto a chiunque gli si avvicinava. Però il giorno in cui si rese conto che era Gesù colui che passava accanto a lui, smise di chiedere l’elemosina e osò chiedere un miracolo. Non si vergognò della sua temerarietà, espose il suo bisogno con grida, giungendo a molestare quanti accompagnavano il Maestro. Non gli interessò richiamare l’attenzione né soffrire recriminazioni; non volle perdere l’opportunità e continuò a gridare, fino a quando Gesù lo ascoltò. Gesù non era rimasto infastidito dalle sua grida, visto che era la voce della fede, che chiedeva ciò che prima non aveva chiesto a nessuno, ciò che solo Gesù, il Figlio di David, poteva dargli: la vista. Questa fede cieca che chiede a gran voce un miracolo, e non nel silenzio del tempio, ma in mezzo al frastuono delle strade, deve essere da stimolo alla nostra vita di preghiera… e di serio avvertimento dinanzi alla nostra maniera di vivere giornalmente la fede. Bisogna invidiare, in effetti, l’ardire del mendicante che un giorno lasciò di chiedere piccole elemosine quando, finalmente, osò chiedere la guarigione di cui aveva bisogno. Sapeva bene che solo la vista lo avrebbe liberato dalla mendicità, che tutto ciò che riceveva non era altro che un aiuto a metà, che prolungavano i suoi giorni senza luce e non volle perdere l’occasione che gli si presentò il giorno in cui Gesù passò accanto a lui. Stanco di mendicare tutti i giorni, osò chiedere la guarigione definitiva: scommise su Gesù e confidò a lui il suo bisogno. Questo lo salvò dalla sua povertà e dalla sua cecità.
Il mendicante cieco ci ricorda oggi che, possibilmente, siamo anche noi, come era lui fino a quando non incontrò Gesù, a chiedere aiuto, a supplicare un’elemosina a tutti quelli che ci passano accanto, senza osare esigere il miracolo da Gesù, con grida se fosse necessario, perdendo dinanzi a lui e dinanzi agli altri la compostezza. Perché rifugiarsi nelle buone maniere quando siamo tanto bisognosi? Forse ci manca di sentirci indifesi come si sentiva il cieco; sicuramente non siamo coscienti della mancanza di luci con la quale viviamo. Accettiamo probabilmente troppo la nostra mancanza di mete, da dover perdere tempo a dire pubblicamente il nostro bisogno. La nostra fede non ci guarisce, perché non sentiamo il bisogno di essere guariti; non accettando che ci manca la luce che solo Cristo ci può dare, non potremo andare da lui a chiedergliela: solo un cieco sa avvertire la mancanza della luce.
Dovremmo impedire a Gesù, come ha fatto il cieco Bartimeo, che ci lasci senza essere stati guariti dalle nostre cecità. Dovremmo smettere di chiedergli l’elemosina e osare chiedergli un miracolo. La nostra vita di preghiera non meriterà le attenzioni di Gesù fino a quando non gli abbiamo gridato il bisogno che abbiamo di lui e del suo potere.
Non temiamo di perdere il rispetto verso di lui: anche se gridiamo a Dio, se lo facciamo perché ci ascolti, se gli gridiamo quando abbiamo bisogno di lui – perché altro non ci interessa -, guadagneremo la sua fiducia e otterremo quello che chiediamo con tanta fede. E’ ciò che ha fatto il cieco, e fu lodato, e guarito, da Gesù. Non ci manca povertà né luce; manchiamo di fede in Cristo e abbondiamo di sfiducia che ci voglia guarire. Per questo, continuiamo a convivere con le nostre mancanze senza osare chiedergli la guarigione.
I discepoli che accompagnavano Gesù si sono sentiti, invece, infastiditi dalle grida del mendicante. Non si resero conto che erano l’espressione della sua fede e rimasero contrariati per la sua insistenza. Fosse stato per loro avrebbero preferito passare a distanza, avrebbero voluto passare sotto silenzio il bisogno del cieco e avrebbero evitato che Gesù lo ascoltasse. Come non vedere oggi tutti noi ritratti nel loro atteggiamento? Quante poche volte noi discepoli di Gesù, abbiamo, oggi come ieri, tempo e sensibilità per chi sta ai bordi della nostra strada gridandoci il proprio bisogno. Sempre tanto occupati con il nostro Dio e, se no, del nostro personale interesse, non vediamo l’indigenza di quanti ci circondano. Il fatto che noi abbiamo occhi ci fa passar sopra alla realtà più di tanti altri che non li hanno mai avuti o li hanno persi per sempre. Solo perché Dio ci ha liberati da una malattia, da una prova, da uno stato di bisogno, ci facciamo ciechi dinanzi alle malattie, sordi dinanzi ai bisogni fino a giungere a sentirci molestati dinanzi al dolore dei nostri simili. Spesso soccombiamo alla tentazione di dimenticarci di chi ancora non segue Gesù, solo perché noi da tempo stiamo facendo lo sforzo di camminare dietro a lui col suo passo. Amare Gesù dovrebbe portarci, invece, a saper condividere questa gioia con tutti coloro che vogliono qualcosa da lui, e lo cercano come abbiamo fatto noi un giorno. Seguire Gesù da vicino ci deve portare ad avvicinarci a chi ha bisogno per facilitargli il suo incontro con l’unico Maestro che può realmente guarire. Non ci meriteremmo Gesù, che seguiamo, se non lo aiutassimo ad avvicinarsi a quanti oggi hanno bisogno di lui e domani possono essere suoi seguaci.
E certamente, conducendo una vita cristiana come quella che conduciamo, preoccupati di avere Dio accanto a noi e ai nostri problemi, attenti solo a quanto noi vogliamo da Lui, interessati che nessuno lo molesti con le sue grida, allontanandolo da quanti non sono ancora suoi discepoli, stiamo privando un mondo bisognoso di Dio, della sua luce e della sua salvezza. Il mondo oggi non riesce a vedere Gesù come il suo salvatore perché i suoi discepoli lo stanno sequestrando. A furia di volerlo solo per noi, infastidendoci perché altri lo stanno chiamando a gran voce, non riusciamo a migliorare il nostro mondo né permettiamo a Dio che ascolti coloro che lo cercano.
Seguire Gesù ci deve rendere uomini che non si infastidiscono perché gli si chiedono miracoli con grida, perché chi lo segue sa che Gesù è disposto a farlo tutte le volte che trova la fede. Non sarà per la nostra poca fede che non siamo audaci quando preghiamo, chiedendo l’impossibile, facendo diventare impossibile quanto chiediamo? E non sarà che proprio perché non sappiamo pregare cerchiamo di impedire ad altri che lo facciano meglio di noi? Dobbiamo pensarlo.

JUAN J. BARTOLOME sdb

Il Regno di Dio è dentro di te

imm en e it Kingdom_within - Copia

Publié dans:immagini sacre |on 24 octobre, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUI COMANDAMENTI, 11/A: NON COMMETTERE ADULTERIO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2018/documents/papa-francesco_20181024_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – CATECHESI SUI COMANDAMENTI, 11/A: NON COMMETTERE ADULTERIO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 24 ottobre 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel nostro itinerario di catechesi sui Comandamenti arriviamo oggi alla Sesta Parola, che riguarda la dimensione affettiva e sessuale, e recita: «Non commettere adulterio».
Il richiamo immediato è alla fedeltà, e in effetti nessun rapporto umano è autentico senza fedeltà e lealtà.
Non si può amare solo finché “conviene”; l’amore si manifesta proprio oltre la soglia del proprio tornaconto, quando si dona tutto senza riserve. Come afferma il Catechismo: «L’amore vuole essere definitivo. Non può essere “fino a nuovo ordine”» (n. 1646). La fedeltà è la caratteristica della relazione umana libera, matura, responsabile. Anche un amico si dimostra autentico perché resta tale in qualunque evenienza, altrimenti non è un amico. Cristo rivela l’amore autentico, Lui che vive dell’amore sconfinato del Padre, e in forza di questo è l’Amico fedele che ci accoglie anche quando sbagliamo e vuole sempre il nostro bene, anche quando non lo meritiamo.
L’essere umano ha bisogno di essere amato senza condizioni, e chi non riceve questa accoglienza porta in sé una certa incompletezza, spesso senza saperlo. Il cuore umano cerca di riempire questo vuoto con dei surrogati, accettando compromessi e mediocrità che dell’amore hanno solo un vago sapore. Il rischio è quello di chiamare “amore” delle relazioni acerbe e immature, con l’illusione di trovare luce di vita in qualcosa che, nel migliore dei casi, ne è solo un riflesso.
Così avviene di sopravvalutare per esempio l’attrazione fisica, che in sé è un dono di Dio ma è finalizzata a preparare la strada a un rapporto autentico e fedele con la persona. Come diceva San Giovanni Paolo II, l’essere umano «è chiamato alla piena e matura spontaneità dei rapporti», che «è il graduale frutto del discernimento degli impulsi del proprio cuore». È qualcosa che si conquista, dal momento che ogni essere umano «deve con perseveranza e coerenza imparare che cosa è il significato del corpo» (cfr Catechesi, 12 novembre 1980).
La chiamata alla vita coniugale richiede, pertanto, un accurato discernimento sulla qualità del rapporto e un tempo di fidanzamento per verificarla. Per accedere al Sacramento del matrimonio, i fidanzati devono maturare la certezza che nel loro legame c’è la mano di Dio, che li precede e li accompagna, e permetterà loro di dire: «Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre». Non possono promettersi fedeltà «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», e di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita, solo sulla base della buona volontà o della speranza che “la cosa funzioni”. Hanno bisogno di basarsi sul terreno solido dell’Amore fedele di Dio. E per questo, prima di ricevere il Sacramento del Matrimonio, ci vuole un’accurata preparazione, direi un catecumenato, perché si gioca tutta la vita nell’amore, e con l’amore non si scherza. Non si può definire “preparazione al matrimonio” tre o quattro conferenze date in parrocchia; no, questa non è preparazione: questa è finta preparazione. E la responsabilità di chi fa questo cade su di lui: sul parroco, sul vescovo che permette queste cose. La preparazione deve essere matura e ci vuole tempo. Non è un atto formale: è un Sacramento. Ma si deve preparare con un vero catecumenato.
La fedeltà infatti è un modo di essere, uno stile di vita. Si lavora con lealtà, si parla con sincerità, si resta fedeli alla verità nei propri pensieri, nelle proprie azioni. Una vita intessuta di fedeltà si esprime in tutte le dimensioni e porta ad essere uomini e donne fedeli e affidabili in ogni circostanza.
Ma per arrivare ad una vita così bella non basta la nostra natura umana, occorre che la fedeltà di Dio entri nella nostra esistenza, ci contagi. Questa Sesta Parola ci chiama a rivolgere lo sguardo a Cristo, che con la sua fedeltà può togliere da noi un cuore adultero e donarci un cuore fedele. In Lui, e solo in Lui, c’è l’amore senza riserve e ripensamenti, la donazione completa senza parentesi e la tenacia dell’accoglienza fino in fondo.
Dalla sua morte e risurrezione deriva la nostra fedeltà, dal suo amore incondizionato deriva la costanza nei rapporti. Dalla comunione con Lui, con il Padre e con lo Spirito Santo deriva la comunione fra di noi e il saper vivere nella fedeltà i nostri legami.

 

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