XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

Lectio a Marco 7, 31-37 di Silvano Fausti

1. Messaggio nel contesto
“Effathà, cioè.- Apriti,, dice Gesù al sordomuto. E l’orecchio chiuso si apre all’ascolto della sua voce, la lingua legata si scioglie per dire la parola che salva. Dio è invisibile. Ogni immagine che di lui ci facciamo è un idolo. L’unico suo vero volto è quello del Figlio che lo ascolta.
La parola distingue l’uomo dagli animali. Egli non appartiene a una specie determinata, ma determina la sua specie secondo ciò che ascolta. Infatti di sua natura, non è ciò che è, ma ciò che diviene; e diviene la parola a cui presta orecchio e dà risposta.
Dio è parola, comunicazione e dono di sé. L’uomo è innanzitutto orecchio, e poi lingua. Ascoltandolo è in grado di rispondergli: entra in dialogo con lui e diventa suo partner, unito a lui e simile a lui. La religione ebraico cristiana, anche se ama il Libro, non è un feticismo della lettera. È religione della parola e dell’ascolto, cioè della comunione con chi parla. Per questo essere sordomuti è il massimo male.
Nel brano precedente la donna ha “ascoltato” su Gesù, e ha “detto” la parola che salva. I discepoli invece hanno orecchi e ancora non intendono (vv. 16-18; 8,18). Hanno il cuore duro incapace di capire il pane e di professare: “È il Signore”.
È il penultimo miracolo della prima parte del vangelo e il terz’ultimo in assoluto. Seguono solo due guarigioni della cecità. Prima c’è l’ascolto della parola, poi l’illuminazione della fede. Chi rimane sordo, non può vedere. Solo il cuore può udire la verità di ciò che si vede.
Come tutti i miracoli, anche questo, ancor più esplicitamente degli altri, significa quanto il Signore vuole operare in ogni ascoltatore. Noi tutti siamo sordi selettivi alla sua parola. Essendo creature, come diamo solo ciò che riceviamo, così diciamo solo ciò che abbiamo udito. Gesù è il medico, venuto a ridarci capacità di ascolto e di dialogo con lui.
Questo miracolo ha la struttura dell’esorcismo battesimale in uso dalla Chiesa antica fino ai nostri giorni.
La guarigione, come quella successiva (8,22 ss), è in due rate. Corrispondono alle due parti del vangelo di Marco e ai due misteri di Gesù, che è insieme il Cristo e il Figlio di Dio – l’atteso che realizza la nostra attesa in modo inatteso.
Il segreto messianico si va sciogliendo, perché il suo pane ci mette ormai, in modo inequivocabile, di fronte alla sua verità. Ma nessuno più la intende né vede. A lui non resta che guarire la nostra sordità e cecità riconosciute.
In questo racconto vediamo anche le tappe del nostro itinerario di fede. Ciascuno è chiamato a ripercorrere personalmente con Gesù lo stesso cammino del popolo di Israele, raffigurato in questo sordo farfugliante.
Gesù è proclamato come colui che “ha fatto belle tutte le cose: fa udire i sordi e parlare i muti”. La seconda affermazione lo riconosce palesemente come il messia salvatore (Is 35,4 s), mentre la prima lo riconosce velatamente come il Dio creatore, che fece tutto e vide che era bello (Gn 1,3.12.18.21.25.31). Ci si avvia alla conclusione della prima parte del vangelo, che sfocerà nella confessione di Pietro (8,29), e si prelude anche il tema della seconda, che culminerà nell’affermazione del centurione (15,39).
Il discepolo, come tutti, è divoratore di tante chiacchiere, ma sordo e inespressivo davanti alla Parola che lo fa uomo. Gesù lo guarisce perché possa far parte di quel popolo che sente e risponde a colui che gli dice: “Ascolta Israele, amerai il Signore ecc. “ (12,29 = Dt 6,4 s).
2. Lettura del testo
v. 31 Tiro/Sidone/Decapoli. Siamo in piena zona pagana. Marco, come Paolo, sottolinea il privilegio dei lontani. L’amore può essere accolto solo da chi non lo merita. Chi lo merita, lo riduce a meretricio. Ci accostiamo a Dio non nell’apice della nostra perfezione, ma nelle nostre zone di infedeltà. Da qui passa e ripassa il cammino di chi viene a salvarci. Il luogo della fede è la nostra incredulità.
v. 32 gli conducono. Non può andare da Gesù, perché non ne ha potuto sentir parlare, anche se l’ex-indemoniato l’ha già annunciato (5,20). Altri lo conducono. Non si dice chi. Tutto infatti porta a Cristo. Tutto, creato in lui e da lui, tende a lui, vita di tutto ciò che esiste (Col 1,15; 1Gv 1,3 s). Inoltre chi lo ha già sperimentato è necessariamente inviato al fratelli (5,19).
un sordo. Ogni uomo, fin dal principio, è sordo alla parola di Dio che lo fa figlio e gli dice: “Ascolta, amami; perché io ti amo” (Dt 6,45). Infatti ha prestato ascolto alla menzogna di satana, che l’ha chiuso in sé e agli altri, tagliandolo fuori dalla sorgente d’acqua viva (Ger 2,13). Sordo in greco significa anche “ebete, tonto”. L’uomo che non intende la Parola, rimane inebetito e intontito. Ignorando ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano (1Cor 2,9), gli sfugge il perché profondo e unificante di tutto.
farfugliante. In greco c’è “moghilalo”, che indica uno che parla poco, con difficoltà e male: ha la lingua inceppata e impedita. Infatti chi non ascolta, non è in grado di parlare. Farfuglia e mugola suoni inarticolati: ha la capacità di parlare, ma gli manca la parola udita. Il dialogo col Signore è l’espressione piena della fede (cf 5,30-35), in cui diciamo la parola che ci salva (v. 29). Ascoltare e rispondere a lui è la nostra vita specifica di uomini creati a sua immagine e somiglianza. Infedeli, sordi e muti! Questo è il punto di partenza della fede, il luogo privilegiato dove può essere donata.
e lo pregano. La preghiera altrui è la prima mediazione della fede. Il sordo non ha modo per pregarlo. Davanti a Dio è grande la nostra responsabilità nei confronti di tutti gli uomini che sono ancora sordi.
di imporgli la mano. Indica la comunione salvifica con Gesù, punto d’arrivo della fede. Questa, anche se mediata dall’intercessione altrui, rimane sempre un contatto personale e diretto con lui, che opera con tappe successive. Imporre le mani su un altro, significa trasmettergli le proprie capacità e i propri poteri.
v. 33 portandolo lontano dalla folla. È la prima azione del Signore. Come portò Israele con ali di aquila fuori dall’Egitto, così porta ciascuno fuori dalla terra della propria schiavitù.
L’uomo, sordo per il frastuono e per la folla delle proprie occupazioni, rimane come i suoi idoli che hanno orecchi e non odono, hanno bocca e non parlano (Sal 115,5). L’esodo e il silenzio, condizioni per l’ascolto, sono la prima tappa del cammino di fede. L’uscita più difficile è quella dal proprio io; il silenzio più duro quello delle proprie preoccupazioni.
in disparte, gli mise le proprie dita nei suoi orecchi. A Israele nel deserto diede la sua parola. Ora, in privato, apre l’orecchio perché possa ascoltarla.
Quest’operazione delicata è compiuta non con il braccio o la mano, ma con le dita, come l’artista che cesella 1’opera plasmata con le mani.
Nel silenzio e nel deserto il Signore ci lavora con la sua parola, modellando lentamente il nostro vero volto a immagine del Figlio. L’ascolto è la seconda tappa del cammino di fede – ascolto diuturno e paziente, che ci trasforma in sua icona vivente. Come possono tanti credenti in Cristo dichiararsi cristiani se non si dedicano ad ascoltarlo? Chi professa la fede cristiana, è di professione un ascoltatore di Gesù. È consolante quando nelle chiese, invece di tante parole di uomini – spesso stupide – si sente circolare con semplicità e freschezza la parola di Dio.
con la saliva gli toccò la lingua. La saliva, quasi concrezione del soffio, è simbolo dello Spirito. La lettera da sola non basta: uccide (2Cor 3,6), dichiarando il nostro male. Ma la parola del Signore, fattasi pane, ha in sé lo Spirito che dà vita.
Tra l’ascoltare e il fare c’è di mezzo il dono dello Spirito, che dà la forza di fare ciò che si è capito. È la terza tappa del cammino di fede, legata all’ascolto in preghiera.
v. 34 levati gli occhi al cielo. Come nel fatto dei pani (6,41), Gesù alza gli occhi. Il dono dello Spirito infatti viene dal pane, dal suo amore che dà vita per farsi nostra vita.
gemette. Questo dono è doloroso e angustiante per il Signore. Tutta la creazione gli è costata solo una parola – più un semplice soffio per l’uomo. Ma darci un cuore nuovo gli costa la vita. Questo gemito prelude l’alto grido dalla croce (15,34.37).
Effathà, cioè: Apriti. C’è una resistenza da vincere, peggiore del nulla: è la porta invalicabile del nostro cuore di pietra, chiuso nella paura e nella diffidenza.
Se grande è la nostra resistenza, ancora più grande è la sua potenza. “Quando sarò elevato, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Nell’azione di Gesù, come nei sacramenti che la prolungano, al gesto si accompagna la parola efficace. Essa apre il nostro cuore, perché lasci entrare la luce del Signore. Anche se non lo conosce, addirittura lo teme quando lo intravede (vedi gli esorcismi!), in fondo non attende altro, perché fatto per lui.
v. 35 E subito si aprirono i suoi orecchi. Il suo gemito – la parola della croce – è capace di vincere ogni chiusura e guarirci dalla sordità.
si sciolse il nodo della sua lingua. Uno è muto perché sordo. Se ascolta, può finalmente parlare. Il nostro dialogo è frutto di ascolto.
e parlava correttamente. Il sordo farfugliante diventa uno che sente e risponde, capace di relazione. Questa è la fede, che mette in comunione con lui da persona a persona, da amico ad amico. Il suo parlare “corretto” allude alla possibilità di un parlare scorretto. Sarà quello di Pietro, vero ma ancora inadeguato (8,29-33). Anche il cieco, per giungere a una vista perfetta, totale, penetrante e “telescopica” (8,25), avrà bisogno di un secondo intervento.

v. 36 E comandò loro di non dirlo a nessuno; ma ecc. Il segreto di Gesù comincia ormai a sciogliersi. I sordi e i ciechi guariti lo proclamano.
Rimane oscuro solo per quanti, non comprendendo ancora di essere sordi e ciechi, non si lasciano guarire.
Chi esperimenta la salvezza di Dio, non può non raccontare. Trasgredisce il divieto, che vale per me, finché non l’avrò sperimentata anch’io.
v. 37 erano oltremodo sconvolti. È lo stupore di chi conosce “Io Sono” ormai presente in mezzo a loro. E lo loda, cantandogli la bellezza delle sue opere.
Ha fatto bella ogni cosa. Gesù è il Signore, il Dio creatore, che ha fatto bella ogni cosa (Gn 1,3.12.18.21.25.31). Quando l’uomo ascolta il suo Signore e gli risponde, tutta la creazione torna bella. Nasce il mondo nuovo, come Dio l’aveva pensato dal principio.
i sordi fa udire e i muti parlare. Richiama Is 35,5: Gesù è il Cristo, il Salvatore, la nostra speranza, che ci fa uomini nuovi, capaci finalmente di ascoltare e rispondere.

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