Archive pour mars, 2018

Ultima Cena, foto moderna

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Publié dans:immagini sacre |on 7 mars, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – 12. LITURGIA EUCARISTICA: II. PREGHIERA EUCARISTICA

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PAPA FRANCESCO – 12. LITURGIA EUCARISTICA: II. PREGHIERA EUCARISTICA

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 7 marzo 2018

La Santa Messa -

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo le catechesi sulla Santa Messa e con questa catechesi ci soffermiamo sulla Preghiera eucaristica. Concluso il rito della presentazione del pane e del vino, ha inizio la Preghiera eucaristica, che qualifica la celebrazione della Messa e ne costituisce il momento centrale, ordinato alla santa Comunione. Corrisponde a quanto Gesù stesso fece, a tavola con gli Apostoli nell’Ultima Cena, allorché «rese grazie» sul pane e poi sul calice del vino (cfr Mt 26,27; Mc 14,23; Lc, 22,17.19; 1 Cor 11,24): il suo ringraziamento rivive in ogni nostra Eucaristia, associandoci al suo sacrificio di salvezza.
E in questa solenne Preghiera – la Preghiera eucaristica è solenne – la Chiesa esprime ciò che essa compie quando celebra l’Eucaristia e il motivo per cui la celebra, ossia fare comunione con Cristo realmente presente nel pane e nel vino consacrati. Dopo aver invitato il popolo a innalzare i cuori al Signore e a rendergli grazie, il sacerdote pronuncia la Preghiera ad alta voce, a nome di tutti i presenti, rivolgendosi al Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo. «Il significato di questa Preghiera è che tutta l’assemblea dei fedeli si unisca con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell’offrire il sacrificio» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 78). E per unirsi deve capire. Per questo, la Chiesa ha voluto celebrare la Messa nella lingua che la gente capisce, affinché ciascuno possa unirsi a questa lode e a questa grande preghiera con il sacerdote. In verità, «il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1367).
Nel Messale vi sono varie formule di Preghiera eucaristica, tutte costituite da elementi caratteristici, che vorrei ora ricordare (cfr OGMR, 79; CCC, 1352-1354). Sono bellissime tutte. Anzitutto vi è il Prefazio, che è un’azione di grazie per i doni di Dio, in particolare per l’invio del suo Figlio come Salvatore. Il Prefazio si conclude con l’acclamazione del «Santo», normalmente cantata. È bello cantare il “Santo”: “Santo, Santo, Santo il Signore”. È bello cantarlo. Tutta l’assemblea unisce la propria voce a quella degli Angeli e dei Santi per lodare e glorificare Dio.
Vi è poi l’invocazione dello Spirito affinché con la sua potenza consacri il pane e il vino. Invochiamo lo Spirito perché venga e nel pane e nel vino ci sia Gesù. L’azione dello Spirito Santo e l’efficacia delle stesse parole di Cristo proferite dal sacerdote, rendono realmente presente, sotto le specie del pane e del vino, il suo Corpo e il suo Sangue, il suo sacrificio offerto sulla croce una volta per tutte (cfr CCC, 1375). Gesù in questo è stato chiarissimo. Abbiamo sentito come San Paolo all’inizio racconta le parole di Gesù: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. “Questo è il mio sangue, questo è il mio corpo”. È Gesù stesso che ha detto questo. Noi non dobbiamo fare pensieri strani: “Ma, come mai una cosa che …”. È il corpo di Gesù; è finita lì! La fede: ci viene in aiuto la fede; con un atto di fede crediamo che è il corpo e il sangue di Gesù. E’ il «mistero della fede», come noi diciamo dopo la consacrazione. Il sacerdote dice: “Mistero della fede” e noi rispondiamo con un’acclamazione. Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del Signore, nell’attesa del suo ritorno glorioso, la Chiesa offre al Padre il sacrificio che riconcilia cielo e terra: offre il sacrificio pasquale di Cristo offrendosi con Lui e chiedendo, in virtù dello Spirito Santo, di diventare «in Cristo un solo corpo e un solo spirito» (Pregh. euc. III; cfr Sacrosanctum Concilium, 48; OGMR, 79f). La Chiesa vuole unirci a Cristo e diventare con il Signore un solo corpo e un solo spirito. E’ questa la grazia e il frutto della Comunione sacramentale: ci nutriamo del Corpo di Cristo per diventare, noi che ne mangiamo, il suo Corpo vivente oggi nel mondo.
Mistero di comunione è questo, la Chiesa si unisce all’offerta di Cristo e alla sua intercessione e in questa luce, «nelle catacombe la Chiesa è spesso raffigurata come una donna in preghiera con le braccia spalancate, in atteggiamento di orante come Cristo ha steso le braccia sulla croce, così per mezzo di Lui, con Lui e in Lui, essa si offre e intercede per tutti gli uomini» (CCC, 1368). La Chiesa che ora, che prega. È bello pensare che la Chiesa ora, prega. C’è un passo nel Libro degli Atti degli Apostoli; quando Pietro era in carcere, la comunità cristiana dice: “Orava incessantemente per Lui”. La Chiesa che ora, la Chiesa orante. E quando noi andiamo a Messa è per fare questo: fare Chiesa orante.
La Preghiera eucaristica chiede a Dio di raccogliere tutti i suoi figli nella perfezione dell’amore, in unione con il Papa e il Vescovo, menzionati per nome, segno che celebriamo in comunione con la Chiesa universale e con la Chiesa particolare. La supplica, come l’offerta, è presentata a Dio per tutti i membri della Chiesa, vivi e defunti, in attesa della beata speranza di condividere l’eredità eterna del cielo, con la Vergine Maria (cfr CCC, 1369-1371). Nessuno e niente è dimenticato nella Preghiera eucaristica, ma ogni cosa è ricondotta a Dio, come ricorda la dossologia che la conclude. Nessuno è dimenticato. E se io ho qualche persona, parenti, amici, che sono nel bisogno o sono passati da questo mondo all’altro, posso nominarli in quel momento, interiormente e in silenzio o fare scrivere che il nome sia detto. “Padre, quanto devo pagare perché il mio nome venga detto lì?”- “Niente”. Capito questo? Niente! La Messa non si paga. La Messa è il sacrificio di Cristo, che è gratuito. La redenzione è gratuita. Se tu vuoi fare un’offerta falla, ma non si paga. Questo è importante capirlo.
Questa formula codificata di preghiera, forse possiamo sentirla un po’ lontana – è vero, è una formula antica – ma, se ne comprendiamo bene il significato, allora sicuramente parteciperemo meglio. Essa infatti esprime tutto ciò che compiamo nella celebrazione eucaristica; e inoltre ci insegna a coltivare tre atteggiamenti che non dovrebbero mai mancare nei discepoli di Gesù. I tre atteggiamenti: primo, imparare a “rendere grazie, sempre e in ogni luogo”, e non solo in certe occasioni, quando tutto va bene; secondo, fare della nostra vita un dono d’amore, libero e gratuito; terzo, costruire la concreta comunione, nella Chiesa e con tutti. Dunque, questa Preghiera centrale della Messa ci educa, a poco a poco, a fare di tutta la nostra vita una “eucaristia”, cioè un’azione di grazie.

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arte bizantina, Maria e il bambino Gesù

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Publié dans:immagini sacre |on 5 mars, 2018 |Pas de commentaires »

DAL TRATTATO «L`AMMIRABILE CUORE DI GESÙ» DI SAN GIOVANNI EUDES, SACERDOTE

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DAL TRATTATO «L`AMMIRABILE CUORE DI GESÙ» DI SAN GIOVANNI EUDES, SACERDOTE

(Lib. 1, 5, § 2-3; Opera omnia 6, 107. 113-115)

Fonte della salvezza e della vera vita

Pensa, ti prego, che Nostro Signore Gesù Cristo è il tuo vero capo, e che fai parte delle sue membra. Egli ti appartiene come il capo al corpo. Tutto ciò che è suo, è tuo: il suo Spirito, il suo cuore, il suo corpo, la sua anima, e tutte le sue facoltà. Tu ne devi usare come di cose tue per servire, lodare, amare e glorificare Dio. Tu gli appartieni come le membra al loro capo. Parimenti egli desidera usare, coma cosa che gli appartenga, tutto ciò che è tuo, per indirizzarlo al servizio e alla gloria del Padre suo. Non solamente egli ti appartiene, ma vuole essere in te, vivendo e dominando in te come il capo vive e regna nelle sue membra. Egli vuole che tutto ciò che è in lui viva e domini in te: il suo spirito nel tuo spirito, il suo cuore nel tuo cuore, tutte le facoltà della sua anima nelle facoltà della tua anima, perché anche in te si adempiano queste divine parole: «Glorificate Dio nel vostro corpo» (1 Cor 6, 20) e perché la vita di Gesù si manifesti in te.
E non basta che tu appartenga al Figlio di Dio, ma devi essere in lui, come le membra sono nel loro capo. Tutto ciò che è in te deve essere incorporato in lui e da lui ricevere vita e guida. Non c`è vera vita per te se non in lui solo, che è la fonte esclusiva della vera vita. Fuori di lui per te non c`è che morte e perdizione. Egli deve essere il solo criterio delle tue iniziative, delle tue azioni, delle tue energie e della tua vita. Tu non devi vivere che di lui e per lui, seguendo queste divine parole: «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è tornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14, 7-9).
Dunque tu sei una sola cosa con questo stesso Gesù, come le membra sono una sola cosa con il loro capo. Perciò devi avere con lui uno stesso spirito, una stessa anima, una stessa vita, una stessa volontà, uno stesso sentimento, uno stesso cuore. E lui stesso deve essere il tuo spirito, il tuo cuore, il tuo amore, la tua vita e il tuo tutto.
Ora queste grandi verità traggono origine nel cristiano dal battesimo, vengono accresciute e rafforzate dal sacramento della confermazione e dal buon uso delle altre grazie partecipate da Dio, e ricevono il loro supremo perfezionamento dalla santa Eucaristia.
Per questo Cristo è morto ed è tornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso. (Rm 14, 9. 8. 7)

Publié dans:spiritualità  |on 5 mars, 2018 |Pas de commentaires »

cacciata dei mercanti dal Tempio

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Publié dans:immagini sacre |on 2 mars, 2018 |Pas de commentaires »

04 MARZO 2018 – 3A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

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04 MARZO 2018 – 3A DOMENICA DI QUARESIMA – B | LETTURE – OMELIE

Per cominciare
La Quaresima che stiamo vivendo ci chiama a una verifica in profondità su come viviamo l’alleanza con Dio, alleanza che è stato il momento centrale dei quarant’anni passati nel deserto dagli ebrei in fuga dall’Egitto. Ma siamo invitati anche a riflettere sulla genuinità dei nostri atti di culto. Proprio perché l’esteriorità dei gesti non si sostituisca all’atteggiamento del cuore e questi non rimangano dei puri gesti esteriori.
La Parola di Dio
Esodo 20,1-17. Il popolo d’Israele in marcia verso la terra promessa riceve la legge, che farà di un gruppo di nomadi il popolo di Dio; e di Dio, il Dio d’Israele. Il Decalogo è un codice di vita che tocca da vicino la vita personale e sociale di tutti. « Dieci parole » che rimangono sempre attuali in ogni epoca della storia.
1 Corinzi 1,22-25. Gli ebrei cercano i miracoli, la riuscita, il potere; i Greci si fidano solo della propria sapienza, della logica, della razionalità: noi cristiani teniamo fisso lo sguardo verso un Dio crocifisso, su Gesù, nostra norma di vita.
Giovanni 2,13-25. Un episodio singolare che Giovanni pone all’inizio della vita pubblica di Gesù. Un gesto clamoroso e profetico, per sottolineare che è Gesù il nuovo tempio e il cuore della nuova fede evangelica.

Riflettere…
o La parola di Dio quest’oggi ci presenta nella prima lettura il momento in cui Mosè consegna al popolo d’Israele in viaggio verso la terra promessa la legge, che sarà poi sintetizzata nel Decalogo. Un documento d’intesa che doveva regolare i rapporti di alleanza tra Iahvè e il suo popolo.
o Con questa legge Dio chiede al popolo d’Israele di avere verso lui una fede genuina (monoteistica); di avere rispetto per lui, per il suo nome (non tanto il nostro « non bestemmiare », cosa impensabile nel mondo ebraico); e poi di santificare il giorno del riposo di Dio, per dedicarlo a lui e alla sua gloria.
o La legge regola nella seconda parte il rapporto degli uomini tra di loro: verso il padre e la madre, verso ogni uomo; evitando ogni forma di violenza, la falsa testimonianza, una vita sessuale irregolare e sfrenata, la bramosia del possesso.
o La legge diventerà l’espressione culminante dell’alleanza tra Iahvè e il suo popolo. Sarà per loro motivo di orgoglio, ne diventeranno addirittura fanatici. Finendo quasi per idolatrarla, codificandola in gesti rituali obbliganti, schiavizzanti.
o I profeti interverranno per purificare questa osservanza puramente esteriore: Gioele: « Laceratevi il cuore e non le vesti… » (2,13); Isaia: « È forse questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? (58,5-7); Zaccaria: « Praticate una giustizia vera: abbiate amore e misericordia ciascuno verso il suo prossimo. Non frodate la vedova, l’orfano, il forestiero, il misero e nessuno nel cuore trami il male contro il proprio fratello » (7,9-10). Gesù molte volte, e Paolo, dovranno precisare l’ipocrisia di un certo tipo di osservanza della legge ritenuta per se stessa salvifica.
o Quanto all’episodio narrato dal vangelo, si tratta sicuramente di un fatto singolare, ci presenta un Gesù inedito. Perché Gesù è abitualmente calmo, anche nei momenti di maggior tensione. Sempre padrone di se stesso, equilibrato, non ama i gesti teatrali. Eppure questa volta si dà a un gesto clamoroso, violento, pubblico.
o Quello di Gesù è un gesto polemico verso i guardiani del tempio, che lo hanno trasformato in una specie di mercato. Gesù parla così perché è facile approfittare delle cose di Dio, per trarne vantaggi dal punto di vista economico o per il prestigio personale o sociale.
o Giovanni pone questo episodio all’inizio del suo vangelo come a dire che è questo l’obiettivo di tutta l’attività pastorale di Gesù: purificare la religiosità degli ebrei, soprattutto quella ufficiale, che con il tempo si era trasformata in varie forme di formalità e dipendenza.
o Gli altri evangelisti collocano l’episodio nell’ultima settimana della vita di Gesù. Fino a quel momento, Gesù non è mai stato « ufficialmente » a Gerusalemme. Nel loro racconto, l’episodio sarà determinante per condannarlo a morte, perché con questo gesto si presenta come un rivoluzionario sociale e rischia di creare spaccature profonde fra il popolo e l’autorità religiosa.
o Dice Gesù: « Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato! ». Parole che sono una chiara allusione a quelle del libro del profeta Zaccaria. Proprio nell’ultimo capitolo vi si legge: « Ecco, viene un giorno per il Signore… e in quel giorno non vi sarà neppure un mercante nella casa del Signore degli eserciti » (Zc 14,1.21). Gesù compie questo gesto come un oracolo profetico: egli è il Figlio che viene, nel giorno del Signore, nella casa del Padre suo.
o Se attorno al tempio era sorto un mercato in qualche misura inevitabile, anzi necessario al culto (le offerte al tempio andavano fatte unicamente con monete ebraiche, ed è chiaro che gli animali non si potevano portare con sé da lontano…), Gesù sente tutto lo stridore tra l’esigenza della preghiera e quell’urlare, quel mercanteggiare. Come vedere in quel baccano, nel suono delle monete, nel contrattare feroce le espressioni dell’alleanza? Gesù sapeva che il tempio si era trasformato in un « centro di magia, di superstizione e di oscuri interessi » (G. Ravasi).
o La pagina di Giovanni cita appunto il salmo 69, che al versetto 10 dice: « Mi divora lo zelo per la tua casa ». Un versetto che apre ad altre considerazioni importanti. Chi prega nel salmo è un giusto in difficoltà. Anche Gesù si sente chiamato a purificare il tempio a costo della sua vita. Sarà proprio questo zelo, questa pietà per il tempio che si rivolterà contro di lui. Gesù adempirà perfettamente le Scritture.
o Il tempio di Gerusalemme era la massima espressione della gloria del popolo di Israele, il centro di unità del paese, in qualche modo l’incarnazione di Iahvè. Nel vangelo di Giovanni, Gesù molte volte si troverà a Gerusalemme e svolgerà la sua attività nei dintorni del tempio, proprio per il significato simbolico che il tempio rappresentava per la religiosità dei Giudei.
o Ma Gesù con il suo gesto clamoroso intende richiamare alla sostanza del culto, e invita a vedere in lui il cuore della nuova religiosità. Tutto il complesso di riti e sacrifici, e la stessa alleanza, che aveva il suo centro nel tempio, ora la si trova nella persona di Gesù: è lui il vero tempio di Dio nel quale può avvenire l’incontro fra Dio l’uomo.
o Per questo Gesù sfida i Giudei parlando della risurrezione del suo corpo. Ma essi intendono quelle parole come un’offesa contro il tempio, e questa era considerata sacrilegio, offesa grave, punibile persino con la morte. Le oscure parole di Gesù spingono i Giudei a chiedergli prima un segno e poi una spiegazione. La costruzione del tempo di Gerusalemme era cominciata durante regno di Erode il Grande nell’anno 20-19 a.C. e si era conclusa nel 27 d.C., più o meno nel momento di questa controversia. Gesù parla del suo corpo, della sua risurrezione, ma queste dichiarazioni saranno capite a suo tempo soltanto dai suoi discepoli.
o Il brano termina con la dichiarazione che, vedendo i segni che Gesù compiva molti cominciarono a credere in lui. La stessa cosa è avvenuta dopo il miracolo delle nozze di Cana. Ma si dice anche che Gesù non si fidava di loro, perché li conosceva troppo bene. Tutto vangelo sarà caratterizzato da questo duplice atteggiamento nei confronti di Gesù: molti hanno verso di lui una fede iniziale, e nello stesso tempo ne prenderanno le distanze.

Attualizzare
* Una domanda sarebbe legittima: chi sono oggi i « mercanti del tempio »? Coloro verso cui Gesù prenderebbe la frusta? Si diceva in passato: i fabbricanti di armi, gli spacciatori di droga, camorristi e mafiosi, i violentatori di donne e bambini.
* È certo che Gesù avrebbe molto da dire a costoro. Ma sembra più corretto domandarci perché la chiesa propone a noi questo brano, a noi che facciamo già qualcosa di meglio di tanti altri che trascurano, per esempio, l’impegno di santificare la domenica andando a messa.
* Possiamo chiederci quale tipo di religiosità ci caratterizza, se siamo delle persone che si lasciano prendere il cuore, o se si danno ai riti per tradizione, senza metterci l’anima.
* Possiamo pensare alla religiosità popolare, a quella che circola nei grandi santuari. Una religiosità che rischia di trasformarsi in puro turismo religioso, o addirittura in una forma di superstizione.
* Certe forme di religiosità in cui i gesti esteriori sono sfacciatamente prevalenti, non si sa dove conducano. Alcune feste religiose paesane, in cui il trasporto di statue e di enormi carri e candelabri, il suono della banda e le chiacchiere di chi partecipa fanno pensare più a qualcosa di folcloristico, che di religioso; più esibizione di una certa forza muscolare di chi si misura orgoglioso con il peso della statua e del carro, che non a un atteggiamento di fede. Non si può non porre un grosso punto interrogativo su tutte queste forme esteriori di culto. Anche se molta gente semplice riesce probabilmente a trasformare anche queste forme di religiosità in gesti di fede e di sincera preghiera.
* Gesù afferma che non è più il tempio il luogo dell’incontro con Dio, non è più il tempio quella significativa « tenda del convegno » che permetteva il dialogo con Dio. « È finito il tempo in cui Dio sia assegnato a una residenza sacra, prigioniero delle pietre e delle mura degli uomini: Dio non abita dentro, ma fuori, libero, sulle strade del mondo » (L. Pozzoli).
* Come ha detto Gesù alla samaritana, ora Dio vuole che « i veri adoratori lo adorino in spirito e verità » (Gv 4,23). Ai sacrifici del passato, ai gesti di culto compiuti come per una tassa da pagare, c’è ora l’unico sacrificio di Cristo che si è offerto per noi sulla croce, ed è rimasto tra noi fino alla fine dei tempi nella cena eucaristica e nella comunità ecclesiale, fatta di fratelli da amare. « Voi siete il tempio di Dio », dice Paolo (1Cor 3,16).
* La pagina di vangelo si conclude amaramente con una frase un po’ oscura: Gesù non si fidava di loro, perché conosceva tutti fino in fondo. Quanto stenta ad affermarsi la fede schietta attorno a Gesù! Fino all’ultimo gli starà vicina gente dalla fede piccola e incerta.
* Quanto alla prima lettura, è inevitabile in questo tempo di Quaresima, in cui tante volte siamo esortati a rendere la nostra religiosità meno esteriore e più personale, fare una riflessione anche su come viviamo i dieci comandamenti. Perché se la nostra fede quaresimale non è supportata dalla vita vissuta, i nostri atti di culto rischiano di diventare qualcosa di chiuso in se stesso, senza alcuna efficacia e senza rendere gloria a Dio.
* Gesù che ha preso talvolta distanza dalla legge, ne ha anche confermata la validità. Il Decalogo infatti è la legge di Dio scolpita dentro di noi, ed è per tutti un punto di riferimento fondamentale. Chi trascura uno dei comandamenti deve presumere di aver infranto l’alleanza con Dio e aver peccato. Ci si può illudere, a volte la coscienza stessa può essere mal formata, ma chi uccide, chi ruba, chi calunnia… può ben pensare di amare Dio: in realtà nel fondo del suo cuore compie delle scelte contro di lui.
* È inutile quindi fare quaresima in chiesa, se poi ci comportiamo da violenti e vendicativi, se abbandoniamo i nostri genitori nella loro vecchiaia, se viviamo di menzogna e di furbizie, se ci diamo a una vita sessuale disordinata e senza freni. Se non accettiamo alcune regola per la nostra vita e ci costruiamo una personalità dove per Dio non c’è posto. Se invece tutti ci lasciamo abitare dai comandamenti, vivremmo in una società profondamente diversa, costruiremmo il regno di Dio.
Un gesto profetico?
Un parroco di Rivarolo di Toscana era un tipo originale e un po’ « carismatico ». Evangelicamente esigente, era molto radicale, ma riusciva a farsi accettare dai suoi parrocchiani, che lo trovavano gradito ed efficace. Raccoglieva frutti. Ecco che un giorno lo si vide arrivare in chiesa con l’apparecchio televisivo e mandarlo in frantumi scagliandolo a terra li, davanti a tutti. E spiegava: « Così tutti avete visto che io non ho più il televisore… ».
In origine la chiesa
« All’inizio la chiesa era la casa. I gesti significativi non sono i riti, il sacrificio di animali, ma lo spezzare il pane. Niente di più semplice, di più quotidiano e coinvolgente. « Gesù non li manda a compiere un ministero religioso, a spargere benedizioni, a costruire templi, ad alzar statue, a fare processioni… li manda a realizzare la pace » (padre Ernesto Balducci).

Fonte autorizzata in: Umberto DE VANNA

Resurrezione

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Publié dans:immagini sacre |on 1 mars, 2018 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – LA SANTA MESSA – 11. LITURGIA EUCARISTICA: I. PRESENTAZIONE DEI DONI

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PAPA FRANCESCO – LA SANTA MESSA – 11. LITURGIA EUCARISTICA: I. PRESENTAZIONE DEI DONI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 febbraio 2018

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Continuiamo con la catechesi sulla Santa Messa. Alla Liturgia della Parola – su cui mi sono soffermato nelle scorse catechesi – segue l’altra parte costitutiva della Messa, che è la Liturgia eucaristica. In essa, attraverso i santi segni, la Chiesa rende continuamente presente il Sacrificio della nuova alleanza sigillata da Gesù sull’altare della Croce (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 47). È stato il primo altare cristiano, quello della Croce, e quando noi ci avviciniamo all’altare per celebrare la Messa, la nostra memoria va all’altare della Croce, dove è stato fatto il primo sacrificio. Il sacerdote, che nella Messa rappresenta Cristo, compie ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli nell’Ultima Cena: prese il pane e il calice, rese grazie, li diede ai discepoli, dicendo: «Prendete, mangiate … bevete: questo è il mio corpo … questo è il calice del mio sangue. Fate questo in memoria di me».
Obbediente al comando di Gesù, la Chiesa ha disposto la Liturgia eucaristica in momenti che corrispondono alle parole e ai gesti compiuti da Lui la vigilia della sua Passione. Così, nella preparazione dei doni sono portati all’altare il pane e il vino, cioè gli elementi che Cristo prese nelle sue mani. Nella Preghiera eucaristica rendiamo grazie a Dio per l’opera della redenzione e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo. Seguono la frazione del Pane e la Comunione, mediante la quale riviviamo l’esperienza degli Apostoli che ricevettero i doni eucaristici dalle mani di Cristo stesso (cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 72).
Al primo gesto di Gesù: «prese il pane e il calice del vino», corrisponde quindi la preparazione dei doni. È la prima parte della Liturgia eucaristica. E’ bene che siano i fedeli a presentare al sacerdote il pane e il vino, perché essi significano l’offerta spirituale della Chiesa lì raccolta per l’Eucaristia. È bello che siano proprio i fedeli a portare all’altare il pane e il vino. Sebbene oggi «i fedeli non portino più, come un tempo, il loro proprio pane e vino destinati alla Liturgia, tuttavia il rito della presentazione di questi doni conserva il suo valore e significato spirituale» (ibid., 73). E al riguardo è significativo che, nell’ordinare un nuovo presbitero, il Vescovo, quando gli consegna il pane e il vino, dice: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico» (Pontificale Romano – Ordinazione dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi). Il popolo di Dio che porta l’offerta, il pane e il vino, la grande offerta per la Messa! Dunque, nei segni del pane e del vino il popolo fedele pone la propria offerta nelle mani del sacerdote, il quale la depone sull’altare o mensa del Signore, «che è il centro di tutta la Liturgia eucaristica» (OGMR, 73). Cioè, il centro della Messa è l’altare, e l’altare è Cristo; sempre bisogna guardare l’altare che è il centro della Messa. Nel «frutto della terra e del lavoro dell’uomo», viene pertanto offerto l’impegno dei fedeli a fare di sé stessi, obbedienti alla divina Parola, un «sacrificio gradito a Dio Padre onnipotente», «per il bene di tutta la sua santa Chiesa». Così «la vita dei fedeli, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano un valore nuovo» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1368).
Certo, è poca cosa la nostra offerta, ma Cristo ha bisogno di questo poco. Ci chiede poco, il Signore, e ci dà tanto. Ci chiede poco. Ci chiede, nella vita ordinaria, buona volontà; ci chiede cuore aperto; ci chiede voglia di essere migliori per accogliere Lui che offre se stesso a noi nell’Eucaristia; ci chiede queste offerte simboliche che poi diventeranno il Suo corpo e il Suo sangue. Un’immagine di questo movimento oblativo di preghiera è rappresentata dall’incenso che, consumato nel fuoco, libera un fumo profumato che sale verso l’alto: incensare le offerte, come si fa nei giorni di festa, incensare la croce, l’altare, il sacerdote e il popolo sacerdotale manifesta visibilmente il vincolo offertoriale che unisce tutte queste realtà al sacrificio di Cristo (cfr OGMR, 75). E non dimenticare: c’è l’altare che è Cristo, ma sempre in riferimento al primo altare che è la Croce, e sull’altare che è Cristo portiamo il poco dei nostri doni, il pane e il vino che poi diventeranno il tanto: Gesù stesso che si dà a noi.
E tutto questo è quanto esprime anche l’orazione sulle offerte. In essa il sacerdote chiede a Dio di accettare i doni che la Chiesa gli offre, invocando il frutto del mirabile scambio tra la nostra povertà e la sua ricchezza. Nel pane e nel vino gli presentiamo l’offerta della nostra vita, affinché sia trasformata dallo Spirito Santo nel sacrificio di Cristo e diventi con Lui una sola offerta spirituale gradita al Padre. Mentre si conclude così la preparazione dei doni, ci si dispone alla Preghiera eucaristica (cfr ibid., 77).
La spiritualità del dono di sé, che questo momento della Messa ci insegna, possa illuminare le nostre giornate, le relazioni con gli altri, le cose che facciamo, le sofferenze che incontriamo, aiutandoci a costruire la città terrena alla luce del Vangelo.

 

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