Archive pour août, 2018

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Publié dans:immagini sacre |on 24 août, 2018 |Pas de commentaires »

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?”

https://combonianum.org/2018/08/23/commento-al-vangelo-della-domenica-xxi-tempo-ordinario-b/

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – “VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?”

Giovanni 6, 60-69

Commento di Enzo Bianchi

60 Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». 61 Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62 E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? .. .
66 Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
67 Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». 68 Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; 69 noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Siamo giunti alla fine del capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni e in questi ultimi versetti ci viene posto davanti tutto l’urto, lo scandalo che le parole di Gesù hanno causato non solo nelle folle dei giudei ma anche tra i suoi discepoli.
Questa crisi nelle relazioni tra Gesù e la sua comunità è testimoniata da tutti e quattro i vangeli al momento di una parola decisiva di Pietro che confessava, anche se non pienamente, l’identità di Gesù come Messia (cf. Mc 8,29 e par.) e come inviato dal Padre quale Figlio. Perché questa crisi? Perché le parole di Gesù a volte erano dure e urtavano anche gli orecchi di discepoli che lo seguivano con devozione ma non riuscivano ad accettare, ritenendola una pretesa, che Gesù fosse “disceso dal cielo” e che nella carne di un corpo umano fragile e mortale raccontasse il Dio vivente. Nel suo discorso Gesù aveva detto più volte: “Io sono il pane vivente disceso dal cielo” (Gv 6,51; cf. 6,33.38.41-42.58), ma proprio quelli che lo avevano acclamato come “il grande profeta che viene nel mondo” (cf. Gv 6,14) e che avevano voluto farlo re (cf. Gv 6,15), di fronte a queste parole si sentono scandalizzati nella loro fede. Profeta sì, ma disceso dal cielo e corpo consegnato (verbo paradídomi) fino alla morte violenta, corpo da mangiare e sangue da bere (cf. Gv 6,51-56), questo proprio no: sono parole che suonano come una pretesa insopportabile, impossibili da ascoltare!
Gesù, che conosce queste mormorazioni dei discepoli contro di sé, a questo punto non ha paura di dire tutta la verità, a costo di causare una divisione tra i suoi e un abbandono della sua sequela. Potremmo dire che “attacca” i mormoratori: “Questo vi scandalizza? E quando vedrete il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?”. Cioè, “quando sarete messi di fronte alla realtà del Figlio dell’uomo che, attraverso l’innalzamento sulla croce, sale a Dio dal quale è venuto (cf. Gv 3,14; 8,28; 12,32); quando sarà manifestata la mia piena identità di colui che è disceso da Dio e che a Dio è risalito nella sua umanità assunta come condizione carnale, mortale, ‘simile alla carne del peccato’ (Rm 8,3), allora lo scandalo sarà più grande!”. Gesù fa questo attacco soffrendo tutto il peso dell’incredulità, della non comprensione da parte di quelli che da anni erano coinvolti con lui e assidui alla sua parola. Com’è possibile questo loro comportamento?
Ecco perché egli non può fare altro che constatare che in realtà nessuno può venire a lui se il Padre non lo attira, non glielo concede. Occorre questo dono che non è dato arbitrariamente da Dio ma va cercato, va accolto come dono che non richiede alcun merito da parte di chi lo riceve. Ma anche questo scandalizza le persone religiose, che pretendono sempre che Dio faccia doni non solo secondo i loro desideri ma anche secondo quanto hanno meritato e conseguito. Ciò che di Gesù è scandaloso è il suo consegnarsi in una carne fragile e in un corpo mortale a carni fragili e corpi mortali, cioè gli umani. Com’è possibile che Dio si consegni in un uomo, “il figlio di Giuseppe” (Gv 6,42), creatura che può essere consegnata, tradita, data in mano ai peccatori, come farà proprio uno dei Dodici, Giuda, un servo del diavolo (cf. Gv 6.70)? Qui la fede inciampa nel dover accogliere l’immagine di un “Dio al contrario”, di un “inviato divino, un Messia al contrario”, che è fragile, povero, debole e del quale gli uomini possono fare ciò che vogliono… È lo scandalo dell’umanizzazione di Dio, patito lungo i scoli da molti cristiani, da molte chiese, dall’Islam stesso, e ancora oggi dagli uomini religiosi che accusano di non credere in Dio chi accoglie dal Vangelo il messaggio scandaloso di un Dio fattosi realmente, veramente uomo, carne mortale, in Gesù di Nazaret. La fede cristiana facilmente diventa docetismo, perché preferisce, come tutte le religioni, un Dio sempre e solo onnipotente, un Dio che non può diventare umano.
Per questo Gesù incalza: “Volete andarvene anche voi?”, rivolgendosi a quelli che sono rimasti, in realtà pochi. Gesù non teme, anche se soffre, di restare solo, perché ha fede nella parola che il Padre gli ha rivolto, nella promessa di Dio che non verrà meno. Possono venire meno gli altri, ma Dio resta fedele! A volte mi chiedo perché nella chiesa non si abbia il coraggio di far risuonare ancora oggi queste parole di Gesù, perché si insegni sempre il successo, si guardi al numero dei credenti, si compiano sforzi mirando alla grandezza della comunità cristiana e non alla qualità della fede. Siamo tutti genti di poca fede! La crisi invece, che è sempre fallimento, la allontaniamo il più possibile, la dissimuliamo, la tacciamo, affinché non appaia che a volte perdiamo, cadiamo, falliamo anche nelle nostre imprese ecclesiali e comunitarie più conformi alla volontà del Signore. D’altronde, Gesù userà l’immagine della potatura della vite, per dire che vi sono tralci che vanno potati (cf. Gv 15,2): determinante, però, è che la potatura la compia il Padre, non noi e neppure chi nella comunità cristiana presiede o la lavora come un operaio. Di per sé il Vangelo ha la forza di attrarre e di lasciar cadere: basta che sia annunciato nella sua verità e con franchezza, senza essere edulcorato. Sì, il Vangelo è la Parola di vita eterna, come Pietro risponde a Gesù, confessando che la fede della chiesa è fede nel “Santo di Dio”, cioè fede che in Gesù c’è la Shekinah, la Presenza di Dio. dov’è Dio i questo mondo? Non nel Santo del tempio di Gerusalemme, ma nell’umanità fatta carne e sangue di Gesù, il Figlio.
Così termina il discorso di Gesù sul pane della vita. Alla fine probabilmente sono più le cose che non capiamo, le realtà che non riusciamo a percepire, rispetto a ciò che abbiamo compreso. Anche noi siamo forse urtati da queste parole, magari non intellettualmente, ma nell’accoglierle fino a viverle. Se però, come i Dodici, non ce andiamo, ma restiamo con le nostre insufficienze presso Gesù e tentiamo di essergli discepoli, ciò è sufficiente per accogliere il dono gratuito e non rifiutarlo o misconoscerlo: Gesù uomo come noi, nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della vita di Dio” (Col 2,9), Dio stesso.

Dogma dell’Immacolata Concezione

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Publié dans:immagini sacre |on 23 août, 2018 |Pas de commentaires »

«FEDE E ARTE: LA BELLEZZA STA NEL MISTERO» GIANFRANCO RAVASI

https://www.toscanaoggi.it/Edizioni-locali/Arezzo/Fede-e-arte-la-bellezza-sta-nel-mistero

«FEDE E ARTE: LA BELLEZZA STA NEL MISTERO» GIANFRANCO RAVASI

Uno stralcio della Lectio Magistralis tenuta da Ravasi nel duomo di Arezzo. «Di fronte ad un’opera occorre un legame di stupore e contemplazione, proprio come accade a chi crede».

10/06/2011 di Archivio Notizie

Il tema che mi è stato assegnato è evidentemente dagli orizzonti pressoché sterminati e io lo vorrei affrontare in maniera molto semplice, quasi familiare, con voi che siete familiari peraltro dell’arte e vivete in continua simbiosi con la bellezza. Il titolo era «L’invisibile nel visibile», cioè «Arte e Fede». Questo titolo, in verità, rimanda spontaneamente a un’espressione che è assegnata a due grandi pittori del secolo scorso: da una parte Paul Klee e dall’altra Joan Mirò, i quali, in forme diverse ma nella stessa sostanza, hanno dichiarato che l’arte non rappresenta il visibile, ma l’invisibile che è nel visibile. Già con questa definizione si entra all’interno del tema che poi è nel sottotitolo, «Arte e Fede». Un tema che è presente anche nel titolo scelto da sua eccellenza monsignor Fontana per la mostra vasariana: «Santo è bello». La santità e la bellezza che s’incrociano non come realtà estrinseche ma quasi come fossero tra di loro sorelle. Noi sappiamo che si usa un unico termine, per indicare due realtà che sono simili, ma anche profondamente diverse tra di loro. Ad esempio, si parla di «ispirazione» delle scritture della parola di Dio. La parola delle scritture è ispirata, ma questo stesso termine non viene forse usato anche per parlare dell’ispirazione artistica? Si riconosce quindi che entrambe: la fede, l’arte, la testimonianza della parola divina e della parola umana hanno al loro interno un seme di eterno, un germe d’infinito, una dimensione che li precede e li eccede, li supera. L’artista in un certo senso, come il profeta, ha dentro di sé una voce che viene dall’oltre, dall’alto; l’invisibile che è nel visibile. È curioso evidenziare come, per esempio, nelle scritture nel capitolo XXV dell’Esodo si parli di Besalèl «l’artigiano, l’artista» che costruì l’arca e il tempio mobile del deserto quando gli ebrei, in marcia, lasciavano il dramma della schiavitù d’Egitto. E pensate quando nel primo libro delle Cronache al capitolo XXV, si parla dei musicisti, dei cantori del tempio, si dice che essi furono ispirati da Dio. Sapete quale termine ebraico si usa? «Navì», lo stesso termine che viene usato per i profeti e i musicisti che sono attraversati dallo stesso spirito di Dio. Ecco perché parlare di arte e di fede non è parlare di due realtà estranee tra loro. Purtroppo come ben sappiamo si è consumato un divorzio. Arte e fede oggi non camminano più insieme, ed è per questo che dobbiamo batterci per ritrovare ancora, come accade in tutti gli angoli della vostra città, questa armonia che è benefica e preziosa per l’arte, perché non abbia a perdersi nel vago e nel banale, ma ritrovi ancora le grandi narrazioni e i grandi simboli. Proprio come recita il salmo 47 della Bibbia: «In modo bello cantate Dio con arte». La mia riflessione vuol partire da un simbolo. Un simbolo che desumo da una frase dell’allora cardinale Ratzinger, in un suo articolo sulla fede e l’arte, in cui scriveva: «La bellezza ferisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo ». Dunque la bellezza, l’arte come ferita, e noi vedremo che anche la fede è ferita
Allora cominciamo prima di tutto con questo tema: la ferita che fa sanguinare e tormenta. Qual è la grande malattia del nostro tempo? Non è la cattiveria estrema. Devo confessare che quando sono nato io il mondo era in una situazione ben peggiore di oggi. Sull’Europa si estendeva una colata di sangue: la seconda guerra mondiale. Due criminali, due pazzi dominavano: Hitler e Stalin. La violenza sicuramente celebrava le sue epifanie più grandiose, con milioni di morti. Che cosa c’è oggi di più grave? Non quindi questa cattiveria, ma piuttosto l’indifferenza la superficialità, la banalità. C’è uno scrittore francese cattolico, che in un suo romanzo, «L’Imposteur», «L’Impostura», racconta la storia di un prete che perde la fede e diventa ateo. Ebbene, egli diceva: «C’è una differenza fondamentale tra il vuoto e l’assenza. Il vuoto è il nulla, l’inconsistenza, l’assenza, non è un nulla». Quando vado a casa dalle mie sorelle abbiamo le due sedie di mio papà e di mia madre. Sono apparentemente vuote, ma in realtà non lo sono, è solo un’assenza colmata dal ricordo. Ecco il nostro tempo ha perso l’assenza di Dio e la nostalgia dei grandi valori. Qualcuno di voi conoscerà un grande pittore che era Georges Braque, amico di Picasso, cubista morto nel 1963. Ebbene Braque diceva questa frase, non è del tutto vera però ha un suo significato: «L’arte è fatta per turbare la scienza. Oggi siamo figli della tecnica. La tecnica ti deve risolvere, ti risolve tutti i problemi, non ti fa mai porre le grandi domande». Noi, invece, abbiamo bisogno di ritornare ancora alla grandezza; a porci delle domande. Possiamo farlo proprio con l’arte. E per arte intendo non soltanto le arti figurative, ma le sue mille manifestazioni che vanno dalla letteratura, alla musica, al cinema. Abbiamo bisogno di ritrovare questa inquietudine. Lo dicevo durante un’intervista ad una delle vostre televisioni, citando la frase di uno scrittore americano profondamente anticristiano, Harry Miller, che a un certo momento della sua vita scrive un libro intitolato «La saggezza del cuore». «L’arte – scrive Miller – come la fede, non serve a nulla; tranne che a darti il senso della vita ». Se andiamo a cercare il cibo non abbiamo bisogno dell’arte. Così come della poesia. A che cosa serve la poesia? Perché abbiamo bisogno di questa inquietudine in un tempo così superficiale e immorale? Quando siete davanti ad un’opera d’arte essa non si spiega in verità, devi riuscire a stabilire un legame di stupore e di contemplazione; come accadde per la fede. C’era un poeta, Ezra Pound, che diceva: «Ma si spiega forse il fascino di un vento d’aprile? Si spiega forse la bellezza luminosa di un pensiero di Platone? Si spiega forse la bellezza improvvisa che ti appare di un volto femminile. Non hanno spiegazioni tu li scopri all’improvviso. Sono un epifania».
Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 23 août, 2018 |Pas de commentaires »

Santa Maria Segreta, Milano

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Publié dans:immagini sacre |on 22 août, 2018 |Pas de commentaires »

SALMO 26, 1-6 – FIDUCIA IN DIO – GIOVANNI PAOLO II

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/04-05/10-Salmo_26.html

SALMO 26, 1-6 – FIDUCIA IN DIO – GIOVANNI PAOLO II

Il Salmo 26 viene distribuito dalla Liturgia in due diversi brani. La prima parte di questo dittico poetico e spirituale (cf vv. 1-6) viene pregata ai Vespri del mercoledì della 1a settimana e ha come sfondo il tempio di Sion, sede del culto di Israele. Infatti il Salmista parla esplicitamente di «casa del Signore», di «santuario» (v. 4), di «rifugio, dimora, casa» (cf vv. 5-6). Anzi, nell’originale ebraico questi termini indicano più precisamente il «tabernacolo» e la «tenda», ossia il cuore stesso del tempio, dove il Signore si svela con la sua presenza e la sua parola. Si evoca anche la «rupe» di Sion (cf v. 5), luogo di sicurezza e di rifugio, e si allude alla celebrazione dei sacrifici di ringraziamento (cf v. 6).
Se, dunque, la liturgia è l’atmosfera spirituale in cui è immerso il Salmo, il filo conduttore della preghiera è la fiducia in Dio, sia nel giorno della gioia, sia nel tempo della paura.

Una lotta simbolica
La prima parte del Salmo, che ora meditiamo, è segnata da una grande serenità, fondata sulla fiducia in Dio nel giorno tenebroso dell’assalto dei malvagi. Le immagini usate per descrivere questi avversari, che sono il segno del male che inquina la storia, sono di due tipi. Da un lato, sembra che ci sia un’immagine di caccia feroce: i malvagi sono come belve che avanzano per ghermire la loro preda e straziarne la carne, ma inciampano e cadono (cf v. 2). Dall’altro lato, c’è il simbolo militare di un assalto compiuto da un’intera armata: è una battaglia che divampa impetuosa seminando terrore e morte (cf v. 3).
La vita del credente è spesso sottoposta a tensioni e contestazioni, talora anche a un rifiuto e persino alla persecuzione. Il comportamento dell’uomo giusto infastidisce, perché risuona come un monito nei confronti dei prepotenti e dei perversi. Lo riconoscono senza mezzi termini gli empi descritti dal Libro della Sapienza: il giusto «è diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,14-15).

Il Dio della vita
Il fedele è consapevole che la coerenza crea isolamento e provoca persino disprezzo e ostilità in una società che sceglie spesso come vessillo il vantaggio personale, il successo esteriore, la ricchezza, il godimento sfrenato. Tuttavia egli non è solo e il suo cuore conserva una sorprendente pace interiore, perché – come dice la splendida «antifona» d’apertura del Salmo – «il Signore è luce e salvezza, è difesa della vita» del giusto (Sal 26,1). Egli ripete continuamente: «Di chi avrò paura?… Di chi avrò timore?… Il mio cuore non teme… Anche allora ho fiducia» (vv. 1.3).
Sembra quasi di ascoltare la voce di San Paolo che proclama: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Ma la quiete interiore, la fortezza d’animo e la pace sono un dono che si ottiene rifugiandosi nel tempio, ossia ricorrendo alla preghiera personale e comunitaria.

Sorgente della pace
L’orante, infatti, si affida alle braccia di Dio e il suo sogno è espresso anche da un altro Salmo (cf 22,6): «Abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita». Là egli potrà «gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4), contemplare e ammirare il mistero divino, partecipare alla liturgia sacrificale ed elevare le sue lodi al Dio liberatore (cf v. 6). Il Signore crea attorno al suo fedele un orizzonte di pace, che lascia al di fuori lo strepito del male. La comunione con Dio è sorgente di serenità, di gioia, di tranquillità; è come entrare in un’oasi di luce e di amore.
Il nostro rifugio
Ascoltiamo ora, a sigillo della nostra riflessione, le parole del monaco Isaia, di origini sire, vissuto nel deserto egiziano e morto a Gaza verso il 491. Nel suo Asceticon egli applica il nostro Salmo alla preghiera nella tentazione: «Se vediamo i nemici circondarci con la loro furbizia, cioè con l’accidia, sia che indeboliscano la nostra anima nel piacere, sia perché non conteniamo la nostra collera contro il prossimo quando agisce contro il suo dovere, oppure se aggravano i nostri occhi per portarli alla concupiscenza, o se vogliono condurci a gustare i piaceri della gola, se rendono per noi come un veleno la parola del prossimo, se ci fanno svalutare la parola altrui, se ci inducono a far differenze tra i fratelli dicendo: “Questi è buono, quest’altro è cattivo”: se dunque tutte queste cose ci circondano, non perdiamoci di coraggio, ma gridiamo piuttosto come Davide con cuore fermo dicendo: “Signore, protettore della mia vita!” (Sal 26,1)» (Recueil ascétique, Bellefontaine 1976, p. 211).

Giovanni Paolo II / L’Osservatore Romano, 22-03-2004

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Publié dans:immagini |on 20 août, 2018 |Pas de commentaires »

IL RINNEGAMENTO DI SAN PIETRO – CHARLES BAUDELAIRE, 1852, DA I FIORI DEL MALE

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IL RINNEGAMENTO DI SAN PIETRO – CHARLES BAUDELAIRE, 1852, DA I FIORI DEL MALE

Che se ne fa Dio di quel fiotto d’anatemi
che sale ogni giorno verso i suoi diletti Serafini?
Come un tiranno satollo di carne e di vini,
s’addormenta al dolce brusio delle nostre orrende bestemmie.

I singhiozzi dei martiri e dei supplizziati
sono certamente una sinfonia inebriante,
se, malgrado il sangue che costa la loro voluttà,
i cieli non ne sono ancora sazi.

- Ah! Gesù, ricordati dell’Orto degli Ulivi!
Nella tua ingenuità pregavi in ginocchio
colui che nel suo cielo rideva al rumore dei chiodi
che ignobili carnefici piantavano nella tue carni vive.

E quando vedesti sputare sulla tua divinità
la feccia del corpo di guardia e delle cucine,
e sentisti penetrare le spine
nel tuo cranio in cui viveva l’immensa Umanità;

quando il tremendo peso del tuo corpo stremato
stirava le tue braccia distese, e il tuo sangue
e il tuo sudore colavano dalla tua fronte impallidita,
e fosti posto davanti a tutti come un bersaglio,

ripensavi a quei giorni così radiosi e belli
in cui venisti per compiere l’eterna promessa,
in cui percorrevi, in groppa ad un asinello paziente,
strade cosparse di fiori e di ramoscelli,

in cui, col cuore gonfio di speranza e di coraggio,
fustigavi con forza quei vili mercanti,
quando, infine, fosti maestro? Il rimorso
non penetrò nel tuo fianco più in fondo della lancia?

- Quanto a me, uscirò certo volentieri
da un mondo in cui l’azione non è sorella del sogno;
possa io usare la spada e di spada perire!
San Pietro ha rinnegato Gesù… Ha fatto bene!

Publié dans:poesie |on 20 août, 2018 |Pas de commentaires »

L’ultima cena

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Publié dans:immagini sacre |on 17 août, 2018 |Pas de commentaires »

VENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Pr 9,1-6; Sal 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

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VENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Pr 9,1-6; Sal 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

Nel testo del Libro dei Proverbi, che oggi costituisce la Prima lettura, c’è un invito che apre questa liturgia della Parola per darci accesso ad una maggiore comprensione del mistero del Pane di vita che è al centro del grande discorso del capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni che in queste domeniche sta scorrendo; è la Sapienza che parla ed invita chi è inesperto a mangiare al suo banchetto, a mangiare del suo pane e bere del suo vino. Poi aggiunge: Abbandonate le puerilità e vivrete.
Abbandonare le puerilità, le fanciullaggini, nel senso deteriore del termine, è diventare adulti, maturi nella fede. Il Pane della vita è per la nostra pienezza! Per la nostra maturità di uomini e di credenti! Comprendiamo allora una cosa: Mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue è atto di responsabilità e di assunzione piena di una via che quella di Gesù Cristo!
Mangiare la sua carne e bere il suo sangue crea un’unità straordinaria tra Gesù ed il credente: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui.
Dimora! Il dimorare è del credente maturo! Per il Quarto Evangelo è chiaro che ogni sequela di Cristo è chiamata ad uscire dalle “fanciullaggini”, dagli entusiasmi passeggeri, dalle logiche di “stagioni della vita”, per entrare in una stabilità, in un dimorare da cui non ci può essere più ritorno, in un rimanere che è proprio del credente adulto. Un dimorare in cui si sancisce un’alleanza tra me che dimoro in Cristo e Cristo stesso che dimora in me! Il dimorare non “gioca” con i sì di Dio; se Lui dice il suo sì e rimane in me, io non posso diventare banderuola esposta ai venti del sentimentalismo, del passeggero, dell’instabile!
Uscire dalla puerilità è assumere la responsabilità di quel pane “costoso” che è la carne del Figlio dell’uomo. “Costoso” perché se c’è una carne ed un sangue questo sangue è stato versato, quella carne immolata!
L’Eucaristia è sacramento dolcissimo di amore e di unità, ma è tale perché ci ripresenta l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) che vuole fare dei dispersi unità in Dio per il mondo (Cfr Gv 11, 52), amore fino all’estremo che è quello del chicco di grano che cade in terra per morire (cfr Gv 12, 24).
Sedersi alla mensa della Sapienza, e Gesù è la Sapienza di Dio (cfr 1Cor 1,24), è sedere alla mensa in cui, condividendo il banchetto del suo Corpo e del suo Sangue, si fa comunione con il suo sacrificio d’amore per il mondo e si dichiara di essere pronti a dare il proprio corpo ed il proprio sangue come Lui e con la sua forza.
Questa è maturità cristiana, assunzione di responsabilità, uscita da ogni atteggiamento religioso rassicurante e deresposabilizzante. L’ Eucaristia, infatti, consegnando alla Chiesa il Corpo ed il Sangue di Cristo, consegna ai cristiani la possibilità di trasformare il mondo con le sue stesse “armi”, quelle paradossali di un amore controcorrente, di una pacifica opposizione alle vie del mondo, una pacifica opposizione che crea persecuzione ed incomprensione ma che è pure quella che annunzia la novità dell’Evangelo di Gesù che non è mai innocua!
Chi si dice cristiano ed è puerilmente allineato con il mondo per paura del mondo, mostra la sua immaturità e la sua stolta “fanciullaggine”… così diversa da quell’essere come bambini che Gesù chiede ai suoi (cfr Mt 18, 3). Quello che chiede Gesù è quell’essere colmi di una fiducia piena e grande, quella che fa diventare “folli” sfidando anche il mondo perché si è completamente abbandonati nelle mani di Dio di cui mi fido e di cui riconosco la gratuità per cui non accampo “meriti”, la “fanciullaggine” da cui bisogna guardarsi è quella puerilità che è immaturità umana e di fede per cui, come bambini capricciosi ed egocentrici, ci si cura di sé nel disinteresse per tutto quello che è fuori di sé; questa “fanciullaggine” è atteggiamento di continua delega ad altri delle proprie responsabilità.
L’atto di mangiare la carne del Figlio dell’uomo è espresso da Giovanni con un verbo brutale, molto materiale: “trógo”, cioè “masticare”. Giovanni così ci rimanda alla corposità storica di quella presenza, di quel dono che deve e vuole invadere la nostra corposità concreta. Il masticare è distruggere per trasformare ed assimilare. Cristo così ci racconta Dio, un Dio pronto a farsi assimilare ad ogni costo dagli uomini … l’atto di masticare ci conduce irresistibilmente a quel chicco di grano macerato nella terra, a quel corpo sceso nel sepolcro esposto alla decomposizione della morte … il masticare ci richiama poi alla nostra concretissima umanità che da quell’assunzione inizia a vivere “per mezzo” (“diá”) di Gesù, come Gesù vive “per mezzo” (“diá”) del Padre. L’offerta di quella carne e di quel sangue mirano a farci essere credenti responsabili nel mondo, nella storia, senza fughe in spiritualismi disincarnati!
L’Eucaristia è critica radicale ad ogni cristianesimo disincarnato, ad ogni distanza “spiritualizzante” da Cristo presente ancora nella storia con il suo Pane!
Certo, come scrive recentemente Luciano Manicardi in un suo libro (“Per una fede matura” ed. Elledici), l’ impalpabile ostia che usiamo per l’Eucaristia, invece del concreto, usuale e manducabile pane, non aiuta la Comunità credente a cogliere tutta la forza di quel segno, di quella manducazione, di quella assimilazione “costosa” con cui Cristo ci unisce a Lui.
Chi assume la corposità della storia nell’incontro compromettente con Cristo Gesù e la sua carne ed il suo sangue diventa, come scrive l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso nella Seconda lettura di oggi, capace di approfittare del tempo presente, di cogliere il tempo propizio (il “kairós”) in cui Dio passa nella storia e fa le domande dinanzi alle quali non è concessa alcuna evasione o “ubriacatura” che rende inconsiderati, incapaci di responsabilità autenticamente umana nella compagni degli uomini.
Il dono di Cristo è capace di innervare la nostra umanità della vita di Dio e ci slancia nella storia come portatori di vita nuova, di “vita eterna” cioè, come già dicevamo la scorsa domenica, portatori della vita di Dio nello scorrere della vita degli uomini!
E’ la grande richiesta che ci fa la carne ed il sangue del Figlio dell’uomo!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

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